Month: gennaio 2013

Record consulenze a Palazzo Chigi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08939
Atto n. 4-08939

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che palazzo Chigi ha battuto il record per l’assegnazione di consulenze;

scrive Stefano Sansonetti per “Milano Finanza”: «Una pioggia di consulenze. Non è certo andato per il sottile, Mario Monti, durante la sua permanenza a palazzo Chigi. In poco più di un anno, infatti, la presidenza del consiglio ha assegnato la bellezza di 111 collaborazioni esterne, per un costo che si aggira intorno ai 2,3 milioni di euro. Di fatto sembra potersi rilevare una linea di continuità con l’ultimo anno di governo di Silvio Berlusconi, il quale aveva lasciato in eredità al Professore una situazione con 108 consulenti a un costo di circa 2,5 milioni. Il calcolo è stato effettuato da ItaliaOggi sulla base delle pubblicazioni periodiche che, da fine 2011 a oggi, hanno aggiornato on line la pattuglia di collaboratori. Nel computo ci sono tutti i consulenti nominati dalle strutture che fanno capo a palazzo Chigi, quindi anche i dipartimenti affidati da Monti alle competenze di alcuni ministri. A farla da padroni sono stati in particolare il dipartimento della protezione civile e quello degli affari regionali e del turismo. Il primo, guidato da Franco Gabrielli, ha elargito 19 consulenze per un valore di 441 mila euro, mentre il secondo, sulla cui tolda di comando si è sistemato il ministro Piero Gnudi, ha affidato 13 incarichi per un totale di 504 mila euro. In entrambi i casi, come emerge dalle griglie aggiornate sul sito internet della presidenza del consiglio, si tratta di incarichi assegnati a soggetti esterni. Se si considerano anche le collaborazioni riconosciute a soggetti provenienti da altre amministrazioni, si scopre che pure il dipartimento delle pari opportunità, le cui deleghe rientrano nella competenza di Elsa Fornero, ha dato il suo bel contributo: in tutto parliamo di 9 incarichi che pesano sulle casse di palazzo Chigi per 304 mila euro. A seguire, in termini di dimensione economica, ci sono i 216 mila euro dei 6 incarichi conferiti dalla Struttura di missione per le procedure di infrazione, i 215 mila euro dei 16 incarichi provenienti dall’Unità per la semplificazione e la qualità della regolazione e i 195 mila delle 6 collaborazioni attivate dalla Struttura di missione della cooperazione internazionale e dal Dipartimento della gioventù, entrambi ricadenti nella sfera di competenza del ministro Andrea Riccardi. Naturalmente non mancano le curiosità. La collaborazione più costosa, per esempio, è andata a Francesca Maffini, “coordinatore dell’ufficio stampa del capo dipartimento”, per la quale sono stati previsti 84.867 euro dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012. Gli affari regionali hanno garantito gettoni di tutto rispetto per l’attuazione di veri segmenti del Progetto Turismo. A tal proposito 60.750 euro dovranno essere versati a Ivo Virgili per un incarico attivato il 1° luglio 2012, con scadenza 31 dicembre 2013. Altri 54 mila euro, questa volta per un incarico dal 1° dicembre 2011 al 31 marzo 2013, sono appannaggio di Giovanni Antelmi. Il dipartimento delle pari opportunità, dal canto suo, ha riconosciuto 60 mila euro a Pietro Vulpiani, “project leader incaricato di coordinare i gruppi di lavoro e supervisionare le indagini previste per l’azione di sistema”. Dicitura vaga, ma tant’è. Da segnalare anche le 5 consulenze, da 20 mila euro ciascuna, conferite dalla Struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia. I beneficiari (Daniela Caliri, Marco Fanfani, Priscilla La Gioia, Giovanni Maria Pirone, a cui si aggiunge l’indicazione del solo cognome del quinto, ovvero Scatena) hanno tutti grosso modo lavorato da aprile a dicembre 2012»;

a giudizio dell’interrogante il Governo in carica si rivela essere stato molto simile ai comitati d’affari che governano da sempre l’Italia,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni di dette consulenze e se i ruoli, a cui sono chiamati i consulenti esterni, non possano essere ricoperti da dipendenti pubblici in servizio;

quali siano i motivi, anche tenuto conto del momento di crisi economica, che hanno indotto il Governo a distribuire i suddetti numerosissimi incarichi di consulenza, superando grandemente il record del precedente Presidente del Consiglio dei ministri, Berlusconi, con 111 collaborazioni esterne per un totale di 2,3 milioni di euro e come detta spesa possa conciliarsi con le promesse del Presidente del Consiglio in carica che nel mese di marzo 2012 annunciava come la spending review sarebbe partita da palazzo Chigi fino a coinvolgere anche tutti i Ministeri per dare un esempio al Paese;

se il Governo non ritenga che l’avvalersi di numerose consulenze esterne, nonostante i dipendenti di cui si avvale l’amministrazione, non rappresenti l’ennesimo sperpero di denaro pubblico;

se non ritenga che in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con balzelli, tasse e rincari, destinati ad aumentare, sia doveroso intraprendere le opportune misure al fine di tagliare la spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile;

quali urgenti iniziative voglia intraprendere per impedire che siano sempre i cittadini a pagare i costi della crisi, evitando che lavoratori e pensionati, oltre al danno, debbano subire perfino la beffa di prediche ed esortazioni al risparmio, da parte di coloro che non vogliono mai offrire soluzioni reali e concrete.

SNAI-speculazione finanziaria

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08941
Atto n. 4-08941

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Fabio Pavesi per “il Sole-24 ore” del 10 gennaio 2013: «Sembrava a tutti gli effetti una scommessa vincente. Si è invece rivelata (fino ad ora) un colossale flop. La giocata sulla Snai da parte della InvestIndustrial del finanziere Andrea Bonomi e della Palladio del duo Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago non sta dando i frutti sperati. Al contrario accumula per ora pesanti perdite, di almeno 130 milioni da spartire tra i due fondi. Tutte potenziali ovviamente, dato che l’orizzonte di investimento è di almeno 5-7 anni. Ma è un fatto che quell’acquisto nel marzo del 2011 della maggioranza del capitale della società dei giochi e delle scommesse è già in profondo rosso. Il prezzo pagato poco meno di 2 anni fa, per il 67% del capitale della Snai fu di 2,36 euro per azione. Oggi, nonostante il recentissimo rialzo boom, il titolo quota 0,87 euro. Strappo all’insù, arrestatosi ieri, e avviato il 2 gennaio e che ha portato Snai a guadagnare il 90% in una manciata di sedute. Cosa ci sia dietro a tanto entusiasmo è assai aleatorio. C’è chi fa notare che potrebbe finalmente avviarsi la valorizzazione immobiliare dell’area dell’ippodromo di San Siro a Milano, dopo che la società ha sospeso le attività ippiche per la forte contrazione del business. Sarà. Ma pare più un azzardo speculativo che altro. Di quella valorizzazione immobiliare dell’area posseduta dalla controllata Trenno srl si parla da almeno un decennio. Ma occorrono accordi e varianti urbanistiche con il Comune di Milano. Quello strappo pare più un’occasione per ridurre, anche se di poco, il divario tra l’alto prezzo d’acquisto delle azioni Snai da parte dei due fondi d’investimento e i minimi storici toccati dalle quotazioni. Già perché se si guarda un grafico di borsa si scopre che mai ingresso nel capitale fu più intempestivo. Da giugno del 2011 (tre mesi dopo l’acquisizione) il titolo Snai non ha fatto che inabissarsi. Da 2,4 euro è sceso a soli 53 centesimi di fine dicembre 2011. Cosa è successo di così grave? Poco o nulla. In realtà già all’atto dell’acquisto Snai non brillava di buona salute. Nel 2010 la perdita era di 32 milioni con un debito di 300 milioni sul groppone. L’anno dell’ingresso di Bonomi e il duo Meneguzzo e Drago le cose sono anche peggiorate: la perdita è arrivata a 44 milioni e il debito netto finanziario è salito a 354 milioni. E non che i primi 9 mesi del 2012 invertano la tendenza. Snai è in rosso già a livello di utile operativo, produce perdite per 24 milioni e ha un rapporto tra il debito e il margine lordo che supera le 7 volte. Un livello di chiaro pericolo. I nuovi proprietari di Snai non sono riusciti a cambiare rotta alla società. Eppure in quel mercato non tutti perdono. Basti guardare al competitor quotato. La Lottomatica corre come un treno. Utili a 170 milioni nei primi 9 mesi del 2012 (+34% sull’anno precedente) e in borsa il titolo fa +56% su base annua. I giochi non sono uguali per tutti»;

considerato che, come si apprende dalla lettura di un articolo apparso il 24 ottobre 2012 sul blog “Bpmleaks”: «esiste un titolo, quotato alla Borsa Valori di Milano, che corrisponde al nome di Snai S.p.A., la cui situazione è forse un “unicum” assoluto, in Italia, perché all’estero, anche in Chad, sarebbe già stato cancellato dalla lista delle quotate a N’Djamena. Il valore di questo titolo non dipende dalle performance nel corso dell’anno, degli anni, dai profitti, dalle perdite, dagli investimenti, etc., ma solo ed esclusivamente dai “capricci” del suo maggior azionista (maggioranza assoluta) che è anche il suo maggiore creditore», cioé banca UniCredit;

a fine ottobre le azioni di Snai perdevano in maniera consistente tanto che il valore della società era di 86 milioni di euro, a fronte di oltre 350 milioni di euro di debiti e di perdite 2011 per 40 milioni di euro;

al 30 giugno 2012, «causa lo slittamento della data per il pagamento dell’imposta sulle scommesse, i debiti erano momentaneamente scesi a 337 Milioni di Euro. Il Consiglio di Amministrazione di UniCredit potrebbe chiedere a Snai S.p.A. il rientro di quei debiti e la Società fallirebbe»;

ma c’è da chiedersi come potrebbe il C.d.A. Unicredit «chiedere il rientro a una società che lui stesso ha fatto acquistare a persone come Bonomi, Benetton, Generali & Co., cui ha fornito i soldi per l’operazione (…), essendo coinvolta (la stessa Banca) anche nella pratica Cogetech (220 Milioni di Euro di multa per le slot – machines – 200 Milioni per Snai) con uno dei protagonisti»;

l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato ha aperto «le buste relative alle offerte per l’assegnazione delle 2.000 sale corse, di cui all’ultimo Bando di concorso Europeo», e pare che Snai sia scesa in gara per 300 o 400 di queste sale corse;

in un altro articolo pubblicato sullo stesso blog il 14 dicembre 2012, si apprende che «Bonomi è stato portato in tribunale dalla parte lesa Francesco Corallo, un magnate del gioco che possiede il gruppo italiano di casinò B Plus e secondo il Daily Telegraph, è ricercato dall’Interpol per “criminalità organizzata”. (…) In una causa complicata, Bonomi è accusato di aver utilizzato la sua posizione presso la Banca Popolare di Milano per distruggere gli interessi di business di Corallo. L’abitazione di quest’ultimo è stato perquisita nel 2011 dalla “polizia nell’ambito di un investigazione su finanziamenti discutibili” emessi da suddetta banca, e lui ora vuole un risarcimento per la fantastica somma di € 800 milioni»;

considerato inoltre che ad avviso dell’interrogante:

l’organo di controllo deve provvedere a vigilare sugli istituti bancari affinché, pur nel rispetto dell’autonoma valutazione del rischio del credito, non continuino, da una parte, ad adottare misure restrittive nei confronti della concessione del credito ai risparmiatori, e, dall’altra, a sperperare denaro con gestioni eccessivamente dispendiose avvantaggiando unicamente i vertici;

la Consob non è mai intervenuta sulla situazione e questo silenzio dell’Autorità ha contribuito ad istigare il mercato del “parco buoi” al massacro, per tenere in vita oltre ogni limite una società fallita, e per salvare da qualche indagine seria UniCredit,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti quali garanzie di solidità economica e finanziaria fornisca Snai SpA con 350 milioni di euro di debiti e con 40 milioni di euro di perdite già nel 2011;

se corrisponda al vero che stia per avviarsi il progetto di valorizzazione immobiliare dell’area dell’ippodromo di San Siro a Milano, nonostante la società abbia dovuto sospendere le attività ippiche per la forte contrazione del business e se il Governo non ritenga che questo rappresenti un puro azzardo speculativo per ridurre il divario tra l’alto prezzo d’acquisto delle azioni Snai da parte dei due fondi d’investimento e i relativi minimi storici toccati dalle quotazioni.

Rincari-Autorità del Gas e Energia avvantaggia oligopoli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08945
Atto n. 4-08945

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che a parere dell’interrogante le Autorità indipendenti, che avrebbero il dovere di offrire la tutela di interessi pubblici per regolamentare gli abusi di mercato ed una corretta concorrenza in settori rilevanti che attengono al corretto ordinamento dei mercati, troppe volte colludono con gli interessi dei produttori, lasciando i consumatori ed utenti in balia delle loro scorribande, usi, abusi ed ordinarie vessazioni;

premesso altresì che:

secondo Wikipedia, che descrive i compiti delle Autorità Indipendenti, in Italia: «le Autorità indipendenti sono organismi istituiti dalla legge con finalità di tutela di interessi pubblici di particolare rilevanza e delicatezza e ritenuti meritevoli di riconoscimento costituzionale. Questi organismi sono titolari di una funzione di controllo intesa in senso lato, cioè una sorta di controllo-regolazione che sostituisce il vecchio modello di controllo-direzione (svolto finora dai Ministeri) e di controllo-vigilanza (svolto dagli organi di polizia economica). La dottrina, atteso che il diritto amministrativo tace, ha cercato di individuare le Autorità amministrative indipendenti nelle seguenti: la Banca D’Italia; le Autorità per i servizi di pubblica utilità (sono tre, una per il settore dell’energia e del gas, un’altra che opera nel campo delle telecomunicazioni) infine l’Autorità di regolazione dei trasporti; l’Autorità garante della concorrenza e del mercato; il Garante per la protezione dei dati personali; la Commissione di Garanzia dell’Attuazione della Legge sullo Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali; l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture; la Consob; l’Isvap; la CiVIT. Dubbia è la riconduzione dei difensori civici nell’ambito delle autorità amministrative indipendenti»;

settori influenzati da monopoli ed oligopoli, come quelli dei servizi diffusi di pubblica utilità, come il gas e l’energia, riuscirebbero tuttavia a condizionare i regolatori, come descritto da Sergio Rizzo, sul “Corriere della Sera” del 6 gennaio 2013, in un articolo che spiega perché da due anni il costo internazionale del metano sia in calo e in Italia invece sia cresciuto in misura quattro volte superiore all’inflazione. Nell’articolo, dal titolo “Dal peso delle tasse agli oneri aggiuntivi, ecco il conto delle famiglie. I costi occulti delle bollette del gas, perché l’aumento non si ferma L’incremento delle tariffe è stato 4 volte superiore all’inflazione, spunta un’assicurazione aggiuntiva che costerebbe 800 milioni”, si legge: «Premessa: stiamo parlando di una faccenda che muove poteri economici e interessi ciclopici. Immaginate quindi le pressioni che possono scatenare. Ma di tutti i misteri italiani quello attualmente più misterioso è la bolletta del gas (guarda la tabella). Da due anni il prezzo del metano sui mercati internazionali è in picchiata, ma 26 milioni di famiglie e quattro milioni di piccole imprese non se ne sono accorti. Anzi. Si è provveduto, se possibile, a tosarle ancora di più: perché dal gennaio 2011 a oggi le bollette sono rincarate, tenetevi forte, del 23,7 per cento. Più o meno quattro volte l’inflazione. Tutto questo mentre il prezzo spot pagato dai venditori di gas sul mercato all’ingrosso italiano, ci spiega il superesperto della Staffetta quotidiana Gionata Picchio, è sceso di circa il 15 per cento soltanto nell’ultimo anno. Ci sono ragioni congiunturali, come la flessione della domanda europea, ma anche strutturali: per esempio la raggiunta autosufficienza degli Stati Uniti. Fatto sta che qualcuno, in questa situazione, sta facendo soldi a palate. Dall’inizio del 2011 l’Autorità dell’energia continua a rincarare i prezzi. Ed è appena il caso di notare che gli ultimi due anni sono stati i più difficili per le famiglie italiane. L’ultimo aumento è di qualche giorno fa: +1,7 per cento. E qui la materia prima non c’entra niente. C’entra la distribuzione. Il paradosso è che meno gas passa nei tubi, più cresce il costo unitario del servizio. E dato che bisogna garantire ai distributori identici ricavi, se vogliamo che investano nella rete e facciano arrivare il metano alla caldaia, ecco che le tariffe salgono anziché scendere. Andrebbe benissimo, se non fosse per un paio di dettagli. Primo: l’infrastruttura pagata con i soldi degli utenti non è pubblica, ma resta di proprietà dei distributori privati (come i loro profitti). Secondo: il rischio d’impresa per costoro è praticamente azzerato. È il dilemma di tutte le reti, diranno gli esperti. Ma raccontatelo ai 26 milioni di famiglie di cui sopra. Soprattutto, spiegategli perché, se è vero che i criteri con i quali vengono decisi questi aumenti sono stati adottati anni fa, quando alla presidenza dell’Autorità non c’era ancora Guido Bortoni, non sono stati modificati negli ultimi due anni. Fosse solo per alleviare il peso della crisi sui bilanci familiari. Il sistema di calcolo del prezzo della materia prima, quello invece è stato appena ritoccato. Anche qui, però, c’è qualcosa di difficile da far capire a chi si vede recapitare bollette sempre più salate. I giganti come Eni ed Enel operano prevalentemente con i contratti take or pay. Sono accordi pluriennali con fornitori internazionali, con la formula che si paga comunque, anche se il gas non viene ritirato tutto. Ne ha parlato il 16 dicembre la trasmissione Report di Milena Gabanelli, ricordando che l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni ha rinegoziato con la Russia un onerosissimo contratto take or pay prolungandone la durata a trent’anni. È accaduto nel 2009, con straordinario tempismo: poco prima della vertiginosa caduta del mercato libero. Ebbene, proprio per tener conto di questo calo, come ha disposto il governo di Mario Monti nel decreto cresci Italia, l’Autorità ha deciso di considerare nel calcolo del prezzo anche le quotazioni spot. Oggi pesano per il 5%, contro il 95% misurato con una formula che simula il prezzo (altro mistero misteriosissimo) take or pay legato all’andamento delle quotazioni del petrolio, dell’olio combustibile e del gasolio (…). Il fatto è che il gas acquistato sul mercato spot che corre nei nostri tubi va ben oltre quel misero 5%. Di più. Picchio ricorda che secondo una recentissima indagine dell’Autorità il prezzo medio spot è stato nel 2011 e nel 2012 rispettivamente del 16% e del 26% inferiore a quello calcolato con il sistema precedente a quel contentino del 5%. Il succo è il seguente: tenere il prezzo non troppo distante da quello dei contratti take or pay limita i danni per i grandi operatori, che possono compensare le perdite di quegli accordi con i super profitti del gas acquistato sul mercato libero e fa fare un mucchio di quattrini a chi (come alcune municipalizzate) compra esclusivamente spot e vende agli utenti finali con tariffe astronomiche. Va da sé che è una situazione insostenibile. E lo sanno anche all’Authority, tanto da aver proposto una nuova formula di calcolo per allineare il prezzo della materia prima, che pesa per circa la metà sulla bolletta, a quella del mercato libero. Finalmente, direte. E avendo saputo che la stessa Autorità ha respinto la richiesta avanzata da Scaroni di far gravare sulle tariffe le perdite generate dai contratti con la Russia (un miliardo e mezzo, mica bruscolini) potreste tirare un altro respiro di sollievo. Se non fosse per una sorpresina annidata in quella proposta. Siccome nessuno garantisce che il mercato spot sarà sempre così favorevole, ecco che gli utenti si devono caricare sulle spalle una bella assicurazione obbligatoria a favore dei signori del gas. Uno scherzetto che vale 800 milioni, e visto che ne beneficerebbero i titolari dei famosi contratti take or pay come appunto l’Eni, i piccoli sono imbufaliti. Ma anche fra i componenti dell’Autorità non sono mancate le discussioni. Per non parlare dei consumatori, che si vedrebbero ridurre il beneficio in bolletta dal teorico 10 per cento al 6, forse 7 per cento. La pratica si è quindi fermata: il taglio era previsto per aprile e certamente slitterà. Nel frattempo, le bollette continuano a correre. Ciò nonostante» qualcuno «si ostina a vedere il bicchiere mezzo pieno. Argomentando che sull’allineamento del prezzo italiano a quelli europei sono stati fatti sforzi sovrumani. Che le pressioni dell’Eni non hanno fatto breccia. E che se le tariffe del gas sono aumentate, proprio la piccola modifica al metodo di calcolo del prezzo ha fatto scendere dell’1,4 per cento le tariffe elettriche. Staremo a vedere se a questo zuccherino per le famiglie ne seguiranno altri più sostanziosi. La speranza è l’ultima a morire. Intanto non si può non notare, come ha fatto la Staffetta quotidiana, che nell’ultimo anno i provvedimenti dell’Autorità a tutela dei consumatori sono stati appena l’11,3% del totale, contro il 17,7% del 2011 e il 25,8% del precedente collegio presieduto da Alessandro Ortis. Che in sette anni ha appioppato agli operatori multe per 200 milioni, a un ritmo di 28,5 milioni l’anno. Mentre dal 2011 l’Authority di Bortoni non è andata oltre i 7 milioni: 3 e mezzo l’anno. L’indipendenza non si può misurare soltanto con la violenza delle bacchettate, certo. Soprattutto in un mondo come quello dell’energia dove le multe fanno il solletico. Verissimo. Ma ci sono fatti, piccoli fatti, che comunque pongono per il presidente di un organismo “indipendente” una questione di opportunità. Come quella storia sollevata da un’interrogazione parlamentare nella quale si chiedeva al ministro Corrado Passera conferma del fatto che “alcuni funzionari e dirigenti ora distaccati presso l’Autorità” da Gse e Acquirente Unico, fossero stati assunti dalle due società pubbliche “pochi giorni prima di tale distacco”. Una decina di persone in tutto: fra queste anche l’assistente personale di Bortoni, che era già con lui al ministero dello Sviluppo, di cui era stato nominato direttore generale nel 2009 (…) per essere poi da lì direttamente paracadutato nel 2011 al timone dell’Authority. Si chiama Cecilia Gatti, ed è incidentalmente la figlia di Giuseppe Gatti, amministratore delegato di Gdf Suez energia Italia: quarto produttore italiano di energia termoelettrica, terzo venditore di gas naturale nel nostro Paese dopo Eni ed Enel»;

considerato che a parere dell’interrogante:

sono oscure le ragioni che hanno indotto l’Autorità dell’energia e gas ad effettuare continui rincari sui prezzi, l’ultimo dell’1,7 per cento, e sarebbe opportuno chiarire se tali aumenti, che hanno messo in ginocchio milioni di famiglie, non derivino dalla distribuzione e da un’Autorità volta a garantire ai distributori identici ricavi, anche per finanziare l’infrastruttura, pagata con i soldi degli utenti, di proprietà dei distributori privati, i quali addossano ai consumatori anche il rischio d’impresa;

l’indipendenza dell’Autorità del gas ed energia pare messa in dubbio dal fatto che alcuni funzionari e dirigenti, circa una decina di persone, ora distaccati presso l’Autorità da Gse e Acquirente Unico, sarebbero stati assunti dalle due società pubbliche pochi giorni prima di tale distacco, compreso l’assistente personale del presidente Bortoni, già suo collaboratore al Ministero dello sviluppo economico, di cui era stato nominato direttore generale nel 2009, per essere poi da lì direttamente spostato, nel 2011, alla guida dell’Autorità, ossia Cecilia Gatti, figlia di Giuseppe Gatti, amministratore delegato di Gdf Suez Energia Italia, il quarto produttore italiano di energia termoelettrica, terzo venditore di gas naturale del Paese dopo Eni ed Enel,

si chiede di sapere:

se risulti rispondente al vero che, nell’ultimo biennio, a fronte di prezzi del metano in calo sui mercati internazionali, in luogo di analoghe diminuzioni nelle bollette di 26 milioni di famiglie e quattro milioni di piccole imprese, sono continuati i rincari al tasso del 23,7 per cento dal gennaio 2011, cioè in misura più di quattro volte superiore all’inflazione, mentre il prezzo spot pagato dai venditori di gas sul mercato all’ingrosso italiano è sceso di circa il 15 per cento soltanto nell’ultimo anno;

se risulti rispondente al vero, come rivelato dalla stampa, che nell’ultimo anno i provvedimenti dell’Autorità a tutela dei consumatori, siano stati appena l’11,3 per cento del totale, contro il 17,7 per cento del 2011 e il 25,8 per cento del precedente collegio, che in sette anni aveva inflitto agli operatori multe per 200 milioni, a un ritmo di 28,5 milioni l’anno, a differenza dall’Autorità presieduta da Bortoni, che dal 2011 non è andata oltre i 7 milioni, ossia 3 e mezzo l’anno;

se risulti rispondente al vero che gli utenti ed i consumatori devono farsi carico di una assicurazione obbligatoria del valore di circa 800 milioni di euro, polizza che vede come beneficiari i titolari dei famosi contratti take or pay come appunto l’Eni;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per evitare che i consumatori e le famiglie, già vessati da rincari censurabili ed ingiustificati, subiscano provvedimenti di autorità regolatorie, che a parere dell’interrogante sono volti a regalare enormi profitti alle imprese oligopolistiche a danno del mercato, degli utenti e degli interessi pubblici di particolare rilevanza e delicatezza che risultano platealmente lesi.

Nomina Agcom

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08937
Atto n. 4-08937

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che, per quanto risulta all’interrogante:

dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) risulta in uscita il capo di gabinetto Guido Stazi e al suo posto il presidente Cardani ha insediato Annalisa D’Orazio, bocconiana doc e advisor di Sorgenia, del gruppo De Benedetti. La D’Orazio era già stata nell’Autorità negli anni passati, come assistente dell’ex presidente Enzo Cheli;

il decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, stabilisce che le procedure di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni si conformano ai principi di adeguata pubblicità della selezione e modalità di svolgimento che garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità di espletamento;

l’Agcom per la nomina del nuovo Segretario generale, in coerenza con tali principi, ha invitato a presentare manifestazioni di interesse alla nomina, segnalate attraverso l’invio di curriculum vitae, in cui siano evidenziate le esperienze maturate;

con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, sono stati ridotti i costi degli apparati pubblici, in particolare è stato ridotto il numero dei componenti delle autorità indipendenti e i relativi compensi, riducendo, nel caso di specie, da 8 a 4 il numero dei commissari dell’Agcom;

il sistema di finanziamento dell’Autorità è basato sulle leggi n. 481 del 1995 e n. 266 del 2005 che prevedono che il finanziamento dell’Autorità sia a carico dei soggetti regolati, in coerenza con la politica di contenimento della spesa pubblica;

con la delibera n. 650/11/CONS, recante “Misura e modalità di versamento del contributo dovuto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per l’anno 2012″, Agcom ha fissato la percentuale di calcolo della contribuzione nella misura del 2 per mille e cioè a livello massimo consentito dalla pertinente legislazione nazionale;

il contributo versato dagli operatori incide direttamente sui prezzi dei servizi offerti dagli operatori stessi e pagati dai consumatori;

avverso il contributo dovuto dagli operatori, in particolare alle modalità applicative ed all’elevato livello dello stesso, sono stati promossi ricorsi giurisdizionali innanzi al Tar del Lazio e, in tale ambito, il giudice amministrativo ha sottoposto, in via pregiudiziale, un quesito interpretativo alla Corte di giustizia dell’Unione europea al fine di chiarire la coerenza del contributo imposto agli operatori con le pertinenti direttive europee;

a giudizio dell’interrogante in tempo di spending review, e soprattutto con le restrizioni “da lacrime e sangue” che stanno ponendo in serie difficoltà le fasce deboli della popolazione italiana, le spese e i costi dell’Autorità suonano come un autentico schiaffo in pieno viso agli italiani;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

non si comprendono i motivi per i quali sia stato attribuito l’incarico di capo di gabinetto a Annalisa D’Orazio, mentre sarebbe stato preferibile ricorrere a criteri di selezione improntati alla massima trasparenza ed efficienza, così come peraltro indicato dalle norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche;

è criticabile che non siano state prese in considerazione candidature interne che avrebbero garantito un adeguato livello di professionalità e consentito, allo stesso tempo, di contenere i costi di funzionamento dell’Autorità, in linea con le puntuali e stringenti direttive governative di spending review,

si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di far sì che la disciplina di rigore finanziario rivolta alla pubblica amministrazione si estenda anche alle autorità indipendenti, al fine di porre un freno a quello che costituisce sperpero di denaro pubblico, quando, di contro, aziende e le altre amministrazioni pubbliche tagliano e licenziano per far quadrare i conti.

Prof. Luigi Frati- sperperi e sprechi dell’ospedale di Roma Umberto I

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08940
Atto n. 4-08940

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Ministro della salute. -

Premesso che:

gli sperperi e gli sprechi dell’ospedale di Roma “Umberto I”, continuano a far discutere, alla stessa stregua della parentopoli del magnifico rettore professor Luigi Frati;

in un articolo pubblicato su “la Repubblica”, in cronaca di Roma, del 10 marzo 2012, dal titolo «Lavori all’Umberto I, “beffa da 4,5 milioni”» e sottotitolato “Il dossier: opere di ordinaria amministrazione affidate con procedura d’urgenza ed eseguite più volte. Dalle tinteggiature al rifacimento di aiuole e stanze. Gli atti in Procura e alla Corte dei conti”, Marino Bisso e Carlo Picozza descrivono gli sprechi e gli sperperi;

si legge: «All’Umberto I, 4,5 milioni per lavori ordinari eseguiti (“anche due volte”) senza gara d’appalto e con “procedura d’urgenza”. Ecco “gli sprechi” del policlinico in un esposto dossier della Cisal. Tra la cinquantina di padiglioni dell’Umberto I sono stati “investiti” in due anni quattro milioni e mezzo per lavori di ordinaria amministrazione eseguiti qua e là, “anche due volte”, con la “procedura della somma urgenza”. Senza gare pubbliche d’appalto, le opere sono state affidate direttamente alle imprese, quasi sempre le stesse. E ora sul tavolo dei magistrati, della Procura e della Corte dei conti, è arrivato un esposto dossier: 600 pagine con 150 delibere per cantieri da poche decine di migliaia di euro ciascuno che danno però un totale milionario. Dalla “tinteggiatura delle pareti” alla “installazione di videocitofoni”, alla “pulizia di cortine, finestre e corrimano”: il sindacato Cisal Università ha passato in rassegna “tutte le opere di manutenzione ordinaria”, spiega il segretario nazionale, Giuseppe Polinari, “spacciate per lavori indifferibili”. “Tra i padiglioni IV, V, VI e VII”, argomenta, “due delibere firmate in novembre dal direttore Antonio Capparelli, attingono 48mila euro tondi dalle casse dell’ospedale per fare e disfare lo stesso lavoro”. Quale? “La realizzazione delle bordature agli alberi con cubetti di tufo che poi sono stati divelti e sostituiti con altri di basalto”. E non sono gli unici atti per lavori fatti, disfatti e rifatti: “Altre due delibere per la stessa opera, l’eliminazione delle infiltrazioni di acqua nel terrazzo della prima Clinica medica”, ancora Polinari, “sono costati 25mila 200 euro”. E per ciascuna “tela di Penelope” è stata chiamata la stessa impresa. Polinari, prima di portare gli atti ai magistrati (le delibere sono state firmate anche dal precedente direttore, Ubaldo Montaguti) si è incontrato con il manager chiedendo la revoca dei provvedimenti “urgenti”. “Capparelli si è detto d’accordo”, racconta il sindacalista, “e il 7 febbraio, ha firmato la sospensione degli atti per verificarne la legittimità”. “Sono necessari”, si legge, infatti, nella delibera, “chiarimenti per completare l’istruttoria”. Ma, tempo due giorni e, con un’altra delibera, Capparelli annulla la sospensione. Perché? “Per l’emergenza rappresentata dal sequestro delle gallerie ipogee”, è scritto nell’atto, “e per l’ordinanza del sindaco relativa alle condizioni meteorologiche”. “Ma questa motivazione”, afferma Polinari, “non ha nulla a che fare con i lavori eseguiti prima del sequestro e prima della nevicata”. Scrive Polinari: “Il ricorso alla procedura d’urgenza con affidamento dei lavori sempre alle stesse ditte, non appare legittimo”. E adombra un “comportamento colpevole del management”. Un management che, con il direttore generale, quello amministrativo e quello sanitario (che con il primo hanno firmato le delibere), chiamato più volte e avvertito con email e sms, non ha risposto né per un’intervista né per una dichiarazione. I lavori eseguiti con urgenza, di urgente sembrano avere ben poco: “Impianto di illuminazione nei corridoi del palazzo centrale (della direzione; ndrr): 14mila 160 euro”; “Impianto di condizionamento per i nuovi locali dell’archivio radiologico del Dea: 23mila 400 euro” (ma perché in quei locali, se “nuovi”, c’era bisogno di condizionatori?); “Riqualificazione e messa a norma della stanza del professor A.: 4mila e 20 euro”; e con un’altra delibera da 6mila 600 euro, allo stesso prof viene “demolito e realizzato il bagno”. E tra i lavori “urgenti e indifferibili”, ecco gli “impianti di irrigazione”, “i lucernai, le tende e i bastoni doccia”, “i marciapiedi”, “la bonifica dell’impianto di illuminazione”, “il ripristino di intonaci e la tinteggiatura”, “la pulizia di cortine, finestre e corrimano”. E c’è anche “il ripristino di tratti del condotto fognario”: ma non l’avrebbe dovuto realizzare l’impresa che, con venti milioni, ha ristrutturato le gallerie ipogee?»;

considerato che in un esposto inviato alla Corte dei conti del 18 dicembre 2012, il signor Giuseppe Polinari, coordinatore della Cisal-Università, stigmatizza la delibera del rettore che nomina il dottor Domenico Alessio direttore generale del policlinico Umberto I,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti se il ricorso alla procedura d’urgenza, con affidamento dei lavori sempre alle stesse ditte, non possa configurare comportamento colpevole del management ed uno spreco di pubbliche risorse;

se ritenga che i 5,5 milioni di euro per i lavori ordinari eseguiti anche due volte e senza la prevista gara d’appalto con procedura d’urgenza possano configurare, come denunciato dal dossier della Cisal, sprechi del policlinico, con sospette procedure affidate direttamente alle imprese, quasi sempre le stesse con 150 delibere per lavori vari;

se risulti se la nomina del dottor Domenico Alessio, con decorrenza 30 agosto 2012 per la durata di 5 anni, da parte del rettore dell’Università di Roma “La Sapienza”, invece che della Regione, non costituisca un abuso in atti di ufficio con conseguente illegittimità tali da prefigurare un danno erariale da parte del dottor Luigi Frati;

se il Governo ritenga che la nomina del dottor Alessio sia stata effettuata per esclusive ragioni clientelari e di copertura della mala gestio del policlinico, e se i limiti di età, previsti dalle leggi regionali, siano stati travalicati;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che le nomine clientelari, gli sperperi e gli sprechi nella sanità, gli appalti pilotati e senza procedure di pubblica evidenza, che hanno ricadute sulla qualità dei servizi erogati all’utenza, pessimi e molto penalizzanti per gli ammalati, possano continuare ad essere messi in atto.

Aumenti tariffe postali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08944
Atto n. 4-08944

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che a parere dell’interrogante:

la crisi economica prodotta dall’avidità dei banchieri, che non vengono mai chiamati a risponderne, ha effetti devastanti sulle famiglie e sui consumatori, costretti ad una pressione fiscale senza precedenti che ha superato il 45 per cento; ad una perdita del potere di acquisto con l’inflazione registrata al 3 per cento e quella relativa ai beni di consumo al 4,3 per cento; a confrontarsi con un debito pubblico aumentato negli ultimi 12 mesi di ben 102 miliardi di euro ed arrivato a 2.014 miliardi di euro, con un gravame di ben 1.705 euro di costi occulti pro capite, solo nell’ultimo anno;

all’interno di questo scenario drammatico per le tasche delle famiglie, aggravato dalla rata dell’imposta municipale unica (Imu) il cui ricavo complessivo ha superato 24 miliardi di euro, dei quali 4 per la prima casa, a quanto risulta all’interrogante dirottati per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, i consumatori subiscono nuovi aumenti tariffari, che sono particolarmente odiosi per i servizi postati;

l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), presieduta da Angelo Cardani, ha varato, alla vigilia di Natale, a giudizio dell’interrogante per assecondare i desiderata delle Poste e per finanziare, col sudato risparmio postale, un carrozzone gestito con criteri “amicali” dalla Cassa Depositi e Prestiti, l’ennesima stangata postale tariffaria;

il bilancio di Poste Italiane SpA (partecipata al 100 per cento dal Ministero dell’economia e delle finanze), con oltre 9 miliardi di ricavi da mercato e 699 milioni di utile netto, è stato realizzato a carico degli utenti e dei consumatori, che già avevano subito aumenti tariffari superiori al tasso di inflazione, nonché dei lavoratori, che nell’ultimo decennio hanno sofferto una perdita di 15.659 posti di lavoro;

in una fase di acuta crisi economica, la delibera n. 640/12 dell’Agcom, che ha approvato la manovra tariffaria di Poste Italiane il 20 dicembre 2012, pubblicandola sul proprio sito Internet il 24 dicembre 2012, non è solo censurabile per aver assecondato la maggior parte delle richieste di Poste Italiane, ma è anche immorale per l’assenza assoluta di trasparenza ed eticità nella decisione;

tale delibera, allo scrutinio dell’Adusbef che la sta esaminando per una doverosa impugnativa in sede amministrativa, ha approvato aumenti tariffari superiori di oltre dieci volte il tasso di inflazione, per ricavare dalle tasche della collettività generale risorse utilizzate anche per finanziare la Cassa Depositi e Prestiti, gestita in prevalenza dalle Fondazioni bancarie, che pare una nuova Iri;

si riportano alcuni esempi degli aumenti tariffari che sono scattati dal 1° gennaio 2013: 1) posta prioritaria formato piccolo standard: peso 20 grammi, tariffa 2012 euro 0,60, tariffa 2013 euro 0,70 con una variazione di aumento del 16,67 per cento; peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 euro 1,40, tariffa 2013 euro 1,90 con una variazione di aumento del 35,71 per cento; 2) posta prioritaria, formato medio standard: peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 1,40 euro, tariffa 2013 1,90 euro con una variazione di aumento del 35,71 per cento; peso da 50 a 100 grammi, tariffa 2012 euro 1,50, tariffa 2013 2,10, con una variazione di aumento del 35,71 per cento; peso da 100 a 250 grammi, tariffa 2012 euro 2,00, tariffa 2013 euro 2,60 con una variazione di aumento del 30 per cento; peso da 250 a 350 grammi, tariffa 2012 euro 2,20, tariffa 2013 euro 3,20 con una variazione di aumento del 45,45 per cento; 3) posta prioritaria formato extra o qualunque formato non standard: peso 20 grammi, tariffa 2012 euro 1,40, tariffa 2013 euro 1,90 con una variazione di aumento del 35,71 per cento; peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 euro 1,50, tariffa 2013 euro 2,10 con una variazione di aumento del 40 per cento; da 50 a 100 grammi, tariffa 2012 2 euro, tariffa 2013 2,60 euro con una variazione di aumento del 30 per cento; da 100 grammi a 250 grammi, tariffa 2012 euro 2,20, tariffa 2013 euro 3,20 con una variazione di aumento del 45,45 per cento; 4) raccomandata: peso 20 grammi, tariffa 2012 euro 3,30, tariffa 2013 euro 3,60 con una variazione di aumento del 9,09 per cento; peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 euro 4,40, tariffa 2013 euro 4,65 con una variazione di aumento del 5,68 per cento; peso da 50 a 100 grammi, tariffa 2012 euro 4,75, tariffa 2013 euro 4,95 con una variazione di aumento del 4,21 per cento; peso da 100 a 250 grammi, tariffa 2012 euro 4,95, tariffa 2013 euro 5,35, con una variazione di aumento dell’8,08 per cento; peso da 250 a 350 grammi, tariffa 2012 euro 5,35, tariffa 2013 euro 6 con una variazione di aumento del 12,15 per cento; 5) avviso di ricevimento per raccomandata: variazione in aumento, da gennaio 2013 la tariffa passa da 0,60 a 0,70 con un incremento del 16,67 per cento; 6) raccomandata con avviso di ricevimento: peso 20 grammi, tariffa 2012 euro 3,90, tariffa 2013 euro 4,30 con una variazione di aumento del 10,26 per cento; peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 euro 5,00, tariffa 2013 euro 5,35 con una variazione di aumento del 7 per cento; peso da 50 a 100 grammi, tariffa 2012 euro 5,35, tariffa 2013 euro 5,65 con una variazione di aumento del 5,61 per cento; peso da 100 a 250 grammi, tariffa 2012 euro 5,55, tariffa 2013 euro 6,05 con una variazione di aumento del 9,01 per cento; peso da 250 a 350 grammi, tariffa 2012 euro 5,95, tariffa 2013 euro 6,70 con una variazione di aumento del 12,60 per cento; 7) atti giudiziari: peso 20 grammi, tariffa 2012 euro 6,60, tariffa 2013 euro 7,20 con una variazione di aumento del 9,09 per cento; peso da 20 a 50 grammi, tariffa 2012 euro 7,70, tariffa 2013 euro 8,25 con una variazione di aumento del 7,14 per cento; peso da 50 a 100 grammi, tariffa 2012 euro 8,05, tariffa 2013 euro 8,55 con una variazione di aumento del 6,21 per cento; peso da 100 a 250 grammi, tariffa 2012 euro 8,25, tariffa 2013 euro 8,95 con una variazione di aumento dell’8,48 per cento; peso da 250 a 350 grammi, tariffa 2012 euro 8,65, tariffa 2013 euro 9,60 con una variazione di aumento dell’11,51 per cento; peso da 350 a 1.000 grammi, tariffa 2012 euro 10,65, tariffa 2013 10,95 con una variazione di aumento del 2,82 per cento; peso da 1.000 a 2.000 grammi, tariffa 2012 euro 13,15, tariffa 2013 euro 13,45 con una variazione di aumento del 2,28 per cento; 8) variazione in aumento: luglio 2012: il pagamento tramite bollettini postali sale da euro 1,10 a euro 1,30 euro (incremento del 18,18 per cento); gennaio 2013: il canone annuo del Bancoposta unito al canone passa da 30,99 a 48 euro (incremento del 58,08 per cento); il costo degli assegni, prima gratuiti passa a 3 euro per un carnet da 10;

tali aumenti procurano un danno irreparabile ai cittadini ed all’economia del Paese;

a fronte di aumenti fino al 45,45 per cento, chi ha gestito Poste Italiane SpA, anziché creare nuovi posti di lavoro, ha diminuito il personale dipendente: nel 2002 con una media annuale di 158.002 dipendenti; nel 2007 con una media annuale di 155.736 dipendenti, e una riduzione di 2.266 unità di personale rispetto al 2002; nel 2009 con una media annuale di 148.550 dipendenti, e una riduzione del 7.186 unità di personale rispetto al 2007; nel 2010 con una media annuale di 146.014 dipendenti, e una riduzione di 2.536 unità di personale rispetto al 2009; nel 2011 con una media annuale di 142.343 dipendenti, e una riduzione di 3.671 unità di personale rispetto al 2011;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’aumento del canone di Banco Posta da 30,99 a 48 euro, oltre all’aumento del costo dei bonifici aumentati ed all’introduzione del pagamento degli assegni, che potrebbe produrre un incasso superiore a 150 milioni di euro, costituisce l’ennesimo danno a carico dei consumatori-utenti e delle famiglie;

tali aumenti ingiustificati, varati alla vigilia di Natale, sono da considerare censurabili almeno per il profilo di assoluta segretezza, probabilmente finalizzata ad impedire la giustificata reazione dei consumatori, stanchi di subire vessazioni ed angherie da parte di Autorità, che avrebbero il dovere di terzietà e di tutela dei diritti e degli interessi dei consumatori-utenti,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la perdita dei posti di lavoro, che ammonta alla cifra di ben 15.659, non costituisca un grave ed irreparabile danno a numerose famiglie che non riescono più a sopravvivere, e vanno ad allungare la catena dei nuovi poveri (oltre 7,5 milioni), che hanno redditi inferiori agli standard Istat per la sopravvivenza;

quali misure urgenti intenda attivare per offrire livelli minimi di tutela a famiglie vessate da aumenti di prezzi e tariffe ed a piccole e medie imprese, vessate dalle banche, costrette a chiudere o a ridimensionare la propria attività con gravissimo nocumento alla ripresa ed all’uscita dalla crisi.

Monti – Presenze televisive in campagna elettorale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08943
Atto n. 4-08943

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e della difesa. -

Premesso che:

si legge sul sito Internet del “Corriere della sera” del 10 gennaio 2013 che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) denuncia “diffusi squilibri” nelle prime settimane di campagna elettorale: «Troppo Monti in tv, troppo Pd sulle reti Rai, troppo Pdl sui telegiornali Mediaset. Due settimane di campagna elettorale squilibrata, sin qui quelle rilevate dal Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Angelo Cardani»;

si legge inoltre: «esaminati i dati del monitoraggio televisivo e radiofonico relativi alle due prime settimane della campagna elettorale (24-30 dicembre, 31 dicembre-6 gennaio), il Consiglio sintetizza in una nota l’esistenza di “diffusi squilibri” nella presenza delle forze politiche nei telegiornali nazionali. In particolare, nei tg della Rai si rileva “una sottopresenza del Pdl rispetto al Pd” mentre “una sovraesposizione” di Mario Monti si rileva su tutte le emittenti. “Una sottopresenza del Pd rispetto al Pdl” viene registrata sui telegiornali Mediaset. “L’Autorità – si legge nella nota – ritiene che lo squilibrio rilevato nella fase di avvio della campagna elettorale, con alcune evidenti punte di criticità particolarmente accentuate nelle edizioni principali dei tg, richiede una netta inversione di tendenza, anche alla luce della piena operatività dei provvedimenti attuativi in materia di par condicio” (…) “Nei tg della Rai – si legge nella nota – si rileva una sottopresenza del Pdl rispetto al Pd (Tg3), una sovraesposizione del Presidente del Consiglio in qualità di soggetto politico (Tg1 e Tg3), una sottopresenza dell’Italia dei Valori, Futuro e Libertà per l’Italia e Lega Nord-Padania (Tg1), una sottopresenza dell’Udc (Tg3); nei tg del gruppo Mediaset si rileva una sottopresenza del Pd rispetto al Pdl (Tg5 e Studio Aperto), una sovraesposizione di Futuro e Libertà per l’Italia (Tg4 e Studio Aperto) e una sottopresenza di Italia dei Valori e dell’Udc (Tg4 e Studio Aperto); nei tg di Telecom Italia Media si rileva una sottopresenza del Pd rispetto al Pdl (Tg La7 e La7 D), una sovraesposizione del Presidente del Consiglio in qualità di soggetto politico (Tg La7, La7 D, MTV Flash), una sottopresenza di Italia dei Valori, Futuro e Libertà per l’Italia e Lega Nord-Padania (La 7 e La7 D); nei tg di Sky Italia si rileva una sottopresenza di Italia dei Valori, Futuro e Libertà per l’Italia, Lega Nord-Padania e Udc (Sky Tg 24 e testata Cielo) e una sovraesposizione del Presidente del Consiglio in qualità di soggetto politico (Sky Tg 24 e testata Cielo)”. “Tenuto conto – spiega l’Agcom – che lo scorso 29 dicembre è entrato in vigore il regolamento dell’Autorità per le emittenti private e che dal 6 gennaio decorre quello approvato dalla Commissione parlamentare di vigilanza riferito alla Rai, e alla luce dei dati del monitoraggio, l’Autorità ritiene che lo squilibrio rilevato nella fase di avvio della campagna elettorale, con alcune evidenti punte di criticità particolarmente accentuate nelle edizioni principali dei tg, richiede una netta inversione di tendenza, anche alla luce della piena operatività dei provvedimenti attuativi in materia di par condicio”. “Per questo – si legge nella nota – il Consiglio ha rivolto un forte richiamo a tutte le emittenti nazionali affinché provvedano all’immediato riequilibrio dell’informazione politica tra tutti i soggetti politici, assicurando parità di trattamento tra forze politiche analoghe e l’equa rappresentazione di tutte le opinioni nella fase che precede la presentazione delle liste e delle coalizioni”. “L’Autorità – conclude il comunicato – verificherà l’ottemperanza al richiamo nel corso di questa e della successiva settimana di ripristino e, nel caso siano rilevati ulteriori squilibri, adotterà i conseguenti provvedimenti previsti dalla legge”»,

si chiede di sapere:

se, in seguito al forte richiamo dell’Autorità a tutte le emittenti nazionali, al Governo risulti se queste abbiano provveuto all’immediato riequilibrio dell’informazione politica tra tutti i soggetti politici, assicurando parità di trattamento tra forze politiche analoghe e l’equa rappresentazione di tutte le opinioni nella fase che precede la presentazione delle liste e delle coalizioni;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di vigilare sul corretto svolgimento della campagna elettorale per permettere a tutti i partiti politici di avere le stesse condizioni nell’accesso ai mezzi di comunicazione, anche alla luce della piena operatività dei provvedimenti attuativi in materia di par condicio;

se il Presidente del Consiglio dei ministri stia usufruendo di voli di Stato per partecipare alle iniziative di campagna elettorale e, in caso affermativo, considerato che i voli di Stato dovrebbero essere utilizzati per attività governative e, comunque, di carattere eccezionale, quali urgenti iniziative, anche alla luce dell’annunciata riduzione del 92 per cento degli stessi, il Governo intenda assumere per evitare che possano accadere simili episodi.

Aeroporti di Roma sospende Fast Track

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08938
Atto n. 4-08938

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

si apprende dalla stampa che il servizio di imbarco veloce Fast track di Alitalia da Roma Fiumicino a Milano Linate è stato sospeso;

si legge infatti in un articolo del 10 gennaio 2013 pubblicato da “Tendenzamercati”: «Continuano i disservizi per i passeggeri Alitalia. Ieri Aeroporti di Roma ha comunicato, infatti, che è stata costretta a limitare alcuni servizi resi ad Alitalia, tra i quali il Fast Track per Milano, perché la compagnia, nonostante le numerose sollecitazioni di ADR, risulta essere ancora economicamente inadempiente a valle di specifici accordi in essere tra le due aziende. Il Fast Track è un nuovo sistema a lettura ottica delle carte di imbarco è stato sperimentato per la prima volta in Italia all’aeroporto di Fiumicino, nel Terminal 3 dedicato ai voli internazionali: consente un imbarco rapido in quanto il viaggiatore non deve fare altro che posare la carta di imbarco (oppure il palmare su cui è registrato il biglietto elettronico con il codice a barre) sull’apposito lettore ottico, e il sistema verifica automaticamente i dati del passeggero e quelli del biglietto aereo. Gli stessi dati vengono poi registrati su un software. L’intera operazione evita il normale riscontro del documento di riconoscimento con quello della carta di imbarco, mentre restano in vigore da parte degli addetti alla sicurezza tutte le operazioni di controllo sulla persona e sui bagagli a mano. Così Alitalia e AdR si rendono competitivi al treno. Peccato però che oggi il servizio è compromesso e a pagarne le conseguenze sono sempre i passeggeri. L’Ad di Alitalia Andrea Ragnetti ha affidato la sua replica a Corriere.it: “Sono esterrefatto ed amareggiato da questa dichiarazione di Adr. Aeroporti di Roma, nonostante la recente firma di un accordo di programma che ci vede obbligati a pagare cifre elevatissime, continua a offrire un servizio al di sotto dello standard qualitativo che i nostri passeggeri meritano, e uno spettacolo di degrado ingiustificabile»;

considerato che:

come denunciato in una precedente interrogazione (4-08916), Alitalia è di nuovo sull’orlo del baratro e avrà bisogno di un ulteriore salvataggio nonostante i 3 miliardi di euro ricevuti durante il Governo Berlusconi, visto che la compagnia di bandiera registra un disavanzo medio pari a 630.000 euro al giorno e ha a disposizione soltanto 300 milioni di euro;

si legge a riguardo su un articolo dello stesso giorno pubblicato su “Inaviation” che la limitazione dei servizi di Alitalia «arriva in un momento delicato (con gli interessi per l’acquisizione di Etihad e Air France paventati dai media italiani ed europei) a pochi giorni dalla scadenza del vincolo di lock-up per gli azionisti Alitalia, che potranno cedere le proprie quote nel Vettore italiano a partire dal prossimo 12 gennaio»;

l’amministratore delegato Ragnetti «ha ribadito come il vincolo vero e proprio scadrà in realtà tra nove mesi, precisamente a ottobre, quando verrà meno il diritto di prelazione dei soci e non sarà più necessario il benestare del Cda Alitalia per andare avanti nelle cessioni di quote. A fine dicembre (…) era arrivato il via libera del Governo al contratto di programma ADR-ENAC. Lo sblocco del programma segna il via libera al piano definitivo di sviluppo 2012-2044, un piano di espansione da oltre 12 miliardi di euro presentato in estate dai vertici dello scalo romano di Fiumicino ed elaborato con il contributo del socio internazionale Changi dell’aeroporto di Singapore»,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Governo intenda adottare al fine di rendere il trasporto aereo più efficiente per evitare che i passeggeri siano oggetto di una continua sopraffazione, a causa de numerosi disservizi, che dissolve di fatto la stessa ratio del trasporto aereo;

quale sia la situazione economica della compagnia di bandiera e quali iniziative di competenza intenda assumere per garantire un futuro alla compagnia Alitalia;

se al Governo risulti quali siano state le scelte strategiche che hanno portato la compagnia, dopo 4 anni dal salvataggio, a bruciare due terzi del capitale;

se non intenda adottare le opportune misure al fine di aprire un’inchiesta per portare alla luce quegli enti o persone fisiche che abbiano tratto vantaggio nella vicenda relativa al salvataggio della compagnia area italiana.

Cartelle di pagamento

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08936
Atto n. 4-08936

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

una recente sentenza della Corte costituzionale ha eliminato la differenza di disciplina tra le cartelle di pagamento e gli avvisi di accertamento nel caso di notifica delle stesse per irreperibilità del destinatario;

si legge su “Tendenza Mercati” del 10 gennaio 2013: «La disciplina delle cartelle di pagamento va uniformata al procedimento di notifica previsto per gli avvisi di accertamento, qualora il destinatario risulti irreperibile. Quindi: d’ora in poi i cittadini saranno messi al riparo dalla scoperta, casuale, dell’addebito di importi esattoriali depositati presso la Casa Comunale, senza averne mai ricevuto avviso. È quanto informa oggi il Movimento Difesa del Cittadino, sezione Roma Ovest. La sentenza della Corte Costituzionale n. 258 del 19 novembre 2012, infatti, ha conformato la disciplina delle cartelle di pagamento a quella prevista per gli avvisi di accertamento, nel caso in cui queste siano notificate per “irreperibilità del destinatario”. “La precedente disciplina, – spiega MDC – prevedeva che, nel caso in cui fosse impossibile notificare un atto dell’amministrazione fiscale per irreperibilità, incapacità o rifiuto del destinatario, il notificante dovesse: per gli avvisi di accertamento, depositare una copia dell’atto nella Casa Comunale, affiggere avviso del deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione o dell’ufficio, e darne notizia con raccomandata a.r., mentre, per le cartelle di pagamento, depositare solo la copia dell’atto nella Casa Comunale, senza l’obbligo di darne notizia all’interessato, né con l’affissione alla porta, né con l’invio della raccomandata a.r”. La Corte, tuttavia, ha ritenuto ingiustificata la diversità di procedimento tra i due casi, sostenendo, peraltro, che la disciplina prevista per le cartelle di pagamento non garantisse l’effettiva conoscenza, da parte del contribuente, del tentativo di notifica. Pertanto, con tale sentenza, essa ha uniformato i due precetti, prevedendo che, in caso di irreperibilità del destinatario, il notificante debba effettuare, anche per le cartelle di pagamento, lo stesso procedimento di notifica previsto per gli avvisi di accertamento, e dunque, dopo il deposito nella Casa Comunale, provvedere ad avvisare il destinatario mediante affissione dell’avviso ed invio di una raccomandata con avviso di ricevimento. Se il contribuente non ritira l’atto in Comune, però, la notifica si riterrà perfezionata trascorsi dieci giorni dalla spedizione della raccomandata, e quindi i termini per l’impugnazione di tale atto inizieranno a decorrere dal decimo giorno dopo la spedizione della raccomandata, o dal ritiro del piego, se anteriore»,

si chiede di sapere se a quanto risulti al Governo occorrano modifiche normative al fine di dare attuazione a quanto statuito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 258 del 19 novembre 2012 e, in caso affermativo, quali iniziative di competenza intenda assumere.

Nuovo redditometro

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08942
Atto n. 4-08942

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

sul sito “listalavoroliberta.it” si legge: «Il nuovo Redditometro è stato introdotto dal Governo Monti (…) già dimissionario, il 24 dicembre 2012, con un Decreto Ministeriale (DM) (…) (la vigilia di Natale) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 gennaio 2013. Un DM, quello di Natale, che non aveva una scadenza prefissata e che non doveva riempire alcun vuoto normativo, essendo comunque ancora in vigore il vecchio Redditometro. Per il prossimo mese di marzo, sono state annunciate le prime lettere di contestazione ai contribuenti». Dopo le polemiche suscitate, in particolare, dalle disposizioni sull’onere della prova, posto a carico del contribuente, alcuni esponenti politici, ed anche il Presidente del Consiglio dei ministri, hanno preso le distanze da uno strumento percepito dai cittadini come invasivo, a volte come persecutorio;

l’interrogante, dopo aver fondato 27 anni fa una delle più importanti associazioni di difesa dei cittadini-consumatori-contribuenti (Adusbef), si è sempre battuto contro l’evasione e l’elusione fiscale, l’abuso di diritto, i condoni ed i “perdoni tombali” (si veda il comunicato stampa pubblicato sul sito di Federconsumatori del 25 ottobre 2005), gli scudi fiscali che hanno avuto lo scopo di reimmettere nel mercato, con la tassa del 5 per cento, capitali di provenienza anche illecita e probabilmente criminale, difendendo al contempo i diritti dei contribuenti nei confronti del Fisco che non è andato troppo per il sottile, specie negli ultimi anni, con ganasce fiscali ed altri strumenti coercitivi, a parere dell’interrogante in aperta violazione dello Statuto dei diritti del contribuente, spesso derogato da disposizioni di legge;

nei giorni scorsi si è registrata una polemica contro il nuovo redditometro sulle colonne del “Corriere della Sera”, riassunta da Salvatore Bragantini, in data 9 gennaio 2013: «Per Ostellino viviamo in “uno Stato di polizia tipico del totalitarismo del XX secolo”. I suoi perversi burocrati odiano la società dei consumi, preferendo vederci girare su auto simil-Trabant e abitare in grigi casermoni popolari. Per lui, uno Stato che ci chiede in che casa viviamo vuole farci languire nelle catapecchie; in verità, lo Stato, che siamo noi (perciò si vota, se poi ci sbagliamo è colpa nostra), vuole capire se il nostro tenore di vita è coerente con il reddito dichiarato. Se non lo è, chiede di chiarire la discrepanza, richiesta che parrà stravagante solo a chi – non può essere Ostellino – ignori che l’evasione assomma a 120 miliardi, il 18% delle entrate fiscali. Il conto grava su tutti i contribuenti in regola. Si può dire che paghiamo troppe tasse per i servizi che riceviamo, o prendersela con un fisco spesso ottuso, ma il redditometro (metodo certo grezzo) non è stato inventato dal compagno Honecker; le 37 pagine di istruzioni dell’Automated Substitute for Return mostrano “quanto sa di sale” il fisco degli Usa, paradiso dell’economia di mercato. Ogni tentativo di stanare l’evasione con la persuasione è fallito: anche la cosiddetta “cedolare secca” sugli affitti – un assurdo dono della destra a chi non ne ha bisogno, ma si suppone la voti – introdotta sperando di far emergere il “nero”, ha dato solo un quarto del gettito stimato. Se a Ostellino questo pare uno Stato di polizia, non condividerà la ragione per cui a mio avviso Befera ha torto: questi presuppone che altro non si possa fare, il che non è vero. Ci sono modi più efficaci per determinare, non stimare, i redditi. Il governo Berlusconi ereditò una serie di misure, dovute all’esecrato ex vice ministro dell’Economia, Vincenzo Visco, per definire i redditi effettivi; con la tracciabilità dei pagamenti, i conti correnti dedicati per i professionisti, gli elenchi clienti e fornitori, integrando organicamente imposte sul reddito, Irap e Iva. Tremonti (Befera juvante) corse a disfare le misure di Visco, definito Dracula fra i donatori di sangue, salvo poi reintrodurne, disorganicamente, alcune. Ciò detto, si potrebbe ripartire senza grandi difficoltà, anche grazie alla banca dati sui rapporti finanziari prevista da un provvedimento del governo Monti, definendo il reddito effettivo dei contribuenti e comunicandoglielo in anticipo, perché ne tengano conto in dichiarazione. Questo sentiero virtuoso abbandonato non è stato ripreso per ragioni politiche: per timore delle dure reazioni che la reviviscenza integrale delle “vampiresche” misure di Visco avrebbe causato. Se Befera doveva difendere il passato, un governo “tecnico” avrebbe dovuto lasciare il segno, facendo quello che era giusto e basta. Confesso, infine, una mia speciale sensibilità al tema; sono in conflitto d’interesse, essendo uno dei 3641 che nel 2010 hanno dichiarato 500 mila euro o più (non parlo dunque per invidia sociale, come taluno definisce l’auspicio di avere un fisco equo). A quanto pare la gran maggioranza dei 3641 è, a differenza di me, lavoratore dipendente; sono lusingato d’essere stato, nel 2010, uno dei 1000 o poco più imprenditori, professionisti e autonomi dal reddito più alto in tutta Italia. A trovarci tutti assieme non riempiremmo un teatro di provincia. Né Befera né Ostellino possono credere che la realtà somigli agli F24. I redditi da capitale, si sa, hanno tassazione separata, ma ciò prova solo l’urgenza di un’ampia e organica revisione dell’imposizione – a chiamarla tax review suona meglio – anche alla luce dell’inopinata apertura pre-elettorale di Mario Monti su Imu e Iva»;

considerato che:

il nuovo redditometro, oltre a stabilire i criteri presuntivi del reddito e la capacità di spesa che dovrebbe essere coerente, pone l’onere della prova (ad esempio nel caso in cui si denunci meno di quel che si è speso per acquistare un bene) a carico dello stesso contribuente anche con effetto retroattivo fino al triennio precedente, regole bocciate di recente dalla Corte di cassazione, che ha stabilito che l’onere della prova spetta al Fisco;

su il “Denaro” di giovedì 10 gennaio 2013, è stato pubblicato un articolo che dà conto della pronuncia della Corte di cassazione sul redditometro, in cui si legge che è «il Fisco a dover provare l’incoerenza del reddito: sentenza di Cassazione sulla presunzione semplice dell’accertamento sintetico. Il redditometro è uno strumento di accertamento sintetico che permette al Fisco di formulare solo una presunzione semplice non una presunzione legale, e quindi non può scaricare l’onere della prova sulle spalle del contribuente: è l’ultimo pronunciamento della Cassazione con sentenza 23.554 del 2012 depositata il 20 dicembre scorso, che fornisce nuovi chiarimenti sui controlli fiscali del nuovo redditometro. La Corte stabilisce che non è il contribuente a doversi difendere sulla base dell’accertamento da redditometro, come previsto dalla nuova legge, ma è il Fisco a dover provare l’incompatibilità del reddito dichiarato con spese effettuate e tenore di vita. In effetti, lo stesso decreto sul redditometro (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2013), prevede la necessità di un contraddittorio amichevole con il contribuente prima dell’eventuale notifica di un accertamento fiscale da far partire sulla base del Redditometro». Secondo la Cassazione, «il redditometro permette al Fisco di presumere il reddito del contribuente attraverso l’analisi delle spese che sostiene e del suo tenore di vita. E qui sta il punto: secondo le norma che regolamenta i poteri del Fisco in materia l’accertamento sintetico “tende a determinare attraverso l’utilizzo di presunzioni semplici, il reddito complessivo del contribuente mediante i cosiddetti elementi indicativi di capacità contributiva stabiliti dai decreti ministeriali con periodicità biennale”. Quindi il redditometro, secondo l’ultima sentenza della Cassazione, non si fonda su una presunzione legale (che definisce invece un fatto noto stabilito dalla legge) e pertanto sarà il Fisco a dover dimostrare che il contribuente evade». In un articolo del 14 febbraio 2012 disponibile su “Altalex.com” si legge: «In realtà, non è la prima volta che la Corte di Cassazione approda a tale conclusione: il primo segnale del revirement sull’argomento è da ricercare nell’ordinanza n. 21661 del 22 ottobre 2010: in tale provvedimento giunse proprio alla conclusione che anche il redditometro appartiene alla categoria degli accertamenti standardizzati, dunque – per analogia – anche la legittimità del sintetico transita dagli elementi acquisiti in sede di contraddittorio (per suffragare la tesi dell’Agenzia delle Entrate). Con tale pronuncia è» stata – in via definitiva – riconosciuta «l’esistenza di un’ampia categoria di metodiche standardizzate di accertamento tributario, caratterizzate dalla elaborazione di dati del contribuente sulla base di valori e percentuali medie. (…) Nella (…) sentenza (n. 13289/2011) si afferma un ulteriore principio, ossia che l’obbligo di esperire il preventivo contraddittorio tra le parti si applica anche per il passato, pertanto non solamente per gli accertamenti afferenti periodi di imposta dal 2009 e successivi». La sentenza ribadisce che la nuova previsione di legge circa la coercitività del contraddittorio (preventivo) comporta: «l’obbligo da parte dell’Agenzia delle Entrate di chiedere il confronto con il contribuente (e non limitandosi a far compilare i noti questionari); (…) impegna il Fisco a svolgere un particolare lavoro, finalizzato ad arricchire (in termini probatori) le motivazioni dell’accertamento. Di contro, la mancata risposta da parte del contribuente all’invito al contraddittorio costituisce elemento indiziario convergente a supportare la corrispondenza circa il contenuto dell’accertamento, tuttavia rappresenta una scelta strategica del contribuente, il quale decide di offrire o meno determinate notizie al Fisco. In definitiva il principio del contraddittorio – anche all’interno della normativa italiana, nonché della giurisprudenza – inizia ad interessare gli operatori del settore, come peraltro ha sancito la Corte di Giustizia della UE nella sentenza Sotropè (C-349/07) e la Corte di Cassazione (n. 14105 dell’11 giugno 2010). Probabilmente, è il primo passo (senza dubbio rilevante) verso un nuovo equilibrio tra diritti e doveri distribuiti all’Amministrazione Finanziaria e al contribuente, tendente a realizzare una forma dignitosa di Stato di Diritto, alla luce peraltro dei principi di buona fede e di collaborazione nella relazione tra le parti: si tratta pertanto non solo di un dovere etico, ma anche (e soprattutto) di un dovere giuridico»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso rivedere il nuovo redditometro, che, a giudizio dell’interrogante, oltre a violare palesemente lo Statuto dei diritti del contribuente, pone a carico del cittadino contribuente l’onere della prova, che in qualsiasi civiltà giuridica dovrebbe essere posto in capo all’amministrazione pubblica, la quale dispone di strumenti invasivi e di accesso ai conti correnti bancari e postali;

se non ritenga opportuno modificare il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 24 dicembre 2012, evitando così la altrimenti irrinunciabile impugnativa al Tar del Lazio da parte di associazioni di consumatori e contribuenti per aperta violazione di disposizioni di principio e degli interessi generali;

se abbia messo in conto la probabile disapplicazione da parte delle Commissioni tributarie, su ricorso di un qualsiasi contribuente che sia stato raggiunto da un avviso di accertamento avente come suo atto presupposto proprio il nuovo redditometro, anche alla luce della giurisprudenza consolidata della Cassazione;

se abbia tenuto conto del fatto che le disposizioni del citato decreto ministeriale, a parere dell’interrogante affette da rilevanti vizi di illegittimità, anche di ordine costituzionale, che potrebbero essere fatti valere sia davanti al Tar Lazio, sia davanti alle Commissioni tributarie, potrebbero far crescere il risentimento dei contribuenti onesti, a giudizio dell’interrogante spesso perseguitati, verso il Fisco;

se non ritenga che i vizi di irragionevolezza, in relazione all’art. 3 della Costituzione, e conseguentemente di eccesso di potere, la violazione del principio di capacità contributiva, in relazione all’art. 53 della Costituzione, la violazione del diritto di difesa, in relazione all’art. 24 della Costituzione, dovrebbero essere immediatamente sanati con l’annullamento in autotutela del decreto ministeriale, che sembra sollevare ragioni ed argomenti di illegittimità rispetto ad una seria lotta all’evasione fiscale, in particolare relativa all’abuso di diritto praticato da grandi corporation, note imprese e primarie banche, come accaduto con l’operazione Brontos (si veda “Il Sole-24 ore” del 18 ottobre 2011), che ha visto il rinvio a giudizio di alcuni banchieri e la premiazione di Alessandro Profumo, l’ex amministratore delegato di Unicredit, a Presidente del Monte dei Paschi di Siena, per decine di miliardi di euro.