Month: settembre 2012

Polverini-Sprechi Gruppi consiliari Regione Lazio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08276
Atto n. 4-08276

Pubblicato il 26 settembre 2012, nella seduta n. 802

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e per gli affari regionali, il turismo e lo sport. -

Premesso che:

Paolo Boccacci e Carlo Bonini, in un’inchiesta pubblicata su “la Repubblica” del 26 settembre 2012 dal titolo “Dai finanziamenti ai partiti alle spese per cene e amici, le tre bugie della Polverini. Complice e non vittima. Ecco i documenti”, mettono in fila tutte le bugie di Renata Polverini sui soldi ai gruppi consiliari della Regione Lazio;

un’inchiesta ben documentata che serve anche a rispondere a tutte le strane versioni date dall’ex Governatrice durante la trasmissione televisiva di “Ballarò” di martedì 25 settembre 2012;

l’articolo cita le parole della Polverini e risponde punto per punto alle sue versioni, a giudizio dell’interrogante accomodanti, a cominciare dalle false verità della Governatrice;

all’alba del 25 settembre la “macchina del rumore” di Renata Polverini lavora a pieno regime. Interviste a nastro su ogni emittente televisiva, dichiarazioni ridondanti alle agenzie di stampa. «Dice la Polverini: “La Giunta ha solo stanziato 35 milioni per il finanziamento del Consiglio. E comunque ho chiesto più volte al Presidente dell’Assemblea regionale Mario Abbruzzese che avviasse una spending review. Gli ho inviato lettere molto dure”. Almeno sette circostanze documentali svelano l’inconsistenza di questo argomento che vorrebbe la governatrice dispensatrice passiva e politicamente inerme di denaro pubblico. Tra il 2010 e il 2011, l’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale corregge infatti, con cinque successive delibere, le iniziali dotazioni di bilancio (1 milione) destinate al finanziamento dei gruppi gonfiandole prima di 5 milioni e 400 mila euro, quindi di 3, ancora di 3 e infine di 2 milioni e 700 mila. Sono provvedimenti presi con il voto unanime dell’ ufficio di Presidenza in cui siedono i rappresentanti di maggioranza e opposizione. Dunque, anche con il voto della “Lista Polverini”, di cui la governatrice, per altro, è consigliere eletto. Ma non basta. Quelle delibere, per ottenere ciò che chiedono, devono necessariamente passare per uno stanziamento di denaro da parte della giunta. Che infatti arriva nel 2011. Anche qui, con due delibere (febbraio e dicembre 2011) firmate da Luca Fegatelli, direttore del Dipartimento istituzionale e territorio, ufficio alle dirette dipendenze della Polverini. Ora, se la Polverini dice il vero, dobbiamo immaginare un Abruzzese frenato da quelle “dure lettere” in cui gli si chiede di chiudere i cordoni della borsa. Peccato che, nell’anno in corso – 2012 – non solo la dotazione dei fondi ai gruppi non venga ridotta, ma, al contrario, cresca ancora. Con il placet della Giunta e della Lista Polverini che, come candidamente ammette il suo capogruppo Mario Brozzi, al luglio scorso, si è già visto accreditare 2 milioni e 200 mila euro»;

anche “il Fatto Quotidiano” ha pubblicato in data 25 settembre le fatture delle spese disinvolte, che sarebbero avvenute all’insaputa dell’ex Governatrice: «Alla fine ha dovuto cedere sotto il peso di quella frase insostenibile: “Non sapevo nulla”. La linea Maginot di Renata Polverini è venuta giù ieri sera alle 8, ma i primi scricchiolii sono cominciati prima. Nel pomeriggio di ieri in Consiglio regionale passavano di mano in mano le fotocopie di due documenti che inchiodavano il presidente e il suo staff. Sono le determinazioni della Giunta regionale del 28 marzo e del 21 dicembre del 2011 nelle quali la Giunta impegna 5,4 milioni di euro sul capitolo di spesa R11502, cioè il fondo al quale possono attingere a piene mani i gruppi consiliari dei partiti, in testa quello che era guidato da Franco Fiorito, il Pdl. In quegli atti c’è la prova che lo staff del presidente Polverini ha avuto un ruolo decisivo nel procedimento che ha dirottato una parte sostanziosa del gran calderone dei 97 milioni stanziati dalla Giunta per tutta l’attività pubblica del Consiglio Regionale alla mangiatoia privata dei partiti. Le determinazioni che hanno permesso a Fiorito e colleghi di destinare altri 5,4 milioni a cene, feste, ostriche e viaggi, infatti, non sono firmate dal presidente del Consiglio regionale o da un suo burocrate, ma da quello che è considerato il braccio destro di Renata Polverini, il direttore generale del dipartimento Territorio, Luca Fegatelli. Se Fegatelli firmava gli atti che portano 5,4 milioni di euro in più nelle casse dei gruppi, come può il presidente del Lazio continuare a sostenere la sua totale ignoranza del problema? Questa era la domanda alla quale se non si fosse dimessa avrebbe dovuto rispondere oggi Renata Polverini. La sua fine è cominciata però ben prima di ieri: il 17 settembre in Consiglio regionale quando la presidente è riuscita a mettere insieme il ricordo dell’alluvione di Firenze con la frase: “Sapevo che fossero tanti soldi, ma non sapevo come fossero ripartiti in Consiglio”. Un’ammissione di incompetenza che stonava con il richiamo all’assunzione di responsabilità quasi quanto l’abbronzatura Maya con il suo abitino bianco. La situazione è peggiorata il 20 settembre a Piazza Pulita, quando, incalzata da Corrado Formigli, ha tracciato nella sabbia il solco tra la ‘giunta pulita’ e il ‘consiglio fetente’: “Il consiglio è autonomo dalla Giunta, noi affidiamo in un capitolo unico quello che il Consiglio regionale ci chiede per il suo funzionamento e nel-l’ambito dell’Ufficio di presidenza (del consiglio) si decide come ripartire queste cose”. A rendere poco credibile questa affermazione, oltre alle determinazioni del suo direttore generale, c’erano una serie di indizi. A partire dal suo passato. Renata Polverini è stata in grado di mentire nel 2002 persino al notaio per ottenere 19mila euro di agevolazioni per la sua prima casa, peccato che era la seconda, visto che – quando ha comprato l’appartamento dal Vaticano a prezzo di saldo – ne aveva da poco acquistato a prezzo scontato un altro dall’Inpdap. Quando il Fatto la smascherò nel 2010 sostenne anche allora una tesi traballante: era stato un disguido avvenuto “in una fase di avvicendamento dei suoi consulenti”. Peccato che la firma sull’atto era sua. Un errore, ripiegò, di cui “mi assumerei tutta la responsabilità”. Salvo poi non dare all’erario un euro anche perché in tv nessuno le poneva una domanda. Anzi, a Ballarò la interpellavano sull’evasione fiscale e sul problema della casa, senza arrossire. Il passato però gioca a sfavore della credibilità su un secondo terreno: il rapporto con l’assessore al Bilancio Stefano Cetica, segretario dell’Ugl quando lei era vicesegretaria. Cetica le è stato al fianco per una dozzina di anni in un rapporto complesso di odio-amore grazie al quale Renata Polverini è divenuta prima vice di Cetica e poi l’ha sostituto con una staffetta alla segreteria. Basta tenere a mente la relazione Renata-Stefano e poi scorrere i resoconti stenografici del Consiglio in Internet per scoprire quanto fosse insostenibile la posizione del presidente del Lazio. Renata Polverini a Piazza Pulita è stata costretta a estendere l’incolpevole ignoranza a tutta la giunta, compreso il fedele Cetica. Purtroppo per lei però l’assessore partecipava alle riunioni con i membri della commissione bilancio nelle quali i capi dei gruppi di destra e sinistra, siglavano il patto oscuro per auto-assegnarsi somme crescenti fino ad arrivare ai 14 milioni di euro annui odierni. Ed è sempre l’assessore Cetica che il 14 dicembre scorso presenta nell’aula del Consiglio il suo bilancio di previsione per il 2012 nel quale è contenuto l’emendamento del presidente dell’assemblea Mario Abbruzzese che regala altri 2,5 milioni di euro ai gruppi, per la felicità di Franco Fiorito. Allegata alla proposta di bilancio di Cetica c’è un foglio che spiega dove saranno presi i soldi per lo scialo dei partiti: dal capitolo R11504 delle spese postali, telefoniche e generali spariscono 3,5 milioni di euro destinati a tre capitoli che profumano di “Casta. Oltre ai 2,5 milioni di euro destinati ai gruppi consiliari, mezzo milione va alle spese di rappresentanza del presidente del consiglio Mario Abbruzzese, quello che usa due autoblu e mezzo milione va al fondo omnibus per le ristrutturazioni e gli autisti, quelli che – secondo Fiorito – ritiravano l’auto a noleggio per il consigliere che voleva imboscarsi con la sua bella al Focarile. Ovviamente l’emendamento con lo spostamento è stato approvato a tempo di record dai consiglieri»;

considerato che l’interrogante esprime l’auspicio che si possa appurare con sollecitudine:

quale sia l’entità degli stanziamenti per il finanziamento del Consiglio regionale, in particolare se siano pari a 35 milioni di euro come riferito dalla ex Presidente della Regione Lazio, oppure come riportato da Bonini e Boccacci nell’articolo citato, anche alla luce delle almeno sette circostanze documentali che svelano l’inconsistenza di questo argomento che vorrebbe la Governatrice dispensatrice passiva e politicamente inerme di denaro pubblico;

se risponda al vero che tra il 2010 e il 2011 l’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale abbia davvero corretto con 5 successive delibere le iniziali dotazioni di bilancio (un milione) destinate al finanziamento dei gruppi gonfiandole prima di 5. 400.000 euro, quindi di 3, ancora di 3 e infine di 2. 700.000, provvedimenti presi con il voto unanime dell’ufficio di Presidenza in cui siedono i rappresentanti di maggioranza ed opposizione, come Idv e Pd;

quali iniziative abbia assunto fino ad oggi la Corte dei conti, che a giudizio dell’interrogante si è svegliata solo dopo il recente scandalo che ha interessato il Consiglio regionale;

come sia possibile che le Regioni spendano tali cifre, a dir poco esorbitanti, senza controlli,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza voglia assumere il Governo al fine di fare una verifica puntuale vera e obiettiva in relazione alla riduzione e azzeramento degli sprechi;

quali misure urgenti di competenza, anche in termini di eventuali iniziative legislative, intenda adottare per riportare sobrietà e ferrei controlli preventivi nelle disinvolte spese di funzionamento degli enti locali, provinciali, regionali, centrali, anche con riferimento al finanziamento pubblico dei partiti, esigendo trasparenza, pubblicità, rendicontazione e certificazione della Corte dei conti su fondi pubblici derivanti dal sudore dei contribuenti e da una delle più alte pressioni fiscali di tutti i tempi.

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Lista pubblicata da Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08277
Atto n. 4-08277

Pubblicato il 26 settembre 2012, nella seduta n. 802

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

il “Fatto Quotidiano” riporta un articolo sulle polemiche relative alla pubblicazione da parte dell’Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) della lista delle pubblicazioni di valore scientifico accettate per partecipare ai concorsi: «È scoppiata la polemica sul concorso per l’abilitazione scientifica nazionale dei professori universitari e sulle scelte dell’Anvur, l’Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca voluta da Fabio Mussi e poi istituita da Mariastella Gelmini e già colpita da ritardi, ricorsi e polemiche. Il 20 settembre, con diverse settimane di ritardo, l’Anvur ha pubblicato le liste delle riviste scientifiche che verranno ritenute valide per calcolare i punteggi che i candidati devono raggiungere per poter essere abilitati a diventare professori universitari, ovviamente se e quando gli atenei assumeranno nuovi professori. Infatti solo i saggi e gli articoli pubblicati nelle riviste incluse nelle liste saranno ritenuti di profilo scientifico adeguato. Scorrendo le liste per le aree cosiddette “non bibliometriche”, cioè le discipline umanistiche, storiche, giuridiche e le scienze sociali, si trovano però molte sorprese. Secondo le linee guida della stessa Anvur le riviste devono essere di tipo accademico, dotate di comitato scientifico, e per ovvi motivi non sono da includere quotidiani, settimanali, riviste divulgative o bollettini. È naturale: per dimostrare di essere un buono storico un ricercatore dovrebbe pubblicare saggi su una rivista specializzata e sottoposta al controllo di altri esperti del settore, e non su un mensile che va in edicola e scritto per il pubblico generico. Eppure le liste Anvur, subito spulciate dai diretti interessati di Return on Academic Research, sono piene di giornali e riviste che non hanno nulla di scientifico. Il risultato è tragicomico e sembra avere poco a che fare con lo sbandierato “merito”. Per esempio, pubblicare un articolo su FFwebmagazine, cioè il bollettino online della finiana fondazione Fare Futuro può valere un posto nel settore delle scienze giuridiche. Scorrendo un po’ la lista compaiono nomi di altra levatura: per esempio, la Harvard Law Review. Ma anche i giuristi che si sono limitati a pubblicare sul meno prestigioso giornale dell’arcidiocesi di Udine, La vita cattolica, possono stare tranquilli: sono nella lista, così come coloro che hanno pubblicato saggi su Il commercialista veneto. Il settore delle “Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche” comprende invece chicche come Etruria Oggi, house organ della Banca Etruria, Il Mattino di Padova, e persino Airone, sì proprio la rivista Airone, noto luogo di dibattito filologico e artistico di altissimo profilo accademico. Chi volesse concorrere per l’abilitazione nel ramo ingegneristico avrà a disposizione riviste di profilo scientifico altrettanto elevato, come Yacht Capital, che si autodefinisce “magazine di costume e life-style che ospita anche interviste esclusive e incontri con i più illustri esponenti di questo prestigioso ambiente, personalità di spicco della finanza e dell’industria con la passione per il mare”. Certo, anche chi ha pubblicato un saggio sull’International Journal of Automotive Technology and Management può usarlo per far salire il proprio punteggio, ma sai la fatica? Le liste sono state stilate inserendo le riviste segnalate da chi professore è già, cioè dai docenti universitari già in ruolo. Tuttavia l’Anvur aveva il compito di controllare e validare le riviste per dar vita a liste credibili. Infatti da un lato l’inclusione di queste testate significa che il corpo docente universitario è composto anche da professori che ritengono meritevole ai fini accademici pubblicare su Cittadini dappertutto, o La rivista del clero italiano (che sostiene di mirare a “alimentare un sapere della fede cristiana radicato nella fede evangelica”). Ma oltre a questo problema c’è il sospetto che includere queste testate rischi di favorire candidati che sarebbero esclusi da una valutazione seria ma che magari fanno parte di questa o quella cordata o parrocchia»;

considerato che:

si legge su “Il Manifesto” del 25 settembre 2012 che l’agenzia «costa 7 milioni di euro all’anno, mentre ai membri del consiglio direttivo vengono erogati compensi di 180 mila euro, nonché 210 mila al Presidente. Solo nel 2012 l’Anvur gestirà un colossale processo di valutazione che costerà 301,9 milioni di euro: 276,2 milioni per i 450 valutatori, 18,7 milioni a carico delle 1700 strutture universitarie. Ci sarebbe da gridare per la rabbia, considerando che il taglio agli atenei previsto per quest’anno ammonta a 407 milioni di euro. Già la pubblicazione delle mediane dei titoli necessari sia per essere ammessi al ruolo di commissari, sia per accedere all’abilitazione, hanno sollevato seri dubbi sulla competenza dell’Anvur (..) I vari gruppi di valutatori nominati arbitrariamente dal direttivo dell’Anvur, senza alcun processo trasparente, né gara pubblica, avevano già individuato le cosiddette riviste di fascia A, quelle cioè più scientificamente prestigiose, innescando un mare di polemiche. In alcuni casi, nei settori scientifici meno soggetti a vincoli e controlli, come quegli umanistici, è apparso subito evidente che erano entrati in gioco fattori molto poco scientifici e universalistici»;

sul sito www.roars.it, curato da un combattivo gruppo di docenti e ricercatori, si legge che il 24 settembre, «sul sito di ANVUR (…) viene pubblicata, nella sezione ASN/documenti, una versione aggiornata del documento esplicativo sulla lista delle riviste di classe A dei settori non bibliometrici per l’abilitazione nazionale. La vecchia versione del documento, risalente al 18 settembre scorso, e da noi già commentata (“La mediana è mobile qual piuma al vento”) non è più disponibile sul sito dell’agenzia. Se si procede ad un raffronto tra le due versioni, si nota che l’unica differenza riguarda il punto 3 del documento»;

in particolare nella “versione del 18 settembre” riportata sempre dal citato sito si legge: «3. Il Gruppo di lavoro Libri e riviste scientifiche ha operato a partire dal mese di luglio 2012 e ha prodotto le liste in tempo utile per l’utilizzo al fine della pubblicazione delle mediane dei settori non bibliometrici, avvenuta a fine agosto. Le liste prodotte sono state preventivamente sottoposte al parere dei Gruppi di Esperti della Valutazione (GEV) della VQR». Mentre nella versione del 24 settembre, sempre al punto 3, viene riportato: «3. Il Gruppo di lavoro Libri e riviste scientifiche ha operato a partire dal mese di luglio 2012 e ha prodotto le liste in tempo utile per l’utilizzo al fine della pubblicazione delle mediane dei settori non bibliometrici, avvenuta a fine agosto»;

la pagina Internet conclude: «Pertanto, è stata rimossa la frase che specificava che le liste erano state sottoposte al parere preventivo dei GEV»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che l’Anvur abbia preso per buone tutte le suddette riviste, senza controlli, scremature ed esclusioni, dando prova di una leggerezza e una superficialità che renderebbero necessarie le dimissioni del comitato direttivo e, di conseguenza, quali iniziative intenda adottare a riguardo;

se risulti corrispondente al vero che i vari gruppi di valutatori siano stati nominati dall’agenzia senza indire alcuna gara pubblica e comunque senza alcuna procedura trasparente;

se risulti che le liste in questione siano state sottoposte preventivamente a tutti i gruppi di esperti della valutazione (GEV);

se risulti la rimozione della frase relativa al punto 3 possa essere stata utile ad occultare l’insorgere di un conflitto di interessi dei numerosi membri GEV che si sono candidati come commissari per le abilitazioni, considerato che la frase eliminata evidenziava il loro ruolo nell’approvazione di liste di riviste fondamentali per la selezione dei commissari;

se risulti che le suddette testate sono state introdotte per favorire candidati che sarebbero stati esclusi da una valutazione più accademica ma che magari sono sponsorizzati da determinate alleanze o gruppi di potere.

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Asta frequenze 61/69

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08278
Atto n. 4-08278

Pubblicato il 26 settembre 2012, nella seduta n. 802

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nella legge 13 dicembre 2010, n. 220, con la quale è stata disposta l’asta per l’assegnazione delle frequenze ch 61/69, destinate al servizio di telefonia mobile, è esplicitamente previsto che il 10 per cento dei ricavi sono destinati al rimborso alle emittenti locali che devono restituire le frequenze, in quanto attuali utilizzatori e che hanno sostenuto notevoli spese per la trasformazione degli impianti in tecnica digitale;

a seguito dell’asta per l’assegnazione delle frequenze ch 61/69, lo Stato deve, entro il 31 dicembre 2012, rendere disponibili per i legittimi aggiudicatari dette frequenze, ed a tal fine il Ministro dello sviluppo economico ha provveduto, in data 23 gennaio 2012, ad adottare un proprio decreto, che, stante il riconoscimento agli attuali utilizzatori del diritto ad un indennizzo, ha indetto un apposito bando fra i possessori di frequenze per la volontaria dismissione delle 9 frequenze assegnate ad altri soggetti, a fronte del riconoscimento di una predeterminata cifra di rimborso;

nel bando, trattandosi di volontarie dismissione, sono stati, necessariamente, stabiliti, analiticamente, sia i requisiti per il volontario rilascio che le procedure di modificazione degli attuali diritti d’uso in essere, per le due casistiche prevedibili, di dismissioni di tutte le 9 frequenze necessarie o di un numero inferiore;

in specifico nel decreto ministeriale del 23 gennaio 2012, è dettagliatamente stabilito che, nel caso di volontarie dismissioni di tutte e 9 le frequenze necessarie, la procedura è conclusa ed i rimanenti diritti d’uso restano tali, fatta salva la possibilità di cambi di frequenze, mentre, nel caso di volontarie dismissioni di numero inferiore al necessario, si deve procedere, forzosamente, al recupero delle frequenze mancanti, mediante bando e graduatoria di cui all’art. 4, del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2011, n. 75, e le somme, già stabilite per gli indennizzi, non utilizzate per le volontarie dismissioni devono essere assegnate, al pari dei soggetti volontari, alle emittenti escluse e costrette a restituire le frequenze;

considerato che in data 5 settembre 2012, in adempimento del decreto ministeriale del 23 gennaio 2012, la Direzione generale servizi di comunicazione elettronica e radiodiffusione (DGSCER) del Dipartimento delle comunicazioni ha pubblicato nella Gazzetta Ufficiale proprie determine per la indizioni di bandi per la riassegnazione delle frequenze non solo per le regioni in cui le volontarie dismissioni non hanno raggiunto il numero necessario, ma per tutte le 8 regioni interessate al volontario rilascio, con ciò a parere dell’interrogante violando le disposizioni stesse del decreto di cui si farebbe adempimento;

il bando non prevede solo la restituzione delle frequenze necessarie ma, a parere dell’interrogante in violazione del decreto ministeriale, mette in assegnazione, in tutte le regioni interessate, un numero di frequenze minori rispetto alle attuali in uso detratte le 9 oggetto del decreto ministeriale;

considerato inoltre che:

siffatti bandi, nelle regioni in cui le dismissioni necessarie sono state raggiunte e tutte le somme previste per gli indennizzi sono state assegnate, prevedono un ulteriore rilascio forzoso di diritti d’uso senza alcun indennizzo, come invece previsto nella stessa regione per le dismissioni volontarie, costituendo così, a giudizio dell’interrogante, oltre che una violazione del decreto ministeriale 23 gennaio 2012, anche una grave disparità di trattamento fra le emittenti dimissionate volontariamente o forzosamente nell’ambito della stessa regione, e fra le emittenti dimissionate forzosamente delle diverse regioni, alcune indennizzate ed alcune no. Disparità sicuramente censurabile dalla Magistratura amministrativa e che espone il Ministero a sicure richieste di danni prodotti;

la presunta esigenza della liberazione di più frequenze risiederebbe in un piano delle frequenze disposto dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, a giudizio dell’interrogante quantomeno aleatorio, avveniristico, fondato su previsioni irrealizzabili e per giunta, a quanto risulta all’interrogante, che la stessa Autorità modifica ogni 15 giorni. Come il caso della previsione dell’assegnazione di ben 3 frequenze al digitale radiofonico (DAB), cioè ad un settore che ha mille impraticabilità e in relazione al quale al momento non esistono indizi per un prossimo sviluppo;

non si giustifica in alcun modo la decisione, peraltro non supportata da norma di legge, degli organi dirigenziali del Ministero (Dipartimento, DGSCER, Direzione generale per la pianificazione e gestione dello spettro radioelettrico-DGPGSR) di procedere alla repentina riduzione dei diritti d’uso in essere a delle imprese che oggi danno servizi e fanno occupazione, per tenere le frequenze inutilizzate e senza la prospettiva di assegnarle ad altri,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non reputi che siffatti bandi siano in aperta violazione di un suo decreto;

se non reputi tali determine direttoriali carenti di legittimità;

se non ritenga che un simile comportamento non costituisca una grave disparità di trattamento tra le emittenti dimissionate volontariamente e forzosamente, che espone il Ministero a censure della Magistratura amministrativa ed a gravosi indennizzi per i danni arrecati alle emittenti;

se non ritenga una siffatta iniziativa degli organi direttivi del Dipartimento delle comunicazioni fortemente lesiva degli interessi generali del Paese, con il conseguente effetto recessivo e di diminuzione della base occupazionale in un momento di particolare crisi economica;

se non ritenga una simile iniziativa contraria alla politica di sforzi per realizzare una ripresa economica e di aumento dell’occupazione, e tale che, laddove confermata, farebbe sorgere notevoli dubbi circa la veridicità di quanto pubblicamente affermato dal Ministro medesimo;

se non ritenga di dover urgentemente sospendere, in autotutela, tutte le suddette determine direttoriali, onde poter riportare le procedure, per il completamento delle dismissione delle frequenze 61/69, nell’alveo di quanto correttamente disposto dal proprio decreto del 23 gennaio 2012;

se non ritenga necessario, infine, in una situazione occupazionale del Paese tanto grave, accertare quali siano state le motivazioni di un atto del Ministero dello sviluppo economico tanto contrastante con la politica enunciata dal Governo, e, a seguito degli opportuni accertamenti, se non ritenga necessario assumere gli adeguati provvedimenti nei confronti degli eventuali responsabili, onde garantire per il futuro la omogeneità della azione del Governo.

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Accordo Italia-Stati Uniti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08280
Atto n. 4-08280

Pubblicato il 26 settembre 2012, nella seduta n. 802

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nel 2009 è stato firmato l’Accordo tra il Governo della Repubblica Italiana e il Governo degli Stati Uniti d’America in materia di cooperazione di polizia nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità;

dell’accordo si sono occupati sia “Il Dossier” – rubrica video dell’agenzia di stampa Agenparl – del 21 settembre 2012 sia un lancio della stessa agenzia, dal titolo “Italia-Usa: un accordo anti-terrorismo da 10 mln di euro”, pubblicato il 24 settembre 2012;

il disegno di legge di ratifica dell’accordo è stato varato dal Consiglio dei ministri solo il 25 maggio 2012;

considerato che:

l’accordo prevede la possibilità di interrogare automaticamente gli apparati elettronici dei due rispettivi Paesi per quanto riguarda sia le tracce del dna sia le impronte digitali, mettendo in comunicazione le due banche dati e rendendo più rapidi i tempi delle indagini;

si legge nel citato lancio d’agenzia che “L’accordo costa oltre 10 milioni di euro per le casse pubbliche italiane. La maggior parte dei quali serviranno per l’adeguamento delle infrastrutture hardware e l’aggiornamento del sistema automatizzato per identificare le impronte, nome in codice Afis, fornito dall’americana Hewlett Packard. Purtroppo, si nota nell’appendice dell’accordo, il collegamento con gli Stati Uniti non può essere effettuato sulla rete europea Testa – già funzionante per un sistema di condivisione europeo, l’Eurodac”;

l’affidamento ad Hewlett Packard del sistema automatizzato per identificare le impronte non risulta essere stato deciso tramite gara d’appalto, cosa che avrebbe potuto far risparmiare ingenti somme di denaro;

il coinvolgimento della rete europea ‘Testa’ e del sistema ‘Eurodac’, già funzionante per la condivisione in ambito europeo delle banche dati delle impronte digitali, avrebbe altresì potuto comportare ingenti risparmi al progetto,

si chiede di sapere:

se quanto esposto corrisponda al vero;

quali criteri siano stati seguiti nello scegliere Hewlett Packard per la fornitura del sistema;

quali siano le cause tecniche della non compatibilità del sistema in oggetto con la rete europea “Testa”, già funzionante per un simile sistema di condivisione di impronte digitali, denominato “Eurodac”.

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Discarica provvisoria Monti dell’Ortaccio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08275
Atto n. 4-08275

Pubblicato il 26 settembre 2012, nella seduta n. 802

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute. -

Premesso che:

il Commissario straordinario Goffredo Sottile, in attesa del sito definitivo che Comune, Provincia e Regione devono individuare entro il 31 dicembre 2012 fuori dalla valle Galeria, ha scelto Monti dell’Ortaccio come sito provvisorio della nuova discarica di Roma, autorizzando la società Colari, che fa capo a Manlio Cerroni, a presentare il progetto per realizzare una discarica per il solo rifiuto trattato. Il progetto prevede un impianto di circa 23 ettari, un invaso di 4.800.000 metri cubi e la capacità di abbancare 4.320.000 tonnellate di rifiuti. A giudizio dell’interrogante tali dimensioni e la durata triennale proposta rendono piuttosto dubbio il concetto di provvisorietà;

come si legge sul blog del Movimento 5 stelle, che pubblica il documento approvato dai comitati civici di valle Galeria il 21 settembre 2012, aprire una nuova discarica a soli 700 metri da quella di Malagrotta danneggerebbe ulteriormente un territorio già fortemente inquinato che necessita di immediati interventi di bonifica e di riqualificazione. Inoltre, la sua localizzazione è all’interno di un tessuto urbano composto da 20.000 abitanti;

questi due motivi, che Sottile non sembra considerare degni di nota, hanno portato il precedente commissario Pecoraro a escludere il sito di Monti dell’Ortaccio;

i comitati sostengono ancora che questa discarica è una scelta inutilmente onerosa perché, se fosse veramente interrato solo rifiuto trattato, non servirebbe allestire un sito provvisorio ma basterebbe decidere subito il sito definitivo abilitato a smaltire questa tipologia di rifiuti;

la proposta della Colari che, disattendendo le indicazioni di Sottile, prevede di interrare anche rifiuti biodegradabili, a giudizio dei comitati civici diventerebbe una vera e propria presa in giro qualora si decidesse di non portare i rifiuti tal quali all’estero ma di interrarli a Monti dell’Ortaccio mascherati con un trattamento inadeguato;

in questo caso, la discarica proposta si configurerebbe come una vera e propria nuova Malagrotta, avvalorando ancor di più la sua incompatibilità con un territorio ad elevato rischio ambientale e sanitario come considerato dagli studi Ispra, Arpa e del Servizio sanitario regionale;

considerato che:

si legge ancora sul comunicato che la discarica prevista dal progetto Colari non è solo per rifiuti trattati. Nel progetto depositato si specifica che nella discarica insieme ai rifiuti prodotti dal trattamento di impianti saranno abbancate anche alcune tipologie di rifiuti urbani previsti nel codice CER 20 (rifiuti provenienti da giardini, parchi, strade, spiagge, corsi d’acqua, cimiteri, fosse settiche, fognature, eccetera). Quindi saranno interrati anche rifiuti biodegradabili rendendo la discarica proposta un impianto con potenzialità inquinanti. Per questo il progetto prevede le opere di ingegneria indispensabili per una discarica tradizionale (polder, pozzetti di raccolta del percolato e sistemi di captazione di biogas). Il progetto di una nuova discarica inquinante è inaccettabile anche in relazione alla procedura di infrazione europea per la discarica di Malagrotta a cui è sottoposta la Regione Lazio. Una nuova discarica è incompatibile con i rischi ambientali e sanitari del territorio. L’emergenza ambientale e sanitaria della valle Galeria è dovuta alla presenza di numerose attività inquinanti (discarica, raffineria, termovalorizzatore, gassificatore, cave, eccetera). L’incompatibilità della nuova discarica con il territorio della valle Galeria è affermato nella relazione tecnica svolta dagli ingegneri Moretti e Sorrentino per conto dell’ex Commissario Pecoraro. Tale relazione è contenuta negli atti della Commissione Parlamentare Bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Lazio approvati nella seduta del 3 luglio 2012 nei quali si riporta che l’area in cui è localizzato il sito Monti dell’Ortaccio “presenta un elevato livello di contaminazione e di inquinamento che di per sé costituisce fattore escludente non derogabile” e che il sito “risulta troppo vicino a frazioni e centri abitati significativi che ne determinano l’inidoneità”. Inoltre, gli atti della Commissione riportano la “Valutazione epidemiologica dello stato di salute della popolazione residente nell’area di Malagrotta” svolta recentemente dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale e dall’Arpa Lazio nella quale si afferma che nella popolazione insediata a ridosso degli impianti i tumori ai polmoni e alla mammella e le patologie a carico degli apparati respiratori e cardiovascolari sono in eccesso e attribuibili all’inquinamento prodotto nei passati decenni dagli impianti industriali presenti nell’area. La relazione degli ingegneri Moretti e Sorrentino compresi tutti gli studi di ISPRA ed ARPA acquisiti in essa e la valutazione epidemiologica del Servizio Sanitario Regionale costituiscono una documentazione importante per considerare la Valle Galeria come un area soggetta ad una grave emergenza ambientale e sanitaria e pertanto non idonea ad accogliere una nuova discarica in quanto bisognosa di bonifica e di riqualificazione. Quindi, non si comprende perché il commissario Sottile senza il supporto di un nuovo studio abbia scelto il sito Monti dell’Ortaccio, nonostante che l’ex commissario Pecoraro con adeguata documentazione ne aveva escluso l’utilizzo;

si apprende dalla lettura dello stesso comunicato che la discarica è localizzata a ridosso di un tessuto urbano di 20.000 abitanti. Le distanze di frazioni e centri abitati dal perimetro del sito di Monti dell’Ortaccio sono: 430 metri da nucleo abitativo di ponte Malnome (abitanti insediati circa 300); 625 metri dal quartiere di piana del Sole dove è anche in corso di attuazione un piano di zona 167 (abitanti insediati e futuri circa 8.000); 660 metri dall’intervento urbanistico di edilizia residenziale pubblica e privata in corso di realizzazione (167 monte Stallonara e programma Pisana Ponte Galeria) che collegano gli insediamenti esistenti di San Cosimato e Spallette (residenti insediati e futuri circa 11.000); 840 metri da toponimo di Santa Cecilia (abitanti insediati circa 700); a ridosso del sito sono inoltre presenti importanti attività agricole. L’ampiezza e la complessità del contesto insediativo descritto e la sua eccessiva vicinanza al sito devono costituire un elemento ostativo alla realizzazione di una nuova discarica a Monti dell’Ortaccio come del resto aveva già deciso l’ex commissario Pecoraro;

si apprende inoltre che il progetto Colari contiene gravi e inaccettabili lacune. Omette di affrontare problematiche decisive per una attenta valutazione sulla validità della scelta del sito; in particolare: la formazione del laghetto presente nel perimetro della discarica non è avvenuta, come scritto nel progetto Colari, per l’accumulo di acque piovane dovuto alla presenza nel sottosuolo di un ampio strato di argilla che non ne consente lo smaltimento. Il laghetto si è formato recentemente perché gli sbancamenti effettuati hanno intercettato l’acqua della sorgente sotterranea. Si tratta di una sorgente naturale canalizzata in una vecchia condotta romana che alimenta i fontanili presenti nel casale dell’azienda agricola Di Cosimo censito dalle carte dell’agro romano e distante circa 300 metri dal sito della discarica. L’acqua della sorgente viene utilizzata dall’azienda per l’abbeveramento del bestiame e l’irrigazione dei campi e degli orti. Inoltre, nel perimetro del sito è presente anche un secondo piccolo laghetto derivato sempre dalle acque della sorgente. Inoltre, il progetto presentato non fa riferimento agli ultimi studi e indagini di Ispra, dell’Arpa e del Servizio sanitario regionale riportati negli atti della Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, nella relazione approvata il 3 luglio 2012 (Doc. XXIII, n. 11). Questa documentazione è decisiva per effettuare una completa e attenta valutazione dello stato di emergenza ambientale e sanitaria della valle Galeria. Ancora, sui confini del sito, come evidenziato dalle paline di segnalazione dislocate sul territorio, corrono le condotte del metanodotto e dell’oleodotto. La normativa regionale sulla localizzazione delle discariche classifica questi impianti sensibili come importanti impedimenti. (fattori escludenti) per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di nuove discariche. Questa problematica, menzionata dal progetto in riferimento alla normativa regionale non è approfondita in modo adeguato in relazione all’effettiva vicinanza delle condotte;

considerato inoltre che, su un articolo pubblicato dal “Nuovo Paese Sera” il 24 settembre, alla fine della Conferenza dei servizi che si è tenuta lo stesso giorno il presidente del XV municipio, «Gianni Paris, con il verbale della riunione in mano, ha messo in evidenza che “i pareri negativi degli enti locali sono stati “trasformati” in richiesta di informazioni aggiuntive e consegna di osservazioni”» e «”Questo è stato un incontro preliminare di acquisizione dei documenti – tiene a precisare il responsabile unico del procedimento – prenderemo atto delle osservazioni e proveremo a integrare il progetto di Colari come richiesto”. Non c’è stata dunque una valutazione su Monti dell’Ortaccio oggi e per questo bisognerà attendere la prossima riunione»;

sempre dallo stesso articolo emerge che questo risultato lascia tutti i cittadini insoddisfatti,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di intervenire presso i vertici della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma al fine di scegliere subito il sito definitivo, stabilendo tempi rapidi per la sua attivazione, e di scongiurare al più presto la scelta di Monte dell’Ortaccio esprimendo parere negativo nella successiva riunione della Conferenza dei servizi;

se non intenda adottare le opportune iniziative di propria competenza affinché il Comune di Roma persegua gli obiettivi della raccolta differenziata, in particolare quella domiciliare, necessaria per il riuso dei materiali e l’utilizzo di tutti gli impianti autorizzati e realizzati e comunque portare il tal quale residuo all’estero fino a quando non sarà tutto differenziato;

quali iniziative intenda assumere al fine di prevenire ulteriori episodi di inquinamento ambientale garantendo la salute pubblica;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare per prevenire i fenomeni di mortalità, che si verificano nelle adiacenze delle discariche cittadine in Italia.

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Agenzia Debiti-Studio Baldini&Partners

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03071
Atto n. 3-03071 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 25 settembre 2012, nella seduta n. 800

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dell’interno e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la crisi economica, scoppiata il 7 luglio 2007 con lo scandalo dei mutui subprime immessi sui circuiti finanziari internazionali come affidabili, poiché descritti con il massimo punteggio di affidabilità dalle agenzie di rating, prodotta dall’avidità dei banchieri, ha aggravato la situazione debitoria di moltissime famiglie italiane, indotte dalla pubblicità ad indebitarsi con banche, finanziarie e ricorrendo all’uso delle carte revolving per inseguire una presunta “modernità”;

le sapienti campagne pubblicitarie ed i consigli per gli acquisti confezionate da banche e finanziarie associate ad Abi ed Assofin, di acquistare oggi per pagare dopo 12-18 mesi, ha vinto anche le resistenze culturali di famiglie, anche delle solide tradizioni contadine, abituate da decenni a non fare il passo più lungo della gamba, quindi a spendere ciò che guadagnavano, sfornando milioni di nuovi indebitati, indotti ad acquistare a rate anche per consumi spesso superflui;

all’interno di questi enorme mercato di nuovi debitori, si sono inserite agenzie senza scrupoli, per coltivare il nuovo fiorente business sulle promesse di ridurre i debiti maturati anche del 70 per cento, come Agenzia Debiti;

sul sito Baldini & Partners, studio legale specializzato in finanziamenti, prestiti, mutui, servizi finanziari, consulenze finanziarie, servizi e pratiche finanziamenti, con sede a Milano, via Sciesa 24a, vanta consulenza legale ed esperti in: liquidazioni di società e di aziende in crisi, mirate alla protezione dai creditori, alla limitazione dei rischi di fallimento ed eventuali conseguenze penali, soluzioni giuridiche per ridurre i debiti ad aziende e professionisti, protezione di patrimoni immobiliari e mobiliari sia personali che aziendali e risparmio fiscale nei trasferimenti immobiliari, successori, patrimoniali in genere, personali ed aziendali attraverso l’istituto del trust;

Baldini & Partners, come già segnalato da altri atti di sindacato ispettivo e da inchieste giornalistiche, era lo studio legale che procedeva ad assumere molti giovani in cerca di lavoro per Agenzia Debiti, come risulta anche dalla segnalazione di uno dei lavoratori che ha scritto all’interrogante della sua esperienza lavorativa presso lo studio;

la denuncia di questo lavoratore si somma a quelle di numerosi altri suoi colleghi, costretti alle stesse condizioni dall’Agenzia Debiti, giunte all’interrogante e su cui è stato presentato un atto di sindacato ispettivo (4-08200);

la spregiudicata e fraudolenta attività di Agenzia Debiti, la sua campagna pubblicitaria capillare su quasi tutti i mass media, che promette di ridurre i debiti del 70 per cento, ha indotto migliaia di debitori a rivolgersi ai suoi servizi, previ pagamenti di 390 euro, solo per conoscere la situazione debitoria, quasi che il malcapitato consumatore non la conoscesse già. Da una rilevazione effettuata il 23 marzo 2012 (come scrive l’Antitrust nel procedimento PS/7682), risulta che nella parte centrale della home page del sito sono riportate le seguenti affermazioni: “Qual è la nostra principale attività? Noi di Agenzia Debiti facciamo in modo che le persone e le famiglie indebitate chiudano i loro debiti con uno sconto che può arrivare fino al 70 per cento. Es. Una famiglia ha 30.000 euro di debiti da una Finanziaria” che non riesce a restituire, “Il nostro lavoro consiste nel fargli chiudere il debito ad una cifra che va da 9.000 a 18.000 euro. In un caso del genere la nostra tariffa è di 3.000 euro pagabili anche a rate. Alla fine, quindi, la famiglia paga da 12.000 a 21.000 euro anziché 30.000 e risparmia di fatto una cifra tra i 9.000 ed i 18.000 euro. La seconda attività è di opporci ad ogni atto di Equitalia, Agenzia delle Entrate, Inps e del Fisco (…) attraverso accesso agli atti e ricorsi in Commissione tributaria” in ogni grado di giudizio;

privati e piccoli imprenditori che versano in gravissime difficoltà economiche anche nei riguardi di banche, finanziarie ed agenzie fiscali, cadono così nelle grinfie di soggetti spregiudicati che promettono di risolvere i loro problemi previo pagamento di migliaia di euro, in aggiunta ai 390 euro richiesti come versamento iniziale, prospettando un successo di riuscita delle loro azioni del 70 per cento, senza poi raggiungere l’obiettivo, ed aggravando la situazione debitoria delle malcapitate vittime dell’Agenzia;

considerato che:

il 20 settembre 2012, nell’operazione di polizia giudiziaria denominata Payback, sono scattate le manette ai polsi del titolare di Baldini & Partners, Mariano Baldini, avvocato campano con studio a Milano e Londra, insieme ad altri complici ed accusato dal pubblico ministero Stefano Civardi di aver costituito un’associazione a delinquere che portava le aziende alla bancarotta fraudolenta e riciclava il denaro dei Casalesi e di altri pregiudicati vicini alla banda della Magliana, prestanome di Agenzia Debiti;

l’articolo su “la Repubblica” edizione di Milano il 21 settembre 2012, dal titolo: «”Proteggevano i beni dei Casalesi”. Dieci arresti, il capo era un avvocato» e sottotitolato “L’operazione Payback della guardia di finanza di Milano ha portato al sequestro di immobili e auto per 22 milioni e a dieci fermi. Il legale è Mariano Baldini (studio Baldini & Partners)”, ne racconta i dettagli;

si legge: «Uno studio legale in centro nel capoluogo lombardo e personaggi vicini a clan camorristici, come quello dei Casalesi: è l’asse Milano-Caserta individuato in un’inchiesta condotta dalla guardia di finanza milanese che ha smantellato una presunta associazione per delinquere, capeggiata da un avvocato con uffici anche a Roma e Londra. Il professionista avrebbe utilizzato le sue conoscenze tecniche per realizzare trust e così proteggere beni immobili e quote di società, riconducibili anche alla criminalità organizzata. Un sistema che avrebbe permesso pure di aggirare il fisco. Mariano Baldini, legale di 43 anni orginario di Caserta e titolare dello studio di consulenza Baldini & Partners, in via Sciesa a Milano, è finito in carcere assieme ad altre sette persone (due, invece, sono agli arresti domiciliari) in base a un’ordinanza firmata dal gip Antonella Bertoja su richiesta del pm Stefano Civardi. Le Fiamme gialle del comando provinciale hanno eseguito il sequestro di 88 immobili in tutta Italia: appartamenti di pregio situati in centro a Milano e un intero complesso di ville in provincia di Pavia e poi ancora case a Benevento, Latina, Chieti, Caserta, Novara, Sassari, Varese, Lodi. Stessa sorte per le quote di due società e a due auto, tra cui una Aston Martin. Ventidue milioni di euro il valore dei beni congelati. In particolare gli inquirenti avrebbero accertato un legame tra alcuni beni sequestrati, perché protetti dagli schermi giuridici messi a punto dall’avvocato Baldini, e Salvatore Izzo, pregiudicato napoletano morto lo scorso febbraio e che era stato mandato a processo a Milano per aver accumulato un patrimonio composto da ville, terreni e società in Brianza del valore di alcuni milioni di euro, molti dei quali frutto di un giro d’usura. Altro personaggio finito in carcere è Luigi Sagliano, 58enne di Casapesenna (Caserta), ritenuto vicino al clan dei Casalesi, tanto che alcuni pentiti lo hanno indicato in passato come autista e factotum della famiglia Zagaria. Arrestati altri tre imprenditori originari della provincia di Caserta: Luigi Pezzella, 68 anni; Rosa Struffolino, 29, e Simmaco Zarrillo, 43. Stessa sorte per Stefano Brusati, trent’anni, milanese, e per il lodigiano Paolo Lisi, 35 anni. In carcere anche Andrea Giorgio Bensi, 69 anni, di Lodi. Agli arresti domiciliari, invece, Gabriella Amati e Valentina Pagella, 43 anni, di Alessandria. Sagliano, assieme ad altre cinque persone finite in carcere, sarebbe stato, secondo le indagini, una delle teste di legno al servizio di Baldini per occultare i patrimoni. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori, con il meccanismo dei trust all’estero sarebbero stati nascosti i beni riconducibili a “due pregiudicati” (tra cui Izzo) soggetti a misure di prevenzione, evitando così che venissero sequestrati”. Il presunto gruppo criminale, poi, avrebbe sfruttato “lo specifico istituto del trust liquidatorio per sottrarre alle procedure concorsuali l’attivo patrimoniale di società fallite”, danneggiando i creditori. E avrebbe occultato anche “il patrimonio di imprenditori in difficoltà economica, impedendo ai fornitori a al fisco il recupero delle somme dovute”. Numerosi i presunti episodi di bancarotta e riciclaggio. Al momento, però, non è stata contestata l’aggravante di aver favorito cosche mafiose, ma le indagini sono ancora in corso»;

l’associazione di consumatori Adusbef da oltre 2 anni ha denunciato alle Procure della Repubblica ed all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (che ha un’indagine ancora in corso per pubblicità ingannevole) il fiorente business di Agenzia Debiti, basato su angoscia e disperazione di milioni di cittadini indebitati, ai quali viene promesso di ottenere uno sconto del 70 per cento del proprio indebitamento, previo pagamento di 390 euro. L’associazione, regolarmente iscritta al Cncu (Consiglio dei consumatori ed utenti) che ha sede legale presso il Ministero dello sviluppo economico, presieduta per legge dal Ministro o da un suo delegato (compito attualmente svolto dal sottosegretario De Vincenti), tramite l’avvocato Antonio Tanza componente dello stesso CNCU ha cercato invano di far inserire nell’ordine del giorno delle sessioni mensili la discussione sul problema di Agenzia Debiti, che interessa migliaia di consumatori, spesso truffati;

secondo gli ultimi dati ed un’inchiesta del settimanale “Il Mondo” pubblicata il 20 luglio 2012 dal titolo “I predoni degli indebitati”, sono oltre 300.000 le persone che si sono rivolte alle agenzie di debiti, società che promettono di liberare dalla stretta dei creditori in cambio di soldi e che operano in una vera e propria giungla, debt agency diffuse nel mondo anglosassone, arrivate in Italia nel 2008 e che «si occupano, per conto del debitore, di arrivare a una transazione (per lo più attraverso accordi stragiudiziali di saldo e stralcio) o alla rateizzazione, di gestire i contenziosi con il fisco, chiedere la cancellazione dal registro dei protesti e perfino dagli elenchi dei cattivi pagatori», effettuare il recupero crediti. «La più visibile, nonché l’unica società per azioni, è però Ad – Agenzia debiti, che l’anno scorso ha lanciato un’offensiva pubblicitaria a tutto campo, anche attraverso e mail e sms, nata a Milano nel 2010, è schizzata da 137 a circa 330 dipendenti e dichiara 25 mila “richieste di aiuto” al mese, 5 mila pratiche in lavorazione e una massa debitoria gestita di 1,2 miliardi di euro (l’importo medio sarebbe quindi di 240 mila euro)»;

a giudizio dell’interrogante il Governo si mostra inerte di fronte al disinvolto operato di Agenzia Debiti SpA che, approfittando della crisi economica di milioni di cittadini, famiglie e piccole e medie imprese, che versano in gravissime difficoltà economiche anche nei riguardi di banche, finanziarie ed agenzie fiscali, promettono di risolvere i loro problemi previo pagamento di centinaia di euro, che si aggiungono ai 390 euro richiesti come versamento iniziale, prospettando un successo di riuscita delle loro azioni del 70 per cento, senza poi raggiungere l’obiettivo, ed aggravando per giunta la situazione debitoria delle malcapitate vittime dell’Agenzia,

si chiede di sapere:

se non ritenga doveroso intervenire per evitare che, in una fase di crisi economica, soggetti spregiudicati possano trarre vantaggio da promesse non mantenute di aiutare i cittadini ad uscire dalla situazione debitoria;

se a giudizio del Governo l’operato dell’Agenzia Debiti SpA non possa configurare fattispecie delittuose a danno della pubblica fede e dei debitori già oberati ed indeboliti dalla loro situazione e dai conseguenti profili psicologici di inferiorità rispetto a soggetti che promettono soluzioni miracolistiche ai loro problemi;

se il Governo conosca le ragioni della mancata discussione in sede di CNCU presieduto per legge dal Ministro o da un suo delegato, di un fenomeno che ha assunto carattere criminale, e che coinvolge nella rete miglia di famiglie;

se le autorità preposte non abbiano il dovere, specie dopo i numerosi atti di sindacato ispettivo (interrogazioni 4-08200, 3-02859, 3-02813, 4-06545, nonché interpellanza 2-00450) e soprattutto dopo gli arresti effettuati dal pubblico ministero di Milano Stefano Civardi, nell’ambito dell’operazione Payback della Guardia di finanza di Milano, che ha portato al sequestro di immobili e auto per 22 milioni ed a 10 fermi, di revocare con effetto immediato l’autorizzazione ad operare ad Agenzia Debiti ed ai suoi prestanomi;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che soggetti economici, come Agenzia Debiti, possano servirsi della crisi per conseguire profitti a scapito di milioni di cittadini e di famiglie, duramente colpiti da essa, i quali, cadendo nelle “grinfie” di Agenzia Debiti, non trovano soluzioni concrete per risolvere le loro gravissime situazioni economiche, ma le aggravano ulteriormente.

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Crisi FIAT

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00524
Atto n. 2-00524

Pubblicato il 25 settembre 2012, nella seduta n. 800

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la crisi della Fiat e di Fabbrica Italia, che, ad avviso dell’interrogante, si è rilevata un bluff, rischia di aggravare la situazione occupazionale dell’Italia con fortissime ricadute sulla ripresa produttiva e sulla crescita industriale. Perfino l’ex amministratore delegato della Fiat Romiti ha mosso dure critiche all’attuale amministratore delegato della Fiat dottor Marchionne, residente in Svizzera, probabilmente per sottrarsi, come talora ipotizzato dagli organi di stampa, agli obblighi fiscali in Italia. Anche un imprenditore come Diego della Valle ha avanzato critiche durissime. Il padrone di Tods e della Fiorentina ribatte a Marchionne in un lancio di agenzia dal titolo “Fiat: Della Valle, Agnelli a suo tempo hanno deciso abbandono Paese”. Scrive infatti “Il sole-24 ore Radiocor” del 24 settembre: «Sergio Marchionne, ad della Fiat, “sarebbe più utile sprecasse il suo tempo a far vedere i modelli che venderà quando la crisi sarà finita”, sottolineando che “la mia azienda, come altre, non è in crisi perché continuamente innoviamo i prodotti”. E per questo l’imprenditore ha ribadito che “sentirsi dire che è meglio non fare prodotti (in una situazione di crisi, ndr) è un’offesa a tutti gli imprenditori seri”. Con il suo modo di agire, la Fiat “nonostante la crisi che c’è ora in Italia” si comporta “senza minimamente pensare alle conseguenze sul mondo del lavoro, dei loro fornitori, dei loro concessionari. Queste sono cose che trovo veramente scandalose” e, ha concluso “credo che gli italiani abbiano chiaro in mente il comportamento che stanno portando avanti e credo che questa volta non siano più disposti a fare finta di nulla». In una interessante analisi, pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 24 settembre 2012, Andrea di Stefano e Roberto Romano parlano di crisi della Fiat e del bluff di Marchionne: «”I mancati investimenti? Non c’entrano”. (…) L’annuncio che “al momento opportuno” il Lingotto investirà negli stabilimenti italiani del gruppo e che si punterà sull’export, rischia di andare poco lontano. Non c’è un solo produttore europeo che si azzarda ad assemblare vetture in Europa per venderle in Usa (per di più con un cambio eurodollaro a 1,3). Il bluff di Marchionne continua. L’annuncio che “al momento opportuno” Fiat investirà negli stabilimenti italiani del gruppo e che si punterà sull’export, rischia di andare poco lontano. Non c’è un solo produttore europeo che si azzarda ad assemblare vetture in Europa per venderle in Usa (per di più con un cambio euro\dollaro a 1,3). Ma la realtà è che non tutte le colpe sono di Marchionne che ha utilizzato il costo del lavoro come problema italiano in modo strumentale, per deviare l’attenzione dal problema centrale. Tanto più si discuteva di produttività del lavoro, tanto più si nascondevano i problemi veri del settore. Tanto per essere chiari: la Fiat non sarebbe produttiva e profittevole nemmeno se ci fossero gli schiavi. Con una aggravante, che in qualche misura deve far pensare. Molti imprenditori metalmeccanici hanno appoggiato la lotta di classe della Fiat su orario di lavoro e salario non perché fosse un modello adeguato per rispondere alla crisi del settore, ma perché tornava utile per imporre condizioni di lavoro restrittive. In qualche misura hanno usato Fiat per un tornaconto personale. Infatti, dopo sono arrivate la riforma del marcato del lavoro e la manomissione dell’articolo 18. Questa è la miseria della classe dirigente italiana. Altro che le parole di responsabilità di Della Valle. Quando ragioniamo del settore manifatturiero dell’auto, dobbiamo comprendere esattamente di cosa stiamo parlando. Discutiamo di Fiat come se fosse una multinazionale più o meno internazionalizzata, in realtà dobbiamo fare uno sforzo di prospettiva. Indiscutibilmente la Fiat in Italia è una grande impresa, ma a livello internazionale non è solo una piccola società comparata ad altre aziende del settore, ma non ha saputo creare le condizioni per diventare una impresa con grandi economie di scala. Infatti solo a determinate condizioni tecniche era ed è possibile rimanere sul mercato. Se ci pensiamo bene anche Marchionne aveva provato a realizzare delle economie di scala sufficienti per misurarsi con il mercato internazionale. (…) Appena iniziata la crisi economica, subito dopo l’operazione negli Stati Uniti, Marchionne aveva cercato di costruire più di una alleanza con una società automobilistica tedesca (Opel). Marchionne disse al governo (di centrodestra) che non voleva nessun incentivo per l’acquisto di nuove autovetture perché erano dannosi per il mercato, perché aveva compreso perfettamente che stava cambiando in profondità il mercato dell’auto e solo a determinate condizioni era possibile realizzare degli investimenti. Contemporaneamente aveva tentato di agganciare un Paese che stava diventando uno dei due player internazionali del settore automotive. La Germania aveva cominciato a conquistare quote di mercato e costruito una tale forza di fuoco che avrebbe messo in ginocchio tutti gli altri Paesi: con oltre 6 milioni di auto prodotte si possono abbassare i costi di produzione in misura ben più alta di un paese che a mala pena arriva a 600 mila auto prodotte. Il settore automotive (auto, pulman, trattori, movimentazione terra ed altri), in particolare l’auto, indipendentemente dagli aiuti diretti e indiretti alle imprese automobilistiche sotto forma di incentivi ai consumi accumulati tra il 1999 e il 2009, ha ridimensionato il proprio peso percentuale sull’intera produzione industriale. Il ridimensionamento non è un fatto aneddotico, piuttosto la tendenza dei settori maturi e di scala ogni qualvolta si affacciano nuove produzioni. Quello che sorprende di più è la velocità e l’intensità del cambiamento del settore rispetto alla produzione manifatturiera tra il 1999 e il 2008. Il bluff. La caduta della domanda del 2011 e del 2012 era più che prevedibile date le politiche restrittive adottate da tutti i Paesi europei. Nell’area della triade industriale il settore automotive è passato dal 19,2% al 14,6% (-23,96%); l’Europa dal 17,6% al 12,5% (-28,98%); il nord America dal 16,2% al 10% (-38%). Diversamente da queste aree, il Giappone ha manifestato una crescita del peso percentuale del settore nell’ambito della produzione manifatturiera del 7,09%, dal 28,2% al 30,2%, anche se nel corso degli ultimi 2 anni ha perso 3 punti percentuali, da 33,3% a 30,2%1. Se queste sono le tendenze, il ridimensionamento del settore non solo è inevitabile, ma muta le politiche delle imprese: da un lato si manifesta la necessità di produrre vetture di nuova generazione a basso consumo ed impatto ambientale per i mercati rigidi dei paesi ricchi; dall’altra la necessità di realizzare vetture a basso costo per i mercati a ridotto tasso di motorizzazione. Queste due linee di tendenza devono fare i conti con una recessione economica e con la compressione dei consumi dei beni durevoli senza precedenti. Quindi, la ristrutturazione del settore in termini di dimensione di scala (adeguata) e di tipologia di prodotto è ineluttabile, ed è l’unica condizione per rimanere sul mercato. Tra l’altro, essendo l’auto un settore maturo e soggetto a domanda di sostituzione, il saldo finale dell’occupazione sarà obbligatoriamente negativo. Molti economisti dimenticano che un aumento del reddito modifica i consumi, non nel senso che si consuma di più, ma che si consumano cose diverse. Ecco il nodo della questione: tutti sapevano che il mercato dell’auto sarebbe andato incontro ad una grande crisi di ristrutturazione, ma nessuno ha pensato di guidare il processo di razionalizzazione a livello europeo cercando di salvare quanto di buono esisteva. È vero che la Germania non voleva una ristrutturazione europea (il no della Merkel all’operazione Fiat-Opel è più che mai eloquente), ma gli altri produttori e sindacati avrebbero dovuto affrontare seriamente il problema. La Germania ha fatto in modo che fosse il mercato a selezionare i player, cioè ha fatto in modo che solo le società tedesche potessero rimanere sul mercato. Infatti, solo le società tedesche possono permettersi un guerra dei prezzi rinunciando ad un parte dei profitti, sapendo bene che nessuna altra società europea può seguirli su questa strada. La Fiat come le società francesi fanno fatica a coprire i propri costi fissi. Più semplicemente, l’eccesso di capacità produttiva e la compressione della domanda tendenziale del settore, causata anche dagli infelici sussidi del 2009, impone la predisposizione di una riforma della struttura produttiva, da settori maturi a settori emergenti. In qualche modo le barriere all’entrata (nel settore delle automotive) sono più alte, cioè solo a determinate condizioni-dimensioni è possibile rimanere sul mercato. Sostanzialmente siamo in presenza di un oligopolio-monopolio tecnico: poche società coprono l’intera domanda. (…) Se consideriamo il lavoro diretto e indiretto (distribuzione, finanza, ecc.) il settore occupa quasi 13 milioni di lavoratori (Europa a 27), assieme alla maggiore quota di mercato a livello internazionale. La produzione complessiva dell’Ue a 27 sul totale è pari al 25,5%, Cina al 23%, Nafta (Nord America e Messico) 14,6%, Giappone al 13,2%, America Latina 6,2%, con una a produzione che oscilla tra i 16,7 milioni e 17,7 milioni di unità, con una capacità di utilizzo degli impianti media del 65%, rispetto al target “typical profitably zone” del 79%. La principale differenza del settore dell’auto europeo da quello di altre aree economiche è il minor grado di concentrazione. Infatti il settore non si limita all’assemblaggio e alla produzione di motori, ma opera nei testing, distribuzione e vendita, manutenzione, riciclo e smaltimento dei mezzi. Inoltre, i componenti automotive sono realizzati in strutture verticalmente integrate con la casa madre. Il tratto distintivo per tutte le case automotive è la separazione del braccio finanziario da quello produttivo, che affianca i “consumatori”, il network, il leasing activities. Inoltre, la componente finanziaria realizza un “valore” superiore rispetto al comparto produttivo, come se la produzione fosse di supporto alla finanza, anche se in termini occupazionali e strumentali la produzione d’auto rimane il core business. (…) Il confronto tra i principali Paesi-competitors europei del settore permette di individuare il soggetto (economico e politico) driver della necessaria ristrutturazione del settore delle automotive. Non tutti si sono accorti, ma questa ristrutturazione il mercato l’ha già quasi fatta. La Germania è passata dal 29,93 al 32,50%; la Francia dal 20,45% al 14,44%; l’Italia dal 7,81% al 5,54%. Sostanzialmente Germania e Giappone, in misura minore gli USA, sono i principali players del settore, con attività e dimensioni che condizionano la ristrutturazione (necessaria) del settore. L’analisi dei brevetti del settore, cioè la tutela legale per le nuove produzioni, è abbastanza eloquente: i brevetti europei (Germania) sono pari al 55%, Giappone 22,8%, Nafta 16,0%. Più in particolare la Germania è l’unico paese che è riuscito a mantenere l’utilizzo degli impianti sopra alla soglia critica del 79%, cioè la “typical profitability zone”, sia prima della crisi e sia durante la crisi. Approfondendo il confronto tra Germania e Italia del settore è possibile cogliere il vantaggio della Germania rispetto a tutti gli altri paesi, in particolare dell’Italia. Infatti, in Germania l’automotive sul complesso della produzione manifatturiera pesa per l’11,80%, mentre in Italia vale il 3,60%. Quindi la crisi della Fiat è una crisi industriale di struttura, non di mancati investimenti. (…) Circa i presunti mancati investimenti della Fiat non c’è da sorprendersi come non c’è da sorprendersi degli investimenti realizzati dalle imprese tedesche del settore. Utilizzando Keynes si può dire: non possiamo chiedere alle imprese in un periodo di crisi di sviluppare dei nuovi investimenti. La Germania ha tutto l’interesse a sviluppare degli investimenti in nuovi modelli e nuovi prodotti. Ogni investimento alza le barriere all’entrata del settore e garantisce un profitto legato alla conquista di nuovi mercati liberati dai concorrenti più deboli. La Fiat se investisse non farebbe altro che produrre perdite. La sua dimensione di scala non gli permette di ammortizzare questi investimenti nella misura delle imprese tedesche. Fin dall’inizio era evidente che Fabbrica Italia era una presa per i fondelli. Cosa si potrebbe fare? Forse è giunto il momento di coinvolgere la Commissione Europea per guidare il necessario processo di ristrutturazione del settore delle automotive, in particolare quello dell’auto. Se l’Europa non interviene come agente economico, l’unico equilibrio del settore è quello determinato dal dumping fiscale e salariale che si realizza nei paesi. Sostanzialmente la ristrutturazione si realizza non sul principio della corretta allocazione delle risorse (scarse) e dei vantaggi comparati, ma agirebbe solo dal lato dei costi fiscali. Un esito che, paradossalmente, allontana dal mercato tutte le case automobilistiche. Per queste ragioni l’Europa dovrebbe assumere un ruolo guida del necessario processo di ristrutturazione del settore, sulla base delle competenze, delle economie di scala, nonché dell’orizzonte europeo in materia di green economy. Inoltre, l’intervento della Commissione permetterebbe di uscire dalle logiche locali, statali e fiscali, consegnando il progetto automotive alla politica industriale europea, evitando di mettere in competizione le diverse società automobilistiche sulla base dei diritti dei lavoratori»;

la Fiat ha fatto l’accordo con il Governo americano per salvare Chrysler, portando negli Stati Uniti motori e tecnologia italiana, praticando una politica di prezzi più svantaggiosa per i consumatori italiani. Il problema della crisi del mercato dell’auto dipende anche dagli alti prezzi praticati sul mercato italiano e dalla contrazione dei redditi, che rende più economico ed appetibile, in molti casi, acquistare auto straniere;

confrontando, infatti, i prezzi di una delle più importanti berline prodotte dalla Fiat e commercializzate in Italia e negli Usa, si scopre che una Lancia Thema 3.000 di cilindrata venduta in Italia costa 49.000 euro. La Lancia Thema più potente, con un motore dalla cilindrata di 3.600, viene venduta in America a 28.500 dollari, pari a 22.000 euro circa ai cambi attuali euro/dollaro. Entrambe le autovetture sono costruite in Canada, con la versione americana ancora più potente di quella venduta in Italia, prelevando in tal modo parte degli utili dalle tasche dei consumatori italiani. (prezzi, caratteristiche e foto sono sul sito italiano Lancia e sul sito americano Chrysler),

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quale sia la politica industriale della Fiat della famiglia Agnelli e del dottor Marchionne, che secondo un recente studio della Cgia (Artigiani) di Mestre, dopo aver ricevuto dallo Stato 7,6 miliardi di euro ed averne impiegati 6,2 miliardi, ha deciso di abbandonare l’Italia deludendo tutti coloro che avevano ritenuto l’operazione affidabile;

se risulti rispondente al vero che la Fiat, per gli stessi modelli, come nel caso di Lancia Thema, costruiti in Canada, pratica una politica commerciale predatoria sui modelli venduti in Italia, depredando così i consumatori italiani;

se risulti rispondente al vero che, anche per il mercato dell’auto, sia la Germania a farla da padrona, con il veto di alcune autorità politiche tedesche all’operazione Fiat-Opel che ha lasciato la possibilità ai produttori tedeschi di restare sul mercato, con una guerra dei prezzi e la rinuncia ad una parte dei profitti, sapendo bene che nessuna altra società europea può seguirli su questa strada;

se risulti vero che sia la Fiat che le società francesi, facendo fatica, per i mancati investimenti sull’innovazione, a coprire i propri costi fissi per l’eccesso di capacità produttiva e la compressione della domanda tendenziale del settore, causata anche da sussidi del 2009, restino fuori mercato anche per le basse capacità produttive non dipendenti dal fattore lavoro, lasciando così spazio ad un oligopolio-monopolio tecnico, con pochissime società adatte a coprire l’intera domanda;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che i finanziamenti offerti al settore, invece di essere dirottati sulla ricerca e l’innovazione del prodotto, possano essere indirizzati per sussidiare i dividendi degli azionisti.

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Sprechi province-Renzi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00525
Atto n. 2-00525

Pubblicato il 25 settembre 2012, nella seduta n. 800

LANNUTTI – Ai Ministri per gli affari regionali, il turismo e lo sport e dell’interno. -

Premesso che:

gli elevatissimi costi di gestione delle province italiane che gravano sui cittadini contribuenti, gli sperperi, gli sprechi e le disinvolte gestioni di taluni presidenti ed amministratori, riportate dalle cronache giornalistiche, hanno indotto il Governo a varare un riordino, con l’obiettivo di una riduzione di spese e debiti elevati, che nella scorsa estate ha acceso vibrate proteste e manifestazioni di piazza. Il presidente stesso dell’Unione delle province d’Italia, Giuseppe Castiglione, ha protestato sulle difficoltà per raggiungere i tagli concordati con il Governo. Un lancio dell’Ansa del 21 settembre 2012, ne riporta le affermazioni: «”Le Province hanno già ridotto il proprio debito nel 2012, e in piena autonomia. I 100 milioni che la spending review ha destinato a questo scopo devono essere utilizzati per ridurre i 500 milioni di tagli imposti”: lo chiede il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, in una lettera inviata al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri. “Nel 2012, secondo un primo monitoraggio Upi – spiega nella lettera – le Province hanno già abbondantemente realizzato un abbattimento del proprio debito di oltre 140 milioni di euro. I 100 milioni che la spending review assegna a questo scopo non servono, mentre è indispensabile che siano utilizzati per ridurre l’ammontare dei tagli”. Castiglione ribadisce poi la “situazione di estrema difficoltà in cui versano i bilanci provinciali a seguito della riduzione di risorse per l’anno 2012 per 500 milioni” e le “fortissime perplessità in ordine alla metodologia e all’utilizzo dei dati contenuti nella banca dati Siope, così come emersi dall’esame del Commissario Enrico Bondi”, tanto che “molte province saranno in difficoltà nella fase di equilibrio dei bilanci e soprattutto nella previsione di rispetto degli obiettivi di patto di stabilità interno assegnati”. La riduzione di 500 milioni nel 2012 e addirittura di 1 miliardo per l’anno 2013, scrive Castiglione, segna di fatto la volontà di vanificare un percorso di maggiore efficienza delle spese delle Province. “Occorre infatti ricordare che il 2012 per le Province si apre con una riduzione di risorse di 915 milioni di euro, per le manovre finanziarie del 2011, che diventerebbero quasi due miliardi dal 2013! Una cifra – sottolinea il presidente Upi – assolutamente abnorme e non congrua rispetto al volume di risorse che le Province gestiscono. Basti pensare che la riduzione di 500 milioni di euro per il 2012 è la medesima che viene richiesta ai Comuni che hanno una spesa per consumi intermedi 8 volte superiore ed una spesa corrente che è 6 volte quella delle Province”. Da qui la richiesta di alleggerire il taglio, per “mantenere il comparto in equilibrio di bilancio, soprattutto non creando le condizioni per uno sforamento generalizzato del patto da parte delle Province, il cui onere per la finanza pubblica – conclude Castiglione – potrebbe essere assai più ingente della riduzione di taglio”»;

nella gestione disinvolta dei fondi pubblici dei partiti, oggetto di gravissimi scandali, come l’ultimo alla Regione Lazio che vedrebbe coinvolti numerosi consiglieri sorpresi ad utilizzare rimborsi per acquistare beni e servizi e perfino vacanze nelle località più ambite, si innesca la polemica sulla gestione dell’ex presidente della provincia di Firenze Matteo Renzi;

scrive Davide Vecchi per “il Fatto Quotidiano” del 21 settembre 2012: «Aragoste, vini pregiati, soggiorni negli Stati Uniti, biglietti aerei, cene, pasticcini e fiori: il giovanissimo Matteo Renzi, quando era presidente della Provincia di Firenze, si è adeguato con estrema disinvoltura al modus operandi dei politici di professione. E così, tra gli spaghetti al caviale di Luigi Lusi e gli sprechi della giunta regionale di Renata Polverini per la comunicazione, l’attuale sindaco di Firenze e possibile candidato premier per il centrosinistra si insinua tra i due esponenti simbolo dello sperpero del denaro pubblico. Anche la Corte dei Conti vuole vederci chiaro sui conti della Provincia dell’era renziana: ci sono troppi rimborsi senza giustificativi adeguati e un uso allegro delle carte di credito da parte del rottamatore. Dal 2005 al 2009, nel periodo in cui Renzi è stato presidente, la Provincia ha speso 20 milioni di euro. Il capo di Gabinetto Giovanni Palumbo, nominato da Renzi, ha firmato decine e decine di delibere per rimborsi di spese di rappresentanza per il presidente che aveva a disposizione una carta di credito con limite mensile di 10mila euro di spesa. Nell’ottobre 2007 però, durante un viaggio (ovviamente di rappresentanza) negli Stati Uniti, la carta viene bloccata “a garanzia di un pagamento da parte di un hotel a Boston”, si legge nella delibera del 12 novembre 2007. Renzi, trovandosi senza carta di credito della Provincia è costretto a usare la sua per pagare 4 mila dollari (pari a 2.823 euro) all’hotel Fairmont di San Josè, in California. Come torna in Italia si fa restituire la cifra con una delibera, ma senza fornire giustificativi. Tolta la dicitura “spese regolarmente eseguite in base alle disposizioni contenute nel disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale”. Nei soli Stati Uniti la Provincia, con Renzi, ha speso tra biglietti aerei, alberghi, ristoranti 70mila euro. Spese di rappresentanza. Ovviamente. In tutto arriva a sfiorare i 600 mila euro. Tra i 20 milioni di euro al vaglio della Corte dei Conti ci sono anche centinaia di migliaia di euro ricostruiti con numerosi scontrini e ricevute. Non molti. In tutto 250 circa. In prevalenza di ristoranti. Gli elenchi depositati agli atti mostrano una intensa attività di rappresentanza da parte di Renzi. Per lo più svolta alla trattoria Garibaldi, al Nannini bar, alla taverna Bronzino e al ristorante da Lino. Locali prediletti dal candidato alle primarie del Pd che, in particolare nel 2007 e nel 2008, riesce a spendere qualcosa come 50mila euro per il cibo. Con conti singoli che spesso superano i mille euro. Il 31 ottobre 2007 la provincia paga 1.300 euro alla pasticceria Ciapetti di Firenze. Il 5 luglio alla Taverna Bronzino viene saldato un conto di 1.855 euro. ll ristorante non è tra i più economici di Firenze, del resto. Ma a Renzi piace. Per tutto il suo mandato alla guida della Provincia frequenta assiduamente i tavoli della taverna. Con conti che oscillano tra i 200 ai 1.800 euro. Renzi ogni tanto cambia ristorante. Alla trattoria I due G in via Cennini il 29 aprile 2008 ordina una bottiglia di Brunello di Montalcino da 50 euro per annaffiare una fiorentina da un chilo e otto etti. Alla Buca dell’Orafo in via dei Girolami il 13 giugno 2008 si attovaglia con due commensali e opta per un vino da 60 euro a bottiglia. E ancora: al ristorante Lino, dove è di casa (anche qui), riesce a spendere per un pranzo 1.050 euro. 1.213 li lascia al ristorante Cibreo. Nei soli mesi compresi da maggio a luglio 2007 spende in ristoranti circa 17mila euro. Nel lungo elenco di ricevute e spese che gli inquirenti stanno verificando ci sono anche le fatture di fioristi, servizi catering, biglietti aerei e società vicine all’attuale sindaco. A cominciare dalla Florence Multimedia che riceve complessivamente 4,5 milioni di euro dall’ente. La Florence Multimedia srl è la Società in house della Provincia che svolge attività di comunicazione e informazione per la provincia. Nel 2009 Renzi è diventato sindaco. In bici. Ora sta girando l’Italia in camper, con lo sguardo rivolto a Roma. Ieri, Renzi era alla sfilata milanese di Armani. A Firenze, intanto, l’aspetta Alessandro Maiorano, ex dipendente del Comune che ha denunciato la gestione del sindaco e promette di dar battaglia alla ‘sprecopoli renziana’. Anche rottamare costa»;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

occorrerebbe verificare se nella documentazione al vaglio della Corte dei conti ci siano effettivamente troppi rimborsi chiesti da Renzi senza giustificativi adeguati e un uso disinvolto delle carte di credito, che ha prodotto spese dal 2005 al 2009 per circa 20 milioni di euro;

occorrerebbe conoscere i criteri sulla base dei quali il capo di Gabinetto dottor Giovanni Palumbo, nominato da Renzi, abbia firmato decine e decine di delibere per rimborsi di spese di rappresentanza per il presidente che aveva a disposizione una carta di credito con limite mensile di 10.000 euro di spesa;

occorrerebbe verificare se risulti rispondente al vero che nell’ottobre 2007, durante un viaggio di rappresentanza negli Stati Uniti, la carta di credito del presidente della provincia venne bloccata a garanzia di un pagamento da parte di un hotel a Boston, cosa che portò lo stesso presidente ad usare la sua per pagare 4.000 dollari (pari a 2.823 euro) all’hotel Fairmont di San José, in California, per poi ottenerne il rimborso;

sarebbe opportuno verificare se tra i 20 milioni di euro al vaglio della Corte dei conti, risultino esservi anche centinaia di migliaia di euro ricostruiti con numerosi scontrini e ricevute, 250 in tutto in prevalenza di ristoranti per intense attività di rappresentanza da parte di Renzi, svolte per lo più alla trattoria Garibaldi, al Nannini bar, alla taverna Bronzino e al ristorante da Lino, a Firenze; locali prediletti che, in particolare nel 2007 e nel 2008, riescono ad incassare qualcosa come 50.000 euro per il cibo, con conti singoli che spesso superano i mille euro, come quello del 31 ottobre 2007, di 1.300 euro alla pasticceria Ciapetti di Firenze, o quello del 5 luglio di 1.855 euro alla Taverna Bronzino;

sarebbe altresì utile conoscere se risulti rispondente al vero che, durante il suo mandato alla guida della provincia, Renzi frequenta assiduamente i tavoli della taverna, con conti che oscillano tra i 200 ai 1.800 euro, pasteggiando con Brunello di Montalcino da 50 euro per annaffiare una fiorentina da un chilo e otto etti, o alla Buca dell’Orafo in via dei Girolami il 13 giugno 2008, dove si attovaglia con due commensali e opta per un vino da 60 euro a bottiglia, oppure al ristorante Lino, dove è di casa (anche qui), spendendo per un pranzo 1.050 euro per un totale di 17.000 euro nel trimestre maggio-luglio 2007;

occorrerebbe infine sapere se nel lungo elenco di ricevute e spese, che gli inquirenti stanno verificando, ci siano anche le fatture di fioristi, servizi catering, biglietti aerei e società vicine all’attuale sindaco, a cominciare dalla Florence Multimedia che riceve complessivamente 4,5 milioni di euro dall’ente Provincia,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza della vicenda e quali misure urgenti di competenza, anche in termini di eventuali iniziative legislative, il Governo intenda adottare per riportare sobrietà e ferrei controlli preventivi nelle disinvolte spese di funzionamento degli enti locali, provinciali, regionali, centrali, anche con riferimento al finanziamento pubblico dei partiti, esigendo trasparenza, pubblicità, rendicontazione e certificazione della Corte dei conti su fondi pubblici derivanti dal sudore dei contribuenti e da una delle più alte pressioni fiscali di tutti i tempi.

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San Marino-Mafia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08262
Atto n. 4-08262

Pubblicato il 25 settembre 2012, nella seduta n. 800

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che:

nelle oltre 100 pagine di relazione conclusiva della Commissione consiliare sammarinese sulle infiltrazioni mafiose viene alla luce una rete di relazioni sospette all’ombra del Titano;

scrive Giovanni Tizian per “l’Espresso”: «Istituita per la prima volta nella storia di San Marino nel luglio 2011, la commissione dotata di potere di indagine, ha ascoltato decine di testimoni. Parole che raccontano di contatti diretti e indiretti tra il boss Francesco Vallefuoco – legato alla camorra napoletana del gruppo Stolder, al clan dei Casalesi e a esponenti di Cosa nostra- e alcuni politici sammarinesi. Nomi noti e importanti della vita istituzionale locale come Gabriele Gatti e Fiorenzo Stolfi, entrambi ex ministri della piccola Repubblica e tuttora consiglieri, il primo nel Partito socialista democratico cristiano, il secondo nei socialisti democratici. La carriera di Gatti inizia nel ’74 quando entra nel Psdc. Da oltre trent’anni siede al Consiglio Grande e Generale (il parlamento sammarinese). Nel ’90 è stato presidente del Comitato dei ministri al Consiglio europeo. Il 2008 lo vede Segretario di stato alle Finanze, diretto interlocutore del ministro Giulio Tremonti durante i tentativi di accordi bilaterali tra Italia e San Marino. E infine l’anno scorso assume la massima carica di capitano reggente per la durata di sei mesi. Fiorenzo Stolfi, “il ministro Fiore” è il nome in codice affibbiatogli dal boss, è consigliere in Parlamento ed ex Segretario di stato agli Esteri. I sospetti e le responsabilità la commissione li fa ricadere su di loro. Sospetti e ombre che partono da due inchieste della primavera 2011 coordinate dalle procure antimafia di Bologna e Napoli, precedute da un altro ciclone giudiziario che ha travolto il Credito Sammarinese coinvolto in una storia di riciclaggio con un narcotrafficante della ‘ndrangheta. Tutto ha inizio con la vicenda “Fincapital”, la società finanziaria sammarinese gestita dall’avvocato-notaio Livio Baciocchi, attraverso la quale sarebbero transitati i soldi della camorra. Le inchieste di Bologna e a seguire di Napoli delineano i contorni grigi in cui è inserita la finanziaria di Baciocchi. E gli appoggi politico-istituzionali su cui poteva contare la macchina da soldi messa in piedi dall’avvocato: “Tenete fuori Livio Baciocchi, se s’inceppa quella macchina lui mangia lo stesso, sono gli altri che non mangiano più”. Per il boss Vallefuoco Fincapital è un giochino da salvaguardare. La galassia societaria del notaio “si è intrecciata con alcune delle tappe che hanno contrassegnato lo sviluppo economico sammarinese negli ultimi vent’anni”. Numerosi i cantieri aperti da Fincapital: “C’è stato un momento che ne aveva 52 con immobili ancora da vendere”, riferiscono i teste ascoltati dalla Commissione. Una miniera d’oro per il clan. Cresciuta grazie alla vicinanza di Baciocchi alla politica locale. Nel piccolo stato affacciato sulla Romagna ha “prosperato un sottobosco politico e affaristico”. E’ il 2008, e San Marino si prepara alle elezioni. Nell’aria c’è aria di avvicendamento politico, e i protagonisti della zona grigia che circonda le imprese di Baciocchi e Vallefuoco “si muovono per dare continuità e protezione” al circuito Fincapital. “Inoltre siamo in un momento di crisi del settore immobiliare e finanziario”, si legge nella relazione. Crisi acuita dallo scudo fiscale approvato dal governo e dal parlamento italiano. Infatti a seguito del regalo agli evasori fatto dall’ultimo Berlusconi i depositi annui nelle banche sammarinesi sono quasi dimezzati: si è passati da 14 milioni di euro a 7,5. Tutte variabili che non lasciano indifferenti l’avvocato Livio e Franco Vallefuoco. Il gruppo guidato dal boss si pone il problema di come mandare avanti gli affari di sempre “in un contesto politico ed economico mutato”. E quando il socialista Fiorenzo Stolfi, socio della Fincapital, è in difficoltà, il gruppo si mette alla ricerca di nuovi referenti politici. E “stringe rapporti confidenziali con Gabriele Gatti intendendo creare un collegamento con la componente politica ritenuta vincente in prossimità del voto”»,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda intraprendere affinché fatti come quelli esposti cessino di esistere, considerato che la camorra ha messo le tende nella Repubblica di San Marino per gestire una serie di affari illeciti, soprattutto legati al riciclaggio di denaro per conto delle varie mafie italiane, facendo transitare soldi sporchi, a giudizio dell’interrogante, grazie ad appoggi politici e istituzionali;

quali iniziative intenda assumere nelle opportune sedi internazionali al fine di convincere, attraverso le autorità competenti, gli Stati contrari allo scambio di informazioni bancarie a fini fiscali a cambiare rotta entro tempi determinati;

se intenda promuovere l’adozione di iniziative legislative volte a rafforzare l’attuale sistema di vigilanza del settore bancario, al fine di tutelare gli interessi dei risparmiatori;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di adoperarsi più efficacemente nel combattere la fuga di capitali all’estero nonché al fine di attuare una lotta seria ai paradisi fiscali, imponendo maggiore trasparenza e collaboratività a queste destinazioni privilegiate;

se non ritenga che sia necessario assumere iniziative anche al fine di introdurre anche in Italia il reato di auto-riciclaggio, considerato che, contrariamente agli altri Paesi occidentali, nel nostro Paese si può perseguire solo chi “pulisce” i soldi di altri, non chi opera per muovere i capitali che ha accumulato violando la legge;

se non ritenga inoltre opportuno promuovere le opportune iniziative normative al fine di ampliare l’applicazione della disposizione che punisce i prestanome, figure fondamentali che permettono gli investimenti, visto che adesso ci sono persino i “presta-conto”, che mettono i loro depositi bancari a disposizione dei criminali;

quali iniziative, nelle opportune sedi europee, intenda intraprendere al fine di ottenere leggi omogenee per sequestri e confische anche all’estero, in maniera che non si creino Stati-rifugio, aumentando significativamente la cooperazione dei controllori nazionali e adottando sanzioni nette nei confronti dei paradisi fiscali.

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Ogm-Studio francese

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08263
Atto n. 4-08263

Pubblicato il 25 settembre 2012, nella seduta n. 800

LANNUTTI – Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e degli affari esteri. -

Premesso che scrive Leonardo Martinelli per “il Fatto Quotidiano” relativamente ad uno studio scientifico svolto in Francia sugli organismi geneticamente modificati (ogm): «Per la prima volta una ricerca scientifica indipendente ha analizzato gli effetti nel lungo periodo degli organismi geneticamente modificati. Sotto accusa la variante Nk603 prodotta dalla Monsanto, che in Europa può essere solo importata ed è destinata prevalentemente all’alimentazione del bestiame. La commissione europea chiede all’Efsa analizzare i dati. Mentre Parigi medita di richiedere il blocco delle importazioni. Da anni infuriano le polemiche sugli Ogm. Sono nocivi alla salute? Devono essere proibiti? Ma finora nessun studio davvero serio sulla materia era stato realizzato. Soprattutto un’inchiesta scientifica accurata su un periodo relativamente lungo (solo inchieste fino a un massimo di 90 giorni). Adesso, invece, dalla Francia sembrano arrivare le risposte tanto attese. E il verdetto è di quelli senza appello. Per il professor Gilles-Eric Séralini, che ha studiato gli effetti di un mais transgenico, “il suo assorbimento sul lungo periodo agisce come un potente veleno”. Séralini, docente di biologia molecolare e ricercatore presso l’università di Caen, in Normandia, ha portato avanti il suo studio per due anni, nella più completa riservatezza, per evitare pressioni e boicottaggi. La ricerca ha valutato gli effetti del mais Nk 603 (che nell’Unione europea non può essere coltivato, ma sì importato) e di un erbicida, il Roundup, il cui utilizzo è in genere associato a quel mais transgenico. Entrambi i prodotti sono fabbricati dalla multinazionale americana Monsanto. E, va sottolineato, il Roundup è ormai l’erbicida più venduto al mondo. Séralini e la sua équipe hanno utilizzato 200 ratti, divisi in tre gruppi: quelli alimentati con il Nk 603, prodotto con il Roundup. Oppure senza fare ricorso a questo erbicida. Mentre un gruppo di animali ha mangiato solo mais non geneticamente modificato, ma trattato con il Roundup. Ebbene, il confronto è allarmante. “La mortalità è molto più rapida e forte nel caso del consumo di entrambi i prodotti di Monsanto”, ha sottolineato Séralini al Nouvel Observateur, che pubblica oggi, giovedì, un lungo dossier sull’argomento. Rispetto a un altro gruppo di ratti, non alimentato con l’Ogm e il pesticida, il primo fra i 200 è morto a un anno di età (almeno un anno prima di quelli non “contaminati” dagli Ogm): aveva mangiato il mais transgenico, trattato con il Roundup. E al diciassettesimo mese dell’esperimento si è osservato che i ratti alimentati con gli Ogm avevano una mortalità di cinque volte superiore rispetto agli altri. In generale gli animali che hanno consumato Ogm hanno riportato tumori alla mammella e danni gravi al fegato e ai reni. La speranza di vita di un ratto è di due anni, due anni e mezzo. Permettono di verificare con largo anticipo quello che potrà avvenire a un uomo. “Riteniamo che le sostanze analizzate – ha precisato il riceratore – siano tossiche anche per gli uomini. Diversi test che abbiamo effettuato su cellule umane vanno nella stessa direzione”. “Sono almeno quindici anni che gli Ogm vengono commercializzati. E’ davvero un crimine che finora nessuna autorità sanitaria abbia imposto la realizzazione di studi di lunga durata”. Mercoledì prossimo in Francia uscirà, edito da Flammarion, Tutti cavie (Tous cobayes), un libro nel quale Séralini illustra la sua ricerca. Ma soprattutto una sintesi dello studio sarà pubblicata nel prossimo numero di una prestigiosa rivista, Food and chemical Toxicology. I ricercatori di Caen non sono degli improvvisati. A livello dell’Unione europea solo due varietà transgeniche sono autorizzate per la coltivazione, il mais Mon 810, ancora di Monsanto, e la patata Amflora di Basf. Ma in realtà molti Paesi hanno applicato il divieto mediante una moratoria (fra quelli la Francia e anche l’Italia). Solo il Mon 810 è davvero coltivato nella Ue, anche se soprattutto in Spagna (l’80% della superficie totale). Altri 44 prodotti Ogm sono stati autorizzati da Bruxelles per la commercializzazione, come il mais Nk 603, al centro dello studio. Sono importati e perlopiù utilizzati per alimentare il bestiame. Come ha spiegato al Nouvel Observateur Joel Spiroux, collaboratore di Séralini, “i bovini sono abbattuti troppo presto perché si possano riscontrare gli effetti negativi degli alimenti transgenici sul lungo periodo. La speranza di vita di questi animali è compresa fra i 15 e i 20 anni, ma ormai vengono abbattuti a cinque, tre anni, 18 mesi o anche in precedenza”. Intanto, intorno allo studio sta scoppiando un vero putiferio. Il Governo francese ha già chiesto a Bruxelles “misure che potrebbero portare alla sospensione d’urgenza dell’autorizzazione a importare il mais Nk 603″. I Verdi francesi, alleati dei socialisti nell’attuale Esecutivo, chiedono di andare oltre e di “sospendere tutte le importazioni di Ogm nella Ue”. La Commissione europea, per voce del commissario alla Salute John Dalli ha chiesto all’Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa) di analizzare lo studio di Séralini, le cui posizioni anti-Ogm sono state spesso criticate in passato dalla comunità scientifica con l’accusa di un approccio troppo “libero” alla statistica. In ogni caso l’authority alimentare prenderà in mano i dati dello studio, con la promessa “di trarne le dovute conseguenze”»;

considerato che:

la recente bocciatura da parte della Corte di giustizia europea del divieto di coltivazione di ogm in Italia allarma perché il nostro Paese si è sempre contraddistinto per la tipicità e la qualità dei prodotti agroalimentari;

in particolare la Corte ha condannato l’Italia per aver vietato la coltivazione di mais Mon810, un cereale geneticamente modificato sviluppato dalla transnazionale statunitense Monsanto. L’Unione europea è a favore degli ogm e gli Stati membri si devono adeguare malgrado, secondo la Coldiretti, il 71 per cento degli italiani sia contrario al loro uso;

“La messa in coltura di Ogm quali le varietà del mais Mon 810″, ha spiegato la Corte di giustizia europea, non può essere “assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione quando l’impiego e la commercializzazione di quelle varietà” sono state autorizzate dall’Unione;

per Stefano Masini, coordinatore della task force per un’Italia Libera da ogm – che raggruppa decine di associazioni fra cui Coldiretti, Codacons, Slow Food e Wwf – la sentenza in realtà non cambia nulla: «In Italia – spiega (…) – lo stop agli Ogm nei campi è stato deciso non in via generale, ma in forza di un provvedimento interministeriale che è intervenuto su un caso concreto e proprio sulla base della disciplina europea che assegna allo Stato l’accertamento circa la pericolosità della coltivazione Ogm nei confronti delle altre colture tradizionali confinanti. Sebbene la sentenza lasci intendere che allo Stato sia precluso il divieto di introdurre misure volte a prevenire l’impatto della commistione di Ogm con le colture derivate da prodotti tradizionali, essa in realtà non tiene conto dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale che ha portato l’Italia a ottemperare alla facoltà di utilizzare Ogm sulla base delle regole di coesistenza» (si veda “il Fatto Quotidiano” del 14 settembre);

a giudizio dell’interrogante non possono coesistere le culture ogm con quelle convenzionali senza che ci sia contaminazione e i problemi legati alla sicurezza alimentare sono ancora tutti aperti, tanto che la stragrande maggioranza degli italiani è contraria all’uso di ogm;

scrive Orsetta Bellani sul quotidiano on line “Città della Spezia”: «Monsanto è uno dei gruppi economici più potenti del pianeta, essendo proprietaria di più dell’80% degli Ogm finora creati. Il suo comportamento cinico è noto ai contadini dei cinque continenti e un esempio è quello di Terminator, noto seme prodotto da Monsanto. L’impresa convince i contadini a provare l’utilizzo di Terminator e questi si ritrovano in un circolo vizioso di dipendenza dai suoi costosi prodotti: da Terminator nascono piante che producono semi sterili, che costringono cioè gli agricoltori a ricomprare i semi ad ogni semina, mentre normalmente i contadini utilizzano quelli prodotti dalle loro stesse piante. Inoltre, Terminator deve essere accompagnato dall’utilizzo di prodotti chimici come il Roundup che, oltre ad essere dannoso per la terra e per la salute, aumenta il rapporto di dipendenza tra i contadini e l’impresa. E c’è di più: il vento sparge i semi, che possono impollinare le piante dei campi limitrofi, rendendole inconsapevolmente e irrimediabilmente contaminate dalle varietà transgeniche. Monsanto ha più volte fatto causa ai contadini con l’accusa di coltivare le sue varietà geneticamente modificate (e coperte da brevetto) senza pagare l’impresa, quando in realtà i contadini hanno visto contaminare e rovinare i loro campi. Come l’Italia, molti paesi latino-americani che hanno cercato di impedire l’entrata degli Ogm hanno incontrato difficoltà, a causa del grande potere economico e politico delle transnazionali del settore. Quando il parlamento brasiliano ha proibito l’uso della tecnologia Terminator sul suo territorio, i grandi latifondisti del paese, in accordo con Monsanto, hanno presentato una proposta di legge per eliminarne la proibizione. In Perù, invece, non è stata ostacolata la moratoria di dieci anni all’ingresso nel paese di sementi geneticamente modificate, per la coltivazione o l’allevamento, con motivo della necessità di salvaguardare la diversità biologica del paese. In senso contrario si sono mossi i governi del Messico e della Repubblica Dominicana, che hanno dato il via libera all’entrata degli OGM nel loro paese»;

a giudizio dell’interrogante si è lasciato troppo spazio all’attività lobbistica di multinazionali che ormai decidono sull’alimentazione,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga condivisibile la posizione del Governo francese, considerato che, a giudizio dell’interrogante, dovrebbe essere posto un freno a tutto ciò che avvelena i corpi umani e ai crimini che si commettono nell’ambiente e dovrebbero essere investite risorse per un’agricoltura sicura, biologica e di qualità che rispetti la salute e il pianeta;

quali iniziative intenda assumere, nelle opportune sedi di competenza, affinché l’Unione faccia chiarezza sui pericoli che gli ogm hanno per la salute umana e blocchi la commercializzazione di questo mais geneticamente modificato, ma soprattutto che si possa davvero arrivare ad un’”Europa OGM free”;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di intervenire in sede europea perché si garantisca uno studio di lunga durata sull’impatto fisiologico degli ogm;

se non intenda, alla luce della recente sentenza della Corte di giustizia europea, appellarsi alla clausola di salvaguardia, seguendo così l’esempio di altri Paesi, come la Francia;

quale posizione intenda assumere per regolamentare in modo adeguato la coesistenza di produzione di OGM free e ogm, al fine di garantire totalmente da possibili contaminazioni le coltivazioni ogm free.

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