Month: ottobre 2012

Lavoratori Ministero sviluppo economico

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08531
Atto n. 4-08531

Pubblicato il 25 ottobre 2012, nella seduta n. 821

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

le organizzazioni sindacali relative ai lavoratori del Ministero dello sviluppo economico lamentano che, dal giorno dell’insediamento del nuovo Ministro, questi non avrebbe tenuto fede ad alcuna promessa per cui non esiste un confronto democratico né alcuna seria informativa su cosa voglia veramente fare dell’amministrazione. Inoltre la richiesta di apertura di tavoli per affrontare i temi della revisione della spesa e della riorganizzazione del Ministero resta inevasa;

al contrario, invece, nel disegno di legge di stabilità per il 2013, presentato dal Governo al Parlamento, vengono previste nuove agenzie e la contestuale soppressione di importanti strutture del Ministero stesso;

la situazione, peraltro, è aggravata dalla circostanza che l’amministrazione continua ad essere assente con le organizzazioni sindacali, così come è successo ultimamente all’incontro di contrattazione sull’applicazione della spending review (che ha previsto tagli alle dotazioni organiche con tutte le conseguente temute);

in particolare, in data 16 ottobre, l’amministrazione avrebbe inviato un documento con i dati sulla nuova dotazione organica e sul numero complessivo dei potenziali pensionamenti al Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri, asserendo di avere già informato i sindacati, mentre la stessa amministrazione avrebbe convocato i sindacati, per dare l’informativa sulle cose già fatte, solo il giorno dopo;

nonostante il responsabile atteggiamento delle organizzazioni sindacali, inteso a superare tale grave scorrettezza, la parte pubblica difende il suo operato e fornisce una informativa limitata e carente (fra l’altro rifiuta di dare il numero dei dipendenti ultrasessantacinquenni). Anche sull’elenco dei lavoratori del Ministero che, alla data di entrata in vigore della cosiddetta legge Fornero, avevano i requisiti per il pensionamento, l’amministrazione, trincerandosi dietro l’attuale assenza di criteri (che dovranno pervenire entro fine mese dal Dipartimento della funzione pubblica), non fornisce alcun chiarimento e mantiene il più stretto riserbo;

inoltre i lavoratori nutrono una forte preoccupazione relativamente all’applicazione degli accordi di contrattazione sottoscritti prima delle ferie estive per i quali, nonostante le rassicurazioni più volte fornite ai sindacati, non si è riusciti a completare le procedure a diversi mesi di distanza dalla loro sottoscrizione, ritardando così, ulteriormente, l’erogazione ai lavoratori dei soldi connessi a tali accordi;

l’amministrazione si è fermata anche sull’unico punto che poteva e potrebbe tornare utile ai dipendenti del Ministero, l’incremento del Fondo unico di amministrazione (FUA). L’attuazione del piano triennale di razionalizzazione delle spese, che, se attuato, porterebbe importanti risorse al salario accessorio dei lavoratori, rischia di subire una significativa battuta di arresto se, come previsto dal piano, non verranno trasferiti, entro fine anno, tutti i lavoratori attualmente ubicati nella peraltro poco sicura sede di Liguria in una nuova sede;

tutto questo rischia di far perdere tali risorse perpetuando un danno ai lavoratori e a tutti i cittadini contribuenti;

anche rispetto ai fondi provenienti dai programmi operativi nazionali (PON) gestiti dal Dipartimento per lo sviluppo e la coesione (DPS) e destinati al FUA dei dipendenti l’amministrazione si è fermata;

le organizzazioni sindacali ritengono che queste prese di posizione non fanno altro che inasprire gli animi con il solo risultato di arrivare al blocco della operatività o, peggio, al ricorso a richieste di controlli superiori sulle procedure seguite. Lamentano inoltre che, dopo avere duramente colpito i lavoratori pubblici che, soli insieme agli operai ed ai pensionati con trattamento economico al minimo, hanno pagato e continuano a pagare in Italia, nulla si sta facendo in altri importantissimi campi (evasione fiscale, economia parallela, costi della politica e dei politici, eccetera),

si chiede di sapere:

quali siano, alla luce dei fatti esposti in premessa, i motivi per cui l’amministrazione continua ad essere assente con le organizzazioni sindacali evitando ogni forma di confronto e ignorandole completamente;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di aprire al più presto un tavolo di confronto con le rappresentanze sindacali sui temi della revisione della spesa e della riorganizzazione del Ministero garantendo ai lavoratori ogni forma di tutela sui diritti contrattuali.

Senza categoria

Ilva-Commissione ecomafie

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00539
Atto n. 2-00539

Pubblicato il 24 ottobre 2012, nella seduta n. 820

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, della salute e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

scrive il quotidiano “La Repubblica” del 23 ottobre 2012 sull’Ilva: «Balduzzi: “Un piano sanitario speciale” L’accusa: “Governo in colpevole ritardo” La relazione della commissione Ecomafie: “Inascoltato l’allarme sulle morti, interventi solo dopo i sigilli della magistratura”. Il ministro della Salute e quello dell’Ambiente Clini oggi a Bari, dopo la diffusione delle cifre che raccontano il dramma di Taranto». Nell’articolo citato si legge: «”Governo pronto a rendere l’Aia più severa se i dati peggiorano”. L’allarme sanitario per i morti di Taranto è rimasto inascoltato, ma quello per la produzione d’acciaio ha fatto scattare l’attenzione del governo. E’ il duro giudizio espresso dalla commissione ecomafie, che nella sua relazione (…) mette nero su bianco come – assente nella fase dell’allarme sanitario lanciato nell’incidente probatorio dinanzi al gip – il governo sull’Ilva» ha «avuto “un vero risveglio” quando, per il sequestro degli impianti, è stato possibile che “si creasse un problema a livello di produttività e di competitività”». All’incontro per la presentazione della relazione, a Bari, partecipano i ministri dell’ambiente, Corrado Clini, e della salute, Renato Balduzzi, e il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dopo che ieri Balduzzi ha snocciolato le drammatiche cifre sulla mortalità per i cittadini di Taranto;

l’articolo prosegue: «Rispetto all’attività governativa, e particolarmente del ministero dell’Ambiente, nella relazione si sottolinea tra l’altro che (…) “ancora una volta” la commissione “ha dovuto constatare che solo l’intervento della magistratura ha determinato un effettivo impulso all’attività della pubblica amministrazione, il che è certamente inaccettabile, perché la pubblica amministrazione dovrebbe orientare la propria attività nel rispetto delle regole a prescindere dall’avvio di una attività giudiziaria, che peraltro è il segno evidente della tardività dell’azione amministrativa”. (…) Balduzzi: “Piano sanitario straordinario” – “Al momento non sono previste modifiche all’Aia (…) ma abbiamo chiesto e ottenuto di rivederla nel caso il quadro ambientale peggiori”». Lo ha detto in mattinata Balduzzi all’indomani della presentazione dei risultati dello studio Sentieri. «”Per la popolazione di Taranto stiamo mettendo a punto servizi sanitari straordinari. Visto che a Taranto c’è una mortalità maggiore rispetto alla Puglia e al resto della nazione metteremo in campo un intervento sanitario rafforzato ai fini di prevenire e diagnosticare nuove patologie”». Per quanto riguarda il via libera all’autorizzazione integrata ambientale (Aia) – ha concluso il ministro – “arriverà in questi giorni, in settimana o al massimo all’inizio della prossima” (TMNews del 23 ottobre 2012). Quanto alle polemiche degli ambientalisti per il fatto di aver divulgato i dati sull’aumento della mortalità solo dopo la concessione dell’autorizzazione ambientale, Balduzzi le ha definite “ridicole e pretestuose”;

il “TgLa7″ del 23 ottobre 2012 titola: «Vendola dice: “L’azienda dica cosa vuole fare”». Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dello stesso 23 ottobre si legge: «All’incontro (…)» è prevista anche la presenza del «procuratore capo di Taranto Franco Sebastio, titolare dell’inchiesta per disastro ambientale che ha messo sotto tiro la gigantesca fabbrica dell’acciaio». L’appuntamento in Puglia cade in uno dei momenti più delicati da quando il 26 luglio scorso è scattato il sequestro di sei reparti dello stabilimento. Sotto chiave l’area a caldo del siderurgico dalla quale, dicono i periti, si sprigionano le emissioni inquinanti indicate come fonte di pericolo per la salute dei tarantini. Per il governatore Nichi Vendola, l’azienda deve rispondere da imputato a un giudice e dire cosa intende fare per interrompere la catena dei reati. Il punto è essere concreti, si deve intervenire radicalmente per rendere compatibile ambiente e lavoro;

l’articolo pubblicato su “La Repubblica”-Bari prosegue: «L’emergenza sanitaria della città pugliese è stata illustrata ieri a Taranto dal ministro della salute che ha comunicato i risultati dello studio “Sentieri”. Gli esperti del ministero hanno esaminato i dati relativi al periodo compreso tra il 2003 ed il 2009 che hanno evidenziato la crescita dei livelli di mortalità e dell’incidenza dei tumori nel capoluogo ionico. In particolare il rapporto “Ambiente e Salute” ha rilevato un eccesso di mortalità per tutte le cause del 14% per gli uomini e dell’8% per le donne. Le morti per tumore hanno fatto registrare il +14% negli uomini e +13% per le donne; le malattie circolatorie il +14% negli uomini e +4% per le donne. Il dossier ha illuminato anche picchi di mortalità addebitabili proprio all’inquinamento. Le neoplasie polmonari hanno provocato un eccesso di morti fra gli uomini del +33% e tra le donne del +30%. E i mesoteliomi pleurici il +419% nell’uomo e +211% nella donna. Un dramma che non risparmia purtroppo i bambini che si ammalano già nella pancia delle loro mamme. Tra il 30% e il 50% in più muoiono per condizioni morbose di origine perinatale rispetto al resto dei bimbi pugliesi. E il 20% in più dei neonati muore nel primo anno di vita». Dati impressionanti che ricalcano quelli inquadrati dalle due perizie, una chimica e l’altra epidemiologica, che costituiscono le pietre angolari dell’impianto accusatorio della procura tarantina contro la grande fabbrica. Un’inchiesta che, come si legge su “Libero.it”, «è deflagrata a luglio con l’arresto del patron dell’Ilva Emilio Riva», di suo figlio Nicola e di sei manager della società, tutti finiti ai domiciliari e con il sequestro di cokerie, altiforni e acciaierie. A palazzo di giustizia è atteso un nuovo round della battaglia giudiziaria tra magistrati e legali dell’azienda. In camera di consiglio sarà discusso il ricorso contro i domiciliari confermati per Emilio Riva;

la tensione comunque resta alta, anche dopo la dichiarazione di Clini che rispetto alla “situazione scandalosa” (si veda “La Repubblica”-Bari del 22 ottobre 2012) denunciata dopo la diffusione dei dati shock, ha detto che, come si legge nell’articolo da ultimo citato, è «”scorretto trasferire i dati che riguardano la storia sanitaria di decenni alla situazione attuale dell’Ilva”. Un concetto ribadito dall’azienda in una nota in cui ha sottolineato: “I dati dello studio Sentieri richiedono un’attenta e approfondita analisi. Da una prima lettura emerge una fotografia che rappresenta un passato legato agli ultimi 30 anni e non certo il presente”». L’Ilva ha annunciato un incontro con la stampa nei prossimi giorni;

nell’articolo citato su “La Gazzetta del Mezzogiorno” si legge: «Nella relazione» della Commissione «si definisce “sorprendente” la “mancata partecipazione del ministero dell’ambiente, quale persona offesa, all’udienza celebrata innanzi al gip in sede di incidente probatorio”: “non era obbligatoria – si sottolinea – la presenza delle persone offese”, tuttavia “l’attualità delle problematiche ambientali, la situazione di allarme ambientale e sanitario, avrebbero dovuto costituire sufficienti ragioni perché il ministero dell’ambiente partecipasse all’udienza”. Per la commissione – che ha adottato la relazione all’unanimità nei giorni scorsi – la partecipazione all’udienza del ministero “avrebbe potuto costituire un momento di arricchimento conoscitivo attraverso l’acquisizione in quella sede di importanti informazioni in merito alle emissioni promananti dallo stabilimento Ilva” e “avrebbe anche, di certo, rappresentato un segnale di presenza dello Stato e dei suoi organi centrali rispetto a una problematica ambientale di dimensioni uniche in Italia”»;

considerato che:

un’agenzia di stampa riporta le dichiarazioni del Ministro Clini relativamente alla vecchia Aia sull’Ilva: «”Della procedura” di autorizzazione integrata ambientale “dell’Ilva di Taranto”, rilasciata quando “ero direttore generale” del ministero dell’Ambiente, non è che non ho mai saputo nulla, ma non mi hanno mai messo nella condizione di avere qualsiasi informazione, perché dovevo occuparmi d’altro”. Lo ha spiegato, oggi a Bari, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, conversando con i giornalisti. “Quando sono diventato ministro – ha ricordato – mi sono trovato di fronte questa patata bollente e ho ripreso in mano questa problematica. Ma è come se fosse stato nominato ministro uno che, fino a una settimana prima, lavorava in Cina piuttosto che negli Usa o a Bruxelles”. Clini, ricordando che tra il ’90 e il ’97, nella sua “carriera da direttore generale”, si occupava delle autorizzazioni alle imprese industriali, “molto prima che entrasse l’Aia”, ha spiegato che “a un certo punto, siccome ero troppo rapido nel rilasciare le autorizzazioni industriali, e queste autorizzazioni non lasciavano margini alla trattativa tra la politica e le imprese, mi dissero di occuparmi d’altro”. “E io – ha aggiunto – mi sono occupato di questioni internazionali per tanti anni”. “Non mi hanno mai più fatto mettere il becco – ha sottolineato – nelle procedure di autorizzazione industriale”. “Tanto per chiarire – ha concluso – nel ’92, come direttore generale preparai un rapporto sui 18 siti a rischio di incidente rilevanti in Italia, ma il rapporto fu censurato dal ministro di allora, perché riteneva che non dovessi dare queste informazioni al pubblico”» (Ansa del 23 ottobre 2012),

si chiede di sapere

se al Governo risultino i motivi per cui il gruppo aziendale non mette i cittadini e le istituzioni a conoscenza delle scelte di Riva sugli investimenti per Taranto anche alla luce dello studio Sentieri che conferma in tutta la sua gravità il nesso tra fattori inquinanti da attività industriali, malattie tumorali e decessi nella città di Taranto per cui, se il prezzo da pagare alla giustizia sarà deciso nelle aule giudiziarie, quello sociale e umano l’Ilva lo deve all’intera società tarantina e non solo ad essa;

quali siano i motivi, alla luce dei fatti esposti in premessa, della mancata partecipazione all’udienza del Ministero competente vista la situazione di allarme ambientale e sanitario della zona;

quali siano le ragioni per cui nel corso degli anni non sia stata messa in atto una strategia di controlli, di prescrizioni, di verifiche che potesse garantire il perseguimento degli obiettivi produttivi dell’impresa senza alcun pregiudizio per la salute umana e, di conseguenza, quali iniziative normative intenda assumere affinché questo non accada più anche individuando le responsabilità, al di là dell’azienda, di coloro che avrebbero potuto evitare un evento che non è stato evitato;

quali iniziative intenda adottare al fine di risolvere il problema ambientale e quello sanitario, facendo in modo che tali soluzioni si integrino con quella del problema occupazionale, considerato che nella provincia di Taranto, tra diretto e indotto, all’Ilva lavorano tra le 15.000 e le 20.000 persone;

se non intenda procedere ad equiparare i limiti italiani relativi all’inquinamento da diossina ai valori in vigore negli altri Paesi dell’Unione europea;

come intenda attivarsi affinché non si abbassi la guardia nel richiedere con forza i controlli ambientali, soprattutto delle sostanze che non sono misurate dalle centraline di monitoraggio, ma non per questo sono meno pericolose, poiché, allo stesso modo di quelle misurate, si disperdono nell’ambiente ed entrano nella catena alimentare, rafforzando ogni forma di tutela della salute dei cittadini, affinché il principio di utilità economica non finisca per prevalere sul diritto alla salute, alla tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Senza categoria

Ferrovie-bando illuminazione led per ETR

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08515
Atto n. 4-08515

Pubblicato il 24 ottobre 2012, nella seduta n. 819

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

Ferrovie dello Stato italiane SpA è una società partecipata al 100 per cento dal Ministero dell’economia e delle finanze ed è una delle realtà aziendali più importanti del Paese;

tra le società del gruppo si trovano, ad esempio, RFI e Trenitalia;

considerato che:

si legge in un lancio di AgenParl del 15 ottobre 2012 dal titolo “Trasporti: indiscrezione, 2100 carrozze a gara per il face lift”: «A quanto apprende l’Agenparl Trenitalia ha affidato, alla fine dello scorso anno, un bando di gara per l’illuminazione a Led per gli ETR 500 e tale gara è stata vinta da una società di Udine. Sempre a quanto apprende Agenparl i risultati, per consumi e per illuminazione, sono quantitativamente e qualitativamente inferiori alle richieste del bando di gara. In sostanza non corrisponderebbero al progetto originale oggetto di bando di Trenitalia»;

si legge in un articolo di “la Repubblica” nell’edizione Firenze del 18 ottobre, dal titolo “Appalti pilotati, un’altra inchiesta sulle Ferrovie”, che a 8 persone è stato contestato il reato di turbativa d’asta e che «fra il marzo e il maggio 2011, sempre secondo le accuse, è stata pilotata una gara per “la progettazione e fornitura di 59 kit completi di illuminazione per treni Etr 500 e di 47 sottokit di illuminazione per carrozze di seconda classe” dell’importo di 12 milioni, aggiudicata alla Solari Udine»;

ad occuparsi a fondo del sistema “appalti pilotati” nel settore ferroviario, nell’ottobre 2009, è stato il giornalista Claudio Gatti con il suo libro-inchiesta “Fuori Orario – Le prove del disastro Fs”, edito da chiarelettere;

scrive Gatti a pagina 161 del libro come viene riportato da Agenparl in un lancio del 22 ottobre: «Mi aspettavo che a influenzare gli appalti fossero i politici di Roma, oppure i funzionari degli Acquisti. Invece ho scoperto che erano, e sono tuttora, i tecnici di Firenze, dove da sempre hanno sede gli ingegneri delle Ferrovie di Stato. Il centro del potere tecnico è viale Spartaco Lavagnini. È in quegli uffici che viene sviluppata la domanda. E si determinano i requisiti dell’offerta. “Quando si parla di appalti, si presuppone che all’interno dell’azienda il punto nevralgico sia la Direzione acquisti. Ma in Fs questa ha un ruolo quasi esclusivamente legale, e quindi puramente formale. È viale Lavagnini a guidarla spesso lungo un percorso quasi obbligato”, conferma il Dottor Cinque. “L’input dei tecnici può persino ridurre – e di molto – i margini di applicazione delle normative europee sulla concorrenza”. In che modo questo possa accadere lo chiedo a un ex dirigente della Direzione acquisti di Trenitalia, il Dottor Diciassette: “Il bisogno nasce di solito dalla struttura commerciale, ma deve essere sempre vagliato dall’ingegneria. Dall’interazione tra questi due soggetti – il commerciale e il tecnico – si sviluppa una richiesta che arriva alla Direzione acquisti, la cui maggiore responsabilità è negoziare il prezzo. Il suo ruolo dunque è semplicemente di espletare il servizio richiesto”. Va bene, ma come possono essere ignorate le normative europee? “Dipende. Ci sono vari motivi per ricorrere a una deroga. Il più ricorrente è l’urgenza. Ma un’altra motivazione – forse la più pregnante – è data dalle specifiche tecniche. Cioè dalle esigenze di conformità del prodotto richiesto. E anche qui è l’ingegneria a dettare le regione del gioco”»;

l’interrogante ritiene che la nomina, a giudizio dell’interrogante di puro stampo clientelare, dell’ex presidente della Consob, Lamberto Cardia, privo di competenze minimali sul sistema dei trasporti, potrebbe avere contribuito ad aggravare un sistema di appalti pilotati,

si chiede di sapere:

se quanto esposto corrisponda al vero;

se corrisponda al vero nello specifico che il sistema di illuminazione a LED dei treni ETR 500, oltre ad essere oggetto di indagini riguardo alla procedura d’appalto, abbia dei risultati tecnici scadenti, in particolare consumi elevati e illuminazione carente in totale difformità dal progetto posto a base di gara;

quali siano le valutazioni del Ministro in indirizzo sul sistema di appalti “pilotati” descritto da Claudio Gatti nel suo libro-inchiesta;

quali iniziative intenda adottare al fine di controllare le procedure di appalto nel settore ferroviario.

Senza categoria

Decreto sviluppo bis-campi elettromagnetici

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08524
Atto n. 4-08524

Pubblicato il 24 ottobre 2012, nella seduta n. 820

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nel decreto-legge n. 179 del 2012, all’art.14, dedicato ai livelli di campo elettromagnetico generati da emittenti radiofoniche e radiotelevisive, da stazioni radio base per la telefonia mobile e da ponti radio, il valore di attenzione e l’obiettivo di qualità di 6 volt/metro stabiliti dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’8 luglio 2003 per l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici generati da quelle sorgenti in tutti i luoghi con permanenza umana non inferiore a 4 ore giornaliere, incluse le pertinenze (ma queste solo nel caso di loro utilizzazione come ambienti abitativi per permanenze non inferiori a quattro ore continuative giornaliere), e nei luoghi all’aperto intensamente frequentati, non dovranno più essere rispettati in qualunque intervallo di 6 minuti, ma come media nelle 24 ore;

per cui in quei luoghi e in loro prossimità si potrà anche avere: a) da 3 a 10 volte (cioè da 20 V/m a 60 V/m), come nel caso di Radio Vaticana e di tutte le emittenti in onde lunghe, medie e corte; b) oltre 3 volte (20 V/m), come nel caso delle stazioni radio base della telefonia mobile, delle emittenti radiotelevisive e della radiofonia a modulazione di frequenza, c) oltre 6 volte (40 V/m), come nel caso dei ponti radio, il livello medio massimo ammissibile (6 V/m) nelle 24 ore e per un tempo ben superiore ai 6 minuti attuali;

inoltre, la necessità di acquisire i valori di campo elettromagnetico nelle 24 ore determinerà grandi difficoltà operative nelle azioni di controllo e di verifica a cura degli enti istituzionali e dei cittadini, oltre ad incrementare enormemente il costo di quei controlli;

a giudizio dell’interrogante la strategia del Governo è stata quella del “bastone e la carota”. Infatti, il Governo aveva proposto anche la norma che impediva ai proprietari degli immobili di opporsi ai gestori per l’installazione di nuove antenne per la telefonia mobile sui tetti delle abitazioni. Ritirando quella norma, che aveva un evidente aspetto di incostituzionalità perché lesiva del diritto alla proprietà privata, il Governo ha avuto facile gioco con la norma che farà aumentare notevolmente il livello del campo elettromagnetico dentro e intorno alle case, alle scuole e ai luoghi di lavoro;

la scelta del Governo dimostrerebbe un totale disinteresse per: 1) le evidenze scientifiche emerse dalla ricerca epidemiologica condotta per il Tribunale di Roma, pubblicata a giugno del 2010 e riguardante il territorio di Roma Nord e dei Comuni vicini intorno alla Radio Vaticana, che ha dimostrato una maggiore incidenza di leucemie e linfomi nei bambini (fino a 4,7 e a 6,9 volte entro 12 chilometri rispetto al valore atteso oltre 12 chilometri, rispettivamente per i bambini da 0 a 14 anni e da 1 a 14 anni) e una maggiore mortalità per leucemia per tutte le età (fino a 4,9 e a 6,6 volte, rispettivamente entro 12 chilometri e fra 6 e 12 chilometri, per più di 10 anni di residenza, o da sempre per i bambini, rispetto a chi vive lì da non oltre 1 anno); 2) le evidenze scientifiche emerse dalla ricerca epidemiologica mondiale riconosciute dall’Organizzazione mondiale della sanità che, attraverso la propria Agenzia per la ricerca sul cancro (IARC), il 31 maggio 2011 ha annunciato, con il comunicato stampa n. 208, di aver inserito i campi elettromagnetici a radiofrequenza (in particolare quelli emessi dai cellulari, ma l’agente fisico è lo stesso di tutte le sorgenti di campi elettromagnetici oggetto del decreto ministeriale) fra i possibili agenti cancerogeni per l’uomo a causa dell’aumento del rischio di tumori cerebrali come il glioma (40 per cento di rischio per un uso di 30 minuti al giorno per almeno 10 anni);

pertanto a giudizio dell’interrogante il Governo, invece di adottare misure di tutela nei confronti della popolazione in applicazione del principio di precauzione, va nel senso opposto, consentendo a breve un forte incremento dei livelli di esposizione residenziale della popolazione ai campi elettromagnetici;

considerato che:

la sentenza della Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 12 ottobre 2012, n. 17438, ha confermato «la sentenza della Corte di Appello di Brescia del 22.12.2009 che condannò l’INAIL a corrispondere ad un manager la rendita per malattia professionale prevista per l’invalidità all’80% legata all’uso di cordless e cellulari per motivi professionali. La sentenza rappresenta un decisivo passo verso il riconoscimento completo dei reali rischi per la salute da esposizione alle onde elettromagnetiche» (atto 4-08469);

detto metodo di misurazione spalmato in 24 ore permetterà la tolleranza di picchi diurni, quando è maggiore il numero degli utenti attivi, fino a 18-20 volt per metro, cioè fino a tre volte superiori di quelli attuali. Questi limiti porteranno verosimilmente ad una crescita esponenziale delle patologie correlate alle esposizioni elettromagnetiche e ad un conseguente aumento della spesa sanitaria e sociale;

la stessa IARC nel maggio 2011 ha classificato i campi elettromagnetici di radiofrequenza come possibili cancerogeni di classe 2B sulla base degli studi sul cancro indotto dai telefoni cellulari;

la legge sull’elettrosmog n. 36 del 2001 prevede di attivare misure di cautela da adottare in applicazione del principio di precauzione di cui all’articolo 191, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (ex art. 174, paragrafo 2, del Trattato istitutivo);

la risoluzione del Consiglio d’Europa del 27 maggio 2011 invita i Paesi Membri a fissare “limiti cautelativi di esposizione alle microonde per lungo termine ed in tutti gli ambienti indoor, in accordo con il principio di precauzione, che non superino gli 0,6 Volt/metro e nel medio termine ridurre questo valore a 0,2 V/m”;

la risoluzione dal Parlamento europeo del 4 settembre 2008, dal titolo “Valutazione intermedia del piano d’azione europeo per l’ambiente e la salute 2004-2010″, denuncia l’aumento dei casi di elettrosensibilità e raccomanda di “ridurre l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche”;

numerose risoluzioni di scienziati indipendenti come l’International Commission for Electromagnetic Safety (ICEMS) e il Gruppo Bioinitiative, citati rispettivamente dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo come riferimenti scientifici indipendenti, promuovono l’abbassamento dei limiti di sicurezza a 0,6/Vm in quanto gli attuali standard non si basano sulle evidenze biologiche;

considerato inoltre che:

Vodafone è inglese e da quando è subentrata a Omnitel praticamente non ha più fatto investimenti; Wind ancora peggio, con i padroni russi che stanno vendendo alla cinese Huanguei anche gli apparati telefonici della rete, licenziando 1.500 ingegneri e tecnici e mettendo il Paese a rischio strategico per le telecomunicazioni; 3 è di proprietà del sospetto mafioso cinese Chenpoa;

inoltre Wind e 3 non hanno mai rispettato il contratto di licenza (regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 318 del 1997) e, di conseguenza, non hanno mai realizzato la copertura del 98 per cento della popolazione e del 92 per cento del territorio e devono andare avanti a “roaming” che, per contratto di licenza, sarebbe dovuto durare non più di un paio di anni. Qui è intervenuta la Autorità garante per le comunicazioni;

a quanto risulta all’interrogante, sembrerebbe che il Governo si sentisse moralmente impegnato ad abrogare il valore di attenzione di 6 V/m perché lo Stato aveva ricevuto più di 3 miliardi dalla gara di assegnazione delle frequenze Long term evolution (LTE). Ma, a giudizio dell’interrogante, quella gara è stata un cattivo affare e una remissione certa per il Paese;

questo è stato reso possibile innanzitutto perché la legge 13 dicembre 2010, n. 220, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato ” (legge di stabilità per il 2011) aveva quantificato l’incasso atteso dalla gara in 2,5 miliardi di euro; inoltre i Provider hanno fatto cartello in Europa a danno dei consumatori, per risparmiare rispetto alla gara precedente;

il Governo Prodi per la gara delle frequenze del GSM aveva incassato 13,4 miliardi di euro, quasi il quadruplo,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di rivedere la normativa in questione riguardante le misurazioni dei campi elettromagnetici che di fatto annulla il principio di precauzione raccomandato dall’Unione europea e dalla legge quadro n. 36 del 2001, allentando in pratica le tutele ambientali in vigore;

quali iniziative intenda adottare per favorire lo sviluppo dell’intero Paese e non unicamente quello delle aziende telefoniche straniere (solo Telecom è in parte italiana) che esigono tariffe esose perché gli italiani possano parlare, aziende che non hanno rispettato i contratti di licenza, che hanno truffato il Paese pagando le frequenze del LTE un quarto di quelle GSM per cui per esse si fa saltare la tutela ambientale del popolo italiano costituita dal valore di attenzione di 6 V/m da rispettare per ogni intervallo di 6 minuti;

se al Governo risulti esservi stato un intervento dell’Antitrust europea o italiana e della Corte dei conti relativamente alla gestione della gara di assegnazione delle frequenze LTE che ha permesso ai Provider di guadagnare a danno dei consumatori, risparmiando rispetto alla gara precedente;

se il Governo sia a conoscenza di un intervento dell’Autorità garante per le comunicazioni sul mancato rispetto del contratto di licenza di Wind e 3 e, in caso affermativo, cosa abbia comportato;

se non intenda promuovere le opportune iniziative per la creazione e l’implementazione di reti via cavo in fibra ottica che rappresentano ad oggi l’unica tecnologia per la trasmissione di voci e dati efficiente e allo stesso tempo priva di controindicazioni per la salute dell’uomo e degli altri esseri viventi che ne condividono l’ambiente affinché il principio di utilità economica non finisca per prevalere sul diritto alla salute, alla tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Senza categoria

Sperperi,sprechi e clientele del sindaco Renzi

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08499
Atto n. 4-08499

Pubblicato il 23 ottobre 2012, nella seduta n. 818

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno, dell’economia e delle finanze e per gli affari regionali, il turismo e lo sport. -

Premesso che:

tre gravissime questioni – tra le altre – avvelenano la vita politica ed economica italiana: corruzione, disinformazione (con un preoccupante servilismo mediatico per non disturbare il potere), il clientelismo nelle nomine pubbliche (che premiano incompetenza, impreparazione, cricche e combriccole amicali, rispetto al merito);

nell’ultimo rapporto pubblicato il 22 ottobre 2012 da Transparency International sulla corruzione percepita, l’Italia ricopre il «sessantanovesimo posto, a pari “demerito” con Ghana e Macedonia (…) con “un aggravamento progressivo” negli ultimi anni. (…) È uno dei dati contenuti nel Rapporto sulla corruzione realizzato dalla Commissione sulla prevenzione del fenomeno corruttivo presieduta dal consigliere Roberto Garofoli. Il “Corruption Perception Index” (CPI) del nostro Paese “si è attestato a 3.9 contro il 6.9 della media Ocse, su una scala da 1 a 10, dove 10 individua l’assenza di corruzione”. In particolare, per il biennio 2010-2011 i cittadini italiani ritengono che il “primato” spetti alla corruzione politica, seguita da quella del settore privato e della pubblica amministrazione”». In merito alla libertà di stampa, secondo la classifica di Reporter Senza Frontiere l’Italia è al sessantunesimo posto dopo Tanzania, Papuasia Nuova Guinea, Corea del Sud, Cipro, Slovenia e Bosnia ed Erzegovina, sia per la proprietà dei media in mano a banche e gruppi economici, che per gli operatori dell’informazione, che talvolta, invece di fare domande o di promuovere inchieste, si limitano a porgere il microfono o a pubblicare le veline degli uffici stampa o dei potentati economici di turno. L’inchiesta sulla P4 della magistratura, che ha portato Luigi Bisignani ad una condanna di 19 mesi, ha dimostrato una logica di clientele nelle nomine pubbliche, con le solite combriccole di amici e sodali, cricche ben identificate incaricate di occupare tutti i gangli vitali, sia nei Ministeri delicati che nelle aziende pubbliche controllate dal Tesoro, come Rai, Enel, Finmeccanica, Eni, Fintecna, Enav, Enac, Autorithy indipendenti come Consob, Isvap, AgCom, eccetera, dove, a giudizio dell’interrogante, invece di professionalità ed indipendenza, conta la vicinanza al potere politico-economico-affaristico, con gravissimo danno alla oculata gestione delle pubbliche risorse. Corruzione e clientelismo rappresentano le due facce della stessa medaglia, mentre il silenzio complice dell’informazione e la mancanza di inchieste sui pubblici comportamenti di dirigenti, componenti delle Autorità o di politici che coltivano interessi particolari, hanno portato l’Italia alla deriva;

in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 settembre 2012, dal titolo: «Firenze, “Danno erariale da 6 milioni nella gestione di Renzi in Provincia”- Il ministero del Tesoro indaga su Florence Multimedia, società in house voluta dall’attuale sindaco fiorentino. Che avrebbe “concesso un irregolare affidamento di servizi per un importo superiore a quello previsto”. Inoltre avrebbe fatto “nomine di soggetti in aspettativa nello stesso ente”», Giampiero Calapà, racconta comportamenti non proprio esemplari del candidato alle primarie del Partito Democratico: «Sei milioni di euro. Su questa cifra incassata da Florence Multimedia mentre Matteo Renzi era presidente della Provincia di Firenze, la Corte dei conti e il ministero del Tesoro vogliono vederci più chiaro. A Florence Multimedia – accusa il dicastero dell’Economia e delle Finanze in una contestazione inviata a maggio – la Provincia di Firenze, presieduta da Matteo Renzi dal 2004 al 2009, ha concesso un “irregolare affidamento di servizi per un importo superiore a quello previsto dai relativi contratti di servizio”, con una spesa complessiva di oltre nove milioni di euro; dei quali sei adesso sono sotto l’attenzione dei giudici contabili, che invieranno un ispettore a Firenze e, per evitare eventuali prescrizioni, hanno messo in mora tutti i dirigenti di quel periodo. Senza, quindi, la procedura prevista dalla legge e senza mai farne parola in Consiglio provinciale, sostiene il Ministero, Florence Multimedia, tra il 2006 e il 2009, incassò 9.213.644 euro. Attraverso “contratti, convenzioni, disciplinari di servizio, affidamenti al lordo (…) il cui importo triplica quello dei contratti di servizio di base”. Già un anno fa il Tesoro aveva, in seguito a un’ispezione, prefigurato un danno erariale alla Provincia proprio nel periodo di presidenza Renzi. E dalla difesa della Provincia a quelle contestazioni è nata la nuova indagine, con tanto di documento, di cui riportiamo le accuse nei virgolettati, inviato lo scorso maggio all’ente locale, sul cui trono nel frattempo non siede più Renzi, diventato sindaco e lanciato proprio in questi giorni nella corsa a Palazzo Chigi. (…) Florence Multimedia Srl (“società in house della Provincia di Firenze”, come si legge nel sito internet) è nata nel 2005 per volere di Renzi che lì trasferì l’ufficio stampa, liquidandolo ed esternalizzandolo; con una situazione pessima alla fine dell’avventura dello stesso Renzi in Provincia: buco “superiore al terzo del capitale sociale. (…) Emerge una perdita stimata di 358.865 euro originatasi nel secondo semestre 2009″, c’è scritto nella relazione di quel dicembre degli amministratori della stessa società. Florence Multimedia veicolò, nello stesso anno, campagne promozionali per la Dotmedia, retta da quel Davide Bancarella, in precedenza in forze alla Web & Press edizioni (dal 2007 al 2009). Quest’ultima società è quella delle fatture, datate proprio 2009, sequestrate dalla Guardia di finanza (una da 36 mila e l’altra da 45.660 euro: soldi con cui Renzi ha sempre negato di aver avuto a che fare) dopo le accuse dell’ex tesoriere della Margherita (…), in carcere da fine giugno»;

considerato che:

a quanto risulta all’interrogante, dopo aver accettato l’invito ad una recente cena a Milano, popolata da quelli che l’interrogante ritiene squali e squaletti vecchi e nuovi della finanza spericolata, organizzata da Davide Serra, titolare del Fondo Algebris, il candidato alle primarie del Partito Democratico e Sindaco di Firenze Matteo Renzi ha partecipato ad una trasmissione del servizio pubblico Rai, pagato con il canone dei cittadini che avrebbero diritto ad una informazione obiettiva ed oggettiva, senza che l’intervistatore (in questo caso Lucia Annunziata) si limiti a porgere il microfono, evitando di porre domande scomode. Scrive ancora Giampiero Calapà su “il Fatto Quotidiano” del 21 ottobre 2012, in un articolo intitolato “Sette domande che nessuno ha fatto a Renzi”: «Matteo Renzi anche da Lucia Annunziata a “In mezz’ora” ha fatto il suo comizietto. Con botte per tutti, da Grillo (“destinato a fallire, farei a cambio solo col suo conto corrente, sul mio ci sono solo 20 mila euro”)» ad esponenti politici del Partito Democratico «ovviamente (“il suo governo origine di tutte le nostre beghe”).. Peccato. Occasione persa, mi aspettavo di più dalla direttrice dell’Huffington Post Italia. Sarebbe bastato fargliene almeno una di quelle che oggi il Fatto Quotidiano pubblicava sul giornale. Le ripropongo qui, caso mai qualcuno incontrasse Renzi e volesse capire meglio alcune cose. Cayman è la parola della settimana. La stilettata di» un esponente politico del Partito Democratico «a Matteo Renzi, per le sue frequentazioni milanesi, è diventata il terreno di scontro dei due contendenti alle primarie del 25 novembre. Ma Renzi ha molte altre spine, ben più concrete, a cui far fronte. La Corte dei conti continua ad interessarsi alle mosse del boy scout di Rignano sull’Arno. Dopo una condanna già inflitta alla sua amministrazione provinciale (danno erariale per 50 mila euro), adesso gli ispettori si occupano del Comune: sotto la lente di osservazione un aumento dell’indennità a otto dirigenti municipali. Riscontrata una “carenza di idonea istruttoria e mancanza di provvedimento collegiale nell’applicazione dei parametri e nell’effettuazione della ‘ripesatura’” oltre al “mancato rispetto del divieto posto dall’articolo 9 del decreto legge 78 del 2010″, che pone dei tetti di spesa per il risparmio nella pubblica amministrazione. Gli argomenti che il sindaco dovrebbe spiegare cominciano ad essere troppi e ben radicati a Firenze, altro che Cayman: queste le domande che meriterebbero risposta. 1. Dal 2009, anno del suo insediamento a Palazzo Vecchio, i debiti del Comune di Firenze sono aumentati del 20 per cento. Sono state approvate ben cinquantadue delibere senza il parere di regolarità contabile, motivo per cui l’assessore al bilancio Claudio Fantoni si è dimesso parlando di “insanabili divergenze sulla gestione economico finanziaria”. Non crede di aver esagerato? 2. La gestione della Provincia di Firenze, di cui è stato presidente dal 2004 al 2009, è già valsa una condanna della Corte dei conti per 50 mila euro di danno erariale, di cui 14 per sua diretta responsabilità. La Corte dei conti sta accertando anche la situazione di Florenze Multimedia, la mega struttura di comunicazione, in capo alla Provincia, che lei ha creato nel 2005; perché, come segnalato dal Tesoro, ha autorizzato “contratti, convenzioni, affidamenti al lordo, il cui importo triplica quello dei contratti di servizio di base”: per una spesa totale di 9.213.644 euro. Se queste sono storie del passato, si arriva anche all’oggi; sempre la Corte dei conti indaga sugli aumenti decisi lo scorso giugno, tra le 100 e le 200 euro nette, per otto dirigenti e direttori d’area. Si può parlare di gestione disinvolta di soldi pubblici? 3. Matteo Spanò è il presidente dell’associazione Museo dei ragazzi, a cui il Comune versa un contributo annuo di 600 mila euro. Il Museo dei ragazzi organizza, ad esempio, la notte tricolore, il 16 marzo 2011, e affida la comunicazione alla Dotmedia. Ma la Dotmedia è dello stesso Spanò e di Alessandro Conticini, quest’ultimo socio della famiglia Renzi. Non crede sia inopportuno? 4. Potrebbe apparire inopportuno anche che Maria Elena Boschi sia contemporaneamente coordinatrice dei suoi comitati elettorali per le primarie e consigliere d’amministrazione di Publiacqua, una partecipata del Comune di Firenze. 5. Lei piace a destra, non si fa problemi a chiedere anche quei voti: “Così si vincono le elezioni”. Ma potrebbe apparire eccessivo aver piazzato proprio Carlo Bevilacqua (il capo del Pdl in Provincia quando Renzi era presidente) alla guida di Firenze Parcheggi. Non correremo il rischio, con lei premier, di ritrovarci» un noto esponente politico del Popolo della libertà «ministro? 6. Recentemente ha detto che “Sergio Marchionne ha tradito gli operai”, scatenando una guerra a distanza contro il manager Fiat, che ha risposto goffamente : “Renzi è sindaco di una piccola e povera città”. Ma nel 2010 proprio lei spiegò a Enrico Mentana che, “senza se e senza ma”, avrebbe votato a favore dell’accordo sottoscritto da Fim e Uilm, accordo peggiorativo delle condizioni di lavoro e di vita degli operai Fiat. Non ha mai detto una parola in solidarietà alla Fiom e ai lavoratori tesserati a quel sindacato che Marchionne, senza se e senza ma, ha discriminato. La sua idea di liberismo prevede la rottamazione di Marchionne, ma anche della Fiom? 7. A Firenze era pronta la delibera per realizzare un cimitero per i feti. Opera che lei ha deciso di congelare in vista delle primarie. Infatti evita di esprimersi sui diritti civili come si eviterebbe la peste. Si sente condizionato dai suoi legami con Comunione e liberazione e con l’Opus dei? Se così non fosse, potrebbe spiegare agli elettori cosa pensa della legge 40, dell’aborto, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e dell’adozione da parte di genitori omosessuali?»,

si chiede di sapere:

se risulti rispondente al vero che Florence Multimedia, durante la presidenza di Renzi (2004-2009) alla Provincia di Firenze, abbia concesso un “irregolare affidamento di servizi per un importo superiore a quello previsto dai relativi contratti di servizio”, con una spesa complessiva di oltre 9 milioni di euro, dei quali sei sono sotto l’attenzione dei giudici contabili, al di fuori della procedura prevista dalla legge e senza mai farne parola in Consiglio provinciale, con un introito di oltre 9 milioni di euro tra il 2006 ed il 2009;

se risulti vero che Florence Multimedia abbia veicolato campagne promozionali per la Dotmedia, retta da Davide Bancarella, in precedenza in forze alla Web & Press edizioni (dal 2007 al 2009), quest’ultima società destinataria di fatture, datate proprio 2009, sequestrate dalla Guardia di finanza (una da 36.000 e l’altra da 45.660 euro), soldi con cui Renzi ha sempre negato di aver avuto a che fare, dopo le accuse dell’ex tesoriere della Margherita, in carcere da fine giugno;

se risulti vero che dal 2009, anno del suo insediamento a Palazzo Vecchio, i debiti del Comune di Firenze sono aumentati del 20 per cento con l’approvazione di ben cinquantadue delibere senza il parere di regolarità contabile, che hanno portato alle dimissioni, per insanabili divergenze sulla gestione economico-finanziaria, l’assessore al bilancio Claudio Fantoni;

se, dopo la condanna della Corte dei conti per 50.000 euro di danno erariale, di cui 14 sarebbero da attribuire alla diretta responsabilità di Renzi, il Governo ritenga rispondenti ai criteri di trasparenza, efficienza ed economicità, le condotte dell’ex presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi, in ordine a Florence Multimedia, la mega struttura di comunicazione, in capo alla Provincia, creata nel 2005, autorizzata a stipulare contratti, convenzioni, affidamenti al lordo, il cui importo triplicherebbe quello dei contratti di servizio di base, per una spesa totale di 9.213.644 euro, e se ritenga necessari, in una fase di spending review, gli aumenti decisi nel giugno 2012, tra le 100 e le 200 euro nette, per otto dirigenti e direttori d’area;

se risulti rispondente al vero che Matteo Spanò, presidente dell’associazione Museo dei ragazzi, avrebbe ricevuto dal Comune un contributo annuo di 600.000 euro per organizzare la notte tricolore, il 16 marzo 2011, affidando la comunicazione a Dotmedia, dello stesso Spanò e di Alessandro Conticini, quest’ultimo socio della famiglia Renzi;

se risulti vero che Maria Elena Boschi, nominata consigliere d’amministrazione di Publiacqua, partecipata del Comune di Firenze, sia coordinatrice dei comitati elettorali per le primarie del Sindaco Renzi, e se tali funzioni non configurino un conflitto di interesse per chi riveste pubbliche funzioni;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare per evitare che il fenomeno della corruzione, dell’incompetenza e della censura sistematica della pubblica informazione possa assestare il colpo di grazia ad un grande Paese come l’Italia, le cui pubbliche funzioni sembrano appaltate a cricche e combriccole di amici intenti a coltivare interessi particolari invece del bene comune.

Senza categoria

Agenzia per la coesione

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08502
Atto n. 4-08502

Pubblicato il 23 ottobre 2012, nella seduta n. 818

LANNUTTI – Ai Ministri per la coesione territoriale e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che su “Linkiesta” dell’11 ottobre 2012 si legge: «Il ministro Barca ci aveva già provato, senza successo, con l’ex titolare degli Affari Regionali Raffaele Fitto. Stavolta gli è andata bene: l’Agenzia per gestire i fondi europei si farà. All’art. 11 della Legge di stabilità 2013, licenziata qualche giorno fa dal Governo, si legge infatti: (…) È istituita l’Agenzia per la Coesione, sottoposta alla vigilanza del Presidente del Consiglio dei Ministri attraverso il Ministro da lui delegato alla vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze [...]. In particolare l’Agenzia: [...] d) provvede alle iniziative in materia di utilizzazione dei fondi strutturali comunitari, partecipa ai processi di definizione delle relative politiche e vigila, nel rispetto delle competenze delle singole amministrazioni pubbliche interessate, sull’attuazione dei programmi e realizzazione dei progetti che utilizzano fondi strutturali comunitari. Addio dunque al Dipartimento per la coesione economica, che dipende dal dicastero guidato da Corrado Passera, e via libera all’Agenzia. Peccato che, nel 2001, era stato lo stesso Barca, da capo del Dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione del ministero dell’Economia, a creare la struttura che oggi da ministro è finalmente riuscito a depennare. Ammettendo, di fatto, il suo fallimento da dirigente nell’organizzare la struttura. Secondo i critici si tratta di una mossa puramente elettorale. Per alcune ragioni: 1) i dipendenti del dipartimento potranno scegliere di essere trasferiti all’Agenzia, ma non è detto che lo faranno. Pioggia di ricorsi in arrivo 2) Il personale previsto è di 250 unità, ma non c’è copertura finanziaria per fare nuove assunzioni 3) l’iter è piuttosto complesso: è necessario nominare un commissario straordinario a livello parlamentare facente le veci di capo dipartimento in attesa dei regolamenti di funzionamento della struttura 4) perché creare una nuova struttura quando si poteva razionalizzare e formare meglio il personale esistente? All’epoca di Fitto, l’Agenzia era stata bocciata dalla Ragioneria generale dello Stato. Ieri Barca era a Bruxelles per un’audizione al Parlamento europeo, e secondo i bene informati ha portato avanti l’idea dell’Agenzia, accolta con un certo scetticismo dagli euroburocrati»;

considerato che scrive Stefano Feltri per “il Fatto Quotidiano”: «”Sono come la sora Camilla, tutti la vogliono e nessuno se la piglia”, scherza con una battuta romanesca Fabrizio Barca, quando qualcuno gli chiede del suo destino politico. Il ministro della Coesione territoriale è uno dei pochi che in queste settimane finisce sui giornali più per quello che fa che per quanto propone o per le sue gaffe. E basterebbe questo a renderlo più credibile per il dopo-Monti dei vari Corrado Passera ed Elsa Fornero che stanno cercando una collocazione elettorale. Il problema di Barca è che è candidato a troppe cose: la poltrona più plausibile, in questi giorni, è quella di candidato sindaco di Roma, dopo Gianni Alemanno. Ma è anche un potenziale ministro dell’Economia in un governo sostenuto dal centrosinistra. Con la giusta legge elettorale, volendo, avrebbe anche il profilo di un premier di compromesso, nel caso di una maggioranza composita. Lui risponde sempre che “lavoro a testa bassa” e non si distrae pensando al futuro. Però qualcosa sta cambiando, rispetto ai mesi scorsi, quando Barca si percepiva soltanto come il massimo esperto di fondi europei, destinato a tornare a fare il consulente del commissario europeo Johannes Hahn. Le prospettive stanno cambiando. Ma Barca è uomo pragmatico, quindi prima di prendersi nuovi impegni cerca di blindare il lavoro fatto dal suo ministero, cioè la revisione delle procedure di spesa dei fondi europei per evitare che ogni anno l’Italia perdesse miliardi di euro a causa dell’inefficienza della burocrazia e delle classi dirigenti locali. Se ne sono accorti in pochi, ma in quel sofferto testo soggetto a continue revisioni che è la legge di Stabilità 2013, Barca ha fatto mettere l’articolo 10 che istituisce l’”agenzia per la coesione”. In pratica una versione parallela del ministero oggi guidato da Barca che ne erediterà le competenze, così da garantire continuità. Il ministero di Barca è oggi senza portafoglio e quindi parte della presidenza del Consiglio, soggetto alle decisioni del premier. L’agenzia invece risponderà al ministero del Tesoro e, nelle intenzioni, dovrebbe semplificare le procedure e assicurare che l’approccio di Barca – i soldi europei si spendono per progetti che hanno obiettivi chiari, con un percorso misurabile, basta fondi a pioggia – diventi permanente. Barca ha anche trovato un buon argomento per far approvare il suo progetto: trasferendo le competenze all’agenzia si risparmiano 932 mila euro subito e 2,2 miliardi nel medio termine. Il direttore generale verrà scelto da questo governo, dopo un concorso. Per Barca la cosa più semplice sarebbe traslocare dal ministero all’agenzia, per continuare lo stesso lavoro che fa oggi. Ma non sono questi i suoi progetti.»,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero quanto esposto in premessa ed in particolare quali siano le ragioni che hanno fatto sorgere la necessità dell’istituzione di una nuova struttura, quale l’Agenzia per la coesione, che avrà gli stessi compiti della vecchia, invece di adoperarsi per far funzionare il Dipartimento per la coesione economica già esistente;

se risulti rispondente a verità che il personale previsto per l’Agenzia sarebbe di 250 unità, ma non vi sarebbe copertura finanziaria per fare nuove assunzioni, e che il possibile trasferimento dei dipendenti del Dipartimento potrebbe provocare contenziosi in materia di lavoro con ulteriore aggravio di spesa a carico della finanza pubblica;

quali iniziative, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo intenda assumere al fine di eliminare ogni possibile dubbio sorto relativamente all’origine della scelta di istituire la nuova Agenzia per la coesione, ossia che la sua istituzione sia stata motivata dall’attesa di un ritorno elettorale;

se, anche alla luce delle numerose criticità, riguardanti il disegno di legge di stabilità per il 2013, che stanno alimentando il dibattito politico relativamente alle disposizioni relative alla scuola e alla crescita del carico fiscale, o che penalizzano le Forze dell’ordine, eccetera, non ritenga necessario rivedere la proposta normativa al fine di garantire ai cittadini modifiche significative, trovando una soluzione più equa e più adatta ad incoraggiare la domanda interna invece di deprimerla.

Senza categoria

Parroco Petriciello-Prefetto Pagano

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00537
Atto n. 2-00537

Pubblicato il 23 ottobre 2012, nella seduta n. 818

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’interno. -

Premesso che:

in un articolo pubblicato sul sito “ladige.it” si legge: «Ha avuto il solo torto di rivolgersi al prefetto di Caserta Carmela Pagano chiamandola “signora”, invece di “signor prefetto”. Un affronto, per il prefetto di Napoli, Andrea De Martino, che l’ha rimproverato aspramente per “la grave mancanza di rispetto nei confronti delle istituzioni”. Protagonista dell’incredibile episodio, il parroco di Caivano don Maurizio Patriciello, da anni in prima linea nella lotta contro la camorra, che tre giorni fa aveva accompagnato negli uffici del palazzo del governo i comitati ambientali delle due province per parlare delle discariche abusive. Il parroco stava parlando di quella d’amianto scoperta tra Napoli e Caserta, ha chiamato “signora” la Pagano e De Martino si è scatenato. Il video ha fatto il giro del web e lo scrittore Roberto Saviano ha chiesto le dimissioni di De Martino»;

su “La Repubblica” – Napoli del 22 ottobre 2012, si legge: «”Lei ha calpestato la mia dignità”. Quattro giorni dopo l’aggressione verbale, il cui video ha fatto il giro della rete, lettera aperta del sacerdote anticamorra al prefetto di Napoli: “Il pensare camorristico ha messo radici profondissime in tutti, bisogna sradicarlo a partire dai più piccoli comportamenti. Sulla vicenda era intervenuto Roberto Saviano: “Il prefetto si scusi”. De Magistris: “Se mi chiamano signore io non mi offendo”». Vi si legge ancora: «Il prete anti-camorra umiliato dal prefetto: ”Non può chiamarci signori”». L’articolo prosegue: «”Mortificato” dalle parole gridate dal prefetto di Napoli Andrea De Martino nei suoi confronti. Così don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano si sentiva la sera del 18 ottobre, e lo scrive in una lettera indirizzata al prefetto poche ore dopo quanto accaduto in Prefettura e ripreso nel video che ha fatto il giro della rete, con il rimprovero sul “signora” rivolto al prefetto di Caserta Carmela Pagano, considerato poco rispettoso nei confronti di un alto funzionario dello Stato. “Voleva togliermi la parola”. Nella lettera, resa nota dai Verdi campani, Patriciello scrive: “Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente signora la signora prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave, non penso assolutamente che fosse concesso a lei arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in Prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne”. Alla fine dell’incontro, sottolinea Patriciello, “ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata signora. Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore”. Il prelato si dice molto dispiaciuto da quanto avvenuto ma soprattutto “addolorato” dal “constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini”.”Personalmente – scrive don Maurizio Patriciello – sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perché sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il pensare camorristico ha messo radici profondissime in tutti. Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso nel quale la malapianta della camorra attecchisce. Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del clan dei Casalesi. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete. Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temere niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita. Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti”. “Perché tutto ciò che uno pretende in più per sè e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogni qualvolta che una persona si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato. Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia. Ecco, signor prefetto, glielo dico con le lacrime agli occhi, lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo”. “In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al prefetto di Caserta chiamandola semplicemente signora, anziché ‘signora prefetto’. Incredibile”. “Ai miei diritti non rinuncio facilmente – conclude don Patriciello – ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno. Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato i miei”»,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo intenda adottare, nei confronti del prefetto di Napoli Andrea De Martino, che, a quanto risulta all’interpellante, non avrebbe ancora chiesto scusa a don Maurizio Patriciello, presidio di legalità e umanità in terre difficilissime, e, come affermato da Roberto Saviano, “lo Stato in quel territorio” (si veda “La Repubblica” – Napoli del 20 ottobre 2012);

se, a fronte dell’episodio in cui è stato rivolto al prefetto l’appellativo “signora”, che non voleva essere offensivo o mancare di rispetto ad una signora prefetto rappresentante delle Istituzioni, non ritenga doveroso rimuovere, con effetto immediato, il dottor Andrea De Martino per aver offeso con il suo richiamo un prete impegnato nella lotta alla camorra e con lui milioni di italiani, che si battono per la legalità ed il rispetto delle regole, e non sono più disponibili a tollerare l’arroganza di tali comportamenti.

Senza categoria

Fonsai-Buonuscite manager

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08491
Atto n. 4-08491

Pubblicato il 23 ottobre 2012, nella seduta n. 818

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si legge sul sito Adusbef che la criticabile gestione di Fondiaria-Sai, che, a giudizio dell’interrogante, va di pari passo con l’omessa vigilanza di Isvap e Consob, ha causato danni rilevanti a «migliaia di piccoli azionisti della Galassia Ligresti», che «hanno subito perdite del 60 – 80 per cento dei loro investimenti a seguito delle iniziative finanziarie poste in essere per salvare Fondiaria e Sai accorpandole e progettando una acquisizione da Unipol. Già negli esposti-denuncia, inviati alle Procura della Repubblica di Milano e Torino, Adusbef aveva chiesto di accertare il perché di una super valutazione fatta da Unipol che strapaga l’azionista Ligresti in Premafin, ricapitalizza la holding per metterla in condizione di seguire l’aumento di capitale della controllata Fonsai e infine vara la fusione a quattro, tra Premafin, Fonsai, Milano assicurazioni e Unipol Assicurazioni, dopo la concessione di crediti allegri di Unicredit. L’andamento delle quotazioni di Fondiaria-Sai è impressionante: un anno fa il titolo quotava 4,4 euro, oggi non raggiunge 1,1 euro. Con queste performances: a 3 mesi: – 50,566 %; a 6 mesi: – 57,051 %; a 12 mesi: – 75,503 %. Andamento simile per il titolo Unipol: ad ottobre del 2011 quotava circa 6,5 euro, oggi vale 1,8 euro. Con queste performances: a 3 mesi: – 47,599 %; a 6 mesi: – 56,952 %; a 12 mesi: – 70,549 %»;

in un articolo pubblicato il 22 ottobre 2012 su “La Repubblica”, dal titolo: “Buonuscita milionaria per l’ex dg di Fonsai Piergiorgio Peluso”, Giovanni Pons mette l’accento su un’altra scandalosa liquidazione per ex dirigenti di Fonsai: «Dopo un solo anno di duro lavoro in Fondiaria Sai l’ex direttore generale Piergiorgio Peluso, approdato da pochi giorni sulla poltrona di direttore finanziario di Telecom Italia, è riuscito a incassare una buonuscita di 3,6 milioni di euro. E al suo vice Gianandrea Perco, anche lui già uscito dal gruppo assicurativo, spettano 1,7 milioni, tutti da pagare a novembre. Il via libera a questi pagamenti è già avvenuto nell’ultimo consiglio di amministrazione e si trattava di un passo dovuto in quanto sia Peluso che Perco avevano in tasca contratti che prevedevano un “paracadute” pari a tre annualità nel caso si fossero verificati alcuni eventi descritti con minuzia di particolari nello stesso contratto. La clausola a “scorrimento”, in pratica, prevedeva che qualora il direttore generale venisse demansionato non per sua volontà, o che il controllo del gruppo passasse di mano (change of control), oppure che se si fosse varata una riorganizzazione del gruppo o anche di alcune sue parti non concordata con lui, allora poteva dimettersi per giusta causa e aprire in tal modo il paracadute di tre anni. E così è stato quando a luglio scorso, una volta approvati i concambi della fusione tra Fonsai e Unipol e partito l’aumento di capitale, Carlo Cimbri, il numero uno del gruppo bolognese, ha detto a Peluso e Perco che non vi era posto per loro nella nuova configurazione del management che aveva in testa. Detto, fatto: i due manager a inizio agosto hanno fatto scattare la clausola di change of control. A chi imputare la responsabilità di un contratto così generoso? Per rispondere bisogna ricordare che nel maggio 2011, una volta sventato il tentativo di incursione dei francesi di Groupama, il gruppo Fonsai era sempre più nelle mani di Unicredit. La banca milanese era il principale creditore delle società che facevano riferimento alla famiglia Ligresti e stava per sottoscrivere un aumento di capitale di Fonsai e Milano Assicurazioni che avrebbe comportato un ulteriore esborso di 170 milioni di euro. Un passaggio non facile che aveva costretto il neo ad Federico Ghizzoni a esporsi personalmente in consiglio di amministrazione a favore di quell’intervento che oggi è stato svalutato a poco più di 20 milioni. E in quel frangente fu Salvatore Ligresti a chiedere a Peluso, che allora era a capo dell’investment banking Italia di Unicredit e aveva seguito da vicino la pratica Premafin-Fonsai, se aveva voglia di diventare il direttore generale della compagnia che stava attraversando un periodo non certo facile. Ligresti, occorre ricordarlo, era buon amico dell’ex prefetto di Bologna e attuale ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, madre di Piergiorgio Peluso. La chiamata in Fonsai, dunque, a prima vista sembrava un modo per affidare la gestione finanziaria del gruppo in mani esperte e soprattutto affidabili. Peluso e Unicredit accettarono ma data la delicatezza dell’incarico il manager chiese e ottenne un contratto, firmato dall’allora presidente di Fonsai Jonella Ligresti, che prevedeva appunto un paracadute di tre anni nel caso le cose avessero preso una piega a lui non gradita. Previsione azzeccata. Già a settembre 2011 Peluso si presentava da Salvatore Ligresti dicendo che la compagnia aveva bisogno di un nuovo, imponente aumento di capitale in quanto quello appena realizzato si era rivelato insufficiente. Già in quel momento Ligresti capì di aver fatto un grande errore per essersi messo in casa un “guastatore” più che un fidato manager. A un anno di distanza la famiglia siciliana ritiene che l’azione di Peluso all’interno del gruppo Fonsai sia stata deleteria e frutto di un complotto con Mediobanca e Unicredit per sfilare a loro il controllo della compagnia. Aver svalutato le riserve per un ammontare superiore a quello richiesto dall’Isvap (che per diversi anni non aveva mai chiesto niente), non aver proceduto con le dismissioni che erano in programma, cambiato la società di consulenza che provvedeva alla valutazione degli immobili, ha in effetti fatto emergere un buco da un miliardo di euro che è stato cavalcato alla grande dagli uomini di Mediobanca i quali hanno poi organizzato l’aumento di capitale da 1,1 miliardi. E la Fonsai oggi si ritrova nelle mani dell’Unipol i cui immobili e le riserve non sono stati svalutati e che presenta all’attivo potenziali minusvalenze sul portafoglio investimenti che non sono state prese in considerazione al momento della redazione dei concambi di fusione. Ora i Ligresti sperano che la partita non sia ancora chiusa, che la magistratura riesca a legare insieme i fatti che loro hanno denunciato, e che le valutazioni delle compagnie che andranno a fondersi siano effettivamente oggetto di revisione prima che la fusione vera e propria si realizzi nei prossimi mesi, come è scritto nel prospetto informativo che ha accompagnato l’aumento di capitale. Intanto Peluso ha trovato velocemente un nuovo lavoro grazie alle banche che lo hanno sempre sostenuto: è stato Gaetano Miccichè, direttore generale di Intesa Sanpaolo, a proporlo per la Telecom e Mediobanca ha dato immediatamente il suo benestare. Anche lì, d’altronde, potrebbe esserci bisogno di ripulire ulteriormente i conti»,

si chiede di sapere:

se risulti rispondente al vero che, a fronte delle fortissime perdite dei piccoli azionisti e degli storni di circa 60 milioni di euro ai consiglieri, specie della famiglia Ligresti, la compagnia stia per corrispondere all’ex direttore generale di Fonsai Piergiorgio Peluso, dopo un solo anno di lavoro in Fondiaria Sai, approdato da pochi giorni sulla poltrona di direttore finanziario di Telecom Italia, una buonuscita di 3,6 milioni di euro,mentre al suo vice Gianandrea Perco, anche lui già uscito dal gruppo assicurativo, 1,7 milioni, tutti da pagare a novembre;

se risulti vero che la responsabilità di un contratto così generoso sia ascrivibile ad Unicredit, principale creditore delle società che facevano riferimento alla famiglia Ligresti e che stava per sottoscrivere un aumento di capitale di Fonsai e Milano Assicurazioni che avrebbe comportato un ulteriore esborso di 170 milioni di euro, oggi svalutati a 20 milioni, ed alla nomina di Peluso, allora capo dell’investment banking Italia di Unicredit che aveva seguito da vicino la pratica Premafin-Fonsai, a direttore generale della compagnia;

se il contratto d’oro, firmato dall’allora presidente di Fonsai, Jonella Ligresti, che prevedeva appunto un paracadute di tre anni nel caso le cose avessero preso una piega a lui non gradita, non debba indurre il Governo a mettere un tetto alle retribuzione dei manager pubblici e privati;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare per offrire un minimo di tutela ai piccoli azionisti investitori, a giudizio dell’interrogante schiacciati e stritolati tra l’avidità dei manager delle società quotate in borsa e l’omessa vigilanza di autorità preposte ai controlli.

Senza categoria

Criticità Legge anticorruzione

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08492
Atto n. 4-08492

Pubblicato il 23 ottobre 2012, nella seduta n. 818

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e per i beni e le attività culturali. -

Premesso che:

a giudizio dell’interrogante la legge anticorruzione, enfaticamente presentata come la soluzione di un fenomeno preoccupante che assieme all’evasione fiscale avvelena l’economia ed ammorba la concorrenza, rischia di essere uno specchietto per le allodole che, invece di risolvere, aggrava ancor di più i problemi. L’articolo pubblicato su “Lettera 43″ del 19 ottobre 2012 dal titolo: “Csm boccia l’anticorruzione ‘Pene lievi, così il sistema gira a vuoto’” chiarisce le preoccupazioni dell’organo di autogoverno dei giudici;

nell’articolo citato si legge: «A pochi giorni dalla strenua difesa da parte del ministro Paola Severino del suo operato contro i suoi detrattori, da lei definiti “i grilli parlanti”, il Csm ha stroncato il ddl anticorruzione. (…) L’organismo di autogoverno della magistratura ha giudicato le riforme alla concussione per induzione, contenute nel testo, “un arretramento particolarmente significativo”, a causa delle pene previste, giudicate troppo basse. In otto pagine il Csm non avrebbe risparmiato critiche al decreto Severino che, dopo essere passato al Senato, sarà definitivamente votato, il 22 ottobre, nella commissione per le Riforme. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Michele Vietti ha cercato di mediare: “Il parere sarà sostanzialmente positivo, seppure permangano alcune criticità”. La Repubblica ha anticipato il contenuto del documento redatto dal Csm in merito, per accogliere l’allarme lanciato dall’organismo che chiede di “porre in evidenza il grave rischio di avviare riforme di diritto sostanziale, inserite nell’attuale metodo di calcolo della prescrizione dei reati, che possono far lavorare a vuoto il sistema”. Nel documento del Consiglio sono contenute critiche durissime a partire dal nodo più discusso di questa manovra, la concussione (o corruzione) per induzione. Al momento, spiega il quotidiano di Ezio Mauro, nel codice penale c’è una sola concussione, articolo 317, punita da 4 a 12 anni, con prescrizione 15 anni. Se passa l’attuale testo del ddl anti-corruzione ce ne saranno due. La prima concussione per costrizione sarà punita da 6 a 12 anni con stessa prescrizione; mentre la seconda, ovvero quella per induzione, prevederà pene da 3 a 8 anni, con prescrizione a 10 anni. Ed è proprio su questi due punti che si alza la voce del Csm, secondo cui data la brevità della pene sarebbero a rischio, di conseguenza, i processi in corso. “La condotta di induzione, il nuovo articolo 319 quater, prevede una sanzione edittale sensibilmente inferiore a quella fino a oggi applicata. Ciò oggettivamene costituisce un arretramento particolarmente significativo nell’attività di contrasto di un comportamento che oggi risulta essere la forma statisticamente più diffusa di integrazione del reato di concussione”, si legge nella nota del Consiglio che sottolinea, tra l’altro, come la concussione sia la forma di reato “statisticamente più diffusa”. Per questo l’organismo torna a precisare: “Oltre che sul piano operativo, con la sensibile riduzione dei termini di prescrizione del reato, la diminuzione di pena costituisce un segnale simbolico incoerente con le intenzioni che animano l’impianto complessivo delle modifiche proposte, volte a determinare un rafforzamento del contrasto al fenomeno illecito”. Sotto accusa anche un’altra norma contenuta nello stesso reato, ovvero quella “di punire anche la condotta della vittima della concussione per induzione”. Per il Csm, anche questa “è una scelta che suscita perplessità. La pena prevista, per la sua entità, fino a tre anni, non è probabilmente in grado di costituire un serio deterrente. D’altra parte essa avrà molto probabilmente l’effetto di ostacolare le indagini nei reati di concussione per induzione, atteso che crea un nesso di solidarietà criminale tra i protagonisti della fattispecie, normalmente uniti da un patto segreto privo di tracce ulteriori, che condividono l’interesse a evitarne l’accertamento”. E così consiglia “un’ipotesi di non punibilità della vittima o una forte attenuazione della sanzione se collabora”, magari distinguendo “tra chi subisce l’induzione per pura coazione psicologica da chi persegue un proprio vantaggio”. Non convincono i nuovi reati, come il traffico d’influenze e la corruzione tra privati. Preoccupano anche i nuovi reati introdotti, come il traffico d’influenze e la corruzione tra privati. Dopo un preambolo in cui si dice che “costituiscono un utile arricchimento all’armamentario punitivo dello Stato”, il Csm afferma: “Deve osservarsi come l’efficacia appare fortemente condizionata dall’esiguità della pena edittale stabilita. La sanzione massima a tre anni preclude l’utilizzo delle intercettazioni che, in contesti fortemente connotati dalla relazione personale tra le parti coinvolte, sono di fondamentale utilità”. Per poi attaccare duramente la prescrizione che, con quella pena, sarà “assai breve”. Bocciata anche la corruzione tra privati “limitata alle sole figure apicali delle società commerciali”, punibile se vi è “un danno per la società”, e “procedibile esclusivamente a querela della persona offesa, pur afferendo a condotte spesso dannose per l’intera collettività”. Ultima critica del Csm al testo Severino è per il falso in bilancio e il reato di autoriciclaggio, che giudica ignorati nel ddl»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

una ben consolidata cricca annidata e ramificata nei gangli del potere politico, economico, istituzionale, ha condizionato molte scelte imprenditoriali, favorito gli appalti delle grandi opere, innescato un virus nelle nomine pubbliche, mentre la commistione tra politica ed affari, con faccendieri – diretta emanazione di settori delicati del Governo, come Luigi Bisignani che ha riconosciuto le sue colpe patteggiando la pena a 19 mesi di carcere – ha dato il colpo di grazia all’Italia, ai primi posti nel non invidiabile palmares internazionale della corruzione. In un articolo pubblicato in data 22 ottobre 2012 su “Affari & Finanza” di “Repubblica” dal titolo: “La cricca all’opera, Nastasi alla Scala, chi spinge l’uomo di Letta e Bisignani”, Alberto Statera traccia il profilo di un potere burocratico-amministrativo, causa, a giudizio dell’interrogante, del fenomeno corruttivo che continua ad avvelenare l’Italia: «”Paura alla Scala”, il racconto che Dino Buzzati scrisse nel 1949 dopo l’attentato a Togliatti, narrava della borghesia milanese che temeva un attacco degli eversori “rossi”. Stavolta la borghesia “scaligera” progressista, che dopo aver sopportato per anni il sindaco Letizia Moratti e il governatore Roberto Formigoni ha votato per l’”arancione” Giuliano Pisapia a palazzo Marino, non ha paura dei “rossi”, ma di quella lobby che nei quasi vent’anni di berlusconismo ha occupato tutti i principali posti di sottogoverno sotto l’egida del “sistema” Letta-Ermolli, rispettivamente plenipotenziario romano e ambrosiano. Il sovrintendente Stéphane Lissner andrà a dirigere l’Opéra, la “grande boutique” di Parigi, come la definì Giuseppe Verdi, e già sono cominciate le manovre per conquistare il suo posto alla guida di uno dei più celebri teatri del mondo, ultimo grande “salotto” borghese dell’ex capitale morale della nazione, ridotta a suk mediorientale dalla seconda Tangentopoli. Anzi, da una Tangentopoli continua, che dal 1992 della Baggina e di Mario Chiesa ha preso la lena di una pandemia incurabile. Lissner ha fatto l’identikit del suo successore: “Deve avere visione sul futuro, su un mondo sempre più moderno, possedere una visione artistica e sociale e un profilo internazionale”. E, naturalmente, deve avere una competenza musicale assoluta, come richiede la comunità melomane, dai loggionisti, agli abbonati, agli orchestrali. Per cui immaginate la sorpresa di Giulia Maria Crespi, dell’avvocato Cesare Rimini o dello stesso Pisapia, quando ha cominciato a circolare un nome che li deve aver fatti sobbalzare. Quello di Salvatore Nastasi, detto Salvo, giovane promessa della lobby di Gianni Letta e Luigi Bisignani, specializzata, tra l’altro, nell’attività di ufficio di collocamento ai vertici delle poltrone pubbliche (e private) dei propri adepti. Questo trentanovenne che fa coppia fissa con Gaetano Blandini, appena catapultato ai vertici della Siae con uno stipendio di mezzo milione l’anno, dipendente del ministero dei Beni Culturali, capo di gabinetto, con Rutelli e con Bondi, è direttore generale del settore “spettacolo dal vivo”. Ma la sua influenza nelle stanze ministeriali è tuttora ben superiore al ruolo ricoperto anche con Lorenzo Ornaghi, ex rettore della Cattolica e ministro (…). È Nastasi, intimo del cardinal Crescenzio Sepe, ex dominus di Propaganda Fide, che si è occupato degli appalti per la ricostruzione del teatro Petruzzelli e del Parco della musica di Firenze, ed è finito nelle intercettazioni dell’inchiesta sui Grandi Eventi, che ha portato in carcere, tra gli altri, Angelo Balducci, snodo-chiave della Cricca e dei molteplici affari all’ombra della Protezione Civile targata Bertolaso. Nei confronti del piduista Luigi Bisignani, che ha patteggiato la condanna a un anno e sette mesi per lo scandalo detto della P4, il Rasputin del ministero dei Beni Culturali ha una sorta di devozione. “Ho un messaggio da parte del dottor Nastasi…. – si legge in un’intercettazione dell’inchiesta P4 – chiedeva al dottor Bisignani di poter avere diciamo la sua autorizzazione per fissare un appuntamento con il dottor Geronzi”. La paura corre tra gli “scaligeri”: “Non è che anche qui metteranno la Minetti di turno?”»,

si chiede di sapere:

se il Governo, dopo l’approvazione del disegno di legge anticorruzione sul quale è stata posta la questione di fiducia e dopo aver ammesso tardivamente alcune criticità, intenda promuovere con urgenza il rafforzamento di quelle disposizioni criticate perfino dal Consiglio superiore della magistratura in merito alla corruzione tra privati “limitata alle sole figure apicali delle società commerciali”, punibile se vi è “un danno per la società”, e “procedibile esclusivamente a querela della persona offesa, pur afferendo a condotte spesso dannose per l’intera collettività”, ripristinando il falso in bilancio ed il reato di autoriciclaggio;

se non ritenga doveroso scongiurare la nomina a direttore della Scala di Salvatore Nastasi, a quanto risulta dall’articolo citato vicino a Gianni Letta e Luigi Bisignani, specializzata, tra l’altro, nel “collocamento” ai vertici delle poltrone pubbliche (e private) dei propri adepti, come pare essere accaduto con la nomina di Gaetano Baldini ai vertici della Società italiana degli autori ed editori con uno stipendio di mezzo milione l’anno;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che faccendieri molto influenti, che all’interrogante risultano vicino ad importanti personalità, come Nastasi, finito nelle intercettazioni dell’inchiesta sui Grandi eventi, che ha portato in carcere, tra gli altri, Angelo Balducci, snodo-chiave della cricca e dei molteplici affari all’ombra della Protezione civile guidata da Bertolaso, possano ancora esercitare la loro influenza in posti chiave all’ombra di Luigi Bisignani, che, come si legge nell’articolo citato, avrebbe patteggiato la condanna a un anno e sette mesi per lo scandalo detto della P4.

Senza categoria

Costi sede Agcom

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08478
Atto n. 4-08478

Pubblicato il 18 ottobre 2012, nella seduta n. 817

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

“Il Fatto Quotidiano” scrive sulle spese che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) sostiene per i propri palazzi ed in particolare sugli sprechi relativi ai costi della sede direzionale di Napoli, diventata ormai un “deserto”;

nell’articolo si legge: «Nel 1998, subito dopo la sua istituzione, con un decreto del Presidente della Repubblica, la sede dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni venne stabilita a Napoli. La sede di Napoli, tuttavia, si rivelò presto “scomoda” per l’esercizio, da parte dell’Autorità e dei suoi membri delle funzioni di rappresentanza con particolare riferimento alle relazioni istituzionali tra Authority e politica. Come può un’Autorità indipendente, in Italia, sopravvivere senza un rapporto di contiguità anche territoriale con la politica? Non può. Nel 1999, quindi, si è provveduto ad assegnare all’Agcom una sede di rappresentanza a Roma, all’epoca, peraltro, in pieno centro, a poche centinaia di metri dal Parlamento e da Palazzo Chigi. L’idea originaria era che la maggior parte del personale dell’Autorità [n.d.r. oltre 300 persone] continuasse a lavorare a Napoli, mentre, una quarantina di unità – ovvero il presidente e i commissari con il relativo staff – potessero disporre di uffici di rappresentanza anche a Roma. Sarà stato per colpa del fascino della Capitale ma, negli anni, tale originaria ripartizione tra gli uffici di Roma e quelli di Napoli ha finito con l’essere sostanzialmente ribaltata. Oggi, nei 15 mila metri quadrati della sede di Napoli lavorano un centinaio di persone mentre tutte le altre – oltre il doppio – occupano gli uffici nei 12 mila metri quadri della nuova sede di Roma. Due sedi per complessivi 27 mila metri quadrati, una a Roma ed una a Napoli sembrano davvero uno spreco, specie in tempo di crisi. L’ultimo bilancio disponibile dell’Agcom – quello relativo all’esercizio 2010 – racconta che le due sedi [n.d.r. non è possibile, sfortunatamente, disaggregare le voci di costo] costano, solo di canoni di locazione, 7 milioni di euro all’anno cui vanno ad aggiungersi oneri di manutenzione e gestione per centinaia di migliaia di euro»;

nei bilanci sono presenti i costi dei canoni di locazione e oneri condominiali dell’Agcom rilevati dai rendiconti finanziari degli anni 2007, 2009 e 2011: canoni di locazione e oneri condominiali esercizio 2007: 4. 658.000; canoni di locazione e oneri condominiali esercizio 2009: 5. 674.000; canoni di locazione e oneri condominiali esercizio 2011: 7.000.000;

nel bilancio di previsione delle spese dell’anno 2012 i canoni di locazione e gli oneri condominiali ammontano a 8.274.00 euro;

l’articolo citato prosegue: «Numeri importanti, persino nel bilancio di un’Autorità che costa decine di milioni di euro ogni anno. Difficile, pertanto, resistere alla tentazione di domandarsi perché se la sede di Napoli è tanto poco funzionale da essere stata, nei fatti, abbandonata dalla più parte degli uffici dell’Autorità, quest’ultima non concentri la sua attività nella sola sede di Roma. Il quesito ha formato oggetto, nel corso degli ultimi anni, di diverse interrogazioni parlamentari, tutte, egualmente, sin qui, rimaste senza risposta. Negli ultimi giorni, tuttavia, si è diffusa una curiosa notizia – sebbene non segreta – relativa alla proprietà della “Torre Francesco”, l’immobile, nel centro direzionale di Napoli, presso la quale hanno sede gli uffici partenopei dell’Authority. Il proprietario è il Gruppo Caltagirone, di Francesco Gaetano Caltagirone [n.d.r. da qui il nome della torre]», genero di un noto esponente politico «dell’Udc, sponsor orgoglioso della nomina di uno dei commissari dell’Authority, Francesco Posteraro»;

in tempo di spending review, ma soprattutto con le restrizioni da lacrime e sangue che stanno letteralmente decimando le fasce deboli della popolazione italiana, mentre i prelievi sulle pensioni o l’imposta municipale unica (Imu) alle stelle impediscono ad anziani e pensionati anche l’acquisto dei farmaci salvavita, le spese e i costi dell’Agcom suonano come un autentico schiaffo in pieno viso agli italiani;

considerato che ad avviso dell’interrogante:

la nomina di uno dei commissari dell’Authority è probabile sia stata sostenuta da un alto esponente di un partito che attualmente sostiene il Governo Monti;

non sono comprensibili le ragioni per cui l’Autorità continui a sostenere costi così onerosi per la gestione della sede di Napoli, ormai sede “fantasma”, e questo può trovare motivazione nel voler favorire i proprietari dell’immobile;

le ingenti somme destinate alla gestione dell’Agcom arrecano un grave pregiudizio agli equilibri di bilancio,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di porre un freno a quelli che ad avviso dell’interrogante costituiscono sperperi e sprechi, quando, di contro, aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano per far quadrare i conti;

se non ritenga che, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno in media 2.103 euro all’anno a famiglia, con incrementi di imposte, tasse e tariffe a loro carico, peraltro destinati ad aumentare ulteriormente, sia doveroso intraprendere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile.

Senza categoria