Redditi famiglie in calo

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08792
Atto n. 4-08792

Pubblicato il 29 novembre 2012, nella seduta n. 845

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che si legge su “il Messaggero”, in un articolo pubblicato il 27 novembre 2012: «”Per le famiglie italiane siamo al quinto anno di riduzione del reddito reale – ha detto oggi il vicedirettore di Bankitalia, Salvatore Rossi – Quest’anno si profila una diminuzione anche più marcata di quella, del 2,5%, avutasi in occasione della recessione del 2009″. Bankitalia: in affanno credito alle famiglie. “Il credito alle famiglie mostra segni di affanno, con i prestiti che si stanno lentamente contraendo e le nuove erogazioni che sono molto più contenute degli anni scorsi – dice Rossi – La decelerazione dei prestiti alle famiglie è divenuta negativa nel terzo trimestre di quest’anno”. Rossi ha ricordato anche che secondo le stime Bankitalia “la decrescita dei mutui immobiliari proseguirebbe nei mesi prossimi, almeno fino a metà 2013″. Il direttore generale della Banca d’Italia ha sottolineato che in Italia “il mercato del credito alle famiglie potrà tornare a espandersi, per colmare il divario che ancora lo separa da quello dei maggiori paesi avanzati, con il miglioramento delle condizioni economiche generali”. “900mila famiglie con debiti oltre il 30% del loro reddito”. La crisi economica rende le famiglie italiane finanziariamente più vulnerabili. Secondo i dati di un’indagine biennale di Bankitalia, nel 2010 il 3,6% delle famiglie italiane (poco meno di 900 mila nuclei) era gravata da un servizio del debito superiore al 30% del loro reddito. Tra queste le famiglie definite “vulnerabili”, cioè quelle del primo e del secondo quartile di reddito, erano pari all’1,4% del totale delle famiglie, le prime, e all’1% le seconde (circa 350mila e 250mila nuclei rispettivamente). Istat: retribuzioni +1,5% annuo. Le retribuzioni contrattuali orarie a ottobre, in base ai dati Istat, salgono dell’1,5% su base annua, dall’1,4% di settembre, mentre su base mensile crescono dello 0,2%. Il dato tendenziale rimane, nonostante il forte rallentamento dei prezzi, sotto il livello d’inflazione annuo dello stesso mese (+2,6%), ma il divario si restringe a 1,1 punti (da 1,8 di settembre). Tenendo conto dei diversi settori, a ottobre presentano i rialzi tendenziali più forti i comparti dell’acqua e servizi di smaltimento rifiuti (3,0%), dell’energia elettrica e gas (2,9%), del tessile, abbigliamento e lavorazione pelli (2,8%). Si registrano invece variazioni nulle per telecomunicazioni e tutti i comparti della pubblica amministrazione. Contratti, 4 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo. A ottobre risultano in attesa di rinnovo 36 accordi contrattuali, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione, relativi a circa quattro milioni di dipendenti (intorno ai 3 milioni nel pubblico impiego). Lo comunica l’Istat precisando che la quota di dipendenti che aspettano il rinnovo è pari al 30,7% nel totale dell’economia, in leggero rialzo rispetto a settembre. A ottobre, tra i contratti monitorati dall’indagine, l’Istat registra il positivo scioglimento della riserva dell’accordo per i dipendenti dell’industria chimica, rinnovato prima della conclusione naturale del contratto (dicembre 2012), mentre sono scaduti quelli per i lavoratori dell’industria alimentare e olearia (al riguardo l’istituto precisa che alla fine di ottobre per questi accordi è già stata siglata l’ipotesi di intesa, che sarà recepita definitivamente non appena sarà sciolta la riserva da parte dei lavoratori). L’Istat ricorda, per quanto riguarda gli statali, che a partire da gennaio 2010 tutti i contratti della pubblica amministrazione sono scaduti, subendo il blocco stabilito per legge. Tempo medio d’attesa 32,2 mesi. A ottobre i mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto sono in media 32,2, in deciso aumento rispetto allo scorso anno (22,4) lo rileva l’Istat»;

considerato che:

il primo risultato è che durante e dopo la crisi il reddito reale delle persone appartenenti alle fasce più deboli della popolazione è crollato;

una famiglia che subisce una riduzione consistente di reddito da lavoro subisce anche una riduzione di reddito disponibile, delle spese per consumo e quindi di qualità della vita. Pertanto il costo della crisi è stato sicuramente più grande per queste numerose famiglie;

proprio perché inevitabilmente la crisi e l’alta tassazione hanno portato numerose famiglie italiane ad impoverirsi, queste, nel tentativo di mantenere attivi certi consumi ma dovendo fare comunque i conti con redditi sempre più bassi, incontrano grandi difficoltà in tutto quel sistema di erogazione del credito per diversi servizi;

da un lato le famiglie faticano a resistere per mantenere un livello di vita adeguato alle aspettative, mentre dall’altro non possono contare su alcun tipo di aiuto o sostegno visto che non possono dare a loro volta quelle garanzie che servirebbero in parte a superare il difficile periodo attuale;

i fatti dimostrano che le famiglie sono state lasciate sole e il disinteresse o la sottovalutazione del problema da parte del Governo non possono essere ammissibili;

il Codacons, commentando il calo del reddito delle famiglie annunciato dal vice direttore generale della Banca d’Italia, ha affermato, come si legge sul sito dell’Ansa, in un articolo diffuso lo stesso giorno: «”Fino a che le famiglie continueranno ad avere una riduzione del loro reddito reale, i consumi non potranno che scendere e l’Italia, conseguentemente, non sarà in grado di crescere ed uscire dal tunnel della crisi”». Pertanto «chiede al governo di congelare le tariffe pubbliche. L’associazione dei consumatori ha avvertito che “è controproducente dissanguare il ceto medio basso con continui aumenti di tasse non commisurate al reddito”. E ha sostenuto inoltre che “non vi potrà essere crescita fino a che l’unica cosa che non viene più adeguata all’inflazione sono le retribuzioni”. Se dunque il Governo “si ostina a bloccare la rivalutazione delle pensioni e delle retribuzioni dei dipendenti pubblici allora dovrebbe coerentemente congelare anche tutti gli altri aumenti, dalle multe per le violazioni al codice della strada al canone Rai, che invece vengono regolarmente indicizzati”. Per questo il Codacons chiede al Governo di “scongiurare l’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno e di congelare tutte le tariffe: dall’acqua ai rifiuti, dai pedaggi autostradali al canone Rai, dalla luce al gas. Solo così potrà essere salvaguardato il reddito reale delle famiglie”»,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative, considerato che le famiglie italiane con il proprio reddito ridotto per il quinto anno consecutivo ricevono anche meno prestiti e mutui necessari per affrontare le spese più impegnative, per cui il 2012 sarà peggiore dell’anno 2009, quello della grande recessione, il Governo intenda assumere al fine di porre in essere politiche di sostegno alla famiglie per renderle meno vulnerabili alla recessione garantendo un’inversione delle politiche di austerità sui redditi nonché una maggiore equità fiscale e combattendo le disuguaglianze nel mercato del lavoro;

se non intenda assumere le opportune misure al fine di dare seguito alle richieste esposte in premessa, scongiurando l’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno e congelando tutte le tariffe (acqua, rifiuti, pedaggi autostradali, canone Rai, luce, gas), al fine di salvaguardare il reddito delle famiglie;

se non ritenga che l’impegno maggiore, in questa fase, dovrebbe riguardare la riduzione della pressione tributaria su famiglie e imprese, in modo da rilanciare i consumi, considerato che dopo la riforma della cosiddetta fase 1, di cui alle disposizioni del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva Italia, il Governo, nella cosiddetta fase 2, non fa che promettere aiuti, senza tuttavia mettere a disposizione le risorse necessarie, e, di conseguenza, quali opportune misure intenda intraprendere al riguardo;

quali misure voglia adottare al fine di far ripartire l’economia reale del Paese;

se non ritenga urgente e doveroso, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e rincari, destinati anche ad aumentare, intraprendere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile.

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