Società di revisione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07791
Atto n. 4-07791

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

alcuni aspetti dello schema di decreto-legge recante “Misure urgenti per la crescita del Paese” appena approvato dal Consiglio dei ministri offrono lo spunto per alcune riflessioni;

in particolare, a quanto risulta all’interrogante, al capo III, rubricato “Misure per facilitare la gestione delle crisi aziendali”, nell’ambito di una revisione della legge fallimentare per favorire la continuità aziendale, si dispone che l’impresa, non ancora in stato di decozione irreversibile, possa svolgere alcune attività finalizzate al rilancio operativo anche attraverso la contrazione di nuovo indebitamento prededucibile, sulla base di autorizzazione concessa dal tribunale a condizione che un professionista indipendente, designato dallo stesso debitore e munito di determinati requisiti, attesti la veridicità dei dati aziendali idonei a consentire il risanamento della posizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria, nonché che i nuovi finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori, in pratica, garantendo la continuità di impresa;

inoltre, ad integrazione dell’art 236 della legge fallimentare, con un nuovo articolo 236-bis rubricato “Falso in attestazioni e relazioni”, si sarebbe previsto un impianto sanzionatorio particolarmente stringente, sia sul piano economico che su quello penale, consistente nella reclusione da due a cinque anni e nella multa da 50.000 a 100.000 euro per il professionista che espone informazioni false ovvero omette di riferire informazioni rilevanti. La sanzione è da ritenere debba essere comminata anche in caso di assenza di dolo o colpa grave, atteso che la stessa è aumentata anche fino alla metà se il fatto è commesso al fine di conseguire un ingiusto profitto per sé o per altri, e se dal fatto consegue un danno per i creditori;

la particolare severità dell’impianto sanzionatorio come deterrente per i comportamenti “deviati” a tutela dei creditori, generalmente banche e per esse i loro depositanti-risparmiatori, a parte tante considerazioni che potrebbe indurre e sollevare, sorprende per differenza rispetto ad altre situazioni paragonabili che si sono stratificate o si sono venute delineando, in modo più o meno latente e comunque surrettizio, in alcuni recenti provvedimenti;

alle origini della crisi finanziaria di portata mondiale che ancora oggi sta sconvolgendo i mercati, distruggendo, a vantaggio di pochi, i risparmi di moltissimi piccoli e medi risparmiatori, è possibile collocare il crac americano della Enron che ha avuto come effetto parallelo il fallimento immediato della Arthur Andersen, la più antica ditta di revisione contabile che ne aveva certificato i bilanci, evidentemente falsi. Negli USA venne quindi emanata la legge Sarbanes Oxley preordinata ad evitare il ripetersi di eventi analoghi attraverso una serie di misure anche a carattere sanzionatorio. La questione ebbe risonanza planetaria e in Italia diede luogo ad una serie di audizioni parlamentari nel corso delle quali alcuni qualificati esperti del settore in posizioni di osservazione privilegiata ebbero modo di esprimere le proprie valutazioni. In particolare, il presidente pro tempore della Consob, sostenendo la migliore strutturazione ed efficienza dei metodi e degli organi di controllo italiani, escluse la possibilità di accadimenti paragonabili nel nostro Paese. La rassicurante previsione risultò, qualche tempo dopo, smentita dal crac della Parmalat che però non produsse conseguenze esiziali sulla o sulle società di revisione che ne avevano certificato i bilanci, rivelatisi, superfluo sottolinearlo, falsi;

si ricordano sorvolando alcune singolari giustificazioni addotte da uno dei revisori inquisiti – che sosteneva di aver preso per buoni degli estratti conto falsificati con lo scanner e la fotocopiatrice, dando ad intendere di ignorare lo strumento delle confirmation enquires, e cioè delle richieste di conferma dei saldi che i revisori possono e devono circolarizzare alle banche in rapporti con la società revisionata per ottenere direttamente ed al proprio indirizzo le risultanze dei rapporti creditori e debitori – per sottolineare che il suo operato fu oggetto di una approfondita disamina da parte dei competenti uffici della Consob. A conclusione dei lavori, venne emanata l’apposita e voluminosissima delibera, pubblicata integralmente sul bollettino senza alcun compiacente omissis;

peraltro, la presenza di omissis, grave anche per il fatto di privare gli inquirenti ed i molti danneggiati di un utile elemento spendibile giudizialmente a fini risarcitori, e comunque a fini di giustizia, è rilevabile in alcuni casi, come ad esempio per la delibera con la quale si irrogava una risibile sanzione pecuniaria (poche migliaia di euro ciascuno) a carico di membri – tutti nomi eccellenti, un paio dei quali ex commissari della Consob – del Consiglio di amministrazione di una banca iperattiva nel settore dei contratti derivati, congegnati per produrre, a fronte di perdite spesso esiziali per la clientela costretta a fruirne, ricavi per la banca così rilevanti da giustificare l’attribuzione di corposi bonus e di stock options di elevato ammontare ad alcuni, pochi, esponenti del top management;

quanto al caso “Parmalat”, la delibera con la quale si comminava al soggetto inquisito il massimo della sanzione e cioè l’intimazione alla società di revisione di appartenenza di non avvalersi della sua opera di revisore per due anni, dava atto che, avendo il soggetto sanzionato rimesso le quote di partecipazione alla società di revisione di appartenenza e non avendo fatto richiesta di partecipare all’attività di altra società di revisione, la sanzione sarebbe rimasta di fatto priva di effetti. Come dire: oltre al danno, anche la beffa. Sul piano penale poi, avendo il soggetto patteggiato la pena entro i limiti della condizionale, pare non abbia trascorso neanche un giorno in carcere, con buona pace dei soggetti – risparmiatori, azionisti, obbligazionisti, fornitori, dipendenti – i cui danni sarebbero risultati contenuti se la società di revisione ed il suo esponente avessero fatto il loro dovere facendo emergere per tempo il reale stato di decozione della società revisionata;

all’indomani del crac Parmalat, il legislatore ritenne di intervenire sul tema mettendo in cantiere un disegno di legge preordinato alla tutela del risparmio, all’interno del quale, secondo una poco commendevole usanza italiana, si è tentato di disciplinare materie del tutto estranee all’oggetto dello stesso;

questo per evidenziare che, a dispetto delle apparenze, il descritto impianto sanzionatorio è assai poco deterrente, poiché, come è documentabile ad esempio dall’elenco delle sanzioni Consob pubblicate sul bollettino, tutte le società andate in default avevano l’ultimo bilancio prima del crac corredato da relazioni di certificazione prive di segnali di allarme o che comunque davano ad intendere che fosse in leggero stato febbrile ciò che invece era irreversibilmente decotto; le sedicenti Big della revisione, cominciarono così ad essere chiamate sempre più spesso a rispondere sul piano patrimoniale dei danni che avevano contribuito a produrre con i loro comportamenti omissivi;

e quindi, prive di adeguate coperture patrimoniali, assicurative e/o fidejussorie, a dispetto dell’obbligo posto in capo alla Consob e da questa non adempiuto, dall’ormai abrogato art. 161 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998 di verificarne la sussistenza ed in mancanza di esigerne la ricostitizione pena la cancellazione dall’apposito albo speciale, tali società esperirono il tentativo di introdurre nel corpus del disegno di legge sulla tutela del risparmio, l’istituto che viene denominato “liability cap” e che si sarebbe concretato nella limitazione della responsabilità patrimoniale delle società di revisione per i danni provocati ai destinatari finali della loro attività ad un multiplo del corrispettivo incassato per la revisione e per la successiva certificazione;

il tentativo non andò fortunatamente a buon fine e la relativa previsione normativa venne bocciata al Senato con una votazione estesa, come si diceva una volta, a tutto l’arco costituzionale, essendo risultato evidente che tale irragionevole norma, se approvata, avrebbe, contro ogni logica, rischiato di costituire un colpo di spugna per malefatte passate, ed un viatico “lasciapassare” per malefatte future;

il ricordo di tale episodio è necessario per mettere in evidenza per un verso che la linea difensiva della lobby dei revisori era il frutto di una task force, lodate dalla loro associazione per la sua composizione di “tecnici indipendenti”, due dei quali docenti presso l’Università Bocconi ed uno dei due, anche ex commissario Consob; per altro verso che, sorprendentemente, la tesi risultava appoggiata e condivisa dalla Consob;

in proposito sono rimaste agli atti del Parlamento alcune interrogazioni che non hanno mai avuto risposta, nonostante in proposito, a livello europeo, un organismo autorevole come l’inglese Office for fair trade, ed un Commissario autorevole come Fritz Bolkestein, si fossero pubblicamente e motivatamente dichiarati oppositori dell’introduzione della “liability cap”,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che un siffatto impianto sanzionatorio a parere dell’interrogante poco rigoroso non necessiti di una profonda revisione in termini di maggiore severità in modo che possa funzionare davvero come deterrente avverso comportamenti distratti, superficiali, incompetenti o collusi ma che comunque hanno danneggiato, danneggiano e danneggeranno i risparmiatori, e, di conseguenza, come intenda intervenire al fine di tutelare i cittadini;

se, ad avviso del Governo, la limitazione della responsabilità patrimoniale delle società di revisione possa avere cittadinanza nel contesto normativo del nostro ordinamento, meritevole di rispetto e di autorevolezza a livello europeo e mondiale e se di conseguenza siano condivise le posizioni espresse in argomento dalla Consob;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di provvedere ad una radicale riforma della disciplina delle autorità di controllo, alla luce delle carenze e dell’inefficacia evidenziate dagli scandali finanziari che hanno investito il sistema delle imprese e delle banche, considerato che, a giudizio dell’interrogante, la Consob deve recuperare indipendenza, autorevolezza, credibilità e trasparenza, nonché il ruolo per cui è stata creata, cioè vigilare sulla Borsa tutelando gli interessi dei risparmiatori.

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