Frequenze-consorzio CONNA (associazione no profit del settore radiotelevisivo)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08896
Atto n. 4-08896

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI , VITA , CARLINO – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

durante un’audizione da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) del presidente del consorzio CONNA, Mario Albanesi, la storica associazione no profit del settore radiotelevisivo, sarebbero venuti alla luce fatti inauditi su come sia stato amministrato il settore strategico delle comunicazioni, che se fossero accertati apparirebbero dirompenti per la loro gravità;

a giudizio degli interroganti, il “grande imbroglio” radiotelevisivo comincia subito dopo il censimento imposto dalla “legge Mammì” (legge n. 223 del 1990), quando gli armadi ministeriali contenenti l’intera documentazione inviata da radio e televisioni di tutta Italia furono posti sotto sequestro dal magistrato romano Anna Maria Cordova, con il conseguente arresto di politici e dipendenti del Ministero. Ma è fra gli anni 1993 e 1994 che per la forte pressione esercitata da alcuni gruppi editoriali alla ricerca di legittimazioni venne consumata tutta una serie di reati con il rilascio di “concessioni” atte al proseguimento dell’attività totalmente abusive, perché il comma 5 dell’articolo 34 della stessa legge impediva inderogabilmente di rilasciare concessioni in assenza dei piani di assegnazione delle frequenze: “Le concessioni previste nella presente legge possono essere rilasciate solo dopo l’approvazione del piano di assegnazione”; confermato dal comma 2 dell’articolo 16 che stabiliva che nell’atto del rilascio di concessione “sono determinate le frequenze sulle quali gli impianti sono abilitati a trasmettere, la potenza, l’ubicazione e l’area da servire da parte dei suddetti impianti;

nessuna di queste condizioni venne rispettata: i piani di assegnazione non vennero mai realizzati, né le altre condizioni vennero soddisfatte, neppure in minima parte;

a tale pesante vizio di origine delle “concessioni”, che a giudizio degli interroganti non è azzardato definire truffaldine, si è aggiunta l’imposizione del “digitale terrestre” – affatto necessario perché poteva essere realizzato meglio valendosi dei numerosi satelliti in orbita geostazionaria, lasciando sulla terra le cose come stavano ed evitando rottamazioni e distruzioni di televisori – che ha fatto esplodere tutta una serie di altri meccanismi di concessione che gli interroganti ritengono trappole perniciose, come la divisione degli operatori televisivi locali in “gestori di rete” o in “fornitori di contenuti”;

su questa base sarebbero state rilasciate frequenze in base a graduatorie che agli interroganti sono parse congegnate a beneficio di chi intende continuare a utilizzare i mezzi di comunicazione televisivi al fine di trarre esclusivamente profitti economici e vantaggi politici, e non da chi invece intende valersene per promuovere l’informazione e la socialità;

i risultati ottenuti a giudizio degli interroganti sono stati catastrofici, perché un gran numero di emittenti sparse sull’intero territorio nazionale, in genere proprio quelle maggiormente utili, dislocate nei piccoli centri, vengono in questi giorni “espulse” e costrette a chiudere;

a giudizio degli interroganti la pianificazione avrebbe dovuto assicurare a tutte le televisioni in funzione la possibilità di poter proseguire nella loro attività;

considerato che una sola frequenza poteva essere “divisa” ricavandone anche 6 canali di ottima qualità tecnica, un piano che non avesse risentito di spinte partigiane estranee all’interesse pubblico non li avrebbe assegnati tutti, come è avvenuto, al medesimo soggetto ma a 6 emittenti diverse, compresa quella del possessore della frequenza;

va da sé che con appena 9-10 frequenze si sarebbero ottenuti un gran numero di canali, 50 o 60, largamente sufficienti a soddisfare le richieste di tutte le emittenti in esercizio e magari qualcuna di più (molti piccoli comuni ne sono sprovvisti), senza strangolare gli operatori in un’inestricabile congerie di norme, lacci e lacciuoli (anche umilianti), al fine di rendere loro la vita impossibile, specie se sprovvisti economicamente e carenti di mezzi amministrativi;

inoltre, i vantaggi per le compagnie telefoniche sarebbero stati notevoli: avrebbero avuto molto più spazio in banda e a prezzi più bassi, senza dover esercitare pressioni giunte all’incredibile decisione governativa di espropriare i punti di trasmissione dal 61 al 69, in previsione di fare altrettanto, fuori da ogni regola di legittimità, anche per altri che vanno dal 50 al 60;

ci si potrà domandare come sia possibile che scelte piane e lineari abbiano potuto essere travisate al punto da risultare contorte, contraddittorie e liberticide;

a parere degli interroganti tale situazione potrebbe essere ascrivibile alle manovre di qualcuno che costantemente orienta le scelte fondamentali in questo campo in funzione dei suoi personali interessi. A questo proposito basti pensare che consigliere del Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico Massimo Vari, delegato alle comunicazioni dal ministro Corrado Passera, e di Roberto Sambuco capo dipartimento è Stefano Selli, ex direttore della Frt, l’associazione televisiva presieduta da Fedele Confalonieri: egli riveste l’incarico di “consigliere a titolo gratuito”, ma non è difficile immaginare che probabilmente potrebbe essere in una situazione di conflitto d’interesse;

considerato che:

si legge su “Tvdigitaldivide” in un articolo del 18 dicembre 2012: «Dieci giorni fa il ministro Passera aveva assicurato che l’asta per le frequenze tv sarebbe stata realizzata entro la fine della Legislatura del Governo Monti. Il voto, allora era già previsto per il 10 marzo. Ora si parla di un voto a fine febbraio, e tutti si dicono sicuri che la gara, nata dalle ceneri dell’ex Beauty Contest (che regalava i canali tv a Mediaset e Rai), si farà solo dopo le elezioni. Se infatti già prima eran stretti i tempi per l’avvio dell’asta (ma c’è chi sussurra troppo stretti), oggi, alla luce delle dimissioni annunciate da Monti, sono praticamente impossibili. Per Stefano Carli de La Repubblica, questo significa che il Governo ora è più libero, non ha più bisogno di usare le frequenze tv di volta in volta come bastone o carota verso un parlamento popolato dai sudditi di Berlusconi. La crisi politica, dice Carli, ha raggiunto almeno un risultato positivo: il rinvio della gara pubblica. Svolgere l’asta in questa fase sarebbe stata la garanzia di un esito economico insoddisfacente per le casse dello Stato. C’è la crisi, e non ci sono i soldi. Basta vedere l’andamento della vendita di TI Media e La7. Dove non sono ancora arrivate offerte valide. Nel 2013 forse l’economia si potrebbe riprendere. E se le Camere non saranno più dominate dalle esigenze di famiglia di Arcore, allora forse gli operatori stranieri, i famosi nuovi entranti richiamati dalla Commissione europea, si affacceranno nel mercato televisivo italiano. Intanto ieri si è chiusa la consultazione pubblica indetta dall’Agcom sullo schema di regolamento della gara. La scorsa settimana, Aeranti-Corallo ha portato davanti ai commissari dell’Autorità le ragioni delle Tv locali. Nel corso dell’audizione, in riferimento al limite stabilito dalla Commissione europea di cinque multiplex DVB-T che ogni operatore può complessivamente detenere dopo lo switch-off, l’Associazione ha chiesto che venga previsto che gli operatori di rete nazionale, che si trovino in questa situazione, non possano partecipare alla procedura e che, in via strettamente subordinata, quelli titolari di quattro multiplex DVB-T e di un multiplex DVB-H debbano preventivamente rinunciare in via definitiva, al fine della partecipazione alla gara, alla facoltà di convertire il multiplex DVB-H in altre tecnologie (DVB-T, DVB-T2 o analoghe). Inoltre, Aeranti-Corallo, sussistendo la possibilità, a norma del comma 2 dell’art. 3-quinquies del DL 16/2012, convertito con modificazioni dalla legge 44/2012, di prevedere la realizzazione di reti per macro-aree di diffusione, con l’uso flessibile della risorsa radioelettrica, e, in considerazione della riserva di un terzo delle frequenze a favore dell’emittenza locale, ha chiesto che due delle sei frequenze previste dalla procedura vengano poste in gara (per macro-aree di diffusione), per essere assegnate alle Tv locali. Il presidente dell’Agcom, Angelo Cardiani, ha dichiarato nei giorni scorsi: “Ci piacerebbe un’asta pulita”. Ha inoltre affermato che alla gara non parteciperanno né Mediaset né la Rai, ma non per limiti imposti dal regolamento: “Non è un’esclusione mirata a Rai e Mediaset, è una condizione per la partecipazione all’asta che fa sì che sia molto probabile che sia Rai che Mediaset non parteciperanno per lo scelta aziendale”»,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere al fine di interrompere immediatamente la disattivazione delle emittenti attualmente in funzione, operata dalla polizia postale;

se non intenda adoperarsi per quanto di competenza per adottare le opportune misure al fine di rivedere il settore strategico delle comunicazioni ed in particolare la sua gestione e amministrazione e per restituire rigore, trasparenza e legalità;

quali iniziative ritenga di assumere, con la massima sollecitudine, per individuare le modalità opportune per garantire che l’assegnazione delle frequenze avvenga in maniera trasparente e previo espletamento di procedure ad evidenza pubblica;

se non intenda affrontare con urgenza le problematiche dell’emittenza locale, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli operatori del settore, anche al fine di ripristinare i tagli effettuati con diversi provvedimenti al fondo per l’emittenza locale;

se non intenda adottare gli opportuni interventi al fine di garantire un uso efficiente della risorsa radiotelevisiva.

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