Month: dicembre 2012

Cashpoint spa-raggiro consumatrice

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08894
Atto n. 4-08894

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di un raggiro di cui sarebbe stata vittima una consumatrice;

in particolare la signora, in data 3 ottobre 2011, si sarebbe recata in una boutique di Roma, per l’acquisto di un abito. Al momento di saldare, le sarebbe stata proposta, senza alcuna informazione al riguardo, una modalità di pagamento che comportava la cessione irrevocabile e permanente del credito per tutti gli acquisti eventualmente effettuati presso l’esercente commerciale in favore della Cashpoint SpA;

ciò sarebbe avvenuto mediante sottoscrizione di un cedolino allegato allo scontrino fiscale. La consumatrice sarebbe stata informata solo successivamente dalla propria banca, Banca Popolare di Spoleto, di una richiesta di autorizzazione di addebito permanente in conto corrente da parte di CashPoint Srl (dunque, peraltro, una ragione sociale diversa rispetto a quella individuata dal cedolino allegato allo scontrino fiscale);

la signora avrebbe effettuato dei controlli dai quali sarebbe emerso che CashPoint Srl (dunque la società che aveva presentato la richiesta di pagamento alla banca) era stata cancellata con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze dall’elenco di cui all’art 106 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo n. 385 del 1999 (TUB) sin dal 5 agosto 2011 (e dunque ben tre mesi prima della sottoscrizione della cessione di credito in questione); pertanto, al momento in cui alla consumatrice era stata proposta la cessione, la CashPoint Srl non avrebbe potuto operare legittimamente sul mercato del credito, in quanto la stessa non risultava più iscritta nell’apposito elenco;

la Cashpoint SpA, interpellata sulla questione, non avrebbe mai fornito risposta;

a quel punto la signora avrebbe interpellato la Banca d’Italia inviando una nota in data 25 giugno 2012. Quest’ultima avrebbe omesso di rispondere a quanto richiesto, limitandosi a segnalare che, dal 1° novembre 2011 (e dunque successivamente a quanto accaduto ed oggetto di segnalazione), il servizio oggetto di esposto era erogato da Cofidis (a parere dell’interrogante non risulta chiara l’attinenza della risposta con la vicenda);

la Banca d’Italia, dunque, soggetto deputato alla vigilanza, informata dell’esercizio di attività abusiva da parte di una società cancellata dall’elenco in gestione alla stessa Banca d’Italia, avrebbe omesso non solo di fornire un qualsiasi chiarimento alla consumatrice, ma altresì di intraprendere qualunque indagine sulla vicenda, qualunque intervento volto a inibire, per il futuro, il perpetrarsi di simili episodi da parte della stessa società e qualunque segnalazione alle autorità giudiziarie per quanto di competenza;

considerato che l’art. 106 del TUB (“Albo degli intermediari finanziari”) sancisce: «1. L’esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma è riservato agli intermediari finanziari autorizzati, iscritti in un apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia. 2. Oltre alle attività di cui al comma 1 gli intermediari finanziari possono: a) emettere moneta elettronica e prestare servizi di pagamento a condizione che siano a ciò autorizzati ai sensi dell’articolo 114-quinquies, comma 4, e iscritti nel relativo albo, oppure prestare solo servizi di pagamento a condizione che siano a ciò autorizzati ai sensi dell’articolo 114-novies, comma 4, e iscritti nel relativo albo; (…) 3. Il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita la Banca d’Italia, specifica il contenuto delle attività indicate nel comma 1, nonché in quali circostanze ricorra l’esercizio nei confronti del pubblico»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, sarebbe opportuno dare notorietà a come le autorità preposte alla vigilanza e al controllo intendono garantire i consumatori da pratiche di abusivo esercizio del credito,

si chiede di sapere;

se il Governo sia a conoscenza di un intervento della Banca d’Italia riguardo alla situazione descritta;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare per porre fine a fenomeni di sciacallaggio che sfruttano la buona fede dei consumatori per trarre vantaggi e profitti.

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Intervento in Aula al Senato sulla Legge di Stabiltà

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 856 del 19/12/2012

Discussione congiunta dei disegni di legge:

(3585) Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2013 e bilancio pluriennale per il triennio 2013-2015 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)

(3584) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013) (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 15,09)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signori del Governo, siamo chiamati all’ultimo atto del Governo Monti sulla legge di stabilità e sul bilancio ma, a tredici mesi dal suo insediamento, è giusto e doveroso tracciare un bilancio del Governo tecnico, non su basi di contrapposizione ideologica, ma nel merito.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 16,37)

(Segue LANNUTTI). Dico subito che personalmente apprezzo la riconquistata credibilità internazionale dell’Italia, diventata lo zimbello del mondo all’ultimo vertice del G20, il 3 novembre 2011; ma le misure e le politiche economiche adottate per far uscire il Paese dalla crisi sono state a senso unico, a danno di lavoratori, famiglie, piccole e medie imprese, pensionati, per avvantaggiare quei convitati di pietra, ben rappresentati nell’Esecutivo, che non si sono distinti per lungimiranza e capacità di dare soluzione ai drammi del Paese ma, al contrario, li hanno aggravati.

L’ultimo capolavoro: il Ministro dello sviluppo economico ha rimandato a babbo morto l’asta sulle frequenze e, invece di creare occasioni di lavoro, sviluppa disoccupazione e falcidia posti di lavoro. Mi riferisco ai bandi regionali per l’assegnazione delle frequenze agli operatori di TV locali: televisioni storiche, con oltre vent’anni di operatività, sono fatte fuori da bandi di gara su misura, gestiti da tale Sambuco, sodale del piquattrista Bisignani; bandi accusati già in precedenza di scarsa trasparenza; bandi farsa, con la finalità di avvantaggiare amici degli amici ed escludere altri, mettendo in mezzo a una strada centinaia di giornalisti e operatori TV.

Vi siete distinti, signori del Governo, per essere stati al servizio di cricche, faccendieri e piquattristi di complemento, per fare carta straccia dei diritti e della legalità. Anche questo testo è manchevole da questo punto di vista. Stiamo discutendo non si sa bene che cosa, perché ancora non c’è il maxiemendamento. Di cosa discutiamo? Comunque, per quel che è dato sapere, all’interno ci sono emendamenti fatti ad uso e misura della CONSOB di Vegas, l’uomo dalle porte girevoli, che ha stabilizzato i suoi compari e i suoi compagni di merende.

Con riferimento all’emendamento Caputi, proprio oggi – do la notizia – la Procura della Repubblica di Milano ha condannato i banchieri per i derivati che erano stati appioppati (l’Adusbef era parte civile): ebbene, la Procura ha sconfessato le tesi di questo Vegas, questo uomo dalle porte girevoli che, essendo asservito ai banchieri, sostiene che le tesi probabilistiche non debbano sussistere nel momento in cui si sottoscrive un contratto di derivati.

Signori del Governo, già nel provvedimento Salva-Italia, o Salva-banche se preferite, avevate imposto l’obbligo di apertura di conto corrente ai vecchi per farli cadere nelle grinfie dei banchieri che hanno strozzato il Paese e che hanno deteriorato le condizioni creditizie, di quei banchieri che rifiutano perfino di dare un mutuo ai giovani con fior di garanzie dei genitori garanti (- 47 per cento erogazione dei mutui) o revocano i fidi, con un preavviso di 24 ore ad aziende e famiglie stremate dalla crisi che non appartengano al “sistema Ligresti” (2,5 miliardi di buco). Alla povera gente non vengono dati nemmeno 10.000 euro!

Mentre corrono prezzi e tariffe, con un gravame di ben 2.200 euro a famiglia su base annua, cresce il disagio sociale, con un incremento dei pignoramenti ed esecuzioni immobiliari del 22,8 per cento (negli ultimi anni una città di 100.000 abitanti è sparita, cancellata dalla faccia della terra), a fronte del 5,2 per cento nel 2011. Con retribuzioni ferme, perdita del potere di acquisto e pressione fiscale arrivata ai limiti della decenza, voi impiegate i 24 miliardi di euro di tributo IMU per salvare banche in crisi o per il fondo salva Stati (+ 50 miliardi). Le signore banche, che nel 2011 avevano registrato perdite per 23,1 miliardi di euro, hanno ritrovato gli utili, che nel biennio 2012-2013 saranno di 10,5 miliardi di euro, grazie alle provvidenze governative ed all’omessa vigilanza di Bankitalia, collusa con banche, fondazioni bancarie ed il fondo strategico della Cassa depositi e prestiti in un gigantesco conflitto di interessi tra controllati e controllori, che in un Paese normale dovrebbe far attivare urgenti indagini penali di qualche Procura della Repubblica per i rischi che corrono i risparmi postali (300 miliardi di sudore dei vecchi, dei cittadini) nelle avventure finanziarie ed industriali.

Gli ultimi dati pubblicati dalla BCE nel bollettino dicembre 2012, a pagina 42, “Moneta e banche”, sui tassi applicati nei Paesi dell’area euro, registrano una media del 4,88 per cento per i mutui in Italia, contro il 3,49 per cento dell’area euro, con un differenziale di ben 139 punti base, mentre per il credito al consumo c’è un differenziale di ben 188 punti base. Questo significa che un italiano deve spendere 864 euro in più l’anno per un muto trentennale di 100.000 euro, quindi quasi 26.000 euro alla fine dell’ammortamento. Questo è il capolavoro del Governo dei banchieri!

Lo scippo con destrezza dalle tasche di milioni di famiglie e di consumatori, aggravato negli ultimi 13 mesi, produce una riduzione forzosa dei consumi che impedisce la ripresa economica e getta il Paese nella disperazione per il credito negato o revocato e per la persecuzione fiscale a danno dei contribuenti onesti.

Il resoconto di 13 mesi fallimentari è racchiuso in questi dati: il PIL scenderà quest’anno del 2,8 per cento; gli investimenti lordi del 12,7 per cento; la spesa per i consumi delle famiglie del 10,8 per cento; la domanda del 7,5 per cento; le esportazioni di beni e servizi del 3,1 per cento; le importazioni del 15,3 per cento; la bilancia dei pagamenti avrà un saldo negativo. Anche l’avanzo primario, che misura la differenza tra entrate e uscite prima di aggiungere al conto gli interessi sul debito, seppur migliorato, è del 2,4 per cento contro il 2,9 per cento preventivato dal Governo e nel 2013 sarà del 2,6 per cento del PIL rispetto al 3,6 per cento.

La fuga di capitali verso l’estero, nonostante la curva attraente dei rendimenti sui decennali superiori al 4 per cento netto, smentisce la favola della rinnovata fiducia degli investitori internazionali al solito e sobrio Monti. I titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi infatti dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011, per arrivare ai 676,5 di settembre 2012 (-120 miliardi dal 2010), mentre i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d’Italia da 66 miliardi a 99 miliardi e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi.

L’oppressione fiscale ce la vogliamo mettere? Il 58 per cento delle imprese non riesce ad adempiere ai doveri fiscali con il fisco. Per non parlare del debito pubblico. Ma come, dovevate ridurlo e invece lo avete aumentato ad oltre 2.000 miliardi, al ritmo di 12,2 miliardi al mese!

Il tanto deprecato Berlusconi lo aveva aumentato a 6,6 miliardi al mese e Prodi, nel biennio 2006-2008, ad un ritmo di 3,7 miliardi di euro al mese. Questi sono i dati.

Oltre al capolavoro degli esodati e alla proroga offerta al collezionista di poltrone Mastrapasqua, che con 60 milioni di pubblicità si paga il silenzio complice dell’informazione sulle sue malefatte, il Governo ha rafforzato l’idrovora con la nuova IRI, con il Fondo strategico e la Cassa depositi e prestiti; dopo che gli avete regalato 3 miliardi di euro con la conversione delle azioni da privilegiate ad ordinarie, adesso – l’ultimo capolavoro – il 4,5 per cento di Generali in mano a Bankitalia andrà al Fondo strategico.

Questo è un Governo permeato da lobby che non hanno a cuore gli interessi generali e che stanga i consumatori. Quando afferma che le banche italiane sono più virtuose, dimentica altri dati, come quello relativo al costo di un conto corrente in Italia (295,66 euro rispetto ai 114 euro nella media europea) o ai tassi sui mutui, che sono più alti.

E poi non si fa nulla per la povera gente. Ringrazio il senatore Legnini e gli altri relatori che hanno fatto di tutto per abbellire una manovra in realtà indigesta, perché per uscire dalla crisi, oltre a regole e sanzioni, ci vogliono pensieri lunghi, statistiche che possano combattere i populismi con il buon governo.

Una domanda sorge spontanea, come diceva un mio amico in passato: la BCE ha offerto 274 miliardi di euro per prestiti triennali al tasso dell’1 per cento, ma sapete che, quando le banche non riusciranno a restituire questi soldi, si creerà una nuova crisi? Non lo diciamo solo noi dell’Adusbef, lo hanno detto anche il Fondo monetario e la Banca mondiale. Lo ha affermato Kaushik Basu, capo economista della Banca mondiale, il quale ha detto che ci sarà un botto nell’economia globale nel 2014 e 2015, perché le misure della BCE hanno fatto guadagnare tempo ma non risolvono i problemi alla radice. Nello scenario migliore, la crescita economica dell’eurozona segnerà una stagnazione fino al 2015, prima di riprendersi.

La Cassa depositi e prestiti ha ricevuto un finanziamento di 20 miliardi all’1 per cento per accompagnare le piccole e medie imprese. Ma a chi li ha dati questi soldi? Non mi risulta che abbia accompagnato le piccole e medie imprese.

Ricordo inoltre che i prodotti derivati, arrivati ad un trilione di miliardi di dollari, oltre 16 volte il PIL mondiale, pari a 65.000 miliardi di dollari, sono stati la causa principale della crisi sistemica che ha intossicato le economie del mondo e distrutto 40 milioni di posti di lavoro. Ora si vuole fare una Tobin tax all’amatriciana, il cui limite massimo è stato aumentato a 200 euro sui derivati, e si getta fumo negli occhi prevedendo di tassare anche le negoziazioni ad alta frequenza (HFT), quelle che immettono milioni di ordini contemporaneamente, ma poi ci si dimentica che le banche europee hanno in pancia 6 .000 miliardi di derivati e continuano a comportarsi come enormi hedge fund, come la Banca centrale europea, dove la compravendita di opzioni, CDS, index, derivati prevale sulla mera attività bancaria tradizionale, fatta di intermediazione creditizia, con una leva finanziaria pari a 28,2 volte il patrimonio netto, mentre prima del fallimento della Lehman Brothers era di 27,9 volte.

È in atto nel mondo globalizzato una guerra silenziosa tra coloro che vogliono cambiare, per restituire un futuro ai giovani, che con Occupy Wall Street si battono contro la finanza spregiudicata, il denaro dal nulla, il saccheggio sistematico del futuro ipotecato da «banksters» senza scrupoli ed i grandi banchieri, che vogliono difendere con lo status quo i loro privilegi ed assetti istituzionali che addossano ai popoli le responsabilità e il salvataggio delle banche troppo grandi per fallire.

Uno dei più fulgidi esempi di questo scontro è dato dalla discesa in campo del senatore Monti. Ma come, non doveva restare super partes? Il suo mandato non doveva essere super partes? La carica di senatore a vita non gli era stata conferita per rimanere super partes? Invece di essere portatore degli interessi generali e del bene comune, valori che per i banchieri non esistono, ubbidisce agli ordini di Goldman Sachs, di Bilderberg e della grande finanza internazionale, che non si rassegna al ripristino della democrazia tramite libere elezioni nell’Italia commissariata.

Per uscire dalla crisi prodotta dall’avidità dei banchieri senza scrupoli, occorrono regole ferree contro il potere enorme assunto dai tecnocrati e dalle élite a spese dei popoli la cui sovranità è stata confiscata. Occorre una netta separazione tra banche di affari e banche commerciali, analoga a quella prevista dal Glass-Steagall Act, ideato da Roosvelt per risolvere la crisi del 1929. Occorre l’istituzione di un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra che, invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze, come proposto dall’economista americano Nouriel Roubini (siamo contro la pena di morte), li sottoponga ad un giusto processo per crimini economici contro l’umanità, facendogli fare compagnia a Madoff: centocinquant’anni di galera. Occorre impedire che tecnocrati, burocrati e ottimati, che hanno succhiato il sangue ai popoli europei dissanguati, possano continuare ad arricchirsi con l’azzardo morale, rompendo le diffuse complicità con oligarchie, tecnocrazie e cleptocrazie europee ed internazionali.

Signor Presidente, mi lasci concludere questo mio ultimo discorso in Aula nella XVI legislatura, non avendo ancora deciso se ricandidarmi e con chi; per quel che mi riguarda, continuerò le mie battaglie, dentro o fuori quest’Aula, contro le élite, a fianco dei ragazzi di Occupy Wall Street e di tutti quelli che si battono contro l’1 per cento delle persone, mentre il 99 per cento subisce la finanza: quei professori economisti che vanno a braccetto anche in quest’Aula. È necessario restituire un futuro rubato ai giovani oppressi e dignità ad una classe politica screditata e vilipesa, che non è fatta solo di “Batman” e di Maruccio, ma di tanti colleghi onesti e capaci, con il senso dello Stato e delle istituzioni (a differenza del Governo di Goldman Sachs), per riaffermare il primato delle politica sulla finanza di carta, sui banchieri, sulle oligarchie finanziarie, che non possono continuare a decidere sui destini del mondo, dopo aver scippato la sovranità che nelle democrazie appartiene ai popoli.

Signor Presidente, continuerò a battermi contro la finanza che ha intossicato i popoli e continua a dettare ai Governi ed ai commissari di turno delle Cancellerie europee e delle troike l’agenda delle loro convenienze e dei loro profitti, per restituire dignità alla buona politica, che deve mettere in campo alte sfide per la sovranità, che nelle democrazie, lo dice anche la Costituzione, appartiene ai popoli. (Applausi dei senatori De Toni, Alicata e Sarro).

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Enasarco-scelte strategiche di investimento

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00556
Atto n. 2-00556

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

l’Enasarco (Ente di previdenza e assistenza degli agenti e rappresentanti di commercio), già al centro dell’attenzione per dubbi investimenti nei prodotti derivati con il conseguente andamento negativo di gestione, procede nella dismissione del patrimonio immobiliare;

si legge su “Il Sole-24 ore” del 10 dicembre 2012: «Le acque sono tornate ad agitarsi in Enasarco. Da mesi si segnala una serie di frizioni all’interno delle varie componenti della Cassa, con una polemica accesa in occasione di diversi episodi: dalle difficoltà nel processo di dismissione del patrimonio immobiliare, comprensibili vista l’impatto della crisi economica sulle disponibilità all’acquisto degli affittuari, alle scelte di portafoglio dell’Ente, da sempre tema di polemica. Questa volta il dibattito si è svolto in consiglio d’amministrazione e nelle commissioni patrimonio e bilancio. In particolare il tema ha riguardato la classificazione di alcuni investimenti: nel corso di una riunione del 12 giugno scorso, in commissione congiunta patrimonio e finanza, “il risk manager – si legge a verbale – ha evidenziato due situazioni che presentavano delle contraddizioni”. Si tratta del fondo Algebris Financial CoCo Ordinary Distribution (20 milioni di euro) e del Globersel Natural Resources (15 milioni), cui è stata aggiunta “un’ulteriore integrazione senza alcuna delibera”. I due fondi erano stati contabilizzati nel settembre 2011 come investimenti di liquidità, quando invece si tratta di fondi hedge che presentano un valore quota in un caso giornaliero e nell’altro quindicinale; ma comunque non assimilabili alla disponibilità liquida di un conto corrente. Il posto giusto ove contabilizzare quegli investimenti non poteva che essere quello delle immobilizzazioni, ossia gli investimenti di medio e lungo termine, dal rischio e dal rendimento superiori rispetto alla parte a breve termine. La “contraddizione” segnalata alla commissione dal risk manager risiede nel fatto che la delega per la gestione della liquidità è affidata al direttore generale mentre le decisioni in merito alle immobilizzazioni» sono «del consiglio d’amministrazione, come conferma Enasarco interpellata sul caso. “L’errore c’è stato ma si può rimediare”, aveva deciso la commissione al termine di una discussione che si indovina accesa, in cui lo stesso direttore generale rivendica l’implementazione delle nuove funzioni di controllo. Un rimedio cui ha messo mano il giorno dopo il Cda di Enasarco che ha riclassificato le quote del fondo di Algebris come investimenti immobilizzati e che ha autorizzato la dismissione del Globalersel Natural Resources “non appena si avranno condizioni di mercato favorevoli”, complice il risultato negativo constatato a quel momento. Nelle ultime settimane si è registrata l’uscita da Enasarco del direttore generale Carlo Felice Maggi e la sostituzione del dirigente del servizio finanza Marco Di Vito, entrambi per ragioni di salute. L’ente torna a vivere una fase delicata: spinge verso il rinnovamento e la trasparenza, introducendo su input del direttore generale Maggi nel marzo scorso la figura del risk manager, con mandato a Deloitte per i rischi operativi e a Mercer per i rischi finanziari. Ma le polemiche sulle scelte di portafoglio non mancano: pochi mesi fa Enasarco ha ristrutturato per la terza volta in 4 anni titoli per 1,3 miliardi di euro (compreso il veicolo Anthracite, 780 milioni). Un miliardo circa è stato affidato alla Sicav lussemburghese Europa Plus gestito dalla Gwm di Sigieri Diaz Della Vittoria Pallavicini. Altri 300 milioni sono andati a Optimum Asset Management, società lussemburghese specializzata nel settore immobiliare e guidata da Alberto Matta. Tensioni che non traspaiono dal via libera del Ministero del Welfare all’equilibrio di bilancio a 50 anni; anche se si stima un rendimento reale del patrimonio del -0,2% per l’anno in corso»;

su “il Fatto Quotidiano” del 31 dicembre 2010 si legge: «Carlo Massaro, presidente dell’Ugifai, un passato da consigliere Enasarco dove contribuì a bloccare l’operazione di vendita dei palazzi dell’ente ai “furbetti del quartierino” di Stefano Ricucci, lo ha scritto in maniera chiarissima in una lettera alla commissione parlamentare degli enti gestori: “Trasformare oggi il mattone in moneta significa correre rischi enormi”. Il presidente dei promotori finanziari Anasf, Elio Conti Nibali, ci aggiunge un carico da novanta: “I dirigenti Enasarco ritengono di far fruttare al 3,5 lordo per dieci anni il ricavato delle vendite immobiliari. È un’illusione”. Una proiezione attuariale preparata dallo studio Orrù e consegnata a Luca Gaburro, segretario della Federagenti, dimostra inoltre che la gigantesca vendita degli immobili Enasarco non è in grado di garantire la sostenibilità finanziaria trentennale stabilita per legge a garanzia dell’erogazione delle pensioni e quindi sarebbe inevitabile un inasprimento della quota contributiva, addirittura il raddoppio. Insomma, i conti Enasarco stanno saltando e il progetto Mercurio non è risolutivo. Riflette Gaburro: “Per salvare le nostre pensioni, a questo punto l’unica strada è passare armi e bagagli l’Enasarco all’Inps”»;

risulta all’interpellante che chi dissente dalla linea politica economica di Enasarco venga allontanato, come provato nelle ultime settimane con l’uscita del direttore generale e la sostituzione del dirigente del servizio finanza. Non è chiaro, alla luce di queste notizie, quale sarà l’assetto futuro dell’ente e come i due dirigenti saranno sostituiti;

nel frattempo, l’ente torna ad essere al centro dell’attenzione per la spinta verso il rinnovamento e la trasparenza (avendo introdotto, su input del direttore generale, nel marzo 2012, la figura del risk manager, con mandato a Deloitte per i rischi operativi e a Mercer per i rischi finanziari), anche se a quanto risulta all’interpellante la trasparenza non sembra emergere dalle scelte per la gestione del portafoglio;

l’approvazione delle ultime variazioni al regolamento per le attività istituzionali di Enasarco da parte del consiglio di amministrazione del 19 settembre 2012, al fine di adeguare il bilancio tecnico all’equilibrio cinquantennale, infatti, non sono ancora pubbliche e non è nota la loro ricaduta sui contribuenti,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso intervenire, alla luce delle motivazioni espresse dalle organizzazioni dei rappresentanti di commercio, come la Federagenti o l’Ugifai (Unione generale italiana delle federazioni degli agenti intermediari), e da quelle dei promotori finanziari, come l’Anasf (Associazione nazionale promotori finanziari), motivazioni che paiono assai dubbiose sull’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare denominata piano “Mercurio”;

se non ritenga che la vendita del patrimonio immobiliare possa, quindi, trasformarsi in un boomerang e finisca per far precipitare l’ente i cui conti sembrano in difficoltà, specie dopo gli investimenti in titoli “tossici” come Lehman Brothers ed Antrachite, tanto da mettere a rischio le future pensioni;

quali iniziative intenda assumere per promuovere una verifica sulla corretta amministrazione del patrimonio immobiliare di Enasarco e sulla realizzazione degli obiettivi previsti dal “piano Mercurio”, che mirava alla realizzazione di 4 miliardi di euro di utili derivanti dalla dismissione degli immobili;

se i Ministri in indirizzo non ritengano che la scarsa trasparenza nella gestione del patrimonio immobiliare e nell’organizzazione amministrativa dell’ente si rifletta in maniera negativa sulla capacità di ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla legge;

se il Governo non ritenga opportuno adottare le opportune misure di competenza al fine di garantire una gestione corretta e trasparente relativamente alle scelte strategiche di investimento, anche alla luce dell’errore sollevato sulla classificazione di alcuni investimenti da parte dell’ente, per cui due fondi erano stati contabilizzati nel settembre 2011 come investimenti di liquidità, quando si trattava invece di fondi hedge che presentavano un valore quota in un caso giornaliero e nell’altro quindicinale, comunque non assimilabili alla disponibilità liquida di un conto corrente, che a detta del consiglio di amministrazione sarebbe stato sanato;

se risulti corrispondente al vero che recentemente Enasarco ha ristrutturato per la terza volta in 4 anni titoli per 1,3 miliardi di euro (compreso il veicolo Anthracite, 780 milioni), per cui un miliardo circa è stato affidato alla Sicav lussemburghese Europa Plus gestito dalla Gwm di Sigieri Diaz Della Vittoria Pallavicini, mentre altri 300 milioni sono andati a Optimum Asset Management, società lussemburghese specializzata nel settore immobiliare e guidata da Alberto Matta e, in caso affermativo, quali risultino essere le ragioni alla base delle scelte di portafoglio dell’ente, nonché i relativi rischi.

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Affare Fonsai-Palladio-Ass.Generali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08884
Atto n. 4-08884

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che nella vicenda Fondiaria Sai c’è un lato oscuro che riguarderebbe i rapporti tra la Palladio di Vicenza e le assicurazioni Generali;

scrive Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera” del 17 dicembre 2012: «Sull’affare Fonsai, la finanziaria veneta di Roberto Meneguzzo si era proposta come il coraggioso Davide che sfida il Golia di Mediobanca. E invece Davide aveva alle spalle un Golia ancora più grande: il colosso triestino, allora guidato con pieni poteri da Giovanni Perissinotto. Ma di questo dettaglio Meneguzzo non ha mai fatto parola né al mercato né all’Antitrust né all’Isvap, l’autorità di vigilanza sulle assicurazioni, nonostante il Corriere della Sera avesse rivelato come nell’azionariato della Palladio figurasse, sorprendentemente, la Hongkong & Shangai Banking Corporation, assai sospettabile di portage per clienti degni del suo rango di prima banca europea e non certo per qualche padroncino delle Tre Venezie. A sollevare i veli è stato il presidente del comitato per il controllo interno delle Generali, Alessandro Pedersoli, un avvocato ricco d’esperienza indicato dal mondo di Intesa Sanpaolo e non sospettabile di ostilità verso Perissinotto. Nel consiglio di amministrazione del 14 dicembre, Pedersoli ha presentato una dettagliata relazione sulla base dell’inchiesta interna promossa da Mario Greco, il nuovo amministratore delegato. Greco si era posto, evidentemente, due scopi: poter valutare certe partite ai fini del bilancio 2012 e porre termine a relazioni tra management e soci che distraggono dal lavoro vero. Ma la sua iniziativa assume anche un forte rilievo politico. Sia il salvataggio di Fonsai a opera di Unipol, con l’appoggio di Mediobanca e Unicredit, sia la repentina rimozione di Perissinotto, da sempre ben visto alla Cà de Sass, non erano piaciuti né all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani, né al presidente Giovanni Bazoli. Questi due episodi avevano rinfocolato sospetti incrociati tra mondi che, invece, l’Italia travolta dalla recessione chiama alla collaborazione. Ma ora le nuove notizie, ottenute da un manager terzo, proveniente dalla Svizzera, possono consentire di rileggere quelle aspre contese in termini diversi. E di considerare meglio il ruolo di Unipol, che taglia la strada a Meneguzzo, non ancora alleato di Matteo Arpe ma già d’accordo in linea di massima con Salvatore Ligresti per rilevare la Premafin e, con essa, la Fonsai senza fare alcuna Opa rivolta al mercato. Al momento sono almeno tre i fili che legavano la Palladio alle Generali e che ora vengono tagliati. Il primo riguarda il maggior socio industriale della Palladio, la famiglia Amenduni. Si tratta di un filo schermato, ma non abbastanza. Tutto inizia alla fine del 2006 quando la compagnia triestina passa alla famiglia argentina Wertheim una sua scatola lussemburghese, dal nome beneaugurante di All Best. Il primo giugno 2007, la All Best acquista dalla filiale olandese della Valbruna, il gioiello degli acciai speciali costruito dagli Amenduni, il 2,95% dell’Ilva per 180 milioni di euro. Un prezzo generoso, che presuppone un valore totale dell’Ilva di 7 miliardi. A finanziare la All Best è la Banca della Svizzera Italiana, gruppo Generali. Ma i Wertheim rientrano subito emettendo obbligazioni convertibili in azioni Ilva riservate a due società veicolo delle Generali site alle Bahamas, la Gsf e la Wgo. Nel 2009, Perissinotto svaluta le obbligazioni e poi le passa a società lussemburghesi di private equity della compagnia. Un disastro. Dal consiglio filtra l’idea di una svalutazione totale. Ma Amenduni è ormai uno dei principali soci di Ferak, la società veicolo costituita nel 2007 dalla Palladio per entrare nelle Generali. Il secondo filo legava le Generali alla Finanziaria Internazionale di Enrico Marchi e Andrea De Vido. Basata a Conegliano, la Finint si era segnalata come partner della Banca di Roma geronziana nelle cartolarizzazione delle sofferenze e poi, nel 2004, per la privatizzazione dell’aeroporto di Venezia, fatta d’intesa con Ligresti e le Generali e con l’appoggio della Regione Veneto, allora retta da Giancarlo Galan. Generali è esposta per almeno 148 milioni con le iniziative di Marchi e De Vido. Delicata è la parte obbligazionaria, che risale al 2008: per 48 milioni Generali attende il rimborso alla scadenza, nel gennaio 2014; per altri 41 milioni, spesi per acquistare azioni Generali poi conferite alla Ferak, la compagnia dovrebbe attendere il 2017 sempre che quei titoli siano venduti almeno al prezzo d’acquisto, circa 20 euro; diversamente, se la garanzia personale di 20 milioni prestata dal tandem veneto non sarà sufficiente, la perdita toccherà alle stesse Generali. Una patata bollente. Il terzo legame è quello più importante. (…) La Palladio Finanziaria è controllata da una società vicentina, la PFH 1. Nel luglio 2007, questa PFH 1 emette 64,2 milioni di strumenti finanziari per un controvalore di 200,2 milioni di euro versato dalla Hongkong & Shangai Banking Corporation. Si badi bene: quegli strumenti finanziari sono pari al 49% della PFH 1. Il colosso bancario inglese sta scoprendo Vicenza, patria del geniale architetto cinquecentesco al cui nome di ispira Meneguzzo? Nemmeno per sogno. La Hsbc fa un total return swap con la Gsf e la Wgo, sempre quelle, che pagano subito 160 milioni. Nel 2009, la Hsbc svaluta un po’ lo swap, lo chiude e lo trasforma in notes per le società veicolo delle Generali che nell’agosto 2011 chiedono a Hsbc di convertire per metà in azioni PFH 1. La società di Meneguzzo se le riprende. Ma che cosa fanno i due veicoli delle Generali con l’altra metà del pacchetto azionario PFH 1? La piazzano in tre fondi esteri. Due, Ggp e Leo, sono di proprietà Generali, mentre nel terzo, Tenax, il 49% è di Generali e il 51% di quel Massimo Figna, già capo ricerca all’Ubs assai benevolo con il Leone e poi anima di un hedge fund in cui le Generali hanno messo mezzo miliardo perdendo il 2% all’anno per un decennio. Dal consiglio filtra che ora la compagnia intende chiudere il rapporto con Tenax. Volendo, si possono individuare altri due legami: uno, costituito dai 400 milioni concessi a Veneto Banca, partner storico di Meneguzzo; l’altro, formatosi nel fondo di investimento Veicapital, l’unico di cui si sapeva e nel quale, peraltro, partecipa anche Intesa Sanpaolo. Tanto basta a far emergere dagli ambulacri di Trieste relazioni pericolose perché segrete. Gli incroci azionari, pur discutibili, nei limiti della legge sono legittimi. In questo caso, ci si potrebbe chiedere se un tale complicato reticolo di cointeressenze non configuri una situazione di controllo di fatto del sistema Palladio da parte di Generali. Di certo, configura una relazione speciale tra l’ex capo-azienda e i soci veneti. Che minaccia di costare almeno 250 milioni. Una relazione che introduce quelle con Petr Kellner nell’Est Europa, con la banca russa Vtb su cui Generali perde un terzo dei 300 milioni investiti e con la Ntv-Nuovo Trasporto Viaggiatori di Montezemolo e Della Valle, passata anch’essa attraverso fondi esteri. La relazione occulta con i veneti appare dunque come l’inizio di un tentativo di costruire una rete di azionisti amici del management, perché finanziati dalla compagnia, da contrapporre all’azionista storico Mediobanca e ai suoi nuovi sodali (De Agostini, Caltagirone, Del Vecchio). Dettaglio curioso, questo tentativo di prendere il potere parte nel 2007 e si sviluppa negli anni seguenti proprio quando Mediobanca & soci duellano con Cesare Geronzi e Vincent Bolloré per fare di Perissinotto il capo delle Generali, esautorando l’allora presidente Bernheim, ma anche misurando la gestione sui risultati»,

considerato che a giudizio dell’interrogante andrebbe accertato:

se tra Meneguzzo di Palladio e il leader del Leone ci sia un legame personale consolidato dagli affari tra Palladio e la compagnia;

se negli incroci azionari, che comportano un complicato reticoli di interessi, non si possa configurare una forma di controllo di fatto del sistema Palladio da parte di Generali;

se la relazione occulta con i veneti possa rappresentare l’inizio di un tentativo di costruire una rete di azionisti amici del management, perché finanziati dalla compagnia, da contrapporre all’azionista storico Mediobanca e ai suoi nuovi sodali,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti un intervento delle autorità preposte alla vigilanza sulla vicenda;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire ogni forma di trasparenza e regole chiare per evitare che determinate manovre al limite della legalità non vengano poste in essere appositamente per favorire alcuni e svantaggiare altri;

quali urgenti misure intenda assumere, per quanto di competenza, al fine di tutelare gli azionisti minori, gli assicurati e i risparmiatori coinvolti nella vicenda.

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Penali-Ponte sullo Stretto

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08883
Atto n. 4-08883

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Giorgio Meletti su “il Fatto Quotidiano” del 15 dicembre 2012: «Pagheremo caro, pagheremo tutto. Gli appaltatori del ponte sullo Stretto si sentono già in tasca almeno 500 milioni di euro di penali per lo stop alla costruzione. Il goffo tentativo del governo dei tecnici di fermare la valanga con un decreto legge non è servito. Il consorzio Eurolink (formato da Impregilo, Condotte, Cmc, Sacyr e altri minori) ha già spedito la raccomandata per chiedere il recesso dal contratto e il pagamento delle penali dovute. Nella migliore delle ipotesi si finirà in tribunale, cosicché uno stuolo di avvocati si aggiungerà alla lunga lista di chi si è arricchito con il ponte mai fatto. Il decreto che sospende tutto per due anni, per chiudere la partita in modo indolore, è considerato illegale dai costruttori, forti anche della protesta dell’ambasciata di Spagna a Roma (Sacyr è spagnola), che ha diffidato il governo italiano dal cambiare per legge il contenuto di un contratto. Probabilmente il governo ha giocato duro supponendo che i protagonisti della strana vicenda avessero la coscienza abbastanza sporca da non protestare. Solo che l’estate scorsa Impregilo è passata di mano, dal gruppo Gavio al gruppo Salini. Il nuovo padrone può battere cassa senza aver nulla da temere sul passato. Il pasticcio ha numerosi responsabili, di oggi e di ieri. Il ministro delle Infrastrutture Corrado Passera è rimasto immobile per un anno, forse perché Pietro Ciucci (presidente dell’Anas, amministratore delegato della Stretto di Messina spa, commissario governativo per la realizzazione del ponte) non lo ha avvertito in tempo che il 3 novembre scadevano i termini. Il contratto dà a Eurolink il diritto di chiedere le penali passati 540 giorni dalla consegna del progetto definitivo senza che il Cipe (cioè il governo) lo abbia approvato. Il decreto tampone è andato in Gazzetta Ufficiale il giorno prima della scadenza, Impregilo si era già mossa. Nell’anno lasciato trascorrere inutilmente Ciucci avrebbe potuto consigliare a Passera altre mosse consentite dai contratti. Per esempio poteva fare ciò che il Wwf ha chiesto più volte, convocare il Cipe e dichiarare “non meritevole di approvazione” il progetto, che ancora non ha superato la “valutazione di impatto ambientale”, per la quale la apposita commissione ha chiesto 233 integrazioni. Più in generale il governo non avrebbe dovuto ignorare che le penali sono state fin dal primo giorno il vero obiettivo dell’operazione. L’allarme fu dato subito dopo l’aggiudicazione della gara ad Eurolink, a fine 2005. Era in vista la vittoria elettorale del centrosinistra, che avrebbe fermato il ponte. Gli avversari del grande affare chiesero ripetutamente a Ciucci di non firmare il contratto di affidamento prima del nuovo governo, per non vincolarsi inutilmente alle penali. Ma lui si precipitò a firmare il 27 marzo 2006, tredici giorni prima delle elezioni, assicurando che tanto il contratto non prevedeva penali. Dopo il ritorno di Berlusconi al governo, e del ponte sul proscenio della propaganda, nell’entusiasmo del riavvio, Ciucci, spalleggiato dal ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e dal segretario del Cipe Gianfranco Micciché, ha modificato il contratto del 2006, introducendo una nuova clausola, proprio quella a cui adesso si appella Impregilo. Nel 2006 le penali scattavano 540 giorni dopo l’approvazione del progetto da parte del Cipe, dal 2009 scattano proprio se il Cipe non approva. Un capolavoro di cui lo stesso Ciucci ha dato conto pochi giorni fa in audizione al Senato. Ha detto che le penali da pagare adesso sono tra i 353 e i 508 milioni, ai quali vanno aggiunti: le prestazioni eseguite fino al momento del recesso, i costi di smobilitazione del cantiere, le eventuali maggiori richieste di danno avanzate da Eurolink. Altri 350 milioni, stima Ciucci. Che davanti ai senatori si è arrampicato sugli specchi evocando una clausola che consente di non pagare penali “qualora la congiuntura finanziaria internazionale non consenta la effettiva bancabilità del progetto”. Solo che anche questa clausola prosegue così: “a condizione che il progetto definitivo sia stato approvato dal Cipe”. Ma non l’hanno né approvato né bocciato. Proprio quello che ci voleva per far pagare al contribuente un bel conto da centinaia di milioni di euro. Sono i tecnici, bellezza»;

considerato che:

nell’agosto 2011 la stampa riportava la notizia che mentre era accertata l’impossibilità finanziaria di costruire effettivamente il ponte sullo stretto di Messina, tanto che venivano soppressi i finanziamenti essenziali, la decisione del Governo era di mantenere però in vita il progetto;

il Governo attuale ha continuato a temporeggiare, pur sapendo che il progetto del ponte è insostenibile e irrealizzabile, e nell’ottobre 2012 ha deciso di prorogare, per un periodo complessivo di circa 2 anni, i termini per l’approvazione del progetto definitivo al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui il Governo non abbia provveduto a prendere alcun provvedimento lasciando trascorrere il termine del 3 novembre 2012, ignorando le penali;

quali siano le ragioni per cui non sono state messe in atto le azioni consentite dalle normative e dai contratti, come quelle evidenziate dal Wwf, di convocare il Cipe e dichiarare “non meritevole di approvazione” il progetto, che ancora non ha superato la valutazione di impatto ambientale, per la quale l’apposita commissione ha chiesto 233 integrazioni;

se corrisponda al vero che le penali siano state da subito il reale obiettivo dell’operazione per non scontentare le aziende “amiche” del consorzio creato per l’opera, Eurolink, e di tirare a lungo fino a che non fosse arrivato il momento in cui sarebbe scattata la penale, che avrebbe dovuto essere pagata se il Cipe non avesse approvato l’opera entro 540 giorni dalla consegna del progetto definitiva.

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SIBC Bankitalia-riforma delle carriere

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08888
Atto n. 4-08888

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il Sindacato Indipendente della Banca Centrale ha incontrato i vertici aziendali il 12 dicembre 2012 relativamente al tema degli organici e delle promozioni per il 2013;

nel volantino del sindacato si legge: «Nell’incontro del 12 dicembre con il tavolo unitario costituito da SIBC, UILCA e FALBI, la Delegazione aziendale ha fornito la prevista informativa sugli organici confermando con le parole l’atteggiamento di chiusura al confronto già esplicitato con i numeri forniti nei giorni precedenti. Numeri che parlano di una Banca priva di capacità di ascolto, priva di volontà di comunicare con il personale e i suoi rappresentanti, priva di una visione del futuro e particolarmente dannosa per migliaia di colleghe e colleghi, in particolare per le generazioni che hanno ancora decenni di lavoro davanti. A questo atteggiamento il SIBC intende contrapporre, in modo costruttivo ma assai fermo, una diversa visione della Banca, del rapporto di lavoro e del futuro di ognuno. Il SIBC è un sindacato aperto al dialogo e al confronto costruttivo. Ma certamente, non permetteremo mai che vengano messi in discussione il diritto al giusto riconoscimento per il lavoro svolto e il diritto di avere certezze sul proprio futuro lavorativo. (…) Le cifre degli avanzamenti programmati dimostrano un fatto molto semplice: la Banca ha “programmato” di non ridurre in alcun modo la discriminazione all’interno del personale. Il SIBC ritiene che questo atteggiamento molto grave e particolarmente demotivante rispetto al lavoro di ognuno. Un fenomeno che sta crescendo in modo esponenziale negli ultimi anni. Un fenomeno da combattere e non da alimentare. Un fenomeno davanti al quale non si può e non si deve voltare la testa dall’altra parte. (…) L’assunzione di personale particolarmente qualificato anche ai livelli più bassi della carriera operativa dovrebbe dissuadere l’Amministrazione dall’offendere la professionalità dei colleghi (tanto del ruolo unificato quanto del ruolo tecnico), con l’1,7% dei posti per il passaggio da Assistente a Coadiutore rispetto agli scrutinabili, o il 5% e il 7% dei posti per il passaggio a Condirettore e a Funzionario di 2°. Ben altro è il ruolo e il contributo che tutti i colleghi danno alla vita della Banca. Le tradizionali assunzioni di professionalità elevatissime a ogni livello dovrebbero indurre la Banca a prevedere avanzamenti più veloci verso posizioni funzionali adeguati ai tanti “saperi”. E invece, contro le sacrosante aspirazioni di tanti Vice Assistenti e Assistenti laureati entrati negli ultimi concorsi, la Banca ha deciso un’ulteriore infornata di 86 nuovi coadiutori da assumere dall’esterno (più altri 22 nel ruolo tecnico, più altri 33 già autorizzati ma non attuati in precedenti cicli di programmazione) a fronte di soli 32 avanzamenti riservati per il passaggio interno. Un agire che determinerà un blocco strutturale pesantissimo per le prospettive di avanzamento dei più giovani. Ma ciò vale anche per colleghi meno giovani, e in gradi anche molto più elevati. Incautamente, è la stessa Banca a confessarlo, affermando il conseguimento degli obiettivi istituzionali pur a fronte di significative carenze di organico. E’ la pistola fumante di quanto il SIBC sostiene da tempo: molti colleghi svolgono mansioni superiori a quelle previste dal proprio grado di appartenenza. Lì dove la Banca segnala la carenza su base nazionale di 52 Dirigenti, rivela che come minimo altrettanti Funzionari stanno svolgendo funzioni dirigenziali senza averne la qualifica né lo stipendio (eppure, se ne promuoverà appena la metà). Lì dove sono segnalate carenze di ben 102 Coadiutori (compreso il ruolo tecnico) la Banca rivela che molti colleghi Assistenti stanno svolgendo mansioni di Coadiutore, senza averne il grado né lo stipendio (eppure, se ne promuoverà meno della metà). Occorre quindi uscire da gabbie discriminatorie, odiosamente contrastanti con la realtà dei fatti che chi lavora ben conosce. Per questi motivi, abbiamo doverosamente chiesto che le percentuali di avanzamento siano uniformi per tutti i gradi, rendendole omogenee a quella strutturalmente utilizzata per i Dirigenti (circa il 20%, per intenderci). Ma la Banca che pensa di allettare i colleghi raccontando la favoletta di voler “velocizzare i percorsi di carriera” è la stessa Banca che rinchiude i colleghi nelle gabbie dei gradi di assunzione, da cui è sempre più arduo uscire, e con margini di crescita sempre più limitati. Bisogna avere la forza di imporre una visione diversa, più coraggiosa e adeguata ai tempi. (…) A corredo di quanto già illustrato nei giorni scorsi, circa la “selettiva” mancanza di trasparenza dell’informativa fornita, abbiamo rilevato nel corso dell’incontro che: 1) la Banca rifiuta di rendere pubblica la pianta organica di ciascuna realtà (Servizi e Filiali), limitandosi a fornire dati aggregati per regioni, che impediscono analisi coerenti; 2) viene sottratta a ogni forma di controllo e valutazione da parte dei rappresentanti del personale una sola categoria: i Dirigenti, per i quali nulla è dato sapere circa gli avanzamenti programmati, né nel numero complessivo né nel dettaglio per grado (come invece viene certosinamente fatto per avanzamenti privi di contenuto funzionale). Sul primo punto – particolarmente rilevante in quanto la carenza di organico viene sistematicamente opposta come verità di fede ai colleghi che osano fare domanda di aspettativa, o di trasferimento in disponibilità – la Banca ha cercato di rassicurare affermando di “non avere pregiudiziali ideologiche” sull’argomento, ma che una maggiore trasparenza costituirebbe “oggetto di scambio” rispetto a esigenze della Banca quali “una maggiore flessibilità mansionistica”. Una indecorosa posizione, degna di un suk arabo, che va respinta al mittente. La trasparenza è un obbligo morale e civile per un’Istituzione pubblica. Non è, e non sarà mai, una merce da scambiare con una riduzione dei diritti dei lavoratori. Tanto più in quanto – nell’impossibilità di un confronto su dati delle singole realtà – la Delegazione aziendale si lascia andare ad affermazioni “dal sen fuggite” riguardo “esuberi” delle Filiali, in particolare di quelle specializzate all’utenza, che la Banca vorrebbe progressivamente ridurre a vantaggio delle Filiali regionali. Affermazioni tanto generiche quanto irrispettose della vita di tanti colleghi. A tali affermazioni occorre fornire risposte in termini di progettualità, che la Banca sembra avere smarrito da tempo. Sul secondo punto, abbiamo ribadito quanto già detto in altre occasioni: è inimmaginabile che la Banca finga di trattare i numerosissimi gradi dei Dirigenti come fossero la stessa cosa, come se i Dirigenti potessero essere indifferentemente tutti Funzionari Generali o tutti Condirettori. Esattamente il contrario di quanto avviene per i Funzionari, i Coadiutori, gli Assistenti, per il personale appartenente alla Carriera Se.Ge.Si e alla Carriera Operaia, che devono invece sottostare a una programmazione anticipata di molti mesi e a percentuali – sopra richiamate – particolarmente penalizzanti. L’incontro si è concluso con l’annuncio da parte della incolpevole Delegazione aziendale che non ci saranno altri incontri negoziali prima della pausa natalizia. Un’ulteriore prova di fuga dalle responsabilità da parte del Vertice aziendale, a fronte – fra l’altro – di un rinnovo contrattuale completamente “saltato”, ormai in scadenza fra pochi giorni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in Banca d’Italia pare vengano messi in discussione il diritto al giusto riconoscimento per il lavoro svolto e il diritto di avere certezze sul proprio futuro lavorativo incentivando la discriminazione all’interno del personale;

sarebbe opportuno che la Banca d’Italia provvedesse ad affrontare il tema della riforma delle carriere con proposte serie, moderne e in grado di rispondere alle esigenze dei lavoratori, fornendo a ciascuno precise e doverose garanzie di sviluppo professionale ed economico,

si chiede di sapere quali urgenti iniziative di carattere legislativo il Governo intenda attivare per rafforzare la trasparenza ed il rispetto del principio meritocratico nonché dei ruoli e delle relative remunerazioni.

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Beppe Scienza-Denaro contante

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08882
Atto n. 4-08882

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

scrive il professor Beppe Scienza sul blog di Beppe Grillo, pubblicato il 7 dicembre 2012: «Comprare qualcosa, pagando con banconote o monete è una delle cose più normali di questo mondo. Eppure in Italia c’è chi vuole farlo passare per un comportamento addirittura incivile. Si veda Giovanni Sabatini, direttore dell’associazione delle banche italiane (ABI), con la ridicola tesi che “la lotta al contante è una vera e propria battaglia di civiltà”. Chiaramente straparla, per nascondere una verità ben diversa: le banche guadagnano su tutti i pagamenti, salvo quelli in contanti. Per questo vogliono colpevolizzare chi li usa. Con le carte di credito, bancomat ecc. lucrano le provvigioni addebitate ai negozianti, le commissioni sui movimenti di conto corrente, gli interessi (fino al 24,9% annuo) sulle carte di revolving ecc. Inoltre costringono la gente a tenere i soldi sul conto, senza corrispondergli praticamente nessun interesse. Le banche italiane si sono addirittura inventate la campagna della guerra al contante. Hanno costruito e finanziato “War on cash” che diffonde falsità del tipo: “Il cash è superato, costoso, pericoloso, inquinante e scomodo”. Uno dei leitmotiv delle banche, ripetuto pappagallescamente dai giornalisti economici italiani, è poi che a tale riguardo l’Italia sarebbe in forte ritardo rispetto all’Europa. Ebbene, anche questa è una frottola, smentita dalla banca centrale tedesca: in Germania l’80% degli acquisti avviene in contanti. Anzi, la Deutsche Bundesbank ha addirittura organizzato un convegno a difesa del contante (Bargeldsymposium, Francoforte 10-10-2012, ovviamente ignorato dalla stampa italiana. Vantaggi del contante. Studiosi e dirigenti della banca centrale tedesca dimostrano in modo inconfutabile che, rispetto ai pagamenti elettronici, il contante è: più comodo, più veloce, più accettato, più rispettoso della privacy, più economico, più trasparente. Importantissimo l’ultimo punto: solo prelevando contanti e pagando con essi si ha un immediato controllo sulle proprie spese. Peccato che alle banche invece faccia gioco che uno vada in rosso sul conto corrente, per applicargli interessi anche del 20,4% (vedi Banca Intesa-Sanpaolo), senza che ufficialmente sia usura. Questo e altri vantaggi del contante solo comunque citati anche da Carlo Pisanti, direttore centrale della Banca d’Italia. L’evasione fiscale. Si può convenire sull’opportunità di vietare l’uso delle banconote per grossi importi, come nell’acquisto di un appartamento o anche di una macchina. Ma qui il discorso è un altro. La “lotta al contante” prende di mira chi paga in contanti un paio di scarpe o il conto di un ristorante. Geronimo Emili di “War on Cash” vuole tutti i micro-pagamenti, cioè di 5 euro o meno, senza contanti con la vaga promessa che “si abbasseranno i costi delle commissioni bancarie”, rifiutando peraltro ogni regolamentazione. In realtà non è neppure vero che proibendo del tutto l’uso dei contanti si potrebbe contrastare l’evasione fiscale, perché non si vede come il fisco avrebbe abbastanza personale per spulciare i 40 milioni di conti correnti degli italiani. Forti critiche alla pretesa utilità anti-evasiva della lotta al contante arrivano da Alessandro Penati, dell’Università Cattolica di Milano: “Come se per eliminare l’evasione bastasse eliminare le banconote. Un’assurdità”. Ma anche da Ranieri Razzante, esperto e docente di antiriciclaggio. In realtà la grossa evasione e la massiccia esportazione di capitali non usano il contante, ma sovra- e sotto-fatturazioni e altri trucchi contabili. I costi del contante. Sulla stampa italiana leggiamo bizzarrie come quella di Enrico Romagna-Manoja, direttore del Mondo, che scrive che “il costo in Europa per la gestione delle banconote supera i 300 miliardi di euro” (il Mondo, 26-10-2012, pag. 7). A ciò corrisponderebbe per l’Italia un costo nell’ordine dei 100 miliardi di euro l’anno: una sparata senza fondamento (e senza nessuna fonte). Mette le cose a posto Helmut Rittgen, responsabile per il contante della Bundesbank che scrive a pag. 9 del suo intervento: “Gli argomenti, secondo cui il contante sarebbe il mezzo di pagamento più caro, sono semplicemente falsi”. Nel complesso il contante risulta anzi quello meno costoso. Potremmo continuare a lungo. Nel 2009, quando in Italia le banche erano partite con la guerra al contante, Giampaolo Fabris scriveva che “il contante tendenzialmente è destinato a scomparire” (il Sole 24 Ore, 21-12-2009, pag. 21). Di nuovo ristabilisce la verità la Bundesbank proclamando al contrario che “il contante è un mezzo di pagamento di ieri, di oggi… e di domani”. Con buona pace dei banchieri italiani»:

il contante si trova in tutte le economie del mondo perché si tratta di uno strumento pratico, veloce e sicuro per effettuare transazioni economiche;

in Italia esiste una platea vasta di persone anziane o scarsamente alfabetizzate che non sarebbe in grado di utilizzare una carta di credito, senza contare che la maggior parte di loro non possiede nemmeno un conto corrente;

l’idea di sopprimere il denaro contante per stanare evasori e truffatori finanziari si trasformerebbe in un danno pesantissimo per una fetta di popolazione onesta che si ritroverebbe nell’impossibilità di effettuare acquisti;

premesso altresì che a giudizio dell’interrogante:

il tentativo di eliminare il danaro contante è espressione di un’ideologia che vuole gettare i consumatori nelle “fauci” dei banchieri;

l’obiettivo reale non è quello di ridurre l’evasione fiscale, ma quello di aumentare la “potenza” del sistema bancario, che oltre ad avere benefici economici diventerà ancora più centrale, influente e potente,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga che in una situazione economica disastrosa per i cittadini a causa della crisi finanziaria, dove gli Stati hanno perso la propria sovranità monetaria e molte persone ripiegano su alternative come il baratto o forme di scambio di diversa natura, sia ragionevole delegare alle banche e al denaro il potere di controllare tutti i rapporti di scambio tra gli individui;

se questo non sia un modo per far aumentare il potere delle banche;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di garantire a tutti i cittadini che una certa quota di denaro continui a circolare in forma liquida.

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Emergenza sanità Regione Lazio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08887
Atto n. 4-08887

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della salute e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la situazione della sanità nel Lazio resta drammatica, a giudizio dell’interrogante soprattutto a causa dei tagli del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari del Lazio Bondi;

si legge su “quotidianosanita.it” dell’11 dicembre 2012: «I lavoratori sono costretti a fronteggiare sempre nuove emergenze con pochissimi mezzi a disposizione e con colleghi sempre più provati dallo scandaloso blocco del turn over, (…) per non parlare dei pronto soccorso che ormai sono al collasso». Si assiste «al continuo proliferare di Unità Operative (sono circa 1600) con relativi direttori (ex primari) all’interno di strutture ospedaliere che non hanno più disponibilità di farmaci e presidi, mentre infermieri, tecnici ed operatori sanitari mettono al primo posto l’assistenza ai pazienti, anche quando non ricevono da mesi lo stipendio»;

risulta all’interrogante che, in risposta ai tagli di Enrico Bondi, si parli di drastiche azioni, come il blocco delle visite specialistiche e delle attività ambulatoriali e non straordinarie, pur continuando le prestazioni di pronto soccorso, le rianimazioni, l’oncologia, le aree materno-infantili;

scrive Maria Novella De Luca per “la Repubblica” del 7 dicembre 2012: «Ma simbolo anche di una protesta che dilaga in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, ospedali travolti dai tagli, dai debiti, dai licenziamenti. È però la voragine di Roma a guidare il terremoto della sanità nazionale, 10 miliardi di debiti alle spalle e un miliardo e 140 milioni di euro di deficit oggi, un pozzo nero che sta divorando reparti di eccellenza e posti di lavoro, ma che affonda le sue radici in una lunga storia di inefficienze e ruberie. I numeri sono quelli di una dismissione, quasi un addio alle armi: duemila letti da tagliare, quattro ospedali da chiudere, almeno 1500 licenziamenti annunciati, medici e tecnici che fanno lo sciopero della fame e, per la prima volta, è anche la potente e ricca sanità del Vaticano a piegarsi in due, i grandi nosocomi cattolici cresciuti e prosperati con i rimborsi della regione Lazio. Cadono simboli e stemmi di congregazioni religiose: dal Gemelli al Fatebenefratelli travolti dai tagli del piano “lacrime e sangue” del commissario alla Sanità Enrico Bondi, fino all’Idi, il più importante ospedale dermatologico d’Italia, messo in ginocchio da un buco finanziario di 800 milioni di euro. L’intero vertice laico e religioso dell’Idi è sotto inchiesta e i dipendenti senza stipendio da più di quattro mesi. Soltanto due sere fa sono scesi dal tetto i sei tecnici che digiunavano da giorni per protesta. “Piccoli, grandi eroi”, li hanno chiamati i loro compagni di lavoro. Gli ospedali romani sono a terra, i laboratori vuoti, i pazienti abbandonati sulle barelle perché i reparti scoppiano: ma forse la Capitale, dicono i sindacati, altro non è che quel “laboratorio dello smantellamento della sanità pubblica”, minacciato, seppure velatamente, dal presidente del Consiglio Monti, paradigma dunque di ciò che potrebbe accadere altrove, in altre regioni. Ma da dove nasce lo sfascio della Sanità romana? E chi sono i responsabili? E quanto la tragedia di oggi è da imputare alla spending review che deve portare il numero di posti letto a 3 per mille abitanti e quanto invece a precedenti (spericolate) amministrazioni regionali? (…) “È il 2006 quando il buco nella sanità del Lazio lasciato dalla giunta Storace viene per la prima volta alla luce in tutta la sua enormità: 10 miliardi di euro, una cifra spaventosa”, racconta Marcello Degni, economista, docente di Contabilità pubblica alla Sapienza di Roma. Quarantanove ospedali pubblici venduti e poi ri-affittati a caro prezzo dalla Regione, la malefatte di lady Asl, fatture gonfiate, appalti, tangenti. Un fiume di denaro che scompare senza traccia. Un debito tossico che eredita in pieno Piero Marrazzo, succeduto alla Regione alla fine del 2005, che chiede l’intervento dell’allora ministro per l’Economia Tommaso Padoa Schioppa. “Venne deciso un piano di rientro, almeno parziale, attraverso un prestito dello Stato di cinque miliardi di euro, da restituire in 30 anni attraverso rate di 300 milioni ogni dodici mesi. Ed è da qui, per impedire la formazione di nuovo debito che iniziano i tagli alla sanità del Lazio”. Dal 2006 al 2012 scompaiono anche attraverso la chiusura di molti piccoli ospedali, circa 4mila posti letto. La sanità laziale subisce un tracollo: al Pronto soccorso del San Camillo, tra i più affollati della Capitale, i malati vengono visitati per terra, come negli ospedali di guerra. La fotografia, scattata a febbraio del 2012, fa il giro del mondo: è l’Italia, sì, è l’Italia, anzi Roma, anni luce lontana dall’Europa. Ma non basta: il disavanzo delle spese sanitarie della Regione Lazio resta alto, altissimo. Un miliardo e 140 milioni nel 2011. E i tagli spesso avvengono senza criterio, come denuncia Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sulla sanità del Senato. Che definisce il Lazio un esempio di “sperpero nazionale”. (…) Oltre alla “finanza facile” dell’era Storace, che cosa è successo negli ultimi 15 anni nella città eterna, all’ombra anche e a volte con la “partecipazione” del Vaticano? Spiega Ignazio Marino: “La soluzione non possono essere tagli selvaggi, dopo che per decenni in questa regione si sono moltiplicate cattedre, posti, reparti. Nel Lazio ci sono 1.600 Unità operative, a capo di ognuna delle quali c’è un primario. Quante di queste sono davvero necessarie?”. E quante create per offrire un posto di prestigio a qualcuno? Come non ricordare, allora, soltanto uno degli scandali più recenti, cioè quella Unità operativa complessa di “Tecnologie cellulari- molecolari applicati alle malattie cardiovascolari” creata ad hoc al policlinico Umberto I di Roma per Giacomo Frati, figlio del rettore della Sapienza Luigi Frati? Ma i casi citati da Marino sono molti di più. Le 35 strutture di emodinamica (reparti ad alta specializzazione cardiologica) di cui però soltanto sei lavorano giorno e notte, come se», afferma «Marino, “l’infarto arrivasse soltanto nelle ore d’ufficio”. E poi i cinque centri per il trapianto di fegato, costi altissimi e 98 interventi nel 2011, contro i ben 137 effettuati a Torino dove di centri per i trapianti ce n’è uno solo. “Il risanamento passa attraverso una gestione più equa delle risorse. Ci sono spese gonfiate e reparti depressi: penso al Pronto soccorso pediatrico del policlinico Umberto I, visita 27 mila bambini l’anno e l’80% del personale è precario. Una follia”. (…) È forse la prima volta nella storia italiana, e soprattutto in quella capitolina, che le casse degli ospedali vaticani sono vuote. Il crac ha travolto anche loro. Lenzuola appese ai balconi del policlinico Agostino Gemelli, polo d’eccellenza della sanità vaticana, dove è sempre pronto un reparto per accogliere il Papa. L’università cattolica subirà un taglio retroattivo di 29 milioni di euro per il 2012, mentre attende ancora 800 milioni di rimborsi. E altri ospedali religiosi, come il Fatebenefratelli, hanno già iniziato a non erogare più prestazioni in convenzione. Ma è lo scandalo dell’Idi a turbare (forse) i sonni delle gerarchie ecclesiastiche. Chi ha rubato i soldi dell’Istituto dermopatico dell’Immacolata, all’avanguardia per le malattie della pelle e nella cura del melanoma? Una storia torbida, che ha fatto parlare di un caso “San Raffaele” della Capitale, ha portato sotto inchiesta tutti i vertici dell’istituto di proprietà dei padri Concezionisti per un buco nelle casse dell’ospedale di 800 milioni di euro. E in particolare frate Franco Decaminada, da anni a capo dell’Idi, accusato di appropriazione indebita, e autore, sembra, di opache speculazioni finanziarie che hanno messo in ginocchio l’istituto, attraverso l’acquisto di immobili, e addirittura di investimenti in Congo. “Fatturavamo 70mila euro al giorno – racconta desolata Stefania Zaia, tecnico di laboratorio – oggi siamo senza stipendi da quattro mesi”. (…) Se il Lazio è il paradigma negativo di quello che può succedere in una regione amministrata male, nel resto d’Italia la situazione è quasi altrettanto grave. Dai migliaia di esuberi in Lombardia al taglio dei interventi non urgenti in Toscana, dai debiti della Campania alla minaccia di chiusura dell’ospedale Valdese in Piemonte, la sanità pubblica italiana sembra destinata ad una progressiva e amara dismissione»;

in un articolo di Anna Rita Cillis pubblicato su “La Repubblica” del 7 dicembre 2012 si legge: «Questa mattina, alle dieci in punto, Enrico Bondi incontrerà i manager delle aziende sanitarie del Lazio. La partita che si gioca in queste ore è tra le più delicate: la rimodulazione di ospedali e Asl con inevitabili accorpamenti e, in alcuni casi, chiusure, che già hanno portato a una catena di proteste. Tra le ipotesi messe sul tavolo giusto una settimana fa dal commissario ad acta, c’era il taglio di circa 1770 posti letto di cui oltre 110 per l’oncologia, 450 nel campo dell’ortopedia e traumatologia, 350 in chirurgia generale, 77 per la pediatria e un centinaio per la cardiologia e la dermatologia. In più: la riconversione in strutture residenziali di ospedali come il Nuovo Regina Elena e quelli di Subiaco, Amatrice, Anagni e Acquapendente. Ma il fronte più caldo riguardava la “ristrutturazione” ipotizzata per il San Filippo Neri che, secondo le proposte messe in campo da Bondi lo scorso 30 novembre, avrebbe potuto dire addio a 130 posti su circa 500 e a farne le spese sarebbero stati reparti di alto livello come quello di cardiochirurgia, la cardiologia, la chirurgia vascolare e quella toracica oltre a neurologia. Ma nel piano di massima di Bondi non erano state escluse neppure le unità complesse e quelle territoriali per le quale si paventava la riduzione di 605 strutture (da 1670 a 1065) e il taglio di altrettanti primari. Ipotesi fin qui e che comprendevano, tra l’altro, la chiusura dell’ospedale Eastman, l’unico nella Capitale specializzato in odontoiatria e con annesso pronto soccorso (ogni anno accoglie circa 300mila pazienti), come il trasferimento delle specializzazioni del Forlanini al San Camillo, la chiusura dell’attività di ricovero dell’Inrca sulla Cassia, il trasloco di tutti i reparti di ricovero del Cto al Sant’Eugenio. Il tutto potrebbe essere completamente riscritto, però: nelle scorse ore, infatti, i tecnici di Bondi si sarebbero rimessi al lavoro per elaborare un nuovo documento anche in vista dei “suggerimenti” presentati l’altro ieri dai direttori sanitari. Ma le contestazioni dilagano: al San Filippo Neri, Spallanzani, Cto e Pertini (che potrebbe perdere 70 posti letto) i dipendenti sono in stato di agitazione. E questa mattina nei primi due ci saranno delle assemblee pubbliche. E a scendere in campo, oltre ai sindacati, è anche il fronte politico che fa muro – in maniera bipartisan – contro il rischio chiusure e possibili accorpamenti. I tagli dei posti letto non convincono, infatti, Esterino Montino, capogruppo in Regione del Pd: “Avvertiamo il commissario Bondi che i tecnici della Polverini, i dirigenti dell’assessorato e quelli dell’Agenzia della sanità pubblica del Lazio, stanno fornendo indicazioni sbagliate, fa notare; il piano predisposto seguendo le loro indicazioni vorrebbe tagliare il doppio dei posti letto necessari a rientrare nei limiti imposti dalla legge: 1800 invece di 900. Secondo i nostri numeri invece, i posti in eccedenza sono solo 956″. L’invito a “scendere in piazza a tutti i cittadini” arriva invece da Enzo Foschi e Massimiliano Valeriani, del Pd: “Dobbiamo essere in tanti per far arrivare un chiaro segnale a Bondi perché comprenda che è possibile razionalizzare la sanità con strumenti come l’istituzione di una centrale unica di acquisti, eliminando consulenze d’oro e utilizzando risorse interne”. Per Francesco Storace, segretario de La Destra “non si può andare avanti a colpi di forbici nella sanità. Il commissario Bondi non può prendere a rasoiate le nostre strutture”. Intanto la direzione del Gemelli ha siglato l’accordo con i sindacati per il nuovo contratto di lavoro per i dipendenti del policlinico»;

si legge ancora nell’articolo citato pubblicato su “quotidianosanita.it”: «Bondi è avvertito, la smetta di improvvisare un piano sanitario regionale di un realtà che non conosce, sta causando solo altri danni in una situazione che è già allo sbando. Chiediamo a gran voce che agisca con correttezza nel rispetto degli operatori sanitari e dei cittadini che hanno diritto ai servizi essenziali”. È questo l’appello lanciato dal Segretario Regionale CIMO-ASMD del Lazio Giuseppe Lavra durante la grande manifestazione che si è svolta questa mattina a Roma sotto la sede della Regione in cui tutta la sanità laziale è scesa in piazza per far sentire la propria voce al neo commissario. “Non si può affidare il risanamento del Servizio sanitario regionale a una squadra composta da Direttori generali nominati dall’ex governatrice Renata Polverini con la stessa modalità in cui prima li nominavano Badaloni, Storace e Marrazzo – ha aggiunto Lavra – nel complesso tutti insieme hanno realizzato un buco medio di 50 milioni nei bilanci di ciascuna delle venti Aziende Sanitarie del Lazio, è arrivato il momento di invertire la rotta e di fare qualcosa di concreto”. “Bondi ci ascolti e si confronti con chi ha le competenze e la rappresentatività dei servizi sanitari, con chi ogni giorno si trova ad affrontare i reali problemi e potrebbe proporre soluzioni – ha concluso – non si può sospendere la democrazia nel Lazio e privare i cittadini dell’assistenza e dei servizi essenziali, ci si occupi di questo e si facciano i nomi di chi ha abusato dei soldi del Servizio Sanitario regionale»;

a Roma si stanno susseguendo manifestazioni organizzate dai sindacati a cui partecipano i rappresentanti di circa 42 associazioni di categoria determinati nel contestare le misure intraprese nel comparto sanità;

i lavoratori hanno già calendarizzato una nuova iniziativa per il 20 dicembre, davanti al Ministero dell’economia e delle finanze, per evidenziare il rilievo nazionale della vertenza: per quella data i sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil hanno organizzato una fiaccolata di protesta, che percorrerà via XX settembre,

si chiede di sapere

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di istituire un tavolo permanente di concertazione per una soluzione immediata della drammatica situazione della sanità nel Lazio: oltre 2.700 cassaintegrati nella sanità privata convenzionata, centinaia di lavoratori non retribuiti da mesi (come all’Idi-San Carlo) e migliaia di posti di lavoro messi a rischio dai tagli alle prestazioni specialistiche e dalle chiusure di ospedali e servizi ipotizzate dal commissario straordinario come nel caso delle strutture di San Filippo Neri, Eastman, CTO, Oftalmico e Gruppo San Raffaele;

se non ritenga ingiusto che siano scaricati sui lavoratori gli effetti di un debito immenso e un cumulo di inefficienze della sanità che non sono state risolte in questi anni;

quali misure di propria competenza intenda intraprendere per scongiurare il rischio non solo della chiusura degli ospedali o del licenziamento degli operatori, ma addirittura della perdita del diritto alla salute dei cittadini;

se non intenda adoperarsi, nell’ambito delle proprie competenze, per razionalizzare le spese di gestione, ridefinire le tariffe bloccate da anni, potenziare i controlli e, soprattutto, cominciare a ridurre il numero dimanager prima di quello di posti letto;

quali iniziative intenda adottare per vigilare sulla gestione dei soldi pubblici, che i cittadini versano attraverso tasse e imposte, al fine di evitare ogni forma di sperpero nonché gestioni scellerate caratterizzate anche da opache speculazioni finanziarie.

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Documentazione per realizzazione antenna Ericsson a Montecchio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08880
Atto n. 4-08880

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, dello sviluppo economico e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

l’interrogante ha presentato un precedente atto di sindacato ispettivo (3-03140) relativamente alla realizzazione a Montecchio (Terni) di un’antenna della Ericsson n H3G;

in particolare si sollevava la questione del responsabile del Servizio area tecnica-urbanistica del Comune di Montecchio, Giancarlo Racanicchi, che avrebbe agevolato l’insediamento per l’impianto tecnologico a servizio della rete di telefonia cellulare Umts, con una nuova stazione sita nello stesso comune a viale Todi, n. 41, e sede di un agriturismo di proprietà di Maria Raffaella Ferretti, adiacente ad insediamenti abitativi. L’area per la realizzazione di un impianto per il servizio della rete di telefonia cellulare Umts, denominato 5-4650 B Montecchio, sito a viale Todi, corredata del permesso di costruzione n. 77 del 27 settembre 2012, prot. n. 4261, e degli altri pareri e stralci del codice delle comunicazioni elettroniche, a quanto risulta all’interrogante apparterrebbe a Fortunato Ferretti, stretto congiunto di Maria Raffaella Ferretti, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia (seppur eletta in una lista civica) della Giunta del sindaco David Lisei, rieletto alle ultime elezioni amministrative. Tale autorizzazione, a giudizio dell’interrogante, sembra appalesare un gravissimo conflitto di interessi, in una comunità, come quella del piccolo paese dell’orvietano, attraversato da gravissimi scandali urbanistici, che hanno portato a richieste di rinvii a giudizio, se non a vere e proprie condanne ad opera della magistratura;

inoltre la documentazione necessaria per la richiesta di autorizzazione alla realizzazione dell’antenna presenterebbe dei dubbi ai fini della completezza e congruità dei pareri,

si chiede di sapere:

se a quanto risulti al Governo: 1) la delibera della Giunta prevista dall’art. 52 del regolamento edilizio comunale sia stata emanata (visto che di essa non si dà conto nella documentazione allegata alla richiesta dell’autorizzazione in questione); 2) detta planimetria sia stata depositata presso il Comune di Montecchio (considerato che in tale documentazione nulla si rinviene in merito alla strada o percorso che dall’ingresso, lato strada provinciale, condurrebbe all’impianto); 3) sia presente nella documentazione presso il Comune l’estratto dall’originale della carta dei vincoli con legenda, leggibile e a colori originali;

se il Governo non debba intervenire con urgenza per rimuovere conflitti di interessi che danneggiano l’interesse generale ed il bene comune.

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Omissione di soccorso da parte di un capotreno

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08881
Atto n. 4-08881

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

dopo il recente triste episodio, accaduto sul treno “Frecciarossa” Torino-Milano dove è morto un uomo colpito da infarto, che ha suscitato numerose polemiche sulla tempestività dei soccorsi avvenuti dopo 40 minuti dalla segnalazione, con i passeggeri che hanno assistito impotenti all’agonia dell’uomo, è giunta all’interrogante una segnalazione su una vicenda similare;

in particolare l’episodio risale alla sera del 4 novembre 2012 alle ore 19.28, presso la stazione di Sagrado (Gorizia), dove una ragazza è stata colta da malore. La ragazza stava accompagnando un amico al treno e nel frattempo un’altra signora stava accompagnando il suo compagno che doveva partire;

alcuni minuti prima dell’arrivo del treno la ragazza si è improvvisamente sentita male svenendo e cadendo sulle scale del sottopasso. Le tre persone presenti sono intervenute per soccorrerla anche perché, cosa preoccupante, cadendo rovinosamente ha battuto il capo su uno scalino, senza riportare contusioni. Rinvenendo, per fortuna quasi subito, ha iniziato a rimettere;

poco dopo sopraggiungeva il R. 2472 Trieste-Udine-Venezia. All’arrivo del treno, mentre la signora assisteva la ragazza, gli altri due si sono avvicinati e hanno prontamente avvertito il capotreno che era sceso in banchina (e che non aveva assistito alla scena), facendogli presente che c’era una persona che stava male e chiedendogli di attendere solo un attimo prima di ripartire, affinché si potessero verificare le condizioni della ragazza e chiamare, eventualmente, il 118;

a quanto risulta all’interrogante, la risposta del capotreno sarebbe stata agghiacciante e del seguente tenore: “il treno deve ripartire e noi non abbiamo tempo da perdere, ci sono degli orari da rispettare. Ma figuriamoci che razza di richieste. Il treno non aspetta nessuno”;

da questa risposta arrogante è nata una discussione che è poi proseguita anche in vettura dal momento che, fatto ancora più grave, lo stesso capotreno non si è nemmeno degnato di guardare o fare una decina di metri per controllare;

considerato che:

il personale di bordo riveste la qualifica di pubblico ufficiale;

in caso di emergenza il pubblico ufficiale dovrebbe attivarsi per primo per prestare soccorso o perlomeno interessarsi,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga che in casi come quello descritto la sosta del treno non sia solo giustificata, ma un atto dovuto, tanto più che si tratta di poco tempo, volto a verificare le condizioni e assumere le determinazioni del caso;

se non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di attivare un’indagine per conoscere la reale dinamica dei fatti e accertare le eventuali responsabilità;

se siano state rispettate le procedure e i diritti dei passeggeri, stabiliti su scala europea;

se non ritenga inaccettabile che su una tratta ferroviaria di primaria importanza i primi soccorsi siano improvvisati, affidati alla buona volontà dei passeggeri, e che la prima fermata straordinaria avvenga 40 minuti dopo l’allarme e di conseguenza quali misure voglia assumere al fine di garantire ai viaggiatori la tutela della salute sui mezzi di trasporto.

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