Month: agosto 2012

Attentato Brindisi – Ragazze ustionate

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00513
Atto n. 2-00513

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI , MASCITELLI , PEDICA , CARLINO , DI NARDO – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

alla famiglia di Melissa Bassi, la ragazza di 16 anni uccisa dalla bomba nella scuola di Brindisi del 19 maggio 2012, la compagnia assicurativa della scuola «Morvillo Falcone», liquidò la somma di 80.000 euro, massimale previsto in caso di morte di uno studente, mentre sembra che le altre ragazze ferite non verranno neppure risarcite;

scrive infatti il “Corriere della sera” del 7 agosto 2012 che il legale delle compagne di scuola di Melissa protesta il fatto che l’assicurazione li considera soltanto danni estetici. Ustionate dalla bomba, non saranno risarcite;

si legge: «Alla famiglia di Melissa Bassi, la ragazza di 16 anni uccisa dalla bomba di Brindisi del 19 maggio scorso, la compagnia assicurativa della scuola “Morvillo Falcone”, la Reale Mutua Assicurazioni di Torino, liquidò subito, pochi giorni dopo, la somma di 80 mila euro, il massimale previsto in caso di morte di uno studente. Al milionario risarcimento dovrà pensare invece, quando l’iter giudiziario sarà finito, la famiglia di Giovanni Vantaggiato, il reo confesso dell’attentato. Ma ieri l’avvocato Mauro Resta, che assiste due compagne di scuola di Melissa, Azzurra Camarda e Sabrina Ribezzi, ha lanciato l’allarme: “In questi giorni sono in corso le visite medico-legali per stabilire l’entità delle conseguenze fisiche riportate dalle ferite. Dalla compagnia assicuratrice della scuola ci hanno fatto già sapere, però, che le ustioni non verranno inserite nel computo dei danni da liquidare perché considerate danni estetici”. Danni estetici? La liquidazione, ha spiegato l’avvocato all’agenzia Ansa, scatta solo se per via delle lesioni da ustione viene rilevata una menomazione: allora si tratta di “danni funzionali” causati dall’infortunio. Diversamente, però, l’assicurazione non paga. Va detto, certo, che la polizza fu stipulata in tempi non sospetti, con una firma di routine apposta in calce a un contratto, quando nessuno poteva immaginare che davanti al cancello della “Morvillo Falcone” si sarebbe consumato uno degli attentati più atroci di sempre, con una ragazza uccisa e altre nove ferite, cinque delle quali ricoverate a lungo in ospedale. Le cicatrici delle ragazze sconvolte dalla bomba, però, non sembrano proprio da annoverare nella categoria degli inestetismi: “Sono segni permanenti che portano sulla propria pelle e non è possibile che non le si consideri come una mutilazione”, è il pensiero dell’avvocato Resta. In attesa di riscontri da Torino, bisogna dire che nel frattempo la Regione Puglia e il Comune di Mesagne si sono dati molto da fare per assistere le famiglie delle vittime dell’attentato. Stiamo parlando di cure costosissime: bendaggi, pomate, creme, unguenti e detergenti da usare ogni giorno per lenire le ferite che bruciano. Per fare un esempio: le pomate in farmacia sono considerate cosmetici e quindi per esse non è prevista alcuna esenzione. Così sono stati stanziati duecentomila euro e diecimila sono già andati a ciascuna delle famiglie. Anna Canoci, a causa dello scoppio, ha perso quasi del tutto l’udito e a breve dovrà andare a Pisa (come Veronica Capodieci, tornata a casa domenica) per sottoporsi a visite mediche specialistiche. Anche Anna riceverà ora un aiuto dalla Regione. L’assessore alla Protezione civile, Fabiano Amati, chiederà alla Procura la lista completa delle parti offese per estendere il contributo a tutti coloro che dimostreranno di averne bisogno»;

considerato che i problemi da affrontare da parte delle famiglie colpite restano ancora tanti. Come richiamato nell’articolo, una delle ragazze, Anna Canoci, ha perso quasi completamente l’udito nell’esplosione del maggio scorso alla scuola. Dovrà sottoporsi a visite mediche specialistiche e dovrà recarsi presso centri specializzati a Pisa, per sperare di recuperare almeno in parte. Altre risorse saranno necessarie e dovranno essere reperite dalla famiglia,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che la Reale mutua assicurazioni di Torino non risarcirà i danni sofferti dalle studentesse che portano i segni permanenti delle gravissime ustioni causate dell’esplosione del 19 maggio 2012 e che hanno sostenuto ingenti spese mediche dovendo sopportare altresì lunghi e penosi periodi di degenza ospedaliera;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per imporre alle compagnie assicurative, a giudizio dell’interpellante protette dall’inerzia dell’Isvap, il rispetto dei sacrosanti diritti degli assicurati.

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Spending review-Legge Mancia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08114
Atto n. 4-08114

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il comma 12-quater dell’articolo 23 della cosiddetta spending review, decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”, introdotto nel corso dell’esame del Senato, reca modifiche all’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), volte, da un lato, ad aumentare la dotazione del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio per l’anno 2013 da 50 a 90 milioni di euro, e, dall’altro, a diminuire le risorse del Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili destinate per l’anno 2012 ad analoghe finalità di riequilibrio socio-economico e di sviluppo dei territori, che vengono ridotte da 100 a 70 milioni di euro;

in particolare, le modifiche all’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2001 sono volte a ridurre da 1.143 a 1.113 milioni il rifinanziamento disposto per l’anno 2012 dalla legge di stabilità al Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili, con riferimento specifico alla quota parte del Fondo destinata al finanziamento di interventi urgenti di riequilibrio socio-economico, ivi compresi interventi di messa in sicurezza dei territori, e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali, di cui all’articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge di stabilità per il 2011. Tale quota si riduce, pertanto, da 100 a 70 milioni di euro;

si ricorda che il Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili è stato istituito dal dall’articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge n. 5 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 33 del 2009, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze (cap. 3071). L’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2011 ha rifinanziato il Fondo per l’anno 2012 nell’importo di 1.143 milioni per il 2012, prevedendone il riparto tra le finalità indicate nell’elenco 3 allegato alla legge medesima, con appositi decreti del Presidente del Consiglio dei ministri;

la norma ha, altresì, previsto che una quota pari a 100 milioni di euro sia specificamente destinata al finanziamento di interventi urgenti di riequilibrio socio-economico, ivi compresi interventi di messa in sicurezza dei territori, e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali, secondo quanto già previsto dall’articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge di stabilità per il 2011 (legge n. 220 del 2010). Alla ripartizione di tale quota è previsto che si provveda con modalità diverse rispetto a quanto previsto per il resto delle risorse del Fondo, e precisamente con decreto del Ministro dell’economia, in coerenza con apposito atto di indirizzo delle Commissioni parlamentari competenti per i profili di carattere finanziario;

si osserva che altre norme del provvedimento interessano il Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili, ed in particolare, il comma 18 dell’articolo 7, che definanzia il Fondo per l’anno 2012 di 39 milioni di euro, e il comma 8 dell’articolo 23, che rifinanzia il Fondo per l’anno 2013 di 658 milioni;

inoltre, le misure di modificazione introdotte sono volte ad aumentare da 50 a 90 milioni di euro per l’anno 2013 l’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 13, comma 3-quater, del decreto-legge n. 112 del 2008, istitutiva del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio (cosiddetta legge mancia);

tale articolo ha istituito, presso il Ministero dell’economia (cap. 7536), il Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, dotandolo originariamente di 60 milioni di euro per il 2009 e di 30 milioni per ciascun anno del biennio 2010-2011, e destinando le relative risorse alla concessione di contributi statali per interventi realizzati dagli enti destinatari nei rispettivi territori, finalizzati al risanamento ed al recupero dell’ambiente e allo sviluppo economico dei territori stessi;

si ricorda che tale fondo è stato successivamente rifinanziato da una serie di disposizioni legislative. Per gli anni 2011 e 2012, il rifinanziamento delle finalità del Fondo è posto a valere sulle risorse del Fondo per le esigenze urgenti e indifferibili, nell’ambito del quale è stata prevista un’apposita riserva, come detto sopra;

alla ripartizione delle risorse e all’individuazione degli enti beneficiari del Fondo è previsto che si provveda con decreto del Ministro dell’economia, emanato in coerenza con un apposito atto di indirizzo delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari;

il Fondo per interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive e culturali e sociali (istituita con la legge finanziaria del 2010) prevedeva lo stanziamento di 150 milioni di euro da dare ai partiti, 100 nel 2012 e 50 nel 2013. Pertanto per quanto risulta all’interrogante l’articolo in questione compie una sorta di “gioco di prestigio” riducendo di 30 milioni il fondo della legge mancia per il 2012 (cioè da 100 a 70 milioni), ma aumentando di 40 milioni quello per il 2013 (da 50 a 90 milioni). Una sorta di partita di giro da cui saltano fuori 10 milioni in più da spartire;

a giudizio dell’interrogante la cosiddetta legge mancia è uno strumento volto appositamente ad incoraggiare il clientelismo, con contributi a pioggia e mirati ai singoli destinatari che, ad oggi, rappresenta l’ennesima mancanza di rispetto per il “sacrificio” continuo richiesto al popolo italiano. L’impostazione “montiana” del rigore e del sacrificio sociale, cavallo di battaglia dei partiti che giustificano la delega in bianco lasciata nelle mani dell’attuale Governo tecnico, non coincide con il loro modus operandi;

è arrivata la stroncatura senza appello operata dalla Corte dei conti nei confronti della “legge mancia” per gli anni 2009-2011. La Corte pronuncia giudizi molto chiari e inappellabili, tacciando la legge di incostituzionalità e, soprattutto, sostenendo che le finalità del fondo sul quale ogni anno vengono concentrati i finanziamenti da ripartire sembrano fatte apposta per poter farvi rientrare qualunque cosa;

si legge sulla voce “Legge mancia” pubblicata sul sito Internet dell’enciclopedia “Treccani”: «Figlia di questi tempi (…) e di questi Governi, a far sorridere, forse, gli economisti, perché si riferisce a somme modeste, messe a paragone con l’entità del bilancio statale, è la legge mancia. Una leggina nel senso letterale del termine: davvero particolaristica e limitata, “il resto mancia”, “grazie!”. Mentre si stanno per chiudere i giochi della Finanziaria, deputati e senatori, improvvisamente memori del proprio elettorato territoriale di riferimento, cercano di far passare una mancia(ta) di finanziamenti per operine di ristrutturazione che riguardano il campanile della chiesa pievana danneggiato dalle piogge acide, le siepi deperite che cingono il giardino dove sorge lo stabile che ospita la pregiata associazione cittadina dei giocatori di canasta, la terrazza panoramica del Country Club “Vecchie glorie dei reality show”… Proponi che ti proponi, alla fine si ammonticchia una sommetta ragguardevole, agli occhi del comune mortale (548 milioni di euro nel 2004, per esempio): le ipotesi di finanziamenti da spargere per l’Italia dei cento(mila) campanili vengono raccolte e così prende forma il gruzzolo complessivo della mancia, che troverà adeguata collocazione nella legge apposita, recante, in realtà, denominazione ufficiale rigorosamente denotativa, del genere “interventi in materia di programmazione dello sviluppo economico e sociale territoriale”. Viene un po’ di tristezza a pensare che necessità locali di spesa, magari (chissà) giustificabili, debbano infilarsi di straforo in una leggina che trasforma in diritto un atto di carità pelosa – un pezzetto di campagna elettorale dell’onorevole-soccorrevole. (…) Legge che, su sollecitazione di singoli parlamentari, finanzia svariati interventi particolari e limitati, da realizzare sul territorio, venendo incontro in particolar modo alle richieste delle realtà amministrative locali più piccole. Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani»;

si legge in un articolo del 13 aprile 2012 pubblicato su “Il Sole-24 ore” che la legge mancia è stata «ideata da Tremonti nel 2003 per evitare l’assedio dei parlamentari alla finanziaria. Dalla fine del 2005 sono piovuti sui collegi dei parlamentari 500 milioni che in mille rivoli e per somme a volte anche di poche migliaia di euro, da qui l’epiteto di “mancia”, hanno finanziato di tutto, nella massima discrezionalità e con controlli minimi. Riapparsa come per incanto, dopo l’abolizione del Governo Prodi nel 2008 da Berlusconi per un importo di 265 milioni ripartito per altre necessità, tra il clientelare e l’amichevole, fino all’ultimo stratagemma, in forma di emendamento all’ultima legge di stabilità licenziata dall’ex maggioranza negli ultimi giorni del Governo Berlusconi, con cui si sono scovati altri 150 milioni per quest’anno e per il 2013»;

sempre dallo stesso articolo si apprende che si è finanziato di tutto con questa legge, dalla scuola della moglie dell’esponente di un partito della ex maggioranza (1.120.000 euro in due tranche, 800.000 e 320.000, nel 2010) all’aeroclub Olbia della costa Smeralda, che ha ricevuto 100.000 euro;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in un momento in cui la credibilità della politica è ai minimi storici, conservare una legge per distribuire favori nei territori, senza ricorrere ad un criterio oggettivo di urgenza e necessità, sia un atto politico molto grave, che dimostrerebbe una volta di più la mancanza di sensibilità nei confronti dei cittadini costretti a fare i conti con una crisi economica profonda;

la finalità di tale spostamento di fondi sembra essere quella di rimandare dal 2012 al 2013 la “spartizione” di denaro dei partiti, in un momento in cui le acque potrebbero essere più calme dal punto di vista finanziario e soprattutto politico,

si chiede di sapere:

quali iniziative intenda adottare il Governo al fine di dare seguito all’impegno assunto con l’ordine del giorno approvato alla Camera relativamente alla destinazione dei fondi della “legge mancia” per il 2012 e il 2013 alle zone terremotate dell’Emilia-Romagna e della provincia di Mantova e Rovigo;

quali iniziative intenda assumere al fine di opporsi, per quanto di propria competenza, a futuri interventi legislativi assimilabili alle cosiddette “leggi mancia”, ponendo fine ad un sistema opaco, che rischia di istituzionalizzare il clientelismo, già condannato dalla Corte dei conti.

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Sicilia dei veleni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08112
Atto n. 4-08112

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute. -

Premesso che:

Giuseppe Pipitone e Silvia Bellotti hanno condotto un’inchiesta per “il Fatto Quotidiano”, pubblicata il 1° agosto 2012, sulla Sicilia dei veleni, dalla raffineria nel siracusano al petrolchimico di Gela;

vi si legge: «A qualche centinaio di chilometri dall’Ilva di Taranto esistono altri centri in cui l’esigenza di un lavoro si paga con conseguenze gravissime per l’ambiente e per la salute. In Sicilia è così, specie dove l’isola ha cercato il suo sviluppo. Erano gli anni ’60 e le coste migliori furono messe a disposizione dei colossi energetici del tempo, l’Esso e l’Eni. L’obiettivo era estrarre e raffinare il petrolio di cui l’isola è ricca. E impiantare vicino al mare i laboratori che avrebbero dovuto fare da traino per la nuova chimica made in Italy. In cambio, la Sicilia chiedeva lavoro. E così è stato. Quasi come a Taranto. Ma il progetto di sviluppo ha un prezzo altissimo in termini di vite umane e malattie. Anche se non ci sono sentenze che dimostrino la diretta correlazione, i cittadini e molti medici non hanno dubbi. Il viaggio dei veleni comincia nel litorale di Siracusa, un litorale che alla fine degli anni ’50 venne immolato nel nome dello sviluppo. Qui il cavaliere Angelo Moratti venne a costruire la Rasiom, in grado di raffinare 8 milioni di tonnellate di greggio all’anno. In seguito arriveranno la Esso, l’Eni e l’Enel. E la costa tra i comuni di Priolo, Augusta e Melilli verrà ribattezzata “triangolo della morte”. Le industrie petrolifere e quelle chimiche hanno dato lavoro negli anni a circa 10 mila persone. Oggi però, a parte la Erg, stanno tutti trasferendo altrove i cicli produttivi. Dello sviluppo economico qui è rimasto ben poco. A certificare 50 anni di industria rimangono però le statistiche sulla percentuali di decessi. A Priolo e Augusta i morti di tumore sono il 10 per cento in più rispetto al resto della Sicilia, e superano il 20 per cento quelli per tumore al polmone. Dal 1990 è scattato anche l’allarme malformazioni genetiche. Nel 2000 a Priolo il 5 per cento dei bambini è nato con malformazioni, cinque volte in più della media nazionale. Diffusissima l’ipospadia, una malformazione congenita dell’apparato genitale, che ad Augusta colpisce il 132 per mille dei nati. Numeri che ad oggi non hanno ancora trovato una causa specifica per la legge. Manca il nesso causale, ovvero la dimostrazione che i tumori e le malformazioni genetiche derivino dall’inquinamento delle industrie. Nel 2006 però la Syndial, società del gruppo Eni, ha deciso di risarcire alcune famiglie di Priolo: 11 milioni di euro per 101 casi di bambini nati con malformazioni genetiche. Il nesso causale manca anche a Gela, settantamila abitanti sulla costa meridionale della Sicilia, dove da cinquant’anni la parola lavoro è sinonimo di Eni. Oggi a lavorare per l’azienda del cane a sei zampe ci sono meno di duemila persone. E in futuro saranno ancora meno. Fino agli anni ’90, però, dai cancelli del Petrolchimico voluto da Enrico Mattei sono passati interi nuclei familiari: migliaia di operai che raffinavano carburante e producevano concimi chimici e materie plastiche. Quattro celle affacciate sulla tangenziale costituivano fino al 1994 il reparto Clorosoda, il fiore all’occhiello della nuova chimica made in Italy. Attivo dal 19 marzo 1971, Clorosoda era conosciuto da queste parti come il reparto killer. Su 75 operai che ci hanno lavorato negli ultimi anni di attività più della metà si sono ammalati di tumore: una ventina sono già morti, gli altri lottano contro un sistema immunitario distrutto dai veleni. Per anni, infatti, hanno lavorato respirando mercurio, che dentro Clorosoda era trattato senza alcuna precauzione. Il problema vero però è nella matrice ambientale: a Gela sono inquinati anche gli ortaggi coltivati nella zona. Il risultato è che nel 2002, 520 bambini nati a Gela sono venuti alla luce con malformazioni genetiche. Anche qui è diffusissima l’ipospadia ma non mancano anche i casi di bambini nati microcefali, soprattutto tra le famiglie di ex operai del petrolchimico. “Quando io e mio fratello siamo nati senza alcun tipo di malformazione in famiglia si è quasi gridato al miracolo per una cosa che dovrebbe essere normale” racconta il giornalista Andrea Turco, figlio di un operaio dell’indotto petrolchimico. Nel 2006 un centinaio di famiglie di ex operai Clorosoda hanno deciso di mettersi insieme per fare causa all’Eni e costringere i vertici dell’azienda a prendersi le proprie responsabilità. “Siamo pronti ad aiutare anche le vittime del petrolchimico di Gela” dice Andrea Armaro, responsabile relazioni esterne del cane a sei zampe. Dal 2008 la procura di Gela ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. E in attesa che le indagini facciano il loro corso, il genetista Sebastiano Bianca mette tutti in guardia: “In trent’anni non è cambiato nulla: pur avendo in parte dismesso gran parte degli impianti le percentuali di malformazioni sono rimasti stabili. Quindi il vero problema di questa città non sono le generazioni presenti ma quelle che verranno”»;

si legge invece nella trascrizione di un’intervista pubblicata dallo stesso giornale sempre il 1° agosto: «”Mio padre è morto di tumore all’esofago nonostante non avesse mai bevuto, mai fumato, non ha mai preso un caffè”. È la testimonianza di Massimo Grasso, presidente del comitato degli ex lavoratori di Clorosoda, il “reparto killer” dell’Eni di Gela. “Io ho avuto un trapianto di cuore, vivo con il cuore di un altro” dice Francesco Iraci ex capo turno di Clorosoda, dove si produceva la soda caustica. “Dentro ogni cella c’erano tremila e 400 chili di mercurio: quando le pompe perdevano mercurio noi operai dovevamo spazzare quel mercurio ad altissima temperatura” racconta l’ex operaio Francesco Iraci»,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda avviare immediatamente un’indagine sui reali livelli di inquinamento addebitabili alle industrie della Sicilia al fine di tutelare l’ambiente e garantire ai cittadini e alle generazioni future il miglior stato di salute possibile, nel rispetto del diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona;

se ritenga urgente approfondire il delicato problema e dare più precisa cognizione all’opinione pubblica locale;

se non ritenga opportuno intraprendere iniziative per l’avvio di un’indagine epidemiologica volta ad accertare eventuali danni sanitari collegati all’inquinamento nelle vicinanze delle fonti di rischio;

quali iniziative abbia assunto per identificare la causa e i responsabili del danno ambientale e se siano state intraprese iniziative per far sì che lo stesso non continui a perpetuarsi nell’area interessata;

come intenda attivarsi affinché non si abbassi la guardia nel richiedere con forza i controlli ambientali, soprattutto delle sostanze che non sono misurate dalle centraline di monitoraggio, ma che non per questo sono meno pericolose poiché, allo stesso modo di quelle misurate, si disperdono nell’ambiente ed entrano nella catena alimentare;

di quali dati disponga in relazione alla situazione di acque sotterranee, sorgenti e falde acquifere, nonché delle acque superficiali, dei corsi d’acqua e degli invasi naturali o artificiali della zona;

se non ritenga urgente adottare le opportune iniziative al fine di controllare se i fenomeni di inquinamento sui terreni abbiano determinato o possano determinare contaminazione nella catena alimentare o idrica;

se sia a conoscenza degli interventi che le attuali amministrazioni locali ritengono di predisporre al fine di contenere i danni causati all’ambiente e all’uomo dall’inquinamento dei territori interessati, ripristinando i valori naturali dell’aria, dell’acqua e del suolo, al fine di garantire in futuro uno sviluppo ecosostenibile per tutto il territorio dell’isola;

se ritenga necessario intervenire per fare il punto sullo stato di salute della popolazione nella zona, identificare e valutare l’effettivo trend in aumento di alcune importanti malattie nonché l’incidenza e la mortalità per tumore insieme al preoccupante fenomeno dell’incremento di malformazioni genetiche dei nascituri.

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Roma- Pullman turistici in città

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08113
Atto n. 4-08113

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

sono numerose le proteste relative alla congestione del traffico nella capitale causata dai numerosi pullman turistici che la invadono, senza distinzione di quartiere;

scrive “la Repubblica” il 2 giugno 2012 in un articolo intitolato “Bus turistici, città sotto assedio”: «La lentezza è quella delle tartarughe, ma la stazza è di un bisonte. Transitano a passo d’uomo lungo le strade della città, intasano il traffico, si incastrano nei vicoli. E poi sostano più del consentito negli spazi autorizzati costringendo gli altri mezzi al parcheggio selvaggio. Cassa di risonanza del caos provocato ogni giorno dai bus turistici è quel piano pullman varato nell’aprile 2010 dalla giunta Alemanno. Presentato come panacea di tutti i mali, in realtà non ha fatto altro che contribuire all’assedio dei torpedoni in ogni zona della città. Perché se è vero che le regole ci sono, la realtà è che non vengono fatte rispettare. Il risultato è che dal centro alla periferia non c’è area di Roma immune dalla sosta selvaggia dei pullman. “L’emergenza è sotto gli occhi di tutti e dimostra chiaramente il flop di un piano pullman che si è dimostrato inefficace” denuncia Antonella De Giusti, presidente del municipio XVII. Proprio nell’area attorno al Vaticano la situazione è tra le più critiche. “Via della Conciliazione vive costantemente l’assedio dei pullman, con gravi pericoli per i pedoni” sottolinea il minisindaco De Giusti»;

in un altro articolo dello stesso quotidiano, pubblicato il 14 ottobre 2011, si legge che: «”I bus turistici? Non dovrebbero proprio entrare all’interno delle mura aureliane – concorda Viviana Piccirilli Di Capua, dell’Associazione abitanti centro storico -. Occorre “chiudere le porte” a quei bestioni. I Municipi I, XVII e XVIII non dovrebbero mai essere invasi, ma soprattutto i pullman turistici non dovrebbero poter circolare nei giorni dei cortei e delle manifestazioni aggiungendo caos al caos”. Ormai sono dei transatlantici su quattro ruote: andare verso una mobilità sostenibile significa – ribadisce Di Capua – anche fermarli fuori della città storica. E chi si lamenta che così si nuoce all’economia della città per via del turismo, dovrebbe pensare che l’economia passa anche per la tutela dell’ambiente”. Ma i titolari dei torpedoni non ci stanno»;

sempre su “la Repubblica”, in articolo pubblicato il 23 giugno 2011, si legge: «”Un fallimento”. Non usano troppi giri di parole gli agenti della polizia municipale per definire il piano pullman del Campidoglio, un provvedimento che nelle intenzioni della giunta Alemanno avrebbe dovuto mettere ordine nel caos dei pullman turistici. In realtà, il j’accuse del sindacato Ospol traccia un quadro ben diverso della situazione, sottolineando l’inutilità del piano. “Scoppiata l’estate – si legge in una lettera dell’Ospol – è già scoppiato anche il piano bus e tutto il centro storico e le aree intorno al Vaticano sono territori assediati dai pullman turistici che, a fronte dell’acquisto di un titolo di accesso ai check-point sono autorizzati a fermarsi, senza incorrere in sanzioni, nei pressi degli alberghi, dei ristoranti, dei musei e dei monumenti per permettere la salita e la discesa dei passeggeri”. In pratica, in base a quanto previsto dal Comune, i torpedoni prima di entrare in città comprano un pass che permette l’ingresso in aree sensibili, come il I e il XVII municipio. In queste zone ci sono posteggi a tempo in cui l’assessorato alla Mobilità guidato da Antonello Aurigemma ha concesso una sosta breve (massimo 15 minuti) per la salita e la discesa dei turisti. Il problema è che spesso i vigili urbani, già impegnati su decine di fronti (dalla lotta all’abusivismo al traffico), difficilmente riescono a sanzionare i pullman che non rispettano le regole. “I vigili urbani ormai sono costretti a fare da “parcheggiatori” per i bus – attacca il sindacato Ospol – il traffico nel centro storico e attorno al Vaticano è costantemente congestionato dall’accavallarsi dell’arrivo contemporaneo dei bus, soprattutto in aree come il traforo di via Milano e via Marsala”. La richiesta che il sindacato dei caschi bianchi rivolge direttamente ad Alemanno è di “contingentare il numero giornaliero dei pullman turistici che entrano nel centro storico. Ora – dicono – c’è un rilascio indiscriminato di permessi ed è anche assolutamente necessario che il Campidoglio collochi in altri luoghi quei posteggi per i torpedoni che ora si trovano a ridosso dei monumenti e bloccano la circolazione”»;

l’attuale situazione della mobilità turistica della città di Roma è caratterizzata da una pluralità di percorsi che portano alla luce, più che un problema di accesso e di circolazione, un problema di fermata e di sosta dei pullman, oltre alla necessità di sviluppare e razionalizzare i servizi forniti dal settore turistico capitolino, senza portare nocumento alla quotidianità dei residenti;

considerato che da ultimo è arrivata la decisione dell’Assessorato alla mobilità del Comune di Roma di permettere ai pullman turistici di usare le corsie preferenziali. Si legge infatti, sempre su “la Repubblica”, in un articolo del 28 giugno 2012: “È l’ultima trovata dell’assessorato ai Trasporti: complicare la vita ad automobilisti e mezzi pubblici, già alle prese con ingorghi quotidiani, facilitando invece la circolazione dei pullman turistici. Se d’ora in avanti vedrete sfrecciare quei mastodonti a uno o due piani nelle corsie preferenziali, non vi allarmate: è tutto regolare. Autorizzati, con tanto di determina dirigenziale firmata l’11 giugno da Goffredo Camilli, capo del VII Dipartimento, a viaggiare su una serie di carreggiate riservate a bus e taxi in zone strategiche: esattamente in via Ostiense, via di Santa Maria in Cosmedin, Lungotevere Aventino (direzione piazza dell’Emporio), via dell’Amba Aradam (direzione piazza San Giovanni), via Catania, via Ban e via Morgagni, via Gregorio VII. L’ennesima forzatura alle regole e al buon senso firmata dal Campidoglio, che già ci aveva provato – senza successo – con i motorini. Non paghi di poter invadere con la loro stazza piazze storiche e lungoteveri, stazionando per ore nelle vicinanze dei principali monumenti senza che i vigili muovano un dito, i bestioni sputaturisti potranno ora intralciare il passaggio dei mezzi pubblici come se i tempi di percorrenza non fossero da corriera sudamericana e il traffico non esistesse. Tra l’altro, per dare via libera a questo incredibile provvedimento, il Dipartimento Mobilità e Trasporti non solo si è fatto confortare da una fantomatica sperimentazione avviata tra il 2009 e il 2010 (e però fatta passare, chissà perché, sotto silenzio) ma ha per di più ignorato ben due pareri negativi forniti dall’Atac. Consapevole dei suoi problemi, infatti, l’azienda di Via Prenestina si sarebbe detta fortemente contraria al salvacondotto per i granturismo. Ma l’assessore Antonello Aurigemma ha preferito fare orecchie da mercante. “Con l’amministrazione Alemanno del trasporto locale resta ben poco di pubblico: dopo la volontà del sindaco di affidare ad operatori privati la futura gestione della metro C, ora assistiamo all’apertura delle corsie preferenziali ai pullman turistici. Questa decisione finirà per danneggiare il servizio di superficie con una possibile riduzione della velocità commerciale e dei tempi di percorrenza per gli autobus di linea”, denuncia il consigliere Pd Massiliamo Valeriani, autore di un’interrogazione urgente “per sapere quali sono le motivazioni, dal punto di vista trasportistico, che hanno portato a questa decisione: sarebbe importante conoscere, inoltre, il parere di Atac e Roma Tpl sia per valutare possibili ricadute sulla qualità del servizio che un eventuale impatto negativo sulla sicurezza stradale”. È sconfortato, Valeriani: “La confusione e l’incapacità dell’amministrazione Alemanno non conosce limiti: negli ultimi quattro anni non è stato istituito un solo chilometro in più di corsia preferenziale e non si è investito sui corridoi della mobilità. Invece di promuovere e incentivare l’uso del trasporto pubblico, il sindaco favorisce gli operatori privati, continuando nell’opera di deregulation dell’accesso, del transito e della sosta dei bus turistici”,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di indurre l’amministrazione capitolina a rivedere il piano pullman, ponendo un freno al rilascio indiscriminato dei permessi e, di conseguenza, contingentando il numero giornaliero dei pullman turistici che entrano nel centro storico, così da regolare l’accesso, il transito e la sosta dei bus turistici compatibilmente con la fruibilità della mobilità della capitale;

se sia a conoscenza del fatto che il piano definisce le aree di fermata autorizzata per la salita e la discesa dei passeggeri dai bus turistici;

a quanto corrisponda l’accertamento di entrata per l’anno 2011 e quali siano i valori percentuali di attribuzione al Comune e alle società appaltatrici del servizio;

se corrisponda al vero che la maggior parte dei bus turistici non rispetta le regole del piano e i vigili urbani non riescono a sanzionarli;

se ritenga che con il fallimento del piano che avrebbe dovuto regolare l’accesso dei bus turistici nella città e con l’ultima decisione presa dall’Assessorato alla mobilità del Comune di Roma, di permettere ai pullman turistici di usare le corsie preferenziali, si avvantaggino solo gli operatori privati con grave danno per i cittadini;

se e quali iniziative intenda adottare per ripristinare condizioni di sicurezza ed eguaglianza tra i visitatori ed i residenti della città di Roma.

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Esodati-Messaggio Inps

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00512
Atto n. 2-00512

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI , CARLINO – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

il “pasticcio” dei lavoratori esodati continua ad avere gravissime ripercussioni sulla vita di tantissime famiglie che non sanno quale debba essere il loro destino. In un articolo pubblicato il 7 agosto 2012 sul “Corriere della sera” dal titolo: “Esodati, il giallo del messaggio Inps. La questione dell’adeguamento dei requisiti per chi ha 40 anni di contributi alle regole sull’aspettativa di vita”, Enrico Marro parla dei lavoratori, senza reddito e senza pensione;

si legge: «La circolare “scomparsa”, la chiama Giancarlo Santorsola, lavoratore esodato del settore bancario attualmente a carico del Fondo di solidarietà del credito, che ha scritto alle segreterie dei ministri del Lavoro e del Tesoro, oltre che ai leader sindacali e ai parlamentari Giuliano Cazzola del Pdl e Cesare Damiano del Pd. È successo che il 3 agosto scorso sul sito dell’Inps è apparso il messaggio numero 13.052 che per qualche ora ha rovinato la giornata del signor Santorsola. Il quale è uno dei 120 mila esodati finora salvaguardati attraverso due decreti del governo (il primo per 65 mila lavoratori e il secondo per altri 55 mila). Gli esodati sono quei lavoratori che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione perché usciti più o meno volontariamente da aziende in crisi, con l’ aspettativa di andare di lì a poco in pensione e invece si sono ritrovati improvvisamente con lo scenario cambiato dalla riforma della previdenza dello scorso dicembre, che ha inasprito fortemente i requisiti (età e contributi) necessari per lasciare il lavoro. Quanti siano questi lavoratori a rischio di rimanere senza reddito per periodi più o meno lunghi nessuno lo sa. La questione è stata e ancora è al centro di un duro scontro fra governo e sindacati, governo e Inps, governo e forze politiche. Alla fine lo stesso ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha ammesso che gli esodati potrebbero essere più dei 120 mila salvaguardati finora, ma che il problema, nel caso, si presenterà nei prossimi anni. Intanto quelli salvaguardati possono dormire sonni tranquilli, perché potranno andare in pensione con le vecchie regole (quelle prima della riforma Fornero) non appena le raggiungeranno. I 120 mila sono stati individuati in una serie di categorie (lavoratori in mobilità, ammessi a contribuzione volontaria, usciti con accordi individuali, assistiti dai fondi di solidarietà, eccetera) a patto che abbiano determinati requisiti di età e contribuzione. Il signor Santorsola è uno di questi. È stato lo stesso Inps presieduto da Antonio Mastrapasqua a dargli la buona notizia con una lettera come quella che è stata spedita a tutti gli altri esodati da salvaguardare individuati dall’istituto. Solo che quando il nostro bancario ha letto il messaggio 13.052 dell’Inps è improvvisamente diventato di cattivo umore, perché lì dentro si prevedeva che anche ai cosiddetti “quarantisti” si applicava l’adeguamento alla speranza di vita, cioè i tre mesi in più necessari per raggiungere la pensione a partire dal 2013, già decisi prima della riforma Fornero. I quarantisti sono quelli che con le vecchie regole potevano andare in pensione anticipata (si chiamava pensione di anzianità) con 40 anni di contributi, indipendentemente dall’età. Tra gli esodati salvaguardati ci sono diverse migliaia di lavoratori che come Santorsola potranno andare in quiescenza al raggiungimento dei 40 anni (dopo la riforma Fornero servono invece 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne). Ma a costoro si applicano anche i tre mesi in più che scattano dal 2013? In questo caso ci sarebbero circa 1.200 lavoratori a rischio di restare senza reddito per qualche mese. Secondo il bancario che protesta, l’applicazione dei tre mesi ai quarantisti salvaguardati sarebbe “illegittimo”. Comunque sia, già la sera del 3 agosto l’Inps ha ritirato dal sito il messaggio. “Sono necessari ulteriori approfondimenti con i ministeri vigilanti” (Lavoro, Economia), spiegano all’Inps. “Del resto – aggiungono – non c’è urgenza perché i tre mesi in più scatterebbero dal prossimo anno”. E i tecnici assicurano: “Si troverà una soluzione per salvaguardare anche questi casi, o non applicando l’adeguamento alla speranza di vita o prolungando di qualche mese l’ammortizzatore sociale”. Un piccolo caso, che conferma però quante spine riservi ancora la questione degli esodati»,

si chiede di sapere:

quanti siano realmente i lavoratori esodati che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione perché usciti più o meno volontariamente da aziende in crisi, con l’aspettativa di andare di lì a poco in pensione e invece si sono ritrovati improvvisamente con lo scenario cambiato dalla riforma della previdenza del dicembre 2011, che ha inasprito i requisiti (età e contributi) necessari per lasciare il lavoro oggetto di due decreti del Governo, il primo per 65.000 il secondo per altri 45.000, per un totale di 120.000;

se risponda al vero che dopo il duro scontro fra Governo, sindacati, Inps e forze politiche, lo stesso Ministro in indirizzo abbia dovuto ammettere che gli esodati potrebbero essere più dei 120.000 salvaguardati finora e che tuttavia il problema, nel caso, si presenterà nei prossimi anni;

se sia a conoscenza di quale fine abbia fatto il messaggio n. 13.052 pubblicato il 3 agosto 2012 sul sito dell’Inps, apparso e poi sparito come segnalato dal signor Santorsola, uno dei 120.000 esodati salvaguardati;

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per dare certezze a migliaia di lavoratori il cui destino è cambiato dall’oggi al domani con la riforma della previdenza, gettati così nel limbo della disperazione perché rimasti senza reddito e senza lavoro.

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Parcheggi privati in aree pubbliche

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08105
Atto n. 4-08105

Pubblicato il 3 agosto 2012, nella seduta n. 786

LANNUTTI – Ai Ministri per la coesione territoriale, dello sviluppo economico, per i beni e le attività culturali e dell’interno. -

Premesso che:

scrive Paolo Berdini per “Il Fatto quotidiano” del 26 luglio 2012: «Il piano dei parcheggi di Roma è vicenda nota anche a livello nazionale. Più volte gli organi di informazione hanno riportato casi di cedimenti strutturali degli edifici circostanti; di proteste di cittadini e di comitati che vedevano danneggiata la qualità dei luoghi pubblici; di distruzione di alberature esistenti in una città che soffre invece di gravi carenze, come nel caso di via Enrico Fermi o nella recente vergognosa proposta di piazzale della Radio. Del resto, alcune belle piazze della Roma d’inizio ’900, come ad esempio piazza Melozzo da Forlì o Gentile da Fabriano, sono diventate luoghi anonimi senza più un volto e un’anima. Il paradosso è che con queste operazioni il settore privato guadagna fortune, mentre il Comune ne riceve scarsi benefici. I valori di vendita di un box in una zona urbana “normale” viaggiano intorno ai 100 mila euro. Realizzare cento box fa incassare dunque 10 milioni mentre gli oneri concessori da pagare sono modesti e non aiutano le casse pubbliche. Ricchezza privata e depauperamento del bene comune, un classico dell’urbanistica nazionale di questi anni. Quella dei parcheggi romani è insomma una vicenda emblematica dell’urbanistica nazionale: le pubbliche amministrazioni sono soccombenti rispetto allo strapotere delle imprese e non riescono neppure a svolgere il loro ruolo nemmeno nella fase di individuazione delle localizzazioni, funzione questa eminentemente pubblica, perché è soltanto da una visione d’insieme della città che dovrebbe seguire un piano dei parcheggi degno di questo nome. Succede invece che con la tecnica delle “rilocalizzazione”, e cioè con lo spostamento delle opere da una zona all’altra della città, si è ormai smarrito un coerente piano d’insieme. Il caso che denunciamo oggi sta tutto in questa dinamica. Viale Leonardo da Vinci era una bella strada della prima periferia intensiva romana. Due corsie di marcia per ogni senso divise da una larga zona alberata con essenze che grazie agli anni trascorsi dalla messa a dimora presentano altezze notevoli che forniscono bellezza ai luoghi. Su un lato della strada insistono scuole e servizi pubblici di buona qualità: in ogni altra città europea quel luogo sarebbe lasciato così com’è, semmai migliorando la qualità della manutenzione. Un paio di anni fa arriva invece la doccia fretta: un intero senso di marcia e la zona alberata vengono recintate perché vi è stato “rilocalizzato” un parcheggio di circa 80 box originariamente previsto in una zona. Opposizione netta e frontale da parte dei cittadini che comprendono lo sconquasso che il progetto provocherebbe. E da molto tempo il cantiere è fermo per una revisione del progetto originario, mentre gli alberi sono a rischio, come si vede dalla foto che ritrae la brutalità dei tiranti con cui viene trattato – nel silenzio delle amministrazioni pubbliche – il patrimonio arboreo. Oggi siamo in vista delle elezioni e i lavori devono ripartire ad ogni costo. Il nuovo progetto prevede nell’ordine: il largo viale a doppia corsia viene sacrificato ad una sola corsia per ogni senso di marcia e non c’è chi non veda che così si aggraverà la congestione dell’intera area. Quasi un intero filare di alberi originari verrà abbattuto per scavare il parcheggio e sostituito da tristi cespugli. E, ultima vergogna, viene proposto un brandello di pista ciclabile che attraversa ben quattro correnti di traffico e in una parte finisce dentro un distributore di benzina! Una cosa spregevole, che non verrebbe presa in esame in nessuna civile città europea. Si dirà che è uno degli effetti negativi di cinque anni di amministrazione Alemanno, ma purtroppo non è così. Il municipio è amministrato dal centrosinistra e – per la verità – il presidente Andrea Catarci aveva anche provato a spostare in altro luogo il vergognoso parcheggio. Non c’è finora riuscito, forse perché uno degli esponenti di punta della sua giunta, Alberto Attanasio del Partito democratico è entusiasticamente a favore dei parcheggi privati sulle aree pubbliche. Pochi giorni fa, ancora una volta, ha duramente redarguito il comitato che gli ha rappresentato i dubbi e le perplessità degli abitanti. Democrazia e partecipazione non abitano lì»;

considerato che:

sul blog “No ai parcheggi sotterranei di via Albalonga” si legge: «L’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture (Avcp) censura la modalità del Comune di Roma di affidamento dei lavori di costruzione dei parcheggi interrati a Roma (PUP di Roma) in quanto non coerenti con il quadro normativo previsto per le opere pubbliche. In altri termini, l’AVCP rileva come “Roma continui a realizzare parcheggi, da ritenersi rientranti nella nozione di opera pubblica, sulla base delle semplici proposte presentate dai privati oltre venti anni fa, protraendo fino all’attualità l’effetto di procedure ormai non più coerenti con l’attuale quadro normativo”. Leggendo tutto il documento di 9 pagine dell’AVCP, il Comune di Roma è invitato a chiudere rapidamente tutte le pendenze e ad avviare le procedure di affidamento con gara di tali opere seguendo la legge, che è bene ribadirlo rende illegale numerosi aspetti degli attuali parcheggi interrati in costruzione a Roma. Che vuol dire? Se il Comune di Roma ritiene che i parcheggi del PUP siano opere pubbliche e non speculazioni private, allora deve applicare le procedure previste per le opere pubbliche, cioè deve indire una gara pubblica e attribuire l’incarico al miglior offerente con il progetto migliore. Ciò produrrebbe due effetti: massimo rendimento per i cittadini e per le casse del Comune; imprese da tutta Europa che concorrerebbero lasciando poco spazio ai noti costruttori amici degli amici. Le procedure finora seguite dal Comune guidato dal Sindaco Alemanno, hanno permesso di incassare, quando è stato possibile, solo poche centinaia di migliaia di euro a fronte di profitti netti per i costruttori dell’ordine di 10-15 milioni di euro per singolo PUP. Cioè il Comune si è accontentato di spiccioli (circa il 4-5% del profitto), invece di ricevere diversi milioni di euro come invece una gara pubblica avrebbe reso possibile. La cosa è doppiamente curiosa se si considerano alcuni recenti uscite dello stesso Sindaco Alemanno, che per la parata del 2 giugno scorso, dal costo di quasi 3 milioni di euro, aveva disertato per protesta la manifestazione ritenendo che si dovesse destinare quella cifra per il terremoto emiliano, dimenticandosi che per ognuno dei suoi parcheggi del Pup di Roma, il Comune butta a mare numerosi milioni di euro che vengono invece intascati dai costruttori. Se si considera che sono previsti oltre 200 parcheggi interrati a Roma, la somma del denaro regalato ai costruttori, e che sarebbe potuto andare ai terremotati o a sostegno della mobilità romana, è dell’ordine di centinaia di milioni di euro. (…) La pronuncia dell’AVCP è avvenuta su un esposto del Comitato dei cittadini di via Albalonga dello scorso luglio 2011. La pronuncia dell’AVCP è del 30 maggio 2012»;

sul blog “destinazioneroma.it” si legge: «Dal Libro Bianco “Il bluff dei PUP” di Legambiente Lazio è facile comprendere come il Piano Urbano Parcheggi di Roma abbia fallito gli obiettivi originari, a favore di una strategia che sembra promuovere quasi esclusivamente gli interventi che producono profitto per gli investitori privati. La Legge 122/89 (cosiddetta Legge Tognoli), era nata con l’obiettivo di alleggerire il traffico urbano e, nella prospettiva di un sistema integrato tra trasporto pubblico e privato, individuava come aree di sosta strategiche quelle di confine dell’area urbana e metropolitana in prossimità di stazioni ferroviarie, metropolitane etc. In realtà a Roma le cose sono andate molto diversamente. La situazione attuale evidenzia innanzitutto un ritardo nella realizzazione dei nodi di scambio periferici, mentre i parcheggi ultimati o in corso di ultimazione sono localizzati nei due Municipi centrali, ben 60 interventi, proprio in quelle zone che i cittadini dovrebbero raggiungere prevalentemente con i mezzi pubblici lasciando l’auto nei nodi di scambio periferici. Questo è potuto avvenire perché la localizzazione del PUP non è decisa dal soggetto pubblico ma dal concessionario (“proponente”), che può anche richiedere ed ottenere la ricollocazione del parcheggio in una nuova area più gradita (e remunerativa), anche se si trova dalla parte opposta della città. Inoltre è prassi consolidata assegnare la maggior parte degli interventi a società private senza gare di rilevanza pubblica, con la totale mancanza di trasparenza da parte della Pubblica amministrazione che impedisce, di fatto, ai residenti di esprimersi su un intervento che dovrebbe essere avviato nel loro interesse. A lasciare perplessi è anche la frequente creazione, da parte dei concessionari, di consorzi “ad hoc”, quasi sempre società a responsabilità limitata con capitali sociali decisamente esigui e/o “scatole cinesi” di cui è difficile capire l’identità. Le maggiori proteste dei cittadini e dei comitati riguardano soprattutto la garanzia che i parcheggi interrati vengano realizzati in totale sicurezza. Nella realtà, secondo lo Schema di Convenzione del Comune, la responsabilità degli studi preliminari ricade unicamente sul concessionario: chi garantisce la sicurezza è lo stesso soggetto che chiede al Comune il permesso di costruirlo. Ergo ecco il più grande timore dei residenti: la sicurezza. Considerato anche che se i lavori producono danni essendo il Comune completamente manlevato da ogni responsabilità per danni a terzi, i danneggiati sono costretti ad interagire direttamente con le Assicurazioni mentre le ditte costruttrici, istituite ad hoc per i lavori, sono quasi sempre di Srl con poche migliaia di euro di capitale sociale e il massimale assicurativo non è mai congruo rispetto al valore dei beni assicurati»,

si chiede di sapere:

quali iniziative normative il Governo intenda promuovere al fine di obbligare le società private, che gestiscono i parcheggi, ad una manutenzione costante ed adeguata, tale da garantire il decoro delle aree interessate, nonché al fine di assicurare che la realizzazione, la dislocazione e le caratteristiche di ogni parcheggio siano stabilite in seguito a uno studio approfondito della realtà territoriale in cui si vuole inserirlo, elaborato da un soggetto pubblico, e non dal concessionario stesso, inevitabilmente condizionato dalle conseguenze economiche di tali scelte;

quali risultino essere, anche alla luce della censura dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblci (AVCP), le procedure di assegnazione delle aree pubbliche che il Comune ha destinato al piano parcheggi gestiti dai privati nonché se risulti un elenco a riguardo, anche relativamente alle concessioni future;

quali risultino essere i reali motivi per cui il Comune di Roma non provvede ad indire gare attribuendo l’incarico al migliore offerente, invece di offrire il fianco alle speculazioni private rinunciando a considerevoli incassi;

se il Governo non ritenga che l’assegnazione degli interventi ai concessionari debba avvenire attraverso gare di evidenza pubblica e l’entità degli oneri concessori debba essere fissata in base agli effettivi ricavi della cessione dei posti e quali iniziative di competenza intenda intraprendere a riguardo;

se intenda adottare le opportune iniziative di competenza affinché l’iter del progetto si svolga all’insegna della totale trasparenza, con l’affidamento dei compiti di indagine preliminare sulla fattibilità del parcheggio e sui rischi per gli edifici di contorno ad un soggetto terzo e non al concessionario dell’opera;

se non ritenga, inoltre, necessario adoperarsi, nell’ambito delle proprie competenze, per prevedere che il Comune assicuri la massima sicurezza e il pieno rispetto del diritto alla salute dei residenti e di tutti i cittadini che fruiscono dell’area prossima al parcheggio, tutelando i loro beni dall’impatto dell’opera e facendosi primo garante delle tutele in caso di danni, anche emergenti nel tempo, a partire dal tempestivo risarcimento per il rapido ripristino degli edifici lesionati.

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Sentenza Tar-Decreto ludopatia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08104
Atto n. 4-08104

Pubblicato il 3 agosto 2012, nella seduta n. 786

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della salute. -

Premesso che:

la seconda sezione del Tar del Lazio (Presidente Luigi Tosti, Relatore Silvia Martino) ha accolto la class action presentata dal Codacons contro la Pubblica amministrazione, colpevole di non aver ancora emesso il decreto contro le ludopatie e per la prevenzione del gioco compulsivo.

la legge n. 220 del 2011 prevede che “Con decreto interdirigenziale del Ministero dell’economia e delle finanze-Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e del Ministero della salute sono adottate, d’intesa con la Conferenza unificata, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, linee d’azione per la prevenzione, il contrasto e il recupero di fenomeni di ludopatia conseguente a gioco compulsivo”;

tuttora di tale decreto – più volte annunciato e mai emesso – non vi è traccia; circostanza che ha portato l’associazione ad intentare una class action contro gli enti interessati, chiedendo al Tar di ordinare l’adozione del provvedimento;

sul sito dell’Agicos si legge: «Scrivono i giudici del Tar Lazio nella sentenza: “Con il ricorso n. 3473/2012, il Codacons ha proposto la specifica, tipica azione che consente, oggi, sia ai singoli che alle associazioni portatrici di interessi diffusi, di reagire avverso la mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori. Si tratta della c.d. “class – action” pubblica […] Reputa in primo luogo il Collegio che, come già accennato, alcun dubbio possa esservi circa l’ammissibilità dell’azione, dichiaratamente fondata […] E’ comunque indubbio che il Codacons abbia, tra i propri associati, anche consumatori interessati al settore dei giochi, dei concorsi a premio, delle lotterie e delle scommesse, i quali subiscono una lesione diretta, concreta ed attuale derivante dalla violazione di termini o dalla mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori in materia (sia pure ai fini, peculiari, qui considerati, di tutela della salute). Nel merito, il ricorso è fondato. La norma impone chiaramente l’adozione di un vero e proprio piano di intervento, da adottarsi, entro un termine prestabilito, dalle amministrazioni nominativamente indicate, d’intesa con la Conferenza unificata. […] Nessuno degli atti così previsti (di carattere generale, e, sicuramente, non aventi natura normativa), è stato ancora posto in essere. Non vale ad escludere la violazione dell’obbligo di provvedere, la circostanza posta in luce dalla difesa erariale, secondo cui le amministrazioni intimate debbano raggiungere un’intesa in seno alla Conferenza Unificata. E’ in particolare irrilevante che, in tale sede, siano state avanzata perplessità circa gli aspetti finanziari del piano di intervento. Appare infatti ovvio che, in mancanza di previsioni specifiche, le risorse all’uopo necessarie debbano essere reperite tra quelle già stanziate (ad esempio, in seno al Piano sanitario nazionale)”. Il Tar dunque “ordina al Ministero dell’Economia e delle Finanze, al Ministero della Salute e alla Conferenza – Unificata, per quanto di rispettiva competenza, di adottare, in concerto (ovvero d’intesa) tra loro, il decreto interdirigenziale previsto dall’art. 1, comma 70, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, entro 60 (sessanta) giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza, all’uopo utilizzando le risorse strumentali, finanziarie ed umane già assegnate in via ordinaria e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. “Si tratta di una importante vittoria a tutela dei cittadini e dei giocatori – afferma il presidente Carlo Rienzi – La grave crisi economica che attanaglia il nostro paese, la crescente pubblicità di giochi e il fiorire di sale da gioco su tutto il territorio ha contribuito a determinare una vera e propria emergenza sociale, caratterizzata da un preoccupante aumento delle dipendenze che troppo spesso sfociano in tragedie familiari. Per questo è indispensabile che i Ministeri competenti varino il decreto contro le ludopatie, in grado di salvare migliaia di giocatori e famiglie dal fallimento. Ora – conclude Rienzi – se le istituzioni coinvolte non provvederanno a rispettare l’ordine del Tar nei tempi previsti, sarà inevitabile la nomina di un commissario ad acta che si sostituisca alla P.A.»;

l’interrogante ha presentato diverse interrogazioni sull’industria del gioco d’azzardo e la notevole crescita dei giocatori, che coinvolge ogni gruppo sociale, compresi pensionati, casalinghe, giovani portando l’Italia ad essere il primo Paese al mondo per spesa pro capite dedicata al gioco. Inoltre ha chiesto ragione della mancata adozione del decreto di cui in premessa (atti 4-07742, 3-02899, 4-06882),

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo abbia assunto al fine di dare seguito a quanto stabilito dalla suddetta sentenza del Tar relativamente all’obbligo di adozione del decreto interdirigenziale previsto dall’art. 1, comma 70, della legge 13 dicembre 2010, n. 220;

quali risultino essere le somme stanziate e le risorse disponibili e quelle ulteriori destinate alla prevenzione del fenomeno del cosiddetto gioco d’azzardo patologico e, specificatamente, per quel che concerne la prevenzione per i minori degli anni 18, anche in considerazione dell’inspiegabile ritardo nell’adozione di un provvedimento in elaborazione oramai da mesi;

quali risultino essere i programmi e le linee di azione conseguenti e necessari a contrastare il fenomeno della cosiddetta ludopatia;

come intenda adoperarsi per costituire un tavolo di confronto con le associazioni e i servizi impegnati nel settore, al fine di definire i criteri e le iniziative di una corretta ed efficace campagna di educazione al gioco e di prevenzione dei rischi indotti dal gioco d’azzardo;

se non si intenda inserire il gioco d’azzardo patologico all’interno dei livelli essenziali di assistenza con proposte normative volte ad equiparare il diritto alle cure e l’accesso gratuito e diretto ai servizi già garantiti nelle altre forme di dipendenza patologica devolvendo, al fine di rendere sostenibili i costi di tale equiparazione, l’1 per cento del fatturato complessivo sul gioco alla riparazione dei danni, direttamente o indirettamente indotti e provocati dall’espansione del fenomeno e dall’aumento delle situazioni di dipendenza.

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Bilanci banche

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00509
Atto n. 2-00509

Pubblicato il 2 agosto 2012, nella seduta n. 784

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nei giorni scorsi alcune associazioni di consumatori hanno stigmatizzato, mediante esposti-denunce alla Magistratura, rilievi critici in merito alla «adeguatezza e correttezza delle rettifiche alle poste di bilancio immateriali che nell’anno 2011 hanno comportato complessivamente per le principali banche italiane rettifiche per circa 30 miliardi di euro» (si veda il comunicato stampa del 1° agosto 2012 pubblicato su “federconsumatori.it”);

nello stesso comunicato stampa si legge: «Occorre (…) verificare (…) se e come gli ‘impairment test’(procedure di valutazione del valore delle acquisizioni societarie a valori correnti), in base alle quali sono state giustificate le rettifiche ai bilanci 2011, siano corrette. In altri termini (…) se sia avvenuto nel tempo una sorta di accumulo di rettifiche potenziali inespresse di anno in anno, che però non hanno dato luogo a rettifiche coerenti in quegli anni (…) e che tale accumulazione sia arrivata al suo culmine proprio nel bilancio 2011 e che abbia comportato una rettifica globale e complessiva (30 miliardi) ma che in realtà sarebbe stata affetta di quote di pertinenza degli anni precedenti»;

secondo i consumatori, in questo caso, «se si dovesse verificare che le rettifiche non siano state adeguatamente (…) applicate alle voci intangibili del bilancio, i risultati economici degli anni precedenti risulterebbero dunque amplificati, mentre il risultato economico dell’anno 2011 assai impattato dall’ammontare globale di queste rettifiche. L’amplificazione dei risultati degli anni precedenti avrebbe, quindi, potuto comportare dei benefici economici non dovuti (…) proprio per quegli amministratori che negli anni precedenti avevano il compito di sovraintendere» all’applicazione e alla correttezza «delle norme che prescrivono, invece, di adeguare in ciascun bilancio i valori secondo un fair value corrente»;

Federconsumatori e Adusbef hanno quindi dato mandato ai loro legali, supportati da un pool di analisti finanziari indipendenti, di inoltrare un esposto ad alcune Procure della Repubblica sulla adeguatezza e correttezza delle rettifiche alle poste di bilancio immateriali che nell’anno 2011 hanno comportato complessivamente per le cinque principali banche italiane rettifiche per circa 30 miliardi di euro. Occorre, dunque, verificare nel merito e con modalità quantitative se e come gli impairment test (procedure di valutazione del valore delle acquisizioni societarie a valori correnti) in base ai quali sono state giustificate le rettifiche ai bilanci 2011 siano corretti,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di un accumulo di rettifiche potenziali inespresse di anno in anno da parte delle cinque principali banche italiane, che avrebbero dato luogo a rettifiche coerenti nei bilanci dell’ultimo biennio;

se risulti che le rettifiche dovute abbiano rispettato le norme che sovraintendono alla redazione dei bilanci e se tale accumulazione sia arrivata al suo culmine proprio nel bilancio 2011 comportando una rettifica globale e complessiva pari a 30 miliardi di euro, che in realtà sarebbe stata prodotta da quote di pertinenza degli anni precedenti;

se risulti che le stesse rettifiche, non adeguatamente calcolate ed applicate alle voci intangibili del bilancio, abbiano comportato un’amplificazione dei risultati economici degli anni precedenti, mentre il risultato economico dell’anno 2011 risulterebbe assai impattato dall’ammontare globale di queste rettifiche;

se risulti che l’amplificazione dei risultati degli anni precedenti avrebbe comportato dei benefici economici non dovuti quali premi produzione, emolumenti, liquidazioni, proprio per quegli amministratori che negli anni precedenti avevano il compito di sovraintendere all’applicazione e alla correttezza delle norme che prescrivono, invece di adeguare in ciascun bilancio i valori secondo un fair value corrente;

quali misure urgenti si intendano adottare per imporre la dovuta trasparenza ai bilanci societari, specie di origine bancaria, i quali, seppur oggetto di certificazione da parte delle società di revisione, spesso nascondono poste contabili poco trasparenti, quindi di difficile lettura e comprensione al pubblico degli utenti, consumatori, risparmiatori.

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Consiglio di Stato blocca vendita Acea

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08089
Atto n. 4-08089

Pubblicato il 2 agosto 2012, nella seduta n. 784

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico, per la coesione territoriale, dell’interno e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che il Consiglio di Stato ha fermato la vendita dell’Acea;

scrive il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2012: «Il Comune di Roma non può procedere all’approvazione della delibera sulla vendita del 21% delle quote di Acea senza trattare i 23.000 circa ordini del giorno presentati dai consiglieri dell’opposizione. Lo ha deciso il consiglio di stato accogliendo le richieste avanzate da tre consiglieri comunali di opposizione. Si riparte così da zero, dovendo ripercorrere tutto l’iter legislativo. Ma il fallimento della vendita è un fatto: il reinserimento degli odg in aula (6 mesi di tempo), porterebbe la discussione al di là dei termini imposti dalla legge per l’approvazione del bilancio che deve essere votato entro il 31 agosto, più 20 giorni di tempo in più che si hanno per completare l’obbligo stesso. (…) L’opposizione scatena le polemiche e Storace (La Destra) scrive su Twitter: “Ad Alemanno tolgono anche l’acqua per la doccia”. La volontà del sindaco andava anche contro quella espressa dal referendum nel giugno 2011: “Alemanno non può amministrare Roma come un monarca assoluto, rispetti la volontà popolare espressa in modo plebiscitario” ha commentato Monica Cirinná (Pd). (…) A rivolgersi al Consiglio di Stato, con l’avvocato Gianluigi Pellegrino, sono stati i consiglieri d’opposizione all’Assemblea capitolina Gianluca Quadrana (Lista Civica per Rutelli), Francesco Smedile (Udc) e Maria Gemma Azuni (Gruppo misto). Chiedevano di riformare la decisione con la quale il Tar del Lazio aveva respinto le loro richieste di sospensione urgente della pregiudiziale con la quale, di fatto, l’11 giugno erano state accantonate tutte le migliaia di ordini del giorno presentati dalle opposizioni sulla cessione di Acea, decidendo di discuterli dopo l’approvazione del bilancio comunale e della delibera di vendita del 21 per cento di Acea. (…) Adesso, la V sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Stefano Baccarini, ha ritenuto che “sotto il profilo della legittimazione ad agire, rientra nel munus (diritto-potere) del Consigliere la pretesa di vedere trattato l’Ordine del giorno proposto secondo la scansione indicata dall’art. 67 dello Statuto comunale” che prevede che gli Ordini del giorno siano votati prima della delibera di riferimento. Per i giudici, poi, “la lesione dell’interesse dei consiglieri ad esplicare appieno le proprie funzioni, comprensive del diritto a discutere gli ordini del giorno e del successivo diritto ad esercitare il diritto di voto, è immediatamente rilevante”. (…) “Il Consiglio di Stato ha finalmente riconosciuto le nostre ragioni, come infatti insieme a tutte le opposizioni abbiamo denunciato sono stati utilizzati metodi illegittimi nella discussione per la svendita di Acea”. Lo ha affermato, in una nota, Umberto Marroni, capogruppo PD di Roma Capitale. “Ora il Sindaco Alemanno eviti di umiliare ulteriormente le istituzione di Roma Capitale, e anche alla luce della sentenza delle Corte Costituzionale ritiri la delibera 32 e apra finalmente la discussione sul bilancio dopo aver bloccato Roma per tre mesi. Certo è che dopo quanto accaduto in questi mesi qualcuno dovrebbe responsabilmente pensare alle sue dimissioni” ha concluso Marroni. (…) “Con la sentenza del Consiglio di Stato Roma capitale non ha più a disposizione 200 milioni per gli investimenti in città e 20 milioni per la spesa corrente. Chi ha vinto? Non i cittadini romani”. Lo ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno in un video in onda sul suo blog. Per Alemanno “siamo di fronte a un bivio chiarissimo: o cediamo alla cultura del no, all’opposizione e a tutti coloro che vogliono tenere paralizzata questa città e vincono loro o vince la città di Roma”»;

si legge su “Il Messaggero” del 24 luglio 2012: «”La vendita del 21% di Acea è necessaria per garantire gli investimenti su Roma, anche per quanto riguarda la manutenzione stradale. Senza la vendita di Acea non possiamo fare nulla, neanche le cose più elementari» aveva detto questa mattina il sindaco di Roma Gianni Alemanno”»;

oltre alla sentenza del Consiglio di Stato, c’è anche la precedente sentenza della Corte costituzionale (n. 199 del 2012) relativa all’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (che disponeva la possibilità di privatizzazione dei servizi pubblici da parte degli enti locali), che di fatto potrebbe porre fine alla vicenda della vendita di Acea. La decisione della Consulta frena la privatizzazione rilevando che la disposizione, da ricondurre al Ministro pro tempore Tremonti, viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’articolo 75 della Costituzione;

scrive Gabrile Paglino per “Il Fatto Quotidiano”, il 15 marzo 2012, «Alemanno ha le idee chiare e il suo piano» è «scendere al 30 per cento della partecipazione nella multiutility, vendendo il 21 per cento delle azioni. Subito. In modo da poter incassare un assegno di oltre 200 milioni di euro. “Ce lo chiede il Governo”, si sente riecheggiare dal Palazzo Senatorio. Il decreto Monti però impone agli enti locali di ridurre fino al 30 per cento le partecipazioni nelle società di servizi, entro giugno 2015. Che fretta c’è, visto che nel 2015 potrebbe non essere più Alemanno il sindaco di Roma? E soprattutto “dal programma di apertura e vendita ai privati, previsto dal decreto sulle liberalizzazioni – ricorda il CRAP, Coordinamento Romano Acqua Pubblica – vengono esclusi l’acqua e i servizi di distribuzione di energia (gas e elettricità). Se il Comune dunque cede le quote, non solo viene meno agli accordi con i quali è stata data in affidamento ad Acea ATO2 (spa controllata da Acea) la gestione in house del servizio idrico integrato – denuncia il CRAP – ma tradisce il voto referendario di oltre un milione e duecentomila romani”. Ad appellarsi all’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 è anche il capogruppo Pd di Roma Capitale Umberto Marroni: “Non capiamo la velleitaria ipotesi di cessione di quote visto il risultato chiaro del referendum”. L’accelerazione dell’operazione da parte di Alemanno farebbe presumere che “l’acquirente sia già stato trovato”: uno dei possibili candidati potrebbe essere Francesco Gaetano Caltagirone (l’imprenditore romano è il secondo azionista della società), che lo scorso mese ha venduto sul mercato lo 0,03 per cento delle sue quote, scendendo al 16,23 per cento di azioni detenute. La vicenda è seguita con attenzione pure dall’altro socio privato, il colosso francese Gdf Suez (che detiene l’11,5 per cento). Anche se adesso Alemanno si dice intenzionato a tener fuori i due azionisti di minoranza. “Eviteremo che chi già possiede più del 2 per cento del pacchetto azionario, possa comprare le quote messe in vendita dal Comune”, ha detto il sindaco alle parti sociali. A rilevare parte delle quote azionarie della prima distributrice in Italia di acqua, sono pronti allora alcuni istituti di credito e il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti. “Una fetta poi – ha detto il sindaco – andrà in Borsa”. E’ proprio da lì che Caltagirone potrebbe continuare a comprare (il costruttore ed editore del Messaggero, nel giro di due anni, ha più che raddoppiato le sue quote in Acea). Poco chiare ancora le modalità della cessione. “Sulle società quotate – dice Alfredo Ferrari del Pd – la legge prevede la possibilità di trattativa privata con un investitore privilegiato”, cioè senza riversare i titoli sul mercato. Ipotesi questa inizialmente presa in considerazione, ma scartata in un secondo momento. Il leitmotiv del Campidoglio pare essere “mettere in vendita proprio tutto… il vendibile”. Prima della manovra di bilancio, sarà presentata infatti in Assemblea capitolina un altro progetto per far cassa: la holding Roma Capitale. Un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le spa del Comune, quelle indebitate e quelle godono di ottima salute: Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) in primis, ma anche Zetema (la società che gestisce i musei e i siti archeologici della capitale), Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane ecc…Una volta costituita, parte delle quote della holding verrebbero poi vendute. Insomma accorpare tutto per riuscire a dar via il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, come prevede la legge (trasporti pubblici e raccolta e smaltimento rifiuti sono gli unici servizi pubblici locali che verranno aperti al processo di liberalizzazione), al miglior prezzo. Sarebbe difficile infatti poter piazzare sul mercato le quote di aziende disastrate con oltre 700 milioni di debiti (Ama). Più appetibile potrebbe forse essere, in vista soprattutto dell’aumento dei biglietto previsto per giugno, l’azienda che gestisce in house il servizio di trasporto urbano di superficie e metropolitano (Atac), ma i conti sono ancora lontani dall’essere riordinati. Insomma in due mosse Alemanno affosserebbe il voto di un milione duecento ventisettemila romani che hanno detto sì alla gestione pubblica dell’acqua, dei trasporti e dei rifiuti»;

considerato che:

l’interrogante ha presentato interrogazioni per dare voce a numerosissimi cittadini che lamentano di essere vittime di pratiche scorrette da parte dell’Acea (atti 4-06964 e 4-07903);

negli ultimi mesi caratterizzati dalla gestione del presidente dell’Acea Giancarlo Cremonesi, a quanto risulta all’interrogante vicino ad ambienti massonici, è nettamente peggiorata, secondo i numerosi reclami pervenuti alle associazioni dei consumatori, la qualità dei servizi erogati nel settore dell’acqua ed elettricità;

come già pubblicato nell’atto di sindacato ispettivo 4-06496 del 22 dicembre 2011, ancora senza risposta, il giornalista Daniele Autieri descriveva, in un articolo sul quotidiano “la Repubblica”, le «discutibili gesta» di Giancarlo Cremonesi;

l’eventuale iscrizione alla Massoneria del Presidente di Acea Giancarlo Cremonesi potrebbe determinare eventuali favori ai confratelli massoni nella gestione di un’impresa quotata in borsa, che non sembra rispettare i diritti dei consumatori ed utenti ad avere servizi di qualità a costi contenuti;

gli stipendi d’oro di Acea non sono compatibili con il sistema di retribuzioni di società quotate in borsa e soprattutto con un consistente deprezzamento del titolo in borsa arrivato ai minimi storici e che nel quadriennio ha dimezzato il valore;

considerato altresì che a giudizio dell’interrogante non è opportuno che il Sindaco della Capitale, che rappresenta il Comune più importante d’Italia, continui a fare “strappi istituzionali” su una scelta come quella di vendere la società che gestisce l’acqua, mettendosi contro la volontà che i cittadini hanno chiaramente espresso e anche forzando norme e regolamenti, come hanno decretato i giudici di Palazzo Spada e dopo che la sentenza della Corte costituzionale ha confermato in modo assoluto che l’acqua è pubblica, come sancito dal referendum,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di intervenire presso i vertici dell’amministrazione capitolina per promuovere le dimissioni del presidente di Acea, Giancarlo Cremonesi, che, a giudizio dell’interrogante, gestisce l’azienda senza rispettare i diritti dei consumatori ed utenti ad avere servizi di qualità a costi contenuti e se non ritenga che sia stata tale gestione ad avviarne il degrado;

quali risultino essere i motivi dell’urgenza del sindaco Alemanno relativamente alla vendita delle quote dell’Acea e se risulti che detta cessione andrebbe a favorire imprenditori già azionisti dell’azienda stessa;

se risulti corrispondente al vero che il sindaco di Roma abbia in progetto di “mettere in vendita tutto il vendibile” attraverso la holding Roma Capitale, un maxi contenitore in cui confluiranno tutte le SpA del Comune per poi arrivare a cedere il 40 per cento delle aziende dei rifiuti e dei trasporti, entro la fine di quest’anno, al miglior offerente;

quali iniziative il Governo intenda adottare al fine di garantire agli utenti un servizio efficiente, gestito secondo le regole della trasparenza, al di fuori da ogni logica clientelare.

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Equitalia recapita cartelle pazze agli aquilani

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08096
Atto n. 4-08096

Pubblicato il 2 agosto 2012, nella seduta n. 785

LANNUTTI , MASCITELLI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

agli interroganti risulta che nei territori colpiti dal sisma dell’aprile 2009, L’Aquila e provincia, i contribuenti stiano ricevendo cartelle “pazze” da Equitalia;

si legge in un articolo pubblicato su “Il Centro – L’Aquila” del 1° agosto 2012: «È caos sulle cartelle “pazze” che Equitalia sta inviando ai contribuenti aquilani. Sono oltre 80mila, frutto di un vuoto normativo “enorme”, come denunciano i commercialisti, nella legge di Stabilità 2012 sulla restituzione delle tasse sospese ai terremotati per due anni dopo il sisma. Un salasso dietro l’angolo, su cui commercialisti e tributaristi lanciano l’allarme. “Se non si chiarisce la norma, qui sarà un disastro”, dice il commercialista Luigi Fabiani. Un problema che riguarda tutti i cittadini (lavoratori autonomi o dipendenti, pensionati e imprenditori), che hanno in sospeso un po’ di tutto: dall’Ici alla Tarsu, dalle contravvenzioni stradali ai contributi non pagati all’Inps e all’Inail. Insomma, tasse in senso lato. Le cartelle esattoriali ammontano, in alcuni casi, a decine di migliaia di euro. Così, è capitato che un lavoratore autonomo aquilano – caso che citiamo a titolo di esempio – abbia ricevuto dall’ente riscossore Equitalia una cartella relativa a una somma da pagare di 19mila euro. “Per consentire il rientro dell’emergenza del sisma”, si legge sinteticamente nella cartella, “la ripresa della riscossione avviene senza applicazione di sanzioni e interessi, in 120 rate mensili a decorrere dal gennaio 2012. L’ammontare dovuto per ciascun tributo, contributo o carico iscritto a ruolo, oggetto delle sospensioni, è ridotto al 40%”. Salvo poi, due righe più sotto, aggiungere: “La invitiamo a non effettuare, al momento, alcun pagamento”, in attesa di chiarimenti su come fare. Quella cartella è stata notificata il 12 gennaio scorso ed è scaduta il 13 marzo (60 giorni dopo). Dunque è diventata titolo esecutivo. Altro aspetto inquietante è la velocità con cui crescono gli interessi, al ritmo del 10% circa (contro il 2,5-3% applicato dalle banche). Dopo aver detto di non pagare, Equitalia dà al contribuente le istruzioni di pagamento, e avvisa: allo scattare del 61° giorno, la somma da pagare è di 19769,69 euro: quasi mille in più, in un colpo solo. “C’è un vuoto normativo da parte dello Stato”, denuncia Fabiani, che condivide questo problema con i commercialisti aquilani, “vuoto che sta nella norma sulla restituzione delle tasse sospese, che non dice su quali tributi può essere applicata la riduzione del 40% (e a partire da quale data) e su quali no”. Non si tratta di non voler pagare. “Ma qualcuno si prenda la briga di spiegarci come fare”, dice. La cartella presa ad esempio, infatti, ingloba per legge anche “un debito del 2006, quando il sisma non c’era ancora stato, e che non dovrebbe godere della riduzione”, spiega Fabiani. Ma, alla lettera, la legge dice che “ciascun carico iscritto a ruolo è ridotto al 40% anche relativamente ad anni precedenti”. “In questa confusione nessuno si preoccupa di dire cosa si deve pagare e cosa no”, conclude il professionista. “Intanto, spiccacallari (in dialetto aquilano gli esattori delle tasse, ndr) si preparano a pignorare auto e case ai contribuenti che aspettano che Stato ed enti creditori battano un colpo”»;

considerato che:

alla fine del 2011, il Governo Berlusconi concesse dunque alle popolazioni terremotate de L’Aquila di restituire le imposte non pagate con una riduzione del 60 per cento dell’importo totale in 120 rate e per 10 anni, a partire dal gennaio 2012. Come afferma il commercialista Fabiani nell’articolo citato: «”Solo che dimenticò di spiegare quali tributi dovevano godere della riduzione e quali no. Un vuoto normativo che ha generato una “confusione totale”»;

pertanto allo scadere dei 60 giorni di tempo per pagare o per fare un ricorso, scatta la sanzione. Insomma: da una parte, i terremotati ottengono un diritto (la riduzione delle tasse) e, dall’altra, subiscono una riscossione coattiva, che elimina quel diritto;

le persone e le imprese che hanno già ricevuto queste cartelle ora rischiano di vedersi pignorato ogni bene,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

come intenda intervenire al fine di sanare la grave situazione venutasi a creare ai danni dei contribuenti colpiti dal terremoto che si sono visti recapitare da parte di Equitalia cartelle “pazze” con sanzioni ingiuste;

se ritenga corretto il comportamento di Equitalia che nella cartella invita i contribuenti a non effettuare, al momento, alcun pagamento, in attesa di chiarimenti su come fare, e, dall’altra, allo scadere del sessantunesimo giorno applica sanzioni e conteggia interessi spropositati;

se non ritenga doveroso promuovere iniziative normative, nei limiti delle risorse disponibili, per prevedere la possibilità che la sospensione di termini di cui in premessa possa essere prolungata almeno fino a tutta la durata dello stato di emergenza nonché che la ripresa della riscossione dei tributi e dei contributi previdenziali ed assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria non versati per effetto delle disposizioni previste dal provvedimento in esame avvenga senza applicazione di sanzioni, interessi e oneri accessori.

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