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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00504
Atto n. 2-00504

Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che:

in data 17 aprile 2012 è entrato in vigore il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, recante “Limite massimo retributivo per emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali” (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 89 del 16 aprile 2012);

il decreto, adottato in attuazione dell’art. 23-ter del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, fissa il livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo degli emolumenti spettanti a ciascuna fascia o categoria di personale che riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali, di cui all’articolo l, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché a quelli in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo;

pertanto il trattamento economico annuale complessivo non potrà superare quello spettante al primo Presidente della Corte di cassazione, pari nell’anno 2011 a 293.658,95 euro;

secondo tale decreto, inoltre, per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25 per cento del loro trattamento economico fondamentale;

tali somme così sbloccate confluiranno nel fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato;

l’articolo 3, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, sancisce che ai fini dell’applicazione della disciplina, «sono computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all’interessato a carico del medesimo o di più organismi, anche nel caso di pluralità di incarichi conferiti da uno stesso organismo nel corso dell’anno», stabilendo l’obbligo di produrre tali dichiarazioni entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del decreto;

considerato che:

per alcuni dei dipendenti interessati ciò comporterà una forte variazione in termini economici. Perché tra le decine di manager pubblici il cui stipendio “oltrepassa” quello del primo Presidente di Cassazione (291.000 euro all’anno), ce ne sono alcuni che guadagnano il doppio. A quanto risulta all’interrogante a guidare la classifica è il capo della polizia Antonio Manganelli, che porta a casa ogni anno la bellezza di 621.253 euro lordi; secondo, anche se piuttosto staccato, è il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio con 562.331 euro; chiude il “podio” l’ex capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, con 543.954 euro. Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del Ministero dell’economia e delle finanze, arriva a 536.906 euro. Il primo dei militari presenti in classifica è il capo di Stato maggiore della difesa, Biagio Abrate, che guadagna 482.019 euro; il direttore generale dei Monopoli di Stato, Raffaele Ferrara, 481.214 euro; il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giuseppe Valotto, 481.021; il collega della Marina, Bruno Branciforte, 481.006. Restando in campo militare, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Leonardo Gallittelli, si ferma a 462.642 euro; prima di lui, nella classifica, i tre presidenti di Authority (Giovanni Pitruzzella dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Corrado Calabrò dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Pier Paolo Bortoni dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas) a 475.643 euro all’anno. Seguono il segretario generale dell’Aeronautica Giuseppe Bernardis con 460.000 euro, il segretario generale della difesa Claudio de Bertolis con 451.000 e il segretario generale degli esteri, Giampiero Massolo, con 412.000. Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi, tutti dell’Autorità per l’energia, prendono 396.000 euro;

come noto “la Casta” è il titolo di un libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, pubblicato nel 2007, che metteva in luce, tramite il desueto strumento del giornalismo d’inchiesta, sprechi e ruberie del sistema politico italiano a tutti i livelli, dal Parlamento ai Comuni;

il libro è riuscito ad alimentare il già diffuso disprezzo dell’opinione pubblica nei confronti del sistema politico e di una classe politica definita “casta”, etichetta applicata a chiunque eserciti attività politica a qualunque titolo, e, d’altro lato, a ridurre l’attenzione alla razionalizzazione del sistema politico-istituzionale al puro e semplice dato economico;

la classe politica è caduta così in basso perché non è stata in grado di dare soluzioni ai problemi del Paese, dei cittadini impoveriti e delle famiglie taglieggiate da banche, monopoli ed oligopoli, che secondo alcune stime, solo con il pretesto dell’euro, hanno sottratto dal 2002 ben 200 miliardi di euro dalle tasche di tutti coloro che hanno subito prezzi e tariffe, a vantaggio di coloro che hanno avuto la possibilità di determinarli, a prescindere dalla qualità dei servizi, anche di origine pubblica o semi-pubblica, deteriorati, specie nel settore dei trasporti;

la classe politica quindi è diventata il capro espiatorio anche per l’incapacità di ribellarsi alle campagne scandalistiche, ma soprattutto per aver subito, in silenzio, le direttive della burocrazia anche di tipo ministeriale, che si è messa al riparo da tagli e politiche di sacrifici sempre a spese delle famiglie e dei consumatori utenti, oggetto di una pressione fiscale senza precedenti;

scrivono Stefano Feltri e Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano” del 17 luglio 2012: «Sono ricchi, talvolta ricchissimi, hanno storie diverse, alcuni lavorano tantissimo, altri hanno solo cariche di rappresentanza ma ben remunerate. Ma hanno tutti una cosa in comune: lavorano per la Pubblica amministrazione. Grazie a una legge del 1982, ogni anno i “titolari di cariche elettive e direttive di alcuni enti”, cioè manager scelti dalla politica per guidare pezzi del potere economico statale o parastatale, devono rendere nota la loro dichiarazione dei redditi dell’anno precedente e la loro situazione patrimoniale, le auto che possiedono e le società di cui hanno azioni. Attenzione: si parla dei redditi complessivi, non degli stipendi pagati dalla pubblica amministrazione (anche se per molti le due cose coincidono, soprattutto per quelli al vertice di istituzioni che rendono incompatibili gli incarichi privati). Dal bollettino pubblicato ieri sui redditi 2010 che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare emerge uno spaccato della società italiana, il racconto di chi sono i veri ricchi di questo Paese (almeno i veri ricchi che non evadono, o quasi). Nell’elenco compaiono alcuni politici, tipo Piero Fassino (128.191 euro) o Matteo Renzi (109.573 euro) in quanto presidenti di fondazioni locali, a Torino il teatro Regio, a Firenze il Maggio Fiorentino. Gianni Alemanno, citato in quanto presidente della Fondazione teatro dell’Opera di Roma, dichiara 152.055. Ma sembrano indigenti a confronto degli altri. Gli stipendi più alti si trovano nella prima linea delle società controllate dal Tesoro, nomi poco conosciuti al grande pubblico ma strapagati: guadagna 727.170 euro Domenico Arcuri, amministratore delegato di quell’Invitalia che aveva scelto lo squattrinato Massimo Di Risio per rilevare la Fiat di Termini Imerese (ora è stato scaricato da tutti, dopo aver fatto perdere un anno di tempo). Il vicepresidente di Fintecna, società che sta passando dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, Vincenzo Dettori, dichiara 392.392 euro. Mentre i due vertici della Cassa depositi e prestiti sono su un altro ordine di grandezza: il presidente Franco Bassanini ha un reddito di 567.262, l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini 1.925.997. Ci sono anche figure di cui ci eravamo un po’ dimenticati: a fine 2011 il professor Augusto Fantozzi si è dimesso da commissario straordinario di Alitalia, incaricato di liquidare quel che restava della bad company, ma per il 2010 ha dichiarato un reddito di 3.686.272. Il suo compenso per l’attività di commissario è sempre stato misterioso e tuttora non sappiamo quanta parte di quei 3,6 milioni sia dovuta a tale attività. Il suo successore Stefano Ambrosini, che nel 2010 ancora non era subentrato a Fantozzi, si ferma a 957.379. L’ex leghista Dario Fruscio è stato per anni nel cda dell’Eni, poi è passato all’Agea, la società che gestisce i finanziamenti all’agricoltura, Umberto Bossi lo aveva rimosso e lui è riuscito a riprendersi la poltrona a colpi di ricorsi al Tar: deve essere ben pagata, visto che nel 2010 Fruscio ha dichiarato 1.048.478 euro. Un altro manager di area leghista, il varesotto Giuseppe Bonomi, alla Sea che gestisce l’aeroporto di Malpensa, dichiarava 919.847 euro. Nel rapporto curato dalla presidenza del Consiglio ci sono anche curiose eccezioni verso l’alto e verso il basso. L’imprenditrice milanese Diana Bracco, che figura in quanto presidente di Expo 2015, ha un reddito di 5,6 milioni di euro, ma non stupisce più di tanto, è noto che il suo gruppo sia redditizio. Sorprende invece un po’ la situazione di Mauro Cipollini, amministratore delegato di TechnoSky, una controllata dell’Enav, l’ente nazionale per l’aviazione civile che è finito al centro di alcune inchieste per presunte tangenti. Cipollini nel 2010 ha dichiarato soltanto 3.987 euro. Eppure nel 2007 ha comprato una Mini Cooper e l’anno successivo, nel 2011, immatricola una Porche Cayenne. Altra curiosità: nell’elenco c’è perfino il professor Francesco Alberoni, un tempo guru della sociologia all’Università di Trento oggi pensionato ed editorialista (nel 2010 ancora al Corriere della Sera) e presidente del Centro sperimentale di cinematografia: reddito da 396.389 euro. Chi lavora alla Rai e alla Banca d’Italia ha redditi decisamente superiori. L’ex presidente della tv pubblica, il giornalista Paolo Garimberti, nel 2010 guadagnava 670.304 euro, l’allora direttore generale Mauro Masi ne dichiarava quasi altrettanti, 695.466, la sua sostituta Lorenza Lei si fermava a 424.106. Alla Banca d’Italia nel 2010 il più ricco era Mario Draghi, allora governatore, con 1,021 milioni di euro. Il suo direttore generale, Fabrizio Saccomanni, che ora potrebbe essere riconfermato dopo aver sfiorato la nomina a governatore, non se la passava tanto peggio: 838.596 euro. Ignazio Visco, suo vice all’epoca e oggi governatore, dichiarava la metà ma comunque cifre consistenti: 405.201 euro. Poi c’è Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e di cui tutto è noto, visto che è quotata in Borsa. O meglio, sono noti gli stipendi dei suoi top manager ma non le loro dichiarazioni dei redditi. Eccole: nel 2010 Giuseppe Orsi, oggi presidente, dichiarava 1,654 milioni, l’allora presidente Pier Francesco Guarguaglini 5,5 milioni, Giorgio Zappa e Alessandro Pansa, entrambi con la carica di direttore generale, avevano rispettivamente un reddito di 2,5 e 2,6 milioni. (…) Qualche mese fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, reddito 2010 da 1,36 milioni, si era detto sicuro che nel 2013 avrebbe dichiarato soltanto i 294 mila euro previsti dal governo»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012 copra tutte le cariche direttive;

se le disposizioni approvate di cui al citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri abbiano ottenuto gli effetti desiderati in tema di riduzione degli stipendi e, in caso affermativo, a quanto ammontino le minori spese a carico della finanza pubblica conseguenti alla riduzione.

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