Month: dicembre 2012

Scorribande finanziarie dei banchieri-crack

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03218
Atto n. 3-03218 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e degli affari esteri. -

Premesso che:

le “scorribande finanziarie” dei banchieri, che al di fuori da ogni regola hanno messo a rischio l’economia e la stabilità degli Stati, con il collocamento di prodotti derivati, cominciano ad essere perseguite dalla magistratura e da alcune autorità preposte ai controlli, in precedenza, a giudizio dell’interrogante, distratte. La manipolazione del Libor e dell’Euribor, la diffusione di derivati avariati e di titoli tossici, l’avidità dei banchieri che, a parere dell’interrogante, hanno provocato la crisi sistemica, cominciano a trovare contrasti, essendo messi sempre più sotto accusa gli autori della stessa crisi sistemica;

in un articolo pubblicato su “Il foglio” del 20 dicembre 2012 dal titolo «Il “dàgli al banchiere” si ode forte e chiaro da Milano a Seul», si traccia la situazione dei disastri provocati: «Qualcuno penserà che il 2012 sia l’anno della Norimberga dei banchieri e dei trader spregiudicati. Forse un paragone eccessivo ma utile per capire quanto la crisi economica, partita dalla finanza, si stia ritorcendo sui suoi “creatori” sotto forma di contraccolpi giudiziari. La saga globale dei “bad bankers”, i cattivi banchieri, è giunta anche a Milano. Ieri una delle prime indagini a livello internazionale sui titoli derivati, cominciata nel maggio 2010, è arrivata alla sentenza di primo grado condannando con l’accusa di truffa la banca tedesca Deutsche Bank, la svizzera Ubs, la statunitense Jp Morgan e l’irlandese Depfa Bank. Il giudice ha ordinato la confisca di 88 milioni di euro e un milione di euro di multa per ciascun istituto. La vicenda risale al 2005 quando il comune di Milano aveva aderito a uno scambio di titoli acquistando derivati ma senza che fossero stati spiegati i pericoli reali di un investimento di per sé rischioso, secondo la motivazione dell’accusa accolta ieri dal giudice: una truffa da cento milioni di euro, secondo la procura. Palazzo Marino si era costituito parte civile ed è uscito dalla disputa dopo un accordo di transazione per 445 milioni. L’associazione dei consumatori Adusbef, rimasta parte civile, otterrà invece 50 mila euro di risarcimento. Il giudice della IV sezione penale del tribunale milanese, Oscar Magi, ha condannato nove manager o ex delle banche, le quali hanno deciso di impugnare la sentenza in Appello. E’ però possibile che nel frattempo il caso cada in prescrizione. Per il pm Alfredo Robledo, titolare dell’inchiesta, l’Italia “è stata terra di scorribande”. Eppure questa è una piccola storia rispetto agli scandali che stanno investendo alcuni dei principali istituti finanziari del mondo, dove le “scorribande” sarebbero state celate a lungo anche dai rappresentanti delle istituzioni. E’ il caso di Ubs che, secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, ha patteggiato una sanzione da 1,3 miliardi di euro con le autorità svizzere, americane e inglesi per chiudere il procedimento per manipolazione “consueta e diffusa” del tassi interbancari Libor ed Euribor che fungono da riferimento per scambi miliardari in diversi prodotti finanziari. Lo scandalo riguarda almeno dieci istituti e della faccenda era al corrente dal 2008 anche il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner. La banca, guidata da Sergio Ermotti, andrà incontro a perdite da mettere a bilancio. L’inglese Barclays aveva patteggiato una penale, il suo amministratore delegato Bob Diamond si era dimesso perché direttamente coinvolto. Entrambi gli istituti hanno ammesso sia le manipolazioni da parte dei trader per fare profitto sui derivati sia la corruzione del tasso in sede di concertazione alla British Bankers’ Association, cui è stata tolta la facoltà di assestare il Libor. Ci sono stati duemila interventi considerati impropri in Ubs e sarebbero coinvolti oltre 45 manager dal 2005 al 2010. Almeno due finiranno alla sbarra. “Pensami quando sarai sul tuo yacht a Monaco”, è solo uno degli scambi di e-mail tra i personaggi coinvolti. Intanto nemmeno l’Asia è risparmiata dall’ondata del “dàgli al banchiere”. In Corea del sud gli istituti Kookmin, Shinhan, Woori e Hana sono sospettati di avere manipolato i certificati di deposito (Cd), usati di norma come riferimento per fissare i tassi di prestito. Altro filone è quello dei legami e degli affari con l’Iran e del riciclaggio del denaro criminale. E’ il caso in particolare dell’americana Standard Chartered, accusata di “lavare” i petrodollari dell’Iran, pratica vietata perché il paese è sotto sanzioni. Anche la storica banca inglese Hsbc ha patteggiato per avere ripulito denaro dei cartelli della droga messicani e degli iraniani, la contesa non è chiusa. Pendente, infine, è il caso di Royal Bank of Scotland, sospettata anch’essa di fare affari con Teheran»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, sarebbe doveroso impedire che l’Italia, definita dal pubblico ministero di Milano Alfredo Robledo “terra di scorribande”, diventi luogo di ulteriori crac finanziari, anche con l’intensificazione dei controlli da parte delle autorità preposte,

si chiede di sapere:

se a parere del Governo gli scandali che stanno investendo alcuni dei principali istituti finanziari del mondo, dove le “scorribande” sarebbero state celate a lungo anche dai rappresentanti delle istituzioni, non mettano a repentaglio la sovranità degli Stati e la ricchezza delle nazioni;

se il Governo non ritenga doveroso sensibilizzare i Paesi del G20, nell’ambito delle prossime riunioni, a scrivere regole nuove e ad incrementare le sanzioni al fine di scoraggiare comportamenti analoghi;

se gli scandali finanziari non debbano portare a scrivere al primo punto dell’agenda una regolamentazione efficace, per impedire ai banchieri di continuare ad ignorare le regole e la legalità.

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Mario Draghi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03217
Atto n. 3-03217 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

non si placano le polemiche sul passato dell’attuale presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, che ha ricoperto la carica di vice presidente per l’Europa di Goldman Sachs, dopo la famosa crociera sul panfilo Britannia del 2 giugno 1992, cui partecipò in qualità di direttore generale del Ministero del tesoro preposto alle privatizzazioni ed alle dismissioni del patrimonio pubblico;

in un lancio dell’agenzia “Asi” dal titolo: “Italia. Dure accuse a Draghi da collaboratore di Mattei e tv tedesca” di lunedì 17 dicembre 2012 si legge: «Recentemente Mario Draghi, presidente della Bce, è stato oggetto di dure accuse. Da qualche giorno, in Rete, gira una video-intervista di Benito Li Vigni, ex collaboratore di Enrico Mattei, il quale, oltre a parlare della morte del fondatore dell’Eni in termini di omicidio, svela le azioni che svolse Draghi ai tempi in cui era direttore generale del Ministero del Tesoro. “Hanno svenduto il nostro Paese. Draghi diede mille miliardi di patrimonio pubblico a Goldman Sachs, in cambio di una sola lira”. E ancora, più nello specifico: “Si sono chiuse attività che portavano profitti allo Stato come la Nuovo Pignone, la Lebole, la chimica di base. Si distrusse l’Eni. Il patrimonio immobiliare dell’Eni, che valeva mille miliardi di lire, è stato venduto a Goldman Sachs per una lira”. Li Vigni conclude dunque che all’epoca dei primi due governi tecnici in Italia “vi fu un attacco allo Stato imprenditore organizzato dalle grandi banche d’affari, che convinsero Ciampi e Amato a liberalizzare il settore pubblico. Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro, spinse verso la privatizzazione. Venne distrutto lo Stato imprenditore, l’Eni da 130 mila dipendenti si ridusse a 30 mila, scaricando ai cittadini il costo di questa operazione”. Qualche giorno primo di queste dichiarazioni di Li Vigni, in Germania andava in onda un servizio tv sull’emittente Zdf che fa luce sui rapporti che legano Draghi all’alta finanza. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Bce”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”»;

considerato che si legge sul sito “movisol.org”: «Il secondo canale della televisione pubblica tedesca, ZDF, ha trasmesso un servizio che svela il vero Mario Draghi al pubblico tedesco, finora imbonito dai vari tabloid che attizzavano odio verso l’artefice della politica inflazionistica dell’Euro, vestendolo però nei panni dell’Arlecchino che è arrivato per “lirizzare” o “italianizzare” la moneta unica. Draghi è un esponente dei circoli finanziari internazionali, ha spiegato la ZDF nel suo servizio, mandato in onda il 6 dicembre nel corso del seguito programma di approfondimento politico Heute Journal, come commento alla riunione del Consiglio e della conferenza stampa della BCE di quel giorno. Alla conferenza stampa, Draghi ha dovuto rispondere ad un numero insolitamente alto di domande scomode provenienti non solo dal reporter della ZDF, ma anche da altri giornalisti tedeschi, francesi e inglesi che gli hanno chiesto conto dell’intenzione della BCE di assumere poteri assoluti e antidemocratici sul sistema bancario europeo, della disoccupazione record in Europa e della “medicina-killer” applicata in Grecia. (…) Nel suo solito stile sofistico, Draghi ha giustificato ogni devastazione economica e sociale causata dalle ricette della BCE, addossandone la responsabilità ai governi che non avrebbero seguito la disciplina di bilancio prima della crisi, ignorando il fatto che i bilanci pubblici sono saltati a causa dei salvataggi bancari – la cui indisciplina di bilancio era non solo nota, ma favorita dalla BCE (…) Il servizio della ZDF è indice che sta cambiando l’aria e il tiro viene aggiustato, precondizione per una via d’uscita costruttiva. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della BCE”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”. Viene intervistato Benito Livigni, ex dirigente ENI, che racconta come successivamente le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi “deve la sua carriera alle grandi banche d’affari, alla Goldman Sachs”, dice Livigni. Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. “Era di nuovo sulla nave a procacciare affari?”, si chiedono i reporter della ZDF. Successivamente, quando fu nominato governatore della BCE nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una commissione del Parlamento Europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l’ingresso della Grecia nell’Euro. Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. Ma l’esperto di Le Monde Marc Roche è scettico. “Goldman Sachs non è il buon samaritano. Non assume Draghi come vicepresidente senza dargli la responsabilità anche del settore pubblico. Draghi non ha mentito ma non ha neanche detto la verità”. Alla conferenza stampa del 6 dicembre, il reporter della ZDF ha chiesto a Draghi se la sua partecipazione al G-30 non comporti un conflitto d’interessi, non solo per la prossimità con i banchieri privati, ma anche perché il G-30 sarebbe co-finanziato da Goldman Sachs. Draghi ha letto una dichiarazione preparata in anticipo dove si afferma che “la BCE” (e cioè Draghi) “non ritiene che la partecipazione del Presidente nel Gruppo dei Trenta comporti un conflitto d’interessi”. Draghi ha aggiunto di non sapere “che il G-30 sia finanziato da Goldman Sachs. Mi è veramente nuovo”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante sarebbe opportuno conoscere se risponda al vero che il presidente Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Banca centrale europea, in qualità di membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30, decisori molto influenti sul denaro e sul potere, con un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs,

si chiede di sapere:

se risulti vero che nella riunione sul Britannia del 2 giugno 1992, in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni, furono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman Sachs avrebbe guadagnato parecchio;

se risultino rispondenti al vero le dichiarazioni riportate dalla video-intervista di Benito Li Vigni;

se a parere del Governo l’attacco allo Stato imprenditore, a quanto risulta all’interrogante organizzato dalle grandi banche d’affari, che indussero a liberalizzare il settore pubblico, non abbia finito per far ricadere sui cittadini e sulla collettività il costo di un’operazione, a giudizio dell’interrogante fallimentare per le casse pubbliche e per il conseguente debito pubblico, arrivato a 2.014 miliardi, con un onere di ben 33.000 euro a testa, dei quali 1.700 pro capite negli ultimi 13 mesi del Governo Monti.

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Inps-Mastrapasqua-Corte dei Conti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00559
Atto n. 2-00559

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la Corte dei conti, secondo quanto si apprende dalla stampa (si veda “scip2pregio.it”), ha bocciato la gestione dell’Inps di Antonio Mastrapasqua. La sezione di controllo sugli enti della Corte dei conti, approvando con la delibera n. 91 del 5 novembre 2012 la relazione del magistrato Antonio Ferrara sul risultato del controllo sulla gestione finanziaria 2011 dell’Istituto, boccia l’Inps di Mastrapasqua sulla gestione del patrimonio immobiliare. Il valore del patrimonio immobiliare rispetto al 2010 è rimasto pressoché invariato (1,8 miliardi di euro);

sul sito citato si legge: «In via di estrema sintesi può ribadirsi che dopo il sostanziale fallimento di Scip 2 e dopo il riacquisto nel 2009 dei restanti immobili cartolarizzati da parte dell’Istituto, l’attività di valorizzazione e dismissione, sia per l’intervento di disposizioni che hanno mutato strategie e adempimenti, sia per i vincoli normativi connessi alle unità ex cartolarizzate che ha inciso pesantemente anche sul livello dei rendimenti (…). Risulta in particolare interrotto il percorso, avviato nel 2010, di costituzione di uno o più fondi immobiliari ad apporto privato – tra l’altro condizionato alle attività di ricognizione e valutazione, ancora in corso, affidate alle Agenzie del Territorio e del Demanio – mirato anche alla unificazione dei rapporti frazionati tra diversi soggetti esterni per i servizi di gestione. Tra le principali questioni di fondo – anche sul piano normativo e in gran parte irrisolte – permangono: la certezza sull’obiettivo prioritario finale della dismissione, rispetto a quello, solo secondario e transitorio, della valorizzazione; la scelta dello strumento della valorizzazione, in via diretta o mediante fondi di investimento (quest’ultima confermata per l’INPS dal D.L. n. 95 convertito dalla Legge n. 135 del 2012); la revisione dei vincoli normativi sugli immobili cartolarizzati per agevolarne la vendita. In ragione delle difficoltà sottolineate dall’Istituto hanno subito una ulteriore contrazione le vendite, ridotte a 11 unità residenziali (per un controvalore di 1,2 mln di euro) e 27 commerciali (5,8 mln), rispetto alle quasi 400 unità complessivamente dismesse nel 2010 e 570 nel 2009. La gestione ordinaria del patrimonio da reddito continua a registrare perdite: gli importi, stabilizzati intorno ai 10 mln di euro nel biennio 2008/2009, salgono a oltre 55 mln nel 2010 e scendono a 33,7 mln nel 2011, con aumento sensibile e costante nel biennio 2010/2011 delle spese di “conduzione, ammortamenti e costi diversi”. Dopo i ripetuti solleciti in sede di controllo, sul rispetto delle norme sui contratti e dei criteri di trasparenza e concorrenza, è cessato l’anomala concessione di proroghe per circa un biennio dei contratti scaduti per la gestione degli immobili: le procedure di gara, pervenute alla aggiudicazione nel mese di giugno 2012, risultano peraltro in contestazione”. La Corte dei Conti ha criticato anche le troppe consulenze esterne (Kpmg) affidate dall’Istituto e ha invitato il Governo (…) a “correggere le eccessive concentrazioni di potere nel vertice monocratico”»,

si chiede di sapere:

se dopo la bocciatura della Corte dei conti il Governo non ritenga doveroso promuovere la revoca degli incarichi ad Antonio Mastrapasqua, che, a parere dell’interrogante, oltre a gestire l’Inps con criteri dubbi, mette a repentaglio la stabilità dell’Istituto anche sperperando ben 60 milioni di euro in pubblicità e propaganda, per effettuare un controllo ferreo sull’informazione;

se, come evidenziato dalle condivisibili critiche della Corte dei conti, le troppe e clientelari consulenze esterne, già stigmatizzate dall’interrogante in precedenti atti di sindacato ispettivo, come l’affidamento in appalto alla Kpmg di funzioni delicate, compreso il trattamento di dati sensibili, a giudizio del Governo non mettano a rischio la privacy di lavoratori e pensionati iscritti all’Inps;

se, atteso il pesante rilievo della Corte sulla necessità di correggere le eccessive concentrazioni di potere nel vertice monocratico dell’Inps, non debba provvedere con urgenza a promuovere la decadenza di Mastrapasqua dalla carica e dall’esercizio delle funzioni.

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BCC Alberobello e Sammichele di Bari (2)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08907
Atto n. 4-08907

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che l’interrogante ha presentato un atto di sindacato ispettivo (4-08757), che ad oggi non ha ricevuto risposta, relativamente alla Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari e alla nomina operata dalla banca stessa dell’avvocato Carlo Antonio Modesto Colucci come Presidente del Consiglio di amministrazione, nonché consigliere, che apparirebbe assolutamente illegittima, nonché lesiva dei diritti dei soci dell’istituto di credito a carattere cooperativo, concretizzando un’evidente situazione di conflitto di interessi;

premesso altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

l’avvocato Colucci, anche successivamente alla nomina, avrebbe continuato, nel disinteresse della banca verso la violazione dei requisiti di indipendenza connessi alla carica de qua, ad esercitare la propria attività professionale in favore della banca, non astenendosi persino dall’intraprendere azioni giudiziarie contro alcuni soci del medesimo istituto di credito;

Carlo Antonio Modesto Colucci, in qualità di Presidente di una banca di credito cooperativo, sarebbe stato nominato anche consigliere della Federazione delle Banche di credito cooperativo di Puglia e Basilicata di cui sarebbe presidente il vicepresidente della Federazione nazionale delle Banche di credito cooperativo, con sede in Roma;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, il cumulo di incompatibili funzioni nella persona dell’avvocato Colucci non solo è palesemente inopportuno, ma anche gravemente lesivo sia del carattere di autonomia e indipendenza del Consiglio di amministrazione della banca, sia dei diritti degli stessi soci dell’istituto a carattere cooperativo, ad oggi non rappresentati certamente da un organo terzo e imparziale;

considerato altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

i soci della Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari lotterebbero invano da anni contro le gravi irregolarità formali e sostanziali nella gestione della banca, il mercato delle deleghe e l’uso non corretto di tale istituto, le regole, a loro avviso assurde e antidemocratiche, con cui vengono conferite, consentendo ogni forma di devianza, abuso, ricatto, pressione, persecuzione pur di estorcerle;

relativamente all’istituto della delega nelle banche di credito cooperativo, da anni i soci denuncerebbero un assurdo modo di dare parvenza democratica alle assemblee, che si terrebbero sempre in seconda convocazione, quando non c’è bisogno di maggioranza assembleare qualificata, rendendo quindi immotivato il conferimento di tre deleghe;

i soci affermano che in questo modo, in sede di assemblea dei soci, non vince il socio più votato, ma quello più forte, capace di organizzare meglio, potendolo fare anche grazie all’assenza di qualsiasi forma di efficace controllo, in quanto detentore del governo della banca;

le denunce presentate dai soci, anche con formali esposti alla Banca d’Italia, sia a livello nazionale che regionale, sarebbero rimaste inascoltate senza che siano state avviate verifiche ed ispezioni;

a giudizio del’interrogante è inconcepibile l’assenza ovvero la lentezza di azione, e quindi l’inefficacia nello svolgimento del proprio ruolo e dei propri doveri, da parte di chi ha il compito di esercitare funzioni di controllo e vigilanza;

considerato inoltre che, a giudizio dell’interrogante:

la legislazione vigente in materia di banche popolari quotate necessita di una adeguata attualizzazione che possa contemplare il ripristino delle prerogative dei soci, con particolare riguardo al fondamentale esercizio del diritto di voto;

in sintesi, risultano evidenti le motivazioni che supportano le richieste del presente atto di sindacato ispettivo: a) le banche popolari, in generale, e quelle quotate in particolare, hanno finito per perdere lo scopo mutualistico degli esordi, essendosi allontanate definitivamente dall’alveo e dalle finalità della banche cooperative; b) le banche popolari hanno sempre più esigenze proprie degli istituti bancari ordinari, con un’offerta diversificata dei prodotti finanziari e con un modello organizzativo che si avvicina sempre più a quello dei moderni istituti di credito; c) la propensione delle banche popolari alla raccolta di capitali esteri necessari per la modernizzazione del comparto e per le indispensabili politiche di aggregazione ha reso evidente l’apertura delle stesse al mercato nazionale ed internazionale; d) la contraddittorietà della stringente disciplina delle banche popolari trova la sua più grave espressione nelle banche popolari quotate che continuano a mantenere strumenti obsoleti, quali il voto capitario e la clausola di gradimento, che non solo disincentivano gli investimenti e sminuiscono l’appetibilità dei titoli, ma che riducono fortemente i più elementari diritti dei soci; e) la limitazione del diritto di voto dei soci rappresenta un unicum nel panorama creditizio europeo e mondiale ed i competenti organismi istituzionali europei hanno già richiamato l’Italia in ordine al mancato rispetto del principio della libera circolazione di capitali tra soggetti europei; f) il numero dei soci delle banche popolari quotate si avvicina al milione, a testimonianza di una partecipazione che, anche sotto il profilo numerico, palesa notevoli diversità rispetto alla storica matrice cooperativistica delle banche popolari;

preso atto che, in data 2 agosto 2001, la Camera dei deputati ha approvato, con una maggioranza rappresentativa di tutti i gruppi parlamentari, un ordine del giorno, a firma Jannone, Lettieri e Di Luca, recante il seguente testo: «La Camera, considerato che la riforma delle banche popolari e degli istituti bancari della cooperazione bancaria non è ricompresa, in ragione della specificità della relativa disciplina, nella delega al Governo per la riforma della disciplina delle società cooperative di cui all’articolo 5 del disegno di legge; tenuto conto che il settore sta vivendo una fase di intensa evoluzione che, fermo restando il forte radicamento nella realtà territoriali di origine, si caratterizza per una significativa crescita dei volumi intermediati e dei prodotti offerti alla clientela; tenuto conto che ciò nonostante l’attuale assetto normativo impone vincoli e rigidità che ostacolano le prospettive di ulteriore crescita; tenuto conto che l’attuale assetto normativo costituisce un unicum nel panorama europeo delle società quotate; rilevata la necessità di introdurre elementi di modernizzazione e flessibilità nel comparto delle banche popolari, con particolare riferimento alla possibilità di consentire la trasformazione delle stesse in società per azioni di diritto speciale; impegna il Governo ad assumere le necessarie iniziative onde prevedere la possibilità di trasformazione delle banche popolari quotate nei mercati regolamentati in società per azioni di diritto speciale, consentendo all’autonomia statutaria di fissare i limiti al possesso azionario, al voto proporzionale e alle deleghe di voto, all’interno di limiti massimi fissati dal legislatore, e prevedendo altresì maggioranze particolarmente qualificate per le successive modifiche statutarie dei predetti limiti»;

considerato infine che, a parere dell’interrogante:

la disciplina delle banche popolari è attualmente caratterizzata da: 1) limitazione della partecipazione detenibile da un singolo socio: è stabilita nella misura percentuale dello 0,5 per cento del capitale sociale dall’articolo 30, comma 2, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, limite che non si applica agli organismi di investimento collettivo in valori mobiliari; 2) voto capitario: un voto per socio, indipendentemente dal numero di azioni possedute; 3) limitazione delle deleghe di voto: è possibile rilasciare delega solo ai soci per non più di dieci deleghe, ai sensi dell’articolo 2539 del codice civile; 4) disciplina del gradimento: non basta essere azionisti per essere soci. Lo status di socio può essere negato mediante l’esercizio della disciplina del gradimento;

le richiamate peculiarità evidenziano i seguenti profili di criticità del sistema: scarsa appetibilità dei titoli delle banche popolari per mancanza di contendibilità, con conseguente difficoltà di esercizio di offerte pubbliche di acquisto; prevalenza delle categorie di soci meglio organizzate: la disciplina delle deleghe di voto (solo ai soci e per non più di dieci deleghe, ai sensi dell’articolo 2539 del codice civile), favorisce le medesime (amministratori e dipendenti) a svantaggio delle altre (investitori ed utenti);

tale posizione privilegiata disincentiva il ricorso al capitale di rischio;

la disciplina del gradimento consente de facto l’esclusione arbitraria di soggetti investitori;

il modello auspicato dall’interrogante si basa sull’introduzione, in alternativa alla trasformazione per le sole banche popolari quotate al primo mercato, in società per azioni ordinaria di cui all’articolo 31 del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993, della possibilità di trasformazione in società per azioni di diritto speciale;

tale modello prevederebbe la modifica delle attuali caratteristiche essenziali: a) limiti al possesso azionario: si può immaginare un innalzamento della soglia ad una percentuale inferiore o uguale al 5 per cento, consentendo tuttavia agli statuti di fissare un limite più basso, comunque non inferiore al 2 per cento. In caso di superamento dei limiti di possesso, sarebbe opportuno introdurre una disposizione che consentisse il permanere dei diritti patrimoniali, sterilizzando il diritto di voto per la parte che supera il massimo della partecipazione, senza alcun obbligo di alienazione di tale quota di eccesso; b) la disciplina del gradimento: sarebbe opportuno limitare tale facoltà, meglio disciplinando le differenze tra lo status di azionista e quello di socio. In pratica si può supporre che l’azionista: divenga automaticamente socio qualora mantenga in proprietà le azioni per un certo periodo di tempo; possa farne richiesta, indipendentemente da quanto sopra. In tale caso la qualità di socio può essere negata solo nel caso in cui egli detenga una partecipazione superiore al 2 per cento del capitale e non sia in possesso dei requisiti di onorabilità introdotti dalla normativa bancaria vigente; c) il voto capitario: sarebbe opportuno eliminare il voto proporzionale entro il tetto massimo del possesso azionario del 5 per cento; d) le deleghe di voto: sarebbe opportuno porre un limite massimo legale di cinquanta deleghe, consentendo agli statuti di fissare un limite inferiore in relazione alla struttura della singola società, ma comunque non inferiore a dieci. Pare equilibrata la soluzione che prevede che a rappresentare altri soci debbano essere necessariamente soci della banca;

sarebbe opportuno fare luce sulle motivazioni che hanno portato la Banca d’Italia ad evitare ogni forma di verifica e ispezione spettante ad un organismo preposto al controllo, che all’interrogante pare distinguersi per l’assenza proprio nel momento in cui si costituisce, si determina e si esprime la volontà dei soci,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda assumere le opportune iniziative normative al fine di abolire le deleghe in sede assembleare per il rinnovo delle cariche sociali delle banche di credito cooperativo, considerato che, prendendo ad esempio il caso della Banca di credito cooperativo di Alborebello e Sammichele di Bari, 200 soci, con tre deleghe a testa (raccolte nei modi sopra esposti), sono capaci di vincere su 700 soci votanti;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di tutelare gli interessi emersi nella vicenda relativa alla Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari e danneggiati da una gestione a parere dell’interrogante parentale e clientelare;

quali iniziative normative intenda intraprendere al fine di garantire nuove regole di trasparenza, di ruolo e rispetto della minoranze, alla luce del fatto che, a quanto risulta all’interrogante, ci sono amministratori che, con tenacia, senza reticenza e con ogni strumento, approfittano della buona fede e dell’ignavia con cui molti soci non seguono i fatti veri che accadono in determinate banche di credito cooperativo;

quali iniziative legislative intenda intraprendere al fine di tutelare i diritti dei soci delle banche popolari, armonizzando la normativa italiana sulla base del principio fondante della libera circolazione di capitali e della tutela dei diritti degli azionisti.

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Banche condannate per prodoti derivati

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03215
Atto n. 3-03215 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

i derivati collocati dalle banche presso enti locali ed imprese, anche con metodi ricattatori, come emerge dalle carte dei processi penali che si stanno celebrando in tutta Italia, rappresentano a giudizio dell’interrogante una mina vagante per la sostenibilità degli enti locali, il cui valore nozionale oscilla tra 45 e 60 miliardi di euro; i metodi di dubbia liceità adottati negli ultimi anni per collocare derivati avariati vengono sanzionati da molte Procure della Repubblica, guidate dal Pubblico Ministero di Milano Alfredo Robledo, che, come risulta dal lancio dell’agenzia TMNews del 19 dicembre 2012, ha affermato che: «”Si tratta di una sentenza storica, è la prima volta nel mondo che un tribunale penale afferma un principio in materia di operazioni con prodotti derivati. Il principio è che deve esserci trasparenza per esserci affidabilità”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo sulla sentenza che ha condannato quattro banche estere e i loro funzionari per la truffa aggravata ai danni di Palazzo Marino per oltre 100 milioni di euro. “Ci sono centinaia di enti pubblici in Italia in questa situazione e questa sentenza pone un problema perché fino ad oggi con l’eccezione di un piccolo comune del Trentino nessun ente pubblico è stato mai affiancato in queste operazioni come consulente da un esperto di matematica finanziaria e di derivati”». Su Adnkronos del 19 dicembre 2012 si legge: «”L’Italia è stata terra di scorribande, a differenza ad esempio dell’Inghilterra dove i derivati sono vietati”. Lo afferma il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo dopo la lettura della sentenza con cui quattro banche sono state condannate per la presunta truffa sui derivati ai danni del Comune di Milano. “In Italia -spiega- nessun ente pubblico è mai stato assistito da esperti in tecniche finanziarie per questi prodotti finanziari e questa è una situazione preoccupante”. Robledo ha definito questa sentenza “storica”»;

il giudice di Milano Oscar Magi infatti – come riportato da un lancio dell’agenzia Reuters del 19 dicembre 2012 – «ha condannato oggi in primo grado Deutsche Bank, Depfa, Jp Morgan e Ubs a una multa di un milione di euro ciascuno e a una confisca complessiva di oltre 89 milioni di euro, a conclusione del processo di primo grado sui contratti derivati stipulati da Palazzo Marino. Il giudice ha inoltre condannato a pene comprese fra i sei e gli otto mesi di carcere nove funzionari bancari dei 13 imputati, per quattro dei quali la procura aveva chiesto l’assoluzione. Più in particolare, Marco Santarcangelo e Antonio Creanza sono stati condannati a otto mesi e 15 giorni di reclusione e 90 euro di multa ciascuno, Tommaso Zibordi a sette mesi e 15 giorni e 80 euro di multa, Gaetano Bassolino a sette mesi e 70 euro di multa, Carlo Arosio, William Francis Marrone, Fulvio Molvetti e Matteo Stassano a sei mesi e 15 giorni e 60 euro, Alessandro Foti a sei mesi e 50 euro. A tutti è stata comminata l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione per un anno. Pene sospese per tutti, mentre gli imputati “persone fisiche” sono stati condannati in solido a risarcire la parte civile Adusbef con 50.000 euro complessivi. Simone Rondelli e Francesco Rossi Ferrini sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto, mentre i due funzionari comunali Giorgio Porta e Mario Mauri sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Per quel che riguarda il dettaglio delle confische, quella a carico di Depfa è di 23.960.433 euro, per Deutsche è di 24.342.232 euro, Jp Morgan 24.785.301 euro e Ubs 16.584.639 euro. Infine, il giudice ha disposto la trasmissione degli atti del processo in procura perché si proceda per falsa testimonianza nei confronti di Angela Casiraghi, all’epoca direttore finanziario del Comune, e ora alla Cassa Depositi e Prestiti»

si legge su AgenParl del 19 dicembre 2012 che Adusbef, l’associazione che è parte civile nell’indagine sui derivati al comune di Milano, «è particolarmente soddisfatta per la condanna inflitta oggi dal giudice monocratico della quarta sezione penale del tribunale di Milano Oscar Magi a 9 imputati nel processo per truffa sui derivati sottoscritti dal Comune di Milano». È quanto afferma il presidente di Adusbef: «La condanna assesta un duro colpo ai teoremi della Consob sui derivati, che omette di indicare nei prospetti l’indicazione obbligatoria della rappresentazione probabilistica. Quando si tratta di prodotti rischiosi, la Consob avrebbe il dovere di vigilanza preventiva anche con maggiori informazioni ai risparmiatori ed ai sottoscrittori di prodotti finanziari complessi come i derivati, inserendo gli scenari probabilistici nei prospetti d’offerta. La sentenza del Tribunale di Milano, che ha confermato il sequestro di 88 milioni di euro alle banche che avevano piazzato derivati al Comune di Milano, apre buone prospettive per altri enti locali massacrati da derivati avariati, senza che la Consob avesse esercitato alcuna azione preventiva»;

il Governo, rispondendo, nella seduta della Camera dei deputati del 15 marzo 2012, ad una interpellanza di alcuni deputati dell’Italia dei Valori sui derivati (2-01385), ha puntualizzato che il valore nozionale (il valore sottostante al derivato), pari a 160 miliardi, è suddiviso in circa 100 miliardi di interest rate swap, 36 miliardi di cross currency swap (sulle valute), 20 swaption e 3,5 miliardi di swap ex Ispa (Infrastrutture SpA). Nel dettaglio, i 36 miliardi di swap sulle divise corrispondono «alla quasi totalità» dei bond emessi dal Tesoro nel corso degli anni in valuta estera (in passato gli Italy bond sono stati denominati spesso in dollari Usa, franchi svizzeri, sterline e yen). Nel rispondere all’articolata interpellanza, il Sottosegretario di Stato Doria ha spiegato che «risulta (…) fuorviante associare ai derivati (…) il concetto di guadagno o perdita», nella forma e nelle modalità usate dal Tesoro nell’ambito della gestione del debito pubblico;

considerato che:

Goldman Sachs è una delle più grandi e importanti banche di affari del mondo, ha la propria sede legale negli Stati Uniti, è quotata alla borsa di New York, si occupa anche degli investimenti a rischio e sui derivati, amministra fondi previdenziali, offre consulenze a migliaia di società, che la utilizzano per gestire i loro investimenti, per ristrutturarsi e per effettuare nuove acquisizioni. Alcuni anni fa, quando i tassi scendevano, un giornale americano, il “New York Times”, notò che l’Italia, invece di ridurre il costo degli interessi sul debito pubblico, continuava a pagare lo stesso ammontare sullo stock del debito pubblico. Sempre il “New York Times” riportò la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti, o meglio sottaciuto al popolo italiano l’esistenza di derivati sul debito tramite un contratto con una banca internazionale, la JPMorgan, senza suscitare conferme o smentite da parte dei Governi che si sono succeduti. Il 3 gennaio 2012, il Tesoro avrebbe chiuso una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese. Sono stati gli stessi vertici della Morgan Stanley, a comunicare che l’esposizione verso l’Italia è scesa da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi. Come affermato dal Sottosegretario di Stato Doria nella risposta all’interpellanza richiamata, gli strumenti derivati emessi della Repubblica italiana «a copertura di debito» hanno ad oggi un valore nozionale complessivo pari a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi. Il portafoglio degli swap del Tesoro, dunque, ammonta a poco meno del 10 per cento dei titoli di Stato in circolazione;

considerato che, a parere dell’interrogante, è censurabile la posizione sui derivati della Consob, la quale omette di imporre nei prospetti l’indicazione obbligatoria della rappresentazione probabilistica, dato che, quando si tratta di prodotti rischiosi, la Commissione avrebbe il dovere di vigilanza preventiva, anche con l’offerta di maggiori informazioni ai risparmiatori ed ai sottoscrittori di prodotti finanziari complessi come i derivati, nonché di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti d’offerta,

si chiede di sapere:

quale sia attualmente l’esatto ammontare degli strumenti derivati emessi della Repubblica italiana a copertura del debito, il cui valore nozionale complessivo, al 31 gennaio 2012, risultava pari a circa 160 miliardi di euro;

quali siano state le ragioni che avrebbero indotto il Tesoro, il 3 gennaio 2012, a chiudere una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese, determinando la riduzione dell’esposizione della banca verso l’Italia da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi ai cambi del 3 gennaio 2012;

se il Governo non ritenga opportuno, per quanto di competenza, aprire un tavolo di confronto tra le banche che hanno collocato i derivati e gli enti locali che ne sono stati vittima, alla luce della sentenza del Tribunale di Milano, che ha confermato il sequestro di 88 milioni di euro alle banche che avevano collocato derivati presso il Comune di Milano e che apre buone prospettive per altri enti locali danneggiati da derivati avariati, senza che, a parere dell’interrogante, la Consob avesse esercitato alcuna azione preventiva;

se non ritenga doveroso rinegoziare i rapporti con le grandi banche di affari, espungendo, dalla lista delle banche di riferimento del Tesoro, quelle banche che si sono caratterizzate per aver ingannato enti locali con strumenti di dubbia liceità quali i derivati.

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Appartamento ministro Grilli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03216
Atto n. 3-03216 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

le grandi banche di affari capeggiate da Goldman Sachs International, passando per Abn Amro, JP Morgan, Schroder Salomon Smith Barney, Deutsche Bank, Morgan Stanley, hanno avuto sempre rapporti privilegiati con il Governo italiano dai tempi del famoso panfilo Britannia di proprietà della Regina Elisabetta, nella cui crociera, al largo delle coste di Civitavecchia, furono prese decisioni per appaltare alcune privatizzazioni dall’attuale presidente della Bce Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro (si veda l’articolo del 7 novembre 2011 pubblicato su “loccidentale.it”). Come risulta da un lancio di Asi del 17 dicembre 2012, in Germania sarebbe andato in onda un servizio televisivo «che fa luce sui rapporti che legano Draghi all’alta finanza». Nel servizio sarebbero state ricostruite le tappe principali della carriera di Draghi, «a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”». Sempre dal lancio Asi risulta che Benito Li Vigni, ex dirigente ENI, avrebbe raccontato, in una video-intervista, come successivamente le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi dovrebbe la sua carriera alle grandi banche d’affari, alla Goldman Sachs. Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. Dalla richiamata trasmissione andata in onda il 6 dicembre 2012 risulterebbe che successivamente, quando fu nominato governatore della Banca centrale europea nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una Commissione del Parlamento europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l’ingresso della Grecia nell’Euro (si veda “movisol.org”). Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. L’ex direttore del Tesoro è stato accusato di recente di rapporti privilegiati con alcune banche, in particolare Schroder;

si legge su “Linkiesta” del 20 dicembre 2012 che, secondo l’agenzia internazionale Bloomberg, il ministro Grilli avrebbe sottoscritto un mutuo superiore al valore dichiarato della casa. Titola infatti “La Repubblica” in un articolo del 20 dicembre 2012 “Dubbi su quell’appartamento di Grilli ai Parioli”. Luca Pagni da Milano riassume il lancio dell’Agenzia Bloomberg firmato da Lorenzo Totaro: «Un appartamento di quattordici stanze nell’esclusivo quartiere dei Parioli a Roma. Un piano terra con giardino pagato un milione e 65mila euro, secondo le carte depositate agli uffici del catasto. Un contratto di compravendita, risalente al 2004, che non avrebbe nulla di particolare se non fosse per due aspetti che ne fanno, secondo l’agenzia Bloomberg, una storia da raccontare. Il primo è che l’acquirente risponde al nome di Vittorio Grilli, ministro dell’Economia, con deleghe al Tesoro e, soprattutto, alle Finanze. A cui va aggiunto il secondo aspetto: sempre dai pubblici registri, risulta che l’ex direttore del ministero chiamato da Mario Monti nel governo dei tecnici avrebbe sottoscritto per lo stesso appartamento un mutuo ipotecario per una cifra molto più alta: un milione e mezzo di euro, pari al 41 per cento in più del prezzo di acquisto denunciato, e assai più vicino alle quotazioni di mercato degli immobili nella zona della capitale dove si trova l’abitazione. A vendere, Massimo Tosato, vice-presidente della società londinese Schroder, attiva nei fondi di investimento. In un lungo servizio pubblicato ieri in tarda serata, la Bloomberg stigmatizza come il rappresentante del governo possa essere caduto nel malvezzo di molti italiani, quello di “dichiarare un prezzo di acquisto inferiore a quello effettivamente pagato nel tentativo di ridurre il carico fiscale”. Se così fosse, con il suo comportamento Grilli si avvicinerebbe all’italiano medio ma si allontanerebbe dal corretto comportamento che si chiede a un rappresentante dello Stato, per di più chiamato a intensificare la lotta all’evasione fiscale. Bloomberg riferisce di aver contattato il ministro Grilli per una replica. “È poco professionale ed errato criticare le disposizioni finanziarie per l’acquisto di un immobile – ha risposto il ministro – senza conoscere tutti gli altri aspetti del tipico rapporto tra cliente e banca”. Grilli, inoltre, bolla come “pettegolezzi locali” la questione e sottolinea come “non si possa speculare sul prezzo di un immobile senza valutare anche le condizioni al momento dell’acquisto e gli interventi di ristrutturazione compiuti”. Inoltre, ricorda come sia coinvolto in una causa di divorzio e che “la valutazione delle sue proprietà potrebbero interferire con il caso”. L’ex moglie di Grilli, Lisa Lowestein ha preferito evitare ogni commento. Bloomberg ha anche interpellato le due banche che hanno concesso il mutuo a Grilli. Le quali hanno però fornito risposte generiche: Mps che nel 2004 non concedeva prestiti superiori al 95% del valore dell’immobile e Intesa, subentrata nel 2010, che arriva al 100% solo in cambio di determinate garanzie»;

considerato che a quanto risulta all’interrogante:

già in estate erano stati sollevati dubbi sull’inspiegabile scomparsa dei debiti contratti negli anni dalla società ‘Made in Museum’, fondata dall’ex moglie del ministro Vittorio Grilli, e sull’enorme generosità delle banche nei confronti di Lisa Lowenstein, che negli anni ha misteriosamente ricevuto finanziamenti a pioggia. Nel 1998 la neonata società di produzione e vendita di oggetti turistici della Lowenstein avrebbe registrato 71.000 euro di perdite. Eppure avrebbe ottenuto ben 266.000 euro di finanziamenti da Bnl e Unicredit. La stranezza si sarebbe ripetuta l’anno successivo, quando, nonostante le perdite toccassero quota 129.000 euro, sarebbe stato concesso un credito di 723.000 euro, grazie anche a Banco di Sicilia, Banca nazionale dell’agricoltura e poi Antonveneta. Evidentemente le banche, che non concedono prestiti a famiglie e imprese, avrebbero creduto ciecamente nel talento imprenditoriale della moglie del dirigente del Tesoro. Puntualmente però la signora Lowenstein avrebbe chiuso il bilancio 2002 con un debito di 2,3 milioni di euro. E qui il mistero si infittisce: dalla nota integrativa sarebbe scomparsa, senza lasciare alcuna traccia, la specifica delle banche esposte con la società. Nei dieci anni successivi la società stessa sarebbe sparita, senza che sia dato sapere se qualcuno abbia pagato i 2,3 milioni di debiti né se le banche abbiano fatto qualcosa per recuperare dalla coppia Grilli-Lowenstein il denaro così abbondantemente prestato (si veda l’atto 4-08629);

considerato altresì che, a parere dell’interrogante:

sarebbe opportuno accertare se risulti rispondente al vero che l’ex direttore del Ministero, attualmente membro del Governo dei tecnici, avrebbe pagato per l’appartamento in questione, con atto di compravendita del 2004, un milione e 65.000 euro secondo le carte depositate agli uffici del catasto, mentre avrebbe sottoscritto, per lo stesso appartamento, un mutuo ipotecario per una cifra molto elevata e pari ad un milione e mezzo di euro, corrispondente al 41 per cento in più del prezzo di acquisto denunciato, e assai più vicina alle quotazioni di mercato degli immobili nella zona della Capitale dove si trova l’abitazione;

sarebbe opportuno accertare se risulti vero che il venditore, Massimo Tosato, ricopriva la carica di vice-presidente della società londinese Schroder, attiva nei fondi di investimento, come raccontato dalla agenzia di stampa Bloomberg;

sarebbe doveroso accertare se il rappresentante del Governo, al pari di molti cittadini italiani, abbia dichiarato un prezzo di acquisto inferiore a quello effettivamente pagato, nel tentativo di ridurre il carico fiscale; se così fosse, il comportamento di Grilli si avvicinerebbe a quello dell’italiano medio, ma si allontanerebbe dal comportamento che si chiede a un rappresentante dello Stato, per di più chiamato a intensificare la lotta all’evasione fiscale;

sarebbe opportuno che il ministro Grilli, coinvolto in un ennesimo caso di intreccio di interessi con le banche, oltre ad effettuare smentite, rendesse noti i documenti della compravendita, provando la trasparenza e regolarità dell’operazione;

sarebbe opportuno accertare se la misteriosa scomparsa dei debiti della signora Lowenstein, ex moglie di Grilli, che sarebbe riuscita ad ottenere ingenti finanziamenti nonostante la sua società fosse in perdita e negli successivi continuasse ad accumulare risultati negativi, fino ad arrivare ad un debito totale di 2,3 milioni di euro, non sia imputabile all’intervento delle banche che le avrebbero abbonato la cospicua somma,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti chi abbia pagato i 2,3 milioni di euro dei debiti della società della signora Lowenstein e se le banche risultino avere fatto qualcosa per recuperare il denaro così abbondantemente prestato;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per rendere trasparenti i rapporti tra il Ministro dell’economia e delle finanze e le banche di affari, che, a giudizio dell’interrogante, continuano a spadroneggiare, anche con il potere del denaro, per catturare anche i regolatori ai propri censurabili interessi.

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Chiusura ufficio postale di Canale, frazione di Orvieto

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08895
Atto n. 4-08895

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (si veda, ad esempio, “Corrieredell’Umbria.it” del 9 dicembre 2012) che Poste Italiane SpA ha stabilito la chiusura dell’ufficio postale di Canale, frazione di Orvieto;

risulta all’interrogante che il sindaco Antonio Concina avrebbe fatto, tramite propri canali, un’accorata richiesta all’azienda per scongiurare la soppressione dell’ufficio postale in questione;

considerato che:

oggi gli uffici postali rappresentano ormai l’unico servizio pubblico rimasto nei luoghi marginali, interni e disagiati, particolarmente necessario alle fasce più deboli e anziane della popolazione;

Poste Italiane, con la sua reiterata politica di tagli, riduzioni e soppressioni, non sembra ormai più in grado di mantenere i principi di universalità del servizio postale, sanciti dalle direttive europee e finanziati dello Stato;

a giudizio dell’interrogante sarebbe da rivedere complessivamente il ruolo di assoluto monopolio rivestito oggi da Poste Italiane;

recentemente Orvieto è stata oggetto di una pesante alluvione che ha comportato esondazioni e frane in tutta l’Umbria, specie nel versante occidentale. Precipitazioni record che hanno messo in ginocchio parte della regione e che non si manifestavano così intense da 50 anni;

numerosi sono stati gli sfollati nell’orvietano e in altri luoghi della regione. Decine di famiglie non hanno potuto far rientro in casa,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la decisione di Poste Italiane comporti un pesante disagio ai tanti cittadini che saranno costretti a spostarsi in macchina e percorrere chilometri, magari a volte anche su strade non sicure, per raggiungere il più vicino ufficio postale, con la conseguenza inevitabile di un sovraffollamento degli uffici già esistenti che di certo non spiccano per efficienza;

quali iniziative di competenza intenda assumere per promuovere, da parte di Poste Italiane, la revisione della decisione di chiudere l’ufficio di Canale al fine di non penalizzare i residenti interessati, lasciandoli isolati, e dando così un segnale di solidarietà in questo momento tragico post alluvione, in cui i segni della calamità sono ancora vivissimi nel territorio orvietano;

se non ritenga urgente e doveroso, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e ulteriori oneri tributari a carico delle famiglie, destinati ad aumentare, intraprendere le opportune misure al fine di procedere ad un taglio della spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque i servizi pubblici essenziali.

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Frequenze-consorzio CONNA (associazione no profit del settore radiotelevisivo)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08896
Atto n. 4-08896

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI , VITA , CARLINO – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

durante un’audizione da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) del presidente del consorzio CONNA, Mario Albanesi, la storica associazione no profit del settore radiotelevisivo, sarebbero venuti alla luce fatti inauditi su come sia stato amministrato il settore strategico delle comunicazioni, che se fossero accertati apparirebbero dirompenti per la loro gravità;

a giudizio degli interroganti, il “grande imbroglio” radiotelevisivo comincia subito dopo il censimento imposto dalla “legge Mammì” (legge n. 223 del 1990), quando gli armadi ministeriali contenenti l’intera documentazione inviata da radio e televisioni di tutta Italia furono posti sotto sequestro dal magistrato romano Anna Maria Cordova, con il conseguente arresto di politici e dipendenti del Ministero. Ma è fra gli anni 1993 e 1994 che per la forte pressione esercitata da alcuni gruppi editoriali alla ricerca di legittimazioni venne consumata tutta una serie di reati con il rilascio di “concessioni” atte al proseguimento dell’attività totalmente abusive, perché il comma 5 dell’articolo 34 della stessa legge impediva inderogabilmente di rilasciare concessioni in assenza dei piani di assegnazione delle frequenze: “Le concessioni previste nella presente legge possono essere rilasciate solo dopo l’approvazione del piano di assegnazione”; confermato dal comma 2 dell’articolo 16 che stabiliva che nell’atto del rilascio di concessione “sono determinate le frequenze sulle quali gli impianti sono abilitati a trasmettere, la potenza, l’ubicazione e l’area da servire da parte dei suddetti impianti;

nessuna di queste condizioni venne rispettata: i piani di assegnazione non vennero mai realizzati, né le altre condizioni vennero soddisfatte, neppure in minima parte;

a tale pesante vizio di origine delle “concessioni”, che a giudizio degli interroganti non è azzardato definire truffaldine, si è aggiunta l’imposizione del “digitale terrestre” – affatto necessario perché poteva essere realizzato meglio valendosi dei numerosi satelliti in orbita geostazionaria, lasciando sulla terra le cose come stavano ed evitando rottamazioni e distruzioni di televisori – che ha fatto esplodere tutta una serie di altri meccanismi di concessione che gli interroganti ritengono trappole perniciose, come la divisione degli operatori televisivi locali in “gestori di rete” o in “fornitori di contenuti”;

su questa base sarebbero state rilasciate frequenze in base a graduatorie che agli interroganti sono parse congegnate a beneficio di chi intende continuare a utilizzare i mezzi di comunicazione televisivi al fine di trarre esclusivamente profitti economici e vantaggi politici, e non da chi invece intende valersene per promuovere l’informazione e la socialità;

i risultati ottenuti a giudizio degli interroganti sono stati catastrofici, perché un gran numero di emittenti sparse sull’intero territorio nazionale, in genere proprio quelle maggiormente utili, dislocate nei piccoli centri, vengono in questi giorni “espulse” e costrette a chiudere;

a giudizio degli interroganti la pianificazione avrebbe dovuto assicurare a tutte le televisioni in funzione la possibilità di poter proseguire nella loro attività;

considerato che una sola frequenza poteva essere “divisa” ricavandone anche 6 canali di ottima qualità tecnica, un piano che non avesse risentito di spinte partigiane estranee all’interesse pubblico non li avrebbe assegnati tutti, come è avvenuto, al medesimo soggetto ma a 6 emittenti diverse, compresa quella del possessore della frequenza;

va da sé che con appena 9-10 frequenze si sarebbero ottenuti un gran numero di canali, 50 o 60, largamente sufficienti a soddisfare le richieste di tutte le emittenti in esercizio e magari qualcuna di più (molti piccoli comuni ne sono sprovvisti), senza strangolare gli operatori in un’inestricabile congerie di norme, lacci e lacciuoli (anche umilianti), al fine di rendere loro la vita impossibile, specie se sprovvisti economicamente e carenti di mezzi amministrativi;

inoltre, i vantaggi per le compagnie telefoniche sarebbero stati notevoli: avrebbero avuto molto più spazio in banda e a prezzi più bassi, senza dover esercitare pressioni giunte all’incredibile decisione governativa di espropriare i punti di trasmissione dal 61 al 69, in previsione di fare altrettanto, fuori da ogni regola di legittimità, anche per altri che vanno dal 50 al 60;

ci si potrà domandare come sia possibile che scelte piane e lineari abbiano potuto essere travisate al punto da risultare contorte, contraddittorie e liberticide;

a parere degli interroganti tale situazione potrebbe essere ascrivibile alle manovre di qualcuno che costantemente orienta le scelte fondamentali in questo campo in funzione dei suoi personali interessi. A questo proposito basti pensare che consigliere del Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico Massimo Vari, delegato alle comunicazioni dal ministro Corrado Passera, e di Roberto Sambuco capo dipartimento è Stefano Selli, ex direttore della Frt, l’associazione televisiva presieduta da Fedele Confalonieri: egli riveste l’incarico di “consigliere a titolo gratuito”, ma non è difficile immaginare che probabilmente potrebbe essere in una situazione di conflitto d’interesse;

considerato che:

si legge su “Tvdigitaldivide” in un articolo del 18 dicembre 2012: «Dieci giorni fa il ministro Passera aveva assicurato che l’asta per le frequenze tv sarebbe stata realizzata entro la fine della Legislatura del Governo Monti. Il voto, allora era già previsto per il 10 marzo. Ora si parla di un voto a fine febbraio, e tutti si dicono sicuri che la gara, nata dalle ceneri dell’ex Beauty Contest (che regalava i canali tv a Mediaset e Rai), si farà solo dopo le elezioni. Se infatti già prima eran stretti i tempi per l’avvio dell’asta (ma c’è chi sussurra troppo stretti), oggi, alla luce delle dimissioni annunciate da Monti, sono praticamente impossibili. Per Stefano Carli de La Repubblica, questo significa che il Governo ora è più libero, non ha più bisogno di usare le frequenze tv di volta in volta come bastone o carota verso un parlamento popolato dai sudditi di Berlusconi. La crisi politica, dice Carli, ha raggiunto almeno un risultato positivo: il rinvio della gara pubblica. Svolgere l’asta in questa fase sarebbe stata la garanzia di un esito economico insoddisfacente per le casse dello Stato. C’è la crisi, e non ci sono i soldi. Basta vedere l’andamento della vendita di TI Media e La7. Dove non sono ancora arrivate offerte valide. Nel 2013 forse l’economia si potrebbe riprendere. E se le Camere non saranno più dominate dalle esigenze di famiglia di Arcore, allora forse gli operatori stranieri, i famosi nuovi entranti richiamati dalla Commissione europea, si affacceranno nel mercato televisivo italiano. Intanto ieri si è chiusa la consultazione pubblica indetta dall’Agcom sullo schema di regolamento della gara. La scorsa settimana, Aeranti-Corallo ha portato davanti ai commissari dell’Autorità le ragioni delle Tv locali. Nel corso dell’audizione, in riferimento al limite stabilito dalla Commissione europea di cinque multiplex DVB-T che ogni operatore può complessivamente detenere dopo lo switch-off, l’Associazione ha chiesto che venga previsto che gli operatori di rete nazionale, che si trovino in questa situazione, non possano partecipare alla procedura e che, in via strettamente subordinata, quelli titolari di quattro multiplex DVB-T e di un multiplex DVB-H debbano preventivamente rinunciare in via definitiva, al fine della partecipazione alla gara, alla facoltà di convertire il multiplex DVB-H in altre tecnologie (DVB-T, DVB-T2 o analoghe). Inoltre, Aeranti-Corallo, sussistendo la possibilità, a norma del comma 2 dell’art. 3-quinquies del DL 16/2012, convertito con modificazioni dalla legge 44/2012, di prevedere la realizzazione di reti per macro-aree di diffusione, con l’uso flessibile della risorsa radioelettrica, e, in considerazione della riserva di un terzo delle frequenze a favore dell’emittenza locale, ha chiesto che due delle sei frequenze previste dalla procedura vengano poste in gara (per macro-aree di diffusione), per essere assegnate alle Tv locali. Il presidente dell’Agcom, Angelo Cardiani, ha dichiarato nei giorni scorsi: “Ci piacerebbe un’asta pulita”. Ha inoltre affermato che alla gara non parteciperanno né Mediaset né la Rai, ma non per limiti imposti dal regolamento: “Non è un’esclusione mirata a Rai e Mediaset, è una condizione per la partecipazione all’asta che fa sì che sia molto probabile che sia Rai che Mediaset non parteciperanno per lo scelta aziendale”»,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere al fine di interrompere immediatamente la disattivazione delle emittenti attualmente in funzione, operata dalla polizia postale;

se non intenda adoperarsi per quanto di competenza per adottare le opportune misure al fine di rivedere il settore strategico delle comunicazioni ed in particolare la sua gestione e amministrazione e per restituire rigore, trasparenza e legalità;

quali iniziative ritenga di assumere, con la massima sollecitudine, per individuare le modalità opportune per garantire che l’assegnazione delle frequenze avvenga in maniera trasparente e previo espletamento di procedure ad evidenza pubblica;

se non intenda affrontare con urgenza le problematiche dell’emittenza locale, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli operatori del settore, anche al fine di ripristinare i tagli effettuati con diversi provvedimenti al fondo per l’emittenza locale;

se non intenda adottare gli opportuni interventi al fine di garantire un uso efficiente della risorsa radiotelevisiva.

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Banchiere Jean-Pierre Mustier-Unicredit

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08898
Atto n. 4-08898

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Lorenzo Dilena per “Linkiesta” su Jean-Pierre Mustier, il potentissimo banchiere che gestisce gli investimenti di Unicredit, il quale sarebbe al centro di un potentissimo conflitto d’interessi: «L’Italia vanta una vasta casistica di conflitti di interesse e un’eccellente tradizione di affari conclusi fra vecchi compari. Quello che mancava era un “old boys network” d’importazione. La lacuna è stata colmata. Quasi due anni fa. Grazie alla più internazionale delle banche italiane: il gruppo Unicredit. Da marzo 2011 Jean-Pierre Mustier è il capo della divisione Corporate e Investment Banking (“Cib”) dell’Unicredit. Francese, 51 anni, braccio destro dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, Mustier è il banchiere che sovrintende ai grandi affari di Unicredit. Prestiti, consulenza e servizi di ogni tipo alle grandi imprese, investimenti e servizi sul mercato dei capitali (azioni e debito), derivati e prodotti strutturati, rapporti con il Tesoro, operazioni di finanza immobiliare strutturata (come le cartolarizzazioni di mutui), private equity, progetti infrastrutturali: è sterminato l’elenco degli affari che passano nella divisione di Unicredit guidata da Mustier. Questo ramo del gruppo gestisce oltre 220 miliardi di prestiti alla clientela e altrettanti investimenti azionari, obbligazionari e strutturati. Al momento, è anche quello che fa più utili: nei primi nove mesi di quest’anno circa la metà dei 3,2 miliardi di profitti lordi del gruppo è generato da questa divisione che impiega 9.500 professionisti sparsi nei 22 Paesi in cui il gruppo opera e nelle filiali e uffici di corrispondenza. Quest’anno la banca si è anche posizionata ai primi posti nelle graduatorie europee per i collocamenti obbligazionari. Di affari Mustier continua a farne anche con i vecchi amici di Parigi e di Londra, colleghi o uomini d’affari conosciuti ai tempi gloriosi di Société Générale, la banca francese in cui ha percorso una folgorante carriera nel campo degli equity derivatives, i derivati azionari. Nel 1987, a 26 anni, Mustier è il secondo impiegato della nascente divisione dei derivati azionari, un terreno su cui il banchiere costruisce il suo network relazionale sia all’interno della banca sia sul mercato. A quasi due anni dall’arrivo del banchiere francese a Milano, anche gli “old boys” sono tornati. La quaresima è finita. I nomi» e alcune delle «consuetudini del passato di Mustier sono nel presente di Piazza Cordusio. Nomi che si incrociano negli investimenti (l’operazione Tikehau), nell’erogazione di crediti (Screen Service), nelle scelte strategiche (l’operazione Kepler), e anche nella linea di comando. Come suo vice Mustier ha chiamato Olivier Khayat, un suo collaboratore, responsabile del Capital marktes, nella banca francese. La lunga carriera alla Société Générale si era interrotta il 6 agosto 2009 con le dimissioni inaspettate di Mustier. Pochi giorni prima, il 29 luglio, gli è stata notificata l’accusa di insider trading. L’Autorité des marchés financiers, la Consob francese, lo accusa di aver venduto 6mila azioni SoGen sulla base informazioni privilegiate di cui disponeva nell’agosto 2007, quando cioè la crisi di liquidità originata dai mutui subprime americani era cominciata da poco più di un mese. L’ipotesi del regolatore francese era che, essendo a conoscenza del fatto che i modelli interni usati dalla banca per valutare obbligazioni strutturate (Cdo di mutui cartolarizzati) sottostimassero le potenziali perdite, Mustier era stato (in) grado di prevedere l’evoluzione negativa delle quotazioni di SoGen, e quindi aveva venduto. In tribunale, però, il banchiere viene scagionato dall’accusa, dopo aver dimostrato di aver tenuto la maggioranza del suo pacchetto azionario, subendo delle perdite connesse al crollo delle quotazioni della banca. A giugno 2010, comunque, l’Amf gli appioppa comunque una multa di 100mila euro. Ma l’insider trading, anche se solo come infrazione amministrativa, era troppo anche un banchiere con le spalle larghe e la reputazione di Mustier. Soprattutto, se arrivava dopo lo scandalo Kerviel. Da banchiere di punta della Société Générale, noto nella City per essere un mago della finanza strutturata, Mustier incappa in uno dei più incredibili scandali della crisi finanziaria che era cominciata l’estate precedente. Mustier è il capo di Jérome Kerviel, il trader a cui è stata imputata l’intera responsabilità per la perdita 5 miliardi di euro subita da Société Générale a gennaio 2008, a seguito della chiusura di posizioni speculative. È lui a denunciare Kerviel. Il trader viene arrestato, processato e poi condannato a cinque anni per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, e sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute. Gli investimenti riguardavano gli equity derivatives, la materia di cui è maestro Mustier. Erano saliti fino a sfiorare 50 miliardi di euro. All’insaputa dei superiori, hanno sentenziato il tribunale e la corte d’appello di Parigi. Per il banchiere, però, la botta è dura: si parla (di) 50 miliardi di euro, non di noccioline. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto, e che sia stato possibile violare i controlli? Lui stesso, del resto, ammette le “debolezze” nei sistemi interni di vigilanza: “Non ho prestato abbastanza attenzione al rischio di frodi”, dice ai giudici. In quegli anni, Société Générale si vantava peraltro di avere le strutture di trading su derivati più all’avanguardia fra le banche di investimento globali. Mustier paga lo scotto, dopo qualche mese viene trasferito in un’altra divisione, e nell’estate 2009 segue l’uscita. Quando Unicredit lo chiama, a febbraio 2011, per Mustier gli allori di Société Générale sono un ricordo. Dopo un periodo da disoccupato, Mustier è consulente e socio di Tikehau Capital Advisors, società francese specializzata nella gestione del debito ad alto rischio. Con l’ingresso in Unicredit, la partecipazione di Mustier in Tikehau va ceduta, e così avviene. Ma anziché finire qui, il rapporto prosegue in altre forme. È Unicredit a rilevare una quota di minoranza nella società francese, il primo marzo seguente. Un’operazione lampo, visto che il banchiere prenderà servizio solo il 14. Cinque milioni di euro per il 10%, e dunque una valutazione complessiva di 50 milioni per una società di gestione che a fine 2010 dichiarava masse gestite per 375 milioni. Unicredit, poi, si impegna anche a sottoscrivere i fondi di Tikehau per 100 milioni di euro, da versare a chiamata, secondo quanto riferisce una fonte vicina all’area finanza del gruppo. L’annuncio arriva in coincidenza con l’ingresso del banchiere in Piazza Cordusio. Ma sull’operazione serpeggiano subito delle perplessità: che senso ha per una banca come Unicredit impegnare risorse in distressed asset (cioè debiti decotti), prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo ha pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno? “Mettere in relazione le capacità sviluppate da Tikehau Capital Advisors, in termini di origination e gestione degli assets creditizi, con la dimensione europea di UniCredit”, è la spiegazione ufficiale. Più di recente, spunta il caso Screen Service, una piccola società quotata a Piazza Affari che produce apparati per la trasmissione del segnale televisivo digitali. Lo scorso ottobre arriva un’Opa lanciata da Monte Bianco, un veicolo di investimento controllato da Hld, una holding di investimento francese di cui Mustier è uno dei principali singoli investitori con il 6,6 per cento. Non solo. Unicredit si è impegnata per iscritto a mettere a disposizione di Monte Bianco quanto necessario per l’offerta pubblica (30 milioni). Nello stesso tempo è fra le banche creditrici con cui Screen Service sta trattando la rinegoziazione di un debito da 35 milioni. In questa vicenda, tutto sommato piccola, la stessa persona riveste insomma tre ruoli: è finanziatore di una società in difficoltà, è il banchiere che sostiene chi lancia l’Opa su quella società, ed è fra i soci del veicolo che finanzia come banchiere. La scelta che invece ha destato più stupore, anche per l’impatto strategico, è la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria. A novembre 2011, la banca annuncia un’alleanza con il broker Kepler Capital Markets, quartier generale a Parigi ma sede legale a Nyon (Ginevra), nel cantone di Vaud, noto per le agevolazioni fiscali. Kepler fornirà a Unicredit “ricerca azionaria e garantirà la fornitura dei report degli analisti” e in cambio avrà in esclusiva l’esecuzione del trading all’Europa occidentale. Ubs, la banca oggi guidata da Sergio Ermotti, il predecessore di Mustier a Unicredit, ha tagliato il trading sui titoli di debito, che assorbiva troppo capitale, puntando invece sull’azionario. La scelta di Unicredit, viene spiegato, è giustificata dalla volontà di tagliare costi: in conseguenza dell’accordo, la banca manda o ha mandato a casa o» ricollocato «circa 120 fra analisti e trader, fra Milano, Monaco e Vienna. Dallo scorso giugno, l’accordo è stato esteso anche a tutto l’Est Europa. Di fatto, oggi Unicredit, che storicamente aveva la quota più rilevante nel brokeraggio degli investitori istituzionali, non ha più né trading sull’azionario né ricerca sulla Borsa Italiana né su Germania, Polonia, Austria: tutto passa per Kepler. Fonti finanziarie a conoscenza dell’accordo riferiscono che quest’ultima retrocede a Unicredit il 50% delle commissioni incassate sulle operazioni della clientela della banca. Varata l’esternalizzazione dell’intermediazione mobiliare nell’azionario, Unicredit ricalibra la propria strategia. Guarda caso, l’occasione la dà un altro affare pensato e concluso a Parigi il 17 luglio scorso: Chevreux, la casa di brokeraggio azionario del Crédit Agricole, si fonderà con Kepler. Mustier saluta positivamente l’accordo e annuncia che è “aperto a prendere una quota di minoranza in Kepler Chevreux” e addirittura a esplorare la possibilità di un’alleanza con l’Agricole nell’equity capital markets. Tout se tient, messieurs. Oltre a Mustier nell’affare Kepler sono attivi a vario titolo altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi. L’aumento di capitale di ottobre 2011, organizzato da Gerardo Braggiotti di Banca Leonardo, apre la porta a nuovi investitori. Con l’occasione Banca Leonardo conferisce il suo minuscolo ramo di brokeraggio azionario, più un conguaglio cash di pochi milioni, e in cambio ottiene una quota del 5 per cento. Lo schema, che verrà ripetuto con varianti, punta a due obiettivi: da un lato concentrare i volumi di intermediazione, e dall’altro a offrire una sorta di servizio di gestione dei licenziamenti, su cui ormai il broker franco-elvetico ha acquisito una certa esperienza. A Quirin e agli altri manager di Kepler resta il 53%, mentre nell’azionariato compare il fondo di private equity francese Blackfin Capital Partners, con una quota superiore al 40 per cento. Ideatore, socio e presidente di Blackfin è Laurent Bouyoux. Nel mestiere, Bouyoux è il maestro del maestro: è lui che nel 1986-1994 ha fondato e diretto quella divisione derivati azionari di Société Générale, dove Mustier è andato a bottega. Al suo fianco, nel business dei derivati azionari, c’era già Paul Mizrahi: i due faranno coppia nelle successive tappe professionali in Commerzbank e nella creazione di Fortuneo, un broker online poi ceduto al Crédit Mutuel Arkea (altro azionista di Kepler, insieme alla Cdp francese). Con tutti questi interessi parigini era dunque un peccato che, un anno prima dell’arrivo di Mustier, Unicredit avesse sostanzialmente smobilitato la filiale di Parigi, in quanto il mercato francese non offriva spazi adeguati. Con Mustier si cambia strategia: il mercato francese diventa importante. A capo della filiale di Parigi arriva allora Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale. Nel giro di poco tempo la squadra si rafforza: vengono assunti tre senior banker, figura professionale di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento. Contando Soulard, fanno quattro superbanchieri senior per l’unica filiale francese di Unicredit, in Avenue des Champs Elysées, a Parigi. “La filiale di Parigi di Unicredit rappresenta una piattaforma distributiva totalmente dedicata alla clientela francese con particolare attenzione alle esigenze delle imprese di grandi dimensioni, dei fondi di private equity e delle istituzioni finanziarie”, è la nuova linea. Per strappare quote di mercato a Bnp Paribas, all’Agricole alla stessa Société Générale e alle altre banche d’investimento, Unicredit dovrà proporre condizioni più attraenti ai grandi clienti e assumersi rischi maggiori. A ogni buon conto, in Italia, cioè nel principale mercato domestico principale del gruppo, i senior banker sono tre»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe opportuno far luce sulle ragioni per cui Unicredit ha deciso di affidare la gestione degli investimenti a Jean-Pierre Mustier, a quanto risulta dall’articolo citato al centro di un forte conflitto di interesse, in quanto, una volta uscito, senza onori, da Soggen e multato dall’Autorité des marchés financiers (Amf) nonché condannato per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute, è arrivato a Milano e continua a compiere operazioni, servendosi di Unicredit, con il suo vecchio giro di finanzieri spericolati e strapagati dalla stessa Unicredit;

sarebbe opportuno accertare se il cambio di strategia adottato da Unicredit – che l’ha portata ad adottare decisioni che hanno destato stupore, come nel caso della società Tikehau Capital Advisors dove sono state impegnate risorse in “debiti decotti”, prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo aveva pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno, oppure la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria – non sia servito unicamente per favorire il banchiere Mustier, dalla dubbia reputazione, nonché altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi;

sarebbe opportuno verificare quali siano le reali motivazioni per cui, da quando è arrivato Mustier, il mercato francese, che non offriva spazi adeguati, è diventato di colpo importante, al punto da potenziare la filiale parigina mettendo a capo della stessa Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale, e assumendo, nel giro di poco tempo, tre senior banker, figure professionali di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento, oltre a Contando Soulard;

sarebbe opportuno adottare misure volte a risolvere il rilevante conflitto di interesse oggetto delle nuove scelte strategiche di Unicredit dall’arrivo del banchiere Mustier,

si chiede di sapere:

quali iniziative di carattere legislativo il Governo intenda assumere al fine di mettere al riparo i risparmiatori da una gestione privatistico-clientelare delle banche, che all’interrogante pare mettere a repentaglio il capillare e sudato risparmio postale degli italiani solo ed unicamente per interessi clientelari;

se sia a conoscenza di un intervento della Banca d’Italia riguardo alla situazione descritta.

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Banche-ridurre costo danaro

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00558
Atto n. 2-00558

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Pil scenderà quest’anno del 2,8 per cento; gli investimenti lordi del 12,7 per cento; la spesa per i consumi delle famiglie del 10,8 per cento; la domanda del 7,5 per cento; le esportazioni di beni e servizi del 3,1 per cento, le importazioni del 15,3 per cento; la bilancia dei pagamenti avrà un saldo negativo mentre continua la fuga di capitali verso l’estero (in Svizzera non sono più disponibili le cassette di sicurezza) e si è drasticamente ridotta la consistenza dei titoli di Stato da parte degli investitori esteri, nonostante la curva attraente dei rendimenti sui decennali superiore al 4 per cento netto. Anche la ventilata rinnovata fiducia degli investitori internazionali, grazie alla ritrovata credibilità italiana, attribuita al solido e sobrio Monti, sembra essere alquanto esagerata. Come si legge in un articolo del 15 dicembre 2012 su “Dagospia” «i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi infatti dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011 per arrivare ai 676,5 di settembre 2012» (con un calo pari a 120 miliardi dal 2010 e a 45 miliardi con la cura Monti), mentre «i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d’Italia da 66 miliardi a 99 miliardi, e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi». La pressione fiscale, a giudizio dell’interpellante opprimente, ha raggiunto livelli di guardia costringendo il 58 per cento delle imprese, ben 615.000 ad adempiere ai doveri fiscali con il ricorso ai prestiti bancari, la richiesta al fisco di dilazioni di pagamento, con 40.000 imprenditori che non potranno pagare le imposte per mancanza di liquidità, come risulta dalla ricerca Ispo-Confartigianato;

a fronte di questa cattiva congiuntura, le cui ricadute sulle famiglie sono state calcolate in 2.200 euro su base annua, gli unici interventi sono andati nella direzione di offrire scialuppe di salvataggio alle banche che hanno sanato i buchi di bilancio, sia con le erogazioni della Banca centrale europea come prestiti triennali al tasso dell’1 per cento, che con l’estinzione di centinaia di miliardi di obbligazioni ibride, sulle quali era stata messa una garanzia settennale statale nel cosiddetto decreto salva Italia (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011);

come scrive Francesco De Dominicis per “Libero” del 18 dicembre 2012: «Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, domenica, in un’intervista, ha detto che a metà 2013 nel nostro Paese si potrebbe cominciare ad annusare aria di ripresa. C’è un settore, tuttavia, che gioca d’anticipo rispetto alle previsioni dell’inquilino di palazzo Koch: le banche italiane, infatti, secondo un documento riservato dell’Abi, non sembrano sentire più di tanto gli effetti della crisi e si preparano a chiudere in grande spolvero già il 2012. Gli utili degli istituti – che complessivamente nel 2011 hanno chiuso in rosso di 23,1 miliardi di euro – toccheranno quota 4 miliardi quest’anno per poi arrivare a 6,5 miliardi nei successivi dodici mesi. Totale: 10,5 miliardi di utili in appena due anni. Non male. Numeri che mostrano uno stato di salute assai positivo per il settore creditizio e che l’Assobancaria ha illustrato agli esponenti del Fondo monetario internazionale a metà novembre. Si tratta degli stessi dati, peraltro, che la scorsa settimana il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, ha parzialmente snocciolato nel corso di una tavola rotonda a Roma. Un blitz, quello di Sileoni, che ha spiazzato i banchieri. Il documento era destinato all’Fmi – con l’obiettivo di tenere alla larga nuovi attacchi all’industria bancaria italiana – ma, stando alla strategia delle banche, andava tenuto lontano dagli occhi dei sindacalisti, visto che è in corso una trattativa da 20-30mila esuberi. Trattativa che i maggiorenti dell’Abi vogliono portare avanti dimostrando che le banche sono in ginocchio. «E invece no» dice il numero uno Fabi. Pronto a dare battaglia ai banchieri. Del resto, le condizioni sono ottime un po’ su tutti i fronti. È destinato a migliorare, anzitutto, il mercato dei prestiti a famiglie e imprese: +0,5% quest’anno e +1,9% l’anno prossimo. Bene anche il margine di interesse che, dopo un lieve calo dell’1,2% quest’anno, schizzerà a +2,5% nel 2013. Il roe (utile netto su patrimonio) aumenta dell’1,1% e poi dell’1,7%. Segnali positivi financo per le sofferenze: la crescita dei prestiti non rimborsati, infatti, rallenterà bruscamente: dal 27,6% dello scorso anno si passa al 18,4% del 2012 e al 13,8% del 2013. Bene l’andamento di depositi e raccolta: alla frenata del 2011 (-2,7%), le banche italiane rispondono con un biennio previsto in miglioramento (+4% e +3,8%). Sarà stata la cura del Governo di Mario Monti?»;

gli ultimi dati pubblicati dalla Banca centrale europea “Moneta e banche”, nel bollettino dicembre 2012 sui tassi applicati nei Paesi dell’area euro, registrano una media del 4,88 per cento per i mutui in Italia, contro il 3,49 per cento dell’area euro con un differenziale di ben 139 punti base, mentre per il credito al consumo, le banche italiane applicano una media dell’8 per cento, contro il 6,12 per cento dell’area euro con un differenziale di ben 188 punti base e conseguenti maggiori oneri nell’ammortamento dei prestiti;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

i dati positivi di bilancio e riduzione delle sofferenze destinati a migliorare nel biennio 2012-2013, con utili pari a 10,5 miliardi di euro a fronte di perdite di 23,1 miliardi nel 2011, dovrebbero portare ad una riduzione del costo del denaro che sta strozzando famiglie ed imprese con un differenziale di 139 punti base sui mutui e di 188 punta base su credito al consumo;

tali politiche monetarie predatorie a danno di cittadini, famiglie, imprese e del sistema Paese dovrebbero essere contrastate da autorità vigilanti che non sembrano assumere funzioni di terzietà ed equidistanza nella delicata gestione del credito e del risparmio,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda adottare per impedire che la delicata ed armonica funzione creditizia, necessaria per l’economia del Paese, possa essere vulnerata da gestioni particolari tendenti a penalizzare le attività produttive e l’uscita dalla cattiva congiuntura economica, prodotta dagli stessi banchieri.

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