Month: settembre 2012

Sentenza Consiglio di Stato- LCN

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08244
Atto n. 4-08244

Pubblicato il 20 settembre 2012, nella seduta n. 799

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Consiglio di Stato ha deciso con le sentenze del 31 agosto 2012, con le quali si conferma l’annullamento, già deciso dal TAR, della delibera 366/10/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), che il regolamento sull’LCN va rifatto. Si legge su “Millecanali.it” del 10 settembre 2012: «Pertanto, per effetto delle citate sentenze, il Regolamento dell’Agcom non è più in vigore. I motivi dell’annullamento sono riconducibili alla violazione, da parte dell’Agcom, dell’art. 11, comma 1, del Codice delle Comunicazioni Elettroniche che prevede il termine di trenta giorni per la consultazione degli interessati e non di 15 giorni come aveva concesso l’Agcom per la consultazione pubblica. Il Consiglio di Stato, al fine di limitare le conseguenze di tale decisione, che porterebbe il sistema televisivo ad una situazione di assoluta confusione, ha raccomandato che, in attesa dell’emanazione di una nuova delibera di regolamentazione, “l’Agcom medio tempore adotti, con l’urgenza del caso, ogni misura transitoria utile allo scopo di consentire l’ordinata fruizione della programmazione televisiva da parte degli utenti e degli operatori del settore”. Le sentenze del Consiglio di Stato sono quattro, in una di queste si ritiene che le numerazioni 8 e 9 debbano essere attribuite (in conformità alle abitudini e alle preferenze degli utenti nella sintonizzazione dei canali) a canali generalisti nazionali (e non musicali); in un’altra si dispone che l’assegnazione dei numeri 7, 8 e 9 ad emittenti nazionali generaliste ex analogiche non sia legittimo. È stato pure ritenuto illegittimo il criterio di assegnazione delle numerazioni alle singole emittenti in base alle graduatorie Corecom. Su questo ultimo aspetto, quello relativo all’adozione di un criterio di assegnazione delle numerazioni alle tv locali, il compito dell’Agcom non sarà certo facile. I dati Auditel sulla pre-sintonizzazione sono fermi al 2005 e stabilire le abitudini e le preferenze di ascolto, che per essere tali devono necessariamente avere una base storica, prendendo come riferimento i recenti dati di ascolto del digitale terrestre può essere fuorviante rispetto alle posizioni ex analogiche. L’Agcom ha infatti provveduto predisponendo in via d’urgenza un provvedimento che proroga l’attuale Piano di numerazione automatica dei canali (LCN) fino all’adozione del nuovo Piano. Quest’ultimo sarà emanato entro 180 giorni a decorrere dall’avvio della consultazione pubblica tra i soggetti interessati. La consultazione pubblica sarà avviata entro i primi giorni di ottobre e sarà affiancata da una nuova indagine conoscitiva sulle abitudini e le propensioni degli utenti, come richiesto dal Consiglio di Stato»;

si legge su “IlGiornale.it” del 2 settembre 2012: «L’emittente di Murdoch contestava l’assegnazione ai suoi canali in chiaro, Cielo e Cielo 2, di posizioni sul telecomando lontane da quelle delle reti “generaliste” di prima fascia, e accusava l’Agcom di comportamenti discriminatori. Una prima sentenza del Tar del Lazio aveva dato già parzialmente ragione a Sky, ed era stata impugnata dall’autority e da alcune delle emittenti che Sky puntava a sloggiare dalla top ten della numerazione. Con la sentenza definitiva del Consiglio di Stato, la filosofia del piano di numerazione (il cosiddetto Lcn) viene ritenuta accettabile: Sky non è stata discriminata, in quanto essendo i canali Cielo “nativi digitali”, essendo nati cioè dopo l’avvento del digitale terrestre, non possono vantare gli stessi diritti dei vecchi canali analogici. (…) il piano Lcn viene comunque annullato per motivi, per così dire, di procedura: la sua approvazione è avvenuta per via d’urgenza, senza concedere alle reti interessate i tempi previsti dalla legge per fare valere le proprie ragioni. Quello che rischia di aprirsi, insomma, è un periodo di caos sui telecomandi degli italiani. A Cielo il piano assegnava i canali 26 e 131, mentre nel suo ricorso Sky chiedeva che le venissero attribuiti canali dello stesso “blocco” delle reti Rai e Mediaset, e comunque non oltre le posizioni 10 e 11. Secondo la sentenza emessa dalla terza sezione del Consiglio di Stato (presidente Lignani, estensore Spiezia) si tratta di una pretesa non fondata. Per assegnare i canali, infatti, l’Agcom doveva tenere conto di una serie di criteri, a partire dalla “garanzia di semplicità d’uso del sistema di ordinamento automatico dei canali” e dal “rispetto delle abitudini e preferenze degli utenti con particolare riferimento ai canali generalisti nazionali ed alle emittenti locali”, certificati da un sondaggio Demoskopea. E tra le abitudini degli italiani non possono essere certo ricompresi canali nati nel 2009, dopo l’inizio del passaggio al digitale»;

considerato che:

il canale 8 del LCN è attualmente occupato dalla seconda rete di TIMedia, MTV, che da tempo è diventata quasi del tutto “generalista”. Nel suo palinsesto, infatti, la musica è un aspetto abbastanza marginale, mentre i programmi ospitano telegiornali (o meglio rassegne di notizie) di ottima qualità, sitcom e programmi di intrattenimento tipici della tv generalista. Il suo posto nelle tv musicali è stato preso da “MTV Music” che, giustamente, è collocata al canale n. 67 del LCN;

“Finanza online” scrive: «La gara per La7, l’emittente televisiva che Telecom Italia Media ha deciso di mettere in vendita, entra nel vivo visto che il termine per la presentazione delle offerte è fissato per il prossimo 24 settembre. Dopo il gran clamore sollevato dall’interesse (non smentito) da parte di Mediaset, oggi circola il nome dei grandi rivali del Biscione, ovvero Sky di Rubert Murdoch. Il gruppo del magnate australiano sarebbe interessato sia alle frequenze televisive sia a La7 e Mtv»;

a giudizio dell’interrogante c’è da augurarsi che tutto questo non porti ad uno smantellamento dell’informazione di quella offerta dalla terza emittente in Italia, ovvero “La7″: una voce da sempre ritenuta affidabile ed obiettiva all’interno del complesso panorama della comunicazione e dell’informazione nel Paese;

la sentenza del Consiglio di Stato su LCN, se applicata dall’Autorità e dal Ministero, a giudizio dell’interrogante, rischia di penalizzare pesantemente, anche abbassandone il prezzo ai fini della sua messa in vendita, La7 e di ledere in qualche forma la pluralità dell’informazione nonché di ridurre lo spazio informativo a disposizione degli utenti,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di vigilare sulla prossima consultazione pubblica indetta relativamente all’adozione del nuovo regolamento, affinché venga considerato un sistema per stilare le graduatorie e assegnare nuovi numeri che possa garantire il pluralismo del mercato televisivo nazionale in chiaro, nell’ambito di un contesto di forte concentrazione e con possibili scenari di ulteriore restrizione della concorrenza;

se, per quanto riguarda la pretesa del monopolista satellitare di ottenere il n. 9 del LCN per il suo canale digitale Cielo, il Ministro in indirizzo intenda adottare le opportune iniziative di competenza in ordine alla firma del codice di autoregolamentazione Tv-Minori, che Sky ancora disconosce, pur essendo entrata numerose volte nel mirino del Comitato media e minori del Ministero.

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Formigoni-Maugeri

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08242
Atto n. 4-08242

Pubblicato il 20 settembre 2012, nella seduta n. 799

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dell’interno. -

Premesso che:

il tema della corruzione e della mancata approvazione del disegno di legge recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione dell’illegalità nella pubblica amministrazione” (Atto Senato 2156-B) pesa come un macigno sulla reputazione dell’Italia nel mondo. Le cronache riportano ogni giorno nuovi scandali, dazioni di tangenti, appalti pilotati per favorire “amici degli amici”, che continuano da decenni ad avere rapporti impropri con i rappresentanti di una classe politica, da molti anni presenti nella scena politica senza soluzione di continuità, e con l’affarismo sfrenato che a giudizio dell’interrogante rischia di alterare il corretto gioco della concorrenza per perseguire sporchi affari;

anche nella Regione Lombardia, la Procura della Repubblica indaga sul “sistema Maugeri” e su presunti appalti pilotati nel settore della sanità con delibere ad hoc emesse dalla Giunta regionale per favorire imprese amicali. Lo scandalo si arricchisce ora di un nuovo fatto, che sembra far vacillare la linea finora assunta dal governatore Formigoni, beneficato di vacanze nelle località più costose ed esotiche;

il “Corriere della Sera”, in un articolo firmato da Mario Gerevini e Simona Ravizza, dal titolo “Formigoni cancellò la Maugeri due giorni prima degli arresti. La clinica era da undici anni nel registro regionale”, del 20 settembre 2012, mette in dubbio la linea del Governatore della Lombardia che aveva in precedenza affermato di non avere alcun potere di vedere i bilanci della Maugeri, «All’improvviso, un giorno della primavera 2012, la Regione Lombardia si accorge che la Fondazione Maugeri è iscritta (dal 7 aprile 2001) nel registro regionale delle persone giuridiche private, al numero 473. E decide di cancellarla. Non è la primavera 2011, né una delle precedenti primavere. È proprio un giorno ben preciso, l’11 aprile, della primavera di quest’anno. Non un giorno qualsiasi, dunque, ma 48 ore prima che esplodesse il caso dei fondi neri alla Maugeri, con sei arresti che sono tornati a scuotere la sanità lombarda e uno dei suoi gruppi ospedalieri privati più importanti, accreditato con il sistema sanitario. È il retroscena un po’ inquietante che emerge da documenti finora rimasti riservati. Il provvedimento che cancella la Maugeri dai registri della Regione parte dagli uffici della Direzione degli affari istituzionali regionali e la data di protocollo è, appunto, l’11 aprile 2012. Una pura coincidenza o in Regione è, forse, arrivata una soffiata due giorni prima degli arresti? E il governatore Roberto Formigoni bluffava quando si scagliava contro fughe di notizie? “L’Espresso (in edicola il 13 aprile con anticipazioni sull’inchiesta, ndr) è scandaloso, ha pubblicato – dichiarava al Giornale – cose che sarebbero successe e coperte da segreto istruttorio; sarebbe bene che chi di dovere indagasse”. La cancellazione d’ufficio viene motivata così: “Si ritiene (dopo 11 anni dall’iscrizione e alla vigilia degli arresti, ndr) che il fascicolo sia stato erroneamente inoltrato all’amministrazione regionale” dal momento che “le finalità della fondazione hanno rilevanza nazionale” e dunque la competenza è “in capo alla Prefettura”. L’iscrizione della Maugeri nei registri regionali rischiava di diventare ingombrante? Successivamente, innumerevoli volte, il governatore avrebbe scaricato sulla Prefettura di competenza ogni responsabilità di controllo, sul presupposto che la Fondazione fosse registrata negli uffici territoriali dello Stato a Pavia. Non sapeva, Formigoni, che la clinica non era nei registri della Prefettura, ma nei suoi? A Pavia, a quanto risulta, la pratica è stata istruita solo da poche settimane. Ben dopo l’esplosione dello scandalo per i 70 milioni di fondi neri della Maugeri che ha portato in carcere il 13 aprile gli amici del governatore, Antonio Simone e Piero Daccò (al suo terzo ordine di custodia cautelare). Insieme a loro sono stati arrestati anche il direttore amministrativo Costantino Passerino, il suo contabile Gianfranco Mozzali e il commercialista milanese Claudio Massimo, mentre per il presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione, Umberto Maugeri, sono scattati i domiciliari. Da giugno è indagato per corruzione aggravata anche Formigoni. “La corruzione non c’è – replica lui -, sono i soliti episodi che ho già definito falsi, non a me riferibili, gravemente deformati. La Maugeri e il San Raffaele non hanno ricevuto nessunissimo vantaggio. E non un euro di denaro pubblico è stato buttato via”. Qui, però, non c’entrano le carte dell’inchiesta penale. È semmai una questione di responsabilità sui controlli. Un fronte, anche questo, sul quale il governatore ha sempre respinto ogni critica: “È una fondazione privata dove io non ho il dovere, ma soprattutto il potere di vedere i bilanci. Anche se ci provassi, mi direbbero ‘Formigoni stia a casa sua’. Come fondazione deve consegnare i bilanci al prefetto. L’unico che può controllare” (Il Giornale, 15 aprile). “Abbiamo assolto perfettamente i nostri compiti di vigilanza: queste sono aziende private e la legge respinge ogni intromissione dell’ente pubblico. Il controllo viene esercitato dal prefetto e dal ministro della Sanità” (Corriere della Sera, 19 aprile). E ancora: «I collegi sindacali, la Prefettura e gli altri soggetti preposti non avevano notato nulla? » (Avvenire, 17 maggio). Ma come faceva il prefetto a controllare un fantasma, iscritto in realtà in Regione da 11 anni? Un lungo periodo, contrassegnato, tra l’altro, da finanziamenti per 200 milioni che – secondo la Procura – sono usciti dalle casse pubbliche per essere assegnati con criteri discrezionali proprio alla Maugeri dove era consulente Daccò, il faccendiere accusato di aver pagato vacanze e altri benefit a Formigoni per oltre 7 milioni di euro. Il ritornello è sempre lo stesso: la vigilanza non compete alla Regione. È quanto Formigoni sostiene anche in un’audizione al Senato il 25 luglio riferendosi alla qualifica di istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) che accomuna sia l’ospedale San Raffaele che la Maugeri: “Bisogna tener presente che sono Irccs, enti a rilevanza nazionale – spiega -. La vigilanza sui loro bilanci spetta al ministero della Salute”. È vero. Ma andando a spulciare i vari provvedimenti legislativi si finisce in un cortocircuito che appare assurdo. La Regione Lombardia non può per legge controllare i bilanci della Maugeri, eppure questi stessi bilanci, in particolare quelli dal 2004 al 2006, sono elencati tra gli allegati di una delibera regionale sulla Maugeri»;

considerato che a giudizio dell’interrogante il presidente Formigoni, indagato per corruzione aggravata e che trascorreva le vacanze nelle località più esotiche e costose a spese di alcuni amici che pare che beneficiassero dei provvedimenti della Regione, specie nel settore della sanità, avrebbe l’obbligo di esibire i pagamenti e le ricevute di fondi anticipati dai suoi sodali,

si chiede di sapere:

se, a quanto risulta ai Ministri in indirizzo, la cancellazione d’ufficio della fondazione Maugeri, dopo 11 anni dall’iscrizione e alla vigilia degli arresti, motivata con l’attribuzione del fascicolo all’amministrazione regionale, erronea date le finalità e la rilevanza nazionale della fondazione, e in relazione al quale sarebbe stata competente la Prefettura, non sia stata ispirata da una soffiata;

se a giudizio dei Ministri lo scandalo dei fondi neri alla Maugeri, uno dei gruppi ospedalieri privati più importanti accreditato con il sistema sanitario, che ha condotto a sei arresti, non poteva e doveva essere portato all’attenzione con l’ordinaria diligenza e quali risultino essere stati i soggetti che non hanno vigilato;

se, a parere dei Ministri, la linea del Governatore, di addossare alla Prefettura la competenza e la responsabilità di controllo, sul presupposto che la fondazione fosse registrata negli uffici territoriali dello Stato a Pavia, non sia stata un’operazione diretta ad alleggerire le responsabilità di uno scandalo che ha consentito l’accumulo di 70 milioni di fondi neri della Maugeri e che ha portato in carcere il 13 aprile 2012 gli amici del Governatore, quali Antonio Simone e Piero Daccò, assieme al direttore amministrativo Costantino Passerino, il suo contabile Gianfranco Mozzali e il commercialista milanese Claudio Massimo, e, come tale, non debba essere smentita dalla prefettura;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per accelerare l’iter del disegno di legge recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione dell’illegalità nella pubblica amministrazione” (Atto Senato 2156-B), che a giudizio dell’interrogante pesa come un macigno sulla reputazione dell’Italia nel mondo.

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Esodati-ammortizzatori sociali Fiat

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08238
Atto n. 4-08238

Pubblicato il 20 settembre 2012, nella seduta n. 799

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

ad oggi la vicenda dei cosiddetti esodati non è stata ancora risolta, anzi, non si ha neppure la certezza delle sue proporzioni;

l’ultimo capitolo di questa vicenda si è avuto l’11 giugno 2012 quando organi di stampa hanno diffuso un documento dell’Inps secondo cui, in base a calcoli effettuati dall’Istituto su incarico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, risulta che il numero dei “lavoratori esodati” ammonterebbe a circa 390.000 unità;

una cifra dunque ben lontana dalle 65.000 unità che, il 12 aprile, un comunicato del Ministero aveva annunciato come dato ufficiale;

la cosa che, a giudizio dell’interrogante, risulta assai grave è che il documento dell’Inps sarebbe stato portato a conoscenza del Ministero ben prima dell’emanazione del “decreto esodati” (decreto interministeriale 1° giugno 2012) con il quale si sarebbero dovute stanziare le risorse necessarie alla salvaguardia di tutte le situazioni pendenti;

il Ministro ha replicato senza fornire alcuna spiegazione in merito, ma si è limitato a dichiarare che la diffusione di questo documento è “grave e irresponsabile”, “fatta con dolo” e “per danneggiare il Governo”;

peraltro, già ad aprile, mentre il Governo diffondeva le cifre cosiddette ufficiali, il direttore generale dell’Inps, nel corso di un’audizione presso la XI Commissione permanente (Lavoro pubblico e privato) della Camera forniva cifre totalmente differenti affermando che, secondo stime dell’Istituto, il numero dei “lavoratori esodati” era di circa 130.000 unità;

come ha sottolineato un autorevole commentatore, se la vicenda degli esodati non fosse un vero e proprio dramma sarebbe una tipica farsa italiana;

a giudizio dell’interrogante l’Inps, e segnatamente il suo presidente Mastrapasqua, hanno delle gravissime responsabilità in questa vicenda;

il Presidente dell’Inps in più occasioni, anche in sede parlamentare, si è rifiutato di rilasciare dati sul numero dei lavoratori “esodati”, affermando che tali dati li avrebbe forniti solo al Governo. Eppure, proprio fornire statistiche sulla copertura dei sistemi assicurativi e assistenziali che gestisce rientra tra le funzioni istituzionali dell’Inps;

i comunicati stampa dell’Istituto, sotto la gestione Mastrapasqua, hanno invece offerto sistematicamente informazioni minime e resta di fatto inapplicata la convenzione firmata ormai 10 anni fa dall’Inps con le maggiori università italiane per l’accesso ai dati dell’Istituto, cosa che permetterebbe di ridurre quegli errori nel monitoraggio dei flussi verso il pensionamento che hanno dato luogo al problema stesso e che permetterebbe una valutazione indipendente degli effetti delle riforme di questi anni;

più che una fuga di notizie, come lamentata dal Ministro, c’è stata per mesi un’assenza di notizie che l’interrogante ritiene gravissima e inspiegabile: né l’Inps, né il Ministero hanno reso pubblici i dati sui lavoratori a vario titolo coinvolti in processi di ristrutturazione che prevedevano un pensionamento anticipato;

se lo avessero fatto per tempo, i limiti della pur doverosa riforma delle pensioni varata alla fine del 2011 (decreto-legge n. 201 del 2011) sarebbero emersi in tutta la loro rilevanza, sollecitando soluzioni che tenessero conto non solo degli incentivi dei lavoratori ad andare in pensione, ma anche delle scelte dei datori di lavoro;

il Governo, invece, all’inizio ha semplicemente ignorato il problema e poi fortemente sottostimato il numero dei lavoratori coinvolti;

in più occasioni, all’indomani del varo del decreto salva Italia (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011) il Ministro aveva ribadito che nessuno dei lavoratori in mobilità alla data del 31 dicembre 2011 sarebbe rimasto senza copertura reddituale perché le risorse indicate erano sufficienti per garantire tutti i lavoratori che a tale data si fossero trovati in mobilità;

ora invece il Governo si trova a dover reperire faticosamente risorse per finanziare ammortizzatori sociali che, presumibilmente, costeranno di più delle pensioni di anzianità che avrebbero dovuto essere erogate a questi lavoratori. Eppure della situazione ci si era accorti per tempo;

già all’inizio del 2012 i sindacati avevano avvertito che i lavoratori che a seguito della riforma pensionistica si sarebbero ritrovati privi di qualunque reddito per almeno 5 anni erano non meno di 350.000 e non le poche migliaia di cui in un primo tempo il Governo aveva parlato;

successivamente, in sede di conversione del decreto milleproroghe (decreto-legge n. 216 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 14 del 2012), il Governo aveva annunciato la presentazione di misure volte ad individuare ulteriori risorse al fine di risolvere il problema dei lavoratori esodati, il cui numero, secondo i dati diffusi dallo stesso Governo, si sarebbe aggirato intorno alle 75.000 unità;

anche in questa occasione il Ministro del lavoro, a giudizio dell’interrogante, teneva un comportamento assolutamente censurabile: da un lato infatti negava l’attendibilità dei dati diffusi dalle organizzazioni sindacali (senza però fornire riscontri a queste sue affermazioni) e dall’altro, smentendo quanto precedentemente annunciato, dichiarava che la risoluzione del problema sarebbe stata rimandata alla presentazione di uno specifico provvedimento entro il 30 giugno 2012;

questo è solo un episodio di una gestione complessivamente inadeguata del problema dei lavoratori esodati, gestione che si è caratterizzata per incertezze e mancanza di trasparenza che si sono tradotte in una serie di atti e dichiarazioni assai discutibili e quantomeno imprudenti per un membro del Governo;

ad aprile, come già detto, dopo un balletto, a giudizio dell’interrogante vergognoso, di cifre durato per settimane, il Ministero annunciava trionfalmente la cifra ufficiale degli esodati, 65.000 unità, e che l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni era adeguato senza dover ricorrere a risorse aggiuntive;

adesso attraverso i dati dell’Inps si è invece scoperta la verità. E la verità è drammatica: le persone coinvolte da questo mancato sostegno in termini sia di reddito che di pensione sono quasi 400.000;

a quanto risulta all’interrogante, il Ministro, però, invece di prenderne atto ha attaccato l’Inps (un ente che dovrebbe essere sottoposto alla sua vigilanza), spingendosi addirittura a dire che se l’Istituto fosse un’azienda privata chi ha fatto uscire quel dato sarebbe già stato licenziato;

eppure il Ministro stesso dovrebbe sapere che proprio grazie al Governo di cui fa parte, Antonio Mastrapasqua sta superando da quanto risulta all’interrogante ogni record di durata alla guida dell’Istituto, visto che il decreto “salva Italia” ha garantito la sua poltrona per altri 3 anni prorogandone la durata in carica fino al 31 dicembre 2014;

a giudizio dell’interrogante:

non è questo il modo di affrontare una vicenda che trova il Governo in una posizione indifendibile sotto qualunque punto di vista;

si possono fare tutte le riforme possibili (e certamente anche sul fronte delle pensioni era necessario intervenire) ma è altrettanto certo che cambiando le regole in corsa non si possono lasciare tante persone, centinaia di migliaia, senza niente, senza lo stipendio e senza la pensione;

questo è un problema che andava certamente individuato prima del varo del decreto “salva Italia”. E comunque, una volta accortisi dell’errore, il problema andava immediatamente risolto. Qualunque fosse l’onere per le casse dello Stato;

ciò non è stato fatto ed ora il nodo degli esodati anziché essere sciolto continua ad aggrovigliarsi sempre di più;

da tutta questa vicenda appare evidente a parere dell’interrogante l’inadeguatezza del Ministro a farsi carico di uno dei più acuti problemi sociali del momento e per questo motivo;

considerato che, come si legge su un articolo pubblicato online da “infooggi” del 19 settembre 2012, «In base alle stime fatte dalla Cgia di Mestre sugli aiuti erogati alla Fiat a partire dal 1977, questi si aggirano a circa 7,6 miliardi dallo Stato. “Una somma importante che comunque è stata integrata, tra il 1990 e i giorni nostri, da oltre 6,2 miliardi di investimenti realizzati dalla Fiat sui progetti per i quali ha ottenuto i 7,6 miliardi presi in considerazione”, sostiene il segretario Giuseppe Bortolussi, che continua, “Va anche detto che gli aiuti più significativi sono avvenuti negli anni ’80, quando tutti i Governi dei Paesi occidentali sono intervenuti massicciamente per sostenere le proprie case automobilistiche. Il computo della stima degli aiuti elargiti alla Fiat della Cgia, sono al netto degli ammortizzatori sociali impiegati in questo periodo né gli ultimi contratti approvati dal Cipe nel biennio 2010-2011. Come evidenzia il Cgia, in assoluto, l’investimento più importante è stato quello che è stato necessario per la costruzione degli impianti produttivi di Melfi e Pratola Serra (1990-1995), il quale ha comportato un esborso da parte dello Stato quasi 1,28 miliardi di euro. Invece, per lo stesso sito, la Fiat ha investito 2 miliardi di euro. Per quanto riguarda le ristrutturazioni della Sata di Melfi (1997-2000) e dell’Iveco di Foggia (2000-2003), lo Stato ha investito 151 milioni di euro, nel secondo sono stati spesi 121,7 milioni di euro pubblici. Per contro, il Lingotto ha investito per entrambi i siti, complessivamente poco meno 895 milioni di euro. “Da sempre, la politica italiana ha sempre guardato con grande attenzione e una certa indulgenza alla più grande industria privata italiana. Ora che soldi pubblici non ce ne sono più, ognuno deve correre con le proprie gambe e affrontare la concorrenza internazionale con i propri mezzi. Se, in una fase estremamente delicata come quella che stiamo vivendo, dovessimo perdere un marchio che ha fatto, nel bene e nel male, la storia industriale del Paese sarebbe un grave danno per tutta l’economia italiana”, ha concluso Bortolussi»;

considerato, infine, che, a giudizio dell’interrogante, arrivati a questo punto non si può più risolvere tutto con qualche dichiarazione stizzita contro questo o quello e non si può dire che la soluzione ad esso era non dare la cifra esatta dei lavoratori coinvolti, ma piuttosto sia una questione di trasparenza e dunque una questione di democrazia considerato che gli italiani devono sapere quali problemi scaturiscono da una legislazione mal congegnata e fondata evidentemente solo su mere esigenze di bilancio,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Governo intenda adottare al fine di farsi carico dei lavoratori “esodati”, uno dei più acuti problemi sociali del momento, perché tutti lavoratori in mobilità abbiano la copertura reddituale che gli spetta;

quali politiche intenda assumere relativamente alla vicenda Fiat e se intenda sostenere un grande asset produttivo come quello dell’auto in una situazione di difficoltà di mercato, un asset che è considerato come il cuore del nostro sistema produttivo;

se non ritenga doveroso sollecitare le dimissioni dalla carica, con effetto immediato, del “collezionista di poltrone”, ben 25 incarichi, del presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, per comportamenti non conformi alla verità dei fatti, occultata all’opinione pubblica;

se la versione fornita all’Ansa su quasi 400.000 lavoratori in uscita, coinvolti nei piani di ristrutturazione aziendale e che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione dopo l’introduzione del cosiddetto decreto salva Italia e del cosiddetto milleproroghe, versione che smentisce la relazione fornita al Ministero prima della firma, ai primi di giugno, su un decreto che ha fissato in 65.000 la quota dei cosiddetti lavoratori esodati, non debba indurre il Presidente del Consiglio dei ministri a scelte conseguenti per salvaguardare i diritti acquisiti da quasi 400.000 lavoratori;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che la gestione “personalistica” dell’Inps da parte del commissario Mastrapasqua, possa creare ulteriori danni ai lavoratori ed alla stessa credibilità residua del Governo, sia interna che internazionale.

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Coni -UITS elezioni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08235
Atto n. 4-08235

Pubblicato il 20 settembre 2012, nella seduta n. 798

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della difesa e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il settimanale “l’Espresso” del 7 agosto 2012 con l’articolo dal titolo “Coni, la Casta alle Olimpiadi ” di Gianfranco Turano, riguardo al Coni e alle sue federazioni sportive, riportava: «Tra l’autunno del 2012 e l’inizio del 2013 tutto cambierà, in apparenza. Gli organi di governo dello sport italiano, prima le federazioni e poi il Coni, andranno al voto per essere rinnovati. I nuovi eletti, che saranno per lo più i vecchi rieletti, dovranno gestire i 409 milioni di euro girati allo sport dallo Stato (448 milioni del 2011 con 18 milioni di perdita). Ai soldi pubblici vanno aggiunte alcune decine di milioni di euro di ricavi vari dagli sponsor o dai cittadini che pagano l’ingresso alle piscine, alle piste e alle palestre. Non male di questi tempi. Soprattutto perché i controlli sono facilmente aggirabili. È raro che uno dei signori dello sport venga trovato positivo allo sperpero. Ma basta ficcare il naso in una delle 45 federazioni sportive nazionali (Fsn) affiliate per trovare una ricca casistica di sprechi»;

ai sensi dell’art. 15 del decreto legislativo n. 242 del 1999, le federazioni sportive nazionali (attualmente 45) hanno natura di associazione con personalità giuridica di diritto privato. Fanno eccezione – pur qualificandosi come federazioni sportive nazionali – l’Aeroclub d’Italia, l’Automobile club d’Italia e l’Unione italiana tiro a segno, i quali, in virtù dell’art. 18, comma 6, mantengono la personalità giuridica di diritto pubblico;

l’Unione italiana tiro a segno (UITS), quindi, anche in seguito al suo riordino intervenuto con decreto del Presidente della Repubblica n. 209 del 12 novembre 2009, è ente con personalità giuridica di diritto pubblico nonché federazione sportiva del CONI, il cui statuto è stato approvato, dopo mesi e mesi di gestazione, dal Ministro della difesa pro tempore Ignazio La Russa di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti in data 15 novembre 2011, durante gli ultimi giorni del Governo Berlusconi;

lo statuto approvato, inoltre, non risulta all’interrogante adeguato alle disposizioni di riduzione dei conti degli apparati amministrativi di cui all’articolo 6 del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, malgrado il fatto che di occasioni per procedere all’adeguamento dal 2010 ad oggi, l’UITS, ne ha avute almeno una ogni anno per aver convocato l’assemblea nazionale, organo preposto anche alle modifiche statutarie, per l’approvazione del bilancio consuntivo dell’ente;

la stessa assemblea nazionale dell’UITS, massimo organo statutario, che si è tenuta in Roma il 3 luglio 2010, in piena vigenza del decreto-legge n. 78 del 2010 entrato in vigore il 31 maggio 2010, ha approvato uno statuto che a giudizio dell’interrogante non sembra conforme ai disposti normativi, e dunque viziato ab origine;

l’Unione a fine del quadriennio olimpico ha convocato l’assemblea nazionale per il rinnovo delle cariche elettive che si terrà in data 12 e 13 ottobre 2012 a Venezia – Mestre;

l’articolo 14 dello statuto, relativo agli aventi diritto al voto, al comma 1 riporta: «Hanno diritto di voto in assemblea i Presidenti di Sezione TSN, i rappresentanti degli atleti e dei tecnici sportivi e i rappresentanti dei Gruppi sportivi le cui sezioni TSN e Gruppi sportivi di appartenenza risultino costituiti e affiliati all’UITS da almeno 12 mesi alla data di svolgimento dell’assemblea e che in tale periodo hanno svolto attività istituzionale e che, alla data di convocazione dell’Assemblea partecipino all’attività sportiva dell’Unione»;

all’art. 18, comma 1, rubricato “Consiglio direttivo dell’UITS”, statuisce: «Il Consiglio direttivo è composto dal presidente nazionale, che lo presiede, e da dodici consiglieri, eletti dall’Assemblea nazionale tra i tesserati, e nominati da Ministro della difesa. Dei consiglieri, otto sono eletti dai Presidenti delle Sezioni TSN e dai rappresentanti dei Gruppi sportivi, uno dai rappresentanti dei tecnici sportivi e tre, garantendo tra questi la presenza di esponenti di entrambi i sessi, dai rappresentanti degli atleti. Sono eletti i candidati che hanno ricevuto il maggior numero di voti»;

all’art. 74 prevede che il regolamento d’attuazione dovrà essere approvato entro 6 mesi ed è ratificato dal Ministero della difesa e dal Coni, mentre la norma transitoria all’art. 78, comma 3, riporta che fino all’adozione del regolamento d’attuazione e degli altri regolamenti in esso previsti rimangono validi i regolamenti in vigore all’atto della sua approvazione;

sono passati abbondantemente 9 mesi dall’adozione del nuovo statuto e dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma il nuovo regolamento d’attuazione non è stato ancora approvato dall’UITS e di conseguenza ratificato dagli organi competenti;

il regolamento elettorale reso noto dall’UITS per l’assemblea elettiva di Mestre del 12 e 13 ottobre 2012 prevede il sistema di votazione elettronica, che si ritiene palesemente in contrasto con l’ultimo regolamento d’attuazione approvato e risalente all’anno 1998 che, invece, non prevede il voto elettronico;

all’art. 10 del regolamento elettorale, nella parte B, si rileva, a quanto risulta all’interrogante, che: il voto è espresso su badges (schede elettroniche) predisposti dall’Unione e consegnate alla commissione per la verifica dei poteri; i badges recano stampato il numero di voti che esse rappresentano; verrà fornito un badge per la votazione elettronica del Presidente e un badge per la votazione contemporanea di 8 consiglieri UITS, di 3 consiglieri rappresentanti degli atleti, di un consigliere rappresentante dei tecnici, di un revisore dei conti membro effettivo e del revisore dei Conti membro supplente; le ricevute di votazione sono custodite, a cura del Presidente della Commissione e che le modalità di esecuzione del voto, con sistema di votazione elettronica, saranno specificate in sede assembleare;

la dirigenza dell’UITS le cui dubbie condotte sono state rappresentate dall’interrogante in un precedente atto di sindacato ispettivo (4-06699), ha scelto questo sistema di voto elettronico che ha creato non poche perplessità all’elettorato attivo, il quale non ha garanzie sulla segretezza del voto e, pertanto, sarà fortemente influenzato e condizionato nelle sue scelte;

il citato decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, al comma 5 dell’art. 6, rubricato “Riduzione dei costi degli apparati amministrativi”, prevede: «Fermo restando quanto previsto dall’articolo 7, tutti gli enti pubblici, anche economici, e gli organismi pubblici, anche con personalità giuridica di diritto privato, provvedono all’adeguamento dei rispettivi statuti al fine di assicurare che, a decorrere dal primo rinnovo successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, gli organi di amministrazione e quelli di controllo, ove non già costituiti in forma monocratica, nonché il collegio dei revisori, siano costituiti da un numero non superiore, rispettivamente, a cinque e a tre componenti. In ogni caso, le Amministrazioni vigilanti provvedono all’adeguamento della relativa disciplina di organizzazione, mediante i regolamenti di cui all’articolo 2, comma 634, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, con riferimento a tutti gli enti ed organismi pubblici rispettivamente vigilati, al fine di apportare gli adeguamenti previsti ai sensi del presente comma. La mancata adozione dei provvedimenti di adeguamento statutario o di organizzazione previsti dal presente comma nei termini indicati determina responsabilità erariale e tutti gli atti adottati dagli organi degli enti e degli organismi pubblici interessati sono nulli. Agli enti previdenziali nazionali si applica comunque quanto previsto dall’art. 7, comma 6»;

il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, Sezione Terza, con sentenza del 13 febbraio 2012 ha accolto un ricorso avverso le elezioni e, per l’effetto, ha dichiarato nulli la nomina del Consiglio direttivo dell’Automobil club di Milano avvenuta il 22 luglio 2010 nonché, al suo interno, la nomina del Presidente, avvenuta il 28 luglio 2010 perché l’assemblea dell’ente aveva eletto 9 membri anziché 5 come previsto dal citato articolo 6, comma 5;

l’Automobile club d’Italia è un ente a base associativa con caratteristiche analoghe all’UITS;

l’Unione ha convocato l’assemblea elettiva per il rinnovo addirittura di 13 componenti (8 consiglieri in più), anziché 5, contrariamente alla legge: volendo ragionare in astratto e per coniugare la duplice natura dell’UITS, ente con personalità giuridica di diritto pubblico e federazione sportiva del Coni, l’ente dovrebbe rinnovare le proprie cariche prevedendo al massimo 5 componenti dell’organo direttivo (articolo 6, comma 5, decreto-legge n. 78 del 2010) e 3 rappresentati della componente sportiva (1 tecnico e due atleti con equa rappresentanza di ambo i sessi, ai sensi dell’art. 16, comma 2, del decreto legislativo n. 242 del 1999). Quindi, anche in questo caso che prevede l’elezione di 8 consiglieri al massimo, l’UITS si accinge a rinnovare le cariche, contrariamente alle leggi richiamate, con 5 consiglieri in più,

si chiede di sapere:

se il Ministro competente abbia vigilato sui necessari adeguamenti statutari previsti dal decreto-legge n. 78 del 2010 che l’Unione italiana tiro a segno (UITS), ente con personalità giuridica di diritto pubblico, era ed è obbligata ad adottare prima dell’assemblea elettiva;

se il Governo sia a conoscenza del fatto che l’UITS, in contrasto con l’art. 14, comma 1, dello statuto vigente ha ammesso a votare tantissime Sezioni del tiro a segno nazionale, soprattutto del Trentino Alto Adige, ed i gruppi sportivi militari che notoriamente non svolgono attività istituzionale;

quali siano le ragioni per cui si permette all’UITS il rinnovo delle cariche elettive, contrariamente alle norme di legge;

per quale motivo si sia consentita l’approvazione, in data 3 luglio 2010, di uno statuto che a parere dell’interrogante è viziato ab origine e contra legem, poiché in contrasto con l’articolo 6, comma 5, del decreto-legge n. 78 del 2010, in vigore dal 31 maggio 2010;

quali iniziative intenda adottare relativamente alla mancata adozione dei provvedimenti di adeguamento statutario o di organizzazione da parte dell’UITS, previsti dalla legge, che potrebbero determinare responsabilità erariale e nullità di tutti gli atti adottati;

se non intenda intraprendere le opportune iniziative di competenza per quanto segnalato a carico dell’UITS, non escludendo la nomina di un commissario con l’incarico di ripristinare le condizioni di legalità al fine del rispetto della legge vigente in ordine alla composizione dei consigli d’amministrazione degli enti pubblici di cui dall’articolo 6, comma 5, del decreto-legge n. 78 del 2010, e quindi, prevedere il rinnovo delle cariche elettive in ossequio ad uno statuto adeguato alle norme di legge e nel rispetto del regolamento d’attuazione vigente, che, ad oggi, non contempla il voto elettronico.

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Autorità per i Trasporti-ventilata nomina Vito Riggio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00523
Atto n. 2-00523

Pubblicato il 19 settembre 2012, nella seduta n. 797

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si legge su “trasportoeuropa.it”: «La nuova Autorità per i Trasporti nata lo scorso gennaio grazie al decreto Cresci Italia, è ancora completamente inattiva, perché manca l’approvazione dei suoi membri da parte del Parlamento. (…) La situazione di stallo dell’Autorità sui Trasporti, che dallo scorso gennaio (…) non ha compiuto ancora alcuna azione concreta» risiederebbe «nei veti incrociati tra i partiti sui tre nomi al vertice dell’Autorità, designati all’inizio di giugno dal Consiglio dei Ministri (il presidente Mario Sebastiani ed i membri Barbara Marinali e Pasquale De Lise). Ma per entrare formalmente in carica, la loro nomina deve essere approvata dal Parlamento, che finora non è avvenuta perché, (…) non ci sarebbe l’accordo tra i principali partiti sul nome del presidente e di uno dei membri»;

in un articolo pubblicato su la “Voce.info” del 14 settembre 2012, dal titolo “L’Autorità che non decolla”, Piero Rubino spiega le ragioni dell’impasse: «La neonata e lungamente attesa Autorità dei trasporti non può iniziare il proprio lavoro perché i membri designati dal Governo non hanno ancora ottenuto il gradimento del Parlamento. La causa sono i veti incrociati espressi dai gruppi maggiori su due dei tre nomi. Si rischia così di pregiudicare una scelta che avrebbe dovuto scuotere dal torpore un settore infrastrutturale cruciale. Forse il presidente del Consiglio dovrebbe adottare anche in questo caso il “metodo Rai”, opponendosi alle pressioni dei partiti e facendo prevalere il bene comune. Nell’interesse primario degli utenti. In recenti seminari a porte chiuse e in convegni pubblici, il Governo ha espresso la ferma intenzione di animare la “ripresa autunnale” con interventi volti a favorire la crescita e il riequilibro strutturale dell’economia italiana. Potrebbe dare un immediato ancorché circoscritto segnale di vitalità: agire per superare lo “stallo” che blocca l’avvio operativo dell’Autorità dei trasporti, l’organismo indipendente di regolazione settoriale istituito dal “cresci Italia” del gennaio scorso. (…) L”Autorità dei trasporti è il tassello che manca per completare il quadro regolatorio delle public utilities tracciato nello scorcio degli anni Novanta con la nascita dei regolatori indipendenti dell’energia e delle telecomunicazioni e poi proseguito con la recentissima riforma delle competenze sui settori idrico e postale. Stenta ora a decollare a causa di un (…) gioco di veti incrociati sulle candidature proposte dal Governo emerso sotto traccia in Parlamento. Eppure, in molti avevano accolto la pur tardiva nascita dell’Autorità con misurata soddisfazione: ne avevano apprezzato la vastità delle competenze, che abbracciano tutti i modi di trasporto e permettono di tenere conto degli effetti di concorrenza e di complementarietà intermodale fra i diversi servizi; ma ne avevano rilevato pure i limiti di mandato (alcune “riserve indiane” non toccate, come le concessioni autostradali in essere) e di contesto (mancata soppressione di altri organismi, come l’Enac o il Nars). Lo stallo sull’Autorità dei trasporti è un problema serio, anche se ovviamente circoscritto rispetto ai macigni finanziari e fiscali che gravano sull’Italia, in quanto contraddice la volontà pro-concorrenziale più volte espressa dal Governo. (…) Ricapitoliamo per sommi capi le vicende recenti. Dopo lunghi tentennamenti e qualche colpo di scena dell’ultima ora, su proposta del ministro dello Sviluppo economico, il Consiglio dei ministri dell’8 giugno 2012 designa la terna dei componenti dell’Autorità dei trasporti, indicando Mario Sebastiani come presidente, Barbara Marinali e Pasquale De Lise come membri: si tratta di uno stimato economista dei trasporti, che unisce rigore analitico a pragmatismo; di una giovane esponente del ministero di settore, presso cui ha funzioni di Direttore generale; e di un giudice di lungo corso della magistratura amministrativa, reduce dal tentativo di assumere la direzione della neonata Agenzia per le infrastrutture stradali, naufragato per raggiunti limiti di età. Come previsto dalle norme, i componenti designati dal Governo devono essere ascoltati dalla Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera dei Deputati che, ai sensi della legge istitutiva delle autorità indipendenti (legge n. 481 del 1995, art. 2, comma 7), deve esprimere il gradimento sulle designazioni votando inizialmente (in “prima attuazione”) a maggioranza qualificata dei due terzi. Dopo l’audizione emergono i veti incrociati dei due partiti maggiori su uno dei due membri e sul presidente designato. Interviene nel frattempo un’ (…) interpretazione letterale della legge n. 481/95 da parte dell’ufficio di presidenza della Camera che ritiene la fase di “prima attuazione” esaurita con le vicende istitutive di Aeeg e di Agcom. Pertanto, la norma che abbassa alla maggioranza assoluta il quorum dei due terzi, decorsi trenta giorni dalla richiesta del parere di gradimento, non sarebbe più applicabile: visti gli equilibri parlamentari, i veti incrociati rischiano così di cristallizzare lo stallo sulla nomina del collegio. Infine, il 2 agosto viene pubblicato in Gazzetta ufficiale il Dpcm 11 maggio 2012 che situa a Roma la sede dell’Autorità. È una scelta che presenta alcune ombre (prossimità ai centri di influenza dei concessionari, forte dipendenza iniziale da risorse umane di provenienza ministeriale) e qualche (fioca) luce (facilità e rapidità di funzionamento operativo). In ogni caso, ha il merito di fissare un punto fermo nell’iter attuativo della riforma. I ritardi parlamentari nel varo dell’Autorità dei trasporti rischiano così di pregiudicare una scelta coraggiosa e lungamente attesa, compiuta dal Governo attuale per scuotere il torpore di un cruciale settore infrastrutturale, da più parti indicato come fattore di ritardo competitivo del Paese. (…) Tuttavia, il tema meriterebbe forse una maggiore attenzione da parte dei vertici del Governo, certamente preoccupati da questioni più urgenti. Finora si registra solo la promessa del sottosegretario Antonio Catricalà di risolvere lo stallo sull’Autorità “a settembre”. Il quesito è però in che modo? In ambienti romani circolano ipotesi molto discutibili: designazione di nuova terna, che vedrebbe una composizione di profilo dichiaratamente “politico”, fino a ipotizzare l’inclusione di esponenti delle Commissioni parlamentari incaricate di vigilare sulla qualità delle designazioni, circostanza che configurerebbe un preoccupante cortocircuito istituzionale. Non si intravede in Parlamento una via d’uscita praticabile. Sappiamo che le liberalizzazioni danno frutti a lungo termine, ma non vorremmo che si inverasse il famoso adagio di Keynes. Il silenzio assordante della stampa economica sulla vicenda suggerisce inoltre il sospetto non troppo malizioso che settori dell’establishment trasportistico (aziende incombenti, lobbisti istituzionali, fornitori dei quasi-monopsonisti, sindacati e altri) vogliano volgere il ritardo di sviluppo dell’Autorità in una morte in culla. Nel caso della Rai, Mario Monti è stato in grado di resistere alle pressioni dei partiti, tenendo il punto su un “marziano” come Anna Maria Tarantola. Ma in quel caso disponeva dell’arma totale: il commissariamento dell’azienda, che per l’Autorità dei trasporti non può brandire. Ci auguriamo che il presidente del Consiglio esprima comunque eguale determinazione anche in questo caso, opponendosi alle pressioni dei partiti e facendo prevalere il bene comune sulle pretese di parte. Gli utenti dei servizi di trasporto rappresentano oggi il lato debole del mercato: pochissima voice sulla qualità del servizio (si pensi al caso per molti versi drammatico del trasporto regionale su ferro), possibilità di exit spesso limitate all’opzione di mobilità privata. Proprio nell’interesse primario degli utenti è dunque indispensabile che la nuova Autorità veda rapidamente la luce: meglio se guidata da un collegio di elevata qualità e di sicura indipendenza»;

considerato che:

il sito “Dagospia.it”, a giudizio dell’interpellante sempre bene informato, pubblica un articolo secondo il quale ci sarebbe un colpo di acceleratore per far decollare l’Autorità dei trasporti, l’organismo istituito nel gennaio scorso per regolare la concorrenza tra gli operatori del settore: «Il Governo -scrive tra l’altro il sito- si era impegnato per bocca di Tonino Catricalà a risolvere in tempi rapidi il nuovo assetto dell’Authority, ma il gioco dei veti incrociati ha bloccato la designazione. La materia è molto delicata e tocca interessi enormi, ma a frenare è stata soprattutto l’ipotesi che fra i tre componenti entrasse anche Pasqualino De Lise, il magistrato che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica ricoprendo le più alte cariche della magistratura. Adesso l’ostacolo sembra superato perché lo stesso De Lise ha preso atto che a 75 anni è suonata anche per lui la fine della carriera nella Pubblica Amministrazione. Sgombrato il campo da questo nodo il Parlamento è chiamato ad esprimere il suo parere sui tre nomi che si battono per la presidenza: Maria Rita Lorenzetti, ex-presidente della Regione Umbria, Vito Riggio, al vertice dell’Enac dal 2003, e Mario Valducci, l’ex-manager bocconiano che presiede la Commissione Trasporti. La battaglia si stringerà tra gli ultimi due candidati che hanno un curriculum e un peso politico di gran lunga superiore alla Lorenzetti che dopo l’esperienza in Umbria si è seduta sulla poltrona di Italfer, una società delle Ferrovie dello Stato»;

in un articolo pubblicato su “l’Unità” del 29 novembre 2010, dal titolo: “Chi è Vito Riggio, Enac, Enav, Lista Anemone- Storia di Riggio e dell’affitto che Enac paga a Propaganda Fide. Dal sistema gelatinoso emergono vicende esemplari. Come quella del presidente dell’ente dell’aviazione civile che versa circa 40 mila euro l’anno di pigione al Vaticano. E in cambio… – Il caso”, si legge: «Funzionava così: io ti do l’appalto, tu o chi per te mi sistemate il figlio a lavorare e qualcun altro mi dà la casa. O mi paga l’affitto. Piccoli favori tra amici, così li ha definiti l’ex ministro Lunardi. Che non è il solo, tra i protagonisti della cricca, a stupirsi del fatto che i favori possano trasformarsi anche in corruzione. O, senza scomodare il codice penale, in comportamenti politicamente non corretti. Dopo quattro mesi di rivelazioni, e oltre due anni di indagini, sulla cricca è possibile avere alcune certezze: ha allungato i tentacoli sugli appalti di Stato e di Oltretevere, ha reclutato alti dirigenti in ogni settore della politica, della magistratura, persino negli organismi contabili e di garanzia e tra i vertici delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence. Il sistema gelatinoso è arrivato ovunque. Esistono alcune storie paradigmatiche. Vito Riggio, ad esempio, il potente presidente dell’Enac, l’ente nazionale dell’aviazione civile da cui dipendono vita e morte degli aereoporti ma anche delle tratte aeree delle compagnie e dei privati. I suoi contatti con la cricca sono antichi. (…) Solo contatti. Al momento non penalmente rilevanti. Riggio non è indagato e ha precisato che l’Enac non è stazione appaltante. È interessante però ricomporre i pezzi del puzzle messi a disposizione dalle carte dell’inchiesta. Vito Riggio, il cui nome è presente nella lista Anemone per alcuni lavori di ristrutturazione che al momento risultano non essere stati pagati, vive in affitto in una della case di Propaganda fide in via della Conciliazione 44. Nei giorni scorsi, dopo varie ed iniziali smentite, ha dovuto ammettere davanti al consiglio di amministrazione che la pigione ammonta a 38 mila e 400 euro pagati dall’Enac sulla base di un vecchio accordo. Anche il figlio Federico sembra aver beneficiato di qualche piccolo favore: ha abitato in via la spezia 127 in un appartamento ristrutturato da Anemone. Proprietario dell’immobile sarebbe il datore di lavoro del figlio, all’epoca Ecosfera che per l’appunto ha vinto l’appalto del global service all’Enac. E via di questo passo. Una lista di favori. Niente di più. Nulla di penalmente rilevante»;

nell’estate del 2012 il fallimento di Wind Jet ha procurato danni enormi a migliaia di passeggeri costretti a bivaccare negli aeroporti italiani e stranieri ed a riacquistare un biglietto dalle altre compagnie per fare ritorno a casa oppure andare nei luoghi prescelti, per precise responsabilità dell’Enac, il cui presidente aveva affermato di conoscere da tempo la situazione finanziaria, ma non aveva fatto nulle per impedire che venissero venduti 300.000 biglietti ad altrettanti utenti-consumatori e famiglie, anche coi figli piccoli, sottoposti ad inenarrabili disagi;

il 12 agosto 2012 il giornale “Linkiesta”, in un articolo firmato da Marco Giovanniello dal titolo: “Scandalo WindJet: il Presidente di Enac Vito Riggio si deve dimettere”, scrive: «L’aviazione italiana ha battuto un record mondiale con la chiusura di WindJet, è la prima volta che si mette a terra una linea aerea nel pieno della stagione più ricca, con tutti gli aerei pieni e tutti i biglietti venduti alle remunerative tariffe di alta stagione. Trecentomila passeggeri avevano regolarmente pagato il loro biglietto e dovranno ricomprarlo, sia pure a tariffe “agevolate”, WindJet era da lungo tempo in un mare di debiti ed ENAC, secondo le norme europee, avrebbe dovuto impedirle da mesi di vendere biglietti, truffando in pratica i suoi clienti. ENAC ha mancato gravemente alla sua responsabilità nei confronti di chi vola, è vero che Pulvirenti gestiva la linea aerea peggio che se fosse una salumeria, non è stato in grado di esibire i certificati di manutenzione degli aerei in leasing, è vero che Alitalia ha lasciato intendere ai fornitori e a ENAC stesso che l’accordo fosse cosa fatta e mi sembra inimmaginabile che in tanti mesi non avesse già ispezionato i conti e i certificati di manutenzione, ma garantire i passeggeri contro comportamenti illegali o borderline era preciso compito di ENAC, il cui Presidente Vito Riggio si è occupato solo del miserabile Risiko delle nostre acciaccate compagnie aeree, pur con tutte le nobili intenzioni di salvare posti di lavoro, l’italianità eccetera. A WindJet, già con un piede e mezzo nella fossa, è stato consentito di vendere nuovi biglietti e truffare i passeggeri fino a qualche giorno fa e ora, è incredibile, invece di toglierle la licenza ENAC la fa sospendere per sei mesi, sperando in chissà quale intervento divino che possa resuscitare un cadavere. Pochi sanno che ENAC fece attendere più di un anno Lufthansa Italia prima di concederle la licenza, ad una delle migliori linee aeree del mondo furono imposte mille e mille vessazioni, dovette dimostrare di saper tecnicamente far volare degli aerei, da zero, facendole perdere un sacco di soldi. Nello stesso modo ENAC non concesse mai a Lufthansa una rotta da Milano a destinazioni extra UE, finché i Tedeschi capirono di essere sgraditi e tornarono a casa con i propri aerei e ora, invece di servire il traffico italiano dall’Italia con dipendenti italiani, lo fanno tenendo ricchezza in Germania. Così si distrusse, probabilmente per sempre, l’ultima possibilità che Malpensa tornasse hub e generasse decine di migliaia di posti di lavoro. L’allegra gestione delle licenze, per favorire gli amici e distruggere i nemici, è uno scandalo da anni, ma con WindJet si è passato definitivamente il segno e i vertici di ENAC si devono dimettere subito, a partire dal Presidente Vito Riggio. Se non lo fanno tocca al Ministro dei Trasporti Passera cacciarli su due piedi»;

considerato inoltre che, alla luce di quanto risulta dalle notizie di stampa:

Vito Riggio, di cui si ventila la nomina all’Autorità dei trasporti, sembrerebbe essere lo stesso Vito Riggio, il cui nome è presente nella lista Anemone per alcuni lavori di ristrutturazione che non risultavano pagati, e che ai tempi dello scandalo viveva in affitto in una della case di Propaganda Fide in via della Conciliazione 44, la cui pigione ammontava a 38.400 euro pagati dall’Enac sulla base di un vecchio accordo;

Riggio sembrerebbe essere lo stesso il cui figlio, Federico, avrebbe beneficiato di qualche favore, con l’abitazione a Roma, in Via la Spezia 127, un appartamento ristrutturato da Anemone e con il proprietario dell’immobile datore di lavoro del figlio, all’epoca Ecosfera, che aveva vinto l’appalto del global service all’Enac;

l’Enac sembrerebbe aver praticato una disinvolta gestione delle licenze, per favorire gli amici e distruggere i nemici, scandalo che con WindJet ha toccato il culmine, con 300.000 passeggeri lasciati alla mercè dei disservizi proprio ad agosto, mese molto sensibile per l’efficienza del trasporto aereo,

si chiede di sapere:

se risulti rispondente al vero che Enac fece attendere più di un anno Lufthansa Italia prima di concederle la licenza, e non ha mai concesso alla stessa Lufthansa una rotta da Milano verso destinazioni extra Unione europea, finché la compagnia capì di essere sgradita e tornò a casa con i propri aerei e ora, invece di servire il traffico italiano dall’Italia con dipendenti italiani, lo fa accumulando ricchezza in Germania, probabilmente per sempre; in tal modo l’Enac si giocò l’ultima possibilità che Malpensa tornasse hub e generasse decine di migliaia di posti di lavoro;

se il Governo ritenga opportuno escludere nelle nomine pubbliche personaggi che hanno accumulato nel loro agire amministrativo una evidente lesione dei diritti dei consumatori ed utenti, e che risultano coinvolti in scandali come quelli del G8 Balducci-Anemone;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per promuovere una disciplina normativa che favorisca, nell’ambito della pubblica amministrazione, l’individuazione di personalità specchiate nelle società pubbliche, anche al fine di restituire la credibilità ad un’azione politica inficiata da scandali, ruberie, clientele, profitti privati a danno della collettività e dell’interesse generale del Paese;

quali siano le ragioni che impediscono al Governo di designare i componenti, scelti con criteri di competenza, comprovata onestà e professionalità, per far funzionare l’Autorità dei trasporti.

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Governo contro prodotti a Km 0

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08219
Atto n. 4-08219

Pubblicato il 19 settembre 2012, nella seduta n. 796

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che:

nel mese di luglio 2012 il Governo Monti ha deliberato di impugnare dinanzi alla Corte costituzionale la legge regionale n. 22 del 2012 della Regione Calabria, recante “Norme per orientare e sostenere il consumo di prodotti agricoli anche a chilometri zero”, in quanto contiene, a detta del Governo, disposizioni che, nel favorire la commercializzazione dei prodotti regionali, ostacolano la libera circolazione delle merci in contrasto con i principi comunitari;

la legge regionale nasce con l’intento di favorire l’incremento della vendita diretta di prodotti agricoli regionali da parte degli imprenditori agricoli, il sostegno e l’acquisto di prodotti agricoli di origine regionale da parte delle imprese esercenti attività di ristorazione o di ospitalità nell’ambito del territorio regionale. Con il progetto legislativo, inoltre, si favorisce il rispetto della normativa in materia di presentazione ed etichettatura dei prodotti agricoli freschi e trasformati attraverso idonea attività di controllo anche con l’utilizzo di strumenti tecnologici a tutela del consumatore e l’incremento della vendita di prodotti agricoli di origine regionale da parte della distribuzione;

le leggi riguardanti la promozione e l’orientamento al consumo di prodotti agricoli “a chilometro zero” sono presenti ed applicate, già da alcuni anni, in varie regioni (Calabria legge regionale n. 29 del 2008, Lazio legge regionale n. 12 del 2009, Marche legge regionale n. 16 del 2009, Molise legge regionale n. 16 del 2010, Puglia legge regionale n. 38 del 2008, Sardegna legge regionale n. 1 del 2010, Trentino Alto Adige legge provinciale n. 13 del 2009, Veneto legge regionale n. 7 del 2008, Abruzzo legge regionale n. 42 del 2010);

inoltre esiste un marchio “a chilometri zero” di proprietà della fondazione “Campagna amica” che viene concesso in uso gratuito alle imprese di ristorazione che si impegnano al rispetto di alcuni comportamenti quali l’offerta prevalente di piatti a filiera corta e la preferenza di acquisto di prodotti stagionali;

la Coldiretti è impegnata a promuovere, con la firma di un protocollo con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, l’aumento dell’offerta nelle mense scolastiche di pasti prodotti con cibi di stagione, locali e “a chilometri zero”, dando la possibilità di imparare a conoscere i prodotti del proprio territorio che è un alto valore educativo culturale;

oltre tutto l’Unione europea e l’Italia sono grandi importatori di cibo: ogni rincaro dei prezzi del carburante si ripercuote dolorosamente sulla spesa alimentare, e anche a questo è logico cercare un rimedio;

a giudizio dell’interrogante il ricorso governativo libera il campo alle multinazionali da qualsiasi tipo di concorrenza distruggendo le aziende locali, devastando il tessuto sociale e rendendo il popolo completamente dipendente da strutture extraterritoriali e multinazionali senza scrupoli;

considerato che:

dal 1998 è in vigore una direttiva comunitaria (2010/60/UE) che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (Monsanto e altre multinazionali) vietandolo agli agricoltori, così rendendo illegale ciò che i contadini hanno fatto per millenni;

per far fronte a questa imposizione sono nate varie associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali, con lo scopo di preservare e distribuire, a chi le richiede, sementi fuori dal catalogo ufficiale affidato alle mani delle multinazionali;

con sentenza del 12 luglio 2012 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo;

con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le associazioni di volontari impegnate nel recupero delle varietà antiche e tradizionali che commettono il ”crimine” di preservare e distribuire sementi fuori del catalogo ufficiale,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui il Governo Monti non ha scelto di portare queste istanze in sede comunitaria per proporre magari un’inversione di rotta;

se non ritenga che acquistare prodotti locali significa valorizzare il lavoro delle imprese locali agricole anche in aree di montagna, salvaguardare la loro sopravvivenza, difendere l’occupazione ed arginare il preoccupante fenomeno dell’abbandono delle terre, soprattutto da parte dei giovani, oltre a tutelare la stagionalità, le biodiversità ed il ritorno ad un’alimentazione di qualità e più sicura;

se non intenda, in linea con la legislazione europea, attivarsi al fine di orientare maggiormente il consumatore verso la scelta di prodotti di origine locale, non per arginare la concorrenza ma semplicemente per educare il consumatore, abituandolo alla stagionalità dei prodotti, e comunque promuovere azioni a tutela della salute dei cittadini, salvaguardia dell’ambiente e conservazione e valorizzazione della cultura e delle tradizioni locali;

se il ricorso sarà esteso a tutta la normativa vigente sul territorio italiano o resterà circoscritto solo a quella della Regione Calabria.

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Ministro Fornero – GP Formula 1

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08226
Atto n. 4-08226

Pubblicato il 19 settembre 2012, nella seduta n. 797

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (si veda “la Repubblica” del 14 settembre 2012) che domenica 9 settembre, in occasione del gran premio della Formula 1 di Monza, due agenti della scorta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, desiderosi di accedere alla griglia di partenza del circuito, un’area blindata a chiunque non sia invitato dalla Fia (Federazione internazionale dell’automobilismo), hanno deciso di forzare la mano, prima tentando di oltrepassare il blocco e poi minacciando gli addetti alla sicurezza del circuito facendo vedere le pistole. Di conseguenza non solo sono passati loro, ma anche il resto del gruppo comprendente i restanti agenti di scorta nonché quelli del Sottosegretario di Stato per gli affari esteri De Mistura, anch’egli presente al gran premio;

come si legge nell’articolo citato, il Ministro del lavoro si è difeso con una nota nella quale parla di “un episodio spiacevole” del quale non è stata “né testimone né parte”. Il ministro ha però tenuto ad evidenziare come finora, in sua presenza, i militari che si occupano della sua sicurezza “non hanno mai tenuto comportamenti meno che ineccepibili e per parte mia ho sempre chiesto loro la massima correttezza e discrezione”;

si apprende inoltre che il responsabile del circuito di Monza, Enrico Ferrari, ha dichiarato di aver provato un senso di profonda umiliazione quando giovedì lo hanno chiamato i collaboratori dell’organizzazione di Bernie Ecclestone per discutere di quanto accaduto. Ogni anno è sempre peggio. Nel 2010 sono stato minacciato io stesso, per un motivo identico. Sono scene da paese incivile. La Formula 1 fa il giro del mondo, e queste cose capitano solo in Italia» e in un altro momento dichiara «Ma la pistola è troppo. Per il futuro saremo costretti ad adottare il numero chiuso per i politici in griglia››;

la griglia di partenza rappresenta un momento topico per la gara, sempre nello stesso articolo si apprende che: «molto glamour, sì, ma anche molta adrenalina e soprattutto nervi tesi. Per questo tutto deve funzionare alla perfezione, in quegli istanti. Per questo i pass per entrare sono pochissimi. Per dire: il governatore del Texas (il terzo uomo più potente d’America) non ha potuto portare con sé i due addetti alla sua sicurezza (si erano messi d’accordo il giorno prima con la security della pista per seguire a distanza il loro uomo)»,

si chiede di sapere:

quali iniziative abbia adottato o intenda adottare il Governo al fine di accertare la dinamica dei fatti e adoperarsi affinché fatti “spiacevoli”, intimidazioni in piena regola, come quelli avvenuti a Monza non abbiano a ripetersi;

se sia stata decisa un’iniziativa disciplinare nei confronti degli agenti che hanno usato la pistola;

se ritenga che il descritto comportamento danneggi irreparabilmente l’immagine della politica italiana, rischiando di minare la credibilità dell’Esecutivo tecnico, considerato che non è certo questo l’esempio migliore da dare agli italiani cui si chiedono e impongono sacrifici.

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Enpam- Paolini

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08223
Atto n. 4-08223

Pubblicato il 19 settembre 2012, nella seduta n. 796

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, della salute e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in un comunicato dell’11 settembre 2012 la fondazione Enpam (Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici ed odontoiatri) annuncia l’intendimento di adire la giustizia europea per impugnare la recente normativa che impone una riduzione della spesa per consumi intermedi anche agli enti previdenziali;

tali enti, proprio in virtù di un’apposita normativa europea, fanno parte del conto economico della pubblica amministrazione;

secondo il neopresidente della fondazione Enpam, Alberto Oliveti, la riduzione dei consumi intermedi sottrarrebbe risorse destinate alle pensioni;

in realtà, al contrario, una riduzione della spesa per consumi intermedi (come ad esempio quelli tipicamente destinati a favore del Presidente e degli altri organi della fondazione) avrebbe sul conto economico della stessa l’effetto di incrementare l’utile di esercizio e quindi di rendere disponibili ulteriori somme per il pagamento delle pensioni;

d’altra parte, dall’esame dei bilanci consuntivi della fondazione si evince che la spesa per servizi (escluse le manutenzioni immobiliari, non comparabili in considerazione delle rilevanti dismissioni intervenute nel periodo) è passata da 13,6 milioni di euro nel 2006 a 18,4 milioni di euro nel 2011 (si vedano rispettivamente le pagine 120 e 37 dei bilanci consuntivi 2007 e 2011) con un incremento nel quinquennio di circa il 35 per cento;

la fondazione Enpam, inoltre, è da tempo al centro di iniziative sia della magistratura penale sia della stampa specializzata, che pongono in modo serio il problema della trasparenza della sua gestione;

all’interrogante risulta che, oltre alle indagini penali in corso per truffa, che hanno portato alle dimissioni del presidente Eolo Parodi, a cui è seguita l’uscita di scena del direttore generale Alberto Volponi, e che sono incentrate sulla gestione degli investimenti mobiliari della fondazione, sono emersi alcuni fatti emblematici che concernono la gestione del patrimonio immobiliare, affidata ad una società interamente controllata dall’Enpam e denominata Enpam real estate;

l’intenzione dichiarata dall’Enpam è di ricorrere al cosiddetto in house providing che dovrebbe assicurare una gestione più economica della spesa;

infatti, nella gestione in house un’amministrazione dà vita ad un organismo formalmente distinto, ma sostanzialmente coincidente con l’amministrazione stessa, di cui costituisce un modulo organizzativo creato per soddisfare proprie esigenze;

al contrario, nel caso di Enpam real estate, tale gestione, a giudizio dell’interrogante, ha portato ad una duplicazione di cariche e a un conseguente incremento dei costi totalmente incompatibili con la logica della gestione in house, oltre a vanificare la normativa comunitaria in materia di affidamento trasparente degli appalti (si vedano, da ultimo, gli atti di sindacato ispettivo dell’interrogante 4-07762 del 21 giugno 2012 e 2-00500 del 16 luglio 2012);

esemplare caso di incarico “vuoto” sarebbe quello di responsabile per i rapporti istituzionali di Enpam real estate, che sarebbe stato conferito dalla stessa società al signor Emiliano Paolini (si veda “Il Mondo” del 18 novembre 2011), visto che i rapporti con le istituzioni pubbliche e private non possono essere tenuti da Enpam real estate, organismo gestionale e operativo, ma ovviamente solo dalla fondazione Enpam; tra l’altro al signor Emiliano Paolini è stato conferito l’incarico di direttore generale dell’ordine dei medici di Roma, dopo l’elezione del dottor Roberto Lala, consigliere della fondazione, a presidente dell’ordine stesso;

a giudizio dell’interrogante tale caso peraltro si inquadra coerentemente con la “filosofia” sottesa allo stile gestionale della fondazione, che, dopo le inavvedute politiche di investimenti borsistici di rischio e in titoli “spazzatura”, si è posta il problema di risanare il proprio bilancio, non riducendo gli sprechi, ma facendo pagare le conseguenze degli errori commessi sia agli iscritti, sia agli inquilini degli stabili di cui la fondazione è ancora proprietaria;

per i primi (medici iscritti alla previdenza Enpam) è stata varata una riforma pensionistica che, con forti sperequazioni intergenerazionali, aumenta le aliquote contributive e ne riduce il coefficiente di rendimento in misura tale che ormai sarebbe più conveniente per i medici versare i propri contributi non all’Enpam ma allo Stato sotto forma di prestito forzoso in titoli di Stato;

per gli inquilini l’interrogante rinvia all’eloquente titolo di un articolo reso pubblico il 14 settembre 2012 sul sito del “Comitato inquilini dell’Enpam” che testualmente afferma “Come un vero predatore l’Enpam prima stordisce gli inquilini con l’illusione delle dismissioni e poi li azzanna alla gola: Affitti: aumenti contrattuali del 90 per cento”,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo se i fatti riportati da “Il Mondo” e sul sito del comitato degli inquilini rispondano a verità;

se sia a conoscenza del fatto che i rappresentanti ministeriali in seno al Consiglio di amministrazione e al Collegio sindacale dell’Enpam e di Enpam real estate abbiano partecipato alle deliberazioni relative al conferimento dell’incarico al signor Paolini e, in genere, di incarichi di consulenza da parte di Enpam real estate;

se risulti che il signor Emiliano Paolini, cui è stato conferito l’incarico di responsabile per i rapporti istituzionali dell’Enpam real estate, sia lo stesso Emiliano Paolini che, come si legge sul sito di ladestranews.it, ha l’incarico di responsabile romano dei rapporti istituzionali nell’ambito del partito La destra, ovvero se si tratti di un mero caso di omonimia;

se risulti che egli sia lo stesso Emiliano Paolini a cui è stato conferito l’incarico di direttore generale dell’ordine dei medici di Roma, dopo l’elezione del dottor Roberto Lala – consigliere della Fondazione Enpam – a presidente dell’ordine stesso, ovvero se ricorra un caso di omonimia;

se il conferimento dell’incarico di direttore generale dell’ordine di Roma al signor Paolini sia avvenuto nel quadro di una procedura di valutazione dei requisiti di professionalità, onorabilità, indipendenza e, in caso negativo, se non si ritenga opportuno introdurre direttive o normative in tal senso, considerato che gli ordini dei medici sono enti di diritto pubblico e non libere associazioni di stampo privatistico;

se risulti quali incarichi di consulenza siano stati affidati da Enpam real estate, per quale ammontare e sulla base di quali criteri di selezione dei candidati;

se e quali indirizzi siano stati impartiti ai rappresentanti ministeriali in seno agli organi della fondazione in ordine alle politiche di gestione del patrimonio immobiliare dell’Enpam;

quale sia lo stato di applicazione nelle casse previdenziali delle normative in materia di contenimento della spesa adottate negli anni 2011 e 2012 e quale sia l’andamento della spesa per consumi intermedi delle casse stesse nell’ultimo quinquennio.

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Pensionati restituzione quattordicesima

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08228
Atto n. 4-08228

Pubblicato il 19 settembre 2012, nella seduta n. 797

LANNUTTI , CARLINO , MASCITELLI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il quotidiano “la Repubblica”, in un articolo a firma di Fabio Tonacci pubblicato il 19 settembre 2012, riporta la notizia che «Duecentomila pensionati, nella fascia di reddito più povera, dovranno restituire all’Inps la quattordicesima percepita nel 2009» e nel 2010;

si legge: «Chi prendeva 400 netti, e sono i più numerosi, scenderà a 369 per i prossimi dodici mesi. L’ente previdenziale ha già preparato le 200mila lettere, pronte per essere spedite a ottobre, comprese quelle indirizzate ai dipendenti pubblici ex Inpdap. “Dall’analisi dei redditi relativi all’anno 2009 – scrivono i direttori provinciali dell’Inps nella lettera che Repubblica è in grado di anticipare – è risultato che Le è stata corrisposta una somma non dovuta. Siamo pertanto costretti a provvedere al recupero mediante trattenute mensili a partire da novembre 2012 per complessive 12 rate. Cordiali saluti”. E, considerato che l’importo erogato a luglio di tre anni fa mediamente si aggirava intorno ai 380 euro, la trattenuta sarà di 31 euro. Ma cosa è successo? Chi ha sbagliato? Un passo indietro. La quattordicesima ai pensionati è stata una conquista dell’ultimo governo Prodi. Introdotta con la legge 127 del 2007, viene corrisposta a chi ha più di 64 anni di età e dimostra di avere un reddito personale non superiore a 8.649,84 euro all’anno. Tradotto in mensilità, significa non più di 650 euro lordi. È la fascia di reddito più bassa. L’Inps nel 2009 ha erogato la quattordicesima (variava da 336 a 504 euro a seconda dei casi) sulla base delle dichiarazioni dei redditi dell’anno precedente e delle domande pervenute, tutte corredate con l’auto-dichiarazione del contribuente. Ma, a quanto pare, ci sono state 200 mila pratiche con dati sul reddito sbagliati. Cioè, chi ha richiesto la quattordicesima dichiarando di averne diritto, ha certificato un reddito più basso di quello che aveva in realtà. E l’Inps se n’è accorto solo quando dall’Agenzia delle Entrate sono cominciate arrivare le dichiarazioni del modello Unico 2011 relative ai redditi 2010. A quel punto sono stati scoperti conteggi del reddito errati, falsi o incompleti. È bastato avere un’entrata in più anche minima, un contratto di collaborazione, una rendita catastale, un acquisto non dichiarato per superare la soglia degli aventi diritto. Per tutti vale la buona fede, quindi non ci saranno altri accertamenti fiscali. Ma quei 400 euro dovranno essere restituiti. Non si scappa. “L’Inps va avanti come un treno – ragiona Carla Cantoni, segretario generale del sindacato dei pensionati Spi-Cgil – ma l’errore è stato loro. Non è accettabile che a pagare siano sempre gli ultimi. Dovevano verificare, prima di stabilire chi ha diritto alla quattordicesima e chi no. Per un anziano 400 euro in meno significano non fare la spesa per settimane. Se ne rendono conto?”. Il sindacato contesta inoltre la tempistica dell’accertamento. Ma all’Istituto di previdenza fanno sapere che non c’era modo di fare prima. L’incrocio dei dati sulle dichiarazioni dei redditi è partito alla fine del 2011, quando l’Agenzia delle Entrate ha comunicato tutti i redditi dichiarati dai contribuenti l’anno prima e che quindi potevano essere comparati con quelli indicati nelle richieste per la quattordicesima. Non è detta però l’ultima parola: il 25 settembre la direzione dell’Inps si incontrerà con i sindacati per provare a trattare una soluzione alternativa. “La trattenuta su pensioni già così basse non la possiamo accettare – spiega Carla Cantoni – abbiamo una proposta alternativa che eviterà di mettere le mani nei portafogli di chi già si barcamena per arrivare alla quarta settimana. Ma la sveleremo solo al tavolo con l’Inps”»;

come si legge su un articolo pubblicato su “Il Piccolo” di Trieste del 3 agosto 2011, Gianfranco Valenta, segretario provinciale di Fnp-Cisl, spiega: «”È gente sopra i 65 anni che vive con 645 euro al mese, cioè con la minima, potenzialmente almeno 30mila persone. Ma sono numeri che dobbiamo verificare ora che la vicenda sta venendo a galla. È un accanimento intollerabile, l’Inps vuole fare cassa sulle spalle dei cittadini”»;

inoltre si apprende che «Secondo la ricostruzione della Cisl tutto nasce dal controllo incrociato avviato dall’Inps e dall’Agenzia delle Entrate su chi non ha inviato il modello Red relativo all’anno 2008»;

relativamente alla spiegazione che ha fornito l’ente per cui, per la restituzione, provvederà a una trattenuta rateizzata sui prossimi assegni, Valenta aggiunge: «”A noi preme ricordare che la compilazione del documento reddituale è richiesto a chi percepisce pensioni sociali; persone che, nella maggior parte dei casi, hanno oltre 75 anni. È chiaro allora che il motivo dell’eventuale errore è la dimenticanza, e non certo perché questa gente ha modificato le proprie condizioni economiche. Tanto più – spiega in una nota la Fnp-Cisl – non è accertato che tali presunti sbagli siano imputabili ai pensionati e non, invece, riconducibili agli stessi Inps ed Agenzia delle Entrate. (…) La sensazione, neanche tanto sopita – conclude – è che l’Inps voglia solo fare cassa, e subito”»;

i provvedimenti provvisori devono essere resi definitivi entro tempi ragionevoli ai sensi della legge n. 241 del 1990. Inoltre la legge stabilisce che l’INPS deve accertare i redditi entro l’anno successivo. In questo caso i redditi dovevano essere accertati nel 2010 e l’indebito comunicato massimo nel 2011. Inoltre si presume che l’Agenzia delle entrate i redditi del 2009 li abbia inviati nel 2010,

si chiede di sapere:

quali siano le considerazioni del Governo sulla vicenda, considerato che se l’errore è stato dell’Inps questo impedisce la ripetizione del credito;

se sia legittima la recuperabilità del presunto credito adottata dall’Inps ovvero la procedura adottata per la restituzione della quattordicesima da parte dei pensionati per cui le relative somme verranno trattenute sulla pensione, anche alla luce del fatto che l’ente toglie i soldi senza essere sicuro che effettivamente la colpa sia dei pensionati;

se risulti che nell’operazione di recupero l’INPS possa intaccare il trattamento minimo;

quali risultino i reali motivi per cui l’ente non ha rispettato i termini di accertamento dei redditi previsti dalla legge;

se non ritenga che l’accanirsi dell’Inps su queste fasce di reddito dei pensionati stia diventando davvero intollerabile visto che il diritto alla quattordicesima mensilità, riconosciuta dal Governo Prodi nel 2007, rappresenta una parziale risposta ai pensionati per garantire loro il recupero del potere d’acquisto delle pensioni ferme al 1992;

quali iniziative intenda assumere per tutelare le fasce più deboli da ogni abuso e sopruso e se non ritenga adoperarsi per fare luce sulla questione al fine di trovare la soluzione meno penalizzante per i pensionati, considerando che si tratta di persone che non riescono neanche ad arrivare a fine mese.

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Frequenze TV

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08214
Atto n. 4-08214

Pubblicato il 18 settembre 2012, nella seduta n. 795

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che in un articolo pubblicato il 15 luglio 2012 sul sito “il Retroscena”, dal titolo: «Passera “congela” le frequenze, tv rinnegando (per ora) l’asta pubblica» Mahler scrive: «Davvero strana questa vicenda delle frequenze tv. Strana e inspiegabile, o forse invece spiegabilissima. Mentre tutti attendevano dall’Agcom (peraltro in piena transizione) la redazione del regolamento che avrebbe dovuto disciplinare la prima asta onerosa per sei nuove frequenze tv, annunciata ad aprile dal ministro Passera con grande clamore mediatico e nobili motivazioni di risparmio per lo Stato, ecco che arriva – proprio dal Ministero dello Sviluppo economico – un inaspettato rinnovo ventennale e forfettario, delle precedenti 19 frequenze nazionali già assegnate in via provvisoria, qualcosa che potrebbe congelare a lungo lo status quo televisivo nazionale, a prezzi da saldo. Una squadra che viene da lontano. Dove sono finiti i nobili propositi con cui Passera aveva presentato la scelta di azzerare il beauty contest, in quanto “non garantiva entrate adeguate per lo Stato”, stimabili in 1,2 miliardi di Euro? Dove è finito quel Governo che doveva ergersi a difensore degli interessi dello Stato contro una prassi di accondiscendenza verso il duopolio Mediaset e Rai? Mentre i maligni fanno notare la singolare coincidenza temporale fra questo fulmineo provvedimento e la partita sulle deleghe per la presidente designata Tarantola sul versante Rai, fonti del Ministero dello Sviluppo economico suggeriscono che, per capire davvero come andrà a finire tutta questa vicenda, sia sufficiente andare a vedere quale “squadra” si stia occupando dell’affaire frequenze, per conto del super ministro Passera. Una squadra che viene da lontano. Ai tempi di Scajola. Tutto inizia nel 2008, per volere dell’Europa. Al governo c’era Berlusconi. Allo Sviluppo economico il ministro era Scajola, il vice con la delega alle comunicazioni, il fedelissimo Paolo Romani. La squadra schierata a lavorare al pacchetto digitale era così composta: Roberto Sambuco ( in qualità di coordinatore generale prima e capo dipartimento per le comunicazioni poi) e l’avvocato Stefano Selli, all’epoca consulente di Romani e con un passato da direttore della Federazione radio televisioni. Dopo le dimissioni di Scajola le cose non cambiarono molto. L’interim di cinque mesi del premier Berlusconi congelò la squadra e la successiva promozione a ministro di Paolo Romani finì per rafforzarla: Stefano Selli ne diventò il capo segreteria tecnica e il fedelissimo Sambuco (vicino a Gianni Letta e “amicissimo” di Luigi Bisignani, per ammissione di quest’ultimo) ha continuato a mantenere il ruolo di Capo dipartimento comunicazioni, con in mano le leve di comando (audiovisivo, telecomunicazioni, postale, switch off e agenda digitale, quest’ultima oggi in capo alla moglie di lui, Rossella Lehnus), tutte necessarie a scrivere le regole del gioco. Le conferme di Passera. Ma ecco l’arrivo dei tecnici. Grande cesura col passato? Neanche per sogno. Il neo ministro Corrado Passera lascia tutto esattamente com’è, e conferma nei posti strategici gli stessi uomini chiave dell’ex premier. Non solo, senza voler pensar male, ma solo in punto di cronaca accade che sempre Passera sceglie – Cencelli alla mano- di imbarcare nella sua squadra di governo come sottosegretario anche il prof. Massimo Vari, che era stato addirittura il candidato in pectore di Berlusconi alla guida dell’Agcom, anni addietro. Oltre a Sambuco, il Ministro conferma anche l’avvocato Selli, proprio come suo consigliere per le telecomunicazioni, con un incarico fiduciario gratuito fino a fine mandato, ma stipendiato dalla Fondazione Ugo Bordoni, anche se poi sembrerebbe svolgere i suoi appuntamenti di lavoro sempre al terzo piano di via Veneto, proprio il piano nobile del super ministro. Un’operazione di facciata. E sono proprio loro che, sotto la pressione dell’opinione pubblica, (evidentemente sconfessando se stessi) “consigliano” a Passera di scegliere come soluzione per le nuove frequenze l’azzeramento del beauty contest e il via libera ad una vendita pubblica onerosa per l’assegnazione delle sei nuove frequenze tv. Una scelta che sembra funzionare sul piano dell’immagine ma che difficilmente funzionerà sul piano sostanziale. Infatti, per quest’asta si è sviluppato ormai un vero e proprio percorso a ostacoli. Non solo pendono su di essa vari ricorsi, sia di Mediaset che di altri network contro l’azzeramento del beauty contest ma, come è stato già ampiamente rilevato dagli esperti, è prevedibile che una gara tanto onerosa e per di più per una concessione a tempo, “quand’anche si riuscirà mai ad istruirla” andrà desolatamente deserta segnando incasso zero per lo Stato. Infine, il provvedimento-regalo di ieri sulle vecchie frequenze, che sembra addirittura sconfessarne le ragioni fondative bypassando incredibilmente le competenze di riordino del settore dell’Agcom. Eppure ancora ci sarebbe una possibilità, come confessa un alto dirigente di Via Veneto “starebbe tutto all’Agcom adesso, se volesse, sono loro infatti ad avere il potere più sensibile ora”, ovvero quello di “reagire” contro un provvedimento che sembra usurparne i poteri e le competenze e procedere invece rapidamente al riordino del settore e all’asta per le nuove frequenze, attraverso la redazione di un regolamento efficace che potrebbe comunque tentare di rendere la gara più attrattiva per i partecipanti che volevano rinunciare. L’Agcom in mano al Pdl. Un’evoluzione che però appare improbabile. Primo perché l’Agcom è in pieno passaggio di poteri e difficilmente riuscirà a terminarne la stesura entro il termine previsto (120 giorni dal decreto di aprile), rendendo dunque quasi certo un rinvio di mesi. Secondo perché – sempre a voler essere maliziosi – anche se ci riuscisse, non si può fare a meno di notare che il 16 luglio entrerà in vigore il nuovo cda dove la maggioranza (di due nomi) è in mano al Pdl e uno di loro è il fedelissimo berlusconiano Antonio Martusciello, uno che di tv se ne intende, visto che prima di approdare a Forza Italia, fu anche un manager di Publitalia. Morale: la squadra si allarga. Peraltro nell’indifferenza quasi ecumenica, a cominciare dal premier per arrivare ai leader dell’ex opposizione. Davvero strano e inspiegabile. Anzi, spiegabilissimo?»;

considerato che sul sito del ministero dello Sviluppo Economico, è pubblicata la “Cabina di Regia – Agenda Digitale Italiana” si legge: «La Cabina di Regia per l’Agenda Digitale Italiana (ADI) è stata istituita il primo marzo con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’economia e delle finanze e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La Cabina di Regia ha il compito di definire la strategia italiana per attuare gli obiettivi definiti nella Comunicazione europea all’interno della Strategia EU2020. Partendo da un’analisi del contesto Nazionale, sono state analizzate le principali motivazioni frenanti lo sviluppo della cosiddetta “network society, individuando le priorità e le modalità di intervento per elaborare una propria strategia di recepimento dell’Agenda Digitale, che permetta all’Italia di crescere puntando sull’economia digitale. La Cabina di Regia dell’Agenda Digitale è articolata in sei gruppi di lavoro che curano i principali target dell’Agenda Digitale. Ogni gruppo di lavoro è coordinato da un referente del Ministero maggiormente coinvolto, ma vede la partecipazione anche di un referente per ciascuna delle altre amministrazioni. INFRASTRUTTURE E SICUREZZA – Coordinato dal Capo Dipartimento per le comunicazioni del MISE – Roberto Sambuco. E-COMMERCE – Coordinato dal Capo Dipartimento Impresa e internazionalizzazione del MISE – Giuseppe Tripoli. E-GOV /OPEN DATA – Coordinato congiuntamente dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dal Dipartimento della Funzione Pubblica. INFORMATIZZAZIONE DIGITALE & COMPETENZE DIGITALI – Coordinato dal Capo Dipartimento Programmazione, Gestione Risorse Umane finanziarie e strumentali del MIUR – Giovanni Biondi. RICERCA E INNOVAZIONE – Coordinato dal direttore Generale per la politica industriale e la competitività del MISE – Andrea Bianchi. SMART COMMUNITIES – Coordinato dal Consigliere per la ricerca e l’innovazione del MIUR – Mario Calderini»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

è legittimo esprimere perplessità in ordine alla possibilità che i coniugi Sambuco possano adottare provvedimenti che tengano conto degli interessi generali e del bene comune nel delicato settore delle telecomunicazioni e dell’agenda digitale, atteso che piuttosto va segnalato il rischio che essi tendano a favorire interessi particolari;

la squadra chiamata a lavorare al cosiddetto pacchetto digitale, che viene da lontano, potrebbe aver contribuito ad indurre il Ministro dello sviluppo economico in carica a riconsiderare la condivisibile scelta di azzerare il beauty contest, in quanto “non garantiva entrate adeguate per lo Stato”, stimabili in 1,2 miliardi di euro,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che la squadra schierata a lavorare al “pacchetto digitale” sia composta dall’avvocato Stefano Selli (all’epoca consulente del Ministro pro tempore dello sviluppo economico e con un passato da direttore della Federazione radio televisione) e da Roberto Sambuco (in qualità di coordinatore generale prima e capo dipartimento per le comunicazioni poi) che all’interrogante risulta vicino a Gianni Letta e a Luigi Bisignani, per ammissione di quest’ultimo;

se risulti al Governo che Sambuco abbia continuato a mantenere il ruolo di Capo dipartimento comunicazioni, con in mano le leve di comando (audiovisivo, telecomunicazioni, postale, switch off e agenda digitale, quest’ultima oggi in capo alla moglie di lui, Rossella Lehnus), tutte necessarie a scrivere le regole del gioco;

se il Governo sia a conoscenza di quale sia la situazione della sfida ambiziosa della cabina di regia del gruppo di lavoro del Ministero, per promuovere l’integrazione e la contaminazione reciproca, creando opportune sinergie operative;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che sussistano conflitti di interessi tra la fondazione “Ugo Bordoni”, che all’interrogante risulta aver avuto un ruolo nell’assecondare le carriere di alcuni dirigenti, secondo logiche che avrebbero fatto prevalere interessi privati su quelli pubblici, e il Ministero stesso, anche con riferimento al settore e-commerce, coordinato dal capo dipartimento impresa e internazionalizzazione del Ministero stesso, dottor Giuseppe Tripoli.

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