Nuovo redditometro

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08942
Atto n. 4-08942

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

sul sito “listalavoroliberta.it” si legge: «Il nuovo Redditometro è stato introdotto dal Governo Monti (…) già dimissionario, il 24 dicembre 2012, con un Decreto Ministeriale (DM) (…) (la vigilia di Natale) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 gennaio 2013. Un DM, quello di Natale, che non aveva una scadenza prefissata e che non doveva riempire alcun vuoto normativo, essendo comunque ancora in vigore il vecchio Redditometro. Per il prossimo mese di marzo, sono state annunciate le prime lettere di contestazione ai contribuenti». Dopo le polemiche suscitate, in particolare, dalle disposizioni sull’onere della prova, posto a carico del contribuente, alcuni esponenti politici, ed anche il Presidente del Consiglio dei ministri, hanno preso le distanze da uno strumento percepito dai cittadini come invasivo, a volte come persecutorio;

l’interrogante, dopo aver fondato 27 anni fa una delle più importanti associazioni di difesa dei cittadini-consumatori-contribuenti (Adusbef), si è sempre battuto contro l’evasione e l’elusione fiscale, l’abuso di diritto, i condoni ed i “perdoni tombali” (si veda il comunicato stampa pubblicato sul sito di Federconsumatori del 25 ottobre 2005), gli scudi fiscali che hanno avuto lo scopo di reimmettere nel mercato, con la tassa del 5 per cento, capitali di provenienza anche illecita e probabilmente criminale, difendendo al contempo i diritti dei contribuenti nei confronti del Fisco che non è andato troppo per il sottile, specie negli ultimi anni, con ganasce fiscali ed altri strumenti coercitivi, a parere dell’interrogante in aperta violazione dello Statuto dei diritti del contribuente, spesso derogato da disposizioni di legge;

nei giorni scorsi si è registrata una polemica contro il nuovo redditometro sulle colonne del “Corriere della Sera”, riassunta da Salvatore Bragantini, in data 9 gennaio 2013: «Per Ostellino viviamo in “uno Stato di polizia tipico del totalitarismo del XX secolo”. I suoi perversi burocrati odiano la società dei consumi, preferendo vederci girare su auto simil-Trabant e abitare in grigi casermoni popolari. Per lui, uno Stato che ci chiede in che casa viviamo vuole farci languire nelle catapecchie; in verità, lo Stato, che siamo noi (perciò si vota, se poi ci sbagliamo è colpa nostra), vuole capire se il nostro tenore di vita è coerente con il reddito dichiarato. Se non lo è, chiede di chiarire la discrepanza, richiesta che parrà stravagante solo a chi – non può essere Ostellino – ignori che l’evasione assomma a 120 miliardi, il 18% delle entrate fiscali. Il conto grava su tutti i contribuenti in regola. Si può dire che paghiamo troppe tasse per i servizi che riceviamo, o prendersela con un fisco spesso ottuso, ma il redditometro (metodo certo grezzo) non è stato inventato dal compagno Honecker; le 37 pagine di istruzioni dell’Automated Substitute for Return mostrano “quanto sa di sale” il fisco degli Usa, paradiso dell’economia di mercato. Ogni tentativo di stanare l’evasione con la persuasione è fallito: anche la cosiddetta “cedolare secca” sugli affitti – un assurdo dono della destra a chi non ne ha bisogno, ma si suppone la voti – introdotta sperando di far emergere il “nero”, ha dato solo un quarto del gettito stimato. Se a Ostellino questo pare uno Stato di polizia, non condividerà la ragione per cui a mio avviso Befera ha torto: questi presuppone che altro non si possa fare, il che non è vero. Ci sono modi più efficaci per determinare, non stimare, i redditi. Il governo Berlusconi ereditò una serie di misure, dovute all’esecrato ex vice ministro dell’Economia, Vincenzo Visco, per definire i redditi effettivi; con la tracciabilità dei pagamenti, i conti correnti dedicati per i professionisti, gli elenchi clienti e fornitori, integrando organicamente imposte sul reddito, Irap e Iva. Tremonti (Befera juvante) corse a disfare le misure di Visco, definito Dracula fra i donatori di sangue, salvo poi reintrodurne, disorganicamente, alcune. Ciò detto, si potrebbe ripartire senza grandi difficoltà, anche grazie alla banca dati sui rapporti finanziari prevista da un provvedimento del governo Monti, definendo il reddito effettivo dei contribuenti e comunicandoglielo in anticipo, perché ne tengano conto in dichiarazione. Questo sentiero virtuoso abbandonato non è stato ripreso per ragioni politiche: per timore delle dure reazioni che la reviviscenza integrale delle “vampiresche” misure di Visco avrebbe causato. Se Befera doveva difendere il passato, un governo “tecnico” avrebbe dovuto lasciare il segno, facendo quello che era giusto e basta. Confesso, infine, una mia speciale sensibilità al tema; sono in conflitto d’interesse, essendo uno dei 3641 che nel 2010 hanno dichiarato 500 mila euro o più (non parlo dunque per invidia sociale, come taluno definisce l’auspicio di avere un fisco equo). A quanto pare la gran maggioranza dei 3641 è, a differenza di me, lavoratore dipendente; sono lusingato d’essere stato, nel 2010, uno dei 1000 o poco più imprenditori, professionisti e autonomi dal reddito più alto in tutta Italia. A trovarci tutti assieme non riempiremmo un teatro di provincia. Né Befera né Ostellino possono credere che la realtà somigli agli F24. I redditi da capitale, si sa, hanno tassazione separata, ma ciò prova solo l’urgenza di un’ampia e organica revisione dell’imposizione – a chiamarla tax review suona meglio – anche alla luce dell’inopinata apertura pre-elettorale di Mario Monti su Imu e Iva»;

considerato che:

il nuovo redditometro, oltre a stabilire i criteri presuntivi del reddito e la capacità di spesa che dovrebbe essere coerente, pone l’onere della prova (ad esempio nel caso in cui si denunci meno di quel che si è speso per acquistare un bene) a carico dello stesso contribuente anche con effetto retroattivo fino al triennio precedente, regole bocciate di recente dalla Corte di cassazione, che ha stabilito che l’onere della prova spetta al Fisco;

su il “Denaro” di giovedì 10 gennaio 2013, è stato pubblicato un articolo che dà conto della pronuncia della Corte di cassazione sul redditometro, in cui si legge che è «il Fisco a dover provare l’incoerenza del reddito: sentenza di Cassazione sulla presunzione semplice dell’accertamento sintetico. Il redditometro è uno strumento di accertamento sintetico che permette al Fisco di formulare solo una presunzione semplice non una presunzione legale, e quindi non può scaricare l’onere della prova sulle spalle del contribuente: è l’ultimo pronunciamento della Cassazione con sentenza 23.554 del 2012 depositata il 20 dicembre scorso, che fornisce nuovi chiarimenti sui controlli fiscali del nuovo redditometro. La Corte stabilisce che non è il contribuente a doversi difendere sulla base dell’accertamento da redditometro, come previsto dalla nuova legge, ma è il Fisco a dover provare l’incompatibilità del reddito dichiarato con spese effettuate e tenore di vita. In effetti, lo stesso decreto sul redditometro (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2013), prevede la necessità di un contraddittorio amichevole con il contribuente prima dell’eventuale notifica di un accertamento fiscale da far partire sulla base del Redditometro». Secondo la Cassazione, «il redditometro permette al Fisco di presumere il reddito del contribuente attraverso l’analisi delle spese che sostiene e del suo tenore di vita. E qui sta il punto: secondo le norma che regolamenta i poteri del Fisco in materia l’accertamento sintetico “tende a determinare attraverso l’utilizzo di presunzioni semplici, il reddito complessivo del contribuente mediante i cosiddetti elementi indicativi di capacità contributiva stabiliti dai decreti ministeriali con periodicità biennale”. Quindi il redditometro, secondo l’ultima sentenza della Cassazione, non si fonda su una presunzione legale (che definisce invece un fatto noto stabilito dalla legge) e pertanto sarà il Fisco a dover dimostrare che il contribuente evade». In un articolo del 14 febbraio 2012 disponibile su “Altalex.com” si legge: «In realtà, non è la prima volta che la Corte di Cassazione approda a tale conclusione: il primo segnale del revirement sull’argomento è da ricercare nell’ordinanza n. 21661 del 22 ottobre 2010: in tale provvedimento giunse proprio alla conclusione che anche il redditometro appartiene alla categoria degli accertamenti standardizzati, dunque – per analogia – anche la legittimità del sintetico transita dagli elementi acquisiti in sede di contraddittorio (per suffragare la tesi dell’Agenzia delle Entrate). Con tale pronuncia è» stata – in via definitiva – riconosciuta «l’esistenza di un’ampia categoria di metodiche standardizzate di accertamento tributario, caratterizzate dalla elaborazione di dati del contribuente sulla base di valori e percentuali medie. (…) Nella (…) sentenza (n. 13289/2011) si afferma un ulteriore principio, ossia che l’obbligo di esperire il preventivo contraddittorio tra le parti si applica anche per il passato, pertanto non solamente per gli accertamenti afferenti periodi di imposta dal 2009 e successivi». La sentenza ribadisce che la nuova previsione di legge circa la coercitività del contraddittorio (preventivo) comporta: «l’obbligo da parte dell’Agenzia delle Entrate di chiedere il confronto con il contribuente (e non limitandosi a far compilare i noti questionari); (…) impegna il Fisco a svolgere un particolare lavoro, finalizzato ad arricchire (in termini probatori) le motivazioni dell’accertamento. Di contro, la mancata risposta da parte del contribuente all’invito al contraddittorio costituisce elemento indiziario convergente a supportare la corrispondenza circa il contenuto dell’accertamento, tuttavia rappresenta una scelta strategica del contribuente, il quale decide di offrire o meno determinate notizie al Fisco. In definitiva il principio del contraddittorio – anche all’interno della normativa italiana, nonché della giurisprudenza – inizia ad interessare gli operatori del settore, come peraltro ha sancito la Corte di Giustizia della UE nella sentenza Sotropè (C-349/07) e la Corte di Cassazione (n. 14105 dell’11 giugno 2010). Probabilmente, è il primo passo (senza dubbio rilevante) verso un nuovo equilibrio tra diritti e doveri distribuiti all’Amministrazione Finanziaria e al contribuente, tendente a realizzare una forma dignitosa di Stato di Diritto, alla luce peraltro dei principi di buona fede e di collaborazione nella relazione tra le parti: si tratta pertanto non solo di un dovere etico, ma anche (e soprattutto) di un dovere giuridico»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso rivedere il nuovo redditometro, che, a giudizio dell’interrogante, oltre a violare palesemente lo Statuto dei diritti del contribuente, pone a carico del cittadino contribuente l’onere della prova, che in qualsiasi civiltà giuridica dovrebbe essere posto in capo all’amministrazione pubblica, la quale dispone di strumenti invasivi e di accesso ai conti correnti bancari e postali;

se non ritenga opportuno modificare il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 24 dicembre 2012, evitando così la altrimenti irrinunciabile impugnativa al Tar del Lazio da parte di associazioni di consumatori e contribuenti per aperta violazione di disposizioni di principio e degli interessi generali;

se abbia messo in conto la probabile disapplicazione da parte delle Commissioni tributarie, su ricorso di un qualsiasi contribuente che sia stato raggiunto da un avviso di accertamento avente come suo atto presupposto proprio il nuovo redditometro, anche alla luce della giurisprudenza consolidata della Cassazione;

se abbia tenuto conto del fatto che le disposizioni del citato decreto ministeriale, a parere dell’interrogante affette da rilevanti vizi di illegittimità, anche di ordine costituzionale, che potrebbero essere fatti valere sia davanti al Tar Lazio, sia davanti alle Commissioni tributarie, potrebbero far crescere il risentimento dei contribuenti onesti, a giudizio dell’interrogante spesso perseguitati, verso il Fisco;

se non ritenga che i vizi di irragionevolezza, in relazione all’art. 3 della Costituzione, e conseguentemente di eccesso di potere, la violazione del principio di capacità contributiva, in relazione all’art. 53 della Costituzione, la violazione del diritto di difesa, in relazione all’art. 24 della Costituzione, dovrebbero essere immediatamente sanati con l’annullamento in autotutela del decreto ministeriale, che sembra sollevare ragioni ed argomenti di illegittimità rispetto ad una seria lotta all’evasione fiscale, in particolare relativa all’abuso di diritto praticato da grandi corporation, note imprese e primarie banche, come accaduto con l’operazione Brontos (si veda “Il Sole-24 ore” del 18 ottobre 2011), che ha visto il rinvio a giudizio di alcuni banchieri e la premiazione di Alessandro Profumo, l’ex amministratore delegato di Unicredit, a Presidente del Monte dei Paschi di Siena, per decine di miliardi di euro.

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