Month: ottobre 2012

L’Aquila-truffa case a molla

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08574
Atto n. 4-08574

Pubblicato il 30 ottobre 2012, nella seduta n. 825

LANNUTTI , MASCITELLI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

come si legge su un articolo pubblicato su “blitzquotidiano” il 30 ottobre 2012, «Le “molle” messe sotto le nuove case dell’Aquila rischiano di non funzionare. Ossia di non muoversi, in caso di terremoto, come dolci sospensioni per alleggerire l’impatto del sisma sulle nuove case costruite per gli sfollati del sisma 2009»;

scrivono Carlo Bonini e Giuseppe Caporale per “la Repubblica” nello stesso giorno: «Cade l’ennesima quinta del teatro di cartapesta costruito sulle macerie del terremoto dell’Aquila dalla macchina dei miracoli e del consenso di Guido Bertolaso. Almeno duecento degli isolatori sismici a pendolo montati sui pilastri che sostengono i 185 edifici del progetto “C. a. s. e.” (Complessi antisismici eco-compatibili) sono destinati a sbriciolarsi se mai la terra dovesse tornare a tremare come quel 6 aprile di tre anni fa. E quel che è peggio, nessuno è in grado di dire oggi – nemmeno la ditta che li ha prodotti e montati, la società “Alga” – quali strutture esattamente appoggino su quei pezzi fallati. Meglio, costruiti “in frode” alle specifiche che erano state indicate dal bando di gara per l’assegnazione dell’appalto. Una commessa da 7 milioni di euro che vide vincitrici la società Alga (4.900 gli isolatori forniti) e la Fip (2.400). Finanziata in parte dal Fondo europeo di solidarietà. Utile a trasformare una catastrofe in scintillante passerella per un assolo dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, accompagnato da Bruno Vespa in una memorabile puntata di Porta a Porta, in cui vennero squadernate al Paese le meraviglie, tecnologiche e di comfort, di quelle che sarebbero state ribattezzate “le case a molla”, nuova dimora per 20 mila senzatetto»;

l’Alga era tra gli sponsor del centro di ricerca antisismica Eucentre di Pavia, diretto dal professor Gianmichele Calvi, fedele di Guido Bertolaso, che diresse il progetto “C.a.s.e.”;

Calvi fu condannato, il 22 ottobre 2012, come componente della Commissione nazionale Grandi rischi, e ora è indagato per frode con il proprietario dell’Alga Agostino Marioni;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

non è comprensibile come non sia stata presa alcuna decisione relativamente alle responsabilità di Guido Bertolaso, a giudizio dell’interrogante notevoli, ex numero uno del Dipartimento della protezione civile, considerato che, oltre al filone principale sui sette imputati della commissione Grandi rischi, resta ancora aperto il filone d’indagine sullo stesso accusato di omicidio colposo, sempre dalla Procura della Repubblica de L’Aquila;

troppe volte a L’Aquila sono stati violati diritti fondamentali. Questo, a parere dell’interrogante, è successo sia negli ultimi decenni, quando palazzinari e tecnici compiacenti delle autorità locali hanno costruito e autorizzato edifici, compresi grandi edifici pubblici come la casa dello studente, in spregio delle norme antisismiche in una delle zone più sismiche d’Europa, che tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2009, quando alla legittima e umanissima ansia di una popolazione stremata da quattro mesi di scosse si è risposto con una comunicazione che l’interrogante ritiene essere stata improvvisata, imprecisa e scientificamente infondata;

considerato che un scossa di magnitudo 3,6 è stata registrata nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 2012, alle ore 2.52 con epicentro a Preturo, vicino a Coppito, uno dei paesi più colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Governo intenda assumere al fine di porre in essere le opportune verifiche per valutare la tenuta di ogni singola struttura ed individuare gli edifici che appoggiano sui materiali “fallati”, non idonei alla loro funzione di isolatori sismici;

quali misure intenda adottare al fine di garantire ai cittadini, che dopo più di tre anni dal sisma sono sempre in attesa di veder rinascere la città de L’Aquila, con il centro storico ancora ridotto in macerie, una ricostruzione che si basi su maggiori e tempestivi controlli evitando che ci si arricchisca sulla vita delle persone quando, come nel caso dell’Alga, si mira al risparmio a discapito della sicurezza degli edifici considerato che un’attenta vigilanza avrebbe permesso di accorgersi della disomogeneità dei materiali usati dalla stessa azienda, evidenziando l’utilizzo di materiali termoplastici non idonei;

se non ritenga necessario provvedere ad un’attenta verifica dell’utilizzazione dei fondi pubblici e della loro corretta destinazione e, di conseguenza, a darne conto con opportuna relazione.

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Nuove elezioni Regione Lazio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08575
Atto n. 4-08575

Pubblicato il 30 ottobre 2012, nella seduta n. 825

LANNUTTI , PEDICA – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’interno. -

Premesso che:

il 28 settembre 2012, con decreto sottoscritto dal Presidente del Consiglio regionale, è stato sciolto il Consiglio regionale del Lazio;

da allora tale organo è in carica solo per l’esame di atti dovuti, urgenti e indifferibili e per garantire l’ordinaria amministrazione fino al momento del voto;

a tutt’oggi, ad oltre un mese dallo scioglimento, non si conosce la data di svolgimento delle consultazioni per le elezioni del Consiglio e del Presidente della Regione;

considerato che:

il comma 2 dell’articolo 3 della legge regionale n. 108 del 1968, come modificato dall’articolo 5, comma 1, della legge regionale 13 gennaio 2005, n. 2, stabilisce che “Nei casi di scioglimento del Consiglio regionale, previsti dall’articolo 19, comma 4, dello Statuto, si procede all’indizione delle nuove elezioni del Consiglio e del Presidente della Regione entro tre mesi”;

il richiamato articolo 19, comma 4, dello statuto della Regione, di cui alla legge statutaria n. 1 del 2004, indica due distinti casi di scioglimento del Consiglio: a) a seguito di mozione di sfiducia (art. 43); b) a seguito di dimissioni volontarie, rimozione, decadenza, impedimento permanente o morte del Presidente della Regione (art. 44);

la mancata differenziazione, nella legge elettorale regionale, della causa di scioglimento ha ingenerato diverse valutazioni circa i termini per l’indizione delle nuove elezioni. Infatti, mentre è largamente condiviso che, quando lo scioglimento avviene per sfiducia politica, il termine di tre mesi per l’indizione delle elezioni debba essere considerato perentorio, non lo è altrettanto quando le cause incidono sulla persona del Presidente. In questo caso, tuttavia, dovrebbe ritenersi valido il principio dell’immediata ricostituzione delle istituzioni regionali, principio che la stessa legge regionale si preoccupa di assicurare consentendo l’effettuazione delle elezioni addirittura “a decorrere dalla quarta domenica precedente il compimento del quinquennio” (art. 3, comma 1, della legge regionale n. 108 del 1968, come modificato dall’art. 5, comma 1, della legge regionale n. 2 del 2005);

ciò nondimeno, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Il Messaggero” il 6 ottobre 2012, la Presidente uscente della Regione, Polverini, ha dichiarato l’impossibilità di andare a votare entro il mese di dicembre 2012 poiché “ci sono aspetti organizzativi ed economici da valutare” e che andare alle urne così presto è “complicato” perché “questa non è una piccola Regione in cui si può organizzare tutto tanto rapidamente”;

secondo una successiva dichiarazione raccolta dall’agenzia “Italpress” l’8 ottobre 2012, per la presidente Polverini «”ci sono questioni burocratiche, amministrative ed economiche da approfondire”. (…) “Andare alle urne costa 30 milioni e, se votassimo da soli, quei soldi li dovremmo tirare fuori noi: ma serve un bilancio tecnico visto che la copertura per questa spesa non c’è”»;

considerato altresì che:

in base al bilancio annuale del Consiglio regionale del Lazio, le spese necessarie al mantenimento del solo organo legislativo sono pari a circa 346.000 euro al giorno, equivalenti a 10,3 milioni di euro al mese;

secondo stime riprese anche dagli organi di stampa (tra gli altri, il “Corriere della sera” del 10 ottobre e “la Repubblica” edizione di Roma del 26 ottobre), in caso di svolgimento delle elezioni nel mese di febbraio 2013 il costo complessivo per l’erario dell’attuale compagine consiliare salirebbe di ulteriori 41 milioni di euro rispetto a quanto speso fino ad oggi, che diventerebbero 54 milioni di euro se le elezioni si svolgessero il 21 aprile 2013;

ai costi di una Giunta e di un Consiglio che restano in carica nonostante non abbiano di fatto alcun compito da svolgere ed all’inutile prolungamento dell’ordinaria amministrazione in una Regione come il Lazio vanno poi aggiunti i ben più pesanti oneri economici derivanti da un prolungato blocco di ogni iniziativa e decisione ragionevole persino nei delicatissimi settori che attengono alle attività economico-sociali, tanto da far ritenere che nel caso di rinvio del voto oltre la data del 28 dicembre 2012 il “lucro cessante” sarebbe ben maggiore del pur gravissimo “danno emergente”;

se, come afferma la Presidente uscente, da una parte lo svolgimento delle elezioni nella primavera del 2013 comporterebbe un risparmio per la Regione Lazio di 30 milioni di euro, d’altra parte il costo per il mantenimento per vari mesi di un Consiglio ormai inattivo sarebbe pari ad almeno doppio;

valutato inoltre che:

le misure adottate dal Governo al fine di razionalizzare la spesa pubblica e, da ultimo, il decreto-legge 10 ottobre 2012, n. 174, recante “Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali, nonché ulteriori disposizioni in favore delle zone terremotate nel maggio 2012″, finalizzato a favorire la trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici regionali, nell’obiettivo di assicurare negli enti territoriali una gestione amministrativa e contabile efficiente, trasparente e rispettosa della legalità, impongono un’immediata indizione delle elezioni nella Regione Lazio per far sì che organi regionali dotati di piena legittimità democratica possano adottare le misure conseguenti a porre un freno immediato a sprechi ed usi impropri delle finanze pubbliche a livello locale;

in particolare, dette misure, che in gran parte saranno attuabili nella Regione Lazio solo dopo le nuove elezioni regionali, rendono necessario effettuare quanto prima le elezioni regionali per permettere il completamento del disegno riformatore del Governo;

a questo proposito il comma 3 dell’articolo 2 del citato decreto-legge stabilisce che le disposizioni relative al contenimento dei costi della politica nelle Regioni “si applicano anche alle Regioni nelle quali, alla data di entrata in vigore del presente decreto, il Presidente della regione abbia presentato le dimissioni ovvero si debbano svolgere le consultazioni elettorali entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto”;

considerato infine che:

il 10 ottobre 2012 il Ministro dell’interno Cancellieri, in risposta ad un’interrogazione presentata alla Camera dei deputati (3-02521), in ordine alla necessità che “le elezioni del nuovo consiglio della regione Lazio e del presidente della regione avvengano entro e non oltre il 28 dicembre 2012″, ha espressamente dichiarato che la “sollecitazione sottende un’interpretazione della norma regionale, articolo 5 della legge regionale n. 2 del 2005, secondo la quale il termine di tre mesi ivi indicato con riferimento all’indizione delle elezioni sia in realtà da riferirsi allo svolgimento delle consultazioni elettorali. Siffatta interpretazione potrebbe trovare conforto in una sentenza della Corte costituzionale, la n. 196 del 2003, che ebbe ad esprimersi in tal senso per l’analogo caso della legge regionale dell’Abruzzo”. Anche l’Avvocatura generale dello Stato, ha proseguito il Ministro, “nell’esprimere un parere tecnico al riguardo, ha dato evidenza all’esistenza di questo precedente giurisprudenziale. In effetti l’interpretazione si basa sull’osservazione secondo cui l’interesse pubblico generale richieda che non trascorra un lasso troppo lungo di tempo tra l’intervenuto scioglimento dell’assise regionale e il rinnovo delle cariche elettive”;

il Ministro ha inoltre auspicato “che una decisione così importante [come quella della data delle elezioni regionali in Lazio] possa maturare ed essere adottata dal presidente regionale uscente, che ne ha la piena ed esclusiva competenza, nell’ambito di un sereno e pacato confronto, alieno da ogni forma di strumentalizzazione e che tenga conto di tutti gli interessi che caratterizzano la vicenda”;

in definitiva, il mancato svolgimento delle elezioni entro il termine di tre mesi dalla data di scioglimento dell’assemblea legislativa regionale avrebbe come esito non solo l’irragionevole prolungamento di una situazione di patologica carenza istituzionale, ma inciderebbe negativamente sulla legittima rappresentatività degli organi regionali e quindi sul regolare e pieno funzionamento degli stessi, ad opinione dell’interrogante configurando per ciò stesso una manifesta lesione dell’interesse pubblico generale ed un obiettivo e rilevante danno per l’erario,

si chiede di sapere:

quali opportune iniziative di competenza, sulla base delle circostanze e dei dati segnalati, intenda assumere il Governo al fine di evitare che da un ingiustificato rinvio dello svolgimento del voto per l’elezione del Consiglio regionale del Lazio oltre la data del 28 dicembre 2012 possa derivare un danno all’erario;

quali misure di competenza voglia intraprendere al fine di sollecitare il Presidente della Regione a fissare immediatamente la data delle elezioni che dovranno svolgersi entro dicembre 2012, così ripristinando quelle regole democratiche che a giudizio dell’interrogante la stessa ha cercato in ogni modo di ostacolare.

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Fondi per le famiglie

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08576
Atto n. 4-08576

Pubblicato il 30 ottobre 2012, nella seduta n. 825

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che

il Presidente del Consiglio dei ministri Monti, in occasione del Festival della famiglia a Riva del Garda, parlando dei fondi pubblici, ha annunciato che l’Esecutivo per il 2013 ha previsto uno stanziamento di 50 milioni di euro per le politiche familiari e 25 milioni per quelle giovanili (si veda “Ansa” del 28 ottobre 2012);

scrive De Dominicis per “Libero”: «Calcolatrice alla mano vuol dire 75 milioni che il Governo è pronto a mettere sul piatto per sostenere i cittadini alle prese con gli effetti della crisi finanziaria internazionale. Per il capo dell’Esecutivo la famiglia, a cui l’Italia deve assomigliare, dice, può essere addirittura “volano per la ripresa”. Attenzione a brindare, però. Meglio lasciare accesa la calcolatrice e fare due conti in più. Sì, perché i quattrini annunciati dal professore della Bocconi vanno bilanciati con le nuove tasse che lo stesso Governo ha introdotto negli ultimi mesi. Stiamo parlando – centesimo in più, centesimo in meno – di 42 miliardi di euro che nel 2012 sono usciti dalle tasche degli italiani. L’anno prossimo, secondo stime recenti di esperti del settore, il conto sarà più salato: 54 miliardi. Ecco: è con queste cifre che va rapportata la “mancia” (elettorale?) annunciata ieri da Monti: in due anni 96 miliardi di nuovi tributi, prelievi forzosi, addizionali, balzelli e patrimoniali. Una montagna di denaro tolto dallo Stato ai contribuenti, in particolare quelli onesti, che ora il presidente del consiglio vuole in qualche modo compensare con 75 milioni di euro. Il rapporto è dello 0,078%: vuol dire che per ogni 1.000 euro di tasse versate all’Erario, le famiglie saranno “risarcite” con 78 centesimi, un caffè a buon mercato. E si tratta di un caffè, quello offerto da Monti, che lascerà senza dubbio l’amaro in bocca. Visto che si potrà bere dopo aver staccato un assegno che vale, complessivamente, 11 miliardi di euro, quello dell’Imu sulla prima casa reintrodotta dal Governo e che a dicembre vedrà salire quella cifra dopo che la metà dei comuni italiani ha deliberato l’aumento delle aliquote relative, appunto, all’imposta municipale unica. Calcoli, quelli snocciolati finora, che non tengono conto delle misure fiscali varate dall’Esecutivo sull’Iva e sull’Irpef. Lo scambio tra l’imposta sui consumi e la tassa sui redditi è ancora in discussione in Parlamento e non sono escluse modifiche. Sta di fatto che, sulla base del pacchetto proposto da palazzo Chigi siamo di fronte all’ennesima stangata sui cittadini. La pressione fiscale complessiva potrebbe dunque crescere entro fine anno. E salire oltre la soglia del 48,9% già misurata dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, pochi giorni fa a Montecitorio. A quel punto gli italiani potrebbero alzare bandiera bianca. Una prospettiva probabilmente non lontana. Non a caso, spinti proprio dalla crisi e dalle tasse, ma soprattutto dall’obiettivo risparmio, sono saliti a 7 milioni gli italiani (il 18,6% della popolazione) che nel 2012 hanno partecipato a gruppi di acquisto, i cosiddetti “Gas”, formati da condomini, colleghi, parenti o che decidono di fare la spesa insieme per ottenere condizioni vantaggiose. Il dato è della Coldiretti e non è l’unica nota negativa arrivata ieri. Altre note stonate – queste le ha suonate la Cisl – dal fronte occupazione, dove si registra un’ulteriore calo: nel secondo trimestre di quest’anno sono stati persi 48mila posti di lavoro e a settembre c’è stata una vera e propria esplosione della cassa integrazione. Un classico: finisce l’estate e le aziende non riaprono. Di qui il ricorso obbligato agli ammortizzatori sociali: a settembre, come accennato, le ore di cassa integrazione autorizzate sono state 86mila e il totale 2012 è arrivato così a quota 800mila (+10% sul 2011). Elementi – consumi di gruppo e lavoro in calo – che dovrebbero suggerire qualche riflessione ai tecnici al Governo: forse le misure fin qui messe in campo stanno contribuendo soltanto ad aumentare la spirale recessiva. Altro che aiuti alle famiglie»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che l’impegno maggiore, in questa fase, dovrebbe riguardare la riduzione della pressione tributaria su famiglie e imprese, in modo da rilanciare i consumi, considerato che dopo il “salasso” provocato dalle disposizioni del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetta salva Italia, il Governo, nella cosiddetta fase 2, non fa che promettere aiuti, quando poi ci si accorge che, togliendo dalle sovvenzioni annunciate i soldi che i cittadini pagano per le tasse, resta ben poco, e, di conseguenza, quali opportune misure intenda intraprendere a riguardo;

quali misure intenda assumere al fine di far ripartire l’economia reale del Paese, considerato che, a parere dell’interrogante, l’aumento dell’Iva e la retroattività dell’introduzione dei tetti alle detrazioni decisamente non si muovono in questa direzione;

quali iniziative di competenza intenda adottare per riportare l’equità fiscale, considerato che le suddette misure comportano specialmente per le famiglie con reddito basso una pesante riduzione della capacità di spesa e di conseguenza dei consumi;

se non ritenga urgente e doveroso, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e rincari a loro carico, destinati ad aumentare, intraprendere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile.

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Ultima rata IMU

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08573
Atto n. 4-08573

Pubblicato il 30 ottobre 2012, nella seduta n. 825

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Roberto Petrini per “la Repubblica”: «Rischio caos per la terza e ultima rata dell’Imu 2012 in scadenza otto giorni prima di Natale. A denunciarlo è la Consulta dei Caf, i “commercialisti popolari” ai quali ci si affida per la dichiarazione dei redditi e le altre incombenze fiscali, che denuncia “criticità evidenti” e chiede di spostare il pagamento a fine anno “senza sanzioni”. Perché l’allarme? Il pericolo è quello dell’”ingorgo”: da oggi al 17 dicembre ci sono due scadenze fondamentali che possono ancora cambiare il livello delle aliquote Imu. La prima cade mercoledì prossimo, 31 ottobre, data ultima per i Comuni per deliberare l’aumento delle aliquote sulle quali calcolare il saldo della terza e ultima rata: la scadenza è importante perché al momento manca l’88 delle delibere dei Comuni. L’altra scadenza, meno rischiosa ma comunque da tenere presente, è quella del 10 dicembre: entro questa data il governo, se il gettito sarà inferiore alle aspettative, potrà aumentare le aliquote di base. Così nei Comuni che dovessero deliberare entro mercoledì i contribuenti avrebbero ben poco tempo prima del 17 dicembre per fare i conteggi e i Caf si troverebbero in difficoltà anche a recuperare le nuove delibere. In alcuni casi le nuove aliquote potrebbero arrivare a ridosso del versamento perché per la pubblicazione della delibera c’è tempo un mese dopo la decisione del Municipio. Per facilitare le procedure i Caf hanno chiesto agli 8.000 Comuni italiani anticipazioni sulle delibere ma hanno risposto solo 1.500 sindaci. “La situazione è preoccupante, è bene non peggiorare il clima sociale già avvelenato”, ha dichiarato ieri Valeriano Canepari, coordinatore nazionale dei Caf. Secondo l’organizzazione i Caf nelle prossime settimane saranno chiamati a gestire circa 11 milioni di pratiche: “Nel poco tempo a disposizione – spiega Canepari dovremo reperire migliaia di delibere”. Intanto si apre una settimana decisiva (mercoledì scade il termine per gli emendamenti) per la legge di Stabilità dove al centro resta la riduzione del cuneo fiscale come sottolineato ieri dal relatore Baretta (Pd) – al posto del taglio della aliquote Irpef. Sulla vicenda arrivano anche le stime della Cgil che bocciano decisamente la manovra: le misure fiscali costeranno al contribuente medio 125 euro all’anno. Calcolando la differenza tra le riduzioni delle aliquote Irpef, l’aumento dell’Iva e le minori detrazioni e deduzioni, risulta che l’impatto economico su un pensionato sarà di 76 euro, sulla coppia di lavoratori dipendenti di 421 euro e sulla coppia di pensionati di 291 euro»;

considerato che:

l’ultima rata di dicembre, quella del saldo, sarà la più pesante per gli italiani che si troveranno a dover fare i conti con le diverse aliquote stabilite, all’insù o meno, dai vari Comuni di Italia. E sono già tanti i sindaci che, di fronte alle difficoltà dei bilanci da chiudere, stanno pensando di alzare le aliquote dell’imposta al massimo, segno che questa rata rappresenterà un vero e proprio “salasso” per i possessori di case;

il “salasso” dell’imposta municipale unica (Imu) potrebbe derivare anche dalla compensazione dei tagli di spesa e dai nuovi aggravi derivanti dalla legge di stabilità che riguardano le amministrazioni locali;

secondo il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, infatti, c’è il rischio di un aumento dell’Imu e delle tariffe comunali per compensare i tagli di spesa e i nuovi aggravi derivanti dalla legge di stabilità che riguardano le amministrazioni locali. Secondo la Corte, inoltre, il mix meno Irpef e più Iva appare sfavorevole per i contribuenti Irpef collocati nelle più basse classi di reddito;

considerato inoltre che:

la Chiesa cattolica italiana non ha mai pagato l’Imu sui beni immobiliari che utilizzava per fini non commerciali, in base a quanto già previsto dal decreto legislativo n. 504 del 1992 che introdusse l’imposta, determinando un risparmio per la Chiesa di diverse centinaia di milioni di euro all’anno. Quanto agli immobili utilizzati per attività commerciali, la questione è stata oggetto di diversi pronunciamenti giuridici e di modifiche legislative nel corso degli anni: a partire dal 2005, la legge ha previsto l’esenzione tout court per tutti gli immobili. Questa decisione, presa dal Governo Berlusconi a pochi mesi dallo scioglimento delle Camere e all’inizio della campagna elettorale, fece molto discutere. Nel 2006 il Governo Prodi modificò la normativa, prevedendo che l’esenzione dell’imposta comunale sugli immobili (ICI) si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità non esclusivamente commerciali. Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta, per il fisco italiano – si avvicina ai 2 miliardi di euro;

la legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione europea;

le fondazioni bancarie, benché azioniste degli stessi istituti di credito, sono considerate alla stregua di associazioni benefiche e godono, a giudizio dell’interrogante ingiustamente, delle stesse agevolazioni sul pagamento dell’Imu;

a giudizio dell’interrogante, prima di fare beneficenza, bisognerebbe pagare le imposte. Le fondazioni beneficiano tutte dello status di enti non profit, pertanto sono esentate dal pagare le imposte, persino con riferimento agli utili che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, risulta essere, a parere dell’interrogante solo restituzione del maltolto;

il Consiglio di Stato ha bocciato il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze per l’applicazione dell’Imu sugli enti non commerciali, e quindi anche sulla Chiesa (termine di decorrenza 1° gennaio 2013), in quanto “non è demandato al Ministero di dare generale attuazione alla nuova disciplina dell’esenzione Imu per gli immobili degli enti non commerciali”,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di dare seguito alle richieste dei Caf di spostare la richiamata scadenza al 31 dicembre, al fine di poter superare le criticità evidenti per la proroga concessa ai Comuni per le delibere delle aliquote;

quali urgenti iniziative, alla luce del parere del Consiglio di Stato, intenda assumere al fine di promuovere l’introduzione di una nuova disposizione che estenda agli enti ecclesiastici e non profit l’applicazione del tributo comunale sugli immobili, scongiurando il rischio di non arrivare in tempo per il prelievo della prima rata dell’Imu, considerato anche che agire in tempi stretti rappresenterebbe una risposta immediata a possibili nuove contestazioni dell’Unione europea, la quale, se la questione dell’esenzione dall’Imu della Chiesa cattolica non dovesse essere risolta, potrebbe decidere di chiudere la procedura d’infrazione aperta e sanzionare l’Italia con una multa di almeno 9.920.000 euro così come deciso dalla comunicazione SEC(2005) 1658, con il risultato che, ovviamente, anche questa sanzione sarebbe a carico dei contribuenti italiani;

quali misure urgenti intenda adottare per rendere più eque le normative fiscali per la generalità delle imprese e dei normali cittadini, evitando di discriminare i contribuenti privilegiati come le fondazioni bancarie e le stesse banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti penalizzati, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

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Sprechi società partecipate

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00542
Atto n. 2-00542

Pubblicato il 29 ottobre 2012, nella seduta n. 823

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

si legge su “l’Espresso” del 28 ottobre 2012: «Megastipendi. Auto blu. Parenti assunti. Poltrone (…). Consulenze inutili. Mogli, amiche, amanti. E conti in rosso. Sembra la politica, ma non lo è. Almeno ufficialmente. Perché c’è un esercito fantasma nell’Italia degli sprechi, che non siede in Parlamento, in Regione o negli enti locali. Ma spende e spande quanto la casta. È la costellazione di società partecipate, municipalizzate, ex controllate, holding regionali e agenzie provinciali che mangiano all’ombra del palazzo. Da Formigoni ad Alemanno, da Cota a Lombardo, sindaci e governatori hanno costruito una cassaforte miliardaria, che si muove come un privato, ma a spese del pubblico. Basta un dato per farsi un’idea dei privilegiati nascosti nel bilancio in rosso dell’Italia: più di 30 mila poltrone fra Cda e collegi sindacali. Il triplo di onorevoli, consiglieri regionali e sindaci messi insieme. Esagerazioni? Macché, il bello è che potrebbero essere di più. Se l’Anci parla di 3.662 partecipate dai Comuni, cui vanno aggiunte 450 Spa solo regionali, per l’Irpa (Istituto di ricerca sulla pubblica amministrazione) oscillano fra 3 e 6 mila: “La zona grigia dipende dalla precarietà delle informazioni fornite dagli enti locali”, spiegano. Anche tenendosi bassi, dunque, c’è da avere paura: nel paese dei tagli di Monti c’è una società pubblica ogni 17 mila abitanti e una poltrona ogni 2 mila. Più la politica». È la sintesi felice dell’inchiesta firmata da Tommaso Cerno per “l’Espresso”, con la collaborazione di Thomas Mackinson, Natascia Ronchetti e Nello Trocchia;

l’articolo prosegue: «Quel che dev’essere capitato, è che Comuni e Regioni abbiano preso troppo alla lettera lo slogan che l’allora ministro Renato Brunetta coniò: “Le partecipate devono assumere con gli stessi criteri degli enti pubblici”. E infatti, eccoli i criteri: parenti, amici e compagni di merende. Da Nord a Sud. Come Giorgio Pozzi, ex deputato lombardo del Pdl che, per dirla come il film, visse due volte. Prima si fa due anni al Pirellone senza dimettersi da presidente di Nord Energia, di cui la Regione è primo azionista. Poi la Cassazione lo fa decadere e al suo posto entra Paola Maria Camillo, eletta con 309 preferenze, che valgono un tesoro: circa 800 mila euro pubblici. Perché? Semplice, non solo eredita stipendio e vitalizio del collega, ma chiede al tribunale pure gli arretrati di due anni. Intanto, a Pozzi arriva un secondo incarico compensativo: il cda dell’Arpa, l’agenzia dell’ambiente (…). Dall’ex presidente (fino a poche settimane fa) Enzo Lucchini (Pdl), poi spostato all’Asl di Lecco, fino a Giovanni Bozzetti, assessore in era Moratti poi messo ai vertici di Infrastrutture Lombarde Spa. Di politici paracadutati se ne trovano a bizzeffe. Stefano Maullu, in Lombardia, si era dimesso da assessore della giunta Formigoni per dissidi interni. È rimasto disoccupato la bellezza di due giorni, piazzato poi alla nuova Tangenziale esterna (Tem) con 120 mila euro. La vittoria di Pisapia a Milano aveva, invece, declassato a consigliere semplice l’ex assessore morattiano Andrea Mascaretti, soccorso con un incarico da direttore generale di Milano Metropoli da 140 mila euro. E se Roma è capitale anche della poltronopoli italiana targata Gianni Alemanno, con lo scandalo delle assunzioni facili all’Ama e all’Atac, che tra il 2008 e il 2009 sono valse contratti “anomali” (tra cui quelli alla figlia e al figlio del caposcorta di Alemanno) a decine di parenti, amiche e fidanzate di big locali del centrodestra, tiene bene il passo la Sicilia. Dove il governatore uscente Raffaele Lombardo ha lanciato una campagna di nomine nelle partecipate per condizionare il voto regionale e garantire stipendi da nababbo agli eventuali sconfitti. Campo di battaglia l’Irfis, istituto di credito della Regione. Direttore generale l’ex ragioniere della Sicilia, Enzo Emanuele, indagato per abuso d’ufficio per la gestione commissariale di Catania. Alla presidenza, Francesco Maiolini, che aveva assunto Saveria Grosso, moglie di Lombardo, a 200 mila euro l’anno. E avanti con Claudio Raciti alla guida di Arsea, ente per i pagamenti in agricoltura. Coincidenza è l’agronomo dei Lombardo, quello che firma le perizie per l’impresa agricola della signora. Per non farsi mancare nulla, poi, ci sono pure le nomine alza-vitalizio, come in Toscana. Marco Susini, livornese, parlamentare per due legisalture, vivrebbe già con la pensione di Stato, ma non basta. E così gli hanno affidato la presidenza dell’interporto di Guasticce da 30 mila euro per le spesucce. (…) Gestite in questo modo, le partecipate si sono riempite di debiti. Buchi che sarà il pubblico a ripianare. La Corte dei conti, poche settimane fa, è stata impietosa: per le sole società regionali, fra perdite e ammanchi, i governatori staccano assegni attorno agli 800 milioni di euro, con una tendenza a crescere che li avvicina al miliardo. Poi ci sono i Comuni, dove regna il caos. Al ministero dell’Economia, spiegano che i debiti delle municipalizzate, circa 45 miliardi, non sempre sono iscritti nei bilanci, spesso apposta, per non dichiarare il dissesto finanziario e il default. Risultato: lo sperpero è fuori controllo e non c’è modo di sapere per quanti miliardi. Così i debiti spuntano da sotto il tappeto, all’improvviso come a Palermo. Immaginate la faccia del sindaco Leoluca Orlando, costretto a inviare al ministro dell’Interno un rapporto sui conti che ha trovato. È un elenco di disastri. “L’Amia, in concordato preventivo fallimentare, ha un patrimonio netto negativo di 55 milioni”, annota il sindaco. “E continua a perdere circa 2 milioni al mese”. Nel 2011, l’altra controllata, l’Amat ha perso circa 5 milioni e i debiti sono di oltre 117 milioni. E via elencando. In Campania non sanno nemmeno quante società hanno. Per la Corte dei conti sono 29, per la Commissione Trasparenza 46. Fatto sta che le sole controllate della Regione, una decina, alimentano un buco di 107 milioni di euro. A Latina, poi, il danno e la beffa. Il sindaco Giovanni Di Giorgi dovrà fare i conti con un buco da 18 milioni della società che raccoglie i rifiuti. E con il rischio di ricoprire le strade di immondizia. Ma l’elenco è lungo. Dai 10,5 milioni di buco dell’Expo, ai 30 milioni della Co.Tral nel Lazio. Fino allo sperpero degli sperperi, l’utilizzo delle partecipate come fossero banche d’affari. E gli affari, neanche a dirlo, li fanno i privati, con fiumi di soldi che escono dalle casse pubbliche: Filippo Penati con l’autostrada Serravalle è un po’ l’emblema, con i pm convinti che solo una maxi-tangente possa spiegare i regali al gruppo Gavio, svuotando proprio le casse della Provincia per l’acquisto a peso d’oro del 15 per cento delle azioni dal gruppo, garantendo al venditore plusvalenze per 176 milioni. Ma, caso specifico a parte, è il sistema Provincia che è saltato. Anche il successore Guido Podestà ha mantenuto ben vasto il firmamento delle controllate e ben alto il deficit costi-benefici. Il pezzo forte è l’Asam, che chiude il bilancio 2011 con perdite per 200 milioni. A vigilare sulla cassaforte provinciale, in qualità di presidente, è stato chiamato Stefano Pillitteri, ex assessore dell’era Moratti e figlio dell’ex sindaco di Milano Paolo. (…) C’è pure un gioco di prestigio che sindaci e governatori si sono inventati grazie alle controllate: aggirare le norme europee sugli appalti per dare i soldi a chi gli pare. In Piemonte, la Scr (che fa un dirigente ogni sei dipendenti), è la società che gestisce gli appalti regionali. “Uno scandaloso esempio di spreco”, accusano i sindacati. Che fa la Regione? La Commissione d’inchiesta denuncia il marchingegno per dribblare i bandi. In gergo si chiama “sesto quinto” e funziona così: tu appalti una fornitura, poi la legge ti consente di prorogarla per aumenti massimi del 20 per cento. Ed ecco che in Piemonte, magia, tutti gli incrementi sono proprio del 20 per cento: “C’è uno sproporzionato ricorso a proroghe di forniture esistenti, senza gara d’appalto”, spiega Alberto Goffi che presiede la commissione. E i dubbi riguardano soprattutto la sanità, così il problema si sposta dalla partecipata in questione al ben più ricco sistema delle Asl. Tanto che, sarà un caso, sempre in Piemonte è stato creato il sosia partecipato dell’assessorato alla Sanità. Si chiama Aress, è un’azienda regionale e costa 6 milioni e 800 mila euro nel 2011. La stessa, per capirci, dove un dirigente ha assunto il figlio come guardiano notturno, nei registri sempre presente al lavoro, anche quando se ne stava a casa con papà. (…) Nate con l’alto obiettivo di portare l’efficienza privata nel pubblico, le partecipate, insomma, stanno morendo del male opposto: sono diventate la camera di sfogo dei vezzi dei partiti, blindati dal patto di stabilità. E così la Lega s’inventa sedi federali per garantirsi posti e voti. Come a Lombardia Informatica, carrozzone da 600 dipendenti, che gestisce il call center sanitario. Puff, s’è moltiplicato ed è diventato un pozzo senza fondo. Nel 2007 aveva sede a Paternò e Biancavilla, terre d’origine e d’elezione dei potenti (…), ma tre anni dopo i padani sbancano alle elezioni e piazzano al vertice Lorenzo Demartini, ex consigliere non rieletto. Obiettivo? Un centralino “lumbard”, con una spesa di altri 3,5 milioni per la succursale di via Juvara. Alla fine, il call center uno e trino costa 25 milioni l’anno e i cittadini, per far fronte ai costi di gestione, saranno costretti a pagare un servizio che prima era gratuito: 0,50 centesimi dal cellulare. (…) Sotto l’ombrello delle partecipate, poi, c’è pure una nuova affittopoli. Prezzi di favore nel lussuoso patrimonio dell’Istituto dei Ciechi a Milano, per esempio, emergono da un’inchiesta sugli appalti delle colonie per i bimbi. Beneficiari bipartisan: la figlia dell’ex assessore morattiana Mariolina Moioli, l’ex dirigente comunale Carmela Madaffari, il figlio del prefetto Gianvalerio Lombardi, l’assessore della giunta Pisapia, Daniela Benelli. Anche l’inchiesta che ha costretto Roberto Formigoni ad azzerare la giunta ha avuto la sua piaga immobiliare: Domenico Zambetti, assessore alla casa sotto scacco della ‘ndgrangheta, pare ripagasse il debito offrendo lavoro e appartamenti dell’Aler, l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale. Del resto lui stesso si era assicurato un appartamento del patrimonio del Pio Albergo Trivulzio, già nel 2008, in corso Sempione. Un vero affare quei 110 metri quadri a 50 metri dall’Arco della Pace. Ma lì vicino, in via Guerrazzi, abitava anche l’ex assessore regionale alla sanità Antonio Simone arrestato per i fondi neri alla Fondazione Maugeri. Anche il suo appartamento era un lascito ceduto del Pat, uno degli ultimi favori concessi da Mario Chiesa, presidente della Baggina, nel febbraio 1992. Simone vi si stabilì con tutta la famiglia e, vent’anni dopo si scopre che l’appartamento è stato acquistato dalla moglie, Carla Vites. Nell’autonomo Friuli Venezia Giulia, invece, la Regione che ha creato una vera e propria holding pubblica, Friulia, che gestisce tutte le partecipate, dalle Autovie venete (ultima nomina “tecnica” nel cda, il segretario regionale della Lega, Matteo Piasente) alle più piccole agenzie regionali, si buttano milioni per sciare. Nell’autonomo territorio a Nord-est opera, infatti, sotto il Pramollo una società pubblica che si chiama Promotur. Obiettivo: riempire le piste di sci. Risultato: mamma Regione ha speso 16 milioni per ripianare il bilancio e, a distanza di un anno, il buco è già tornato: 2,5 milioni di euro. Eppure la società va avanti, pronta ad aumentare i prezzi degli sky pass, anche se forse spenderebbe meno a pagare direttamente le vacanze ai turisti. A Parma, invece, c’è il record di partecipate. Nemmeno 200 mila abitanti e 35 società. Durante la stagione del centrodestra, attraverso la Stu area stazione (società di trasformazione urbana) il Comune ha messo in fila progetti faraonici di riqualificazione lasciando in eredità quasi 100 milioni di debiti. Ora per negoziare la ristrutturazione con i creditori, in poche settimane ha staccato assegni per 800 mila euro. Tutti a favore di consulenti. Ci ha puntato molto, su queste slot-machine alimentate dalle casse pubbliche, pure» un esponente politico del PdL con «un passato di rapporti con il clan di Raffaele Cutolo. Ha creato la Sapna, partecipata che doveva risolvere lo scandalo rifiuti portandoli fuori dalla Campania. Invece è saltata fuori una macchina mangiasoldi, che regala consulenze a studi legali, a contabili, a personale esterno per un danno che supera il milione e mezzo di euro. Tanto che la Corte dei conti ha disposto un sequestro di 700 mila euro. In più, le partecipate napoletane servono per assumere dipendenti in violazione del patto di stabilità. La Procura indaga su 38 contratti firmati a pochi giorni dalle ultime elezioni. Contratti di cui nemmeno gli assunti hanno saputo spiegare le modalità di selezione»,

si chiede di sapere quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per sfoltire una giungla di società partecipate, municipalizzate, enti a parere dell’interpellante inutili, fotografati dall’inchiesta de “l’Espresso”, che divorano soldi pubblici ed agiscono come agenzia di collocamento per parenti, amici, amanti ed un esercito di persone in attesa di ricollocazione, nonché ingrassano, con oltre 30 mila poltrone fittizie che vengono spartite, consulenze, stipendi ed altri privilegi compresi le auto blu per dare status ad ex politici che hanno perso il loro incarico, i cui debiti miliardari vengono addossati alla collettività generale e spesso ripianati mediante la creazione di nuovo debito.

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Monte dei Paschi di Siena-addebitato bollo su conto corrente inferiore a 5.000 euro

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08558
Atto n. 4-08558

Pubblicato il 29 ottobre 2012, nella seduta n. 823

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che è giunta all’interrogante la segnalazione di un cliente della Banca Monte dei Paschi di Siena che lamenta di essere vittima di un sopruso in quanto l’istituto gli avrebbe addebitato la spesa del bollo sul conto corrente nonostante la giacenza sia inferiore a 5.000 euro;

considerato che:

i conti correnti, siano bancari o postali e gestiti da finanziarie od assicurazioni, sono soggetti ad imposta di bollo;

con il cosiddetto decreto Salva-Italia del Governo Monti (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011) sono state apportate delle novità sia nell’applicazione che negli importi;

dal 2012 sono soggetti all’imposta di bollo anche i libretti di risparmio o deposito;

sono esenti dall’imposta di bollo conti correnti e libretti intestati a persone fisiche con giacenza media annua fino a 5.000 euro. La soglia di esenzione è relativa al singolo rapporto finanziario e se si possiedono più conti non se ne devono sommare i singoli saldi;

per i conti correnti o libretti di risparmio intestati a persone fisiche con saldo medio superiore ai 5.000 euro l’imposta annuale di bollo è pari a 34,20 euro (invariato rispetto al 2011);

l’imposta di bollo per conti correnti o libretti intestati a persone giuridiche (società) è invece di 100 euro all’anno (nel 2011 era di 73,80 euro);

l’addebito può essere annuale, trimestrale o mensile, ma alla fine si paga tutti nella stessa misura;

la suddivisione mensile/trimestrale/annuale è a discrezione della banca,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero quanto denunciato e, in caso affermativo, quali opportune iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare;

se risulti al Governo un intervento della Banca d’Italia a riguardo;

se il Governo sia a conoscenza di altri istituti di credito che stiano adottando prassi analoghe a quella esposta;

quali urgenti iniziative legislative intenda intraprendere al fine di tutelare maggiormente i risparmiatori da ogni possibile abuso e vessazione imposta dal sistema bancario.

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Monti -volo di stato per partecipare a feste private

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08557
Atto n. 4-08557

Pubblicato il 29 ottobre 2012, nella seduta n. 823

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della difesa. -

Premesso che:

scrive Stefano Feltri per “il Fatto Quotidiano” del 29 ottobre 2012 relativamente alla notizia che il Presidente del Consigli dei ministri Monti avrebbe usato un volo di Stato per partecipare ad un festa privata;

si legge in un articolo: «Tra i successi di Mario Monti nel contenere la spesa pubblica c’è l’aver ridotto del 92 per cento, secondo i numeri di Palazzo Chigi, la spesa per i voli di Stato, completamente fuori controllo nella fase finale del potere berlusconiano. Un risparmio di 23,5 milioni di euro nei primi 100 giorni dell’esecutivo. Per questo stupisce che proprio il professore abbia derogato a questa morigeratezza aerea, concedendosi un volo di Stato per un impegno molto privato, difficile da ricondurre a quel “supporto all’espletamento delle funzioni istituzionali” che secondo la direttiva di Palazzo Chigi giustifica i trasporti speciali (è comunque prevista un’apposita deroga per i membri del governo). Il 19 settembre 2012, a Milano, Luigi Guatri festeggia gli 85 anni all’hotel Principe di Savoia, ci sono 200 invitati, tutta la Bocconi (e la finanza) che conta. Guatri è molte cose, il più importante esperto di economia aziendale in Italia, per decenni presente in tutti i consigli di amministrazione decisivi, ma per Monti è soprattutto un maestro: nel 1994 lo ha accompagnato alla presidenza della Bocconi e nel 2011 è diventato reggente quando si è insediato il governo dei tecnici. Perfino uno impassibile come Monti, a febbraio, si è quasi commosso quando è tornato in Bocconi e ha incontrato Guatri che oggi è il presidente pro-tempore dell’ateneo milanese. Gli 85 anni del maestro, quindi, erano un evento importante. Come riportato dalla rivista romana Parioli Pocket e rilanciato da Dagospia, il 19 settembre Monti va a Milano per la festa di compleanno con il volo di Stato del 31esimo stormo dell’Aeronautica militare, dallo scalo di Ciampino a quello di Linate. Torna a Roma la mattina dopo, ha un importante Consiglio dei ministri. Giusto una scappata per la festa al principe di Savoia. Tutto normale? Dalla Presidenza del Consiglio rispondono che “non c’è nulla di segreto, era tutto sul sito del governo e sono uscite agenzie di stampa”. A essere pignoli, cercando la parola “Guatri” nel sito ufficiale non esce alcun risultato. Ma è vero che la serata non è certo stata clandestina: il quotidiano Italia Oggi, per esempio, riporta che in quell’occasione Monti ha detto che prima di accettare il governo “ero in dubbio, perché mi dicevo: come posso lasciare la Bocconi? Luigi [Guatri], ancora una volta mi ha rassicurato: avrebbe fatto lui il lavoro che spettava a me. Se Luigi non fosse stato disponibile probabilmente avrei detto di no e quindi chissà quante tasse in meno avrebbero gli italiani”. Il punto però non è la segretezza, anche se sul sito del governo sono riportati i voli di Stato di tutti i ministri tranne che del premier (per analoghe ragioni di sicurezza sono secretati anche quelli del capo dello Stato, del presidente della Corte costituzionale e di quelli delle Camere). Negli anni scorsi, diversi membri dei passati governi sono stati criticati per aver usato i voli di Stato con troppa disinvoltura (…). Per quanto di tipo differente, anche l’incontro di Monti era abbastanza privato. “Il presidente aveva ovviamente anche altri impegni a Milano”, aggiungono dallo staff del premier. A domanda precisano che quella sera il professore era atteso in prefettura per “un impegno riservato”. Dall’ufficio stampa della prefettura di Milano rispondono al Fatto Quotidiano che per quella sera, il 19 settembre, “non risulta in agenda alcun incontro con il presidente Monti” (ma forse era così riservato che non è stato annotato dalla segreteria del prefetto Gian Valerio Lombardi)»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’utilizzo dei voli di Stato comporta un aggravio considerevole per le casse dello Stato, si tratta di denaro pubblico, ed appare un atto offensivo in particolare in un momento così difficile come quello che sta attraversando il nostro Paese, mentre molti italiani perdono il posto di lavoro o tante famiglie hanno difficoltà a gestire i propri bilanci, che si possa pensare di utilizzare denaro pubblico a fini privati. Quando poi l’utilizzo privato delle risorse pubbliche viene effettuato dalle più importanti cariche istituzionali, diventa necessario interrogarsi sulla concezione di democrazia che tali rappresentanti possono avere;

è fondamentale che chi ricopre incarichi pubblici, a qualsiasi livello, sappia mantenere sempre un comportamento adeguato alle proprie responsabilità: chi ha l’onore e l’onere di rappresentare il nostro Paese ha il dovere di garantire la massima trasparenza e correttezza del proprio operato e il rispetto della legge deve essere un imperativo categorico per le massime cariche istituzionali del nostro Paese;

considerato che il sito di Palazzo Chigi riportava la notizia di una riduzione dei voli di Stato del 92 per cento durante i primi 100 giorni di Governo di Mario Monti, con un risparmio di 23,5 milioni di euro,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero quanto riportato dalla stampa per cui il Presidente del Consiglio dei ministri avrebbe usufruito di un volo di Stato per partecipare a feste private e, in caso affermativo, considerato che i voli di Stato dovrebbero essere utilizzati per attività governative e, comunque, di carattere eccezionale, quali urgenti iniziative, anche alla luce dell’annunciata riduzione del 92 per cento di tali voli, si intenda assumere per evitare che possano accadere simili episodi;

quali opportune iniziative normative intenda assumere il Governo per rendere più rigoroso l’utilizzo dei voli di Stato al fine di evitare un inutile spreco di denaro pubblico, inaccettabile, in particolare, in un momento di crisi così difficile come quello che sta attraversando il nostro Paese e a valutare, a questo scopo, la necessità di introdurre una disciplina puntuale, attenta e rigorosa in merito al loro utilizzo.

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Fonsai-indagato Presidente Isvap Giannini

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08559
Atto n. 4-08559

Pubblicato il 29 ottobre 2012, nella seduta n. 823

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

“Linkiesta” del 23 ottobre 2012 scrive sulla notifica dell’avviso di garanzia a Giancarlo Giannini, capo dell’Isvap (autorità di vigilanza delle assicurazioni) per concorso in falso in bilancio di Fondiaria Sai: «La Guardia di finanza ha perquisito questa mattina la sede dell’Isvap, l’autorità di vigilanza delle assicurazioni, su mandato della Procura di Torino, nell’ambito dell’inchiesta su Fondiaria Sai. I pm titolari dell’inchiesta, Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, hanno inoltre iscritto nel registro degli indagati Giancarlo Giannini, già presidente e ora commissario straordinario dell’Isvap, per l’ipotesi di reato di concorso in falso in bilancio di FonSai. È stata perquisita anche l’abitazione di Giannini. “Si cercano riscontri – si legge in una nota della Gdf – in ordine a presunti inadempimenti e ritardi dell’Authority delle assicurazioni, negli anni 2009- 2011, nell’esercizio dell’azione di vigilanza sul gruppo Fondiaria-Sai. Sono state inoltre notificate informazioni di garanzia per concorso in falso in bilancio”. A breve, “i dirigenti dell’istituto in grado di riferire sui fatti, saranno sentiti direttamente dai due magistrati”. Oltre agli uffici del presidente, sono stati perquisiti anche gli uffici del vicedirettore generale Flavia Mazzarella, e gli uffici Vigilanza I e Vigilanza II, rispettivamente guidati da Giovanni Cucinotta e Roberto Roberti, la direzione coordinamento operativo-ispettorato e antifrode, e l’ufficio per le relazioni esterne e i rapporti istituzionali. Inadempimenti, ritardi e collusioni. Nel decreto di perquisizione si legge che il gruppo FonSai ha tenuto “condotte gravemente anomale nel ramo Rca” e, nonostante questo, “per quanto consta allo stato degli atti, non risulta mai stata estesa ispezione alcuna avente a oggetto la Rc generale” da parte dell’Isvap. Da parte dei vertici dell’autorità di vigilanza, e “in particolare da parte del suo presidente” è possibile trovare “traccia di inadempimenti, ritardi e, financo, collusioni con il management della società sottoposta a controllo”. I ritardi sono innegabili: “Pur avendo appreso della criticità nella determinazione della riserva sinistri del ramo auto della compagnia assicurativa Fondiaria-Sai fin dal marzo 2009 è stata disposta ispezione solo nel gennaio 2011, dopo l’aver preannunciato l’attività fin dall’agosto 2010 e ciò anche a seguito di plurime sollecitazioni”. Fra il 2009 e il 2011 Fondiaria Sai ha bruciato quasi 2,5 miliardi di euro. Parte delle perdite del 2010 e dell’ultimo esercizio deriva dall’emersione di un’insufficienza delle riserve tecniche (oltre 800 milioni solo nel 2011), ovvero gli accantonamenti effettuati dalle compagnie di assicurazione per far fronte agli impegni verso gli assicurati. Giannini è presidente dell’Isvap dal 2002 e aveva già autorizzato l’aggregazione della Fondiaria da parte della Sai della famiglia Ligresti. Da luglio, in seguito al varo della riforma dell’Isvap, che sarà posto sotto l’ala della Banca d’Italia e ridenominato Ivass, Giannini ha assunto il ruolo di commissario straordinario. La fase di transizione, salvo accelerazioni determinate dagli ultimi eventi, dovrebbe chiudersi il 4 novembre con l’approvazione dello statuto dell’Ivass e la nomina dei suoi organi di vertice. Due inchieste. L’inchiesta della magistratura torinese è una delle due in corso sullo scandalo che ha investito la Fondiaria Sai sotto la gestione dei Ligresti. A Torino si indaga in relazione all’ipotesi di falso in bilancio ed ostacolo all’attività di vigilanza per gli anni 2008-2011. In questo periodo la società era guidata dalla presidente Jonella Ligresti e, dal punto di vista operativo, prima dall’amministratore delegato Fausto Marchionni e poi, da inizio 2011, da Emanuele Erbetta, che è poi il manager rimasto al comando fino a oggi, in attesa del passaggio definitivo a Unipol. Il 2 agosto sono stati perquisiti anche gli uffici di FonSai a Torino e Milano e sono stati iscritti nel registro degli indagati i componenti del comitato esecutivo e del consiglio di amministrazione in carica negli esercizi finiti sotto i riflettori della magistratura. Fra gli altri, sono indagati per falso in bilanci Jonella Ligresti, Giulia Maria Ligresti, Antonio Talarico, Fausto Marchionni, Vincenzo La Russa, Giaocchino Paolo Ligresti ed l’a.d. Erbetta. A Milano, invece, il pm Luigi Orsi indaga per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza in relazione ai movimenti anomali dei titoli Premafin e alla proprietà dei trust esteri (The Ever Green e The Heritage) riconducibili secondo la Consob e gli inquirenti alla famiglia Ligresti. Per tali ipotesi di reato, lo scorso luglio Salvatore Ligresti è stato iscritto nel registro degli indagati. Orsi indaga anche sul fallimento delle holding immobiliari-edili dei Ligresti (Imco e Sinergia) e sul patto occulto che i Ligresti avrebbero raggiunto con Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, anche lui indagato per ostacolo all’autorità di vigilanza. In cambio del loro sì all’intervento di Unipol nella ricapitalizzazione di Premafin-FonSai, e alla successiva fusione fra i due gruppi, i Ligresti avrebbero ottenuto 45 milioni. Mediobanca ha negato valore contrattuale al foglio su cui compare la firma dell’a.d. Nagel e le richieste della famiglia Ligresti»;

a giudizio dell’interrogante cosa altrettanto scandalosa è che nessuno, neppure la Consob, ha rilevato l’anomalia comportamentale della società di revisione, Reconta ERNST&Youn;

non risulta che l’Autorità abbia svolto approfondimenti sul lavoro dei revisori così come, nonostante le sollecitazioni a firma dei piccoli azionisti di IT Holding, non risulta abbia esaminato criticamente il lavoro della stessa società di revisione Reconta ERNST&Young che aveva certificato per buono l’ultimo bilancio della IT Holding prima del commissariamento. Comunque il debole impianto sanzionatorio attualmente previsto dall’ordinamento produrrebbe al massimo l’intimazione alla società di non avvalersi, per un periodo massimo di due anni, dell’attività di revisore del socio che ha sottoscritto, impegnando se stesso e la società di revisione di appartenenza, la relazione di certificazione;

l’interrogante ha presentato numerose interrogazioni sulle irregolarità nella gestione Fonsai e sull’omessa vigilanza dell’Isvap, che hanno causato enormi danni a migliaia di azionisti, oltre ad aver inviato, due anni fa, una raccomandata, alla Consob e all’Isvap, che non hanno mai risposto, per sollecitarli a fare chiarezza verificando se vi sia stata distrazione illecita dei fondi e, in caso affermativo, ad impugnare i bilanci sociali del Gruppo Fondiaria-Sai;

considerato che:

alle origini della crisi finanziaria di portata mondiale che ancora oggi sta sconvolgendo i mercati, distruggendo, a vantaggio di pochi, i risparmi di moltissimi piccoli e medi risparmiatori, è possibile collocare il crac americano della Enron che ha avuto come effetto parallelo il fallimento immediato della Arthur Andersen, la più antica ditta di revisione contabile che ne aveva certificato i bilanci, evidentemente falsi. Negli USA venne quindi emanata la legge Sarbanes Oxley preordinata ad evitare il ripetersi di eventi analoghi attraverso una serie di misure anche a carattere sanzionatorio. La questione ebbe risonanza planetaria e in Italia diede luogo ad una serie di audizioni parlamentari nel corso delle quali alcuni qualificati esperti del settore in posizioni di osservazione privilegiata ebbero modo di esprimere le proprie valutazioni. In particolare, il presidente pro tempore della Consob, sostenendo la migliore strutturazione ed efficienza dei metodi e degli organi di controllo italiani, escluse la possibilità di accadimenti paragonabili nel nostro Paese. La rassicurante previsione risultò, qualche tempo dopo, smentita dal crac della Parmalat che però non produsse conseguenze esiziali sulla o sulle società di revisione che ne avevano certificato i bilanci, rivelatisi, superfluo sottolinearlo, falsi;

nel caso “Parmalat”, la delibera con la quale si comminava al soggetto inquisito il massimo della sanzione e cioè l’intimazione alla società di revisione di appartenenza di non avvalersi della sua opera di revisore per due anni, dava atto che, avendo il soggetto sanzionato rimesso le quote di partecipazione alla società di revisione di appartenenza e non avendo fatto richiesta di partecipare all’attività di altra società di revisione, la sanzione sarebbe rimasta di fatto priva di effetti. Come dire: oltre al danno, anche la beffa. Sul piano penale poi, avendo il soggetto patteggiato la pena entro i limiti della condizionale, pare non abbia trascorso neanche un giorno in carcere, con buona pace dei soggetti – risparmiatori, azionisti, obbligazionisti, fornitori, dipendenti – i cui danni sarebbero risultati contenuti se la società di revisione ed il suo esponente avessero fatto il loro dovere facendo emergere per tempo il reale stato di decozione della società revisionata;

all’indomani del crac Parmalat, il legislatore ritenne di intervenire sul tema mettendo in cantiere un disegno di legge preordinato alla tutela del risparmio, all’interno del quale, secondo una poco commendevole usanza italiana, si è tentato di disciplinare materie del tutto estranee all’oggetto dello stesso;

questo per evidenziare che, a dispetto delle apparenze, il descritto impianto sanzionatorio è assai poco deterrente, poiché, come è documentabile ad esempio dall’elenco delle sanzioni Consob pubblicate sul bollettino, tutte le società andate in default avevano l’ultimo bilancio prima del crac corredato da relazioni di certificazione prive di segnali di allarme o che comunque davano ad intendere che fosse in leggero stato febbrile ciò che invece era irreversibilmente decotto; le sedicenti Big della revisione, cominciarono così ad essere chiamate sempre più spesso a rispondere sul piano patrimoniale dei danni che avevano contribuito a produrre con i loro comportamenti omissivi,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda attivarsi al più presto per offrire una giusta tutela ai cittadini che a giudizio dell’interrogante sono stati vessati dall’avidità dei manager delle società quotate in Borsa e dall’omessa vigilanza delle autorità preposte al controllo;

se al Governo risulti un intervento della Autorità vigilante competente relativamente all’operato della società di revisione Reconta ERNST&Young;

se il Governo non ritenga che un siffatto impianto sanzionatorio sulle irregolarità comportamentali delle società di revisione, a parere dell’interrogante poco rigoroso, necessiti di una profonda revisione in termini di maggiore severità, in modo che possa funzionare davvero come deterrente avverso comportamenti distratti, superficiali, incompetenti o collusi, ovvero che, comunque, hanno danneggiato, danneggiano e danneggeranno i risparmiatori, e, di conseguenza, come intenda intervenire al fine di tutelare i cittadini;

quali iniziative intenda assumere al fine di promuovere una radicale riforma della disciplina delle autorità di controllo, alla luce delle carenze e dell’inefficacia evidenziate dagli scandali finanziari che hanno investito il sistema delle imprese e delle banche, considerato che, a giudizio dell’interrogante, la Consob e l’Isvap devono recuperare indipendenza, autorevolezza, credibilità e trasparenza, nonché il ruolo per cui sono state istituite, cioè vigilare tutelando gli interessi dei risparmiatori.

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Banca Tercas denunciata per truffa

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08542
Atto n. 4-08542

Pubblicato il 25 ottobre 2012, nella seduta n. 822

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che un articolo del quotidiano “Il Centro” riporta la notizia che l’ex banca Tercas sarebbe stata denunciata per truffa: «Pensava di aver investito tutti i suoi risparmi su un prodotto finanziario sicuro. Invece si accorge di essere rimasto con un pugno di mosche. Quelle che l’ex Tercas gli aveva proposto e venduto come un investimento senza alcun rischio e con un interesse certo del 3 per cento in un anno, sarebbero in realtà azioni della stessa banca che, come tali, sono state congelate dopo il commissariamento dell’istituto da parte di Bankitalia. S. è uno di tanti clienti-risparmiatori (non sappiamo quanti siano in totale, né se la cifra complessiva delle azioni vendute sia di 5, 10 o 20 milioni di euro) che a fine settembre hanno sporto denuncia-querela alla Guardia di finanza di Teramo contro dirigenti e funzionari, ex Cda, ex comitato esecutivo ed ex membri degli organismi di vigilanza della Tercas. E la Finanza ora indaga su una ipotesi di reato grave: truffa contrattuale. La storia di S. e di decine di altri clienti comincia da una telefonata. La ripercorriamo leggendo la denuncia al centro dell’indagine. Il 28 giugno del 2011 S. viene contattato dal funzionario di una filiale Tercas che gli propone di investire i suoi risparmi (tutti!) in un prodotto finanziario (chiamato Tercas Aor Eur) “garantito a tasso di interesse del 3 per cento fisso e netto con rimborso del capitale con gli interessi alla data del 2 luglio del 2012″. Sono due le frasi chiave riportate dal querelante, anzi dai querelanti. Le avrebbe pronunciate il funzionario al quale, evidentemente, era stato dato questo input dai suoi diretti superiori. La prima frase: “L’offerta delle obbligazioni Tercas è limitata nel tempo”, cioè il prodotto viene presentato come una “obbligazione”, quindi senza rischio, e non come azione peraltro propria della banca. La seconda frase, che è persino più chiara della prima, è “L’operazione è assolutamente priva di qualsiasi rischio”. A convincere S. all’acquisto spuntano infine due fogli che gli vennero consegnati. Il primo, si legge ancora sulla querela, “recante sulla parte destra a caratteri maiuscoli, di macchina da scrivere, le testuali espressioni: tasso del 3 per cento netto e rimborso al 2 luglio del 2012″. Sul secondo foglio si legge: “abbiamo preventivamente valutato l’adeguatezza rispetto alle vostre specifiche conoscenze ed esperienze in materia di investimenti…”. Ma in realtà al risparmiatore non venne consegnato alcun questionario Mifid, un atto obbligatorio con cui la banca sonda realmente le conoscenze del cliente in materia di investimenti. Arriviamo quindi alla doccia fredda. Si consuma il 2 luglio scorso. È il giorno della scadenza contrattuale: S. si ripresenta in banca per riprendersi soldi e interessi. Ma si sente rispondere: “Anche a seguito del commissariamento della Tercas i sottoscrittori non possono rientrare in alcuna disponibilità, giacché le operazioni di movimentazioni di azioni sono state sospese dal 7 maggio del 2012″. Solo in questo momento S. viene a conoscenza della reale natura ad alto rischio dell’operazione che gli era stata proposta. E scopre che il prodotto finanziario era stato “febbrilmente piazzato sul mercato da parte di quasi tutti gli sportelli Tercas, sempre configurato come prodotto a reddito fisso, senza rischi ed a scadenza predeterminata”. S. e gli altri risparmiatori non si fermano: “Con raccomandata del 3 luglio scorso indirizzata a Tercas, Banca d’Italia, Adusbef e Consob, gli esponenti palesavano la totale oscurità per omissione oltre che per artificio della effettiva natura del contratto sottoscritto”. Ma la raccomandata non avrebbe avuto alcuna risposta. Neppure un accenno alla possibilità di restituzione, anche parziale, del capitale investito. L’ultimo atto si consuma il 13 settembre scorso: S. chiede alla Tercas le copie dei documenti della sua operazione. Gliele danno ma, c’è scritto sulla querela, mancano due elementi fondamentali: i fogli con le frasi chiave, scritte a macchina e in maiuscolo: tasso del 3 per cento netto e rimborso al 3 luglio 2012»;

considerato che l’interrogante ha presentato vari atti di sindacato ispettivo sulla discutibile gestione della Tercas, nonché su alcuni suoi funzionari quali il dottor Fernando de Flaviis, che risulta indagato da parte della Procura della Repubblica di Ascoli Piceno per il reato di usura, relativamente al periodo in cui ricopriva la carica di direttore generale della Cassa di risparmio della provincia di Teramo (banca Tercas), tra il 1998 ed il 2005, poiché, nella propria posizione funzionale, avrebbe fatto applicare tassi di interesse superiori a quanto consentito dalle disposizioni normative vigenti (4-01956, 4-03889, 3-02482),

si chiede di sapere:

se, per ciò che risulta al Ministro in indirizzo, quanto denunciato sia un episodio isolato di una filiale di Tercas o faccia parte di una ben studiata strategia del gruppo per colpire i clienti meno attenti ed incrementare i propri profitti;

se sia a conoscenza di altri istituti di credito che adottano prassi analoghe a quella esposta, raggirando i propri clienti;

se sia a conoscenza degli usi, degli abusi e delle quotidiane vessazioni imposte dal sistema bancario, in particolare da Tercas, alla generalità della clientela e, di conseguenza, quali iniziative urgenti di propria competenza intenda intraprendere per evitare tali continue vessazioni;

quali misure urgenti di competenza intenda assumere, anche nelle opportune sedi regolatorie, per prevenire ulteriori danni alle famiglie e agli investitori ed impedire che le banche continuino a coinvolgere risparmiatori ignari dei propri diritti per contenere le perdite, frutto di una gestione avventata, proponendo ai propri clienti investimenti ad alto rischio mascherati da prodotti finanziari sicuri;

se non ritenga necessario farsi promotore di iniziative legislative, tese a definire meglio le responsabilità delle autorità di controllo in ordine alla gestione delle controllate, considerato che, a quanto pare, gli istituti bancari portano i clienti ad acquistare prodotti finanziari a rischio non solo senza dare le doverose informazioni a riguardo, ma, addirittura, approfittando della loro buona fede, convincendoli che si tratta di investimenti sicuri, con il risultato che i risparmiatori, per essersi fidati, si trovano a perdere tutti i risparmi di una vita.

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Terremoto-Minsitro Clini critica sentenza su membri Commissione grandi rischi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08540
Atto n. 4-08540

Pubblicato il 25 ottobre 2012, nella seduta n. 821

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che scrive “il Fatto Quotidiano” del 24 ottobre 2012 sull’attacco del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare alla decisione dei giudici che hanno condannato i membri della commissione Grandi rischi: «I membri della vecchia commissione Grandi Rischi come Galileo Galilei. Un paragone usato dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e ripreso oggi dal ministro Corrado Clini, che davanti alla commissione Ambiente della Camera ha espresso un giudizio a dir poco critico sulla condanna in primo grado per i membri della commissione Grandi rischi sul terremoto de L’Aquila. “Hanno ragione quelli che dicono che l’unico precedente a questa sentenza è quello di Galileo Galilei” ha detto Clini, secondo cui “in questa vicenda la commissione è oggetto di condanna perché è stato attribuito a una valutazione scientifica un valore ordinativo. E’ assurdo”. Per questo motivo il ministro ha spiegato “di non dover accettare le dimissioni di De Bernardinis”. Corrado Clini, però, evidentemente non ha letto le carte dell’inchiesta. Dove viene rappresentata una realtà ben diversa da quella prospettata dal ministro. Particolarmente significativa, in tal senso, la memoria del pm dell’Aquila Fabio Picuti. Un documento – depositato il 13 luglio 2010 e quindi ben noto – in cui viene spiegato chiaramente il ragionamento degli inquirenti. Che scrivono testualmente: “L’intento non è quello di muovere agli imputati un giudizio di rimprovero per non aver previsto la scossa distruttiva del 6 aprile 2009 o per non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti o per non aver ordinato l’evacuazione della città”. Il motivo? “La scienza non dispone attualmente di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti”. Di quali colpe, quindi, si sono macchiati i tecnici difesi a spada tratta da Clini? Dell’esigenza tutta politica di “rassicurare” gli abitanti del capoluogo abruzzese, allarmati da una lunga sequenza di scosse e dai primi danneggiamenti di edifici, a partire da una scuola. Un dato di fatto che emerge dall’ormai nota intercettazione telefonica in cui Guido Bertolaso definisce ‘operazione mediatica’ la riunione che precede di sette giorni la riunione incriminata; nonché una realtà confermata dalle testimonianze della popolazione aquilana (anche queste agli atti), che si era sentita rassicurata dalle conclusioni a cui era giunto il focus group tecnico (il cui senso era uno solo: non ci sarebbe stata nessuna forte scossa). Tanto rassicurata da decidere di non abbandonare le proprie case. Parole (e documenti) che Clini non ha affatto considerato. Augurandosi che la sentenza “venga ribaltata in appello”, infatti, il ministro ha precisato che “non si tratta di una polemica nei confronti della magistratura” ma che esiste un pericolo concreto di vedere condannate tutte le previsioni avanzate da parte degli scienziati. “Interpreto questa sentenza come stimolo all’amministrazione e non per scaricarla” ha osservato ancora il ministro, il quale tuttavia ha detto di temere “che la magistratura abbia fotografato una situazione di incertezza, ed è per questo che credo che la sentenza vada interpretata con una presa di responsabilità da parte delle istituzioni”. “Il governo deve assolutamente respingere le dimissioni della commissione Grandi rischi – osserva Clini – Non spetta agli scienziati decidere ma, in libertà ed autonomia fornire un quadro, dare un range dell’incertezza e del dubbio”. Anzi, ha proseguito,”dobbiamo continuare a dare fiducia a questi esperti ed è necessario che le strutture sul territorio abbiano il massimo sostegno. Non è che abbiamo un altro sistema” di Protezione civile; e “questo sistema va rinforzato tutelando la sua autonomia”. Un commento, quello di Clini, che segue altri dello stesso identico tono e contenuto, pur se pronunciati da figure politiche e istituzionali ben meno importanti del ministro dell’Ambiente. In tal senso, da registrare la presa di posizione del primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, secondo cui “i commenti sulla sentenza del Tribunale dell’Aquila, che ha condannato i componenti della Commissione grandi rischi per il terremoto, prima di conoscerne le motivazioni sono incivili”. Per Lupo, del resto, “in base alla Costituzione tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati. Questa è una garanzia ed è un fatto di civiltà importantissimo al quale il paese si mostra inadeguato se si pretende di giudicare le sentenze prima che le motivazioni siano note”. Le parole di Lupo, guarda caso, sono state pronunciate prima dell’intervento di Clini alla Camera. Ma evidentemente il ministro non aveva avuto modo di leggerle»;

considerato che scrivono Giuseppe Caporale e Elena Dusi su “la Repubblica” del 25 ottobre: «E che le riunioni della Commissione Grandi Rischi, in quel marzo 2009 in cui L’Aquila era investita da uno sfibrante sciame sismico, fossero “un’operazione mediatica” non è suggerito solo dalle famigerate parole dette da Guido Bertolaso una settimana prima della grande scossa del 6 aprile. Anche dopo il sisma, infatti, l’allora direttore della Protezione Civile continuò a chiedere alla Commissione dichiarazioni che avessero lo scopo precipuo di tranquillizzare la popolazione. “Mi hanno chiesto: ma ci saranno nuove scosse?” dice in una telefonata del 9 aprile al sismologo Enzo Boschi. Proprio quel giorno la Commissione si sarebbe riunita nella sede dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia a Roma. Prima dell’incontro Bertolaso spiega al suo interlocutore: “La riunione di oggi è finalizzata a questo, quindi è vero che la verità non la si dice”. E ancora: “Alla fine fate il vostro comunicato stampa con le solite cose che si possono dire su questo argomento delle possibili repliche e non si parla della vera ragione della riunione. Va bene?” Quali siano le vere ragioni della riunione e l’innominabile verità non è chiaro. Neanche Boschi sembra capirlo. Ma in quei giorni c’era molta preoccupazione sulla tenuta della diga di Campotosto in caso di una nuova forte scossa. “Quando avete finito mi chiami e mi dici quello che vi siete detti. Eh?” prosegue Bertolaso, il cui telefono era stato messo sotto controllo precedentemente dalla procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta G8. Per queste frasi l’ex capo della Protezione Civile è attualmente indagato all’Aquila, nel secondo capitolo del processo per il sisma. Boschi il 9 aprile, per nulla scandalizzato dal tono del suo interlocutore, risponde ossequioso: “Non ti preoccupare, sai che il nostro è un atteggiamento estremamente collaborativo. Facciamo un comunicato stampa che prima sottoponiamo alla tua attenzione”. Già prima del sisma del 6 aprile, d’altronde, Bertolaso si era dato da fare per tranquillizzare una popolazione con i nervi a fior di pelle per via dei mesi di piccole scosse e degli annunci di Giampaolo Giuliani, secondo cui un forte terremoto avrebbe colpito Sulmona. Bertolaso il 30 marzo aveva chiesto ai “luminari del terremoto” di riunirsi il giorno dopo all’Aquila per “zittire subito qualsiasi imbecille”, per “tranquillizzare la gente” e per dire che “cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male. Capito?”. I “luminari” capiscono. E si adeguano, sia prima che dopo il terremoto»;

considerato altresì che a giudizio dell’interrogante:

appare impropria l’iniziativa critica del ministro Clini in quanto un Ministro della Repubblica dovrebbe astenersi dall’intervenire su una sentenza dei giudici;

se è vero che i terremoti non si possono prevedere, non si fa una colpa ai commissari di non aver reso noto il terremoto, ma del fatto che hanno sfruttato la carenza di informazione degli altri per far credere ciò che conveniva per propaganda politica, che nulla aveva a che fare con la scienza;

non è comprensibile come non sia stata presa alcuna decisione relativamente alle grandi responsabilità di Guido Bertolaso, ex numero uno del Dipartimento della protezione civile, considerato che, oltre al filone principale sui sette imputati della commissione Grandi rischi, resta ancora aperto il filone d’indagine sullo stesso accusato di omicidio colposo, sempre dalla Procura della Repubblica de L’Aquila,

si chiede di sapere:

quali siano le valutazioni del Governo sulla vicenda e se ritenga incompatibili con la figura di un Ministro i descritti interventi di Corrado Clini, al punto da valutare una possibile rimozione dall’incarico;

se il Governo non ritenga doveroso spiegare perché i componenti della Commissione, se non potevano prevedere i terremoti, hanno tuttavia reso noto che il terremoto non ci sarebbe stato, convincendo le persone, che per precauzione la sera avrebbero abbandonato le loro case, a rimanervi e a esserne travolti, trovandovi la morte;

se non ritenga doveroso spiegare quali sarebbero i motivi che giustificano la presenza, nella commissione Grandi rischi della Protezione civile, dei membri responsabili, se essi non solo non sapevano prevedere, ma non hanno neanche ritenuto opportuno applicare il principio di precauzione.

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