Mario Draghi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03217
Atto n. 3-03217 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

non si placano le polemiche sul passato dell’attuale presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, che ha ricoperto la carica di vice presidente per l’Europa di Goldman Sachs, dopo la famosa crociera sul panfilo Britannia del 2 giugno 1992, cui partecipò in qualità di direttore generale del Ministero del tesoro preposto alle privatizzazioni ed alle dismissioni del patrimonio pubblico;

in un lancio dell’agenzia “Asi” dal titolo: “Italia. Dure accuse a Draghi da collaboratore di Mattei e tv tedesca” di lunedì 17 dicembre 2012 si legge: «Recentemente Mario Draghi, presidente della Bce, è stato oggetto di dure accuse. Da qualche giorno, in Rete, gira una video-intervista di Benito Li Vigni, ex collaboratore di Enrico Mattei, il quale, oltre a parlare della morte del fondatore dell’Eni in termini di omicidio, svela le azioni che svolse Draghi ai tempi in cui era direttore generale del Ministero del Tesoro. “Hanno svenduto il nostro Paese. Draghi diede mille miliardi di patrimonio pubblico a Goldman Sachs, in cambio di una sola lira”. E ancora, più nello specifico: “Si sono chiuse attività che portavano profitti allo Stato come la Nuovo Pignone, la Lebole, la chimica di base. Si distrusse l’Eni. Il patrimonio immobiliare dell’Eni, che valeva mille miliardi di lire, è stato venduto a Goldman Sachs per una lira”. Li Vigni conclude dunque che all’epoca dei primi due governi tecnici in Italia “vi fu un attacco allo Stato imprenditore organizzato dalle grandi banche d’affari, che convinsero Ciampi e Amato a liberalizzare il settore pubblico. Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro, spinse verso la privatizzazione. Venne distrutto lo Stato imprenditore, l’Eni da 130 mila dipendenti si ridusse a 30 mila, scaricando ai cittadini il costo di questa operazione”. Qualche giorno primo di queste dichiarazioni di Li Vigni, in Germania andava in onda un servizio tv sull’emittente Zdf che fa luce sui rapporti che legano Draghi all’alta finanza. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Bce”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”»;

considerato che si legge sul sito “movisol.org”: «Il secondo canale della televisione pubblica tedesca, ZDF, ha trasmesso un servizio che svela il vero Mario Draghi al pubblico tedesco, finora imbonito dai vari tabloid che attizzavano odio verso l’artefice della politica inflazionistica dell’Euro, vestendolo però nei panni dell’Arlecchino che è arrivato per “lirizzare” o “italianizzare” la moneta unica. Draghi è un esponente dei circoli finanziari internazionali, ha spiegato la ZDF nel suo servizio, mandato in onda il 6 dicembre nel corso del seguito programma di approfondimento politico Heute Journal, come commento alla riunione del Consiglio e della conferenza stampa della BCE di quel giorno. Alla conferenza stampa, Draghi ha dovuto rispondere ad un numero insolitamente alto di domande scomode provenienti non solo dal reporter della ZDF, ma anche da altri giornalisti tedeschi, francesi e inglesi che gli hanno chiesto conto dell’intenzione della BCE di assumere poteri assoluti e antidemocratici sul sistema bancario europeo, della disoccupazione record in Europa e della “medicina-killer” applicata in Grecia. (…) Nel suo solito stile sofistico, Draghi ha giustificato ogni devastazione economica e sociale causata dalle ricette della BCE, addossandone la responsabilità ai governi che non avrebbero seguito la disciplina di bilancio prima della crisi, ignorando il fatto che i bilanci pubblici sono saltati a causa dei salvataggi bancari – la cui indisciplina di bilancio era non solo nota, ma favorita dalla BCE (…) Il servizio della ZDF è indice che sta cambiando l’aria e il tiro viene aggiustato, precondizione per una via d’uscita costruttiva. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della BCE”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”. Viene intervistato Benito Livigni, ex dirigente ENI, che racconta come successivamente le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi “deve la sua carriera alle grandi banche d’affari, alla Goldman Sachs”, dice Livigni. Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. “Era di nuovo sulla nave a procacciare affari?”, si chiedono i reporter della ZDF. Successivamente, quando fu nominato governatore della BCE nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una commissione del Parlamento Europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l’ingresso della Grecia nell’Euro. Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. Ma l’esperto di Le Monde Marc Roche è scettico. “Goldman Sachs non è il buon samaritano. Non assume Draghi come vicepresidente senza dargli la responsabilità anche del settore pubblico. Draghi non ha mentito ma non ha neanche detto la verità”. Alla conferenza stampa del 6 dicembre, il reporter della ZDF ha chiesto a Draghi se la sua partecipazione al G-30 non comporti un conflitto d’interessi, non solo per la prossimità con i banchieri privati, ma anche perché il G-30 sarebbe co-finanziato da Goldman Sachs. Draghi ha letto una dichiarazione preparata in anticipo dove si afferma che “la BCE” (e cioè Draghi) “non ritiene che la partecipazione del Presidente nel Gruppo dei Trenta comporti un conflitto d’interessi”. Draghi ha aggiunto di non sapere “che il G-30 sia finanziato da Goldman Sachs. Mi è veramente nuovo”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante sarebbe opportuno conoscere se risponda al vero che il presidente Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Banca centrale europea, in qualità di membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30, decisori molto influenti sul denaro e sul potere, con un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs,

si chiede di sapere:

se risulti vero che nella riunione sul Britannia del 2 giugno 1992, in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni, furono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman Sachs avrebbe guadagnato parecchio;

se risultino rispondenti al vero le dichiarazioni riportate dalla video-intervista di Benito Li Vigni;

se a parere del Governo l’attacco allo Stato imprenditore, a quanto risulta all’interrogante organizzato dalle grandi banche d’affari, che indussero a liberalizzare il settore pubblico, non abbia finito per far ricadere sui cittadini e sulla collettività il costo di un’operazione, a giudizio dell’interrogante fallimentare per le casse pubbliche e per il conseguente debito pubblico, arrivato a 2.014 miliardi, con un onere di ben 33.000 euro a testa, dei quali 1.700 pro capite negli ultimi 13 mesi del Governo Monti.

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