Fondazioni bancarie-Dichiarazione Ministro Grilli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07982
Atto n. 4-07982

Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

a Predazzo, nel corso di un convegno del 23 giugno 2012 organizzato dalla fondazione Caritro alla Scuola alpina della Guardia di finanza, dal titolo “Le fondazioni quale bene originario delle comunità locali”, sono intervenuti il Vice Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore, Vittorio Umberto Grilli, l’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, il presidente dell’Acri (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), Giuseppe Guzzetti e la Magnifica comunità di Fiemme, fondazione trentina dalla storia secolare;

in quell’occasione l’allora Vice Ministro ha espresso un giudizio molto positivo sull’operato delle fondazioni bancarie e sulla guida loro offerta dall’Acri, l’Associazione che le riunisce (come si legge su “La Voce.info” del 26 giugno 2012, Grilli avrebbe asserito «le fondazioni sono rigorose e solidali al tempo stesso e, grazie alla leadership di Guzzetti, hanno capito che devono lavorare insieme»). Fondazioni un elemento di certezza per il sistema bancario italiano, secondo Grilli: una posizione che vede sullo stesso fronte il massimo rappresentante del Tesoro e quello delle associazioni bancarie, Guzzetti, come ha sottolineato Bazoli (si veda ancora l’articolo citato);

a riguardo Boeri e Guiso scrivono una lettera aperta al ministro Grilli su “la Repubblica”: «La sua valutazione sembra però in contrasto con un insieme di indicatori che si sono andati cumulando sull’operato delle fondazioni di origine bancaria, non ultimo un recente studio di Mediobanca che ha cercato di rendere un po’ più trasparente il mondo delle 88 fondazioni bancarie associate all’Acri con una analisi sistematica del loro modello. Secondo questo studio, le fondazioni sono tuttora le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante la legge prevedesse da tempo la loro graduale fuoriuscita dal capitale delle stesse e la incentivasse fiscalmente. Questa concentrazione ha fatto precipitare i rendimenti degli investimenti delle fondazioni rispetto a indici rappresentativi di portafogli ben diversificati sovraesponendole ai rischi che si sono poi materializzati negli ultimi due anni. Oggi le fondazioni hanno visto crollare le loro entrate – fonte unica della loro attività – dato che le banche non sono più in condizione di distribuire dividendi; allo stesso tempo hanno visto impoverire il loro patrimonio, la cui conservazione è l’unico presidio a garanzia della sostenibilità delle loro attività. Indicativo il caso della Fondazione Monte Paschi, che si è indebitata per partecipare all’aumento di capitale Mps e sembra avere i giorni contati dato che la banca conferitaria dovrà nei prossimi anni destinare 350 milioni di utili a ripagare i Tremonti bonds. Ma non è l’unica. Per esempio, la fondazione Banco di Sicilia ha perso quasi 1/3 del suo valore proprio a causa della concentrazione in Unicredit della sua dotazione. Ma i limiti gestionali delle Fondazioni erano visibili anche prima della crisi; la crisi li ha solo portati alla luce e magnificati. Per molte fondazioni bancarie i costi di struttura superavano abbondantemente la metà del valore delle erogazioni; in alcune eccedeva l’80 per cento (ad esempiola Fondazione Cassadi Risparmio di Calabria e Lucania: 87%), Fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni (91%), Fondazione Cassa di Risparmio di Fano (101%), Cassa di Risparmio di Puglia (120%) e, al top dell’inefficienza, la Fondazione Bancodi Sicilia con spese totali di amministrazione e funzionamento pari al 182% delle erogazioni! Per raffronto, si noti che nella Ford Foundation l’incidenza dei costi di gestione sulle erogazioni è dell’8% nel 2011 e solo del 5.6% nel 2010. Una delle ragioni di queste inefficienze risiede nella dispersione degli impieghi in una ampia gamma di progetti in aree diverse, nonostante la legge chieda alle fondazioni di circoscrivere i loro impieghi in tre aree al massimo. In assenza di una mission ben definita, le fondazioni hanno visto ridursi la produttività del loro personale del 30 per cento in dieci anni, proprio mentre i costi crescevano 7 volte di più delle entrate. Le fondazioni sostengono altissimi costi fissi per il compenso dei loro pletorici organi statutari. Tanto pletorici da portare un membro di questi organi ad amministrare in media 150 milioni, dieci volte meno del capitale amministrato da un membro del board nelle grandi fondazioni nonprofit statunitensi. Non solo i board sono pletorici, essi difettano pure delle abilità necessarie per la funzione, mancando della preparazione economica e finanziaria indispensabile per la posizione che occupano. Solo l’1 per cento dei membri dei Cda ha competenze di finanza. Le cariche vengono, in effetti, assegnate come presidio di gruppi di interesse con un quarto delle poltrone ai vertici delle fondazioni occupato da politici. Queste nomine vengono puntualmente ripagate da scelte di finanziamento favorevoli alle constituency di riferimento (più medici nei board, maggiori gli investimenti in sanità, più i professori negli organi statutari, maggiore la quota di investimenti in istruzione, e così via). In conseguenza della rischiosa strategia di investimento perseguita, della costosa struttura di governance e della scelta di non concentrare gli interventi su alcune priorità, oggi le fondazioni stanno erogando patrimonio mettendo a serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Le sei fondazioni più grandi, quelle che raccolgono i due terzi del patrimonio totale, hanno addirittura visto dimezzarsi negli ultimi cinque anni il valore della loro dotazione. Come documentano i calcoli e le simulazioni fatte nel rapporto Mediobanca, il modello gestionale basato su un rapporto simbiotico con la banca conferitaria è insostenibile per la maggior parte delle principali fondazioni bancarie, condannandole all’estinzione. Signor ministro, alla luce di queste evidenze ci permettiamo di rivolgerle alcune domande: 1. Sulla base di quali informazioni o considerazioni ha espresso un giudizio così positivo sull’operato delle fondazioni nel seminario di Predazzo? 2. In virtù del suo ruolo istituzionale, non ritiene utile richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni del mondo: ovvero una stretta diversificazione dei loro impieghi, il cui rispetto ovviamente comporta una forte diluizione delle partecipazioni spesso cospicue che ancora intrattengono nel capitale delle banche conferitarie? 3. Data la situazione di difficoltà delle finanze pubbliche oggi affidate alla sua competenza, non pensa che, in mancanza di una virata nel modello gestionale delle fondazioni, il Paese possa usare le risorse delle dotazioni che ad esse fanno capo per abbattere lo stock del debito pubblico?»;

considerato che:

il Ministero dell’economia è l’autorità che per legge esercita la supervisione sull’operato delle fondazioni;

le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, associazioni private nate nell’Europa centrale ed affermatesi in Italia agli inizi del XIX secolo, quando si manifestò il bisogno di sostenere lo sviluppo produttivo dei ceti medio-piccoli dopo le disastrose guerre napoleoniche e di raccogliere i flussi di liquidità derivanti dalla nascente rivoluzione industriale;

l’attività delle casse di risparmio (nate su iniziativa prevalentemente privata) era diversa dall’attività bancaria vera e propria: le casse raccoglievano capitali con una sottoscrizione iniziale e poi con successivi depositi, mentre le banche nascono su iniziativa di gruppi ristretti ed hanno fini commerciali e speculativi; le casse svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni indirizzati gratuitamente verso i ceti più umili, mentre le banche raccoglievano e remuneravano il piccolo risparmio. All’inizio degli anni ’90 è emersa dunque la necessità di trasformare l’intero sistema bancario italiano per aggiornarlo rispetto alla cosiddetta «unità economica europea» che si andava delineando. L’Italia doveva affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei. All’epoca, più della metà degli enti creditizi era di diritto pubblico;

il Governatore della Banca d’Italia pro tempore Carlo Azeglio Ciampi trovò la soluzione per rendere le banche più appetibili per gli investitori stranieri: separare in due diverse entità le funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, cioè scorporare le fondazioni dalle banche ex pubbliche (SpA): la legge n. 218 del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato;

la legge del 1990 configura le fondazioni bancarie come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi sono intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata nello statuto), che deve perseguire fini di interesse pubblico e di utilità sociale. Nella prima fase (1990-1997), prevale un’ambiguità di fondo: attività bancaria e finalità istituzionali sono ancora piuttosto confuse, anche perché le fondazioni bancarie, da un lato, devono controllare la banca e, dall’altro, devono perseguire scopi non di lucro. L’unico elemento chiaro di attività “sociale” delle fondazioni bancarie si ritrova nel dettato della legge n. 266 del 1991 istitutiva delle organizzazioni di volontariato: l’art. 15 dispone che un quindicesimo dei proventi di questi enti venga devoluto ai fondi regionali per il volontariato. L’evoluzione normativa degli anni seguenti mira proprio ad eliminare questa confusione: un sistema misto di incentivi e vincoli mette in moto il mercato, nonostante la regolamentazione delle attività istituzionali sia ancora carente;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

le ricche fondazioni bancarie con un patrimonio stimato di oltre 50 miliardi di euro, i cui membri, cooptati spesso con criteri feudali, vere “combriccole” di amici che non sembrano rispondere ad alcuno del loro operato, erogano finanziamenti insindacabili su progetti delle comunità locali; invece di offrire un contributo al risanamento del Paese, e scrollarsi di dosso l’accusa di clientelismo, continuano a gestire fondi e patrimoni con criteri “amicali”. Gli amministratori delle ex banche e casse di risparmio che hanno accumulato ingenti risorse nel tempo, ricorrendo all’anatocismo e a clausole contrattuali vessatorie ed illegali penalizzando utenti, consumatori ed imprenditori, invece di restituire alla collettività il frutto di una quota parte del “maltolto”, deliberano ingenti fondi a se stessi ed alle loro “combriccole” di amici;

purtroppo gli effetti deleteri delle fondazioni sulle banche sono forse il male minore. Esse sono una causa fondamentale di quell’intreccio perverso fra economia e politica, di quella cultura dell’incompetenza e del clientelismo che imperversano nel Paese. Con un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, e quote sostanziali in quasi tutte le maggiori banche, le fondazioni bancarie sono una fonte inesauribile di potere per i politici in carica, e il refugium peccatorum di ex politici bocciati dagli elettori, di professionisti e notabili locali, e di amici degli amici. I loro consigli sono designati in gran parte dalle maggioranze del momento di Comuni, Province e Regioni, e in parte dalla cosiddetta società civile, cioè da camere di commercio, università, e persino vescovi; molti vengono addirittura cooptati dal consiglio in carica. Nessuno deve rendere conto a nessuno, eccetto che ai politici se si vuole essere rinnovati. Le fondazioni sono tanto più pericolose perché sono pervase di buone intenzioni e ammantate di una patina di rispettabilità. Nell’immaginario collettivo esse finanziano progetti meritori nel campo della cultura e del volontariato, e beneficano la società civile. Ma il prezzo da pagare è altissimo, una rete fittissima di clientelismo a monte e a valle delle fondazioni, per ingraziarsi il potere politico, acquisire consenso, e distribuire prebende;

e così da anni la compagnia San Paolo di Torino, azionista di maggioranza relativa di Intesa Sanpaolo, è il teatro di una battaglia di tutti contro tutti in cui sindaci, ex sindaci, presidenti di Province, di Regione, di banche, di fondazioni, docenti universitari e intere correnti di partito si lanciano accuse e messaggi in codice che ormai solo un esegeta può decifrare. Il Governo Monti ha già dimostrato di non guardare in faccia a nessuno nel suo tentativo di modernizzare l’Italia. Con le fondazioni ha l’opportunità di dare un altro segnale importante, per togliere l’humus di cui si alimenta il sottobosco della politica e del clientelismo. Si è consapevoli che non sarà facile, soprattutto perché le fondazioni sono state preveggenti, e in un pasticcio legislativo hanno strappato nel 1992 lo status di enti di diritto privato, benché i loro patrimoni appartengano alla collettività;

le fondazioni bancarie sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, compagnia di San Paolo, ente Cassa di risparmio di Roma e fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11; le altre 8 sono fondazione CR di Torino, ente CR di Firenze, CR di Cuneo, fondazione Banco di Sardegna, fondazione CR di Genova e Imperia, fondazione CR di Padova e Rovigo;

nel dicembre 2002 la quota impegnata nelle partecipazioni bancarie era del 33,7 per cento (14.062,9 milioni di euro), del 41 per cento nel 2001, mentre il resto era investito in titoli di Stato ed in società private scelte esclusivamente secondo il criterio della redditività;

da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. È opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: artistico e culturale 29 per cento, istruzione 16,5, assistenza sociale 12,5 per cento, filantropia e volontariato 12 per cento, sanità e ricerca 10 e 9 per cento. I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4 per cento degli importi, i soggetti pubblici il 42,6 per cento;

le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto;

i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed isole solo il 2 per cento (fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, risulta spiegata l’anomalia;

la fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del gruppo Intesa San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi;

sono pertanto inaccettabili i privilegi fiscali delle fondazioni bancarie nonché l’esenzione delle stesse dal pagare le tasse;

il crollo delle banche in borsa sta trascinando nel gorgo molte fondazioni di origine bancaria. Si tratta di un fenomeno assai preoccupante, ancorché poco se ne parli. Nella prima fase della crisi finanziaria internazionale, seguita al crac Lehman, le fondazioni avevano dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema del credito, sottoscrivendo aumenti di capitale d’emergenza, anche oltre le quote di competenza, in Unicredit e garantendo di poterlo fare altrove come poi è accaduto in Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi. Negli annali dell’Acri, resta l’invito del presidente Giuseppe Guzzetti al Governo a non insistere con i Tremonti bond: le banche, sostenute dalle fondazioni, se la sarebbero cavata da sole. Forse anche per questo un pubblico riconoscimento era stato tributato alle fondazioni dalla Banca d’Italia, nonostante la cultura del governatore Mario Draghi sia lontana da quella, prevalentemente cattolica e nazionale, di queste istituzioni. Ma alla fine di quest’estate drammatica, i margini per fare da architrave al sistema si vanno riducendo a vista d’occhio. Non è ancora detto che il disastro si compia. Le quotazioni delle banche italiane risentono pesantemente della crisi di fiducia sui titoli di Stato, che possiedono in non modica quantità, e questa crisi di fiducia potrebbe essere contenuta, e forse parzialmente ribaltata, da un Governo diverso, più credibile di fronte ai mercati. E i numeri fanno impressione. E dai numeri bisogna partire, come sempre ricordava ai chiacchieroni Raffaele Mattioli, il banchiere che riscattò la grande Comit dal tracollo degli anni ’30. I bilanci ufficiali e completi dell’anno in corso si faranno nella primavera del 2012. Un’era geologica più in là, verrebbe da dire. E tuttavia già adesso si vede quanto pesante sia l’impatto dei funesti mesi di agosto e settembre sugli stati patrimoniali. Il “CorrierEconomia” lo ha calcolato nelle 12 fondazioni maggiori limitandosi ai valori delle banche conferitarie, come si chiamano in gergo le aziende bancarie estratte dalle casse di risparmio, dai Monti di pietà e dagli istituti di diritto pubblico che, nell’occasione, assunsero la veste giuridica di fondazioni secondo la legge n. 218 del 1990, cosiddetta legge Amato-Carli. Nelle banche conferitarie, infatti, le fondazioni conservano partecipazioni quasi sempre non più rilevanti, se singolarmente prese, a causa delle fusioni bancarie nel frattempo intervenute, ma spesso rilevantissime nell’equilibrio del proprio portafoglio di investimenti. Delle 12 fondazioni, solo due stanno ancora bene: la Carimonte Holding, cui la fondazione Carimodena e la fondazione del Monte di Bologna avevano conferito le loro quote di Rolo banca ora in Unicredit, e la fondazione Carige, per quanto la gestione dei Berneschi sia di quando in quando discussa. Tutte le altre hanno a libro le partecipazioni nelle loro vecchie banche a cifre ormai lontane dalla realtà. La situazione peggiore emerge alla fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80 per cento su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano. Segue, con una minus teorica del 75 per cento, la fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, gerente Cesare Geronzi, assorbì il banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit. A ruota, con una perdita teorica del 74 per cento, la fondazione Caricuneo: ceduta la Banca regionale europea alla banca San Paolo di Brescia, poi confluita in Ubi, oggi la fondazione presieduta da Ezio Falco ha il 2 per cento, ma un solo voto, perché Ubi è una popolare. In questa classifica del segno meno vengono poi, nell’ordine, le fondazioni Crt (58 per cento, presidente Andrea Comba), Mps (57 per cento, Lionello Mancini), compagnia di San Paolo (56 per cento, Angelo Benessia), Cariplo (50, Giuseppe Guzzetti), Cariparo (49 per cento, Antonio Finotti), Carifirenze (43 per cento, Michele Gremigni) a Carisbo (27 per cento Fabio Roversi Monaco). Sono percentuali da leggere anche e soprattutto in relazione al totale delle attività di ogni fondazione, nonché al patrimonio netto e ai debiti finanziari che qua e là cominciano ad affiorare. La tabella offre la possibilità di fare un po’ di calcoli. Ma balza subito all’occhio che un conto sono i casi della Caricuneo o della Cariplo e ben altro conto sono quelli di Verona e Siena. Nella fondazione piemontese della Provincia Granda, la minusvalenza teorica sulla banca è ingente di per sé, ma incide solo per il 10 per cento sul totale delle attività e poco di più sul patrimonio netto. Stesso discorso per la grande fondazione lombarda, dove la diversificazione degli investimenti è spinta. Nella fondazione scaligera, invece, la perdita teorica sulla banca assorbe il 49 per cento delle attività totali e il 60 per cento del patrimonio netto. E nella città del palio, siamo al 49 e al 55 per cento, ma con l’aggravante di avere 760 milioni di euro di debito, 600 dei quali fatti per poter sottoscrivere l’aumento di capitale. Un’altra analisi andrebbe dedicata al resto del portafoglio, investito in obbligazioni e azioni pubbliche e private, italiane ed estere, e in altri strumenti finanziari. Ma ora è impossibile: i rendiconti sono a fine d’anno. Qualcosa, tuttavia, si vede. Chi ha investito in altre banche (Cariverona, Siena e Crt hanno un po’ di Mediobanca, Crt ha un piedino anche in Société générale e banco Sabadell), assicurazioni (Crt e Verona in Generali) e infrastrutture (Crt ha il 6,7 per cento di Atlantia) sta imbarcando altra acqua. E pure la diversificazione estrema soffre, a meno che si sia fuggiti dall’Occidente per scommettere sui Paesi emergenti o sull’oro. Questo impervio passaggio metterà a dura prova l’attendibilità dei bilanci delle fondazioni. Che, del resto, dipende in larga misura dall’attendibilità dei bilanci bancari,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda promuovere la revisione della disciplina fiscale delle fondazioni in modo da prevedere anche a loro carico il pagamento dell’imposta municipale unica di cui all’art. 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23;

quali iniziative abbia assunto per vigilare sulla gestione delle fondazioni bancarie, considerato che queste hanno concentrato il proprio patrimonio nelle banche locali, invece di diversificarlo, provocando ingenti perdite;

quali iniziative intenda assumere al fine di riportare trasparenza ed efficienza nella gestione delle fondazioni bancarie, al di fuori di ogni forma clientelare e di prevaricazione politica anche prevedendo la pubblicizzazione delle stesse in modo da riacquisire i patrimoni bancari di origine pubblica, privatizzati in virtù della cosiddetta legge Amato-Carli, a beni dello Stato, per destinare i ricavi, pari a oltre 50 miliardi di euro, alla riduzione esclusiva del debito pubblico;

se non intenda intervenire, promuovendo opportune iniziative legislative, affinché le fondazioni rendano ancor più chiaro il processo decisionale sulle modalità con le quali esercitano i diritti di voto nelle società partecipate e definiscano i criteri in base ai quali selezionano i candidati da proporre per le cariche degli organi di governo delle società partecipate, anche alla luce dell’esigenza di non candidare soggetti caratterizzati da conflitto di ruoli;

se non intenda promuovere opportune iniziative normative al fine di disporre che la nomina degli stessi organi di governance delle fondazioni e la gestione del patrimonio siano ispirate a criteri oggettivi e trasparenti nonché al fine di garantire la trasparenza sui criteri di gestione del patrimonio e la completezza informativa;

se non ritenga opportuno richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni degli altri Paesi e se a riguardo non intenda agevolare l’iter dell’Atto Senato 3388 nell’intento di rendere incisivo il ruolo dell’intervento pubblico nelle fondazioni e provvedere a rivedere i criteri di nomina degli organi di governance, anche stabilendo che le stesse nomine vengano sottoposte al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari e che nella gestione del patrimonio delle fondazioni bancarie vengano osservati criteri prudenziali di rischio, così da conservarne il valore ed ottenerne una redditività adeguata, facendo altresì in modo che il patrimonio degli enti venga gestito in modo coerente con la natura delle fondazioni quali enti senza scopo di lucro che operano secondo principi di trasparenza e moralità.

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