Month: settembre 2012

Associazioni consumatori

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03054
Atto n. 3-03054 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 18 settembre 2012, nella seduta n. 795

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

ad avviso dell’interrogante il tema della corruzione e della mancata approvazione del disegno di legge recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione dell’illegalità nella pubblica amministrazione” (Atto Senato 2156-B) pesa come un macigno sulla reputazione dell’Italia nel mondo. Le cronache riportano ogni giorno nuovi scandali, dazioni di tangenti, appalti pilotati per favorire “amici degli amici”, ed una commistione tra soggetti sociali ed affaristi, sia per alterare il corretto gioco della concorrenza che per perseguire sporchi affari;

nei primi anni Ottanta, per riequilibrare lo strapotere di monopoli, oligopoli e cartelli nei settori strategici come il bancario, finanziario, assicurativo, energia, gas, eccetera, che hanno alterato il corretto gioco della concorrenza ed imposto politiche di prezzi e tariffe predatorie, sono nate, anche in Italia, le associazioni dei consumatori;

l’Enciclopedia Wikipedia, riporta la corretta evoluzione della tutela del consumatore o “consumerismo”: «La tutela del consumatore o consumerismo si esplica attraverso l’insieme di disposizioni dell’ordinamento italiano e comunitario, volte a difendere i diritti e gli interessi del cittadino inteso come fruitore di beni materiali e di servizi per uso privato. (…) Fino al XIX secolo, la maggior parte della popolazione destinava le proprie risorse quasi esclusivamente a generi di prima necessità e l’attenzione alla qualità era scarsa. Con il raggiungimento di un benessere più diffuso, si è affermata la figura del cittadino consumatore, cioè di un soggetto sociale che si fa portatore di bisogni e interessi che necessitano di una difesa in quanto acquista o utilizza beni materiali prodotti su larga scala, che giungono sul mercato attraverso una serie di figure intermedie, estranee alla produzione e senza possibilità di influire sulla qualità dei prodotti. Gli Stati Uniti sono stati il primo paese in cui si è affermata questa difesa. Già nel 1899 era nata la National Consumers League, ma agli inizi del XX secolo, quando esplose uno scandalo per la vendita di carne avariata, in seguito alle proteste delle fasce più deboli della società il Governo Federale fu costretto ad approvare leggi che imponevano un controllo nei confronti dell’industria. Nel 1914 nacque la Federal Trade Commission (Commissione federale per il commercio) con l’intento di combattere le attività commerciali illecite. Nel 1928 venne fondata la Consumers Union, una associazione che attraverso un bollettino periodico informava gli iscritti sui nuovi beni e servizi disponibili sul mercato. Tale associazione è ancora oggi molto attiva. Negli anni sessanta assunse rilevanza internazionale il caso di Ralph Nader, giovane avvocato e giornalista americano che osò sfidare la potente General Motors affermando in una sua pubblicazione che le auto prodotte da questa azienda non erano sicure. L’azienda tentò di screditare Nader pagando degli investigatori privati per farlo pedinare: Nader se ne accorse e denunciò la General Motors e, oltre ad ottenere un cospicuo risarcimento per la violazione della privacy, costrinse l’azienda a porgere pubbliche scuse e ad aumentare i dispositivi di sicurezza delle auto prodotte. Nader si era fatto portatore dell’idea che i diritti del consumatore sono un’espressione dello spirito democratico americano, in altre parole, come tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, così sono uguali di fronte al mercato. Nello stesso periodo John F. Kennedy enunciò nel Bill of Rights i cinque diritti fondamentali del consumatore: alla salute, alla sicurezza, alla difesa economica, alla difesa legale, alla rappresentanza. In Europa, il diritto alla tutela del consumatore è stato riconosciuto intorno agli anni cinquanta: il Regno Unito e la Danimarca furono i primi due paesi in cui venne istituito un organismo di tutela. Ad essi fecero seguito Svezia, Francia e Germania, mentre l’Italia è stata ancora per molti anni carente sotto questo aspetto. La produzione paritaria tende a convergere con l’idea pro-consumerista avanzata di consumatori attivi che dirigano la produzione. (…) In Italia sono sempre state valide alcune norme del Codice penale che reprimono i comportamenti fraudolenti, messi in atto da produttori e commercianti, che risultino nocivi per gli interessi dell’acquirente. Tali norme tuttavia erano improntate al sistema di vendita tradizionale ottocentesco e consideravano solo l’ipotesi in cui il prodotto fosse privo di qualità essenziali o presentasse vizi occulti. Solo grazie alle direttive emanate dalla Comunità Europea a partire dal 1973 (anno in cui viene approvata la Carta europea di protezione dei Consumatori) si affermano concetti importanti quali la responsabilità delle aziende per i danni provocati da prodotti difettosi, la pubblicità ingannevole, la tutela dei consumatori sulle indicazioni dei prezzi, delle garanzie al consumo e della sicurezza dei prodotti. Il Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1º novembre 1993, prevede per la prima volta un titolo dedicato alla protezione dei consumatori. Queste direttive prescrivono sostanzialmente: che il consumatore deve avere a disposizione informazioni chiare (contenuto del prodotto, eventuale tossicità, scadenza, modo d’impiego) che gli consentano di scegliere il prodotto che meglio si addice alle sue esigenze; che possa pretendere il risarcimento di danni derivanti da un prodotto non rispondente alla pubblicità e alle informazioni fornitegli; che possa essere rappresentato, ascoltato ed eventualmente assistito legalmente attraverso organismi e associazioni aventi come scopo la tutela dei suoi diritti. La legge 142 dell’8 giugno 1990 prevede il diritto delle associazioni dei cittadini di avere accesso alle strutture e agli atti amministrativi. La successiva legge 146 del 15 giugno 1990 stabilisce l’obbligo di ascoltare le organizzazioni dei consumatori e degli utenti durante gli scioperi. La Legge 287 del 10 ottobre 1990 dà alle associazioni dei consumatori la facoltà di denunciare alcune iniziative. Solo nel 1998, con la legge 281 del 30 luglio, a distanza di più di vent’anni l’ordinamento italiano recepisce i principi contenuti nelle normative comunitarie riconoscendo i diritti individuali e collettivi dei consumatori e degli utenti e promuovendone la tutela anche in forma collettiva ed associativa. L’articolo 1 di questa legge afferma che sono “fondamentali i diritti: alla salute; alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi; ad una adeguata informazione e ad una corretta pubblicità; all’educazione al consumo; alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi; alla promozione e allo sviluppo dell’associazionismo libero, volontario e democratico tra i consumatori e gli utenti; all’erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza”. A seguito di questa legge, sempre nel luglio 1998 si costituisce, presso il Ministero per le attività produttive, il CNCU (Consiglio Nazionale dei Consumatori e Utenti), al quale fanno capo numerose associazioni di consumatori, quali: Acu, Adiconsum, Adoc, Adusbef, Altroconsumo, Assoutenti, Cittadinanzattiva, Codacons, Federconsumatori, Unione Nazionale Consumatori, Lega Consumatori. Tra gli interventi più diffusi che vedono impegnate le associazioni a favore degli utenti, vi sono: i contratti di vendita e le cosiddette clausole vessatorie, il diritto alla salute e alla casa, la lotta all’inquinamento e la difesa dell’ambiente, i rincari ingiustificati dei prezzi, i disservizi nelle telecomunicazioni e nei trasporti (ferrovie, autostrade, aerei). Nel 2000 il Parlamento Europeo ha stabilito l’obbligo per i rivenditori di prodotti alimentari di contrassegnare gli alimenti con un’etichetta che ne attesti la categoria qualitativa e l’origine di produzione»;

sono molte le battaglie portate avanti dalle associazioni italiane dagli anni Ottanta e novanta nei settori importanti e strategici, come banche (sui temi dell’anatocismo e dei mutui usurari), assicurazioni, energia, petrolio (in relazione ai cartelli, sanzionati dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato). Per offrire un ordine al consumerismo, è stato promulgato il codice del consumo di cui al decreto legislativo n. 206 del 2005, che disciplina, alla parte quinta, il modus operandi delle associazioni dei consumatori e l’accesso alla giustizia;

l’art. 137, infatti, sancisce le modalità di registrazione delle associazioni dei consumatori e degli utenti rappresentative a livello nazionale, che devono avere determinati requisiti per essere iscritte nell’elenco istituito presso il Ministero dell’industria, poi delle attività produttive ed oggi dello sviluppo economico: «1. Presso il Ministero delle attività produttive è istituito l’elenco delle associazioni dei consumatori e degli utenti rappresentative a livello nazionale. 2. L’iscrizione nell’elenco è subordinata al possesso, da comprovare con la presentazione di documentazione conforme alle prescrizioni e alle procedure stabilite con decreto del Ministro delle attività produttive, dei seguenti requisiti: a) avvenuta costituzione, per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, da almeno tre anni e possesso di uno statuto che sancisca un ordinamento a base democratica e preveda come scopo esclusivo la tutela dei consumatori e degli utenti, senza fine di lucro; b) tenuta di un elenco degli iscritti, aggiornato annualmente con l’indicazione delle quote versate direttamente all’associazione per gli scopi statutari; c) numero di iscritti non inferiore allo 0,5 per mille della popolazione nazionale e presenza sul territorio di almeno cinque regioni o province autonome, con un numero di iscritti non inferiore allo 0,2 per mille degli abitanti di ciascuna di esse, da certificare con dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà resa dal legale rappresentante dell’associazione con le modalità di cui agli articoli 46 e seguenti del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445; d) elaborazione di un bilancio annuale delle entrate e delle uscite con indicazione delle quote versate dagli associati e tenuta dei libri contabili, conformemente alle norme vigenti in materia di contabilità delle associazioni non riconosciute; e) svolgimento di un’attività continuativa nei tre anni precedenti; f) non avere i suoi rappresentanti legali subito alcuna condanna, passata in giudicato, in relazione all’attività dell’associazione medesima, e non rivestire i medesimi rappresentanti la qualifica di imprenditori o di amministratori di imprese di produzione e servizi in qualsiasi forma costituite, per gli stessi settori in cui opera l’associazione. 3. Alle associazioni dei consumatori e degli utenti è preclusa ogni attività di promozione o pubblicità commerciale avente per oggetto beni o servizi prodotti da terzi ed ogni connessione di interessi con imprese di produzione o di distribuzione. 4. Il Ministero delle attività produttive provvede annualmente all’aggiornamento dell’elenco. 5. All’elenco di cui al presente articolo possono iscriversi anche le associazioni dei consumatori e degli utenti operanti esclusivamente nei territori ove risiedono minoranze linguistiche costituzionalmente riconosciute, in possesso dei requisiti di cui al comma 2, lettere a), b), d), e) e f), nonché con un numero di iscritti non inferiore allo 0,5 per mille degli abitanti della regione o provincia autonoma di riferimento, da certificare con dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà resa dal legale rappresentante dell’associazione con le modalità di cui agli articoli 46 e seguenti del citato testo unico, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000. 6. Il Ministero delle attività produttive comunica alla Commissione europea l’elenco di cui al comma 1, comprensivo anche degli enti di cui all’articolo 139, comma 2, nonché i relativi aggiornamenti al fine dell’iscrizione nell’elenco degli enti legittimati a proporre azioni inibitorie a tutela degli interessi collettivi dei consumatori istituito presso la stessa Commissione europea»;

considerato che:

a quanto risulta all’interrogante, un’associazione che non aveva tali requisiti di democraticità, ma rappresentava lettori della rivista “Altroconsumo” spacciati per iscritti, è state cancellata dall’elenco del Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (CNCU), con sentenza del Tar del Lazio ed obbligata a restituire alcuni fondi incassati illegittimamente.

per evitare che le associazioni dei consumatori potessero avere una contiguità con le imprese, specie del settore bancario ed assicurativo, tra i più impermeabili alla correttezza e trasparenza e, inversamente, disponibile ad offrire prebende e finanziamenti oscuri, il caposaldo del codice del consumo era quello di precludere alle associazioni dei consumatori e degli utenti ogni attività di promozione o pubblicità commerciale avente per oggetto beni o servizi prodotti da terzi ed ogni connessione di interessi con imprese di produzione o di distribuzione;

si pensi al fenomeno del risparmio tradito ed ai “bond patacca”, già all’origine avariati, collocati disinvoltamente presso uno milione di consumatori, con un danno di circa 50 miliardi di euro, per comprendere la necessità di porre un freno alla collusione tra interessi di banche ed imprese, da una parte, e delle associazioni che tutelano i diritti ed interessi diffusi dei consumatori-risparmiatori dell’altra. Ma pare all’interrogante che il Governo in carica, formato da tecnici e da personalità con pregresse esperienze nel settore bancario tenti di rimuovere il vincolo di separazione tra le attività dei consumatori e le imprese, specie quelle bancarie, che con l’iniziativa Patti chiari dell’Associazione bancaria italiana erano venuti incontro alle proposte di alcune associazioni di consumatori, approvando un nuovo testo che, oltre a “mettere in vendita” le associazioni iscritte al CNCU, ne favorisce la commistione con i banchieri e gli altri monopolisti, sostituendo la vecchia normativa con una nuova che pare finalizzata a favorire i lobbisti;

il Governo infatti, a giudizio dell’interrogante, ha studiato nuove regole per ridurre il numero delle associazioni consumatori “scomode”;

è solo questione di pochi giorni, ma ecco come il Governo Monti ha deciso, a parere dell’interrogante, di “affossare” il consumerismo in Italia, facendolo diventare “consumerismo delle lobby“. Con la logica dei numeri sono premiate le associazioni legate al tesseramento ad un partito politico, ad un sindacato, nonché alla vendita di un giornale: si affossano le idee. Anche i lettori di “Famiglia cristiana”, giornale apprezzato moltissimo dall’interrogante, diventeranno probabilmente un’associazione di consumatori. Per gli iscritti a taluni sindacati la tessera della rispettiva associazione sarebbe già, praticamente, una realtà;

questi, a quanto risulta all’interrogante, i punti chiave della nuova proposta di legge: l’art. 2, comma 2, lettera g), consentirebbe di “comprare” legalmente le associazioni dei consumatori, attraverso la possibilità per le associazioni dei consumatori di stipulare accordi con imprese private (ad esempio Enel, banche, eccetera.) ed associazioni di imprese (ad esempio Abi) senza che ciò comporti motivo di incompatibilità per il registro delle associazioni dei consumatori nel CNCU, a condizione che tali accordi economici siano resi pubblici agli iscritti mediante pubblicazione sui siti. A parere dell’interrogante si tratta di un modo per migliorare l’immagine di tutte quelle imprese che condizionano l’andamento dell’economia ed il futuro dei cittadini (ad esempio banche, compagnie petrolifere, telefoniche, energetiche, farmaceutiche, eccetera). Il Governo, invece di vietare che le associazioni facciano patti remunerati con le loro controparti, legalizzano tali accordi, fa sì che le associazioni dei consumatori potrebbero vedano minacciata la propria imparzialità (si immagini lo sponsor di qualche azienda di armi o di agenti chimici o nucleare, in aperto contrasto con i principi di indipendenza, libertà e tutela dei consumatori e dei soggetti più deboli); l’art. 2, comma 4, rischia di trasformare le associazioni dei consumatori in partiti politici o in bacini elettorali facilmente individuabili dalle tessere: diverrà fondamentale l’elemento tessere al di là di ogni altro. Bisognerà comprovare il pagamento di importo non irrisorio ed in forma tracciabile della quota associativa nella forma biennale; nel caso di pagamento in contanti servirà riscontro sia a bilancio che cartaceo delle iscrizioni effettuate e delle conferme di iscrizione -parimenti scritte- intervenute nel biennio successivo (pare dunque che la tessera duri un paio di anni), oltre ai requisiti di copertura territoriale di cui al codice del consumo (0,5 per mille nazionale, 0,2 per mille provinciale). Anche qui, però, la sensazione è quella di un sostanziale depotenziamento delle associazioni dei consumatori per trasformarle in collettori di tessere oggi, e probabilmente di voti domani. Discutibile poi anche il pagamento di importo non irrisorio: non significa nulla. Vogliono introdurre anche il divieto di doppio tesseramento con due diverse associazioni dei consumatori; l’interrogante si chiede se tale divieto non possa essere esteso anche a chi risulta iscritto al sindacato e poi anche alle rispettive associazioni dei consumatori; all’art. 2, comma 8, si prevede di introdurre il principio per cui ogni voto non è uguale all’altro, ma “il più rilevante” (che forse ha già stipulato diversi accordi con sponsor) conterebbe di più: si vorrebbe modificare il sistema di voto nel CNCU aggiungendo alla maggioranza dei votanti anche la maggioranza degli iscritti rappresentati, come se un voto fosse più pesante di un’altro. Anche qui sembra all’interrogante che sia riprodotta una dinamica aziendale in cui le rappresentanze meno numerose vengono escluse (si veda il caso della Fiom a Pomigliano). C’è qualcuno forse che non vuole sentire voci fuori dal coro, anche se piccole, e c’è pure qualcosa che pare avere poco a che fare con la democrazia;

a parere di autorevoli esperti di diritto, il requisito per il riconoscimento ed accreditamento delle associazioni dovrebbe, innanzitutto, prescindere dal contributo e dal numero degli iscritti, entrambi fattori che creano un’ingiusta disparità economica e sociale, specie tra i cittadini più e meno abbienti e tenere conto di molti altri indicatori di sostanza ad oggi non considerati. La quota associativa non può rappresentare o costituire il corrispettivo del servizio che le associazioni dei consumatori forniscono ai cittadini, risultando le stesse diverse, per rango e missione, da quelle meramente privatistiche che perseguono l’interesse dei soli soci, tant’è che il legislatore riconosce loro una sorta di personalità pubblica riservando alle stesse funzioni consultive e di controllo, da un lato, e, per altro verso, repressive (cfr. art. 140 del codice del consumo). Il finanziamento pubblico loro riservato, peraltro derivato da multe irrogate alle aziende (anche per l’effetto dell’attività di segnalazione e denuncia delle associazioni dei consumatori) e non prelevato dalle tasche dei cittadini, deve essere proporzionato non al numero degli iscritti, cosa che svilirebbe tale natura, ma piuttosto alla qualità e quantità delle prestazioni che le associazioni rendono ai beneficiari, tenuto conto che sostanzialmente esercitano una funzione pubblica delegata per conto dello Stato, il quale ha il dovere primario nazionale e comunitario di tutela degli amministrati.

per fare qualche esempio, la recente battaglia Adusbef sul termine della decorrenza prescrizionale, sfociata nella sentenza di illegittimità costituzionale n. 75 del 5 maggio 2012; nonché le denunce alla Procura di Trani contro le tre agenzie di rating che hanno stritolato e stritolano il Paese; la denuncia all’Autorità garante della concorrenza e del mercato ed alle Procure contro le modalità di formazione dei tassi Libor ed Euribor; e ancora quelle del passato sulle vertenze Cirio, Parmalat, bond argentini, eccetera e tantissime altre ancora (ad esempio sull’usura bancaria), hanno determinato una vera e propria svolta nella tutela diffusa, gratuita ed imparziale dei diritti di milioni di consumatori italiani. L’interrogante si chiede quale senso abbia, dunque, parlare di numero di iscritti e quote associative davanti al potere delle idee e della capacità ed ai valori di giustizia e libertà,

si chiede di sapere:

se il Governo non abbia il dovere di impedire che le associazioni dei consumatori recuperino fondi da industrie, banche, assicurazioni e poteri forti creando di fatto un possibile conflitto di interessi se non una vera e propria dipendenza, che tanto disdoro assume agli occhi dei consumatori, tenuto conto che, nell’ambito della tutela dei più deboli ed indifesi, assume rilievo non solo l’indipendenza, ma forse ancor più l’apparenza di indipendenza ed imparzialità;

se, nell’ipotesi di revisione della disciplina in materia di tutela dei consumatori, non abbia il dovere di garantire, in primo luogo, l’ampliamento delle forme di tutela collettiva degli interessi pubblici e la semplificazione delle modalità di accesso alle forme di azione collettiva, restituendo alle azioni di classe un valore ed un potere coercitivo diverso da quello oggi previsto, oltre a realizzare una reale e fattiva terzietà delle associazioni ed una forma di incompatibilità che le renda superiori ad ogni forma di collusione con i poteri forti, schierandosi insieme ad esse nella tutela dei soggetti più deboli;

se, nella scelta e valutazione delle associazioni dei consumatori, oltre alla valutazione del numero di tessere sottoscritte, non ritenga necessario valutare la qualificazione e capacità reale delle stesse di fornire assistenza e servizi occorrenti/utili alla collettività, titolare degli interessi diffusi;

se non ritenga opportuno favorire l’adozione di una normativa che, oltre ai requisiti di semplice pubblicazione od informazione data via telefono o di semplice esistenza di uffici di facciata, per individuare l’esistenza di una associazione dei consumatori attiva ed al servizio della collettività, richieda la prova che essa abbia esperito azioni concrete e qualificate, anche in via giudiziaria, al fine di demolire privilegi o normative inique, di cui poi tutti indistintamente beneficiano senza alcuna fatica, assieme all’esposizione del rischio ed al costo;

se, nella nuova riforma del codice del consumo, che a giudizio dell’interrogante mette all’asta le associazioni dei consumatori in modo da farle aggiudicare al miglior offerente, non occorra definire la missione stricto sensu di un’associazione a tutela dei consumatori, che ambisca a definirsi tale, sancendo che essa deve operare per proteggere e tutelare nel modo più imparziale, concreto e fattivo possibile -numero di tessere a parte- gli interessi dei soggetti che nella vita di tutti i giorni risultano indifesi e privi di ogni capacità di resistenza dinanzi ai poteri forti e dinanzi a quei poteri che in modo più o meno legittimo esercitano forme di coercizione o pressione in loro danno;

se sia a conoscenza che senza i ricorsi di alcune associazioni all’autorità giudiziaria ed alla Consulta, che ha annullato alcuni provvedimenti “salva banche” e “salva potentati”, buona parte delle istanze degli iscritti andrebbero perse a tutto vantaggio di banche, gestori di telefonia ed energia, professionisti e tutti gli altri poteri forti;

se ritenga opportuno chiedere ad associazioni indipendenti dal potere politico ed economico di distogliere le energie volte ad affrontare problemi di interesse nazionale ed internazionale, come salute, giustizia e verità, per adempiere ad un onere prettamente formale, spesso, tuttavia, avulso dalla reale tutela di quegli interessi che si dice di voler proteggere;

se non ritenga che con tale riforma del codice del consumo si possa dubitare di una volontà di far venire meno la parte più seria, qualificata e meno adusa ai compromessi al ribasso del movimento italiano consumeristico per gettarla nelle fauci dei potentati economici, per favorire “intrallazzatori” dell’iscrizione, come avviene per le firme richieste per la candidatura a competizioni elettorali, alimentando il balletto di cifre del tesseramento in luogo della legittima e proficua competizione sulle battaglie da compiere la tutela dei tesserati;

se non ritenga che la riforma del codice del consumo appaia favorire alcune associazioni, per offrire maggior rilievo a chi porta più tessere, come avviene in politica, penalizzando coloro che si battono strenuamente, con indipendenza e competenza, per l’affermazione della giustizia, della verità, degli interessi generali e del bene comune, a prescindere dal colore dei Governi;

se il Governo sia consapevole che anche l’art. 140-bis del codice del consumo, sull’azione di classe, dove si ritiene sufficiente anche un solo iscritto per promuovere un giudizio, pare avere una funzione paradossale, e se non sia consapevole che il provvedimento che è in procinto di varare può apparire abnorme, liberticida ed in molti aspetti incostituzionale, e che a parere dell’interrogante non mancherà di essere impugnato di fronte alla Consulta.

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Sprechi gestione Bankitalia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03055
Atto n. 3-03055 (in Commissione)

Pubblicato il 18 settembre 2012, nella seduta n. 795

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’articolo de “il Fatto Quotidiano” fa i conti in tasca alla Banca d’Italia, richiamando sprechi, mobili d’oro, spese per il giardinaggio, stipendi record e doppi incarichi;

nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Banca centrale europea, la Banca d’Italia mantiene un esercito di dipendenti, 7.000, che costano 819 milioni di euro, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro;

“il Fatto Quotidiano” è andato ad esaurire le voci del bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi. «Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia». Poi ci sono i «videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati». Senza contare le “poltrone d’oro”. A cominciare da quella su cui è seduto «il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria» che «costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro»;

non stanno meno male i 7.315 dipendenti «con 2mila tra funzionari e dirigenti» che costano mediamente agli italiani «109.300 euro» ciascuno. Non solo: «Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa» racconta Thomas Mackinson nell’articolo citato «ha preferito esser certo che laggiù, a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro»;

l’articolo prosegue: «Ma a gravare sui conti dell’istituto sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi. (…) Il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi». Poi ci sono «20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro»;

vi si legge ancora: «Ai tempi del rigore era inevitabile che la spending review bussasse al 91 di via Nazionale. Lo ha fatto però in punta di piedi, battendo un colpo all’ultimo minuto con un emendamento dei relatori al Senato poi ribadito dal governo, nero su bianco, giusto la settimana scorsa: a partire dal 2013 anche il salotto delle banche dovrà adeguarsi ai dettami della revisione di spesa con tagli su auto blu, ferie, buoni pasto e consulenze. Ma a ben guardare sarà una potatura leggera perché bilancio, affidamenti, acquisti della Banca d’Italia rivelano ben altri sprechi e risorse, mele d’oro in un giardino delle Esperidi dove neppure i super tecnici s’addentrano. E allora ecco come si disperde l’oro degli italiani sotto l’occhio distratto del governo»;

l’interrogante ha presentato vari atti di sindacato ispettivo per sollevare lo scandalo degli esorbitanti sprechi della Banca d’Italia a spese dei contribuenti (2-00221, 4-05230, 2-00258);

ad avviso dell’interrogante:

nell’ambito della politica di bilancio restrittiva, appare scandaloso che il Governatore della Banca d’Italia continui a chiedere al Paese ed agli italiani sacrifici, mentre il personale dell’Istituto percepisce una remunerazione media di ben 109.300 euro all’anno;

alla luce del ruolo sempre più ridotto della maggior parte degli uffici della Banca d’Italia, sarebbe necessario prevedere una loro conversione presso altre autorità;

a giudizio dell’interrogante sono incompatibili, incoerenti e singolari, alla luce dei dati di bilancio, i richiami all’etica della responsabilità e del “tiro della cinghia”, avanzati per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, sui quali graveranno i costi della crisi economica e della manovra del Governo;

considerato infine che a giudizio dell’interrogante sono incomprensibili gli aumenti annuali dei costi relativi alla gestione della Banca di Italia per avvalersi di consulenze esterne, considerato l’”esercito” di dipendenti di cui si avvale l’Istituto, nel pieno di una profonda crisi economica che sta sempre più mettendo in ginocchio i risparmiatori a cui si chiede ogni giorno di stringere la cinghia,

si chiede di sapere:

quale sia la valutazione del Governo su quanto esposto in premessa e, in particolare, quali misure urgenti di competenza, nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca centrale, intenda intraprendere per impedire che siano sempre le famiglie a pagare i costi della crisi, mentre gli oligarchi possono continuare a godere di inusitati privilegi, eliminando quel palese conflitto con altre categorie di lavoratori;

se il Governo non ritenga assumere iniziative di competenza, anche sostenendo specifiche proposte legislative, affinché le autorità indipendenti contribuiscano a sostenere i costi sociali della crisi economica, generata, ad avviso dell’interrogante, dall’avidità dei banchieri e da un’inadeguata attività di vigilanza, evitando che lavoratori e pensionati, oltre al danno, debbano subire perfino la beffa di prediche ed esortazioni al risparmio, da parte di coloro che non vogliono offrire soluzioni reali e concrete, contribuendo in prima persona alla difficile congiuntura economica;

se sia prevista da parte del Governo, nella sua qualità di azionista nella figura del Ministro in indirizzo, la partecipazione alle spese previste dalla Banca d’Italia;

se il Governo non intenda assumere le opportune iniziative al fine di provvedere all’approvazione di una sostanziale riforma della disciplina delle autorità di controllo capace di restituire alla gente la fiducia e la credibilità nel sistema bancario e creditizio, non solo a tutela dei risparmiatori, ma anche per mettere a frutto una grande risorsa per il Paese, consapevole che non ci potrà essere ripresa economica se non ci sarà il volano finanziario del risparmio diffuso a sostenerla.

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Decreto sviluppo 2-liberalizzazione antenne

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08217
Atto n. 4-08217

Pubblicato il 18 settembre 2012, nella seduta n. 795

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

scrive Valentina Conte per “la Repubblica” del 13 settembre 2012 sul decreto sviluppo-bis: «Nessuna lite possibile se arriva una compagnia telefonica e piazza un’antenna o un ripetitore non graditi sul proprio palazzo. Almeno non più. Nel decreto Sviluppo 2 – per ora solo una bozza – all’articolo 29, nella sezione dedicata al digital divide da azzerare per rendere gli italiani ancora più “connessi”, spunta una norma che non farà molto piacere ai cittadini. “Il proprietario o il condominio – si legge nel testo che modifica il Codice delle comunicazioni elettroniche – non possono opporsi all’accesso dell’operatore di comunicazione al fine di installare, collegare o manutenere gli elementi di rete quali cavi, fili, riparti, linee o apparati”. Antenne nuove incluse. Addio dunque alle interminabili e fumose assemblee di condominio, ma anche alle carte bollate. D’ora in poi, sempre che la norma resista, l’appartamento o le parti comuni dell’edificio saranno territorio libero per i giganti delle tlc. In cambio, un’indennità al proprietario stabilita dal ministero dello Sviluppo economico, “in base all’effettiva diminuzione del valore del fondo”. E non finisce qui. In nome delle autostrade digitali, anche l’iter per piazzare i cavi della banda larga e ultra-larga nel sottosuolo delle strade cittadine si velocizza. I tempi per l’accoglimento della domanda da parte dei Comuni passano da 90 a 45 giorni nei casi normali, da 30 a 15 giorni per scavi inferiori ai 200 metri, con l’aggiunta del termine super ridotto di 10 giorni per “buche, apertura chiusini, posa di cavi o tubi aerei su infrastruttura esistente, allacciamento utenti”. Se il Comune non rispetta queste scadenze, ora così ristrette, scatta il silenzio-assenso. E dunque via libera alle perforatrici e agli slalom di auto e scooter tra i cantieri aperti. Con un evidente rischio caos. In più, le aziende di tlc saranno esentate dalla tassa per l’occupazione di suolo pubblico. D’altronde il provvedimento per la crescita, fortemente voluto dal ministro Passera, punta tutto sulla rete Internet, visto che nei prossimi anni dovrà trasportare – come prevede la prima parte del decreto dedicata all’Agenda digitale – documenti, fascicoli sanitari, pagelle e libretti universitari, certificati (compresi nascita e morte), contratti, ricette mediche, biglietti di tram e bus, carta d’identità elettronica integrata con quella sanitaria, caselle di posta certificate (Pec), e-book per le scuole, cartelle cliniche. Slitta, intanto, dal luglio 2013 al primo gennaio 2014 l’obbligo per commercianti e professionisti di accettare il pagamento dei clienti con bancomat, carte di debito e credito. E, cosa ben più importante, sparisce la soglia di 50 euro, sopra la quale scattava l’obbligo. “Eventuali importi minimi, modalità e tempi” saranno fissati “con uno o più decreti” del ministero dello Sviluppo, “sentita la Banca d’Italia”. Tra le novità presenti in bozza, in materia di assicurazioni, si segnala l’addio al rinnovo tacito e automatico della polizza per l’Rc auto che avrà durata massima di un anno, un maggiore contrasto alle frodi, la definizione da parte dell’Isvap di un contratto base che ciascuna compagnia deve offrire al pubblico, anche su Internet. Infine, la possibilità di collaborazione tra agenti assicurativi, anche monomandatari, con la nullità delle eventuali clausole contrarie delle rispettive compagnie. Un tentativo di reinserire il plurimandato, introdotto e poi escluso dal decreto Liberalizzazioni. Tra le agevolazioni fiscali offerte alle nuove “start up innovative”, che questo decreto introduce nel diritto societario italiano, c’è anche l’Iva per cassa, curiosamente finanziata da Rai e Mediaset, ovvero dai canoni annui pagati allo Stato dalle emittenti tv. Discutibile, invece, l’allentamento delle norme sulla sicurezza per i lavoratori “in azienda per un periodo non superiore a 50 giornate lavorative nell’anno solare”»;

in particolare all’art. 72 sulle semplificazioni in materia di sicurezza sul lavoro si prevede: «1. All’articolo 3 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente comma: “13-bis. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, adottato di concerto con il Ministro della salute, acquisiti i pareri della Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro e della Conferenza Stato-Regioni, nel rispetto dei livelli generali di tutela di cui alla normativa di salute e sicurezza sul lavoro, sono definite misure di semplificazione degli adempimenti relativi alla informazione, formazione e sorveglianza sanitaria previsti dal presente decreto applicabili alle prestazioni che implichino una permanenza del lavoratore in azienda per un periodo non superiore a cinquanta giornate lavorative nell’anno solare di riferimento (si veda la bozza del 14 settembre 2012 su “fiscoetasse.com”)»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

appare assurdo che una compagnia privata possa liberamente decidere di usare i tetti degli edifici per fare il proprio business e i proprietari siano costretti a concederlo, come se si trattasse di un esproprio forzato che oltre tutto fa crollare il valore delle abitazioni;

la liberalizzazione causerà una moltiplicazione incontrollata dell’installazione di antenne sui palazzi e una conseguente moltiplicazione dei casi di tumore causati dall’inquinamento elettromagnetico;

inoltre la norma è contraria alla raccomandazione 1999/519/CE che, ponendo un limite alla esposizione, fa presumere che le antenne possano essere fatte bene o male e che quindi qualcuno le debba controllare,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda rivedere, ai fini della stesura definitiva del decreto in questione, la disposizione che vieterebbe di contrastare l’installazione di antenne e ripetitori, considerato che con la motivazione di favorire una connettività al web più diffusa sul territorio, in realtà si offre mano libera alle compagnie telefoniche, atteso che a parere dell’interrogante il richiamo alla finalità dello “sviluppo” non può giustificare ulteriori soprusi e prepotenze a danno dei cittadini, ed esclusivamente a vantaggio delle solite grandi compagnie;

se, alla luce della notizia dell’inaspettato rinnovo ventennale e forfettario delle precedenti 19 frequenze nazionali già assegnate in via provvisoria, qualcosa che potrebbe congelare a lungo lo status quo televisivo nazionale a prezzi da saldo, contrariamente a quanto annunciato dal Ministro su una prossima prima asta onerosa, anche in questo caso della liberalizzazione delle antenne il Governo non ritenga che la discussa squadra schierata dal precedente Governo Berlusconi, di cui una parte Roberto Sambuco, possa apparire aver “consigliato” il Ministro;

quanto, a parere del Governo, l’obbligo di pagamento elettronico, da una parte, potrà semplificare e accelerare le procedure e contribuire a combattere l’evasione fiscale e quanto, dall’altra parte, assicurerà un consistente aumento di entrate per gli istituti bancari sotto forma di commissioni;

quali iniziative il Governo intenda assumere affinché il finanziamento da parte della Rai dell’Iva per cassa non si ripercuota sugli utenti con aumenti del canone;

quali siano le ragioni delle semplificazioni in materia di sicurezza sul lavoro relativamente ai lavoratori che sono in azienda per un periodo non superiore a cinquanta giornate lavorative, considerato che le misure di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nascono per migliorare le condizioni di lavoro, ridurre la possibilità di infortuni a tutti i dipendenti dell’azienda, agli altri lavoratori, ai collaboratori esterni ed a quanti si trovano, anche occasionalmente, all’interno dell’azienda.

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Convenzione Italia-Brasile

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08199
Atto n. 4-08199

Pubblicato il 13 settembre 2012, nella seduta n. 794

LANNUTTI , CARLINO , COSTA , MASCITELLI , PEDICA – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la legge 29 novembre 1980, n. 844, recante “Ratifica ed esecuzione della convenzione tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica federale del Brasile per evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, con protocollo aggiuntivo, firmati a Roma il 3 ottobre 1978″, entrata in vigore il 24 aprile 1981, prevede che le imprese italiane che hanno stabilito in loco attività economiche e produttive hanno diritto, in Italia, ad un credito di imposta pari al 15 per cento dell’imponibile delle attività prodotte nel Paese sudamericano;

analoga prerogativa riguarda le imprese che si impiantano a Singapore;

tutte le convenzioni internazionali di questo tipo, sottoscritte dall’Italia anche con altri Paesi, sono state dettate per intensificare le relazioni economiche e commerciali con le nazioni interessate, generalmente Paesi in via di sviluppo, incentivando la costituzione di attività operative da parte delle imprese estere;

a quanto risulta all’interrogante, il giornalista A.F. si è rivolto più volte al Dipartimento competente del Ministero per conoscere l’entità totale dei crediti fiscali concessi negli ultimi anni alle imprese italiane che operano in Paesi esteri dotati di un accordo bilaterale, siglato in sede Ocse, che consenta la suddetta forma di aiuto, a partire dal Brasile;

nonostante le numerose richieste verbali e scritte avanzate al Ministero tramite telefonate e e-mail, ad oggi il giornalista non ha ricevuto alcuna documentazione al riguardo, né spiegazioni relative al diniego, ma piuttosto è stato rinviato di ufficio in ufficio, di responsabile in responsabile, senza riuscire nemmeno a conoscere quale sia l’ufficio competente in materia;

considerato che i dati in questione sono liberi da qualsiasi vincolo di riservatezza alla luce del regolamento di cui al decreto del Ministro delle finanze n. 603 del 1996 e non sono quindi sottratti al diritto di accesso,

si chiede di sapere:

le ragioni per le quali il giornalista non possa avere accesso ai dati considerato che gli stessi non hanno nessun profilo critico per la loro pubblicità;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di rendere pubblica l’entità totale dei crediti d’imposta ricevuti dalle imprese italiane, interessate dalla citata convenzione ratificata dalla legge n. 844 del 1980, in relazione agli ultimi anni.

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Project bond -sconto fiscale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00521
Atto n. 2-00521

Pubblicato il 13 settembre 2012, nella seduta n. 794

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

i project bond sono emissioni obbligazionarie finalizzate alla realizzazione di un progetto i cui rimborsi dipendono dai flussi finanziari che il progetto stesso è in grado di garantire. È uno strumento adatto a coinvolgere capitali privati nel finanziamento di opere infrastrutturali, data la riluttanza degli investitori istituzionali a finanziare infrastrutture senza un rafforzamento del merito di credito dei titoli ad esse collegati. Perciò la Commissione europea e la Bei (Banca europea degli investimenti) hanno messo a punto un modello di intervento congiunto basato non su un’unica garanzia, ma sul tranching, in modo da dividere il prestito in più tranches e con diversi gradi di rischio, con la stessa Bei che, facendosi carico della parte più rischiosa, offre la possibilità di aumentare il rating della tranche destinata agli investitori istituzionali e abbassare il costo del bond. Se l’obiettivo è attivare meccanismi rapidi per spingere la crescita dell’economia, i project bond non sembrano lo strumento più adatto almeno per due motivi: sono collegati ad opere pubbliche che richiedono molti anni per essere realizzate; il mercato ha bisogno di tempo per familiarizzare con un nuovo strumento di investimento. Inoltre, occorre considerare che l’eventuale declassamento della Bei da parte delle agenzie di rating potrebbe vanificare in parte il vantaggio di questo schema di condivisione del rischio. Ma l’uso sconsiderato dei project bond potrebbe perfino portare lo Stato a garantire i finanziamenti tramite emissione di nuovo debito pubblico, assicurando ai privati che partecipano ai progetti gli esclusivi profitti rivenienti dalle opere pubbliche;

è quanto ipotizza Giorgio Meletti, in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 settembre 2012: «Il primo affare con il nuovo sistema è l’autostrada Orte-Mestre, detta anche Nuova Romea: 400 chilometri, 10 miliardi di costo, promossa da una lobby trasversale (…). Già, mentre si festeggia lo sblocco del fondo Salva Stati, il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, innesca con animo sollevato la nuova bomba di debito pubblico a scoppio ritardato: una cinquantina di miliardi, stando alle sue rivendicazioni. Già quest’estate è arrivato il project bond: dietro l’inglesorum si nasconde il vecchio sistema di un debito apparentemente privato ma garantito dallo Stato. Adesso l’ultima novità è lo sconto fiscale per le grandi infrastrutture. Il privato che costruirà un’autostrada, un ospedale o che altro, per un valore di almeno 500 milioni, avrà diritto a un credito d’imposta fino al 50 per cento del valore dell’opera, cioè a pagare meno tasse per 250 milioni. Secondo il governo si tratta di incoraggiare i privati a investire in quelle irrinunciabili opere pubbliche che lo Stato non è più in grado di finanziare. A dispetto del governatore Ignazio Visco, che chiede di investire in piccole opere di manutenzione per far ripartire l’economia, Passera e Ciaccia vogliono fare solo quelle grandi e talvolta inutili. E allora avanti con i trucchi contabili, gli stessi che hanno portato l’alta velocità ferroviaria, nata con le stesse premesse (“tutto a carico dei privati”), a pesare per 90 miliardi sullo Stato: circa il 5 per cento del debito pubblico. Per far maturare altro debito a carico dei suoi e nostri figli, Passera può contare sul lavoro del suo vice per le Infrastrutture, Mario Ciaccia, che era con lui a Banca Intesa. Si occupava di costruire fantasiosi progetti detti project-financing, che servono appunto a fare grandi opere in cemento armato fingendo che siano finanziate dai privati. Il meccanismo teorico è questo: costruisco l’autostrada con soldi miei o che prendo in prestito, lo Stato me la dà in concessione per un certo numero di anni, durante i quali, incassando i pedaggi, ripago i debiti. Peccato che in tutti i contratti di questo tipo – sempre segreti – c’è la clausola che garantisce il privato: se il traffico sarà minore del previsto ed egli non sarà in grado di rimborsare le banche, sarà lo Stato a metterci una pezza. Ancora più evidente si manifesta l’imbroglio sulle linee ferroviarie, per esempio la nuova Napoli-Bari. Siccome non c’è abbastanza traffico per ripagarla in termini di mercato, si pensa all’innovativo contratto di disponibilità: il rischio di mercato del privato consisterà nel fare un contratto con le Fs, che si obbligheranno a pagare per qualche decina d’anni un affitto a cifra fissa di quella linea ferroviaria. Che significa un debito a valere sui prossimi decenni. Esempio ancora più chiaro. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project-financing: qualcuno l’ha costruita e il comune si è impegnato a pagargli un affitto di 9,5 milioni all’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che non figura in nessun bilancio. In questo quadro lo sconto fiscale è un regalo ulteriore ai costruttori e alle banche. Curiosamente la bozza di decreto che circola dice che ne ha diritto solo chi riesce a dimostrare che il suo piano finanziario non sta in piedi. Così, anziché dare cifre di traffico fantasiose come quelle inventate per dire che il Ponte sullo Stretto era un affare, i costruttori e le banche diranno che l’opera è in perdita, giusto nella misura dello sconto fiscale massimo previsto, in modo da prenderselo tutto. Secondo il decreto, infatti, se ne avrà diritto proprio “nella misura necessaria al raggiungimento dell’equilibrio del piano economico finanziario”»;

considerato che:

all’interpellante risulta che su alcune linee ferroviarie, ad esempio sulla nuova Napoli-Bari, dove, non essendoci abbastanza traffico per ripagarla in termini di mercato, si pensa di ricorrere all’innovativo contratto di disponibilità, con il rischio di mercato del privato consistente nel fare un contratto con Ferrovie dello Stato, che si obbligherà a pagare per qualche decina di anni un affitto a cifra fissa di quella linea ferroviaria, con debito analogo a valere sui prossimi decenni;

analogamente, per quanto a conoscenza dell’interpellante, anche il project financing per la sede del Comune di Bologna sembra essere stato progettato in modo di affidare la costruzione ai privati, ai quali il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni di euro all’anno per 28 anni e che l’opera è costata 70 milioni di euro, su cui il Comune non ha investito un euro, addossando ai contribuenti l’accollo di un debito di oltre 250 milioni che non figura in alcun bilancio,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il Vice Ministro dello sviluppo economico Mario Ciaccia, già alto dirigente di banca Intesa, si occupava di favorire progetti denominati project financing, che servono alla realizzazione di grandi opere in cemento armato, apparentemente finanziate dai privati;

se risulti rispondente al vero che per costruire grandi e ad avviso dell’interpellante inutili opere in passato si sia fatto ricorso ad alcuni trucchi contabili, che appaiono analoghi all’alta velocità ferroviaria, nata con le premesse che tutto sarebbe stato a carico dei privati; in realtà il ricorso a tali sistemi ha prodotto un debito di circa 90 miliardi di euro sullo Stato, pari ad oltre il 5 per cento del debito pubblico italiano;

se risulti rispondente al vero che il Ministro in indirizzo si avvalga del Vice Ministro delle infrastrutture per realizzare infrastrutture con finanziamenti presi in prestito dalle banche, con la riserva che lo Stato le darà in concessione per un certo numero di anni, durante i quali i concessionari potranno ripagare i debiti, ma con una clausola segreta a garanzia del privato per la quale se, ad esempio, il traffico sarà minore del previsto e il privato non sarà in grado di rimborsare le banche, ne risponderà lo Stato; ciò secondo un sistema che, a giudizio dell’interpellante, farà maturare un ulteriore debito a carico delle future generazione;

se risulti rispondente al vero che siano perfino previsti benefici fiscali come ulteriori agevolazioni a banche e costruttori, nella misura necessaria al raggiungimento dell’equilibrio del piano economico-finanziario, e che la bozza di decreto prevede che abbia diritto a tali benefici soltanto chi riesce a dimostrare che il suo piano finanziario non è in equilibrio, così da dare la possibilità a costruttori e banche di definire l’opera in perdita, giusto nella misura dello sconto fiscale massimo previsto, in modo da ottenerlo completamente;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per ridurre il debito pubblico, invece di aumentarlo di ulteriori 50 miliardi di euro con project financing a misura di banchieri e costruttori, in progetti che garantiscono profitti ai privati ed ulteriori oneri all’intera collettività.

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Agenzia Debiti spa-testimonianza lavoratrice

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08200
Atto n. 4-08200

Pubblicato il 13 settembre 2012, nella seduta n. 794

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

l’interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo (4-06545, 3-02813, 3-02859, 2-00450), che ad oggi non hanno ricevuto risposta, relativi alla attività che l’interrogante ritiene truffaldina, della società Agenzia Debiti SpA. La società pubblicizza dappertutto i propri servizi dicendo che un debito di 30.000 euro verrà abbattuto del 70 per cento, dando quindi la garanzia che 30.000 euro arriveranno a 10.000 euro; nel frattempo si fa pagare dall’utente 390 euro. A riguardo, a quanto risulta all’interrogante, l’avvocato Massimiliano Mapelli, uno dei responsabili della società, risponde che tutto è regolare perché i 390 euro richiesti al primo contatto con il cliente sono il prezzo per il consulente legale affinché l’Agenzia possa farsi un’idea esatta dell’esposizione debitoria delle persone. Insomma, il “tartassato” di turno sborsa centinaia di euro per conoscere quello che si presuppone che dovrebbe già sapere, ossia l’entità del proprio debito. Poi, per proseguire, sono richiesti ulteriori importi (compresi tra 2.000 e 4.000 euro); si chiede addirittura di firmare le cambiali. Sono circa 200.000-300.000 gli italiani che si sono rivolti a queste agenzie di debiti. Infatti, non c’è solo quella citata, ma anche altre, e molto aggressive, che addirittura, a quanto risulta all’interrogante, denunciano penalmente chiunque osi lamentarsi sui forum delle associazioni dei consumatori dicendo di essere stato truffato;

è in corso un’indagine dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom), aperta su denuncia dell’Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi), volta ad accertare l’esistenza di una violazione del codice del consumo dal momento che non è possibile promettere alle persone un abbattimento del 70 per cento dei loro debiti senza che poi ciò avvenga anzi, aggravando le condizioni del cittadino;

da ultimo è arrivata all’interrogante la segnalazione di una signora che ha lavorato per pochi mesi presso Agenzia Debiti dove ha potuto constatare di persona che nella gestione dell’attività vi sono numerose anomalie;

al momento della stipula del contratto di assunzione (a tempo indeterminato con prova di 60 giorni) la signora ha preso atto che questa avveniva non con l’Agenzia Debiti, bensì con lo studio legale Baldini & partners Srl;

al corso di formazione, durato solo tre giorni, veniva detto alla signora ed ai suoi colleghi assunti che Agenzia Debiti stava facendo delle prove in quel periodo, anche con un altro nome societario. La signora scopre in Internet che è stato registrato il marchio di Professione Debiti SpA e viene pubblicizzato come società del gruppo di Agenzia Debiti;

quando la signora ha accettato la loro proposta lavorativa, si era illusa che per valutarla i responsabili della società si sarebbero basati anche sulle sue esperienze professionali, come consulente ed esperta dei due settori del mondo finanziario e del recupero crediti. Ben presto, invece, ha preso coscienza che quello che contava per la società era solo ed unicamente riferito alle capacità dei propri operatori di vendere i plichi da 390 euro, e al numero dei plichi ritirati all’ufficio postale;

la signora, in qualità di operatore, durante la sua breve vita lavorativa presso l’Agenzia, ha ricevuto numerose telefonate di clienti che lamentavano di aver pagato anticipatamente la consulenza legale con cambiali ed assegni postdatati e di non aver avuto alcun colloquio con il legale. Clienti irritati che inveivano perché gli avvocati “esperti” della società avevano fatto scadere i termini di un decreto ingiuntivo, o di un pignoramento o di un’asta immobiliare, lasciando la clientela, nel momento del bisogno, frustrata perché nessuno le aveva dato retta e alla mercé degli avvenimenti;

la signora racconta, inoltre, di uno dei tanti casi di lamentele di cittadini, in particolare il ricevimento della telefonata di un cliente che lamenta di aver trovato, sotto casa sua, una persona che, spacciandosi per un incaricato dell’Agenzia Debiti, e senza aver fissato con lui alcun appuntamento, lo aveva convinto a riceverlo a casa, facendogli firmare delle cambiali e gli aveva detto di andare in banca a ritirare un intero blocchetto di assegni che avrebbe dovuto consegnargli pochi giorni dopo;

consultando durante le pause gli altri colleghi, la signora ha verificato che anche essi hanno assistito alle stesse pressioni sui debitori e molti di loro hanno lasciato il lavoro perché non approvavano i sistemi adottati dalla società;

in più, la signora sottolinea che un’altra delle grosse manchevolezze dell’azienda riguarda la tutela della privacy. Le persone che chiamano per avere informazioni, anche quando si definiscono poco interessate alla consulenza di Agenzia Debiti, sono inserite in database e da quel momento vengono subissate di chiamate da vari operatori e il loro telefonino viene riempito di sms con campagne pubblicitarie apposite che continuano a far riferimento al discorso del risparmio tra il 40 e il 70 per cento sui debiti in corso (stralcio a saldo) con banche e compagnie finanziarie e, poiché il testo pubblicitario è abbastanza ambiguo, sembra che si possa applicare anche al settore fiscale con riferimento alla Agenzia delle entrate e ad Equitalia. È del tutto evidente che i cittadini più sprovveduti chiamino per avere informazioni;

altrettanto spesso la lavoratrice ha ricevuto chiamate da persone esasperate che le rivolgevano improperi e in taluni casi chiedevano anche i suoi dati personali da poter inoltrare con una denuncia alle autorità, per violazione della loro privacy. Alcuni di loro, nel corso della telefonata, rivelavano anche di aver chiamato a più riprese chiedendo di togliere i loro dati dal database aziendale, senza ottenere alcunché. Questo accade perché la procedura interna della società prevede che i loro operatori debbano fare numerose chiamate ai clienti e, solo dopo essere arrivati al numero di 15 telefonate nulle (senza risposta dal cliente), sono autorizzati a chiudere la scheda. Ma lo stesso numero del cellulare viene poi subissato da una serie infinita di sms (alcuni si lamentano di riceverne anche 6 al giorno o nel cuore della notte) che di fatto portano allo sfinimento i debitori,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti e degli atti di sindacato ispettivo finora presentati, il Governo non ritenga doveroso assumere iniziative nei confronti di Agenzia Debiti, che promette di ridurre i debiti del 70 per cento, come reclamizzato sul sito, nonché vanta la propria attività di oppositore ad ogni atto di Equitalia, Agenzia delle entrate, INPS e fisco, in genere attraverso accesso agli atti e ricorsi alla Commissione tributaria in ogni grado di giudizio, assicurando agli indebitati di riuscire legalmente a posticipare, rateizzare, diminuire o annullare i debiti, siano essi con fisco, Stato, creditori, banche e finanziarie, di difendere dagli accertamenti del fisco e di altri creditori, di proteggere il loro patrimonio dagli attacchi dei creditori, ingenerando nel pubblico degli indebitati l’illusoria speranza di alleviare la propria situazione, che al contrario si aggrava;

se tale pubblicità allettante, sponsorizzata sui maggiori siti on line, non risulti indurre famiglie disperate a peggiorare la propria situazione, aggravando con ulteriori esborsi l’esposizione debitoria di tantissimi cittadini, già caduti nelle grinfie di banche e/o finanziarie, ai quali viene dato il colpo di grazia con la prima richiesta di 390 euro, solo per conoscere quello che già sanno, ossia l’entità del loro debito;

se non ritenga doveroso porre un argine agli atti aggressivi ed intimidatori degli avvocati di Agenzia Debiti, che tentano di perseguire penalmente gli utenti e le loro associazioni, compreso il forum di Adusbef, mettendo in atto metodologie non corrette di procacciamento degli ignari e/o malcapitati cittadini, che hanno tutto il diritto di manifestare quelli che ritengono abusi;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che tali procacciatori di clienti possano fare affari a scapito di cittadini e famiglie già indebitate, costrette ad inseguire il miraggio di risparmiare il 70 per cento sui propri debiti e di essere addirittura cancellati dalle banche dati dei cattivi pagatori, a prescindere dalla soluzione dei problemi;

quali soggetti risultino gestire Agenzia Debiti, che procurerebbe danno tangibile non solo ai clienti in difficoltà, ma anche ai dipendenti ed allo Stato;

se sia a conoscenza dei motivi per cui Agenzia Debiti non assume direttamente i propri dipendenti, visto che sui contratti di assunzione il datore di lavoro risulta essere lo studio legale Baldini & partners Srl e se anche questo non possa essere espressione del nebbioso sistema di gestione della società;

quali misure urgenti intenda attivare per porre fine a fenomeni che, nei momenti di crisi economica, sfruttano la disperazione per trarre vantaggi ed enormi profitti.

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IGLI-SALINI spa

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00520
Atto n. 2-00520

Pubblicato il 12 settembre 2012, nella seduta n. 792

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

su un lancio di Asca del 17 luglio 2012 si legge che: «Igli, la holding della famiglia Gavio, ha presentato un esposto alla Consob ipotizzando l’esistenza di un patto occulto tra il gruppo Salini, titolare del 29,9% del capitale di Impregilo, e il fondo americano Amber, socio del general contractor milanese con una quota di poco superiore del 7% del capitale del gruppo. Lo ha annunciato» l’«amministratore delegato di Igli, durante l’assemblea degli azionisti convocata sulla richiesta di revoca dell’attuale board avanzata dal socio Salini. Igli sospetta in sostanza una sorta di ‘concerto’ tra i Salini e il fondo Usa, un patto che avrebbe permesso al costruttore romano di salire, anche se indirettamente, oltre il 30% del capitale di Impregilo senza il lancio dell’Opa obbligatorio per legge»;

in un lancio di Radiocor del 12 settembre 2012 dal titolo: «Borsa: Impregilo (+1,2%), Gavio a Salini “grande conflitto interesse”», si legge che sono «passati due mesi ma su Ecorodovias “più nulla”», «Nel più grande general contractor italiano, Impregilo, è in corso “il più grande conflitto di interessi che si sia mai visto in una società quotata: Pietro Salini è amministratore delegato sia di Impregilo sia della Salini spa e questo evidenzia in modo inequivocabile il pervasivo conflitto tra le due aziende”. Lo denuncia Bruno Binasco, amministratore unico di Igli – la holding della famiglia Gavio che detiene il 29,96% del general contractor – dalle pagine del Corriere della Sera, mentre il titolo registra un apprezzamento superiore al punto percentuale, scambiato intorno a 3,2 euro. Secondo Binasco negli ultimi due mesi da quando Impregilo ha cambiato assetto passando sotto il controllo dei Salini (che detengono il 29,9%) “mi sembra stia emergendo l’infondatezza” del progetto dei Salini di realizzare il cosiddetto ‘Campione nazionale’. Salini, afferma il manager del grupppo di Tortona, aveva chiesto la revoca degli amministratori di Impregilo “e ora dice che hanno lavorato bene”, poi aveva dichiarato che il gruppo non avrebbe potuto fare concessioni perché vietato dallo statuto “e ora dice che può fare lavori in concessione” e aveva detto che avrebbe venduto all’asta Ecorodovias per 1,6 miliardi “poi più nulla”. E ora, prosegue Binasco, è in corso un “conflitto che non è sanabile in alcun modo”, dimostrato dai lavori in Romania e in Cile, e l’accordo trategico “non sana il problema, anzi lo aggrava”. L’a.d. di Igli invita quindi i costruttori romani a convocare un’assemblea “a cui sottoporre un vero piano di fusione Impregilo-Salini” e aggiunge “si faccia autorizzare dai soci”. Binasco dichiara infine che Igli continua a credere in Impregilo e che ne “difenderemo l’autonomia fino in fondo»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente della situazione esposta in premessa riguardante, a giudizio dell’interrogante, il più grande conflitto di interessi che si sia mai visto in una società quotata, visto che Pietro Salini risulta essere amministratore delegato sia di Impregilo sia della Salini SpA, con inequivocabile e pervasivo conflitto tra le due aziende;

se non risulti che il ‘concerto’ tra i Salini e il fondo Usa, un patto che avrebbe permesso al costruttore romano di salire, anche se indirettamente, oltre il 30 per cento del capitale di Impregilo senza il lancio dell’offerta pubblica di acquisto obbligatorio per legge, abbia danneggiato i piccoli azionisti risparmiatori;

quale risulti essere stato il ruolo della Consob, il cui presidente, Vegas, a parere dell’interrogante non sembra preoccuparsi per le quotidiane lesioni dei diritti dei piccoli azionisti risparmiatori, quanto piuttosto di garantire gli interessi delle aziende vigilate;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire efficienza e credibilità ad una Consob, che, ad avviso dell’interpellante, risulta essere colpita ogni giorno da scandali anche per gli omessi controlli a tutela dei diritti dei risparmiatori.

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Comitato selezione rinnovo cariche CIRA

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08186
Atto n. 4-08186

Pubblicato il 12 settembre 2012, nella seduta n. 792

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa, dello sviluppo economico, dell’economia e delle finanze e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

è stato nominato il comitato di selezione per il rinnovo della cariche delle società partecipate tra cui il Centro italiano ricerche aerospaziali (Cira). Presidente del comitato è il professor Francesco Salamini che a suo tempo fu nominato presidente per la selezione degli enti pubblici di ricerca dal Ministro pro tempore Gelmini;

nella composizione della delegazione compare ancora una volta il professor Bizzarri che presiedette la Commissione per la selezione degli organi del Cira, poi annullata;

è probabile che il comitato di selezione presieduto dal professor Salamini abbia già iniziato i lavori per la scelta della rosa di candidati da sottoporre al presidente dell’Asi – Agenzia spaziale italiana (attualmente presidente anche del Cira), che a sua volta proporrà il prescelto al consiglio d’amministrazione dell’Asi;

elemento importante di discrimine è se il presidente dell’Asi abbia presentato la sua candidatura al Cira o no. In caso affermativo, a giudizio dell’interogante, difficilmente il comitato di selezione potrà non inserire nella rosa di candidati il presidente attuale, peraltro già giudicato con elevata positività dal comitato presieduto sempre dal professor Salamini per la designazione dei presidenti degli enti pubblici proprio un anno fa;

il professor Francesco Salamini, docente di tecnologie genetiche, non è soltanto presidente per la designazione delle candidature agli incarichi direttivi delle società partecipate dell’Asi in cui assume particolare rilievo la nomina del presidente del Cira, ma è stato nominato anche presidente della commissione giudicatrice per la scelta dei candidati a direttore generale dell’Asi;

la composizione della commissione è praticamente la stessa di quella del comitato di selezione per il Presidente del Cira, soltanto che il professor Mariano Bizzarri è sostituito dal professor Angelo Piazza, componente del consiglio d’amministrazione del Cira, nonché docente universitario in diritto privato e già Ministro della funzione pubblica per il Governo D’Alema;

la rosa dei candidati sarà sottoposta al consiglio d’amministrazione dell’Asi per la conseguente nomina del direttore generale e, stando alla programmazione delle riunioni, la nomina dovrebbe avvenire a fine settembre;

nel decreto di nomina si precisa che il consiglio d’amministrazione dell’Asi ha ritenuto che le candidature presentate sulla base dell’esito del bando precedente non abbiano offerto un’alternativa adeguata all’attuale gestione del Cira, pertanto i candidati prescelti nella prima selezione dovrebbero essere ritenuti non idonei;

l’articolo 12 dello statuto del Cira prescrive che tre membri, tra cui il Presidente, sono designati dai soci, quali enti pubblici controllati e vigilati da Amministrazioni statali ai sensi del regolamento ministeriale (Asi e CNR);

considerato che in un precedente atto di sindacato ispettivo l’interrogante riferisce delle grandi attenzioni alle imminenti nomine alle società partecipate dall’Asi, Altec e Cira, in particolare in relazione al Cira, che in questi ultimi anni ha avuto una gestione fortemente discutibile, come più volte è stato posto in evidenza anche da altri atti presentati dall’interrogante (4-05490, 4-07423, 4-05231). In particolare quando, non ancora sopite le polemiche sul precedente bando dell’Asi, per il rinnovo delle cariche di alcune società partecipate viene pubblicato un nuovo bando con il termine della presentazione delle domande al 31 luglio 2012 con alcune variazioni “tecniche” rispetto al precedente bando, annullato parzialmente almeno per la parte riguardante gli incarichi al Cira. Sarebbe stato emesso un bando più ampio possibile, proprio in ossequio alla deliberazione del consiglio d’amministrazione dell’Asi, che ha ritenuto che le candidature selezionate all’esito del bando n. 9/2012 non abbiano offerto un’alternativa adeguata all’attuale gestione del Cira. A giudizio dell’interrogante sarebbe stato interessante conoscere durante il mese di agosto la composizione della commissione di valutazione (atto 4-07763),

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda adottare al fine di assicurare in ogni caso, anche con interventi normativi, che si dia seguito alle linee di indirizzo dettate dal Ministero competente affinché le designazioni avvengano tra soggetti diversi da quelli che fanno già parte del consiglio di amministrazione, in qualità di presidente o consigliere, dell’Agenzia stessa, procedendo alle designazioni attraverso appositi avvisi pubblici, come suggerito dal Ministero vigilante;

se non intenda assumere, nelle opportune sedi di competenza, iniziative al fine di verificare la reale situazione gestionale e contabile dello stesso;

quali risultino essere le ragioni per cui le selezioni cruciali per le attività spaziali dell’immediato futuro sono tutte coordinate dal professor Salamini a suo tempo già scelto dal Ministro pro tempore Gelmini per la nomina dei presidenti degli enti di ricerca, tra cui l’Asi e il Cnr;

se il comitato di selezione nominato dall’Asi risulti essere stato concordato anche con il Cnr;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire che le candidature alla presidenza del Cira non siano quelle selezionate all’esito del bando precedente e cioè proprio quelle ritenute non essere in numero idoneo ad offrire un’alternativa adeguata all’attuale gestione della società consortile.

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Sprechi in AGCOM

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08175
Atto n. 4-08175

Pubblicato il 12 settembre 2012, nella seduta n. 791

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

Ria Pennarola per la rivista la “Voce delle Voci” scrive sugli sprechi dell’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) con oltre «150 milioni di euro l’anno per 300 dipendenti e uno stuolo di consulenti, 10 milioni e passa di fitti passivi a Propaganda Fide e Caltagirone», autorità «su cui oggi potrebbe arrivare un nuovo, pesantissimo j’accuse per l’omessa vigilanza sul binomio milionario camorra-tv private, che dilaga nel napoletano ed oltre»;

si legge nell’articolo citato: «Concorso esterno in associazione mafiosa e favoreggiamento. Sarebbe questa la pesante ipotesi accusatoria nei confronti dell’Agcom contenuta in una denuncia che potrebbe essere presentata nelle prossime settimane da alcune imprese televisive danneggiate dal dilagare del perverso binomio tv private-camorra, venuto ancor più alla luce negli ultimi mesi grazie all’azione incisiva della Direzione distrettuale antimafia partenopea. Il fenomeno è balzato alle cronache nazionali in tutta la sua pervasività grazie anche alla puntata di Uno Mattina del 6 giugno scorso cui ha preso parte l’avvocato Lucio Varriale, consulente del network Julie-Telelibera, l’unico circuito partenopeo che la guerra aperta ai clan camorristici l’ha dichiarata fin dagli anni novanta e la combatte ancora oggi a caro prezzo (l’ennesimo sabotaggio di tutte le postazioni è di appena un mese fa). Varriale, che l’accusa di concorso esterno l’ha rivolta in Procura contro diverse emittenti in forte odor di camorra, nel corso del programma di Rai 1 ha minuziosamente documentato il business criminale che avvelena i cieli partenopei da decenni, distorce il mercato delle frequenze e costringe gli operatori onesti a pagare il pizzo se intendono mantenere intatte le loro apparecchiature. Esperienza raccontata in diretta anche da Alessandro De Pascale, autore del recentissimo Telecamorra (Lantana Editore) e da Bruno De Vita, patron di Teleambiente, costretto dai clan a rinunciare alle frequenze legittimamente acquisite per estendere alla Campania la sua popolarissima emittente romana»;

a quanto risulta all’interrogante numerose retate stanno mettendo a nudo buona parte del sistema canoro-malavitoso. Un modo per far girare il denaro provento di reati, ma anche per controllare la mentalità delle nuove leve, nonché per evadere il fisco, con conseguente perdita da parte dell’erario di centinaia di migliaia di euro, irradiando da anni, continuamente ed esclusivamente, programmazione di cantanti neomelodici rigorosamente al nero;

l’articolo prosegue: «Pur trattandosi di fenomeni che rientrano nelle sue competenze, l’Autorità ha finora ignorato del tutto la questione, benché i fatturati delle tv vicine ai clan si siano ingrossati a dismisura proprio in ragione di crimini come l’evasione fiscale, il riciclaggio e – fattispecie riscontrata più di recente dai pm della Dda – anche istigazione alla delinquenza di stampo mafioso. “Eppure – spiegano gli esperti – in base alla legge istitutiva del 1999, ma anche secondo il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche, l’Agcom è tenuta al monitoraggio costante di tutte le trasmissioni televisive, ad assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e a tutelare il pluralismo e le libertà fondamentali dei cittadini nel settore delle telecomunicazioni, dell’editoria, dei mezzi di comunicazione di massa”. Senza contare il fatto che i titolari di emittenti private, per poter trasmettere, sono obbligati a presentare all’Agcom anche il certificato antimafia. Invece si è andati avanti nel segno dell’illegalità, senza che finora l’Autorità o il Corecom territoriale ad essa connesso abbiano avuto nulla da eccepire. Ma le operazioni messe a segno dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea negli ultimi mesi la dicono lunga sull’estensione del fenomeno malavitoso in un settore che, fra l’altro, sta condizionando in maniera negativa modelli e stili di vita soprattutto nei giovani. Per un giro d’affari in nero non inferiore ai 2 milioni di euro l’anno, con un’evasione fiscale globale calcolata in circa 80 milioni di euro»;

prosegue l’articolo: «a questo punto è lecito domandarsi, anche alla luce di quello che sta succedendo a Napoli, quanto costa ogni anno agli italiani la sua vigilanza sui mezzi di comunicazione. Partiamo dagli immobili, (..) solo di fitti, l’Agcom ci costa oltre ventisettemila euro al giorno, il doppio di quanto guadagna un lavoratore medio in 12 mesi. La spesa appostata nel bilancio 2011 per i canoni di locazione è infatti pari alla bellezza di 8 milioni e 64mila euro: tanto costa l’affitto delle due mastodontiche sedi di Roma e Napoli, cui si aggiungono, sempre su base annua, 1 milione e 219mila euro per “pulizie, traslochi, facchinaggio e smaltimenti rifiuti”, ed un altro milione e 133mila euro per spese di “portierato e vigilanza privata”. Totale: la stratosferica cifra di 10 milioni 418mila e rotti (contro i 4 milioni e mezzo del 2008), solo per consentire ai dirigenti e al personale dell’Autorità per le Garanzie delle comunicazioni di mettere piede ogni mattina negli sterminati uffici. In tempo di spending review, ma soprattutto con le restrizioni da lacrime e sangue che stanno letteralmente decimando le fasce deboli della popolazione italiana, mentre i prelievi sulle pensioni o l’Imu alle stelle impediscono ad anziani e pensionati anche l’acquisto dei farmaci salvavita, l’ultimo bilancio reso noto dall’Agcom suona come un autentico schiaffo in pieno viso agli italiani. Considerando soprattutto che – a dire dei redattori del documento contabile – sarebbero stati già eseguiti i “tagli” previsti dall’ex ministro Tremonti. E che, se anche fosse, si tratta pur sempre di spese alle stelle, quasi sempre in favore di privati. Senza contare il fatto che a tutto il 22 agosto 2012 non era ancora comparso sul sito ufficiale dell’Agenzia il bilancio chiuso al 31 dicembre 2011, nonostante il richiamo ufficiale in tal senso del Dipartimento Funzione pubblica. “Di sicuro – dice chi ha spulciato fra quelle carte – il documento contabile si è chiuso con avanzo zero. Il che significa che negli ultimi tre anni è stato bruciato un avanzo pregresso pari a circa 19 milioni di euro”. Soldi nostri, ovviamente. Ma torniamo ai fitti d’oro, magna pars di quel bilancio spendaccione. Se a Roma il palazzone di via Isonzo che ospita il quartier generale dell’Agenzia fa capo a Propaganda Fide (spesa per l’affitto: circa 4 milioni e mezzo l’anno), a Napoli il canone da capogiro (circa 1 milione e 200mila) per Torre Francesco va nelle casse del Gruppo Caltagirone, proprietario del grattacielo del centro direzionale, originariamente destinato ad ospitare circa 1000 dipendenti ed ora riservato ai 111 “sopravvissuti” del capoluogo partenopeo, che si aggirano come fantasmi dentro le smisurate quadrature di ben 12 piani, “per una media – dice sardonico un frequentatore di quelle stanze – di 9 persone a piano”. E recentemente a dettare i suoi nomi per i nuovi vertici Agcom è stato proprio uno stretto congiunto del “padrone di casa” Francesco Caltagirone (…) Nessun pudore, anche su questo strategico versante, per un’Autorità capace di spendere ogni anno oltre 150 milioni di euro per mantenere circa 300 dipendenti, uno stuolo di consulenti e una nomenklatura apicale retribuita a peso d’oro. Andiamo con ordine e partiamo dalle nomine»;

la giornalista continua con le recenti elezioni: «A fine luglio si è insediata la quaterna dei superconsiglieri andati a sostituire gli otto membri delle precedenti legislature». L’articolo si sofferma innanzitutto su Francesco Posteraro. «Un’investitura, quella di Posteraro, sicuramente gradita anche al presidente uscente dell’Agcom Corrado Calabrò, visto che entrambi figurano nell’organizzazione chiamata C3. Niente a che vedere con P3, P4 o P2, benché alcuni fra i vip che popolano la sigla per i calabresi illustri nel mondo siano più volte incappati nel mirino di indagini condotte su questi o analoghi consessi al limite dell’illegalità. Per chi non lo ricordasse (la Voce ne aveva scritto un anno fa, a settembre 2011) la C3, anzi, “il” C3, dicono loro, che aggiungono anche l’aggettivo “International” – è il Centro Culturale Calabrese fondato 23 anni fa da Giuseppe Accroglianò, grand commis della Dc calabrese, che dalla sede romana del sodalizio dichiara oggi di contare su 70mila iscritti. Di sicuro, nel comitato d’onore del C3 siedono fior di magistrati, vertici istituzionali e vip della politica nazionale. Nel passato di Accroglianò solo un’ombra, tuttora presente negli archivi di Repubblica. Che il 4 luglio del 1995, nell’ambito di un articolo di Pantaleone Sergi su “Donna Gina”, zarina della ‘ndrangheta jonica, dava conto delle minuziose indagini in corso e concludeva ricordando “l’elenco dei coinvolti eccellenti: con gli «avvisati» Amedeo Matacena jr deputato di Forza Italia, Attilio Bastianini e Salvatore Frasca ex sottosegretario, c’è anche, indagato, l’ex consigliere regionale Giuseppe Accroglianò, del Ppi, mentre suo fratello, Antonio, è stato arrestato a Roma”. Tutto risolto, probabilmente. Ma il nome di Giuseppe Accroglianò sbuca più di recente fra le carte delle inchieste condotte a Catanzaro dall’allora pm Luigi de Magistris, per le sue telefonate con il generale della Guardia di finanza Walter Cretella Lombardo. Un altro incomparabile trait d’union, il generale, tra il Centro Culturale Calabrese e l’Authority per le Comunicazioni. Cretella Lombardo, infatti, è stato a lungo capo del nucleo delle Fiamme Gialle operante a Torre Francesco. E contemporaneamente siede nel Comitato d’Onore della C3. Indagato nell’ambito delle inchieste Why Not e Poseidone, prima che la sua posizione venisse archiviata, Cretella proviene dai Servizi segreti dell’era Nicolò Pollari. E così torniamo a Posteraro (…), che nel parterre de roi messo su da Accroglianò e compagni siede già da tempo. [...] Non meno velenose le polemiche che hanno accompagnato la sua investitura quando si è scoperto, all’indomani della nomina, che suo figlio, Paolo Posteraro, era già membro del Corecom Calabria, organismo controllato per legge dalla stessa Agcom. Risultato: il beau geste di Posteraro junior, che presenta le dimissioni. E l’ancor più eroica iniziativa di Franco Talarico, presidente del Consiglio regionale calabrese, che prontamente le respinge. A Francesco Posteraro, che in Agcom va a guidare la Commissione Servizi e Prodotti, va un emolumento annuo di 264.293 euro lordi. Altri 264.293 euro (il compenso dei quattro consiglieri è identico) se ne andranno per il commissario Agcom prescelto dal partito di Pier Luigi Bersani. Si tratta di Maurizio Decina, docente di ingegneria al Politecnico di Milano». Quali benemerenze o competenze specifiche per la guida dell’Autorità, a parte quelle accademiche, potrà avere il professore gradito al Pd? “Beh – spiega un vecchio funzionario del partito – forse basta ricordare che Maurizio Decina è stato socio di Claudio Velardi in Reti”. (…) Con Velardi e Decina, nel parterre di Reti, anche il migliorista di lungo corso Antonio Napoli e il tesoriere di quegli anni di sfrenato dalemismo, il fedelissimo di Velardi Massimo Micucci. Una buona credenziale di inossidabile fede Pd, questa, tanto per cominciare. Nè può considerarsi trascurabile il fatto che il professor Decina sia stato per un certo periodo fra i docenti ai master superiori organizzati dal Consorzio Elis, colosso formativo delle elites giovanili targate Opus Dei. Correva l’anno 2005 e nel comitato scientifico dei corsi Elis per le tecnologie informatiche, accanto a Maurizio Decina, sedeva fra gli altri Adamo Bove, “suicidato” alla vigilia della sua deposizione chiave dinanzi ai pm partenopei nell’ambito delle indagini sugli spioni di casa Telecom. Circostanze che capitano, indubbiamente, nel corso di una lunga carriera accademica come quella del professor Decina. (…) Di certo resta il fatto che nel Pd i fan del professor Decina l’hanno spuntata rispetto ai sostenitori di Antonio Sassano, che avrebbero visto nella nomina di quest’ultimo un segnale di rigore e di moralizzazione. “Sassano – spiega infatti una fonte interna – è già da lungo tempo consulente esterno dell’Agcom con retribuzioni che si aggirano intorno ai 60mila euro e passa ogni anno. La sua investitura avrebbe consentito di tagliare quelle somme per consulenza, riconvertendole nel fatidico emolumento dei consiglieri in carica, i 264 mila euro e passa”. Niente da fare: Sassano resta superconsulente e Decina va a ricoprire la casella del Pd nell’organigramma di vertice. Poco da segnalare, poi, sugli altri due neoconsiglieri, entrambi in quota Pdl. Il primo, Antonio Preto, è capo di Gabinetto del vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani, altro fedelissimo del Cavaliere. Per il secondo, il berlusconiano d’acciaio Antonio Martusciello, si tratta in realtà di una riconferma, visto che il Pdl lo aveva piazzato su quella poltrona fin dalla scorsa legislatura, all’indomani della defenestrazione di Giancarlo Innocenzi Botti, colpito dalle indagini della magistratura di Trani sulle pressioni ricevute per far sospendere il programma di Michele Santoro. Napoletano del Vomero, una carriera tutta in Publitalia, Fininvest e Pdl, Antonio Martusciello è fratello del consigliere regionale Fulvio, dato in rampa di lancio per un assessorato alla Regione Campania del governatore Stefano Caldoro. Non resta al palo nemmeno sua moglie, la bionda Valeria Licastro Scardino, piazzata nella commissione per i finanziamenti statali al cinema dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan un attimo prima che cadesse il governo Berlusconi, a novembre dello scorso anno. La giostra di incarichi, milioni, posti e onorificenze, insomma, continua, alla faccia di quegli italiani che si suicidano per debiti da poche migliaia di euro con Equitalia. “Il fatto è – sbotta un esperto di telecomunicazioni – che nei prossimi mesi l’Agcom dovrà gestire alcune partite vitali per il Paese e per il suo destino”»; tra queste: «il braccio di ferro che vede contrapposti il gigante Telecom, da un lato, e sul versante opposto gli altri operatori di telefonia, che attualmente pagano un canone salato al monopolista Telecom per utilizzare il tratto finale (definito appunto “ultimo miglio”) delle reti telefoniche italiane»; «l’approvazione degli atti di gara del cosiddetto Beauty Contest, i cinque multiplex di frequenze ancora tutti da assegnare (pari a 25 canali nazionali sul digitale terrestre), con Mediaset ben intenzionata a fare la parte del leone e, dall’altra parte, una società ad hoc con 1 miliardo di euro in dote messa su recentemente da Telecom Italia (attraverso La 7) e Sky per contendere il primato alla corazzata berlusconiana»; «le competenze di vigilanza sui servizi postali, compresa la corazzata Poste Italiane, passate in carico all’Agcom dal 1 gennaio 2012. “La nuova direzione – dicono al desolato quartier generale del centro direzionale partenopeo – appena creata è stata subito spostata nella sede romana”. E a dirigerla è andato Claudio Lorenzi, molto vicino al segretario generale Agcom Roberto Viola, quest’ultimo ora in partenza per la direzione comunicazioni dell’Unione Europea. Con quella per i servizi postali le direzioni all’Authority sono diventate cinque. Le altre quattro sono rispettivamente guidate da Vincenzo Lobianco (Reti e servizi), Laura Aria (Media), Antonio Perrucci (ai Mercati, ma è dato in partenza per la nuova Autorità per i trasporti) e Federico Flaviano (Consumatori). Cinque anche i direttori dei Servizi: Carmine Spinelli (affari generali), Fabio Tortora (servizio giuridico), Nicola Sansalone (Corecom), Giulietta Gamba (organizzazione e bilancio) e il magistrato Maria Antonietta Garzia (risorse umane)»;

relativamente agli stipendi d’oro percepiti dai magistrati fuori ruolo passati all’Agcom, si legge ancora nel citato articolo «”solo in parte ha posto rimedio, nel marzo scorso, il decreto salva-Italia di Monti”»; «Quanto alla dottoressa Garzia, dopo la permanenza in Corte d’Appello a Latina, era passata tra i fuori ruolo: prima per dirigere il gabinetto dell’ex ministro per la Gioventù Giorgia Meloni e poi, nel 2008, per guidare l’ufficio pareri dell’Agcom. A marzo 2012, dopo un parere pilatesco del Csm, la vecchia dirigenza Calabrò ha nominato la Garzia alla direzione del servizio risorse umane. “Oggi però – fanno notare al Centro direzionale – il comando di cinque anni sta per scadere”. Oltre alla Garzia, che dovrà tornare nei ranghi della magistratura, per analoghe scadenze sono dati in imminente partenza anche Bruno Tagliaferri (ex di Finmeccanica, poi capo della segreteria di Adolfo Urso, sempre area An), il viceprefetto Sabrina Agresta e lo stesso Carmine Spinelli, tutti prossimi alla “scadenza” quinquennale. Resta e avanza, invece, la già ricordata Giulietta Gamba, vincitrice di un recente concorso interno per entrare in ruolo su cui pendono quattro ricorsi al Tar. Nei quali si ricorda, inoltre, che l’altro concorrente si era ritirato all’ultimo momento, pur chiamandosi Andrea Patroni Griffi e pur essendo il fratello di un ministro in carica dell’esecutivo Monti. Misteri dell’Agcom. Qualche altro ricorda che è stato proprio su iniziativa della dottoressa Gamba che la tesoreria dell’Autorità è stata appena spostata da Napoli a Roma ed affidata all’agenzia BNL a due passi dal quartier generale di via Isonzo, “benché – fa notare un funzionario, leggi alla mano – per la pubblica amministrazione sia stato istituito e reso obbligatorio fin dal 2011 il sevizio di tesoreria unica”. Restano al loro posto, infine, anche i componenti della commissione di garanzia: è composta da Fulvio Balsamo, Francesco Caringella e Mario Piovano, retribuiti originariamente con 25mila euro a testa ogni anno, spese a parte. Stesso discorso per il Comitato etico: circa 40 mila euro l’anno ciascuno a Riccardo Chieppa e Franco Bile, mentre ha lasciato l’incarico il magistrato Pasquale De Lise, nominato circa un mese fa al vertice della nuova Authority dei trasporti. Con oltre 300 persone alle sue dipendenze, senza contare la nomenklatura di vertice, l’Autorità non trova di meglio che elargire ogni anno grosse somme per consulenze esterne. A parte il caso di Antonio Sassano, scorrendo l’elenco dei fortunati destinatari di questi incarichi ecco i 35mila euro ad Umberto Maiello per “consulenza ed assistenza giuridica” e gli altrettanti, stessa motivazione, a Michele Buonauro, consigliere del Tar Campania e figlio d’un ex sindaco di Nola. 30mila ciascuno a Maria Grazia Battistoni e Claudia Bello, esperte di assistenza fiscale, 24 mila a Patrizia Chiodo per assistenza al comitato NGN Italia, non determinato il compenso all’avvocato Franco Scoca per assistenza legale. Dal bilancio di previsione 2011, che contiene ulteriori dettagli sulle parcelle pagate ai consulenti, apprendiamo che lo stesso Sassano, oltre ai 60 e passa mila euro del periodo 2011-2012, aveva ricevuto nel solo 2009 quasi 110mila euro per “pareri su modelli di evoluzione delle reti e delle tecnologie nel settore radio”. Lo stesso anno tal Augusto Preta riceveva 26.400 euro per soli otto mesi di “indagine conoscitiva sui contenuti nel settore comunicazioni”, più altri 20.000 per la proroga di altri sei mesi della stessa indagine»;

considerato che nel maggio 2012 si legge sul blog “anso.it”: «Frank La Rue, relatore speciale delle Nazioni Unite ha ufficialmente chiesto che sia adottata trasparenza nelle nomine per il rinnovo dei componenti delle autorità pubbliche di controllo. Fra queste l’AGCOM; (…) il processo di nomina dei (…) membri AGCOM sembrerebbe tutt’altro che cristallino, la richiesta delle Nazioni Unite sarebbe quella di poter inviare» in Italia «un loro rappresentante (…) come osservatore affinché tutto si svolga con correttezza e trasparenza. La stessa trasparenza che chiede l’Open Media Coalition (OMC) di cui ANSO è fra i promotori. La coalizione, che sta portando avanti la campagna informativa “Vogliamo Trasparenza”, ha avuto un ruolo preciso e incisivo affinché questo passo fosse fatto da oltreoceano». OMC ha inviato una lettera «al Primo Ministro Monti (…) in merito alla necessità di avere un osservatore ONU garante di imparzialità e correttezza come Frank La Rue per le prossime nomine in AGCOM. La modalità più opportuna a garanzia di imparzialità, trasparenza e pluralismo, sarebbe quella di consultazioni pubbliche che coinvolgano la società civile: necessaria la pubblicazione dei curricula dei candidati a far parte dell’AGCOM (…) L’intervento dell’ONU, diretto all’esecutivo italiano, la dice lunga sulla situazione italiana e su quanto sia importante assicurare che, per i prossimi anni, le decisioni in merito a temi critici come banda larga, frequenze, diritto d’autore online e molto altro ancora, siano prese senza opacità e da persone competenti. Soprattutto con equidistanza e imparzialità»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se risulti quali iniziative abbia adottato e come abbia vigilato su tali vicende l’Agcom, che proprio a Napoli ha la sua sede principale ormai da oltre dieci anni, considerato che i fatturati delle televisioni vicine ai clan si sono ingrossati a dismisura proprio in ragione di crimini come l’evasione fiscale, il riciclaggio nonché l’istigazione alla delinquenza di stampo mafioso;

quali siano le ragioni per cui, proprio in un momento così delicato per la Nazione, mentre tutte le forze politiche e sociali chiedono di perseguire l’evasione fiscale e si preparano provvedimenti di prelievo fiscale a cittadini già vessati, milioni di euro evasi, come in questo caso, non vengono recuperati, ma piuttosto favoriti, come sembra all’interrogante, con persistenti omissioni;

se risulti corrispondente al vero che negli ultimi tre anni l’Autorità avrebbe mandato in fumo un avanzo pregresso di circa 19 milioni di euro;

se il Governo non ritenga che le ingenti somme destinate alla gestione dell’Agcom arrechino un grave pregiudizio agli equilibri di bilancio;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di porre un freno a quelli che ad avviso dell’interrogante costituiscono sperperi e sprechi, quando di contro aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano per far quadrare i conti;

se non ritenga che, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno in media 2.103 euro all’anno a famiglia, con incrementi di imposte, tasse e tariffe a loro carico, peraltro destinati ad aumentare ulteriormente, sia doveroso intraprendere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile;

quali urgenti iniziative intenda intraprendere per impedire che siano sempre i cittadini a pagare i costi della crisi, ed evitare che lavoratori e pensionati, oltre al danno, debbano subire perfino la beffa di prediche ed esortazioni al risparmio, quando ci sono categorie privilegiate a cui sembra sia tutto dovuto;

se risulti corrispondente al vero che la tesoreria dell’Autorità è stata spostata da Napoli a Roma ed affidata alla Banca Nazionale del Lavoro, benché per la pubblica amministrazione sia stato istituito e reso obbligatorio fin dal 2011 il sevizio di tesoreria unica;

se il Governo intenda promuovere le opportune iniziative di carattere normativo affinché i membri dell’Agcom possano assicurare all’Autorità efficienza, trasparenza, facendo venir meno quelle che ad avviso dell’interrogante appaiono pratiche clientelari nocive alla credibilità di una tra le più importanti istituzioni di garanzia dei diritti di consumatori ed utenti.

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Decreto Balduzzi-Onaosi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08164
Atto n. 4-08164

Pubblicato il 11 settembre 2012, nella seduta n. 790

LANNUTTI – Al Ministro della salute. -

Premesso che nel testo del decreto sanità, decreto-legge Balduzzi approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 5 settembre 2012, all’art. 15, comma 8 e 9, si stabilisce che: «8. Per il periodo 1 gennaio 2003-21 giugno 2007 la misura del contributo obbligatorio alla Fondazione Onaosi, a carico dei sanitari dipendenti pubblici, iscritti ai rispettivi ordini professionali italiani dei farmacisti, dei medici chirurghi e odontoiatri e dei veterinari, è determinata forfettariamente per ogni contribuente in 12 euro mensili per gli ultimi 5 mesi del 2003 e per il 2004, in 10 euro mensili per gli anni 2005 e 2006, nonché in 11 per il 2007. Per il periodo 1 gennaio 2003 – 1 gennaio 2007 la misura del contributo a carico dei sanitari individuati quali nuovi obbligati dall’articolo 52, comma 23, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, è anch’essa forfettariamente determinata negli identici importi di cui al primo periodo. 9. Le somme versate alla Fondazione ONAOSI dai soggetti di cui al comma 14 per il periodo 1 gennaio 2003 – 21 giugno 2007 sono trattenute dalla Fondazione a titolo di acconto dei contributi da versare. Con delibera della Fondazione è stabilita la procedura, le modalità e le scadenze per l’eventuale conguaglio o rimborso. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono estinti ogni azione o processo relativo alla determinazione, pagamento, riscossione o ripetizione dei contributi di cui al primo periodo del presente comma. L’Onaosi è comunque autorizzato a non avviare le procedure per la riscossione coattiva per crediti di importo inferiore a 600 euro. Per gli anni successivi al 2007 resta confermato, per la determinazione dei contributi dovuti all’Onaosi, quanto disposto dal decreto legge 1 ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222»;

considerato che:

con l’approvazione del decreto si sottraggono di fatto 450 milioni di euro che devono essere restituiti ai medici, farmacisti, veterinari ed odontoiatri italiani;

su tale vicenda stanno attualmente indagando le Procure della Repubblica ed esistono molte sentenze che riconoscono il diritto di 750.000 medici italiani di avere indietro i contributi che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimamente incassati dall’Opera nazionale assistenza orfani sanitari italiani (si veda sullo stesso argomento l’atto di sindacato ispettivo 4-06661 dell’interrogante);

inoltre, a giudizio dell’interrogante, viene di fatto disattesa con una norma una sentenza della Corte costituzionale (n. 190/2007) che ha deciso che i contributi debbano essere restituiti; infatti, ritenendo l’Onaosi non più obbligata alla restituzione dei contributi per gli anni 2003-2007 la norma si pone in evidente contrasto con il disposto della Corte costituzionale di cui alla sentenza n. 190 del 2007;

con la suddetta pronuncia, la Corte ha riconosciuto che il modulo procedimentale contemplato dalla legge, e integrato dall’approvazione interministeriale della delibera del Consiglio di amministrazione dell’Onaosi, non può fungere da fattore di inveramento della riserva di legge, in quanto non “entrerebbe” nella concreta determinazione dell’onere imposto, ma rimarrebbe confinato ad un’attività di vigilanza sulla gestione e sul bilancio dell’ente interessato, con la conseguente incapacità di assurgere a limite (procedurale) adeguato a dare sostanza garantistica all’istituto prescritto dall’art. 23 della Costituzione;

esso sarebbe cioè estraneo alle modalità di realizzazione della riserva relativa, la quale, concepita in termini così ridotti, non sembrerebbe più in grado di mantenere vivo e operante il significato di “autoimposizione”, ovvero il principio del necessario concorso del popolo (tramite i suoi rappresentanti) alle scelte che incidono sui propri diritti (di proprietà e di libertà), quale essenza democratico-garantista della riserva, nonché supremo canone ordinatore dello Stato pluralista;

data, infatti, per assodata la possibilità di ottemperare alla funzione garantista della riserva ex art. 23 della Costituzione per il tramite di procedure consultive, collaborative e di controllo, una simile impostazione implica l’esigenza di discriminare fra una pluralità di moduli procedimentali, al fine di verificare quali di tali forme di partecipazione al momento definitorio dell’onere imposto, o di controllo ex post, possano manifestarsi come requisiti applicativi sufficienti della riserva relativa di legge prevista dalla norma costituzionale. Non sembra infatti possibile e/o opportuno allargare eccessivamente la capacità “sostitutiva” della dimensione procedurale, fino ad attribuirle a priori, e in ogni caso, il valore di elemento di concretizzazione della riserva parziale di legge. Occorre piuttosto domandarsi fino a che punto il giusto procedimento può risultare compatibile con (e servente) la riserva relativa di legge contenuta nell’art. 23 della Costituzione;

una siffatta “apertura” e flessibilizzazione dei modelli che danno contenuto alla riserva di legge rischia di produrre una “svalutazione”, ovvero un “assottigliamento” del nucleo di “rigidità ” che la riserva (ancorché relativa) deve conservare, allo scopo di non disperdere la propria ratio garantistica. E quando la prassi applicativa dell’istituto è rappresentata unicamente, come nel caso in esame, da schemi procedurali, è messa in discussione la stessa valenza democratica dell’istituto della riserva di legge, pure intrinsecamente connessa al disposto costituzionale racchiuso nell’art. 23;

l’attività chiamata ad integrare la manifestazione di volontà dell’organo impositore, sia essa di consulenza o di controllo, non sempre è in grado di “surrogare”, in termini garantistici, la funzione, propria del precetto legislativo, di fornire e rendere conoscibili i criteri su cui fondare il calcolo della prestazione patrimoniale dallo stesso prevista. Ne deriva che le caratteristiche del procedimento con cui viene in essere l’atto impositivo non sempre appaiono suscettibili di porsi in rapporto di completa compensazione con la definizione oggettiva dei parametri di quantificazione operata dalla legge;

l’impressione che suscita la decisione della Corte costituzionale sembra dirigersi verso un tentativo di recuperare il processo di relativizzazione della riserva di legge (non assoluta) che ha accompagnato nel tempo la tendenza della giurisprudenza costituzionale ad ampliare l’ambito applicativo del concetto giuridico di prestazione imposta. La riserva di legge non può in ogni caso distaccarsi dal suo più intimo significato, connesso ad un’inedita accezione di “centralità parlamentare”, intesa come idoneità dell’Assemblea rappresentativa ad esprimere e sintetizzare la complessità degli interessi e delle istanze sociali, proponendone un’equilibrata mediazione. Ed è per questa ragione che, anche nella conformazione più debole o relativa della riserva, il precetto legislativo, nel suo compito (costituzionalmente assegnato) di fornire la struttura di base della materia regolata, non sembra poter essere del tutto sprovvisto del contenuto necessario a sintetizzare i presupposti minimali postulati dalla riserva di legge, per essere invece in questo compito sostituito da altri soggetti e da altre procedure rispetto agli attori e alle dinamiche politico-rappresentative che intervengono nell’iter di formazione della legge, concorrendo alla composizione degli interessi primari della collettività sociale,

si chiede di sapere

quali iniziative intenda assumere il Governo al fine di rivedere la disposizione citata, considerato che qualunque atto con il quale viene di fatto annullato l’obbligo restituivo incombente sull’Onaosi sin dal 2007 e mai adempiuto nei confronti delle categorie contributive dei medici, farmacisti, odontoiatri e veterinari si porrebbe, ad avviso dell’interrogante, in stridente ed inconciliabile contrasto con il disposto della Corte costituzionale di cui alla sentenza n. 190 del 2007, tenuto conto che l’adozione di un simile provvedimento comporterebbe anche la possibilità di integrare le fattispecie penalmente rilevanti di cui agli artt. 323 e 388 del codice penale;

se non intenda dare specifiche disposizioni alla fondazione Onaosi per la restituzione immediata ai contribuenti aventi diritto dei 450 milioni di euro accantonati, diversamente verificandosi uno svuotamento, a giudizio dell’interrogante incostituzionale nonché illegale, del disposto della Coste costituzionale;

quali siano le ragioni di politica fiscale che abbiano determinato l’adozione della disposizione citata.

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