Month: luglio 2012

Centrale bio gas Montecchio (Terni)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07975
Atto n. 4-07975

Pubblicato il 17 luglio 2012, nella seduta n. 768

LANNUTTI , MUSI , CARLINO , MASCITELLI , GIAMBRONE , CALIGIURI , GRAMAZIO , DI NARDO , PEDICA , SBARBATI , BIANCHI , PETERLINI – Ai Ministri per la coesione territoriale e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

il Comune di Montecchio (Terni), attraverso il responsabile dell’Area tecnica-urbanistica, dottor Giancarlo Racanicchi, ha dato l’autorizzazione alla costruzione di una centrale a biogas in zona Cordigliano, senza partecipazione popolare e senza il coinvolgimento del Consiglio comunale nonostante la rilevanza politico-sociale dell’insediamento e le difficoltà che tutti i territori, anche quelli limitrofi (Amelia, Giove eccetera), hanno evidenziato a seguito di richieste per tali insediamenti;

la popolazione, le attività commerciali della zona e le amministrazioni dei Comuni contigui si sono subito mobilitati, coinvolgendo anche l’associazione WWF Umbria, per approfondire gli aspetti correlati alla realizzazione di tale opera e verificarne la compatibilità ambientale;

si tratta di una centrale di quasi un megawatt di potenza, realizzata su una superficie di circa 3 ettari, per la cui gestione occorrono oltre 600 chilogrammi di massa combustibile al giorno. Tale gestione prevede un forte impatto ambientale per quanto concerne anche il trasporto su gomma con TIR dei materiali, oltre ad un forte disagio olfattivo provocato dalle esalazioni;

inoltre, l’impianto risulta contiguo al parco fluviale del Tevere, denominato oasi di Alviano, ai pozzi alimentati da falde acquifere che soddisfano le esigenze idriche della zona e dello stesso Montecchio, ad attività di lavorazione carni, ad attività artigianali e ristorazione, come i ristoranti “i Gelsi” e “il Fontanile”, provocando delle inevitabili ripercussioni negative a queste realtà e danni sicuri;

considerato che:

non esiste nella zona un’attività agricola tale da giustificare l’insediamento di una centrale a biogas a Cordigliano;

la società interessata alla realizzazione dell’impianto non ha né origine né attività agricole nel territorio suddetto, ma ha semplicemente prodotto un compromesso di acquisto per una piccola parte di territorio destinata alla realizzazione della sola struttura della centrale;

sono già in essere movimenti spontanei di cittadini di Madonna del porto, Tenaglie, Poggio, frazioni dei comuni di Montecchio e Guardea per costituire comitati spontanei in difesa del proprio territorio;

appare singolare che nella fase storica dell’unione tra i Comuni delle aree vaste e dei tanto declamati progetti condivisi di valorizzazione dei prodotti e del territorio, uno dei Comuni possa aver agito unilateralmente, senza alcun confronto con quelli limitrofi;

il dottor Giancarlo Racanicchi è stato coinvolto nello scandalo dei contratti derivati perché, in qualità di segretario comunale di Baschi, aveva sottoscritto contratti swap, che hanno generato ingenti perdite per un Comune di ridotte dimensioni quale Baschi, dichiarando di possedere una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari derivati;

un’inchiesta di “Report” andata in onda l’8 aprile 2008 riporta all’attenzione il tranello dei derivati dei Comuni umbri. In particolare si apprende che i primissimi contratti derivati «vengono inventati a Londra, e poi qualche banca italiana li compra da Londra li reimpacchetta e li rivende. Poi alcune banche italiane imparano il mestiere e li montano loro, dopodiché chiedono alla rete distributiva di andarli a vendere. E si ha questa situazione paradossale in cui ci sono dei ragazzi di trent’anni ultraspecializzati che strutturano queste operazioni complicate e poi mandano i cinquantenni ed i funzionari bancari a venderli, che di derivati non sanno niente però hanno i rapporti con i clienti. Il risultato è che hanno fatto fare i derivati anche ai paesini di trecento abitanti. Per esempio in Umbria c’era un signore che girava e i piccoli comuni li ha battuti tutti», cioè lui Giancarlo Racanicchi, il segretario comunale di Baschi;

la Corte dei conti dell’Umbria ha quantificato un danno erariale in 206.000 euro ai danni del Comune di Baschi a causa dei contratti derivati. Il segretario ed il responsabile finanziario dell’ente Giancarlo Racanicchi e Antonietta Dominici dovranno far fronte al risarcimento a favore del Comune nella misura, rispettivamente, del 70 e 30 per cento,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti quale ruolo abbia svolto il dottor Racanicchi nella vicenda e come sia stato possibile autorizzare una centrale biogas senza coinvolgere nella decisione il Consiglio comunale e le amministrazioni dei Comuni limitrofi;

se sia a conoscenza di quali siano le motivazioni che possono aver determinato la richiesta per l’insediamento della centrale a Montecchio e non in comuni vicini, che pure hanno maggiore produzione di materiali da utilizzare nel biodigestore;

se non ritenga che la richiesta della società interessata alla realizzazione della centrale a biogas evidenzi una volontà ed un obiettivo esclusivamente speculativo, invece di una reale necessità produttiva conseguente ad un’adeguata attività agricola;

se risulti che i vertici dell’amministrazione comunale interessata abbiano valutato il fatto che l’insediamento verrebbe costruito al limite del parco fluviale del Tevere, vicinissimo ad attività di produzione alimentare (trasformazione ed elaborazione di carni) e ad attività di ristorazione ed artigianali, danneggiando, almeno nell’immagine, tali aziende e che l’insediamento è vicinissimo se non addirittura all’interno dell’area di captazione dei pozzi dell’acquedotto comunale di Montecchio, con i conseguenti rischi per le falde acquifere;

se sia a conoscenza di quali garanzie fidejussorie o di altro idoneo tipo siano state richieste per garantire sia la corrispondenza alle prescrizioni tecniche e progettuali soprattutto in ambito ambientale, sia la coerenza con gli impegni assunti per quanto attiene al tipo dei materiali, esclusivamente agricoli, da utilizzare e l’area per gli approvvigionamenti;

se risulti, in particolare, quali precauzioni siano state adottate per garantire la continuità dell’attività per i 20 anni prospettati e per il successivo smantellamento dell’impianto, al fine di evitare speculazioni di tipo edilizio o abbandono di relitti produttivi in un’area di particolare interesse paesaggistico ed ambientale;

se risulti quali garanzie, inoltre, siano state prescritte ed ottenute per evitare la possibile successiva trasformazione in un impianto per attività più inquinanti, come termovalorizzatori, inceneritori eccetera;

se sia a conoscenza di quali criteri sono stati seguiti per valutare a fondo la correttezza, la completezza, la congruità dei pareri e della documentazione allegata alla richiesta, riguardanti soprattutto l’aspetto ambientale;

quali iniziative intenda assumere per intervenire presso i vertici dell’amministrazione locale al fine di porre fine al progetto di costruzione dell’impianto alla luce delle preoccupanti osservazioni riguardanti la sua ubicazione e le devastanti ripercussioni ambientali ed economiche per il territorio;

quali iniziative di competenza voglia intraprendere al fine di garantire ai cittadini dell’area interessata una responsabile gestione del territorio da parte delle amministrazioni di riferimento.

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Imprese-stretta creditizia-ritardi pagamenti PA

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00501
Atto n. 2-00501

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la crisi sistemica prodotta dall’avidità dei banchieri è resa in Italia ancora più drammatica dal blocco dei fondi da parte del sistema bancario, che non eroga credito se non dietro garanzie reali di maggiore entità di quelle richieste, e dai ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, che dovrebbero onorare circa 80 miliardi di euro a piccole e medie imprese vessate dalle banche;

più volte i Ministri dell’economia e della finanze e dello sviluppo economico hanno promesso di sbloccare una situazione kafkiana, ma finora nessun seguito tangibile è stato onorato;

in un articolo pubblicato il 16 luglio 2012, Massimo Giannini vice direttore di “Repubblica”, dedica all’argomento un editoriale nella prima pagina di “Affari & Finanza” dal titolo: “Che fine hanno fatto i pagamenti dello Stato?”. Vi si legge: «A suo modo, anche questo è un tuffo nella Prima Repubblica. Sembra di rivivere la scenetta del povero Massimo Troisi, che ironizza sulla storica intemerata televisiva di Sandro Pertini nel dopo-sisma in Irpinia: “Chi ha rubato i soldi dei terremotati?”, chiedeva l’allora presidente della Repubblica, puntando il dito accusatore contro le telecamere. Dunque, oggi viene da chiedere: chi ha “rubato” i decreti sullo sblocco dei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione? Fin dal giorno di insediamento del nuovo governo, Corrado Passera aveva giustamente assunto un impegno formale: dobbiamo aggredire questa montagna, che vale tra i 60 e gli 80 miliardi, e cominciare a restituire alle imprese private questa enorme massa di pagamenti rinviati o congelati dallo Stato, al centro o in periferia. I tecnici si sono subito messi al lavoro, e hanno cominciato a studiare. Tra una promessa e l’altra, siamo arrivati al 22 maggio scorso, quando a Palazzo Chigi sono stati approvati tra squilli di tromba ben quattro decreti legislativi, presentati in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, dallo stesso ministro dello Sviluppo e dal non ancora promosso viceministro dell’Economia Vittorio Grilli. “Abbiamo dato finalmente una risposta a un problema che stava diventando veramente grave”, ha detto Passera con sacrosanta soddisfazione. “Possiamo realizzare un progressivo rientro dal debito commerciale accumulato dalla Pubblica Amministrazione, smaltendo uno stock di 20/30 miliardi già quest’anno”,ha spiegato Grilli con legittimo orgoglio. “I ritardi nei pagamenti hanno messo in crisi tante aziende, a volte le più piccole e innovative, che ora hanno bisogno di liquidità e di un carburante capace di riaccendere il motore della produttività”, ha chiosato Monti con enfasi solenne. Sembrava la svolta tanto attesa. La bellezza di “20/30 miliardi già da quest’anno”. Ben quattro decreti – come precisava il comunicato della Presidenza del Consiglio – di cui il primo “immediatamente operativo” (quello sulla certificazione dei crediti scaduti nei confronti delle Amministrazioni centrali) e il secondo da sottoporre rapidamente al parere della Conferenza Stato-Regioni (quello sulla certificazione dei crediti scaduti nei confronti degli enti locali). Gli imprenditori, alla canna del gas per gli effetti della recessione e del credit crunch, già ricominciavano a respirare un po’ d’ossigeno. Da allora sono passati due mesi, e di quei decreti (e quindi di quei pagamenti) si sono perse totalmente le tracce. Che fine hanno fatto? Il governo, se prende un impegno, deve onorarlo. Se non lo fa, non può sorprendersi se Squinzi e Camusso siglano il “patto di Serravalle”»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il progressivo rientro dal debito commerciale accumulato dalla Pubblica amministrazione, che secondo le promesse dell’attuale Ministro dell’economia doveva smaltire uno stock di 20/30 miliardi di euro già da quest’anno, sia rimasto lettera morta;

se i ritardi nei pagamenti che hanno messo in crisi tante aziende, a volte le più piccole e innovative, che ora hanno bisogno di liquidità e di un carburante capace di riaccendere il motore della produttività, per sbloccare, stando a quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio dei ministri, la bellezza di 20/30 miliardi di euro già da quest’anno, non siano stati ancora risolti e se la ragione riguardi la mancata copertura;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per onorare gli impegni assunti, restituire ossigeno alle imprese che potrebbero riattivare il circolo economico virtuoso, sensibilizzare le banche non solo con la moral suasion, ma con provvedimenti efficaci e stringenti strumenti legislativi per immettere sul mercato del credito, a disposizione delle imprese vessate, almeno il 40 per cento del 270 miliardi di euro che le banche italiane hanno ricevuto al tasso dell’1 per cento dalla Banca centrale europea, con prestiti triennali a tassi non eccedenti il 3 per cento.

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Moody’s declassamento Italia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07960
Atto n. 4-07960

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in data 13 luglio 2012 Moody’s ha deciso di tagliare di due scalini il rating sui titoli di Stato italiani, portandoli a Baa2 da A3, mantenendo un outlook negativo;

Marco Lettieri e Paolo Raimondi per “Italia Oggi” del 14 luglio scrivono: «Questa volta tocca a Moody’s il compito di attaccare nuovamente e pesantemente la credibilità dell’Italia. In passato è sempre stata Standard & Poor’s, la più potente delle tre sorelle del rating, ad affondare per prima lo stiletto nella schiena della nostra economia. Ma oggi S&P ha seri problemi legali a seguito delle meritorie indagini della Procura di Trani»;

si legge ancora: «Moody’s ha declassato il nostro paese da A3 a Baa2 dandole anche un “outlook negativo” che indica un possibile ulteriore abbassamento! Tra le ragioni addotte vi sarebbero “l’erosione delle fonti di investimenti esteri”, il rischio di contagio proveniente dalla crisi greca e spagnola e il “clima politico” in relazione alle elezioni del 2013. Tali motivazioni ci sembrano di una assoluta banalità e dovrebbero far arrossire qualsiasi rigoroso analista economico. Sarebbe più serio dire che l’Italia merita comunque un bagno di sangue! Il clima politico? Certamente sappiamo che la strada della difesa dell’interesse nazionale e dell’Europa non è mai facile nel paese dei campanili. Ma che dire del clima di incertezza delle elezioni americane? E perché non ipotizzare, per esempio, che la Merkel potrebbe perdere le prossime elezioni tedesche? In quest’ottica si dovrebbe abbassare il rating a tutti. Sarebbe un’assurdità. Il rischio di contagio vale per tutti. Forse, oltre che per quelle spagnole, dovrebbe valere di più per le banche tedesche e francesi che sono tra le più esposte verso il debito della Grecia e della Spagna. Il contagio più devastante, secondo noi, è quello legato ai comportamenti della quarta banca al mondo, la Barclays Bank inglese, che fin dal 2005 ha manipolato il cosiddetto Libor. Il Libor, London interbank offered rate, è un frutto avvelenato della deregulation finanziaria che incide quotidianamente sui i tassi di interesse in ogni parte del mondo. In verità le indagini sulla manipolazione riguardano una ventina di banche internazionali tra cui la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America, la HSHB, la Royal Bank of Scotland, la Deutsche Bank, l’UBS e il Credit Suisse, la Bank of Tokio-Mitsubishi e la Sumitomo Mitsui. Il Gotha della finanza internazionale. La gravità della vicenda è enorme e giustamente il Financial Times ha paragonato le manipolazioni “all’equivalente finanziario dell’avvelenamento delle falde acquifere”. Si ricordi che il Libor influenza tutte le operazioni finanziarie per centinaia di trilioni di dollari, le ipoteche, i mutui sulle case, le carte di credito e i vari prodotti derivati. Dall’inchiesta delle autorità inglesi ed americane risulta che dal 2005 al 2007 la Barclays avrebbe fornito dati gonfiati. Mentre dal 2007 al 2009, nel mezzo della crisi finanziaria globale, avrebbe deliberatamente sottostimato il costo dei prestiti ottenuti dal sistema interbancario al fine di occultare la sua precaria posizione finanziaria. La manipolazione del Libor ha portato miliardi di dollari nelle casse delle banche e ha truffato e indebolito economie, imprese e famiglie. È per questo che la Barclays ha ammesso una sua “condotta sbagliata” e si è detta disposta a pagare una multa di 453 milioni di dollari pur di chiudere il caso ed evitare accuse penali e civili. C’è da chiedersi dove erano le integerrime agenzie di rating, le presunte “occhio di lince”, quando il Libor veniva manipolato con conseguenze drammatiche sui vari titoli di Stato e sugli spread. È comunque davvero sorprendente che la Moody’s esprima il suo giudizio negativo sull’Italia proprio mentre il primo ministro Mario Monti è negli Stati Uniti per discutere con i numero uno della Silicon Valley di cooperazione tecnologica e di investimenti. In quella sede naturalmente Monti cercherà di convincere gli investitori anche sui nostri titoli di Stato perché la quota dei Bot in mani straniere è scesa al 36% rispetto al 52% del 2010. Rispetto alla capacità di innovazione delle nostre imprese gli investimenti esteri dovrebbero oggettivamente essere maggiori. Certo non si può continuare con le lentezze burocratiche e giuridiche che mortificano l’iniziativa privata, sconsigliano investimenti esteri e rallentano le opere pubbliche. Monti ha recentemente parlato di un “percorso di guerra” per affrontare la crisi, non solo quella italiana. Ci auguriamo che in tale “percorso di guerra” egli sappia identificare i sabotatori, i demolitori ed anche gli strateghi della guerra psicologica rispetto ai quali qualsiasi misura di difesa risulta assai difficile. Così come è improcrastinabile intervenire contro la manipolazione del Libor, è altrettanto necessario, sia a livello europeo che internazionale, rompere “l’anello magico” che continua a garantire alle agenzie di rating credibilità e potere di influenzare pesantemente i mercati e le politiche economiche degli Stati»;

considerato che:

nel gennaio 2012 il Governatore della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, intervenendo a Strasburgo durante la seduta del Parlamento europeo, non ha nascosto il pericolo che si cela dietro le modalità con cui hanno operato le agenzie di rating, ha invocato l’apertura del mercato per stimolare la concorrenza sul rating e ha inoltre invitato Stati e istituzioni ad essere meno dipendenti dal loro giudizio: concetto, quest’ultimo, ribadito dal nuovo presidente del Parlamento europeo Martin Schulz poco dopo la sua elezione;

molto più dure erano state, in precedenza, le parole del Commissario europeo agli affari monetari Olli Rehn che, durante un’intervista a una rete televisiva finlandese, aveva in pratica dichiarato che le agenzie di rating fanno gli interessi del capitalismo finanziario americano, accusa non nuova a Bruxelles e nelle capitali europee ma mai avanzata prima in maniera così ufficiale ed esplicita;

se il ruolo del rating può essere ritenuto essenziale, per la sua funzione di termometro per gli investimenti, la credibilità delle agenzie di valutazione è stata inficiata da gravissimi errori compiuti in passato, culminati nell’assegnazione della tripla A ai cosiddetti titoli subprime, vale a dire i prodotti di debito costruiti sulla “bolla” speculativa del “mattone”, da cui ebbe origine il crollo mondiale della finanza. Errori dalle conseguenze disastrose, dovuti, secondo molti osservatori qualificati, alla mancanza di indipendenza e trasparenza ed ai numerosi casi di conflitto di interessi delle stesse agenzie;

sul terreno della prevenzione dei conflitti di interessi, oltre ad imporre una governance più autonoma ed una più efficace verifica delle procedure di valutazione, incidendo sugli attuali limiti di accesso per renderli più favorevoli ai nuovi entranti, ed ampliando le occasioni in cui sia possibile sanzionare sul piano civilistico le responsabilità delle agenzie, appare opportuno riflettere sulla possibilità di prevedere vincoli agli incarichi alle agenzie medesime, senza interferire nel contenuto delle analisi ma al fine di stabilizzare i mercati del credito e di rafforzare la fiducia degli investitori;

da tempo la magistratura italiana ha aperto un’inchiesta su Standard & Poor’s e Moody’s, accusate di aver manipolato il mercato con giudizi falsi, infondati o comunque imprudenti sul sistema economico-finanziario e bancario italiano, ipotizzando l’abuso di informazioni privilegiate per aver elaborato e diffuso, in determinate circostanze relative al 2011 ed a mercati aperti, notizie non corrette, comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico, finanziario e bancario italiano,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo intenda attivare nelle opportune sedi di competenza, anche in occasione dei vertici internazionali convocati nei prossimi giorni, per impedire che una consolidata “cricca” affaristico-finanziaria, composta da agenzie di rating, banche di affari (in primis Goldman Sachs e JP Morgan), fondi speculativi, in concorso tra loro e, a quanto risulta all’interrogante, anche con le distratte autorità vigilanti quali Consob ed European securities and markets authority (Esma), possano distillare quotidiane “pillole avvelenate” sui mercati, per determinare i corsi delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di Stato, con la finalità di conseguire enormi profitti, sulla pelle dei risparmiatori, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, vessati da quelle stesse banche, che, con i loro dolosi ed avidi comportamenti, hanno determinato la crisi sistemica e messo a repentaglio la solidità dell’euro e dell’Europa;

quali iniziative intenda intraprendere per favorire, con ogni azione di propria competenza, l’apertura del mercato e lo smantellamento dell’oligopolio di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, operazioni su cui il Parlamento europeo è impegnato, avviando una riforma del rating che consenta analisi trasparenti, in autonomia e consapevolezza nei confronti degli operatori economici, contribuendo così alla stabilizzazione dei mercati finanziari;

se non intenda attivarsi per la definizione, da parte dell’Esma e della Commissione europea, di ulteriori e più incisivi standard vincolanti per le agenzie di rating, con particolare riferimento a rigorosi criteri di trasparenza dell’assetto societario e alle tecniche di emersione, prevenzione e soluzione del conflitto di interessi;

quali iniziative voglia assumere al fine di implementare, agendo in particolare nelle sedi comunitarie ed internazionali a ciò deputate, gli obblighi relativi al set informativo necessario per la registrazione delle agenzie, le misure per assicurare il puntuale rispetto da parte degli analisti delle prescrizioni relative alla compliance con la normativa comunitaria, nonché gli obblighi riferiti alla completa disponibilità dei dati legati alla valutazione;

come intenda attivarsi per assicurare che siano applicati i requisiti già attualmente richiesti dalla legge vigente per l’operatività di tali soggetti nel territorio nazionale;

se non intenda inoltre adottare ogni attività al fine di favorire, in un contesto segnato da maggiore pluralismo e disponibilità di analisi, la creazione di un’agenzia di rating europea, indipendente e autorevole, nonché di implementare, con più incisività, sul piano giuridico il concetto di responsabilità per le conseguenze delle valutazioni errate delle stesse agenzie;

se, dopo lo scandalo della Barclays in Gran Bretagna relativamente alla manipolazione del Libor, che ha visto coinvolta anche una ventina di banche internazionali, non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di promuovere in sede internazionale una stretta alle regole del mercato bancario per evitare le manipolazioni degli indici e del Libor;

quali iniziative urgenti intenda attivare per verificare i comportamenti, anche penalmente rilevanti, quali la manipolazione dei mercati, tenuti da Barclays e da altre banche come Hsbc, Lloyds Banking Group e Royal Bank of Scotland, sulla base del dossier in mano all’americana CFTC (Commodity Futures Trading Commission), nonché da Deutsche Bank in merito alla manipolazione del tasso interbancario Euribor di riferimento per l’area euro, accertato che, se al Libor sono legati 350.000 miliardi di dollari di derivati su tassi e 10.000 miliardi di prestiti e mutui (dati di fine 2011), all’Euribor – oltre a un gigantesco ammontare per i mutui – sono legati prodotti derivati per 220.000 miliardi di dollari, come accertato dalla stessa CFTC, partendo dai contenuti di alcune e-mail di alcuni operatori in molti derivati intercettate nella sede di Barclays.

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Enpam-irregolarità gestione patrimonio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00500
Atto n. 2-00500

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

lo scandalo che ha coinvolto l’Ente nazionale di previdenza ed assistenza dei medici e e degli odontoiatri (Enpam) ed alcuni avvisi di garanzia hanno indotto il consiglio d’amministrazione ad un opportuno rinnovo delle cariche, che sono tuttora in atto. Tuttavia l’interpellante ha avuto conoscenza dei seguenti fatti ed accadimenti nella gestione ed organizzazione del patrimonio della Fondazione Enpam e della società Enpam Real Estate (ERE) Srl incaricata dalla gestione dello stesso: 1) il dottor Cesare Umberto Bianchini, direttore generale dell’ERE (società distaccata dalla Fondazione Enpam), il 18 aprile 2012, giorno successivo alle perquisizioni effettuate in tutta Italia dalla Guardia di finanza sarebbe stato visto caricare in due autovetture svariati faldoni sotto gli uffici di Via Barberini, 3; 2) nella società ERE, con sede in Roma – via Barberini, 3, sarebbero stati assunti un considerevole numero di dipendenti ex GEFI/CIDS, società quest’ultima che ha gestito in modo scorretto, per due anni 2010-2011, il patrimonio dell’Enpam, sia dal punto di vista amministrativo che tecnico. Risultano gravi mancanze nella gestione delle locazioni che hanno creato una riduzione dei ricavi di circa il 30 per cento; 3) tra la fondazione Enpam e la GEFI/CIDS il contratto non sarebbe stato rinnovato per gravi ed evidenti inadempienze. Il rapporto è stato chiuso – pare non a caso – con una transazione di diversi milioni di euro a favore della GEFI/CIDS; 4) la ERE si occupa della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà della Fondazione Enpam ed è obbligata per l’affidamento degli appalti sia di lavoro che di servizi all’applicazione del codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. Il direttore generale dottor Bianchini e l’ingegner Marcello Maroder, direttore tecnico, gestirebbero l’intero patrimonio immobiliare in modo molto anomalo, violando palesemente quanto previsto dal citato codice. È possibile riscontrare nell’affidamento dei lavori una reiterazione degli stessi sempre alle medesime imprese e non sarebbe difficile verificare i collegamenti esistenti tra le suddette imprese e i citati dirigenti della ERE. Si chiarisce che ad operare sarebbero le stesse imprese che operavano in subappalto con la società GEFI/CIDS. In ultimo la gestione della contabilità di manutenzione ordinaria (diversi milioni di euro all’anno) sarebbe stata affidata totalmente ad un unico soggetto (geometra Stefano Damiano), ex dipendente GEFI/CIDS dove svolgeva lo stesso incarico con i risultati sopra descritti e che hanno creato notevoli danni all’Enpam; 5) i lavori di manutenzione del patrimonio immobiliare dell’Enpam sarebbero gestiti in modo clientelare dall’ERE nella persona del dottor Bianchini e dell’ingegner Maroder che hanno disposto incarichi di lavoro da affidare in modo diretto con tanti micro appalti, di importo mai superiore a 40.000 euro (trattasi di frazionamento d’appalto) e sempre alle stesse imprese, senza alcuna regolare gara d’appalto e con contratti redatti a consuntivo dei lavori stessi; 6) occorre far luce sul fatto che l’ingegner L.C. (dirigente del Servizio investimenti immobiliari) sarebbe proprietario di immobili in zona Trastevere (Roma), realizzati da una delle società riconducibili al signor Antonio Pulcini, imprenditore con il quale l’Enpam, per il tramite del Servizio investimenti immobiliari, ha concluso numerose operazioni immobiliari, non tutte ad oggi oggetto delle indagini della Guardia di finanza, nonché sui rapporti clientelari che li legano; 7) occorre far luce sulle precedenti dismissioni del patrimonio immobiliare dell’Enpam (Roma “Via Val di Cogne”, Pescara, Firenze “Villa dell’Ombrellino”, Milano, Garbagnate Milanese (Milano), Pieve Emanuele (Milano), acquisite dal gruppo Pirelli per un valore, sembra non a caso, coincidente con quello minimo stabilito preliminarmente dal Consiglio d’amministrazione della Fondazione Enpam; 8) appare strano che avendo l’Enpam/ERE chiuso i rapporti con GEFI/CIDS siano presenti negli uffici con frequenza quasi settimanale alcuni dirigenti della società stessa (signor Giuseppe Michelan). Sembrerebbe che il sistema di gestione Enpam-GEFI/CIDS sia stato trasferito nella Enpam/ERE con gli stessi soggetti (l’ingegner Marcello Maroder gestiva il rapporto Enpam- GEFI/CIDS già dal 2010); 9) in ultimo nel 2000 il patrimonio della Fondazione Enpam veniva stimato in 35.000 miliardi di lire (circa 17 miliardi di euro), mentre ad oggi si stima il patrimonio in 10-11 miliardi di euro,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero che il dottor Cesare Umberto Bianchini, direttore generale dell’ERE (società distaccata dalla Fondazione Enpam), il 18 aprile 2012, giorno successivo alle perquisizioni effettuate in tutta Italia dalla Guardia di finanza, è stato visto caricare in due autovetture svariati faldoni sotto gli uffici di Via Barberini, 3 e che nella società ERE sono stati assunti un considerevole numero di dipendenti ex GEFI/CIDS società quest’ultima che ha gestito in modo scorretto, per due anni 2010-2011, il patrimonio dell’Enpam, sia dal punto di vista amministrativo che tecnico, con gravi carenze nella gestione delle locazioni che hanno creato una riduzione dei ricavi di circa il 30 per cento;

se risulti corrispondente al vero che tra la fondazione Enpam e la GEFI/CIDS il contratto non sarebbe stato rinnovato per gravi ed evidenti inadempienze, e quale sia la valutazione del Governo sul fatto che sia stato chiuso con una transazione di diversi milioni di euro a favore della GEFI/CIDS;

se risulti rispondente al vero che la ERE si occupa della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà della Fondazione Enpam ed è obbligata per l’affidamento degli appalti sia di lavoro che di servizi all’applicazione del codice di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006, e che il direttore generale dottor Bianchini e l’ingegner Marcello Maroder, direttore tecnico, gestiscono l’intero patrimonio immobiliare in modo molto anomalo, violando palesemente quanto previsto dal citato codice;

se risponda a verità che nell’affidamento dei lavori vincano sempre le medesime imprese che operavano in subappalto con la società GEFI/CIDS e quali risultino essere i collegamenti esistenti tra le suddette imprese e i citati dirigenti della ERE;

quali risultino essere i criteri per affidare la gestione della contabilità di manutenzione ordinaria (diversi milioni di euro all’anno) totalmente ad un unico soggetto (geometra Stefano Damiano), ex dipendente della GEFI/CIDS, dove svolgeva lo stesso incarico con risultati non soddisfacenti, anzi con notevoli danni all’Enpam;

se risulti vero che i lavori di manutenzione del patrimonio immobiliare dell’Enpam sono gestiti in modo clientelare dall’ERE nella persona del dottor Bianchini e dell’ingegner Maroder che hanno disposto incarichi di lavoro da affidare in modo diretto con tanti micro appalti, di importo mai superiore a 40.000 euro (trattasi di frazionamento d’appalto) e sempre alle stesse imprese, senza alcuna regolare gara d’appalto e con contratti redatti a consuntivo dei lavori stessi;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare, in merito a fatti e circostanze gravissime, che mettono a rischio la sostenibilità pensionistica del maggiore Ente, per restituire trasparenza e credibilità all’Enpam sconvolto da anomale attribuzioni e dalle inchieste giudiziarie, anche per salvaguardare il futuro pensionistico degli aderenti.

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Diminuzione spiagge libere

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07959
Atto n. 4-07959

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

Giovanni Valentini scrive per “la Repubblica” del 14 luglio 2012 sul fenomeno dell’aumento del numero delle spiagge libere date in concessione;

si legge nell’articolo: «Sono un bene comune, ma costituiscono un affare privato. Anche se appartengono giuridicamente allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, le spiagge italiane vengono sfruttate – sul piano ambientale ed economico – da 30 mila aziende titolari delle concessioni demaniali con un esercito di 600 mila operatori, compresi quelli dell’indotto. Dal 2001 a oggi, gli stabilimenti sono più che raddoppiati, passando da 5.368 a circa 12 mila, fino a occupare 900 chilometri di costa: un quarto di quella adatta alla balneazione, su un totale di ottomila chilometri. In pratica, uno ogni 350 metri, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadrati. A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi dichiarati dai gestori (i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti. È contro lo sfruttamento intensivo di questo patrimonio pubblico che il Wwf diffonderà oggi un nuovo dossier, presso la Riserva naturale delle Cesine, in Puglia, sulla costa salentina. Contemporaneamente, inizieranno i lavori di bonifica e rimozione dei rifiuti stratificati da anni lungo l’arenile, al confine dell’area. In poche settimane, la spiaggia tornerà così al suo originario splendore. “Questa è una giornata importante che ci permette di ringraziare tutti gli italiani, gli amici e i partner che hanno contribuito alla campagna “Un mare di Oasi per te”, presentando il risultato concreto della loro partecipazione”, dice Gaetano Benedetto, direttore delle Politiche ambientali dell’associazione. E ora il Wwf chiede di condividere con la Regione e gli altri enti locali un progetto di manutenzione costante, per garantire la bellezza e la vivibilità della spiaggia. Un fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri. In un periplo ideale della Penisola, il Wwf presenta un check-up generale delle spiagge nelle quindici regioni costiere italiane. L’associazione ambientalista ha accertato così che nella maggior parte dei casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping e diventa quindi impraticabile. La Regione più virtuosa risulta la Puglia, con una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede. Qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Eppure, dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi – che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein – impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza. Evidentemente, una spiaggia assegnata in concessione a un privato per mezzo secolo non sarà mai più pubblica né tantomeno libera»;

considerato che:

si apprende da notizie di stampa, ad esempio da un articolo pubblicato su “Nuovo Paesesera” il 14 luglio, che la Spiaggia di Castel Porziano, la spiaggia dei romani, che il Presidente della Repubblica Saragat donò ai cittadini della capitale, l’ultimo baluardo dell’accesso libero al mare e splendido esempio di dune mediterranee del Comune di Roma viene regalato ai privati;

infatti, con una determina dirigenziale del 2 maggio 2012, il XIII Municipio dà all’associazione “Pro Locum Ostium Paradise Beach”, individuata a seguito “indagine informale”, la concessione di 250 metri di arenile della spiaggia di Castel Porziano nel tratto confinante con la tenuta del Presidente della Repubblica, tratto di spiaggia interdetto alla balneazione a causa dell’inquinamento prodotto dal Canale Palocco;

si legge nell’articolo citato, tra l’altro, che «La destra del tredicesimo Municipio continua nella sua politica di svendita di fine stagione»;

sono numerose le manifestazioni di associazioni e cittadini organizzate per difendere il loro diritto di accesso alla battigia senza pagare, considerato che la costa demaniale è un bene comune da tutelare per la fruizione collettiva e interesse pubblico;

ogni anno lo spazio concesso a chi non ha voglia di pagare l’accesso al mare si fa sempre più angusto, sporco e lontano, nonostante l’obbligo di lasciare un po’ di respiro alla spiaggia libera,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui i Comuni continuano ad esercitare questo arbitrio ai danni del territorio e dei cittadini, continuando a “regalare” tratti di spiagge ai privati, impoverendo la collettività di beni ambientali e risorse economiche;

come vengano gestite le gare per la gestione dei servizi balneari e i relativi bandi di affidamento ai privati delle spiagge libere e se questi bandi, in alcuni comuni, non siano ideati al fine di regalare alle solite “famiglie” i pochi tratti rimasti aperti e trasformarli, anche questi, in spiagge chiuse;

come siano regolate le concessioni per la gestione dei punti vendita insistenti sulla spiaggia, considerato che i vecchi chioschi sono cresciuti a dismisura, se tale crescita sia stata autorizzata; se siano state registrate le concessioni notarili, se per tali concessioni sia previsto un canone e se tale canone sia adeguato;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere in difesa delle spiagge libere, perché è diritto di ogni cittadino accedere al mare ed ogni cittadino ha il diritto di balneazione visto che le spiagge sono un bene comune che, però, viene tolto ogni giorno di più agli aventi diritti attraverso un processo di privatizzazione e cementificazione.

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Deragliamento Treno a Bologna

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07958
Atto n. 4-07958

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che il 14 luglio 2012 è deragliato nei pressi di Bologna il treno interregionale Rimini-Voghera;

si legge su “LaStampa.it”, in un articolo pubblicato lo stesso giorno: «Tra i circa 350 passeggeri che viaggiavano questa mattina sul treno interregionale 2855 Voghera-Rimini deragliato nei pressi di Lavino di Mezzo, a pochi chilometri da Bologna, si registrano numerosi contusi ed un ferito non grave. Lo ha comunicato il comando dei carabinieri che è intervenuto sul luogo dell’incidente. Secondo le prime ricostruzioni dell’Arma, questa mattina, alle 9,30, nel Comune di Anzola dell’Emilia all’altezza di via Chiesolino di Lavino di Mezzo, il treno che percorreva la tratta ferroviaria in prossimità di Bologna, composto da sei carrozze più locomotore, è fuoriuscito dai binari per ragioni in corso di accertamento ed è al momento inclinato di circa 45 gradi sulla massicciata. Sono in tutto 26 le persone lievemente ferite (25 in “codice 1″ e 1 in “codice 2″) che sono state trasportate in diversi ospedali di Bologna; altre persone contuse sono state assistite sul posto. Lo ha comunicato la Prefettura di Bologna che sta provvedendo al coordinamento delle attività di assistenza e soccorso ai passeggeri. Per l’assistenza con generi di conforto (acqua e bevande), è stato attivato, tramite il Centro operativo regionale, il volontariato di Protezione civile, mentre Trenitalia ha garantito il trasporto con navette dei circa 300 passeggeri alla stazione di Bologna Centrale per poter proseguire il loro viaggio. Sul posto personale della Polizia di Stato con la specialità della Polizia Ferroviaria, dell’Arma dei Carabinieri, dei Vigili del Fuoco e del 118 hanno portato i primi soccorsi»,

si chiede di sapere:

quali siano le reali cause dell’incidente ed in particolare se esso dipenda da fattore umano o tecnico;

quali siano stati, in dettaglio, gli investimenti o gli interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria degli ultimi cinque anni lungo la linea Rimini-Voghera;

quali siano le misure che il Ministro in indirizzo intende intraprendere per avviare attente verifiche al fine di attuare disposizioni urgenti per il controllo dei dispositivi tecnici che garantiscano un alto livello di sicurezza nelle stazioni ferroviarie italiane, onde garantire che incidenti di questo tipo non accadano più;

quali misure di competenza intenda porre in essere nei confronti di Trenitalia e RFI per migliorare l’infrastruttura e lo standard dei servizi offerti alla clientela, nonché per garantire la sicurezza dei passeggeri, esposti alle carenze che periodicamente emergono nelle strutture e negli apparati della rete ferroviaria.

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Adnkronos: IL SENATORE LANNUTTI IN AULA CONTRO FISCAL COMPACT E CLEPTOCRAZIE EUROPEE

CRISI: LANNUTTI, BANCHIERI A PROCESSO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITA’

IL SENATORE IDV IN AULA CONTRO FISCAL COMPACT E ‘CLEPTOCRAZIE EUROPEE’

Roma, 12 lug. (Adnkronos) – Tre minuti o poco piu’. Tanti sono bastati a Elio Lannutti per prendere la parola in dissenso dal voto di astensione dell’Idv al Senato sul Fiscal compact. Una requisitoria

contro l’”avidita’” dei banchieri e contro il “potere enorme assunto  dai tecnocrati e dalle elites” a tutte spese dei popoli che i governanti non riescono a portare “ad approdi sicuri”. Un intervento che e’ stato interrotto in piu’ punti dai brusii

di protesta di altri senatori (tranne la Lega che lo ha applaudito in alcuni passaggi), soprattutto quando Lannutti, fondatore e presidente dell’associazione dei consumatori Adusbef, ha preso di mira i signori delle banche, con una proposta sui generis.: “Invece di un trattato sul fiscal compact -ha detto- bisognerebbe istituire un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra e invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze bisognerebbe

processarli per crimini economici contro l’umanita’” E quindi, annuncio di voto contro il Fiscal compact, “camicia di forza” che “invece di assicurare la stabilita’ dell’Europa garantira’ dorate poltrone a tecnocrati, burocrati e ottimati che, come novelli principi di Valacchia, continueranno a succhiare il sangue ai popoli europei gia’ dissanguati… Per non essere complice delle cleptocrazie europee”. ha concluso Lannutti.

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Ospedale Oftalmico Roma-Riduzione incarichi apicali aziende sanitarie

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02981
Atto n. 3-02981

Pubblicato il 12 luglio 2012, nella seduta n. 764

LANNUTTI – Al Ministro della salute. -

Premesso che le direttive ministeriali impongono la riduzione del numero degli incarichi apicali nelle aziende sanitarie;

considerato che:

l’azienda RME ha presentato alla Regione Lazio una bozza di atto aziendale, che è stata respinta in quanto non sufficientemente drastica nonostante, per quanto riguarda l’ospedale Oftalmico, prevedesse la cancellazione del Dipartimento di Oftalmologia, che attualmente coordina tre primariati, e la confluenza nel Dipartimento di Chirurgia, unico per tutta l’Azienda, facente capo all’ospedale Santo Spirito;

a giudizio dell’interrogante ciò equivale ad un colpo mortale alla specificità dell’ospedale Oftalmico. Dei tre primariati, ovvero unità operative complesse (UOC), Oftalmologia, Emergenza e Oftalmologia chirurgica, la prima veniva soppressa, la seconda ridotta a Unità operativa semplice dipartimentale (UOSD), la terza, inspiegabilmente, sdoppiata in una UOC di Chirurgia del segmento anteriore ed in una UOC di Chirurgia del segmento posteriore;

tale organizzazione apparentemente sembra perseguire una logica di ottimizzazione delle risorse (riduzione del numero dei primariati da tre a due), ma in realtà potrebbe mirare a favorire l’insediamento di qualche nuovo dirigente, stravolgendo la logica fin qui perseguita di distinzione tra Oftalmologia medica e chirurgica;

dalla proposta soppressione del primariato di Oftalmologia deriverebbe l’azzoppamento dell’Oftalmico, che con il suo pronto soccorso e la sua fama attrae una grande mole di patologie. Tale massa di utenza viene smistata quotidianamente in ambito chirurgico o medico. La mortificazione dell’area medica determinerebbe un drastico depotenziamento dell’offerta di salute visiva ad un vastissimo bacino di utenza,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo, per quanto di sua competenza, non ritenga opportuno e urgente, prima che la Regione proceda a qualsiasi organizzazione apicale su proposta dell’Azienda sanitaria RME, esaminare le motivazioni della proposta di razionalizzazione, pur nell’autonomia decisionale della Regione stessa, evitando che le eventuali modifiche e integrazioni necessarie non siano solo quelle legate a ingiustificati e dannosi tagli.

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Grppo Gepin spa – scorporo ramo di azienda

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07944
Atto n. 4-07944

Pubblicato il 12 luglio 2012, nella seduta n. 764

LANNUTTI , PARDI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

gli interroganti hanno presentato un’interrogazione (4-07029), che ad oggi non ha ricevuto risposta, relativamente alla vicenda Getek ed in particolare alle malefatte finanziarie, fiscali e occupazionali di detto soggetto industriale, nonché ai pesanti problemi che hanno dovuto subire i lavoratori di Getek a Napoli e a Roma, privati delle loro commesse e che non ricevono più incarichi dalla “nuova” società Gepin;

Getek Ict Srl, con sede a Roma via Benedetto Croce, è un’azienda del gruppo Gepin, che nasce a fine anni ’70 ad opera di Gianclaudio Zavaroni il quale, dapprima con alcuni soci, poi da solo, costruisce man mano una realtà industriale di centinaia di dipendenti con più sedi in Italia, orientata alla fornitura di servizi e consulenze software. Dopo la sua morte nel 2001, per un tragico incidente, prende le redini dell’azienda suo figlio Enzo Zavaroni. Le aziende principali del gruppo sono: 1) Kenobi, che è la capogruppo e disbriga i servizi amministrativi e svolge il ruolo di procacciatore di affari per le aziende operative, con pochissimi dipendenti (negli anni da 4 a 6); 2) Gepin generale per l’informatica, azienda storica del gruppo con sede principale a Roma, che è soprattutto operativa nel software, definita per brevità Gepin GPI SpA; 3) Gepin Engineering, nasce a Napoli per seguire le commesse in Telecom/Telesoft e successivamente spostatosi anche a Roma con una filiale nella capitale, la cui consistenza del personale e del volume di attività è analoga a quella di Gepin GPI; 4) Fingepin, nata con l’idea di una finanziaria interna (anche se in effetti il ruolo di holding è sempre stato mantenuto da Kenobi), che fornisce servizi di consulenza software, rimane con pochissimi dipendenti fino alla liquidazione avvenuta nel 2007; 5) Datitalia Processing, società di servizi software attiva a Napoli a beneficio del Banco di Napoli, dismessa dal nuovo proprietario Sanpaolo di Torino, acquisita da Gepin Engineering nel 2002 e incorporata nel 2003 in Gepin Engineering, dalla cui fusione risulterà la Gepin Datitalia. Fin dal suo primo apparire nel gruppo il soggetto Datitalia/Gepin Datitalia è stato impressionante teatro di massicce e frequenti espulsioni di personale attraverso ripetute procedure di mobilità/cassa integrazione straordinaria. Si parla di un’azienda che negli ultimi quattro anni ha dimezzato il numero dei suoi dipendenti (da 1.000 a poco più di 500). Un’azienda che nel corso dell’ultimo decennio ha cambiato tanti nomi e ragioni sociali, ha creato e disfatto aziende controllate, si è fusa, incorporata, poi sfusa e scorporata, ha portato i capitali in una azienda fittizia con sede nelle Azzorre, noto paradiso fiscale, ed è accusata di aver sottratto al fisco italiano la bellezza di 70 milioni di euro, in un groviglio di fatti e misfatti perpetrati ai danni dei lavoratori, del fisco e della società civile;

il gruppo Gepin ha subito un’evoluzione societaria tra il 2002 ed il 2010 per trasferire quote societarie ed effettuare manovre societarie che agli interroganti appaiono fraudolente, che hanno portato all’impressionante debito tributario di quasi 74 milioni di euro addossato alla Getek;

considerato che:

recentemente il presidente del consiglio di amministrazione della Gepin SpA ha comunicato che a breve verrà operato un altro scorporo di azienda;

a riguardo le organizzazioni sindacali hanno ricevuto una lettera che porta all’oggetto: conferimento del ramo d’azienda addetto alla produzione di software e consulenza specialistica per la pubblica amministrazione alla Gepin PA Srl, ai sensi dell’art. 2464 del codice civile;

nella richiamata lettera, per quanto risulta agli interroganti, si comunica che, ai sensi dell’art. 47 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, è stata avviata la procedura di conferimento del ramo d’azienda addetto alla produzione di software per la pubblica amministrazione (software development PA) alla Gepin PA. Srl (società conferitaria), ai sensi dell’art. 2464 del codice civile; si informa altresì che, quanto ai tempi e modi dell’operazione, l’11 giugno 2012 il consiglio di amministrazione della Gepin SpA ha deliberato la costituzione della Gepin PA Srl (società unipersonale) ed il successivo conferimento alla stessa del ramo d’azienda addetto alla produzione di software per la pubblica amministrazione, ai sensi dell’art. 2464 del codice civile; previa relazione giurata di un revisore legale o di una società di revisione legali iscritti nell’apposito registro. Gli effetti del conferimento, limitatamente al subentro della società conferitaria nei rapporti di lavoro dipendente, sarebbero decorsi dal 1° settembre 2012. Quanto allo scopo del conferimento, si asserisce che l’operazione ha lo scopo di valorizzare le competenze e le esperienze della Gepin SpA nel settore della pubblica amministrazione, nonché di razionalizzare la struttura organizzativa, contenendo i costi della produzione. Le vicende degli ultimi anni hanno messo in evidenza le differenze organizzative ed operative delle due diverse “anime” della società (clientele pubblica e clientele private), che, se gestite adeguatamente possono favorire il processo di miglioramento in corso e, quindi, creare valore. Tali differenze, ad esempio, riguardano le attivittà di acquisizione delle commesse, mediante offerta da una parte e gara dall’altra, le procedure di collaudo, le garanzie post operam, le certificazioni professionali, i tempi di pagamento, i divieti delle anticipazioni o di cessione di crediti, che riguardano solo la pubblica amministrazione, le alleanze con altri operatori, pressoché assenti nel caso di clientele private e quasi sempre necessarie nell’altro caso. Quanto alle conseguenze giuridiche, economiche e sociali per i lavoratori, il conferimento, di per sé, non comporta conseguenze giuridiche, economiche e sociali per il personale coinvolto, ossia per i lavoratori impiegati stabilmente nelle attività di produzione di software per la pubblica amministrazione (software development PA). Quanto alle misure previste nei confronti dei lavoratori, non ne sono previste di particolari nei confronti del personale coinvolto, il cui rapporto di lavoro sarebbe proseguito con la società conferitaria senza soluzione di continuità, ai sensi dell’art. 2112 del codice civile. La società conferitaria non è iscritta ad alcuna Associazione di categoria, come la Gepin SpA, e, per la definizione dei trattamenti minimi, avrebbe fatto riferimento al contralto collettivo nazionale di lavoro del lavoratori addetti all’industria metalmeccanica (Federmeccanica Confindustria). Quanto all’andamento del mercato, si afferma che il mercato nazionale dell’information technology (IT) nel 2011 ha continuato a “perdere terreno” ed ha subito una contrazione del 4,1 per cento del volume d’affari, da 18,4 a 17,6 milioni di euro, dopo la flessione dell’1,4 per cento dell’anno precedente. Autorevoli analisti economici prevedono che la flessione perdurerà nei prossimi mesi e che solo nel 2013 dovrebbe invertirsi della tendenza, anche in virtù dell’auspicata ripresa economica nazionale. Dall’analisi degli ultimi dati congiunturali si evince che in questo momento le medie e grandi imprese dell’IT manifestano uno stato di sofferenza sull’andamento di fatturati (in peggioramento per il 25 per cento delle medie rispetto al 14 per cento rilevato ad aprile, per il 7 per cento delle grandi rispetto al 5 per cento di aprile) e del portafoglio ordini. Nell’attesa dell’auspicata inversione di tendenza, le imprese che operano sul mercato dell’IT avrebbero dovuto dotarsi di strutture sempre più efficienti e flessibili, e, anche mediante opportune alleanze, ridurre i costi di produzione, al fine di accrescere la loro competitiva;

i lavoratori temono, con questa nuova operazione annunciata, il ripetersi del fallimento della Getek. Ancora una volta una quantità di attività e commesse saranno trasferite in un nuovo soggetto, mentre l’attuale società sarà probabilmente lasciata in una deriva occupazionale, debitoria e di tasse non pagate;

i lavoratori non ritengono che l’interesse alle commesse della pubblica amministrazione abbia altro fine se non quello di delimitare un perimetro iniziale per giustificare un nuovo ramo d’azienda, nel quale “fatalmente” confluiranno tutte le attività remunerative. Probabilmente, una volta completata l’operazione, si procederà a rinominare anche la nuova azienda, magari recuperando lo storico marchio “Gepin generale per l’informatica”; a riguardo c’è un congruo gruppo di consulenti “arruolati” dopo l’ultima mobilità;

ad oggi i lavoratori sono ancora in attesa di ricevere la metà dello stipendio di maggio e di percepire i relativi buoni pasto, i colleghi ex Altran (acquisiti da un anno) e soprattutto i dipendenti in mobilità sono ancora in attesa delle loro competenze (trattamento di fine rapporto, ferie, mancato preavviso, eccetera) e, per il momento, si sono visti proporre solo un vago accordo di rateizzazione;

il rischio che paventano i dipendenti è che l’esigibilità delle competenze venga pregiudicata da un fallimento dell’azienda debitrice,

si chiede di sapere:

alla luce di quanto esposto in premessa e di quanto sollevato nel precedente atto di sindacato ispettivo (4-07029) relativamente agli intrecci societari praticati dal gruppo Gepin, se il Governo sia a conoscenza di un intervento delle autorità vigilanti a riguardo;

quali risultino essere i motivi per cui sono ancora una volta i lavoratori a pagare di tasca loro la dissennata conduzione imprudente del gruppo il quale ha deciso di istituire un nuovo soggetto che parte ripulito dai debiti lasciati in eredità alla vecchia società, la quale rischia la deriva, debiti a loro volta generati dalla malagestione di amministratori incapaci e strapagati, che sembrano esentati da ogni responsabilità;

quali iniziative concrete intenda porre in essere al fine di ottenere il pagamento per tutti i lavoratori di tutte le spettanze arretrate;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di salvaguardare i diritti dei lavoratori, ancora oggi calpestati dalla società in questione a causa di gestioni scellerate che hanno l’unico scopo di perseguire l’interesse dei vertici a danno dei dipendenti, affinché si prospetti una diversa strategia industriale per il gruppo Gepin con un concreto piano che assicuri la salvaguardia dell’occupazione e della produzione.

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Intervento in Aula su Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 764 del 12/07/2012

 

Seguito della discussione e approvazione del disegno di legge:

(3240) Ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (MES), con Allegati, fatto a Bruxelles il 2 febbraio 2012

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, accolgo certamente la richiesta del collega Rizzi.

Mi consenta una breve dichiarazione di voto sull’ordine del giorno in esame, perché noi riteniamo di svuotare l’oceano con un piccolo cucchiaio: 700 miliardi di euro, mentre abbiamo di fronte 700.000 miliardi di euro di prodotti derivati.

Ogni giorno ci sono scandali bancari, crack, che hanno coinvolto addirittura il Parlamento inglese e la City di Londra. Qualche giorno fa il Governatore della Banca d’Inghilterra è stato messo sotto accusa per la finanza speculativa e ciò è avvenuto nella disattenzione totale, nel conformismo anche di quest’Aula. Me ne dispiaccio.

Ritengo quindi di dover lasciare agli atti almeno una dichiarazione su quella che viene rappresentata come una cessione di sovranità a qualcosa che ci vergogniamo di chiamare “banca” e che quindi definiamo meccanismo. Ma cos’è un meccanismo? Io che sono avanzato negli anni ricordo quando non c’erano i robot, la grande finanza, gli HFT (Hight-Frequency-Trading), meccanismi ad alta frequenza che ogni giorno su piattaforme opache intermediano miliardi e miliardi di euro dal nulla. Me lo ricordo, giocavamo con dei meccanismi. E ora, in Europa, vogliamo risolvere la crisi con i meccanismi, con massimo 700 miliardi di euro su 700.000 miliardi!

Ringrazio il relatore, senatore Dini, che almeno ha condiviso la prima parte dell’ordine del giorno, la descrizione puntuale degli effetti della crisi sistemica. Ovviamente non può condividere il dispositivo. Lo ringrazio comunque e con lui ringrazio il Governo e il Sottosegretario, ma, signora Presidente, chiedo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Lannutti, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, nei tre minuti che mi spettano, voglio ricordare che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sulla dittatura degli spread. La sovranità appartiene al Popolo, non ai banchieri, ai tecnocrati ed agli oligarchi i quali, per l’incapacità di una visione politica e per la carenza di statisti, sostituiti da imbonitori e piazzisti, hanno trasferito il potere democratico ai «mercanti del tempio», imponendo i Governi degli illuminati.

Annuncio dunque il mio voto contro questo meccanismo, spacciato per fondo salva-Stati, quale potente e pericoloso strumento, ideato dall’oligarchia e dalla cleptocrazia bancaria per salvare se stessa e la propria avidità. È un mostro giuridico, peggiore della BCE, dotato di poteri enormi ed ampie immunità, senza alcuna responsabilità, per sottrarre agli Stati la residua sovranità.

Festeggeranno i tecnocrati, gli oligarchi e le mafiomassonerie di Bilderberg e Goldman Sachs, che hanno prodotto la crisi – miliardi di denaro dal nulla – in combutta con banche di affari, agenzie di rating, fondi speculativi e la complicità di banchieri centrali, criminali seriali: avranno poteri enormi superiori a quelli dei Governi democraticamente eletti.

Non è accettabile che queste oligarchie finanziarie possano creare «mostri giuridici». Nei giorni in cui Roubini, professore di economia, ha auspicato di vedere impiccati i banchieri nelle pubbliche piazze, la mia coscienza di uomo libero mi impone di votare contro un meccanismo di usura legalizzata, che continuerà a succhiare il sangue ai popoli, ipotecando il futuro dei giovani e che non risolverà affatto la crisi sistemica, con una dotazione di 700 miliardi di euro contro 700.000 miliardi di derivati, ma la aggraverà.

Mi auguro di sbagliare, ma per questo voterò contro il provvedimento in esame.

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