Debito 5 miliardi delle banche verso lo Stato

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08793
Atto n. 4-08793

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Camilla Conti per “il Fatto Quotidiano” sul debito di 5 miliardi di euro delle banche verso lo Stato: «Lo Stato ha dichiarato guerra ai furbetti del fisco. Obiettivo: riportare un po’ di milioni nelle casse pubbliche dissanguate da quasi due miliardi di debito. Mentre gli sherpa del Tesoro trattano con la Svizzera per aprire i forzieri elvetici dove sono ancora custoditi i capitali degli evasori nostrani, l’Agenzia delle Entrate farà partire a gennaio il nuovo redditometro per scandagliare le nostre dichiarazioni dei redditi. Ma tra i soldi che “pendono” e che potrebbero tornare presto a casa ci sono anche quelli delle banche quotate in Borsa. Quasi 5 miliardi che sono ancora oggetto di contenzioso, ovvero di partite aperte, negli ultimi anni. E il conto in sospeso con l’Erario è destinato a salire guardando le ultime relazioni trimestrali, anche se non tutti gli istituti hanno aggiornato le informazioni. Lo ha fatto Intesa Sanpaolo che a settembre ha ricevuto una visita degli uomini di Befera per una verifica sulle controllate Group Services, per l’anno 2009, e Banca Imi per operazioni di finanza strutturata e contratti di finanziamento stipulati all’estero dal 2008 al 2010. A un’altra società del gruppo, la Leasint, sono poi state contestate fatturazioni per operazioni inesistenti. Nessuno sviluppo, invece, per le indagini penali della Procura di Biella che ha messo nel mirino alcune operazioni di pronti contro termine su titoli obbligazionari esteri fatte nel 2006 e nel 2007 dall’allora controllata Biverbanca. Secondo gli accertamenti della Gdf, il gruppo avrebbe abbassato l’importo dell’Ires dovuta, grazie a crediti fiscali maturati all’estero. Contenziosi fiscali aperti anche per il Monte dei Paschi: il 23 ottobre è stato notificato a State Street Bank (ex MPS Finance Banca mobiliare, prima ceduta a Intesa e da questa a State Street) un processo verbale di constatazione relativo a operazioni di trading su azioni perfezionate a cavallo dello stacco dei dividendi nel 2007. Non solo. Il 31 maggio scorso alla banca senese è stato notificato un verbale relativo alla cessione di una partecipazione formalizzata nel 2006. La banca contesta che la vendita sarebbe avvenuta in realtà nel 2005, dunque “la plusvalenza realizzata non avrebbe goduto dell’esenzione fiscale”. Ma non dice quale sia la partecipazione che ha originato la plusvalenza contestata. Di certo, in quel periodo si erano registrate tre operazioni: la vendita del 4,4% di Bnl a Deutsche Bank, la cessione della quota Parmalat e quella dei titoli Fiat provenienti dal “convertendo”. In alcuni casi i conti rimasti aperti col Fisco e le contestazioni vengono ereditate dalle aziende aggregate o finite negli anni sotto il controllo dell’istituto. Ne sa qualcosa il Banco Popolare che ha dovuto sistemare anche i guai della ex Popolare di Lodi e di Italease. Al 30 settembre, le passività potenziali che interessano l’istituto veronese e le controllate ammontano a 391 milioni. Anche nella galassia Ubi fioccano verifiche, alcune ancora in corso, cui si aggiungono numerosi processi verbali di constatazione e avvisi di accertamento come quello arrivato a Ubi Banca per 13,2 milioni di presunte omesse ritenute. Per la Banca Popolare dell’Emilia Romagna i problemi arrivano, invece, dalla controllata irlandese Emro Finance: l’anno scorso la Guardia di Finanza ha chiuso una verifica sui periodi d’imposta 2005-2009. Il 12 marzo è scattato l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Modena per il 2005 e il 2006, in cui si contesta l’esterovestizione della società. Si tratta di 11,2 milioni di tasse. Valore che però scende a 3,2 milioni se si considerano tutti gli anni interessati dalla verifica della Finanza e quanto già versato come imposte in Irlanda nello stesso periodo. C’è poi chi ha chiuso i conti col fisco, ma non con i tribunali. Unicredit ha staccato a Befera un assegno da 264 milioni per l’operazione Brontos, nome con cui la controparte Barclays aveva battezzato la frode fiscale da 245 milioni per la quale è stato indagato e rinviato a giudizio l’ex amministratore delegato, Alessandro Profumo, ora presidente di Mps. Venerdì il giudice milanese, Maria Antonietta Monfredi, ha deciso il trasferimento del processo a Bologna accogliendo i rilievi della difesa sull’incompetenza territoriale del tribunale lombardo. Il caso torna così alla fase delle indagini preliminari e la palla passa ai magistrati emiliani che valuteranno se procedere con una nuova richiesta di rinvio a giudizio»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’impressione che viene fuori è che le banche siano i soli soggetti che si avvantaggiano di questa trattativa con l’Agenzia delle entrate e, di contro, che lo Stato sia l’unico a rimetterci;

di conseguenza appaiono alquanto discutibili gli annunciati redditest e il continuo riprendere le famiglie in quanto vivrebbero al di sopra dei propri redditi;

questo dimostra che si conoscono benissimo i grandi evasori;

scrive Gianni Dragoni: «I capi delle banche si danno ogni anno dei grandi stipendi e dei bonus, dei premi milionari che spesso sono costruiti sulle disgrazie altrui. Per esempio i vertici di Mediobanca. Alberto Nagel, amministratore delegato, Renato Pagliaro è il Presidente, abbiamo visto il bilancio al 30 giugno 2012, hanno ancora degli stipendi lordi che sono più di 2 milioni di Euro all’anno, quindi dopo le tasse circa la metà. Ma un anno fa con la crisi era apparsa sul giornale la notizia che Nagel e Pagliaro di Mediobanca si sarebbero ridotti lo stipendio del 40 per cento, una notizia non ufficiale ma neanche smentita. In realtà lo stipendio che abbiamo visto del bilancio 2008 dei vertici di Mediobanca è quasi lo stesso dell’anno precedente, quindi la banca ha fatto anche meno utili, ha dato meno dividendo agli azionisti, con la crisi è andata molto peggio e non poteva che essere diversamente, ma i suoi vertici continuano a guadagnare più o meno lo stesso stipendio. Vedremo cosa succede nei prossimi mesi con Unicredit e Intesa San Paolo ma non c’è da aspettarsi un taglio degli stipendi. Corrado Passera nel 2011 ha lasciato Banca Intesa San Paolo con uno stipendio, è stato pubblicato dal bilancio, più 3 milioni lordi prima delle tasse e quindi il suo stipendio più o meno ordinario di ogni anno»;

considerato inoltre che:

scrive Lorenzo Dilena per “Linkiesta”: «Mai sentito parlare di “trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio”? In soldoni, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per saldare qualsiasi tipo di tributo. È l’effetto di un codicillo in aiuto delle banche in perdita, introdotto da Tremonti e poi confermato da Monti. Ma solo adesso se ne cominciano a vedere gli effetti. Così mentre partite Iva e Pmi attendono da anni rimborsi fiscali e pagamento delle forniture, quest’anno i cinque maggiori istituti avranno un beneficio superiore a 2,5 miliardi. Gli esperti di fisco la chiamano “trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in crediti di imposta”. In concreto, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per pagare qualsiasi tipo di tributo. Anche le ritenute mensili sugli stipendi dei dipendenti. Il “comma 55″ (…) Ed è proprio» con «Giulio Tremonti ministro dell’Economia che il miracolo si compie: poste contabili destinate a rimanere congelate per quasi un ventennio si tramutano magicamente in crediti d’imposta veri e propri. E liquidissimi. Non è il fisco dei sogni ma l’effetto di un codicillo del decreto Milleproroghe 225/2010: il “comma 55″ dell’articolo 2. Una norma confermata e perfezionata dal governo Monti – con il decisivo contributo dell’allora viceministro Vittorio Grilli, oggi ministro dell’Economia – e che solo adesso comincia a dispiegare i suoi effetti. Per svariati miliardi di euro. Pioveranno, in gran parte, su un gruppo piuttosto ristretto di contribuenti. Contribuenti speciali. Il “comma 55″ circoscrive l’ambito di applicazione alle “attività per imposte anticipate” relative alle svalutazioni di crediti, all’avviamento e altre attività immateriali come marchi, brevetti, etc., deducibili su più anni. Detta così, sembra una possibilità aperta a tutte le imprese. In realtà, dietro i rimandi normativi si scopre che le svalutazioni di crediti interessate sono solo quelle degli “enti creditizi e finanziari”. Quanto all’avviamento, anche se la norma è generale, nei fatti si tratta di una voce di bilancio quantitativamente rilevante per i gruppi bancari, reduci da anni di fusioni e acquisizioni a caro prezzo. Nel complesso, dunque, una norma su misura. Sulle perdite delle banche balsamo per svariati miliardi. L’unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società si sia chiuso in perdita. Esattamente, quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le maggiori banche italiane: Unicredit ha chiuso con un rosso di 9,2 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 8,19 miliardi, Mps 4,7 miliardi, Ubi Banca 1,84 miliardi, il Banco Popolare 2,25 miliardi. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta è in grado di stimare che quest’anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera 2,5 miliardi di euro. La norma, frutto di un’azione di lobby da parte dell’Abi e della Banca d’Italia di Mario Draghi, l’associazione delle banche presieduta dall’avvocato Giuseppe Mussari, è testualmente giustificata “in funzione anche della prossima entrata in vigore del nuovo accordo di Basilea”, che inasprisce i requisiti di solidità patrimoniale delle banche. Lobby bancaria. La ragione accampata dall’Abi è che le banche italiane siano penalizzate rispetto alle concorrenti estere. In questo, c’è del vero, ma chi in Italia non è fiscalmente penalizzato rispetto all’estero? Ai fini fiscali, per esempio, le svalutazioni dei crediti alla clientela (che la banca effettua quando ritiene che non recupererà per intero la somma prestata) non sono interamente deducibili nell’esercizio in cui avvengono: la normativa fissa un limite dello 0,30% del totale crediti in bilancio. La parte restante della svalutazione può essere dedotta “in quote costanti nei 18 esercizi successivi”, e nel frattempo finisce in una specie di fondo dell’attivo, chiamato “attività per imposte anticipate” (Dta, Deferred tax assets, nel gergo degli analisti). Nell’immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili. D’altra parte, il fatto che per esigenze di gettito il fisco costringa a spalmare su più anni costi che in base ai principi contabili sono di competenza di un singolo esercizio, è questione comune a tutte le imprese». Con il ministro Tremonti «le “Dta” delle banche», sono stare rese «illiquide e di durata quasi ventennale, qualcosa di immediatamente spendibile per compensare, nel modello F24, i debiti verso il fisco. Come funziona. La trasformazione delle attività per imposte anticipate in credito d’imposta scatta quando il bilancio chiude in perdita, secondo una percentuale pari al rapporto fra la perdita dell’esercizio e il capitale sociale più le riserve. Più alta è l’incidenza delle perdite sul patrimonio, maggiore è il credito di imposta che si ottiene. Per esempio, se la banca ha attività per imposte anticipate per 1,5 miliardi, capitale e riserve per 15 miliardi e ha chiuso il bilancio con una perdita di 5 miliardi, ottiene un credito di imposta di 500 milioni (= 1,5 x 5/15). Somma che potrà utilizzare subito, e senza limiti di importo, in compensazione dei debiti fiscali. Nello stesso tempo, però, rinuncia a dedurre le attività trasformate negli esercizi successivi. Il gioco vale la candela, e soprattutto la liquidità che se ne ottiene, se la percentuale di trasformazione (leggi l’incidenza delle perdite sul patrimonio) è elevata e la vita residua delle attività per imposte anticipate è sufficientemente lunga. I dati banca per banca. I dati raccolti da Linkiesta mostrano che gli effetti del “comma 55″ sui bilanci 2012 delle banche saranno significativi. Per Intesa Sanpaolo, le Dta trasformate in crediti di imposta ammontano a circa 771 milioni. Si tratta di una stima preliminare, calcolata con criteri prudenziali in attesa di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle entrate. Anche Unicredit si è avvalsa della previsione normativa convertendo in credito d’imposta attività per circa 588 milioni. Nel caso di Ubi Banca il beneficio sfiora 250 milioni, il Banco Popolare dovrebbe beneficiare di 484 milioni. Nella semestrale al 30 giugno 2012 del Monte dei Paschi di Siena, vengono evidenziati “crediti d’imposta per 521 milioni di euro, non ancora utilizzati in compensazione, derivanti dalla trasformazione di attività per imposte anticipate operata dalla Capogruppo e dalla Banca Antonveneta” per 840 milioni. Beneficio di liquidità. Il direttore finanziario di una di queste banche si schermisce: la norma “non comporta alcun impatto positivo sul conto economico bensì un beneficio finanziario legato al mancato esborso monetario dato dalla possibilità di compensare i debiti d’imposta con il credito così acquisito”. La stessa cosa potrebbe essere detta così: il fisco acconsente a un mancato introito monetario per concedere alle banche la possibilità di compensare i debiti di oggi con i crediti che sarebbero maturati dopo anni e anni. Nulla di scandaloso, se lo stesso trattamento fosse garantito anche alle centinaia di migliaia di contribuenti che da anni attendono rimborsi fiscali o il pagamento di forniture e servizi. La liquidità, oggi, ha un costo, come sanno i clienti delle banche»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda chiarire dove sarebbero finiti 3 o 4 miliardi di euro (considerato che le banche italiane, accusate di avere sottratto al fisco tra i 4 e i 5 miliardi di euro, con i richiamati accordi con l’Agenzia delle entrate ne hanno restituito circa uno) e quali siano le ragioni per cui questi soldi non vengono recuperati;

quali siano i motivi per cui ad una banca sia consentito pagare un quarto della cifra contestatale dall’erario, mentre un imprenditore o un cittadino comune, vittime della crisi, vengono vessati dalle tasse fino al punto di arrivare, in alcuni casi, a gesti disperati;

quali urgenti iniziative, considerato che il fisco acconsente a un mancato introito monetario per concedere alle banche la possibilità di compensare i debiti di oggi con i crediti che sarebbero maturati dopo anni e anni, mentre lo stesso trattamento non viene garantito anche alle centinaia di migliaia di contribuenti che da anni attendono rimborsi fiscali o il pagamento di forniture e servizi, intenda assumere al fine di introdurre nell’ordinamento un meccanismo di compensazione dei crediti vantati dalle piccole e medie imprese con i propri debiti;

quali misure intenda adottare per promuovere normative fiscali più eque per la generalità delle imprese e dei cittadini, evitando di discriminare i contribuenti a parere dell’interrogante privilegiati, come le banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti penalizzati, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

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