Month: novembre 2012

Mozione INAIL

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00724
Atto n. 1-00724

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 846

LANNUTTI , MUSI , MORRI , PASSONI , DEL VECCHIO , PIGNEDOLI , CASTRO , DE ECCHER , BEVILACQUA , VIESPOLI , SPEZIALI , CARLINO , NEROZZI , MASCITELLI , DE TONI

Il Senato,

premesso che:

l’articolo 65 della legge 30 aprile 1969, n. 153, stabilisce che gli enti pubblici che gestiscono forme di previdenza e di assistenza sociale sono tenuti a compilare annualmente il piano di impiego dei fondi disponibili, precisando le percentuali da dedicare alle diverse tipologie di investimento e prescrivendo che i piani di impiego siano presentati, entro 30 giorni dalla data di inizio dell’esercizio cui si riferiscono, al Ministero del lavoro e politiche sociali ed alle altre amministrazioni vigilanti, per le necessarie approvazioni;

l’articolo 40 della legge n. 119 del 1981 ha stabilito che non possono essere mantenute presso aziende di credito disponibilità a qualsiasi titolo per un importo superiore ad una data percentuale (inizialmente 12 per cento successivamente modificata al 3 per cento) delle entrate previste dal bilancio di competenza o superiori ad uno specifico tetto fissato con decreto ministeriale, con l’obbligo di versare le eccedenze in appositi conti correnti infruttiferi aperti presso le tesorerie dello Stato; successivamente la legge n. 720 del 1984 istitutiva della tesoreria unica ha confermato tale disposizione per tutti gli enti elencati nella tabella B, nella quale è inserito anche l’Inail;

il patrimonio mobiliare dell’Istituto ha evidenziato nel tempo una forte crescita nei valori nominali dei titoli per effetto della capitalizzazione dei proventi derivanti dalla gestione dinamica, con evidente eccedenza rispetto al plafond stabilito. In conseguenza di ciò il Ministero del lavoro con nota del 24 maggio 2004 ha contestato formalmente la possibilità per l’Istituto di possedere titoli oltre il plafond detenibile al di fuori della tesoreria, invitandolo ad avviare un piano di rientro graduale;

in adesione a tale invito, si è avviato il piano di rientro sulla scorta del decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 4 agosto 2005, che ha autorizzato l’istituto a detenere presso le aziende di credito e Poste italiane SpA disponibilità per un importo complessivo non superiore a 260 milioni di euro, anche sotto forma di operazioni finanziarie, ed ha invitato l’ente, entro 6 mesi, ad adeguarsi al plafond attraverso lo smobilizzo dei valori mobiliari in eccedenza;

dal limite sono stati esclusi gli investimenti in titoli di Stato il cui importo complessivo in valore nominale di 684 milioni di euro, rilevato al 31 maggio 2005, avrebbe potuto subire variazioni solo previo accordo con il Ministero dell’economia;

alla luce di quanto sopra, si rappresenta che la liquidità presente sui conti correnti aperti presso la tesoreria centrale dello Stato al 15 ottobre 2012 è pari a 19.767.601.917 euro;

l’entità delle somme liquide detenute dall’Inail è stata più volte oggetto di rilievi critici da parte della Commissione parlamentare di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, che da ultimo nel corso della seduta del 17 ottobre 2012 ha ravvisato la necessità di individuare soluzioni atte a ripensare la destinazione infruttifera delle stesse, attribuendo all’ente una parte di autonomia gestionale in materia di investimenti patrimoniali, al fine di incrementare sia l’attività di studio e prevenzione che la soglia di sicurezza delle riserve tecniche;

l’articolo 7 del decreto-legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, nel sopprimere Ispesl e Ipsema con l’attribuzione delle relative funzioni all’Inail, che succede in tutti i rapporti attivi e passivi, ha creato le condizioni per l’istituzione di un unico polo della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, con l’obiettivo altresì di consolidare e centralizzare l’attività di studio e prevenzione,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative, anche di carattere normativo, che, in coerenza con il disposto di cui all’articolo 55 della legge 9 marzo 1989, n. 88, secondo cui l’Inail «adempie alle funzioni attribuitegli con criteri di economicità e di imprenditorialità, (…) realizzando una gestione del patrimonio mobiliare ed immobiliare che assicuri un idoneo rendimento finanziario», prevedano lo svincolo di una quota delle somme dell’Inail depositate sui conti infruttiferi in tesoreria, attualmente pari a circa 19,8 miliardi di euro, anche al fine di valutare, sul versante prestazionale, la possibilità di utilizzare quota parte dei depositi infruttiferi per rideterminare gli importi delle prestazioni erogate dall’Istituto in termini di maggiore adeguatezza;

2) a definire degli indirizzi specifici per l’ente in materia di investimenti immobiliari e mobiliari che, nell’ambito della mission istituzionale, ne configurino ulteriormente l’azione anche in termini di utilità e crescita economica per il sistema Paese;

3) sul versante dei premi, a valutare la possibilità di procedere all’aggiornamento delle tariffe vigenti al fine di conseguire una riduzione degli oneri a carico dei datori di lavoro, esigenza tanto più sentita nell’attuale fase di crisi economica;

4) a preservare l’attività istituzionale dell’Inail, individuando nell’ambito delle generali politiche di riduzione della spesa per il comparto pubblico specifiche soluzioni atte a valorizzare in particolare l’attività di ricerca dell’Istituto, prevedendo altresì che siano mantenuti adeguati livelli di dotazione organica del personale, già nell’ultimo quadriennio oggetto di riduzioni per effetto di successive disposizioni legislative, anche al fine di evitare la necessità di procedere a ridimensionamenti dei servizi a disposizione degli utenti.

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Telecom-Pedio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08794
Atto n. 4-08794

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 846

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

in data 21 settembre 2006 il professor avvocato Guido Rossi, all’epoca Presidente di Telecom Italia SpA, depositava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Milano un esposto nei confronti di ignoti ipotizzando la sussistenza del reato di abuso di informazioni privilegiate, ovvero di aggiotaggio informativo, in riferimento ad alcune operazioni finanziarie che avrebbero modificato l’assetto societario di Telecom;

in particolare evidenziava che le operazioni di scorporo della rete di accesso e del business mobile domestico, deliberate in data 11 settembre 2006, nonché le dimissioni dalla società del presidente Marco Tronchetti Provera annunciate il 15 settembre 2006 avrebbero avuto evidenti riflessi sulle quotazioni del titolo azionario;

nell’esposto, in particolare, Guido Rossi rilevava che a seguito della pubblicazione di notizie sulla stampa quotidiana che non permettevano una ricostruzione delle vicende stesse in maniera coerente con il loro oggettivo sviluppo, vi erano state dichiarazioni sicuramente significative in termini di impatto sui titoli di Telecom Italia e sull’attività della stessa, caratterizzate dall’essere senz’altro fuorvianti, quando non addirittura non rispondenti al vero;

analogo esposto veniva depositato dall’Adusbef presso le Procure della Repubblica di Roma e di Milano, ove si ipotizzava la sussistenza del reato di abuso di informazioni privilegiate;

il sostituto procuratore di Milano dottoressa Laura Pedio, delegata alle indagini, riscontrava che effettivamente tra maggio e settembre 2006 numerosi organi di informazione avevano riportato notizie relative all’ipotesi di fusione per incorporazione in Telecom Italia SpA di Nuova Tin it Srl, società controllata al 100 per cento, operazione approvata dal consiglio di amministrazione Telecom in data 8 maggio 2006;

l’ipotesi di “insider trading” era stata fondata essenzialmente sulla circostanza che era stato registrato un movimento anomalo dei titoli in seguito alle decisioni del consiglio d’amministrazione dell’11 settembre 2006, quando si parlò di una nuova struttura di convergenza tra il fisso e il mobile e, secondo quanto riportato dalla stampa, l’opinione che si fece largo era il cambio della natura e lo scopo finale delle attività del progetto di Telecom: il possesso di tali informazioni “privilegiate” avrebbe influito in modo sensibile sul mercato finanziario, favorendo i “grandi investitori”;

l’inquirente, tuttavia, rilevava che non poteva riscontrarsi un andamento anomalo del titolo tenuto conto che, nel periodo antecedente alla sospetta operazione, le azioni Telecom Italia (inserite nel paniere S&P Mib e nel segmento Blue Chips) mostravano un rischio superiore alla media del mercato riflettendo l’incertezza sugli scenari tecnologici e l’appartenenza ad un mercato sensibile in misura sempre maggiore alla concorrenza;

dal 2004 al 2007 il titolo Telecom Italia ha infatti registrato una performance negativa (con una perdita del 12 per cento circa) contro un aumento pari al 58,2 per cento dell’indice Mibtel, e l’andamento non era stato sempre riflessivo;

il titolo aveva superato l’andamento medio del mercato fino al gennaio 2005 (in coincidenza dell’OPA su Tim); subito dopo è iniziato un progressivo declino interrotto da fasi di debole ripresa, l’ultima delle quali era iniziata nell’estate 2006 ed è proseguita fino a febbraio 2007;

nel triennio 2004-2006 Telecom Italia aveva mostrato una crescita media del fatturato del 4 per cento circa, mentre il margine operativo lordo era rimasto sostanzialmente invariato, a causa di una riduzione dei margini di circa 3,5 punti. La maggiore concorrenza aveva avuto effetti anche sulla redditività del capitale e sia il ROI che il ROE erano diminuiti di circa 2,5 punti, scendendo in prossimità dell’11 per cento. Il rapporto debt to equity, pur rimanendo su valori piuttosto elevati, si era ridotto progressivamente passando da 1,58 a 1,38;

in conseguenza del deposito delle denunce la Procura aveva attivato una serie di accertamenti, acquisendo copiosa documentazione e sentendo numerose persone “informate sui fatti” focalizzando l’attenzione sui progetti Telecom “Cielo rosso” ed “Arcobaleno”, il primo afferente a trattative con Rupert Murdoch (gruppo NewsCorporation) per l’acquisizione di contenuti nella disponibilità di Sky, da diffondere mediante piattaforme di Telecom Italia, il secondo, invece, relativo alla riorganizzazione societaria esaminata ed approvata dal consiglio d’amministrazione di Telecom Italia nella riunione dell’11 settembre 2006;

in tale contesto, oltre all’acquisizione di tutta la documentazione relativa, sarebbero state sentite importanti personalità coinvolte nella vicenda dalle cui testimonianze sarebbe emerso che: a) nell’ambito dei contatti tra Telecom Italia e Sky ci sarebbero stati contatti fra responsabili del Governo Prodi sia con l’allora Presidente di Telecom Italia, Tronchetti Provera, sia con il manager Zambeletti; l’interessamento del Governo era relativo unicamente alla posizione strategica di Telecom Italia, in relazione all’ipotesi di cessione di TIM, ed era pertanto finalizzato a tutelare gli interessi dello Stato. In tale contesto venne sottoposto all’attenzione di Tronchetti Provera un piano che poi non ebbe comunque seguito in quanto pochi giorni dopo lo stesso Tronchetti Provera si dimise dalla carica ricoperta; b) ci sarebbero stati contatti tra i vertici Telecom e Sky per la realizzazione del progetto “Arcobaleno”, riguardante il percorso di riorganizzazione societaria, ed il progetto “Cielo rosso”, mentre sarebbe da escludere che tali operazioni fossero collegabili con il piano sopra richiamato; c) gli accordi tra Telecom Italia e Sky sarebbero rimasti in fase di studio e pertanto non vi era nulla di rilevante rispetto all’esistenza di “informazioni privilegiate”. I progetti Cielo rosso ed Arcobaleno erano stati intrapresi in quanto Telecom aveva bisogno di offrire contenuti di alto livello, mentre Murdoch aveva un problema di natura strategica. Vi era pertanto un’ipotesi di convergenza di interessi. In tale ambito non si sarebbe mai parlato di uno scorporo di TIM fino alla data del 7 settembre 2006; d) risulta che il responsabile del settore finanza e vicino a Tronchetti Provera del gruppo Terlecom non avrebbe mai sentito parlare di alcun progetto di ristrutturazione societaria né dell’ipotesi di scorporo di TIM, sino alla data delle sue dimissioni nel 2006. Tale decisione sarebbe stata presa pochi giorni prima del consiglio di amministrazione dell’11 settembre 2006, senza che in precedenza fosse stata prospettata alcuna soluzione in tal senso; e) la posizione di TIM ed il suo eventuale scorporo non sarebbero mai stati presenti nei termini del negoziato con Sky;

alla luce dell’attività investigativa svolta, nulla sarebbe emerso in termini di ipotesi di reato. In particolare, sotto il profilo oggettivo, l’andamento del titolo Telecom Italia nel periodo in questione appariva in linea con l’andamento dello stesso nel medio periodo e non emergeva una diretta connessione tra le fluttuazioni del listino e le notizie relative alla riorganizzazione dell’assetto societario, tanto più che nello stesso periodo vi erano state anche altre notizie che potevano avere sensibilmente influito sull’andamento del titolo, quali le dimissioni del Presidente della società e l’avvio dell’indagine sulla cosiddetta security di Telecom;

sulla scorta di tali premesse il pubblico ministero, con il “visto” dell’aggiunto dottor Francesco Greco, chiedeva al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione, depositando, presso la sua segreteria, la richiesta in data 14 dicembre 2011;

tale richiesta veniva, come richiesto nell’esposto denuncia, notificata ad Adusbef in data 14 novembre 2012;

considerato che a giudizio dell’interrogante sarebbe opportuno appurare:

se, ferma restando l’indubbia qualità delle indagini, l’acquisizione della documentazione, il relativo esame e l’escussione di 5 persone informate sui fatti possano esigere ben 5 anni di tempo;

se, soprattutto, rientri nei canoni della Procura della Repubblica di Milano notificare una richiesta di archiviazione ben 11 mesi dopo il suo deposito da parte del pubblico ministero, che, sommati ai 5 anni, finiscono con il frustrare il diritto del denunciante alla proposizione di eventuale opposizione alla richiesta di archiviazione, essendo i fatti contestati ormai in limine con il maturarsi della prescrizione;

se siano stati dilatati i tempi e avvicinata la prescrizione, in una sorta di meccanismo che renda vana ogni tutela dei diritti dei cittadini e consumatori che hanno subito un danno,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.

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Agenzie debiti-Michele Falchi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03182
Atto n. 3-03182 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la giungla delle debt agency, società specializzate nel business della consulenza a chi è assediato dai creditori, composta da Liberidaidebiti (fondata 4 anni fa dalla livornese Meloria Srl), Ed Soluzione debiti, Dimensione debito, Assistenza debiti, Gestione debito (brand della EmiCon, che fa anche recupero crediti), si arricchisce ogni giorno di nuovi capitoli. Personaggi spregiudicati fondano le loro fortune sulle promesse di rimettere i debiti e di ridurli del 70 per cento. Dopo le disavventure di Agenzia debiti, nata a Milano nel 2010, che negli ultimi mesi era schizzata da 137 a circa 330 dipendenti dichiarando 25.000 richieste di aiuto al mese, 5.000 pratiche in lavorazione e una massa debitoria gestita di 1,2 miliardi di euro (l’importo medio sarebbe quindi di 240.000 euro) con una quarantina di avvocati e consulenti che non hanno evitato guai giudiziari (ad esempio l’arresto di Mariano Baldini per il quale si veda “Il Giornale” del 1° ottobre 2012), spunta il riciclaggio dell’Agenzia debiti con la trasformazione in Professione debiti. L’ideatore di questi schemi a parere dell’interrogante truffaldini, che hanno messo in mezzo ad una strada centinaia di dipendenti e raggirato decine di migliaia di consumatori, allettati da promesse di riduzione dei debiti del 70 per cento secco, a quanto risulta all’interrogante, sarebbe Michele Falchi, da decenni esperto in pratiche di raggiro a danno dei lavoratori e consumatori;

come scrive tra l’altro il blog “L’Isola dei Cassaintegrati”, partner de “l’Espresso”, in un articolo dal titolo “Electa, una scatola vuota”, già nel 1999, Michele Falchi avrebbe fondato a Sassari un call center denominato Electa, le cui ex impiegate, Cinzia Leoni e Giovanna Ganadu, furono fra le protagoniste della prima fase della protesta dell’Asinara. Nell’articolo citato si legge «La storia di Electa per molti versi ricorda la mega truffa di Agile-Eutelia: l’azienda principale crea un ramo staccato di azienda dove riversa solo il personale, cioè la parte da buttare via una volta fuggiti col denaro dei finanziamenti pubblici. E questo era Electa alla fine: una scatola vuota. La società di intermediazione finanziaria con call center Electa nasce a Sassari nel 1999 con finanziamenti pubblici, titolari Michele Falchi e Giorgio Bertossi, con sede in Lussemburgo e datori di lavoro un fondo fiduciario. Il solito sistema di scatole cinesi già visto appunto nel caso Agile, quando la sede di un’importante azienda che dava lavoro a migliaia di lavoratori in Italia si era scoperta essere la cantina di uno stabile a Londra. Eppure i lavoratori Electa sono ben più sfortunati dei colleghi Agile, che almeno hanno avuto una sentenza in tribunale a loro favore e un po’ di notorietà. Di Electa nessuno ne parla, a chi interessa l’ennesimo call center e l’ennesimo caso di truffa speculativa in Sardegna? Nel 2009 le lavoratrici Electa rimangono sei mesi senza stipendio, nell’aprile dello stesso anno inizia la cassa integrazione, a dicembre il fallimento. Poi la solidarietà con gli operai Vinyls, le promesse, il riaccendersi della speranza e poi più nulla. La cassa integrazione finisce proprio questo dicembre, nonostante si fosse detto che esistevano i fondi per un altro anno. Dove sono finiti quei fondi? Finora per le lavoratrici Electa, duecento dipendenti, non c’è stata alcuna conferma del prolungamento della cassa integrazione»;

considerato che:

l’articolo intitolato: “L’Agenzia Debiti nascondeva anche un traffico di diamanti” firmato da Luca Fazzo e pubblicato sabato 17 novembre 2012 su “Il Giornale”, racconta la storia di Michele Falchi ed Agenzia debiti: «Non era solo una trappola per disperati alle prese con il fisco, quella che l’avvocato Mariano Baldini aveva impiantato nel centrissimo di Milano dietro lo schermo di Agenzia Debiti. La struttura che tramite Internet offriva speranze di recuperi e rivalse fino al 70 per cento contro Equitalia, in realtà era il volano di una serie di spericolate operazioni finanziarie, destinate a fare sparire nel nulla milioni di euro. Una parte di questi euro veniva riciclata in un business dei più inquietanti: l’acquisto di diamanti tra la Liberia e il Camerun, una delle zone d’Africa più tormentate dalla violenza, dove il mercato delle pietre preziose arricchisce i signori della guerra. Ora Agenzia Debiti non esiste più, dissolta e liquidata sotto il peso dell’inchiesta che ha portato in carcere all’inizio di ottobre il suo ideatore, l’avvocato Baldini, e che ieri spedisce a fargli compagnia cinque dei suoi complici. I migliaia di poveretti che hanno chiesto i suoi servigi, sborsando 390 euro a testa, bombardano invano di chiamate gli uffici di via Cornaggia, alle spalle di piazza Sant’Alessandro: il telefono non risponde più. Nelle carte dell’inchiesta si capisce però che prima di abbassare le saracinesche definitivamente, Agenzia Debiti ha passato le consegne ad un’altra agenzia dello stesso genere, pronta a rilevare il parco dei polli da spennare, la miriade di debitori morosi che cercano in tutti i modi di sottrarsi alle asprezza di Equitalia. Nel nuovo ordine di custodia contro Baldini e i suoi accoliti, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta, non si fa cenno dell’altro lato oscuro della vicenda, che sono i rapporti con il crimine organizzato in Campania. Si racconta però con abbondanza di intercettazioni il traffico di diamanti in cui venivano i riversati i profitti dell’organizzazione. E che in alcuni passaggi fanno intuire contatti governativi: come quando Baldini, parlando con uno dei suoi emissari in Africa, parla esplicitamente di “diamanti ministeriali”. Il meccanismo, ricostruito dal Gruppo di Milano della Guardia di finanza, affondava le sue radici nel mondo degli indebitati. Si sono rivolti in migliaia, negli ultimi due anni, ad Agenzia Debiti, fidandosi della pubblicità che garantiva le consulenze di un superpool di esperti professionisti. Il nome di Baldini non appariva mai, e neanche quello di Michele Falchi, il pregiudicato per usura che insieme a lui aveva dato il via all’affare. I clienti “normali” venivano gestiti direttamente da Agenzia Debiti, ma i clienti “particolari”, quelli che un gruzzolo nascosto continuavano ad averlo, venivano passati direttamente allo studio legale Baldini & Partners. Qui ai clienti veniva offerto un servizio speciale: fare sparire i soldi rimasti all’estero, su un trust chiamato Seedorf, e presentarsi apparentemente squattrinati davanti al fisco e agli altri creditori. Dei quattrini spariti nel nulla, secondo l’ordine di custodia, oltre tre milioni sono stati impiegati in diamanti. E rivenduti qua e là per il mondo, guadagnandoci un altro milione di euro»;

l’interrogante ha presentato numerose interrogazioni (2-00450, 3-03071, 3-02859, 4-08200 e 4-06545), che ad oggi non hanno ricevuto risposta, per portare all’attenzione del Governo le attività ritenute truffaldine, praticate dall’Agenzia debiti, la violazione del codice del consumo nonché la presenza all’interno dell’azionariato di personaggi già condannati per bancarotta fraudolenta a causa del fallimento di alcune agenzie di credito, affinché si adottassero le necessarie iniziative di verifica sulla questione,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per prevenire i metodi truffaldini di Michele Falchi, già conosciuto dalle cronache e da numerose vittime che ha disseminato sul suo cammino, a partire da Electa, una società di intermediazione finanziaria nata a Sassari nel 1999 con finanziamenti pubblici, i cui titolari, Michele Falchi e Giorgio Bertossi, avevano affidato ad un fondo fiduciario con sede in Lussemburgo la gestione non proprio trasparente della società, che, dopo aver bruciato fondi pubblici, ha messo in mezzo ad una strada centinaia di lavoratori;

quali ragioni inducano il Governo a non adottare provvedimenti di competenza idonei a risolvere le problematiche che emergono dalle denunce di migliaia di cittadini indebitati, attratti dalle pubblicità ingannevoli e dalle promesse di ridurre il debito a colpo sicuro, previo pagamento di 390 euro solo per monitorare l’esposizione debitoria, che si sono rivolti in migliaia, negli ultimi due anni, ad Agenzia debiti, fidandosi della pubblicità che garantiva le consulenze di un superpool di esperti professionisti e di uno sconto del 70 per cento sulla massa debitoria;

se risulti rispondente al vero che Michele Falchi (il pregiudicato per usura che insieme a Baldini, arrestato nei mesi scorsi, aveva dato il via all’affare con i clienti normali gestiti direttamente da Agenzia debiti, ed i clienti particolari, che venivano passati direttamente allo studio legale Baldini & Partners, ai quali veniva offerto un servizio speciale consistente nel far sparire i soldi all’estero, su un trust chiamato Seedorf, per poi presentarsi apparentemente senza risorse davanti al fisco e agli altri creditori) abbia trasferito gli stessi metodi truffaldini a Professione debiti;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare a tutela dei diritti di migliaia di consumatori-utenti che, in preda alla disperazione di non poter più pagare debiti contratti in precedenza, si affidano ad agenzie prive di scrupoli che hanno l’unica finalità di facili arricchimenti basati su vere e proprie truffe seriali.

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Redditi famiglie in calo

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08792
Atto n. 4-08792

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che si legge su “il Messaggero”, in un articolo pubblicato il 27 novembre 2012: «”Per le famiglie italiane siamo al quinto anno di riduzione del reddito reale – ha detto oggi il vicedirettore di Bankitalia, Salvatore Rossi – Quest’anno si profila una diminuzione anche più marcata di quella, del 2,5%, avutasi in occasione della recessione del 2009″. Bankitalia: in affanno credito alle famiglie. “Il credito alle famiglie mostra segni di affanno, con i prestiti che si stanno lentamente contraendo e le nuove erogazioni che sono molto più contenute degli anni scorsi – dice Rossi – La decelerazione dei prestiti alle famiglie è divenuta negativa nel terzo trimestre di quest’anno”. Rossi ha ricordato anche che secondo le stime Bankitalia “la decrescita dei mutui immobiliari proseguirebbe nei mesi prossimi, almeno fino a metà 2013″. Il direttore generale della Banca d’Italia ha sottolineato che in Italia “il mercato del credito alle famiglie potrà tornare a espandersi, per colmare il divario che ancora lo separa da quello dei maggiori paesi avanzati, con il miglioramento delle condizioni economiche generali”. “900mila famiglie con debiti oltre il 30% del loro reddito”. La crisi economica rende le famiglie italiane finanziariamente più vulnerabili. Secondo i dati di un’indagine biennale di Bankitalia, nel 2010 il 3,6% delle famiglie italiane (poco meno di 900 mila nuclei) era gravata da un servizio del debito superiore al 30% del loro reddito. Tra queste le famiglie definite “vulnerabili”, cioè quelle del primo e del secondo quartile di reddito, erano pari all’1,4% del totale delle famiglie, le prime, e all’1% le seconde (circa 350mila e 250mila nuclei rispettivamente). Istat: retribuzioni +1,5% annuo. Le retribuzioni contrattuali orarie a ottobre, in base ai dati Istat, salgono dell’1,5% su base annua, dall’1,4% di settembre, mentre su base mensile crescono dello 0,2%. Il dato tendenziale rimane, nonostante il forte rallentamento dei prezzi, sotto il livello d’inflazione annuo dello stesso mese (+2,6%), ma il divario si restringe a 1,1 punti (da 1,8 di settembre). Tenendo conto dei diversi settori, a ottobre presentano i rialzi tendenziali più forti i comparti dell’acqua e servizi di smaltimento rifiuti (3,0%), dell’energia elettrica e gas (2,9%), del tessile, abbigliamento e lavorazione pelli (2,8%). Si registrano invece variazioni nulle per telecomunicazioni e tutti i comparti della pubblica amministrazione. Contratti, 4 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo. A ottobre risultano in attesa di rinnovo 36 accordi contrattuali, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione, relativi a circa quattro milioni di dipendenti (intorno ai 3 milioni nel pubblico impiego). Lo comunica l’Istat precisando che la quota di dipendenti che aspettano il rinnovo è pari al 30,7% nel totale dell’economia, in leggero rialzo rispetto a settembre. A ottobre, tra i contratti monitorati dall’indagine, l’Istat registra il positivo scioglimento della riserva dell’accordo per i dipendenti dell’industria chimica, rinnovato prima della conclusione naturale del contratto (dicembre 2012), mentre sono scaduti quelli per i lavoratori dell’industria alimentare e olearia (al riguardo l’istituto precisa che alla fine di ottobre per questi accordi è già stata siglata l’ipotesi di intesa, che sarà recepita definitivamente non appena sarà sciolta la riserva da parte dei lavoratori). L’Istat ricorda, per quanto riguarda gli statali, che a partire da gennaio 2010 tutti i contratti della pubblica amministrazione sono scaduti, subendo il blocco stabilito per legge. Tempo medio d’attesa 32,2 mesi. A ottobre i mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto sono in media 32,2, in deciso aumento rispetto allo scorso anno (22,4) lo rileva l’Istat»;

considerato che:

il primo risultato è che durante e dopo la crisi il reddito reale delle persone appartenenti alle fasce più deboli della popolazione è crollato;

una famiglia che subisce una riduzione consistente di reddito da lavoro subisce anche una riduzione di reddito disponibile, delle spese per consumo e quindi di qualità della vita. Pertanto il costo della crisi è stato sicuramente più grande per queste numerose famiglie;

proprio perché inevitabilmente la crisi e l’alta tassazione hanno portato numerose famiglie italiane ad impoverirsi, queste, nel tentativo di mantenere attivi certi consumi ma dovendo fare comunque i conti con redditi sempre più bassi, incontrano grandi difficoltà in tutto quel sistema di erogazione del credito per diversi servizi;

da un lato le famiglie faticano a resistere per mantenere un livello di vita adeguato alle aspettative, mentre dall’altro non possono contare su alcun tipo di aiuto o sostegno visto che non possono dare a loro volta quelle garanzie che servirebbero in parte a superare il difficile periodo attuale;

i fatti dimostrano che le famiglie sono state lasciate sole e il disinteresse o la sottovalutazione del problema da parte del Governo non possono essere ammissibili;

il Codacons, commentando il calo del reddito delle famiglie annunciato dal vice direttore generale della Banca d’Italia, ha affermato, come si legge sul sito dell’Ansa, in un articolo diffuso lo stesso giorno: «”Fino a che le famiglie continueranno ad avere una riduzione del loro reddito reale, i consumi non potranno che scendere e l’Italia, conseguentemente, non sarà in grado di crescere ed uscire dal tunnel della crisi”». Pertanto «chiede al governo di congelare le tariffe pubbliche. L’associazione dei consumatori ha avvertito che “è controproducente dissanguare il ceto medio basso con continui aumenti di tasse non commisurate al reddito”. E ha sostenuto inoltre che “non vi potrà essere crescita fino a che l’unica cosa che non viene più adeguata all’inflazione sono le retribuzioni”. Se dunque il Governo “si ostina a bloccare la rivalutazione delle pensioni e delle retribuzioni dei dipendenti pubblici allora dovrebbe coerentemente congelare anche tutti gli altri aumenti, dalle multe per le violazioni al codice della strada al canone Rai, che invece vengono regolarmente indicizzati”. Per questo il Codacons chiede al Governo di “scongiurare l’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno e di congelare tutte le tariffe: dall’acqua ai rifiuti, dai pedaggi autostradali al canone Rai, dalla luce al gas. Solo così potrà essere salvaguardato il reddito reale delle famiglie”»,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative, considerato che le famiglie italiane con il proprio reddito ridotto per il quinto anno consecutivo ricevono anche meno prestiti e mutui necessari per affrontare le spese più impegnative, per cui il 2012 sarà peggiore dell’anno 2009, quello della grande recessione, il Governo intenda assumere al fine di porre in essere politiche di sostegno alla famiglie per renderle meno vulnerabili alla recessione garantendo un’inversione delle politiche di austerità sui redditi nonché una maggiore equità fiscale e combattendo le disuguaglianze nel mercato del lavoro;

se non intenda assumere le opportune misure al fine di dare seguito alle richieste esposte in premessa, scongiurando l’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno e congelando tutte le tariffe (acqua, rifiuti, pedaggi autostradali, canone Rai, luce, gas), al fine di salvaguardare il reddito delle famiglie;

se non ritenga che l’impegno maggiore, in questa fase, dovrebbe riguardare la riduzione della pressione tributaria su famiglie e imprese, in modo da rilanciare i consumi, considerato che dopo la riforma della cosiddetta fase 1, di cui alle disposizioni del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva Italia, il Governo, nella cosiddetta fase 2, non fa che promettere aiuti, senza tuttavia mettere a disposizione le risorse necessarie, e, di conseguenza, quali opportune misure intenda intraprendere al riguardo;

quali misure voglia adottare al fine di far ripartire l’economia reale del Paese;

se non ritenga urgente e doveroso, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e rincari, destinati anche ad aumentare, intraprendere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile.

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CAF

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08790
Atto n. 4-08790

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

molti servizi relativi a prestazioni di assistenza fiscale e situazione reddituale dei cittadini (ISE, RED, mod. unico, ISEU, 730, eccetera) sono stati delegati ai centri di assistenza fiscale (CAF);

i servizi sono erogati ai cittadini gratuitamente. Il CAF riceve dall’INPS un modico compenso economico e appena sufficiente alla copertura dei costi gestionali e strutturali;

negli ultimi anni a causa della grave crisi economica il sistema reddituale delle famiglie è notevolmente cambiato e conseguentemente la richiesta di presentazione di ISE e RED è cresciuta in modo esponenziale costringendo i CAF ad aprire o espandere i propri sportelli su tutto il territorio nazionale con una serie di vantaggi per il cittadino che può trovare facilmente risposta alle proprie esigenze;

tutto ciò ha comportato l’assunzione di molti giovani che, dopo un periodo di specifica formazione, hanno trovato nuova opportunità di lavoro;

però da circa un anno i CAF non ricevono i pagamenti delle prestazioni effettuate, in particolare degli ISE (indicatore situazione economica) e dei RED (dichiarazione reddituale per pensionati e titolari di prestazioni assistenziali);

la convenzione tra INPS e i CAF non è stata ancora sottoscritta perché a quanto sembra manca l’avallo del Ministero del lavoro e politiche sociali. Nonostante tutto risulta che l’INPS abbia invitato i CAF a svolgere comunque la loro funzione e ad erogare i servizi al cittadino sulla base della convenzione per l’anno 2010-2011;

qualora la firma della convenzione e le relative risorse tardassero ancora a venire, si rischierebbe la paralisi dei CAF, il probabile licenziamento di molti addetti e la chiusura di molti sportelli, con gravi ricadute sui cittadini meno abbienti;

la Consulta nazionale CAF, in data 8 novembre 2012, ha inviato una lettera di sollecito indirizzata al Presidente dell’INPS Antonio Mastrapasqua, che risulta ad oggi priva di risposta,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni della mancata erogazione delle risorse spettanti per i servizi resi dai CAF;

quali siano i tempi per la sottoscrizione della convenzione tra INPS e CAF, considerato che, a quanto pare, mancherebbe solo il via libera del Ministro in indirizzo;

quale sia il motivo della mancata risposta dell’INPS alla lettera di sollecito della Consulta nazionale CAF.

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Banche-crediti incagliati

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08791
Atto n. 4-08791

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che si legge su “Il Foglio” del 26 novembre 2012: «Dopo i titoli tossici (2008-2009) e l’esposizione verso i debiti sovrani dei paesi in difficoltà (2010-2011), adesso a minacciare la stabilità del sistema bancario italiano sono le perdite sui crediti. In pratica i soldi prestati che difficilmente torneranno a casa. “Il fardello pesante di oggi è figlio della crisi e dell’epoca del credito facile degli anni dal 2003 al 2007. Imprese e famiglie vanno in difficoltà e non ripagano i prestiti contratti. E le banche subiscono il colpo a posteriori”. (…) Ma quest’ultimo buco, che secondo vari addetti ai lavori sta diventando più minaccioso dei precedenti, non sembra fare breccia nel dibattito politico e giornalistico che ancora si spende (molto popolarmente) in appelli a prestar denaro a famiglie e imprese. La zavorra che immobilizza le mani dei banchieri è dunque quella dei prestiti cattivi. Questo fardello di crediti deteriorati lordi – calcola R&S Mediobanca – vale solo per le prime quattro banche italiane 166 miliardi di euro. A partire dalle sofferenze, le più problematiche, passando per gli incagli fino ad arrivare alle esposizioni ristrutturate e scadute. Verranno mai restituiti questi soldi? E in che misura? Per i nove maggiori istituti, in sei anni, i crediti deteriorati sono aumentati in media del 164%, toccando i 190 miliardi. (…) I primi due big del credito fanno ovviamente la parte del leone. “Lo stock per Unicredit ha toccato a fine settembre 2012 la cifra di 80,4 miliardi; Intesa Sanpaolo ne ha per 47,5 miliardi. Mps vanta uno stock di crediti dubbi per un valore di 28,2 miliardi e Ubi ne ha per 10,3 miliardi. Si aggiungano i 15,8 miliardi del Banco Popolare e le prime 5 banche del paese arrivano ad avere in pancia prestiti a rischio per oltre 181 miliardi”. Ma non è tanto l’opera di bonifica (con conseguenti perdite) a preoccupare i banchieri. È il continuo accumulo a destare più inquietudine. Ogni trimestre infatti rettifiche e accantonamenti sui crediti tendono a salire. “Per Unicredit nuovi flussi di incagli e sofferenze sono saliti di 9 miliardi in più rispetto a un anno fa. Per Intesa stock dei crediti deteriorati lordi sono saliti in un solo anno di 3,4 miliardi”. (…) Davi e Pavesi: “Solo nell’ultimo trimestre la progressione è stata del 5% e su base annua l’incremento è stato del 17%. E pare che dopo più di due anni di crescita esplosiva ancora non si veda la fine”. (…) Oggi in Italia il volume dei prestiti è nettamente superiore a quello dei depositi dei clienti custoditi dalle banche stesse. Questi ultimi valgono 2.340 miliardi di euro, i crediti 2.860 miliardi. Ciò significa che gli impieghi sono del 22% superiori della raccolta ovvero che esistono prestiti per circa 500 miliardi di euro che non possono essere finanziati dai risparmi depositati in banca. In tempi normali non sarebbe stato un problema. Ma con una recessione giunta al sesto trimestre consecutivo (la più lunga nella storia della Repubblica), è ovvio che questo dato pesa più che in passato quando veniva compensato sul mercato emettendo dei bond oppure contraendo prestiti alle altre banche. Oggi l’unica alternativa è ridurre i prestiti in modo da allinearli ai livelli dei depositi. (…) Il nodo è dunque lì: continuare a dare soldi nel momento in cui quelli già erogati non tornano a casa. Il certificato di garanzia a questa preoccupazione ce lo ha messo anche Mediobanca in un recente studio che analizza i bilanci 2011 di 33 banche europee. Mucchetti: “Il punto debole delle banche italiane è la crescente massa dei crediti dubbi, ormai all’85% dei mezzi propri. L’Europa viaggia sul 40%. La Scandinavia sul 15. Le prime 10 banche quotate in Borsa avrebbero dunque bisogno di altri 22 miliardi di capitale. Questo non significa che tutte debbano chiedere altri denari agli azionisti. A Unicredit e Intesa Sanpaolo possono bastare gli aumenti di capitale già fatti. Fronteggeranno l’erosione dei mezzi propri determinata dalle perdite sui crediti con gli utili. Ma il Monte dei Paschi e il Banco Popolare non faranno abbastanza profitti per coprire le perdite sui crediti nei prossimi 4-5 anni”. (…) Secondo Mediobanca se poniamo lo stock di credito problematico in rapporto con l’indice Core tier 1, uno dei principali indicatori del capitale, che evidenzia la solidità delle banche, otteniamo questi valori: Credem 38%, IntesaSanpaolo 59%, Bpm 63%; Ubi 73%, Unicredit 82%, Bper 109%, Mps 140% e Banco Popolare 154%. “Considerando che il range medio tra le 33 banche analizzate è pari al 49 per cento è facile trarre conclusioni”. (…) Mucchetti: “Mediobanca, a questo punto, evoca il progetto della ‘bad bank’ a cui attribuire i crediti dubbi per liberare le banche e l’economia da quelle catene. Ma non approfondisce. Forse perché la questione diventa politica. Chi e come valuterà la qualità del credito in modo omogeneo evitando le distorsioni attuali? La Bce, motore dell’Unione bancaria europea? Bene. Ma chi metterà i capitali nella ‘bad bank’? La mano pubblica, si dice”. (…) Eppure una parziale soluzione, percorsa in altri Paesi, ci sarebbe: vendere pacchetti di crediti in sofferenza a investitori specializzati nel recupero. “Ormai investire in Bund o in altre asset class non offre più guadagni – spiega Alexander Holzgreve di Aktiv Capital, gruppo specializzato nei crediti in sofferenza -. Per questo molti investitori trovano interessante il mercato dei crediti deteriorati”. Li comprano (a prezzi svalutati) e, sapendo gestirli, sperano di guadagnarci sopra. In Europa – calcola Antonella Pagano di PWC – tra il 2011 e il primo semestre del 2012 le banche hanno venduto (e investitori hanno comprato) ben 62,6 miliardi di euro di crediti deteriorati. Questo ha in parte pulito i loro bilanci. (…) Ma l’Italia è stata quasi esclusa da questo grande smobilizzo. Per il solito motivo: se le banche non svalutano in bilancio i crediti dubbi, nessun investitore li potrà mai comprare. Sono sopravvalutati. Ecco perché tanti addetti ai lavori sostengono che serva qualche riforma regolamentare che dia il coraggio alle banche di far emergere il reale valore dei propri impieghi. Longo: “Per esempio la possibilità di spalmare le perdite su vari esercizi. O di creare una bad bank. O qualcos’altro. Purché si disinneschi la mina prima che scoppi”. (…) Un particolare per il tutto: l’agenzia di rating Fitch ha tolto il rating alla società che recupera i crediti in sofferenza del Montepaschi “perché il gruppo non fornisce più sufficienti informazioni”. A Siena correggono: siamo noi ad aver chiesto il ritiro del rating perché stiamo procedendo all’incorporazione delle controllate. Morya Longo: “Sta di fatto che questo toglie trasparenza, almeno per un pò, a un settore cruciale come quello del recupero dei crediti deteriorati. E questo non è un bene”. In pratica, ad aggravare il dato dei crediti deteriorati è la scarsa trasparenza. Sia nella loro gestione che nel calcolo del loro ammontare. “Molti istituti hanno documentazione ancora cartacea e imprecisa e qualcuno neppure conosce gli indirizzi delle case su cui ha messo ipoteca. La confusione regna sovrana. E questo, soprattutto nelle banche medio-piccole, rende difficile il recupero. Dunque aggrava il problema”. (…) È questa la vera notizia: per i crediti in sofferenza, nel sistema bancario italiano, non ci sono regole. Nonostante gli organi di vigilanza abbiano codificato i vari stadi di deterioramento. “Past due”: sconfinamento continuativo per 90 giorni superiore al 5% del concesso. “Incaglio oggettivo”: se il singolo rapporto rimane in rosso oltre 270 giorni sopra al 10%. Infine “incaglio”: ovvero stato di crisi conclamata. Però a questo punto le banche possono decidere se mandare la posizione “a contenzioso” (addebitando sul conto economico circa il 50% dell’ammontare del rosso), oppure continuare a tenerla aperta (accantonando molto meno). Essendo il “contenzioso” una procedura lunga, costosa e spesso inconcludente (la giustizia civile impiega in media 8-10 anni ad assegnare alla banca l’immobile dato in pegno dal debitore insolvente), le banche ci pensano bene prima di portare posizioni in tribunale. Se non c’è una possibilità di recupero certa, preferiscono “amministrare” queste posizioni. E intanto, restano, sopravvalutatissime, tra gli attivi dello stato patrimoniale. Togliendo trasparenza al reale stato di salute degli impieghi e, in definitiva, falsando i bilanci»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

sarebbe necessario un monitoraggio e sanzioni sulle sofferenze bancarie derivanti da erogazioni ed affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulle meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo in situazione critica, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati;

l’aumento delle sofferenze bancarie è particolarmente preoccupante per le famiglie ed è la prova di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia, ma è anche la conseguenza di certe disinvolte erogazioni del credito, come sostiene l’associazione di consumatori Adusbef, aggiungendo che si tratta di prestiti che devono essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche;

sarebbe opportuno un intervento della Banca d’Italia al fine di entrare nel merito degli affidamenti (relazionali) erogati da grandi banche a soggetti senza alcuna meritorietà di credito, a volte concessi o per esigenze clientelari o per pressioni (amicali), per dare un segnale di sobrietà e rigore, anche con procedure sanzionatorie, a quei comitati fidi che escono dai canoni della prudente gestione del credito e del risparmio;

sarebbe opportuno fare luce sulle ragioni della mancata vigilanza della Banca d’Italia sull’ingente massa di liquidità erogata dalla Banca centrale europea per far ripartire l’economia, non per far conseguire ingenti guadagni alle banche, nonché sulle ragioni dell’assente monitoraggio sulla politica dei tassi e delle commissioni, in vertiginoso aumento, ragioni che sarebbe opportuno chiarire per evitare che i grandi sacrifici delle famiglie e delle piccole e medie imprese, volano dell’economia, possano rappresentare l’ennesimo grande affare per i banchieri,

si chiede di sapere:

quale risulti essere l’esatto ammontare di incagli e sofferenze, e quali risultino essere le prime 20 imprese finanziate da un sistema bancario che, invece di finanziare i migliori talenti che vogliono intraprendere un’attività, nonché piccole e medie imprese e famiglie, continua a concedere disinvolti affidamenti agli stessi personaggi coinvolti in attività di dubbia liceità, mettendo a repentaglio i risparmi depositati in banca;

se il Governo non ritenga doveroso attivare un osservatorio sul credito, dato l’accentuarsi della crisi dei mercati e delle borse.

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Debito 5 miliardi delle banche verso lo Stato

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08793
Atto n. 4-08793

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Camilla Conti per “il Fatto Quotidiano” sul debito di 5 miliardi di euro delle banche verso lo Stato: «Lo Stato ha dichiarato guerra ai furbetti del fisco. Obiettivo: riportare un po’ di milioni nelle casse pubbliche dissanguate da quasi due miliardi di debito. Mentre gli sherpa del Tesoro trattano con la Svizzera per aprire i forzieri elvetici dove sono ancora custoditi i capitali degli evasori nostrani, l’Agenzia delle Entrate farà partire a gennaio il nuovo redditometro per scandagliare le nostre dichiarazioni dei redditi. Ma tra i soldi che “pendono” e che potrebbero tornare presto a casa ci sono anche quelli delle banche quotate in Borsa. Quasi 5 miliardi che sono ancora oggetto di contenzioso, ovvero di partite aperte, negli ultimi anni. E il conto in sospeso con l’Erario è destinato a salire guardando le ultime relazioni trimestrali, anche se non tutti gli istituti hanno aggiornato le informazioni. Lo ha fatto Intesa Sanpaolo che a settembre ha ricevuto una visita degli uomini di Befera per una verifica sulle controllate Group Services, per l’anno 2009, e Banca Imi per operazioni di finanza strutturata e contratti di finanziamento stipulati all’estero dal 2008 al 2010. A un’altra società del gruppo, la Leasint, sono poi state contestate fatturazioni per operazioni inesistenti. Nessuno sviluppo, invece, per le indagini penali della Procura di Biella che ha messo nel mirino alcune operazioni di pronti contro termine su titoli obbligazionari esteri fatte nel 2006 e nel 2007 dall’allora controllata Biverbanca. Secondo gli accertamenti della Gdf, il gruppo avrebbe abbassato l’importo dell’Ires dovuta, grazie a crediti fiscali maturati all’estero. Contenziosi fiscali aperti anche per il Monte dei Paschi: il 23 ottobre è stato notificato a State Street Bank (ex MPS Finance Banca mobiliare, prima ceduta a Intesa e da questa a State Street) un processo verbale di constatazione relativo a operazioni di trading su azioni perfezionate a cavallo dello stacco dei dividendi nel 2007. Non solo. Il 31 maggio scorso alla banca senese è stato notificato un verbale relativo alla cessione di una partecipazione formalizzata nel 2006. La banca contesta che la vendita sarebbe avvenuta in realtà nel 2005, dunque “la plusvalenza realizzata non avrebbe goduto dell’esenzione fiscale”. Ma non dice quale sia la partecipazione che ha originato la plusvalenza contestata. Di certo, in quel periodo si erano registrate tre operazioni: la vendita del 4,4% di Bnl a Deutsche Bank, la cessione della quota Parmalat e quella dei titoli Fiat provenienti dal “convertendo”. In alcuni casi i conti rimasti aperti col Fisco e le contestazioni vengono ereditate dalle aziende aggregate o finite negli anni sotto il controllo dell’istituto. Ne sa qualcosa il Banco Popolare che ha dovuto sistemare anche i guai della ex Popolare di Lodi e di Italease. Al 30 settembre, le passività potenziali che interessano l’istituto veronese e le controllate ammontano a 391 milioni. Anche nella galassia Ubi fioccano verifiche, alcune ancora in corso, cui si aggiungono numerosi processi verbali di constatazione e avvisi di accertamento come quello arrivato a Ubi Banca per 13,2 milioni di presunte omesse ritenute. Per la Banca Popolare dell’Emilia Romagna i problemi arrivano, invece, dalla controllata irlandese Emro Finance: l’anno scorso la Guardia di Finanza ha chiuso una verifica sui periodi d’imposta 2005-2009. Il 12 marzo è scattato l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Modena per il 2005 e il 2006, in cui si contesta l’esterovestizione della società. Si tratta di 11,2 milioni di tasse. Valore che però scende a 3,2 milioni se si considerano tutti gli anni interessati dalla verifica della Finanza e quanto già versato come imposte in Irlanda nello stesso periodo. C’è poi chi ha chiuso i conti col fisco, ma non con i tribunali. Unicredit ha staccato a Befera un assegno da 264 milioni per l’operazione Brontos, nome con cui la controparte Barclays aveva battezzato la frode fiscale da 245 milioni per la quale è stato indagato e rinviato a giudizio l’ex amministratore delegato, Alessandro Profumo, ora presidente di Mps. Venerdì il giudice milanese, Maria Antonietta Monfredi, ha deciso il trasferimento del processo a Bologna accogliendo i rilievi della difesa sull’incompetenza territoriale del tribunale lombardo. Il caso torna così alla fase delle indagini preliminari e la palla passa ai magistrati emiliani che valuteranno se procedere con una nuova richiesta di rinvio a giudizio»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’impressione che viene fuori è che le banche siano i soli soggetti che si avvantaggiano di questa trattativa con l’Agenzia delle entrate e, di contro, che lo Stato sia l’unico a rimetterci;

di conseguenza appaiono alquanto discutibili gli annunciati redditest e il continuo riprendere le famiglie in quanto vivrebbero al di sopra dei propri redditi;

questo dimostra che si conoscono benissimo i grandi evasori;

scrive Gianni Dragoni: «I capi delle banche si danno ogni anno dei grandi stipendi e dei bonus, dei premi milionari che spesso sono costruiti sulle disgrazie altrui. Per esempio i vertici di Mediobanca. Alberto Nagel, amministratore delegato, Renato Pagliaro è il Presidente, abbiamo visto il bilancio al 30 giugno 2012, hanno ancora degli stipendi lordi che sono più di 2 milioni di Euro all’anno, quindi dopo le tasse circa la metà. Ma un anno fa con la crisi era apparsa sul giornale la notizia che Nagel e Pagliaro di Mediobanca si sarebbero ridotti lo stipendio del 40 per cento, una notizia non ufficiale ma neanche smentita. In realtà lo stipendio che abbiamo visto del bilancio 2008 dei vertici di Mediobanca è quasi lo stesso dell’anno precedente, quindi la banca ha fatto anche meno utili, ha dato meno dividendo agli azionisti, con la crisi è andata molto peggio e non poteva che essere diversamente, ma i suoi vertici continuano a guadagnare più o meno lo stesso stipendio. Vedremo cosa succede nei prossimi mesi con Unicredit e Intesa San Paolo ma non c’è da aspettarsi un taglio degli stipendi. Corrado Passera nel 2011 ha lasciato Banca Intesa San Paolo con uno stipendio, è stato pubblicato dal bilancio, più 3 milioni lordi prima delle tasse e quindi il suo stipendio più o meno ordinario di ogni anno»;

considerato inoltre che:

scrive Lorenzo Dilena per “Linkiesta”: «Mai sentito parlare di “trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio”? In soldoni, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per saldare qualsiasi tipo di tributo. È l’effetto di un codicillo in aiuto delle banche in perdita, introdotto da Tremonti e poi confermato da Monti. Ma solo adesso se ne cominciano a vedere gli effetti. Così mentre partite Iva e Pmi attendono da anni rimborsi fiscali e pagamento delle forniture, quest’anno i cinque maggiori istituti avranno un beneficio superiore a 2,5 miliardi. Gli esperti di fisco la chiamano “trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in crediti di imposta”. In concreto, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per pagare qualsiasi tipo di tributo. Anche le ritenute mensili sugli stipendi dei dipendenti. Il “comma 55″ (…) Ed è proprio» con «Giulio Tremonti ministro dell’Economia che il miracolo si compie: poste contabili destinate a rimanere congelate per quasi un ventennio si tramutano magicamente in crediti d’imposta veri e propri. E liquidissimi. Non è il fisco dei sogni ma l’effetto di un codicillo del decreto Milleproroghe 225/2010: il “comma 55″ dell’articolo 2. Una norma confermata e perfezionata dal governo Monti – con il decisivo contributo dell’allora viceministro Vittorio Grilli, oggi ministro dell’Economia – e che solo adesso comincia a dispiegare i suoi effetti. Per svariati miliardi di euro. Pioveranno, in gran parte, su un gruppo piuttosto ristretto di contribuenti. Contribuenti speciali. Il “comma 55″ circoscrive l’ambito di applicazione alle “attività per imposte anticipate” relative alle svalutazioni di crediti, all’avviamento e altre attività immateriali come marchi, brevetti, etc., deducibili su più anni. Detta così, sembra una possibilità aperta a tutte le imprese. In realtà, dietro i rimandi normativi si scopre che le svalutazioni di crediti interessate sono solo quelle degli “enti creditizi e finanziari”. Quanto all’avviamento, anche se la norma è generale, nei fatti si tratta di una voce di bilancio quantitativamente rilevante per i gruppi bancari, reduci da anni di fusioni e acquisizioni a caro prezzo. Nel complesso, dunque, una norma su misura. Sulle perdite delle banche balsamo per svariati miliardi. L’unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società si sia chiuso in perdita. Esattamente, quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le maggiori banche italiane: Unicredit ha chiuso con un rosso di 9,2 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 8,19 miliardi, Mps 4,7 miliardi, Ubi Banca 1,84 miliardi, il Banco Popolare 2,25 miliardi. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta è in grado di stimare che quest’anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera 2,5 miliardi di euro. La norma, frutto di un’azione di lobby da parte dell’Abi e della Banca d’Italia di Mario Draghi, l’associazione delle banche presieduta dall’avvocato Giuseppe Mussari, è testualmente giustificata “in funzione anche della prossima entrata in vigore del nuovo accordo di Basilea”, che inasprisce i requisiti di solidità patrimoniale delle banche. Lobby bancaria. La ragione accampata dall’Abi è che le banche italiane siano penalizzate rispetto alle concorrenti estere. In questo, c’è del vero, ma chi in Italia non è fiscalmente penalizzato rispetto all’estero? Ai fini fiscali, per esempio, le svalutazioni dei crediti alla clientela (che la banca effettua quando ritiene che non recupererà per intero la somma prestata) non sono interamente deducibili nell’esercizio in cui avvengono: la normativa fissa un limite dello 0,30% del totale crediti in bilancio. La parte restante della svalutazione può essere dedotta “in quote costanti nei 18 esercizi successivi”, e nel frattempo finisce in una specie di fondo dell’attivo, chiamato “attività per imposte anticipate” (Dta, Deferred tax assets, nel gergo degli analisti). Nell’immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili. D’altra parte, il fatto che per esigenze di gettito il fisco costringa a spalmare su più anni costi che in base ai principi contabili sono di competenza di un singolo esercizio, è questione comune a tutte le imprese». Con il ministro Tremonti «le “Dta” delle banche», sono stare rese «illiquide e di durata quasi ventennale, qualcosa di immediatamente spendibile per compensare, nel modello F24, i debiti verso il fisco. Come funziona. La trasformazione delle attività per imposte anticipate in credito d’imposta scatta quando il bilancio chiude in perdita, secondo una percentuale pari al rapporto fra la perdita dell’esercizio e il capitale sociale più le riserve. Più alta è l’incidenza delle perdite sul patrimonio, maggiore è il credito di imposta che si ottiene. Per esempio, se la banca ha attività per imposte anticipate per 1,5 miliardi, capitale e riserve per 15 miliardi e ha chiuso il bilancio con una perdita di 5 miliardi, ottiene un credito di imposta di 500 milioni (= 1,5 x 5/15). Somma che potrà utilizzare subito, e senza limiti di importo, in compensazione dei debiti fiscali. Nello stesso tempo, però, rinuncia a dedurre le attività trasformate negli esercizi successivi. Il gioco vale la candela, e soprattutto la liquidità che se ne ottiene, se la percentuale di trasformazione (leggi l’incidenza delle perdite sul patrimonio) è elevata e la vita residua delle attività per imposte anticipate è sufficientemente lunga. I dati banca per banca. I dati raccolti da Linkiesta mostrano che gli effetti del “comma 55″ sui bilanci 2012 delle banche saranno significativi. Per Intesa Sanpaolo, le Dta trasformate in crediti di imposta ammontano a circa 771 milioni. Si tratta di una stima preliminare, calcolata con criteri prudenziali in attesa di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle entrate. Anche Unicredit si è avvalsa della previsione normativa convertendo in credito d’imposta attività per circa 588 milioni. Nel caso di Ubi Banca il beneficio sfiora 250 milioni, il Banco Popolare dovrebbe beneficiare di 484 milioni. Nella semestrale al 30 giugno 2012 del Monte dei Paschi di Siena, vengono evidenziati “crediti d’imposta per 521 milioni di euro, non ancora utilizzati in compensazione, derivanti dalla trasformazione di attività per imposte anticipate operata dalla Capogruppo e dalla Banca Antonveneta” per 840 milioni. Beneficio di liquidità. Il direttore finanziario di una di queste banche si schermisce: la norma “non comporta alcun impatto positivo sul conto economico bensì un beneficio finanziario legato al mancato esborso monetario dato dalla possibilità di compensare i debiti d’imposta con il credito così acquisito”. La stessa cosa potrebbe essere detta così: il fisco acconsente a un mancato introito monetario per concedere alle banche la possibilità di compensare i debiti di oggi con i crediti che sarebbero maturati dopo anni e anni. Nulla di scandaloso, se lo stesso trattamento fosse garantito anche alle centinaia di migliaia di contribuenti che da anni attendono rimborsi fiscali o il pagamento di forniture e servizi. La liquidità, oggi, ha un costo, come sanno i clienti delle banche»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda chiarire dove sarebbero finiti 3 o 4 miliardi di euro (considerato che le banche italiane, accusate di avere sottratto al fisco tra i 4 e i 5 miliardi di euro, con i richiamati accordi con l’Agenzia delle entrate ne hanno restituito circa uno) e quali siano le ragioni per cui questi soldi non vengono recuperati;

quali siano i motivi per cui ad una banca sia consentito pagare un quarto della cifra contestatale dall’erario, mentre un imprenditore o un cittadino comune, vittime della crisi, vengono vessati dalle tasse fino al punto di arrivare, in alcuni casi, a gesti disperati;

quali urgenti iniziative, considerato che il fisco acconsente a un mancato introito monetario per concedere alle banche la possibilità di compensare i debiti di oggi con i crediti che sarebbero maturati dopo anni e anni, mentre lo stesso trattamento non viene garantito anche alle centinaia di migliaia di contribuenti che da anni attendono rimborsi fiscali o il pagamento di forniture e servizi, intenda assumere al fine di introdurre nell’ordinamento un meccanismo di compensazione dei crediti vantati dalle piccole e medie imprese con i propri debiti;

quali misure intenda adottare per promuovere normative fiscali più eque per la generalità delle imprese e dei cittadini, evitando di discriminare i contribuenti a parere dell’interrogante privilegiati, come le banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti penalizzati, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

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Lavoratori IDI (Istituto Dermopatico dell’Immacolata)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03180
Atto n. 3-03180 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 27 novembre 2012, nella seduta n. 844

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della salute e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la situazione della sanità nel Lazio, dopo la gestione della Presidente della Regione Renata Polverini, a giudizio dell’interrogante disastrosa, è arrivata a livelli insostenibili. Si legge in un lancio dell’AdnKronos del 26 novembre 2012: «”Un pressante appello per denunciare la palese violazione del diritto costituzionale alla tutela della salute dei cittadini che si sta per configurare nella Regione Lazio”. Lo rivolgono alle autorità nazionali e locali le Rappresentanze sindacali confederali di categoria, le Organizzazioni sindacali di categoria del personale del Servizio sanitario regionale pubblico e privato accreditato, le Associazioni datoriali dell’ospedalità privata e classificata e dell’ambulatorialità, le Associazioni di rappresentanza dei cittadini, le Rappresentanze industriali di settore. “Per la prima volta, superando differenze e diffidenze storiche”, tutte le voci che sottoscrivono l’appello “si sono unite per denunciare l’imminente collasso della sanità regionale, per proporre appello alle istituzioni ed alle forze politiche, per aprire una stagione di lotta civile, alta per contenuti sociali, determinata a difendere con ogni mezzo i valori della salute e del lavoro, così come affermato nei giorni scorsi dal capo dello Stato”. “Dopo anni di interventi comunque inefficaci, perché privi di un disegno di riassetto razionale – si legge nell’appello – il Sistema sanitario regionale, in tutte le sue componenti sia pubbliche che private, è al collasso ed i Livelli essenziali di assistenza sono a rischio. Oggi, per un non meglio specificato e definito obiettivo di rientro dal debito, sono stati già attuati nel comparto della sanità privata e classificata, e si predispongono nuovi e pesanti ‘tagli lineari’ sia in area pubblica che privata, e contestuali vere e proprie dismissioni di parti del sistema, invano denunciati da più parti, che non risaneranno la sanità, ma la porteranno al definitivo collasso”. “Per le gravi ragioni esposte nel presente appello, e per richiedere una immediata inversione di marcia alla Regione, compresa la proroga dei rapporti di lavoro precario, le rappresentanze, che lo hanno condiviso e proposto, annunciano una conferenza stampa per il 28 novembre alle ore 12.00 presso Enpam – Via Torino, 38 in cui saranno esposte le ragioni della Vertenza per la tutela della Salute dei cittadini laziali, e promuovono un sit-in presso il Palazzo della Regione in Via Rosa R. Garibaldi l’11 dicembre, ed un calendario di mobilitazioni volte ad impedire che l’oscuro e drammatico disegno di tagli e distruzione possa concretizzarsi in palese dispregio dei diritti costituzionali”»;

esistono situazioni di lavoratori che non ricevono lo stipendio da molti mesi, come raccontato dal quotidiano “Il Messaggero” del 18 novembre: «Ancora proteste all’ospedale Idi di Roma. I 1.500 lavoratori dell’Idi, del San Carlo di Nancy e Villa Paola, per la sesta domenica consecutiva sono saliti sul tetto delle strutture per ottenere gli stipendi, bloccati da agosto. “Oggi non siamo a Vicolo del Conte perché ci sono i colleghi sul tetto e non possiamo lasciarli soli”, ha riferito il segretario Ugl Sanità di Roma e Lazio, Antonio Cuozzo. “Da mesi continuiamo a tenere alta l’attenzione su una brutta vicenda – prosegue il sindacalista – nata da una cattiva gestione di un importante patrimonio economico e sanitario e non smetteremo di restare al fianco dei 1.500 lavoratori diretti e dei 300 dell’indotto”. “Siamo qui in rappresentanza di tutti i dipendenti del gruppo Idi Sanità. Non abbandoneremo questo presidio di protesta fino a quando non verranno rese disponibili le somme di denaro che attualmente risultano bloccate e dato seguito al pagamento immediato di tutti gli stipendi arretrati”, si legge nella lettera indirizzata al presidente del gruppo Idi Sanità Vincenzo Boncoraglio dai lavoratori sul tetto dell’istituto di via dei Monti di Creta. I lavoratori chiedono tra le altre cose un “intervento tempestivo del commissario per la Sanità della Regione Lazio Enrico Bondi, affinché venga aperto un tavolo di trattativa alla presenza del Ministero della Sanità e del Lavoro. “Siamo tutti rappresentanti sindacali. È la terza notte che dormiamo sul tetto – spiega uno di loro – e ora siamo in sei. Dai nostri colleghi ci arriva tanta solidarietà, ma fino ad ora dalle istituzioni e dalla proprietà un silenzio assordante”. Uno striscione esposto dai manifestanti recita: “Pronti a tutto”. Anche le due commissioni di inchiesta parlamentari della sanità si stanno occupando della vicenda. Ieri il prefetto Pecoraro si è impegnato per sbloccare sette milioni di euro fermi alla Asl Rm E, per il pagamento degli stipendi dei lavoratori Idi. Su questo i sindacati avevano espresso soddisfazione ma solo parziale, perché i sette milioni non sono ancora sufficienti per 1.500 lavoratori senza retribuzione da tre mesi»;

si legge su “Il Mondo” del 26 novembre 2012: «Questa mattina, alle ore 12, il Consiglio del Municipio 18 Roma Aurelio si riunisce in seduta straordinaria per discutere della situazione dei lavoratori dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI) e dell’ospedale San Carlo di Nancy. Entrambe le strutture sanitarie si trovano nel territorio del Municipio 18. La seduta del Consiglio vuole testimoniare ”l’attenzione e la vicinanza dell’istituzione locale alla grave situazione dei lavoratori delle strutture che da oltre tre mesi non percepiscono lo stipendio”. L’iniziativa, concordata con le sigle sindacali che rappresentano i lavoratori, segue altre manifestazioni di solidarietà che il Municipio 18 ha espresso nelle settimane passate, come il sit in organizzato martedì 20 novembre e la partecipazione del presidente Giannini al corteo del 26 ottobre scorso. Il Consiglio si riunirà alle ore 12 presso la sede del Municipio 18, in via Aurelia 470. ”I lavoratori dell’IDI-San Carlo – dichiara il presidente del Municipio 18 Daniele Giannini – vanno sostenuti in questo momento cruciale per il loro futuro. Lo abbiamo promesso ai rappresentanti sindacali e continueremo a farlo fino ad una conclusione positiva della vicenda. I Consiglieri e la Giunta del Municipio 18 daranno dimostrazione di solidarietà a chi ha reso le due strutture sanitarie un fiore all’occhiello della sanità italiana; un motivo di vanto e una risorsa economica e sociale per i nostri quartieri». Per far fronte alla gravissima situazione di collasso, nei mesi scorsi il Governo ha nominato commissario straordinario Enrico Bondi, il presunto risanatore che nella gestione della Parmalat staccò una parcella da 32 milioni di euro e, dopo aver “risanato” l’azienda di Collecchio, invece di difenderla, ha consentito la cessione ai francesi di Lactalis, compreso un Tesoretto di 1,2 miliardi di euro accumulato nel bilancio;

considerato che a parere dell’interrogante la situazione è anche aggravata dalla scelta della presidente Polverini di non determinare la data delle elezioni regionali,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo ed il commissario straordinario Bondi abbiano messo in atto per intervenire sulla disastrata gestione della sanità nel Lazio, messa in ginocchio già da tempo, alla quale a giudizio dell’interrogante è stato dato il colpo di grazia definitivo dal Presidente della Regione Lazio Polverini, e per tutelare così i diritti e la dignità dei lavoratori e degli utenti dei servizi sanitari;

quale risulti essere la situazione dell’ospedale Idi di Roma, con 1.500 lavoratori dell’Idi, del San Carlo di Nancy e di Villa Paola, che per la sesta domenica consecutiva sono saliti sul tetto delle strutture per ottenere il pagamento degli stipendi, bloccati da agosto;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per offrire sostegno ai 1.500 lavoratori dell’Idi, del San Carlo di Nancy e di Villa Paola, alcuni dei quali minacciano gesti estremi per richiamare l’attenzione sulla loro situazione.

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Maire Tecnimont

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08764
Atto n. 4-08764

Pubblicato il 27 novembre 2012, nella seduta n. 843

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende dalla stampa che non si arresta la flessione di Maire Tecnimont, che ormai rischia apertamente un test del minimo storico;

il management della Maire Tecnimont, oltre ad aver fatto perdere il 90 per cento dei risparmi agli azionisti, avrebbe avuto comportamenti omertosi e contraddittori nella gestione dei conti e nei bilanci della società;

il titolo, da maggio 2011, ha effettuato degli sbalzi illogici, e con operazioni short fatte dalla medesima dirigenza. Alcune perdite sarebbero state elevate senza un minimo di dettaglio; in particolare durante l’anno, dopo aver detto che erano state ripianate, sarebbe poi stato registrato il loro aumento, senza che ne fossero date comunicazioni periodiche agli azionisti;

il presidente della Maire Tecnimont è il dottor Fabrizio Di Amato che detiene il 65 per cento del pacchetto azionario; un’altra società, che ha il 4 per cento circa, risulta formata dal suo amico Giovanni Malagò;

la Maire Tecnimont fino ad aprile 2011 capitalizzava circa 300 milioni di euro ed aveva un valore in borsa che oscillava fra 3,20 e 3,70 euro;

a maggio, poco prima che uscissero i dati di bilancio, il titolo ebbe un crollo del 40 per cento circa, poi, dopo l’uscita dei dati, la discesa continuò fino ad arrivare a circa 1,20;

recentemente hanno fatto una conferenza nella quale, a quanto risulta all’interrogante in fretta e furia, hanno fatto presente che fatti imprevedibili hanno obbligato la società a fare degli accantonamenti e perciò, come già da un anno qualcuno suggeriva, sarà opportuno disporre un aumento di capitale;

è del 15 novembre 2012 la notizia, riportata ad esempio da “Economia web”, secondo la quale «Il gruppo Maire Tecnimont ha varato un piano di riorganizzazione finanziaria con riscadenziamento del debito e aumento di capitale dopo conti ancora pesanti: nei primi sei mesi dell’anno la perdita è stata di 157 milioni (in peggioramento del 15% rispetto allo stesso periodo 2011), con ricavi in calo del 18% a quota 1.661 milioni. La posizione finanziaria netta è negativa per 117 milioni»;

un aumento di capitale farà ulteriormente diluire il valore del titolo, chiedendo poi ulteriori soldi agli azionisti;

a conferma di ciò la notizia riportata da “Teleborsa” il 16 novembre: «L’ufficializzazione dell’aumento di capitale e la ristrutturazione del debito, annunciate ieri, continuano a pesare sul titolo Maire Tecnimont. Le azioni, infatti, al momento in asta di volatilità mostrano un ribasso teorico dell’11,81% a 0,3899 euro»;

si legge a questo proposito su “soldionline”, in un articolo apparso il 19 novembre: «Gli esperti di Mediobanca hanno deciso di abbassare da “neutrale” a “underperform” (farà peggio del mercato) la loro raccomandazione su Maire Tecnimont, la cui valutazione viene tagliata da 0,98 a 0,25 euro per tenere conto anche dell’aumento di capitale recentemente annunciato. Per gli analisti di Piazzetta Cuccia la situazione della società è “drammaticamente peggiorata”»;

risulta all’interrogante che dopo 10 giorni ancora non è stato precisato come sarà strutturato questo aumento di capitale, e non hanno parlato nemmeno di un misterioso nuovo socio strategico. Nel frattempo, la situazione è ulteriormente peggiorata per i piccoli azionisti e risparmiatori ingannati dalle false notizie, o meglio dalle mancate notizie da parte del management, e così sotto silenzio stanno dando, a giudizio dell’interrogante, la possibilità al dottor Di Amato e Malagò di fare degli ulteriori artifizi con le banche complici;

considerato che a fine febbraio 2012, quando già tutti sapevano in quali acque navigava la società, Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno erogato un finanziamento a breve a 18 mesi revolving di 150 milioni di euro,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere affinché non siano i risparmiatori a pagare personalmente per la leggerezza ed il mancato senso di responsabilità di coloro che possono aver condotto gestioni scellerate del gruppo, a cui numerosi cittadini hanno dato fiducia con i loro investimenti credendo nella robustezza della società;

quali azioni intenda porre in atto, nell’ambito delle proprie competenze, per garantire il rispetto e la verifica costante della correttezza, trasparenza, compiutezza e tempestività delle comunicazioni delle società al mercato;

se sia a conoscenza di interventi delle autorità competenti alla vigilanza e quali siano stati i risultati;

se non ritenga necessario farsi promotore di iniziative legislative, tese a definire meglio le responsabilità delle autorità di controllo in ordine alla gestione delle controllate, al fine di garantire l’efficienza e la trasparenza dei mercati, che a giudizio dell’interrogante la Consob troppo spesso non è stata in grado di assicurare;

quali risultino essere le garanzie fornite dalla Maire Tecnimont, una società da anni in perdita, a Unicredit e Intesa Sanpaolo per ottenere il finanziamento descritto proprio in questo periodo di totale credit crunch, in cui le banche da una parte non erogano crediti alle piccole medie imprese e ai cittadini, mentre dall’altra finanziano una società che avrebbe circa 300 milioni di deficit, con una posizione finanziaria netta negativa, e con Mediobanca che sostiene che la stessa avrebbe bisogno di un aumento di capitale.

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Lavoro ispettivo Bankitalia su Banca Popolare Milano

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08765
Atto n. 4-08765

Pubblicato il 27 novembre 2012, nella seduta n. 843

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nell’articolo di Gianni Cirone pubblicato su “lindro.it” si legge: «Il lavoro ispettivo di Bankitalia sul corpo Bpm (Banca popolare di Milano) si prolunga oltre il dovuto»;

intanto i vari capitoli dell’inchiesta della procura di Milano in corso sulla vecchia gestione della Bpm delineano una brutta storia di conflitti d’interessi, finanziamenti facili e presunte corruzioni;

nell’articolo citato si legge che antecedentemente «alla suddetta ispezione di Bankitalia», già «nel 2008 e – poi – nel 2011, Bpm finisce sotto la lente di via Nazionale. Da quel vaglio, scaturirà anche l’affaire che vedrà coinvolto l’ex presidente Massimo Ponzellini (a cui subentrerà proprio Andrea Bonomi) e – soprattutto – la conversione di Piazza Meda verso un sistema di corporate governance: in breve, la suddivisione di tutte le attività attraverso due organi, uno gestionale ed uno di controllo. Tale conversione sostituirà l’assetto Consiglio d’amministrazione/Collegio sindacale, e segnerà la strategia imposta da Bonomi che – da quel momento – sarà protagonista di un muro contro muro contro i dipendenti/soci della banca, con l’obiettivo di smantellarne il potere. Eliminata l’Associazione degli Amici Bpm, a tutt’oggi quello scontro è aperto e conclamato. Nel frattempo – oltre la mannaia del taglio di oltre 800 dipendenti Bpm, oggi definiti “esuberi” – emergono altre e diverse contrazioni. Ad esempio, l’approvazione di un progetto di fusione. Il cda di Banca Akros e quello di Akros Alternative Investments, controllata al 100% da Banca Akros approvano il progetto di fusione per incorporazione di Akros Alternative Investments in Banca Akros. Le ragioni di tale assorbimento – si dice – trarrebbero origine dall’avvenuta liquidazione di tutti i fondi gestiti da Akros Alternative Investments, e dal fatto che non sarebbe prevista l’istituzione di nuovi fondi comuni di investimento. (…) Ciò cambia il registro delle società del Gruppo. Un registro che, prima del suddetto assorbimento, era così rappresentato, almeno ufficialmente: Bpm (capogruppo del Gruppo Bipiemme); controllate: Banca Akros SpA, Akros Alternative Investments Sgr SpA (appunto, ora in Akros Spa), Banca di Legnano SpA, Banca Popolare di Mantova SpA, Bpm Capital 1Llc (U.S.A.), Bpm Covered Bond Srl, Bpm Ireland Plc (Dublino), Bpm Fund Management Ltd (Dublino), Bpm Luxembourg Sa (Lussemburgo), Ge.Se.So. Srl, ProFamily SpA, WeBank SpA. (…) Si evince anche che il Consiglio di Gestione – dopo l’esplosione dell’affaire Bpm, avvenuta molti mesi fa e per cui si è messa a lavoro la Procura di Milano – sia composto da cinque membri nominati dal Consiglio di Sorveglianza. (…) Nell’ottica di perseguire il più possibile l’indipendenza e l’autorevolezza dell’organo gestorio, per la nomina dei componenti del Consiglio di Gestione sono richiesti particolari quorum all’interno al Consiglio di Sorveglianza al fine di attribuire rilievo alle componenti espressione delle minoranze, degli OICVM (Organismi d’investimento collettivo in valori mobiliari, ndr) e dei partner strategici della Banca. Al Consiglio di Gestione spetta la gestione dell’impresa e a tal fine esso compie tutte le operazioni necessarie, utili o comunque opportune per il raggiungimento dell’oggetto sociale, siano esse di ordinaria come di straordinaria amministrazione». Quindi tutte «le operazioni necessarie. (…) Ciò detto, però, emerge il quadro seguente. Il Consiglio di Gestione, dopo l’affaire Bpm, si forma in questo modo. Piero Montani (Consigliere Delegato) viene nominato da Andrea Bonomi (Presidente Consiglio di gestione, nonché presidente Investindustrial), Davide Croff (consigliere e presidente della Permasteelisa, partecipata dal fondo Investindustrial come azionista di maggioranza), Alessandro Foti (consigliere, nonché consiglieredi amministrazione di Intercos e di Sirti, controllata da Investindustrial), Dante Razzano (consigliere, nonché socio di Bonomi Investindustrial)»;

l’articolo prosegue suggerendo che si dovrebbe domandare «agli ispettori di Bankitalia: questo è un organo collegiale? Meglio: questo organo è regolare o rappresenta un’anomalia? Risposta verosimile: difficile che questi consiglieri possano votare contro le indicazioni di Andrea Bonomi, socio e/o datore di lavoro di questi soggetti. Quindi: c’è o non c’è conflitto di interessi? In più: i risparmiatori che scelgono Bpm possono dormire sonni tranquilli? No, perché l’ultima volta che lo hanno fatto gli sono piovuti addosso i convertendo; e non solo. Anche con il nuovo che è avanzato – ovvero con Bonomi che sostituisce l’amico Ponzellini – le casse della banca si sono spalancate verso un’apertura di credito che definire ‘sorprendente’ è eufemistico. Si dirà: ma qui siamo al cospetto di fior di professionisti. Certo, professionisti che – solo pochi giorni fa – si sono accorti di essersi messi alla guida di una macchina che sembra non conoscessero, (…) al momento dell’acquisto. Gli stessi che fanno trapelare all’esterno (se non lo avessero voluto, avrebbero embargato all’infinito la notizia, ndr) il loro stupore (di Bonomi e di Montani, ndr) per una scoperta ‘recente’: le “strutture” di Piazza Meda sarebbero 374, non 252, come previsto da piano industriale ereditato. Traduzione? I signori, che controllano Bpm da mesi, dicono di scoprire solo ora che ci sarebbero 122 poltrone ‘non censite’ risalenti alla trascorsa gestione: quella che – secondo i maligni – avrebbe assistito passivamente all’evolversi delle ‘carriere politiche’. Maria Luisa Arscott, neo-responsabile della ex direzione organizzativa, è andata a caccia, e l’avrebbe scovate. (…) Forse è per questa ragione» che «c’è chi non sembra dare poi così credito alla nuova conduzione Bpm. Ad esempio Moody’s, che ha deciso di mettere sotto osservazione il rating della Banca, in vista di un possibile downgrade. I nuovi capi in questo caso non mostrano facce serene. Anzi esprimono “il proprio disappunto per il modo in cui tale decisione è maturata” e promettono “ogni azione” che potrà essere intrapresa al fine di tutelare la Banca, i suoi azionisti e gli investitori. Piazza Meda lamenta di non essere stata vagliata dall’agenzia di rating posteriormente all’esplosione dell’affaire Bpm. Un fatto grave perché “trascura l’importante cambiamento che ha interessato l’intero gruppo tra cui il mutamento della governance, il rinnovamento del management, la presentazione del business plan 2012-2015 e tutte le azioni intraprese per la semplificazione e il rilancio del gruppo”»;

questa è «un’altra piccola parte (…) di quanto sta accadendo (…) molto dopo (…) l’apertura delle indagini milanesi; solo un’altra piccola parte di qualcosa che non si chiude. Un irrisolto che si è aperto alla fine dello scorso ottobre, quando Bankitalia e Guardia di Finanza fanno ingresso a piazza Meda. A caldo, in quel frangente, qualcuno ipotizza l’acquisizione di libri contabili per verifica fatture ed operazioni finalizzate ad eludere il fisco. Qualcun altro maligna che Bankitalia si attarda alla spasmodica ricerca di una propria lettera a Ponzellini, dai contenuti ‘incerti’ (per chi? per cosa?), o di quella della Consob – datata 10 ottobre 2012 – in cui si chiederebbe al presidente di Investindustrial, nonché presidente del Comitato di Gestione, nonché Andrea Bonomi, di avere lumi sul patto occulto e sui finanziamenti ‘fai da te’, ‘fai da te’ – s’intende – svolto da Andrea Bonomi; e mentre quest’ultimo e Montani si compiacciono di essere sotto ispezione, è bene non scordare che Bankitalia ha in mano un’arma. Si chiama Tub: ma, per questo, c’è da riservare un capitolo a parte. Con buona pace di quel che, ancora, non pare scritto in alcuna documentazione che abbia due suoni: quello di garanzia e quello dell’avviso»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in uno Stato di diritto dove funzionano i contrappesi, le authority finanziarie avrebbero il dovere di intervenire preventivamente prevenendo l’intervento della magistratura a presidio dei diritti dei risparmiatori;

per quanto ormai accaduto nell’affaire Bpm la magistratura si esprimerà a riguardo, ma quello che conta è che quanto accaduto dopo, e che sta ancora accadendo, deve essere vagliato;

sono oscuri i motivi per cui il lavoro ispettivo della Banca d’Italia su Banca popolare di Milano si stia prolungando oltre il dovuto,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che i banchieri, ad avviso dell’interrogante spesso contigui alle compiacenti autorità vigilanti, possano continuare impunemente ad operare favorendo le solite cricche di potere a danno del mercato, delle famiglie, dei depositanti e dei risparmiatori, per chiamarli finalmente a rispondere sulle loro evidentissime responsabilità;

quali iniziative di competenza intenda intraprendere affinché venga accertata l’effettiva regolarità delle operazioni e dei metodi di comportamento degli istituti di credito al fine di tutelare i diritti dei consumatori;

se non ritenga necessario innescare un rinnovamento fondamentale per il settore bancario e finanziario in Italia affrontando temi come gli assetti di governance, l’ampia diffusione dei legami azionari e personali tra concorrenti, la scarsa trasparenza nell’operato di alcuni centrali azionisti.

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