Author: Segreteria

Cartelle di pagamento

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08936
Atto n. 4-08936

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

una recente sentenza della Corte costituzionale ha eliminato la differenza di disciplina tra le cartelle di pagamento e gli avvisi di accertamento nel caso di notifica delle stesse per irreperibilità del destinatario;

si legge su “Tendenza Mercati” del 10 gennaio 2013: «La disciplina delle cartelle di pagamento va uniformata al procedimento di notifica previsto per gli avvisi di accertamento, qualora il destinatario risulti irreperibile. Quindi: d’ora in poi i cittadini saranno messi al riparo dalla scoperta, casuale, dell’addebito di importi esattoriali depositati presso la Casa Comunale, senza averne mai ricevuto avviso. È quanto informa oggi il Movimento Difesa del Cittadino, sezione Roma Ovest. La sentenza della Corte Costituzionale n. 258 del 19 novembre 2012, infatti, ha conformato la disciplina delle cartelle di pagamento a quella prevista per gli avvisi di accertamento, nel caso in cui queste siano notificate per “irreperibilità del destinatario”. “La precedente disciplina, – spiega MDC – prevedeva che, nel caso in cui fosse impossibile notificare un atto dell’amministrazione fiscale per irreperibilità, incapacità o rifiuto del destinatario, il notificante dovesse: per gli avvisi di accertamento, depositare una copia dell’atto nella Casa Comunale, affiggere avviso del deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione o dell’ufficio, e darne notizia con raccomandata a.r., mentre, per le cartelle di pagamento, depositare solo la copia dell’atto nella Casa Comunale, senza l’obbligo di darne notizia all’interessato, né con l’affissione alla porta, né con l’invio della raccomandata a.r”. La Corte, tuttavia, ha ritenuto ingiustificata la diversità di procedimento tra i due casi, sostenendo, peraltro, che la disciplina prevista per le cartelle di pagamento non garantisse l’effettiva conoscenza, da parte del contribuente, del tentativo di notifica. Pertanto, con tale sentenza, essa ha uniformato i due precetti, prevedendo che, in caso di irreperibilità del destinatario, il notificante debba effettuare, anche per le cartelle di pagamento, lo stesso procedimento di notifica previsto per gli avvisi di accertamento, e dunque, dopo il deposito nella Casa Comunale, provvedere ad avvisare il destinatario mediante affissione dell’avviso ed invio di una raccomandata con avviso di ricevimento. Se il contribuente non ritira l’atto in Comune, però, la notifica si riterrà perfezionata trascorsi dieci giorni dalla spedizione della raccomandata, e quindi i termini per l’impugnazione di tale atto inizieranno a decorrere dal decimo giorno dopo la spedizione della raccomandata, o dal ritiro del piego, se anteriore»,

si chiede di sapere se a quanto risulti al Governo occorrano modifiche normative al fine di dare attuazione a quanto statuito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 258 del 19 novembre 2012 e, in caso affermativo, quali iniziative di competenza intenda assumere.

Nuovo redditometro

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08942
Atto n. 4-08942

Pubblicato il 16 gennaio 2013, nella seduta n. 860

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

sul sito “listalavoroliberta.it” si legge: «Il nuovo Redditometro è stato introdotto dal Governo Monti (…) già dimissionario, il 24 dicembre 2012, con un Decreto Ministeriale (DM) (…) (la vigilia di Natale) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 gennaio 2013. Un DM, quello di Natale, che non aveva una scadenza prefissata e che non doveva riempire alcun vuoto normativo, essendo comunque ancora in vigore il vecchio Redditometro. Per il prossimo mese di marzo, sono state annunciate le prime lettere di contestazione ai contribuenti». Dopo le polemiche suscitate, in particolare, dalle disposizioni sull’onere della prova, posto a carico del contribuente, alcuni esponenti politici, ed anche il Presidente del Consiglio dei ministri, hanno preso le distanze da uno strumento percepito dai cittadini come invasivo, a volte come persecutorio;

l’interrogante, dopo aver fondato 27 anni fa una delle più importanti associazioni di difesa dei cittadini-consumatori-contribuenti (Adusbef), si è sempre battuto contro l’evasione e l’elusione fiscale, l’abuso di diritto, i condoni ed i “perdoni tombali” (si veda il comunicato stampa pubblicato sul sito di Federconsumatori del 25 ottobre 2005), gli scudi fiscali che hanno avuto lo scopo di reimmettere nel mercato, con la tassa del 5 per cento, capitali di provenienza anche illecita e probabilmente criminale, difendendo al contempo i diritti dei contribuenti nei confronti del Fisco che non è andato troppo per il sottile, specie negli ultimi anni, con ganasce fiscali ed altri strumenti coercitivi, a parere dell’interrogante in aperta violazione dello Statuto dei diritti del contribuente, spesso derogato da disposizioni di legge;

nei giorni scorsi si è registrata una polemica contro il nuovo redditometro sulle colonne del “Corriere della Sera”, riassunta da Salvatore Bragantini, in data 9 gennaio 2013: «Per Ostellino viviamo in “uno Stato di polizia tipico del totalitarismo del XX secolo”. I suoi perversi burocrati odiano la società dei consumi, preferendo vederci girare su auto simil-Trabant e abitare in grigi casermoni popolari. Per lui, uno Stato che ci chiede in che casa viviamo vuole farci languire nelle catapecchie; in verità, lo Stato, che siamo noi (perciò si vota, se poi ci sbagliamo è colpa nostra), vuole capire se il nostro tenore di vita è coerente con il reddito dichiarato. Se non lo è, chiede di chiarire la discrepanza, richiesta che parrà stravagante solo a chi – non può essere Ostellino – ignori che l’evasione assomma a 120 miliardi, il 18% delle entrate fiscali. Il conto grava su tutti i contribuenti in regola. Si può dire che paghiamo troppe tasse per i servizi che riceviamo, o prendersela con un fisco spesso ottuso, ma il redditometro (metodo certo grezzo) non è stato inventato dal compagno Honecker; le 37 pagine di istruzioni dell’Automated Substitute for Return mostrano “quanto sa di sale” il fisco degli Usa, paradiso dell’economia di mercato. Ogni tentativo di stanare l’evasione con la persuasione è fallito: anche la cosiddetta “cedolare secca” sugli affitti – un assurdo dono della destra a chi non ne ha bisogno, ma si suppone la voti – introdotta sperando di far emergere il “nero”, ha dato solo un quarto del gettito stimato. Se a Ostellino questo pare uno Stato di polizia, non condividerà la ragione per cui a mio avviso Befera ha torto: questi presuppone che altro non si possa fare, il che non è vero. Ci sono modi più efficaci per determinare, non stimare, i redditi. Il governo Berlusconi ereditò una serie di misure, dovute all’esecrato ex vice ministro dell’Economia, Vincenzo Visco, per definire i redditi effettivi; con la tracciabilità dei pagamenti, i conti correnti dedicati per i professionisti, gli elenchi clienti e fornitori, integrando organicamente imposte sul reddito, Irap e Iva. Tremonti (Befera juvante) corse a disfare le misure di Visco, definito Dracula fra i donatori di sangue, salvo poi reintrodurne, disorganicamente, alcune. Ciò detto, si potrebbe ripartire senza grandi difficoltà, anche grazie alla banca dati sui rapporti finanziari prevista da un provvedimento del governo Monti, definendo il reddito effettivo dei contribuenti e comunicandoglielo in anticipo, perché ne tengano conto in dichiarazione. Questo sentiero virtuoso abbandonato non è stato ripreso per ragioni politiche: per timore delle dure reazioni che la reviviscenza integrale delle “vampiresche” misure di Visco avrebbe causato. Se Befera doveva difendere il passato, un governo “tecnico” avrebbe dovuto lasciare il segno, facendo quello che era giusto e basta. Confesso, infine, una mia speciale sensibilità al tema; sono in conflitto d’interesse, essendo uno dei 3641 che nel 2010 hanno dichiarato 500 mila euro o più (non parlo dunque per invidia sociale, come taluno definisce l’auspicio di avere un fisco equo). A quanto pare la gran maggioranza dei 3641 è, a differenza di me, lavoratore dipendente; sono lusingato d’essere stato, nel 2010, uno dei 1000 o poco più imprenditori, professionisti e autonomi dal reddito più alto in tutta Italia. A trovarci tutti assieme non riempiremmo un teatro di provincia. Né Befera né Ostellino possono credere che la realtà somigli agli F24. I redditi da capitale, si sa, hanno tassazione separata, ma ciò prova solo l’urgenza di un’ampia e organica revisione dell’imposizione – a chiamarla tax review suona meglio – anche alla luce dell’inopinata apertura pre-elettorale di Mario Monti su Imu e Iva»;

considerato che:

il nuovo redditometro, oltre a stabilire i criteri presuntivi del reddito e la capacità di spesa che dovrebbe essere coerente, pone l’onere della prova (ad esempio nel caso in cui si denunci meno di quel che si è speso per acquistare un bene) a carico dello stesso contribuente anche con effetto retroattivo fino al triennio precedente, regole bocciate di recente dalla Corte di cassazione, che ha stabilito che l’onere della prova spetta al Fisco;

su il “Denaro” di giovedì 10 gennaio 2013, è stato pubblicato un articolo che dà conto della pronuncia della Corte di cassazione sul redditometro, in cui si legge che è «il Fisco a dover provare l’incoerenza del reddito: sentenza di Cassazione sulla presunzione semplice dell’accertamento sintetico. Il redditometro è uno strumento di accertamento sintetico che permette al Fisco di formulare solo una presunzione semplice non una presunzione legale, e quindi non può scaricare l’onere della prova sulle spalle del contribuente: è l’ultimo pronunciamento della Cassazione con sentenza 23.554 del 2012 depositata il 20 dicembre scorso, che fornisce nuovi chiarimenti sui controlli fiscali del nuovo redditometro. La Corte stabilisce che non è il contribuente a doversi difendere sulla base dell’accertamento da redditometro, come previsto dalla nuova legge, ma è il Fisco a dover provare l’incompatibilità del reddito dichiarato con spese effettuate e tenore di vita. In effetti, lo stesso decreto sul redditometro (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2013), prevede la necessità di un contraddittorio amichevole con il contribuente prima dell’eventuale notifica di un accertamento fiscale da far partire sulla base del Redditometro». Secondo la Cassazione, «il redditometro permette al Fisco di presumere il reddito del contribuente attraverso l’analisi delle spese che sostiene e del suo tenore di vita. E qui sta il punto: secondo le norma che regolamenta i poteri del Fisco in materia l’accertamento sintetico “tende a determinare attraverso l’utilizzo di presunzioni semplici, il reddito complessivo del contribuente mediante i cosiddetti elementi indicativi di capacità contributiva stabiliti dai decreti ministeriali con periodicità biennale”. Quindi il redditometro, secondo l’ultima sentenza della Cassazione, non si fonda su una presunzione legale (che definisce invece un fatto noto stabilito dalla legge) e pertanto sarà il Fisco a dover dimostrare che il contribuente evade». In un articolo del 14 febbraio 2012 disponibile su “Altalex.com” si legge: «In realtà, non è la prima volta che la Corte di Cassazione approda a tale conclusione: il primo segnale del revirement sull’argomento è da ricercare nell’ordinanza n. 21661 del 22 ottobre 2010: in tale provvedimento giunse proprio alla conclusione che anche il redditometro appartiene alla categoria degli accertamenti standardizzati, dunque – per analogia – anche la legittimità del sintetico transita dagli elementi acquisiti in sede di contraddittorio (per suffragare la tesi dell’Agenzia delle Entrate). Con tale pronuncia è» stata – in via definitiva – riconosciuta «l’esistenza di un’ampia categoria di metodiche standardizzate di accertamento tributario, caratterizzate dalla elaborazione di dati del contribuente sulla base di valori e percentuali medie. (…) Nella (…) sentenza (n. 13289/2011) si afferma un ulteriore principio, ossia che l’obbligo di esperire il preventivo contraddittorio tra le parti si applica anche per il passato, pertanto non solamente per gli accertamenti afferenti periodi di imposta dal 2009 e successivi». La sentenza ribadisce che la nuova previsione di legge circa la coercitività del contraddittorio (preventivo) comporta: «l’obbligo da parte dell’Agenzia delle Entrate di chiedere il confronto con il contribuente (e non limitandosi a far compilare i noti questionari); (…) impegna il Fisco a svolgere un particolare lavoro, finalizzato ad arricchire (in termini probatori) le motivazioni dell’accertamento. Di contro, la mancata risposta da parte del contribuente all’invito al contraddittorio costituisce elemento indiziario convergente a supportare la corrispondenza circa il contenuto dell’accertamento, tuttavia rappresenta una scelta strategica del contribuente, il quale decide di offrire o meno determinate notizie al Fisco. In definitiva il principio del contraddittorio – anche all’interno della normativa italiana, nonché della giurisprudenza – inizia ad interessare gli operatori del settore, come peraltro ha sancito la Corte di Giustizia della UE nella sentenza Sotropè (C-349/07) e la Corte di Cassazione (n. 14105 dell’11 giugno 2010). Probabilmente, è il primo passo (senza dubbio rilevante) verso un nuovo equilibrio tra diritti e doveri distribuiti all’Amministrazione Finanziaria e al contribuente, tendente a realizzare una forma dignitosa di Stato di Diritto, alla luce peraltro dei principi di buona fede e di collaborazione nella relazione tra le parti: si tratta pertanto non solo di un dovere etico, ma anche (e soprattutto) di un dovere giuridico»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso rivedere il nuovo redditometro, che, a giudizio dell’interrogante, oltre a violare palesemente lo Statuto dei diritti del contribuente, pone a carico del cittadino contribuente l’onere della prova, che in qualsiasi civiltà giuridica dovrebbe essere posto in capo all’amministrazione pubblica, la quale dispone di strumenti invasivi e di accesso ai conti correnti bancari e postali;

se non ritenga opportuno modificare il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 24 dicembre 2012, evitando così la altrimenti irrinunciabile impugnativa al Tar del Lazio da parte di associazioni di consumatori e contribuenti per aperta violazione di disposizioni di principio e degli interessi generali;

se abbia messo in conto la probabile disapplicazione da parte delle Commissioni tributarie, su ricorso di un qualsiasi contribuente che sia stato raggiunto da un avviso di accertamento avente come suo atto presupposto proprio il nuovo redditometro, anche alla luce della giurisprudenza consolidata della Cassazione;

se abbia tenuto conto del fatto che le disposizioni del citato decreto ministeriale, a parere dell’interrogante affette da rilevanti vizi di illegittimità, anche di ordine costituzionale, che potrebbero essere fatti valere sia davanti al Tar Lazio, sia davanti alle Commissioni tributarie, potrebbero far crescere il risentimento dei contribuenti onesti, a giudizio dell’interrogante spesso perseguitati, verso il Fisco;

se non ritenga che i vizi di irragionevolezza, in relazione all’art. 3 della Costituzione, e conseguentemente di eccesso di potere, la violazione del principio di capacità contributiva, in relazione all’art. 53 della Costituzione, la violazione del diritto di difesa, in relazione all’art. 24 della Costituzione, dovrebbero essere immediatamente sanati con l’annullamento in autotutela del decreto ministeriale, che sembra sollevare ragioni ed argomenti di illegittimità rispetto ad una seria lotta all’evasione fiscale, in particolare relativa all’abuso di diritto praticato da grandi corporation, note imprese e primarie banche, come accaduto con l’operazione Brontos (si veda “Il Sole-24 ore” del 18 ottobre 2011), che ha visto il rinvio a giudizio di alcuni banchieri e la premiazione di Alessandro Profumo, l’ex amministratore delegato di Unicredit, a Presidente del Monte dei Paschi di Siena, per decine di miliardi di euro.

Intervista del 10 gennaio 2013 ad Affari Italiani.it

Lannutti ad Affaritaliani.it “Non mi ricandido a senatore”

Giovedì, 10 gennaio 2013 – 13:59:00

di Marco Scotti
Parla lentamente, scandendo le parole con tono pacato. Per questo, quando Elio Lannutti si esprime, le sue affermazioni sembrano pietre appuntite. Abruzzese, classe 1948, ricopre la carica di presidente dell’Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, Finanziari, Assicurativi) dal 1987. Ha due libri pronti ad uscire che, a quanto promette, non risparmieranno niente e nessuno.

Senatore, ma è vero che non si ricandida?
Verissimo! D’altronde, la classe politica non si basa sulla meritocrazia, e quindi questa ragione mi ha indotto a non accogliere nessuna proposta di ricandidarmi. Ritengo che sia più dignitoso uscire dalla politica anche perché uno come me, che per trent’anni ha difeso i diritti, non può sopportare di vergognarsi dicendo che fa il senatore. Ormai i politici sono accomunati ai ladri. Non sono neanche riusciti a fare la riforma della legge elettorale – condizione, oltretutto, necessaria per una mia nuova candidatura. Ho in uscita due libri: il primo, “Cleptocrazia – Vite rubate” dove faccio i nomi e i cognomi di tutti coloro che hanno rubato il futuro ai giovani, a partire da Draghi, da Monti e da tutti i cleptocrati che naturalmente hanno prodotto la crisi, creato denaro dal nulla e sono anche riusciti a commissariare l’Italia tramite Monti. Il secondo, “Sedicesima legislatura – Diario di un senatore da strada”, racconta cinque anni di politica. A partire dal 28 febbraio del 2008, quando ricevetti una telefonata da Mario Draghi che voleva incontrarmi perché avevo appena consegnato le bozze del libro “La repubblica delle banche”, dove compariva un capitolo dedicato al “Super Mario de’ noantri”. E ci ricordiamo tutti che giudizio diede Cossiga su Draghi (“un vile affarista”, ndr)…

Passiamo al suo “vero lavoro”: la tutela del consumatore. In questo momento in Italia abbiamo una situazione che definire drammatica sarebbe quasi un eufemismo…
In questi due anni che mi separano dal congresso per l’elezione del presidente di Adusbef (dicembre 2014) continuerò  a fare studi e le pulci alle banche. Ho appena reso noto uno studio che riguarda gli istituti di credito italiani che taglieggiano le famiglie con i fondi della Bce. Francoforte, d’altronde, ha inondato le banche: non è Monti che ha fatto calare lo spread, ma i prestiti della Bce. Gli istituti di credito si sono aggiudicati 274 miliardi di euro a tassi dell’1% d’interesse, nelle due aste LTRO (Long Term Refinancing Operation) di dicembre 2011 e febbraio 2012. Ma le banche, invece che assecondare la ripresa dell’economia o dare un finanziamento a qualche giovane che ne ha sicuramente bisogno, visto che al momento i veri ammortizzatori sociali sono le famiglie e la loro capacità di risparmio, hanno comperato i titoli di stato che sono passati da 209 miliardi di euro a 340 miliardi di euro (un incremento di oltre il 60%). Questo significa che con un tasso dell’1% di interesse richiesto dalla Bce, si acquistano btp che hanno un rendimento medio del 4,37% e quindi ci ricavano 12 miliardi di euro in tre anni senza fare nulla. Le banche non hanno pensato di aiutare i giovani ad accendere un mutuo: pensi che oggi, per avere un prestito di 100.000 euro trentennale, si deve corrispondere agli istituti di credito un pizzo di 26.000 euro. Hanno strangolato le imprese, togliendo loro l’affidamento con un preavviso di 24 ore. Il debito pubblico durante i 13 mesi di governo Monti è aumentato di 1705 euro a persona: dovevano diminuire l’indebitamento, ma siamo arrivati a 2014 miliardi (+102 miliardi). E hanno deciso che l’Imu sulla prima casa (3,9 miliardi) deve essere impiegato per salvare il Monte dei Paschi di Siena. La politica è sputtanata ed è piena di rubagalline: un Batman, che è accusato di aver rubato 1,3 milioni di euro, che cosa è rispetto al Monte dei Paschi di Siena che ha pagato Antonveneta 3 miliardi di euro più del dovuto? O rispetto a un Ligresti, che ha prodotto un buco di 2,5 miliardi e che aveva tutti a libro paga: dal figlio dell’ex presidente dell’Isvap Giannina al figlio dell’ex capo della Consob Cardia, per non parlare di tutta la classe politica, con Tabacci – il nuovo che avanza da trent’anni – in testa. Una classe politica che ha rubato il futuro alle nuove generazioni.

A questo punto le chiedo un commento da ormai ex-senatore: al di là di chi vincerà le elezioni, l’Italia come guarda al futuro?
Con grande amarezza, sarà necessario fare tanti sacrifici per riparare i danni di questa cleptocrazia, che ha prodotto il debito e ha pensato unicamente al suo tornaconto. Ho condotto una personalissima battaglia non solo contro questa classe politica, ma anche contro soggetti terzi che hanno lucrato sulla sofferenza: è il caso delle agenzie di rating, che abbiamo provveduto a denunciare, ma anche contro Agenzia Debiti, i predoni degli indebitati che sono stati arrestati, dopo avermi offerto dei soldi tramite un senatore. Oltretutto al Senato sarà molto difficile avere governabilità, si profila una situazione analoga a quella del governo Prodi.

Nel frattempo, la finanza continua ad avere il predominio sulla politica
Noi ci ricordiamo la crisi del 1929, quando Roosevelt fece approvare il Glass-Steagall Act (una legge per realizzare una maggiore sicurezza e un uso più efficace degli asset delle banche, per aumentare il controllo interbancario, per prevenire operazioni di tipo speculativo, ndr) e una serie di riforme e di regole. Oggi mi viene da ridere: il super Mario de’ noantri presenta la nuova banconota da 5 euro, rafforzando l’egemonia tedesca (visto che i nuovi 5 euro sono chiaramente un omaggio a Berlino), ma si guarda bene dal sopprimere la banconota da 500 euro che è fatta ad uso e consumo dei riciclatori di denaro sporco. Lo sa che dentro un pacchetto di sigarette, arrotolati, ci entrano 50.000 euro? Noi abbiamo incassato 24 miliardi di euro di Imu: 4 li abbiamo dati a Mps, gli altri venti al fondo salva stati, l’Esm che io ho ribattezzato Mostro di Lochness. La politica ha gravissime responsabilità. Perché quando si delegano funzioni che sono nelle democrazie dei governi a nuovi dittatori come Mario Draghi o Barroso, che non sono democraticamente eletti da nessuno, si scende per una brutta china. O si riacquisisce la sovranità della politica, oppure andremo sempre peggio.

Sì, però il Glass-Steagall Act venne abrogato: un altro segnale della protervia della finanza?
L’Act fu abrogato da pressioni di quelle banche d’affari che in un primo momento avevano sostenuto Obama e adesso gli hanno tolto l’appoggio. Il presidente, al tempo dell’abrogazione, era un democratico come Clinton. Quando si viene catturati dagli affari, dai derivati, dai meccanismi ad alta frequenza (HFT) che alterano il corretto svolgimento delle borse e dei mercati, non c’è più futuro. Pensi che Lloyd Blankfein, capo di Goldman Sachs, poco prima del baratro fiscale ha anticipato a sé e agli alti dirigenti le stock option e i bonus per evitare di pagare troppe tasse. A una riunione del Fmi, i politici furono accusati (parlando della crisi greca) di pagare pensioni e stato sociale senza poterselo più permettere: era necessario, dicevano, delegare molto più ai privati. Io intervenni, affermando che noi eravamo responsabili di aver delegato loro funzioni e che per uscire dalla crisi si sarebbe dovuto istituire un tribunale analogo a quello dell’Aja per crimini economici contro l’umanità e far fare a loro, quelli che non hanno vigilato, 150 anni di galera.

Abbiamo un esempio di gestione pubblica con Alitalia: la sua impressione?
Il mio giudizio è stato molto severo soprattutto sul ministro che ho ribattezzato Passerà. Tra lui e la Fornero non so chi sia stato peggio. Passera si è affidato a faccendieri e uomini della P4. Invece che fare il bando per la tv, ha fatto bandi per togliere televisioni private che avevano 25 anni di storia. Già allora (lo ribattezzai Corradino l’Aviatore per sua moglie, che era capo delle relazioni esterne di Toto) io denunciai che il salvataggio di Alitalia sarebbe costato 3 miliardi di euro alla fiscalità generale. Anche altri ministri hanno deluso: come Grilli, ad esempio, che ultimamente è sparito dopo una serie di interrogazioni che ho fatto contro di lui relative ai debiti della moglie e alla famosa casa. La situazione grave è che è sempre il consumatore che deve pagare le avventure economiche dei capitani coraggiosi. A Fiumicino, per esempio, abbiamo varato una manovra che costa 8,5 euro in più a biglietto per chi atterra o decolla dallo scalo romano. Mentre i ricavi per i privati saranno di 13 miliardi di euro, cui va aggiunta la speculazione dell’agro romano. Questa è l’Italia, ma io non mi arrendo: in questi due anni daremo del filo da torcere a questi poteri. I poteri alla Profumo, che ha costretto un imprenditore come il titolare della Divania di Bari ad acquistare derivati per poter avere rinnovato il fido. Non si illudano: per me stare al Senato è stata una camicia di forza, ora riprenderò la mia battaglia con ulteriore vigore.

Rapporti economici Ligresti-figlio prefetto Lombardi

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08926
Atto n. 4-08926

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Ministro dell’interno. -

Premesso che, a parere dell’interrogante, il problema della corruzione ha avvelenato l’economia italiana: gli intrecci “incestuosi” tra la politica, le banche, le istituzioni ed il sistema affaristico sarebbero riusciti a permeare e corrompere le autorità di controllo, quali Isvap e Consob, come, a quanto risulta all’interrogante, è accaduto nel caso Ligresti, che ha provocato un buco di bilancio di 2,5 miliardi di euro addossati ai piccoli azionisti, agli assicurati, ai risparmiatori;

premesso altresì che:

è illuminante l’articolo di Paolo Biondani e Vittorio Malagutti, pubblicato su “L’Espresso” del 7 novembre 2012, dal titolo: “Il prefetto al mare, paga Ligresti”;

vi si legge: «Ma è normale che un alto funzionario dello Stato vada in vacanza a spese di un costruttore? E che poi sgomberi i nomadi dalle proprietà dello stesso costruttore? E che suo figlio sia pagato dallo stesso costruttore? Generali, prefetti, politici, gran commis di Stato. D’estate tutti al Tanka Village, il resort di lusso sul mare cristallino della Carbonara, sud-est della Sardegna. Pagava Ligresti. Salvatore Ligresti. E’ andata così per anni, mentre il finanziere e costruttore siciliano, amico di Bettino Craxi (…), veleggiava alla grande nel mare magnum del potere italiano. Pochissimi dicevano di no a quegli inviti nel villaggio a cinque stelle. E alle allegre comitive di vacanzieri vip partecipava spesso e volentieri anche un anziano signore napoletano. Si chiama Gian Valerio Lombardi, classe 1946 e fino a febbraio dell’anno prossimo, salvo nuove proroghe, resterà seduto sulla poltrona di prefetto di Milano. Un lungo addio, quello di Lombardi, che avrebbe dovuto lasciare l’incarico già nel 2010 ma è rimasto al suo posto per decisione del governo» Berlusconi. «Un addio sofferto e anche triste, funestato in questi giorni da rivelazioni imbarazzanti sulle frequentazioni del prefetto sbarcato a Milano nel lontano 2005» quando «nella metropoli, in regione (…) comandava il centrodestra. Qui Lombardi si inserisce in una “consolidata rete di favori, amicizie, protezioni politiche e legami elettorali” che “ha reso possibili malversazioni, truffe e corruzioni”: lo hanno messo nero su bianco i magistrati milanesi titolari dell’inchiesta che due settimane fa ha portato all’arresto per corruzione di un dirigente comunale nominato dalla giunta Moratti. “Solo relazioni istituzionali”, reagisce Lombardi. Ma dall’inchiesta emerge pure che suo figlio Stefano ha ricevuto un appartamento in centro, a prezzi scontati, da una fondazione diretta da un avvocato del Pdl: proprio quell’Antonio Picheca, ora in carcere per corruzione, che il prefetto aveva voluto ai vertici di un’altra fondazione ambrosiana. Di certo, in questi tempi per lui difficili, qualche pensiero deve averglielo dato anche il tracollo dell’amico Ligresti, travolto da debiti e perdite miliardarie e ora indagato a Milano e Torino per una lunga serie di reati societari. E tra le pieghe dei bilanci in rosso della Fondiaria-Sai dei Ligresti adesso si scoprono anche i costi esorbitanti delle spese di rappresentanza per milioni di euro. Tutti costi che la famiglia del costruttore finiva il più delle volte per mettere sul conto della compagnia di assicurazioni quotata in Borsa, con migliaia di piccoli azionisti. Anche l’avvocato Stefano Lombardi, il figlio del prefetto, è stato per anni a libro paga dei Ligresti. Centinaia di migliaia di euro a titolo di legittimi compensi per incarichi professionali. Parcelle staccate sia dalle finanziarie di famiglia del patron Salvatore sia dalle società assicurative del gruppo Fonsai. Ma non è solo questione di parcelle. I Lombardi erano di casa dai Ligresti. E viceversa. Le due famiglie si frequentavano abitualmente tra salotti e feste. E il quarantenne Stefano Lombardi vanta tra i suoi migliori amici i tre figli del patron Salvatore (Jonella, Gulia e Paolo), oltre al suo collega avvocato Geronimo La Russa (…) a sua volta stipendiato nonché grande animatore della movida milanese. Giusto un anno fa, al matrimonio di Lombardi junior, tra i 600 invitati al sontuoso ricevimento nell’esclusiva Società del Giardino, i Ligresti erano tra gli ospiti d’onore, con il finanziere Francesco Micheli, pure lui a lungo legato al carro dei Ligresti, come testimone dello sposo. Non poteva mancare all’appuntamento Paolo Berlusconi, un altro amico dei Lombardi che molti ricordano intrattenere gli invitati al cocktail in prefettura del 2 giugno, festa della Repubblica italiana, con giochi di prestigio e barzellette (…). Del resto Lombardi è sempre stato un berlusconiano in servizio permanente effettivo. Una fede non nascosta, anzi esibita, con tanto di foto del caro leader del centrodestra sistemata in bella vista sulla scrivania, con buona pace dell’imparzialità dei servitori dello Stato. La sua passione (…) ha però procurato al prefetto anche qualche grana. (…) La ballerina domenicana Maria Esther Garcia Polanco, che sognava la cittadinanza italiana, è stata ricevuta dal prefetto in persona (…). A Lombardi dev’essere sfuggito che il fidanzato della giovane era appena stato arrestato e condannato a otto anni di galera per dodici chili di cocaina nascosti nel garage della casa di lei in via Olgettina, (…) “Sono un rappresentante del governo e se il presidente del Consiglio mi chiede di ricevere una persona, io non posso rifiutarmi”, fu la difesa di Lombardi. La gaffe, però, resta agli atti. Al pari di quella, clamorosa, del 22 gennaio 2010, quando il prefetto accoglie la commissione parlamentare antimafia con una relazione memorabile: “A Milano la mafia esiste?”, sono le prime parole di Lombardi, che si risponde da solo: “No”. Di lì a pochi mesi, nel luglio 2010, l’ottimismo prefettizio è platealmente smentito dalle Procure di Milano e Reggio Calabria: 300 arresti per mafia svelano una trucida realtà di omicidi di mafia, sistematiche estorsioni e grandi aziende in mano alla ‘ndrangheta. Con i rom e gli extracomunitari invece il prefetto fiuta subito l’allarme sicurezza. Tanto da scavalcare a destra perfino la giunta dell’ex sindaco Letizia Moratti e dei suoi uomini forti di Lega e dell’ex An, politici che quanto a esibizioni muscolari non temono rivali. “Tra un anno basta campi abusivi”, proclama Lombardi nel giugno 2008. Due anni prima il prefetto di pronto intervento aveva fatto sgomberare in tutta fretta un campo nomadi a sud della città. Sarà un caso, ma l’area in questione era una delle tante di proprietà dei Ligresti. Per i rom si improvvisa una sistemazione provvisoria nel vicino comune di Opera. Molto provvisoria, perché nel giro di tre settimane l’accampamento viene dato alle fiamme da un’orda di cittadini guidati dal locale sindaco leghista. Pochi mesi fa, ad aprile, tocca alla Caritas indignarsi col prefetto per il caso dei 200 rom italiani (70 bambini) rimasti senza baracche in via Sacile, bruciate da un incendio doloso. Comune e Curia organizzano alloggi provvisori per le vittime del rogo, senza dividere i genitori dai figli, e inseriscono i minori nelle scuole. All’alba si contano però dieci famiglie non censite. Giunta e Caritas hanno finito i rifugi e chiedono un soccorso al prefetto. Ma Lombardi nega che la protezione civile di Milano abbia anche solo dieci roulotte. Contro Giuliano Pisapia, primo sindaco di sinistra dopo vent’anni di Pdl e Lega, Lombardi ingaggia una battaglia personale. Un esempio tra i tanti. La giunta Pisapia accetta l’esercito in città, per presidiare stazioni e obiettivi a rischio, ma dice no a ronde armate. Invece il prefetto manda i soldati nelle strade in assetto bellico: sono un inutile spreco, ma li vuole l’allora ministro La Russa. Con la politica degli sgomberi, poi, la città rischia la guerriglia urbana. Molti i casi contestati. Nel maggio scorso centinaia di “precari dell’arte” occupano la torre Galfa, un grattacielo abbandonato da anni nella zona della stazione Centrale. Lombardi convoca subito l’apposito comitato che, senza sentire il Comune, ordina lo sgombero d’urgenza. La polizia teme una rivolta urbana, Pisapia tratta con la piazza e gli sgomberati accettano un trasloco pacifico in un altro palazzo dismesso. Domanda: a chi appartiene la torre Galfa, sgombrata a gran velocità da Lombardi? Alla Fondiaria dei Ligresti, gli amici del prefetto. Ancora loro»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, sarebbe opportuno accertare se risponda al vero che, oltre ai presunti rapporti economici tra Ligresti e alcuni familiari dell’ex presidente dell’Isvap Giannini e dell’ex presidente della Consob Cardia, Ligresti sia stato legato da rapporti economici anche con il figlio del prefetto Lombardi,

si chiede di sapere:

se, a parere del Ministro in indirizzo, gli atti ed i provvedimenti assunti dal prefetto Lombardi risultino compatibili con la funzione istituzionale prefettizia, che deve non solo essere, ma anche apparire super partes nelle alte funzioni svolte a presidio della legalità;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per restituire legalità e prestigio ad autorità di controllo, a giudizio dell’interrogante colluse, ed alla funzione prefettizia, la quale, almeno a Milano, sembrerebbe essere macchiata da comportamenti ed episodi che, a giudizio dell’interrogante, dovrebbero essere perfino considerati dalla magistratura per violazioni penalmente rilevanti.

Aeroporti italiani- Accordo Benetton-Gamberale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08927
Atto n. 4-08927

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si legge su “tgcom24″ del 27 dicembre 2012 che una raffica di rincari colpirà le famiglie italiane dopo Capodanno, «dal canone Rai alle Poste, dai conti correnti alle multe. Dal primo gennaio 2013 spedire una cartolina costerà il 15% in più (da 60 centesimi a 70), una lettera media standard il 35% (da 1,40 a 1,90 euro), mentre la raccomandata passa a 3,60 euro da 3,30. Rincaro maggiore per le multe. Il divieto di sosta passerà da 39 a 41 euro, l’eccesso di velocità (fra i 10 e i 40 km/h oltre il limite) da 159 a 168 euro. Per chi non mette la cintura la sanzione passa invece da 76 a 80 euro, mentre se si usa il telefonino alla guida si dovrà pagare 161 euro al posto degli attuali 152. (…) Sarà invece di 113,50 euro l’importo del canone Rai per il 2013, con un aumento di 1,50 euro rispetto al 2012. L’ammontare (prima rata o saldo), che è stato stabilito con decreto del ministero dello Sviluppo Economico, come sottolineato nel sito abbonamenti della tv pubblica, va versato entro il 31 gennaio 2013». Anche i depositi e conti correnti subiscono ritocchi che non riguardano le persone fisiche ma le società e le aziende «le quali, per avere un conto corrente a loro intestato, dovranno pagare 100 euro al posto degli attuali 73,8 (+26,2 euro). Sui titoli e strumenti finanziari l’imposta aumenterà invece dello 0,05%, dallo 0,10 allo 0,15%. Idem per i buoni fruttiferi postali». Aumenteranno anche i pedaggi autostradali riguardanti, in particolare, «le autostrade venete e la Val D’Aosta: il pedaggio del passante di Mestre crescerà del 17%, mentre costerà tra l’11 e il 13% in più percorrere la A4 tra Venezia e Trieste, la A23 (Palmanova-Udine Sud), la tangenziale di Mestre e la A28 (Portogruaro-Pordenone-Conegliano)». Oltre agli aumenti delle tariffe postali, l’ulteriore stangata colpirà i titolari del “Bancoposta+”, il cui canone «passerà da 30,99 euro a 48 euro», con conseguente aumento dei bonifici postali e l’introduzione di 3 euro per un carnet di assegni, in precedenza gratuito. Una manovra, specie per i servizi postali, varati alla vigilia di Natale dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che all’interrogante appare particolarmente odiosa, in quanto colpisce milioni di famiglie che avevano scelto il BancoPosta per evitare le spese imposte dalle banche;

il risparmio postale, calcolato in circa 300 miliardi di euro, serve per alimentare la Cassa depositi e prestiti, gestita – a giudizio dell’interrogante – con criteri analoghi a quelli dei vecchi manager di Stato, conferendo priorità alle fondazioni bancarie (già beneficate di un cadeau natalizio di ben 3 miliardi di euro nella conversione delle azioni da privilegiate ad ordinarie), che potrebbero mettere a rischio, con investimenti poco oculati, il risparmio delle famiglie. I sudati risparmi degli italiani e delle persone anziane, specie nei paesetti non serviti dalle banche, sarebbero utilizzati per spregiudicate operazioni privatistiche, come risulta dall’articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 27 dicembre 2012, dal titolo “Aeroporti italiani, la campagna acquisti di Gamberale (con soldi pubblici)”, in cui si legge: «Colpo grosso di fine anno per Vito Gamberale. L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia oggi alla guida di F2i, il fondo partecipato dalle banche – in prima fila Intesa Sanpaolo e Unicredit – e dalla società pubblica che gestisce i risparmi postali degli italiani, la Cassa Depositi e Prestiti, è infatti riuscito in un solo giorno a mettere le mani sul controllo degli scali aeroportuali di Firenze e di Torino e ad arrivare a tallonare da vicino il Comune di Milano nella proprietà della Sea, la società che gestisce Malpensa e Linate. La doppia firma è arrivata dopo mesi di scontri e polemiche finite anche in tribunale. Il pasticcio Sea – Polemiche accese soprattutto a Milano, dove F2i è il principale accusato del fallimento della quotazione in Borsa della Sea, operazione che a fine novembre avrebbe dovuto valorizzare la società degli scali lombardi una cifra compresa tra 3,2 e 4,3 euro per azione, per un incasso complessivo tra 116 e 150 milioni per la Provincia di Milano di Guido Podestà, assetata di denaro per non sforare il patto di stabilità. Ebbene, a distanza di quasi un mese dalla ritirata degli investitori da Sea che aveva visto l’assessore al bilancio del Comune di Milano, Bruno Tabacci, puntare il dito contro F2i e le banche collocatrici – in particolare Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) e Unicredit – il fondo guidato da Gamberale e presieduto da Ettore Gotti Tedeschi è stato l’unico a presentare un’offerta per la quota della società in mano alla Provincia. E ha quindi vinto il 14,5% della Sea mettendo sul piatto 4,03 euro per azione, per un totale di 147 milioni di euro, contro una base d’asta di oltre 160 milioni. “Sono soddisfatto del risultato ottenuto. Si è lavorato con serietà e nel pieno rispetto degli obblighi di dismissione previsti dalla legge per gli Enti locali con tutti gli attori coinvolti”, ha dichiarato Podestà che ha così salvato in extremis il bilancio provinciale. Poco conta che gli utenti di Linate e Malpensa dovranno fare i conti anche con una società di servizi d’ora in poi in mano a due azionisti, il Comune di Milano (54,81%) e F2i (44%) in aperto contrasto, con delle inchieste in corso e senza i capitali che sarebbero dovuti entrare con la quotazione. Pace fatta a Torino – A Torino, invece, i conflitti di qualche settimana fa, questa volta tra Gamberale e il suo ex azionista alle Autostrade, il gruppo Benetton si sono miracolosamente risolti. E così il Comune di Piero Fassino ha formalizzato la cessione del suo 28% nell’aeroporto di Caselle al fondo che nel capoluogo piemontese può contare anche sull’appoggio di un importante azionista. La Compagnia di Sanpaolo, cioè la fondazione bancaria presieduta da Sergio Chiamparino che è primo socio di Intesa Sanpaolo. (…) Valore della transazione, 35 milioni di euro, quasi la metà dell’incasso inizialmente previsto dal Comune, anch’esso sull’orlo del commissariamento come e più della Provincia di Milano. Dietro l’angolo, poi, c’è un altro accordo, con i Benetton, che dopo lo scoppio della pace sono pronti a cedere Gamberale pure il loro 24,4% nello scalo torinese. Fa un totale del 52,4%, che porta il fondo della Cassa Depositi e Prestiti in testa all’azionariato dell’aeroporto di Torino. Ma anche, per via delle partecipazioni dello scalo, a un peso rilevante nell’Aeroporto di Firenze e a una quota di tutto rispetto in quello di Bologna. (…) Il sistema brinda (…) “Un’operazione di sistema”, ha sintetizzato Gamberale, che con F2i controlla anche il 65% dell’Aeroporto internazionale di Napoli. Un’espressione senz’altro efficace, anche se proprio in tema di voli l’ultima grande operazione di sistema, quella di un’Alitalia che per giunta a distanza di pochi anni è tornata di nuovo sul viale del tramonto, non è stata certo delle più felici. Lo sa bene anche Gamberale che della compagnia dice il “problema è innanzitutto recuperare passeggeri, ma noi crediamo anche che i buchi verranno riempiti da altri”. Forse, quindi, è tutta una questione di punti di vista. Come parte del sistema, per esempio, i Benetton non si possono certo lamentare. E neanche le banche come Unicredit che partecipano con la famiglia veneta all’azionariato di Gemina, che proprio oggi in Borsa ha registrato un boom del 32 per cento. Merito, soprattutto, del via libera governativo agli aumenti tariffari della controllata Fiumicino (…)»;

considerato che a parere dell’interrogante:

l’accordo tra i Benetton e Gamberale dovrebbe indurre l’Autorità garante della concorrenza e del mercato a fare luce su una eventuale posizione dominante che rischia di danneggiare ulteriormente i consumatori-utenti;

è grave che gli utenti di Linate e Malpensa debbano fare i conti, d’ora in avanti, con una società di servizi in mano a due azionisti, il Comune di Milano (54,81 per cento) e F2i (44 per cento), in aperto contrasto, con inchieste in corso e senza quei capitali che sarebbero dovuti entrare con la mancata quotazione, il cui fallimento sarebbe stato addossato, dal Comune di Milano, proprio a Gamberale,

si chiede di sapere:

se a quanto risulta al Governo si possa affermare che l’operazione illustrata nell’articolo citato sia stata effettivamente realizzata con il risparmio postale e con i recenti rincari;

se non ritenga che i recenti conflitti tra Gamberale e il suo ex azionista alle Autostrade, il gruppo Benetton, a parere dell’interrogante inspiegabilmente risolti, non possano apparire essere stati risolti a danno dei consumatori ed utenti, costretti a subire stangate tariffarie a partire dalle tariffe aeroportuali ed autostradali;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per restituire trasparenza, a salvaguardia dell’interesse generale e del bene comune, in operazioni che, a parere dell’interrogante, oltre a mettere a rischio il sudato risparmio postale, sembrano funzionali agli esclusivi interessi di consolidati gruppi clientelari.

Consob denunciata da Federconsumatori per mancanza di terzietà

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08925
Atto n. 4-08925

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le autorità garanti, come la Consob, hanno la funzione di vigilare, specie nel delicato settore del credito e del risparmio, per impedire abusi di mercato e per garantire i diritti di consumatori, risparmiatori, utenti. Ma, specie negli ultimi mesi, si assiste, a giudizio dell’interrogante, ad un degrado delle funzioni di vigilanza, se non di vera e propria collusione con le imprese vigilate, come dimostrano le inchieste di “Report”, condotte da Milena Gabanelli;

un articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 21 dicembre 2012 mette in luce la totale mancanza di terzietà della Consob, denunciata per la fattispecie da Federconsumatori. Nell’articolo, dal titolo “Risparmio tradito dietro l’angolo, Federconsumatori denuncia la Consob. Duro attacco dell’associazione all’Authority di vigilanza dei mercati: ‘Inerzia a volte sfociata in un’eccessiva vicinanza al mercato e in una scarsa attenzione verso i consumatori’. Esposto alla Procura di Roma per portare alla luce ‘le reiterate violazioni di legge che caratterizzano le scelte gestionali della presidenza Vegas e che contrastano con il ruolo che la Commissione dovrebbe svolgere nell’interesse del Paese’”, si legge: «Il fantasma del risparmio tradito, con i casi Cirio e Parmalat che ancora pesano sulle tasche degli italiani, aleggia sul Paese travolto dalla crisi. E chi dovrebbe vigilare, l’arbitro, è parziale, inerte, poco indipendente e trasparente. Questi, in sintesi, i cardini della denuncia della Federconsumatori nei confronti della Consob, l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari che dal 2010 è guidata da Giuseppe Vegas, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti al Tesoro con una lunga carriera alle spalle di uomo della pubblica amministrazione, nonché di parlamentare prima di Forza Italia e poi del Pdl. Due i punti principali al centro dell’attacco dell’associazione dei consumatori sfociate in diffide formali, ricorsi a Tar e, infine, in un esposto alla Procura di Roma. Innanzitutto una maggiore propensione della Commissione di vigilanza dei mercati a prestare il fianco alle “posizioni rappresentate dall’industria finanziaria”, lasciando “sistematicamente inascoltate” le istanze indipendenti del mondo accademico e quelle pro consumatori delle associazioni apposite e dei sindacati nell’ambito delle consultazioni per le revisioni regolamentari. “I tavoli di semplificazione normativa avviati dal Presidente della Consob a inizio mandato, la crescente disattenzione per la trasparenza dei rischi tramite scenari probabilistici e le decisioni organizzative sulla camera di conciliazione ne sono esempi palesi – denuncia Federconsumatori in una nota – La trasparenza dei rischi attraverso le probabilità a supporto delle decisioni di investimento, che il Presidente della Consob in più occasioni, e da ultimo all’audizione della Camera del 25 ottobre, ha osteggiato o addirittura denigrato, basandosi su inesistenti divieti comunitari, è uno strumento essenziale per la tutela del risparmio e del denaro pubblico, dato che anche enti locali e Stato devono interfacciarsi con la finanza e con i derivati”. Tanto più se “si pensa che il trasferimento di flussi finanziari, a vantaggio delle banche e a danno del risparmio nel caso in cui questo diventi preda di finanza ‘tossica’, rappresenta un problema di sottrazione di risorse non solo per i consumatori ma anche per il sistema Paese, dato che a beneficiarne sono spesso banche estere, magari anche al di fuori della nostra area valutaria”, prosegue l’associazione che parla di “inerzia della Consob che, a volte, è addirittura sfociata in un’eccessiva ‘vicinanza’ al mercato e in una scarsa ‘attenzione’ verso i consumatori”. Il riferimento, in particolare, è alla proposta di Federconsumatori di evitare nuovi episodi di risparmio tradito grazie a titoli trasparenti con l’introduzione dell’obbligo per chi li vende di fornire informazioni sulla loro probabilità di guadagno e di perdita. Questa proposta è stata però scartata dall’Authority di vigilanza dei mercati finanziari perché sarebbe in contrasto con la normativa comunitaria. L’adozione di scenari probabilistici di rendimento “non è assolutamente in contrasto con le norme Ue – controbatte il vicepresidente di Federconsumatori, Francesco Avallone – la Consob preferisce occuparsi delle banche internazionali che vengono a fare razzia in Italia piuttosto che delle famiglie. Con un risparmio accumulato che, nonostante la crisi, vale oltre 6 volte il Prodotto interno lordo, sono però proprio le famiglie a reggere il Paese”. In secondo luogo, l’associazione dei risparmiatori punta il dito contro la riorganizzazione interna della Commissione varata dall’era Vegas, che “hanno limitato la collegialità delle decisioni, ostacolando il virtuoso circuito della qualità e dell’indipendenza degli accertamenti e riducendo l’efficienza dell’azione della Consob”. I “riordini” deliberati dall’Authority, secondo Federconsumatori, sono “afflitti da esuberanza burocratica: con poco più di 500 dipendenti, la Consob è passata da 40 centri organizzativi (31 uffici e 9 divisioni) a 70 (51 uffici, 9 divisioni, 3 aree, 7 tavoli di coordinamento)”»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe criticabile che la Consob, invece di offrire tutela al risparmio accumulato dalle famiglie, che, nonostante la crisi, continua a rappresentare un importante volano per la ripresa economica con un valore di circa 6 volte il prodotto interno lordo, preferisse effettivamente occuparsi delle banche internazionali “che vengono a fare razzia in Italia”, come sarebbe dimostrato dai prodotti derivati collocati presso enti locali ed imprese portati al fallimento;

sarebbe altresì censurabile che la riorganizzazione interna della Commissione, varata sotto la Presidenza di Vegas, avesse avuto come obiettivi principali quelli di limitare la collegialità delle decisioni, ostacolando il virtuoso circuito della qualità e dell’indipendenza degli accertamenti, di ridurre l’efficienza dell’azione dell’autorità e, al contempo, di accrescere in modo significativo le strutture burocratiche (se fosse effettivamente confermato che, con poco più di 500 dipendenti, la Consob sia passata da 40 a 70 centri organizzativi);

sarebbe opportuno fare luce sulle ragioni che hanno indotto la Consob ad abbandonare i tavoli di semplificazione normativa avviati dal Presidente a inizio mandato, nonché sui motivi che hanno determinato la crescente disattenzione per la trasparenza dei rischi ottenuta tramite scenari probabilistici, che, nella recente sentenza della Procura di Milano contro alcune banche, ha consentito un risarcimento a favore del Comune di Milano di 88 milioni di euro;

sarebbe opportuno accertare se l’atteggiamento in più occasioni manifestato dal Presidente della Consob in merito alla trasparenza dei rischi attraverso l’elaborazione di prospetti probabilistici, a supporto delle decisioni di investimento, che sarebbero stati osteggiati o addirittura denigrati, adducendo divieti comunitari, a quanto risulta all’interrogante inesistenti, non sia funzionale ai desiderata dei banchieri, che non vogliono regole relative agli investimenti, per poter continuare a mettere in campo nell’opacità azioni ingannevoli, come dimostrato dalla sentenza del giudice Magi sui derivati avariati collocati presso il Comune di Milano;

sarebbe grave se l’inerzia della Consob fosse sfociata in un’eccessiva vicinanza al mercato e in una scarsa attenzione verso i consumatori, atteso che il trasferimento di flussi finanziari, a vantaggio delle banche e a danno del risparmio, nel caso in cui questo sia divenuto preda di finanza “tossica”, pare si sia tradotto in una sottrazione di risorse non solo per i consumatori, ma anche per il sistema Paese, dato che a beneficiarne sono state spesso banche estere, magari anche al di fuori dell’area valutaria nazionale,

si chiede di sapere:

se quanto illustrato in premessa non debba indurre il Governo a promuovere iniziative normative volte ad evitare nuovi episodi di risparmio tradito, grazie a titoli resi trasparenti dall’introduzione dell’obbligo, per chi li vende, di fornire informazioni sulla loro probabilità di guadagno e di perdita;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per impedire che il sudato risparmio degli italiani possa essere dissipato dalla finanza.

Aeroporti-Benetton-tariffe aeroportuali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08924
Atto n. 4-08924

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

i consumatori e le famiglie continuano a subire vere e proprie stangate tariffarie, con previsioni di aumento, dal 1° gennaio 2013, di 1.490 euro – secondo le stime di Adusbef e Federconsumatori -, dopo essere stati soggetti, nel 2012, ad un incremento tariffario di circa 2.200 euro; a giudizio dell’interrogante i cittadini sono chiamati ancora una volta a pagare per gli investimenti dei gestori di servizi, dalla stampa definiti capitani coraggiosi, che possono così incassare miliardi di euro, ad esempio negli aeroporti di Roma, conseguendo a danno della collettività profitti privati;

nell’articolo pubblicato il 27 dicembre da “il Fatto Quotidiano”, dal titolo “Aeroporti di Roma, l’ultimo regalo del governo uscente al gruppo Benetton”, si legge: «Nel silenzio più assoluto, l’ultimo atto dell’esecutivo guidato da Mario Monti ha garantito ai poteri forti che gestiscono lo scalo di Fiumicino più tasse aeroportuali a carico dei passeggeri. Nel piano: il raddoppio delle piste, ma soprattutto una cascata di cemento sul litorale romano. Affare da 12 miliardi che conviene a molti. Venerdì sera, Mario Monti è oramai un presidente dimissionario. I membri del governo sono più impegnati a capire cosa faranno da grandi che a pensare alle ultime mosse da ministri. Eppure, in un clima da “tutti a casa”, l’esecutivo trova il tempo per dare il via libera all’aumento delle tariffe aeroportuali di Fiumicino, da 16 euro a passeggero a 26 e 50. Quindi, di conseguenza, dare l’avallo all’opera infrastrutturale più grande nella storia del nostro Paese: parliamo di 12 miliardi di euro (sì, sono dodici) per raddoppiare il Leonardo da Vinci. Tradotto: chi gestisce lo scalo romano e i suoi 36 milioni e oltre di “visitatori”, troverà nelle casse almeno 360 milioni di euro l’anno, con un fine concessione fissato al 2044. Soddisfatto il ministro dello Sviluppo economico e Infrastrutture, Corrado Passera, improvvisamente convinto il collega all’Economia, Vittorio Grilli, pubblicamente dubbioso fino a poche ore prima. Facciamo un passo indietro. La società che gestisce lo scalo capitolino, l’Adr, presenta nel 2009 all’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) e al governo un piano di sviluppo per passare da 36 milioni di passeggeri a 70, poi 100. Quindi, a cascata, maggiori posti di lavoro diretti e indiretti, un ruolo centrale come hub del Mediterraneo e la possibilità di confrontarsi alla pari con Londra e Atlanta. Così dicono. Piccolo dettaglio: l’aeroporto londinese di Heathrow ha le stesse dimensioni di quelle attuali di Fiumicino, solo che lì hanno ottimizzato i tempi di atterraggio e decollo, senza spendere cifre del genere. Ma questo, pare, conti poco “anche perché lì non vivono un conflitto di interesse marcato come da noi”, spiegano dal comitato Fuoripista, l’unico che da anni si batte contro la cementificazione del Litorale. Interessi, parola magica. Ben mille dei 1.300 ettari coinvolti nell’operazione sono della Maccarese Spa, la più grande azienda agricola d’Italia, interamente coltivata. La proprietà è della famiglia Benetton, lesta, nel 1998, ad acquistarla dall’Iri (società dello Stato) per 93 miliardi di lire “con l’impegno di mantenere la destinazione agricola e l’unitarietà del fondo”, come recita l’accordo. A meno di un esproprio. Proviamo l’equazione: la “Maccarese Spa” è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di Adr. In Gemina c’è Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo nazionale e internazionale. I Benetton, dopo Air France, il gruppo Riva (i patron dell’Ilva di Taranto) e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento. Insomma, gli “united colors” rivenderebbero allo Stato (…) quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare un qualcosa da loro gestito. E non parliamo di pochi euro. Secondo le tabelle nazionali, i Benetton dall’esproprio potrebbero incassare almeno 200 milioni di euro (20 euro al metro quadro), ai quali vanno aggiunti i danni riconosciuti in caso di strutture già presenti. Ciò non ha loro impedito, dieci giorni fa, di comprare pagine e pagine di quotidiani per sollecitare il governo ad approvare l’aumento delle tariffe e a fare pressione sull’esecutivo come denuncia al Fatto Quotidiano Esterino Montino. Ma a ridere non è solo il gruppo trevigiano. A Roma il cemento è di casa, e uno dei protagonisti è Silvano Toti. Caso strano, quest’ultimo è anche il secondo azionista di Gemina con il 12,80. Non solo. Oltre all’aeroporto verranno realizzati palazzi, centri commerciali, varianti stradali. L’editore del Messaggero ha una quota piccola azionaria in Generali, il gruppo assicurativo ne ha una in Mediobanca. Il quotidiano capitolino è stato il giornale maggiormente attento alla vicenda. Un caso? Bene, tutta la storia era vincolata solo all’aumento delle tariffe, la conditio sine qua non posta dalle banche (in Gemina c’è anche Unicredit) per finanziare il progetto. Questo perché dal “contributo” dei passeggeri arriva il 50 per cento del totale, il resto i capitani del cemento lo otterranno dagli istituti bancari coinvolti»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che l’aumento delle tariffe aeroportuali, concesso in una situazione di crisi drammatica per le famiglie, possa concretizzare l’ennesimo conflitto di interesse tra la Maccarese SpA di Benetton, Gemina, che possiede il 95 per cento di Adr partecipata dalla stessa Benetton, Cai, quindi la nuova Alitalia, il cui salvataggio è costato 3 miliardi di euro, a parere dell’interrogante a carico dei contribuenti, il gruppo Riva, i patron dell’Ilva di Taranto, e Banca Intesa, i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento;

se, a parere del Governo, tale operazione, che a giudizio dell’interrogante configura una enorme speculazione edilizia in un territorio già martoriato, non possa apparire risolversi nella vendita, da parte dei Benetton, allo Stato, di quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare interessi privati;

se risulti rispondente al vero che, in caso di esproprio dei terreni, i Benetton potrebbero incassare almeno 200 milioni di euro (20 euro al metro quadro), ai quali si aggiungerà il riconoscimento di forme di indennizzo in caso di strutture già presenti, e che l’aumento delle tariffe aeroportuali di Fiumicino, da 16 euro a passeggero a 26,50, per la realizzazione di una delle più grandi opere infrastrutturali possa valere almeno 12 miliardi di euro, corrisposti dalla collettività per raddoppiare l’aeroporto Leonardo da Vinci, che porterà almeno 360 milioni di euro l’anno per una concessione che scadrà nel 2044;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che, così come a parere dell’interrogante sta accadendo, siano sempre i consumatori, gli utenti e le famiglie, già vessate, a dover finanziare opere pubbliche che portano profitti soltanto ai privati.

Ligresti-Fonsai-Consob-Isvap

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03220
Atto n. 3-03220 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI , CARLINO – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

lo scandalo Fonsai Ligresti, che ha prodotto un buco di 2,5 miliardi di euro, a giudizio degli interroganti soprattutto per l’omessa vigilanza della Consob e dell’Isvap, il cui presidente Giannini è stato raggiunto da un avviso di garanzia, si arricchisce ogni giorno di nuove rivelazioni da parte dei magistrati di Milano e di Torino che hanno aperto inchieste penali anche per il reato di falso in bilancio;

come raccontano Sandro De Riccardis e Giovanni Pons per “la Repubblica” del 21 dicembre 2012: «L’inchiesta sulla scalata al gruppo Fonsai e sul fallimento delle società di Salvatore Ligresti prosegue a spron battuto. Ieri è stato sentito per quasi due ore in procura, dal pm Luigi Orsi, Giovanni Perissinotto, ad fino alla scorsa estate di Generali. Le indagini del pm e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza hanno portato finora all’iscrizione nel registro degli indagati dello stesso immobiliarista siciliano, dei suoi figli e dell’ad di Mediobanca Alberto Nagel, tutti indagati per ostacolo agli organi di vigilanza per il presunto patto occulto tra Mediobanca e la famiglia Ligresti. L’inchiesta di Orsi sta approfondendo, oltre alle operazioni immobiliari che hanno portato al fallimento di Imco e Sinergia, gravate da circa 400 milioni di debiti, anche alcune acquisizioni di compagnie assicurative italiane ed estere effettuate dal gruppo Fonsai e che sarebbero state sollecitate da Mediobanca e da altri consulenti vicini alla società. Tra queste vi è sicuramente l’acquisizione, avvenuta a inizio 2008 su consiglio di Kpmg, dell’83% di Ddor Novi Sad, compagnia serba pagata in totale più di 270 milioni di euro a fronte di 300 milioni di premi oggi in gran parte evaporati. Non a caso, dal punto di vista finanziario, gli investigatori sospettano che questo tipo di operazioni siano state ancora più dannose di quelle immobiliari per i bilanci della Fonsai. Un altro esempio è quello della Liguria assicurazioni, compagnia da 150 milioni di premi passata ai Ligresti nel primo semestre 2006 per 148 milioni, più 50 di garanzia su un eventuale sottoriservazione. Dopo aver versato altri 200 milioni in conto aumento di capitale, che hanno portato il costo totale a 350 milioni, oggi la Liguria è valutata nel bilancio Fonsai solo 167 milioni. Mediobanca a quell’epoca assistette la famiglia De’ Longhi, venditrice della Liguria attraverso una società off shore, la Gaula Consultadoria e Investimentos. Un terzo caso riguarda l’operazione Popolare Vita, accordo di bancassurance siglato nel 2007 da Fonsai insieme al Banco Popolare per vendere le polizze vita in 2mila sportelli. L’esborso iniziale per Fonsai fu di 530 milioni, a cui seguì una ricapitalizzazione per altri 94 milioni più il conferimento di una partecipata del valore di 200 milioni. In totale più di 800 milioni di costo per una partnership che nel 2017 avrebbe dovuto portare 6 miliardi di premi (oggi è in perdita) con la consulenza specifica di Mediobanca e Kpmg. Per analizzare questi aspetti negli ultimi mesi, oltre a Salvatore Ligresti, accompagnato in procura dal suo legale Gianluigi Tizzoni, sono sfilati davanti a Orsi altri importanti manager come l’ex direttore generale di Fonsai, Piergiorgio Peluso, figlio del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, liquidato con 3,6 milioni di euro per un anno di lavoro in azienda, o come il consulente Fulvio Gismondi e l’ex ad di Fonsai, Emanuele Erbetta. Da ultimo è toccato a Perissinotto, uscito da Trieste con un anno d’anticipo accusando esplicitamente Mediobanca, principale azionista di Generali, della sua estromissione. Perissinotto nel suo j’accuse sosteneva che il vero motivo del suo licenziamento era l’inesistente sostegno alla veneta Palladio, rivale di Unipol per l’acquisto di Fonsai. E tra le varie accuse, Perissinotto aveva parlato di “seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione (fusione Unipol-Fonsai, ndr) non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore”. Chi non ha mai sollevato alcun rilievo sull’operazione, invece, sono le authority Consob e Isvap. Ma ora la procura vuole verificare se i giudizi della prima non siano stati condizionati dai rapporti tra Fonsai e Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto Cardia, che ha staccato parcelle per consulenze legali pari a 1,2 milioni di euro, mentre il presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini risulta indagato per concorso in falso in bilancio nel filone torinese dell’inchiesta per presunti omissioni e ritardi nei controlli. L’impressione è che l’inchiesta sia solo all’inizio»;

considerato che, a giudizio degli interroganti:

l’acquisizione, avvenuta a inizio 2008 su consiglio di Kpmg, dell’83 per cento di Ddor Novi Sad, compagnia serba pagata in totale più di 270 milioni di euro a fronte di 300 milioni di premi oggi in gran parte evaporati, sarebbe avvenuta con la diretta complicità delle autorità preposte ai controlli, che, invece di adempiere alle loro funzioni di vigilanza, paiono essersi preoccupate di procurare consulenze e carriere a familiari di Giannini e di Cardia;

tali operazioni sono state dannose per gli azionisti ed i soci minori;

sarebbe opportuno assicurare la legittimità dell’operato di Consob e Isvap (quest’ultimo sotto scrutinio penale di due Procure della Repubblica ed il cui presidente, Giancarlo Giannini, risulta indagato per concorso in falso in bilancio nel filone torinese dell’inchiesta per presunti omissioni e ritardi nei controlli), nonché accertarsi che i giudizi della prima non siano stati condizionati dai rapporti tra Fonsai e Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto Cardia, che avrebbe ricevuto, per consulenze legali, una cifra pari a 1,2 milioni di euro, al fine di ripristinare credibilità ed una corretta e trasparente azione di vigilanza,

si chiede di sapere se il Governo, che spesso non ha dato risposta alle numerose interrogazioni ed interpellanze in materia, non ritenga doveroso intervenire con iniziative legislative per ripristinare la terzietà e l’autonomia di autorità di vigilanza, come Isvap e Consob, che, a parere degli interroganti, assecondando gli esclusivi interessi di banche ed assicurazioni, hanno perso qualsiasi credibilità.

Aumento esecuzioni immobiliari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08920
Atto n. 4-08920

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’attuale crisi economica, iniziata nel 2009, ha determinato un’impennata delle aste giudiziarie e delle conseguenti vendite di immobili tramite i tribunali;

le cause sono soprattutto l’elevato numero di fallimenti o le procedure esecutive immobiliari, conseguenti alle iscrizioni di ipoteche e all’impossibilità di pagare i mutui;

scrive Daniela Padoan per “il Fatto Quotidiano” del 20 dicembre 2012: «Mille appartamenti all’asta in una settimana, e a parlarne sono solo gli elenchi pubblicati sugli appositi spazi dei grandi giornali, quasi che non costituissero un fatto, una notizia, in ultima analisi uno scandalo. Ma non è esatto: a parlarne c’è anche un post di poche righe, su una pagina Facebook che ho imparato a tenere d’occhio e che consiglio. Perché l’indignazione di un uomo che conosce le Borse come le sue tasche – che si è formato nelle università di chi governa la crisi europea, che dedica buona metà del suo tempo a occuparsi di persone che hanno perduto la casa, il lavoro e spesso anche le relazioni che le sostenevano – è davvero una strana, impagabile scuola di realismo. Ecco cosa c’era scritto, ieri, sulla pagina FB della Fondazione Condividere: “Leggendo il Corriere della Sera di oggi, ho trovato ben 12 pagine di esecuzioni immobiliari del Tribunale di Milano. Considerate che ogni pagina contiene circa 80 inserzioni, stiamo parlando di quasi 1.000 appartamenti che vanno all’asta questa settimana perché espropriati ai proprietari non più in grado di pagare le rate del mutuo e quindi di almeno 2-3.000 persone che hanno perso la casa. Tenete conto che sino a 2-3 anni fa queste aste del Tribunale non occupavano più di 4-5 pagine… È veramente sconcertante…” Perché queste parole non vengono pronunciate da quelli che dovremmo andare a votare? In Francia, una donna trentasettenne, ministro per le politiche abitative, ha recentemente proposto di requisire gli edifici inutilizzati di proprietà pubblica e privata – caserme, palazzi di istituti bancari e assicurativi, immobili della Chiesa – e di usarli per alloggiare i senza tetto. Ora, provate a leggere un vecchio articoletto dell’archivio storico del Corriere della Sera, nella rubrica Domande & risposte. Spiega come approfittare senza correre rischi e con serenità d’animo della possibilità di acquistare a buon prezzo gli immobili resi liberi dalle procedure esecutive, sempre più numerose grazie alla crisi. Sugli stessi giornali, negli stessi palinsesti televisivi, possiamo trovare una pagina in cui ci si occupa degli esiti sociali delle politiche economiche, della povertà e dei suicidi per disperazione – con interventi di sociologi, filosofi, politici; e un’altra pagina in cui si dà per scontato, come il tempo, come l’alternarsi delle stagioni, come le regole degli affari – dei buoni affari che queste politiche e persino queste morti permettono – che ci siano espropri, sfratti, pignoramenti, fallimenti, licenziamenti. Cause di morte, per parafrasare Ingeborg Bachmann, che intendeva quei sommovimenti sotterranei, quelle perdite di un punto essenziale d’equilibrio, quelle ingiustizie patite che nessuno potrà mai nominare come assassinii, di cui non abbiamo nemmeno consapevolezza. È la logica binaria, il doppio registro, forse la schizofrenia con la quale, giorno per giorno, ci viene insegnato a guardare il mondo. Persino quando ci diciamo di sinistra. Persino quando siamo noi a farne le spese»;

considerato che:

inevitabilmente la crisi e l’alta tassazione hanno portato numerose famiglie italiane a impoverirsi, pur nel tentativo di mantenere attivi certi consumi ma dovendo fare comunque i conti con redditi sempre più bassi, ed esse incontrano grandi difficoltà in tutto quel sistema di erogazione del credito per diversi servizi;

da un lato, le famiglie faticano a resistere per mantenere un livello di vita adeguato alle aspettative, mentre, dall’altro, non possono contare su alcun tipo di aiuto o sostegno visto che non possono fornire a loro volta quelle garanzie che servirebbero in parte a superare il difficile periodo attuale;

i fatti dimostrano che le famiglie sono state lasciate sole e il disinteresse o la sottovalutazione del problema da parte del Governo non possono essere ammissibili;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

in questi anni di governo nulla si è fatto per riformare il mercato del lavoro, per creare nuovi sistemi di protezione sociale, per accrescere la concorrenza delle imprese e per tutelare i cittadini consumatori, per ridurre la spesa corrente e per ridurre il debito pubblico, per combattere la povertà diffusa, per accrescere la capacità innovativa del sistema e per favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese, per migliorare le infrastrutture, per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno, per attirare maggiori investimenti diretti all’estero, per ristrutturare settori fondamentali come il turismo e l’agroalimentare e per salvaguardare il nostro territorio;

è necessario ridurre effettivamente la spesa pubblica, in attuazione del principio della spending review inserito nel decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, tramite misure quali una riduzione dei consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni, attraverso un taglio modulabile, soprattutto a carico delle amministrazioni centrali, la razionalizzazione delle strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, l’accorpamento degli enti di previdenza pubblica e il rafforzamento del ruolo della Consip, nonché mediante la riduzione delle spese militari, impegnandosi altresì a dare conto al Parlamento, entro il 30 novembre 2012, dell’obiettivo raggiunto nell’ambito del programma di razionalizzazione e riorganizzazione della spesa pubblica;

occorre una riduzione strutturale della spesa corrente che consenta almeno di mantenere, se non addirittura di aumentare marginalmente, la quota di spesa destinata agli investimenti e al riequilibrio infrastrutturale del Paese e ad un adeguato sistema di welfare. A tal fine sarà necessario: 1) per ridare stimolo all’economia e sollievo alle famiglie, ridurre la pressione fiscale adottando di conseguenza una severa e rigorosa politica di lotta all’evasione fiscale e contributiva e recuperando risorse in seguito alla riduzione della spesa corrente, il che significa, volendo mantenere almeno gli stessi livelli di spesa sociale e di spesa in conto capitale rispetto al PIL, attuare un taglio drastico (3-5 punti di PIL) della spesa più improduttiva ma anche riduzioni di programmi non prioritari. Ciò dovrà avvenire anche attraverso una revisione generalizzata della spesa pubblica centrale e decentrata (spending review, appunto) volta a valutare l’efficacia e l’efficienza dei singoli programmi di spesa per il raggiungimento degli obiettivi e mediante: una riallocazione delle risorse in base al livello dei risultati e alle priorità delineate, il confronto con le migliori pratiche interne e internazionali, il monitoraggio degli indicatori, il controllo dei risultati e la valutazione dei processi amministrativi, al fine di garantire un migliore utilizzo delle risorse pubbliche; 2) adottare un’efficace riduzione dei costi della politica, riducendo i livelli di governo locale (Province e Comunità montane) e il numero dei componenti delle assemblee elettive e del costo delle giunte amministrative, riducendo le società partecipate dallo Stato e dagli enti decentrati e contenendo la proliferazione dei servizi “esternalizzati”, riducendo le cariche di Governo e le istituzioni pubbliche, provvedendo altresì alla contrazione e alla revisione dei compensi per i rappresentanti politici, nonché una contrazione del finanziamento pubblico ai partiti; 3) provvedere al finanziamento e al mantenimento di una quota costante in rapporto al PIL della spesa in conto capitale: devono ripartire sia le grandi opere pubbliche che le opere di riqualificazione del tessuto infrastrutturale del Paese (la messa in sicurezza di scuole, carceri ed altri edifici pubblici, la ristrutturazione degli immobili pubblici nelle zone sismiche, la manutenzione delle infrastrutture e delle strade) con un grande piano di manutenzione e ristrutturazione del territorio con criteri di sostenibilità ambientale, con particolare riferimento alla messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, sviluppando altresì un piano di incentivi per le aziende che investono in ricerca e nuove tecnologie sul risparmio energetico; 4) intervenire sul sistema sociale italiano al fine di ridurre le disuguaglianze e le disparità di trattamento. L’Italia è un Paese a bassa crescita economica, nel quale permane un grave problema di povertà, soprattutto nelle regioni meridionali. La scarsa crescita dell’Italia si è tradotta in un aggravamento delle condizioni sociali delle famiglie,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che non sia più possibile rimanere indifferenti alla pesante crisi sociale e, di conseguenza, quali misure urgenti intenda attivare per porre fine a questa grande piaga sociale e porre in essere politiche di sostegno alle famiglie per renderle meno vulnerabili alla recessione, garantendo un’inversione delle politiche di austerità sui redditi nonché una maggiore equità fiscale e combattendo le disuguaglianze nel mercato del lavoro, prevenendo gesti disperati di cittadini e imprenditori feriti nell’onore;

quali iniziative, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e rincari, destinati ad aumentare, voglia intraprendere per porre in essere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile;

quali iniziative intenda assumere al fine di mettere in condizione molte aziende di invertire il ciclo economico recessivo, attivando meccanismi virtuosi di liquidità per salvare aziende e posti di lavoro, considerato che non si può solo continuare ad aumentare tasse e imposte, chiedendo ulteriori sacrifici ai cittadini che non riescono più ad arrivare neanche a metà mese;

quali siano le iniziative adottate o in corso di adozione per il risveglio dell’economia italiana e se non intenda garantire ai contribuenti una maggiore equità fiscale, visto che a quanto risulta all’interrogante ad oggi si applicano due pesi e due misure quando si tratta di non disturbare i soliti “raccomandati” a svantaggio degli altri;

se ritenga che le proposte messe in campo dal Ministro francese per le politiche abitative possano essere applicabili anche in Italia e, di conseguenza, quali iniziative intenda intraprendere al riguardo.

Monte dei Paschi di Siena

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03219
Atto n. 3-03219 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che si apprende dalla lettura di un articolo pubblicato su “Dagospia” il 21 dicembre 2012 che lo stesso giorno, alle ore 9, l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto “bussare alla sede centrale della ex Banca Antonveneta”, come disposto dal «giudice dell’esecuzione del tribunale di Padova, Grazia Santel. Ma per “imprevisti e gravi problemi personali” dell’ufficiale medesimo, Tatiana Giona, l’appuntamento è stato rimandato a giovedì 3 gennaio 2013. Stessa ora. Stesso luogo. E stesso obiettivo: far sborsare all’Antonveneta una ventina di milioni di euro e mettere finalmente fine a una storia talmente assurda da non sembrare neanche vera. “Immaginate di avere un paio di conti correnti. Immaginate che la vostra banca, per bilanciare il profondo rosso di uno, si mangi (e senza manco avvertirvi) l’attivo dell’altro. Cioè 20 milioni di euro. Poi, mentre ancora protestate, arriva un’altra banca che si compra la vostra banca, insieme al vostro ex conto e ai vostri ex soldi. Poi subentra un’altra banca ancora. E i 20 milioni? Tenetevi forte: dopo 15 anni un tribunale vi dà finalmente ragione, così andate allo sportello per farveli restituire. Non vi danno un soldo. Perché mai? Gli amministratori sono andati a piangere miseria davanti alla Cassazione: restituire una simile somma, dicono, potrebbe creare alle finanze dell’istituto un “danno grave e irreparabile”, perché non è detto che siate in grado di restituirglieli, quei soldi, se i giudici alla fine dovessero dare torto a voi anziché a loro. Sono 20 milioni: mica noccioline. E magari volete pure gli interessi? Euro più, euro meno, farebbero altri 16 milioni… Andrea Baldanza, magistrato di Corte dei Conti, in questa storia surreale si è ritrovato due anni fa, quando lo hanno nominato commissario di Federconsorzi. “Il fallimento di Federconsorzi è stato il più grande scandalo della storia nazionale, peggio del crac della banca romana” ebbe a tuonare l’allora ministro all’Agricoltura Giancarlo Galan conferendogli l’incarico. Di certo la scomparsa di quei soldi è uno scandalo nello scandalo; e così pure le protezioni di cui ha finora goduto chi se n’è appropriato, e persino il silenzio della Banca d’Italia che sull’intera vicenda non ha mai detto beh. Un passo indietro. “Federconsorzi è il nome con cui è normalmente nota la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari, istituzione che nel suo secolo di vita passò da istituzione privata ad organo fondamentale della politica agricola statale, per tornare poi ad una struttura privatistica fino ad essere travolta nel 1991 da una crisi irreversibile”. Così Wikipedia. Federconsorzi, anima della politica contadina e democristiana del dopoguerra, oltre a gestire consorzi agricoli, soldi e voti per la Dc, faceva anche altro: si occupava della cosiddetta “gestione ammassi” per conto dello Stato. Come tale, operava con 34 conti correnti (intestati proprio all’”agente contabile Federconsorzi”) presso la Banca nazionale dell’Agricoltura. Uno di quei conti era il numero 40661/K su cui, al 1° luglio 1996, c’era un attivo di 40 miliardi e 103 milioni di lire. Soldi pubblici. Spariti da un giorno all’altro, incamerati dalla Bna. Bna è poi stata comprata nel 1999 da Antonveneta, a sua volta acquisita, nel 2007, dal Monte dei Paschi di Siena. Operazione molto discussa, prezzo (10,3 miliardi) spropositato, mormorii su tangenti rosse di ogni tipo, fino all’inchiesta giudiziaria aperta qualche mese fa in cui sarebbe finito, tra gli indagati, perfino il dalemiano Giuseppe Mussari, all’epoca dell’acquisizione presidente di Mps e oggi presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Di certo Mussari in questa storia di Federconsorzi non fa una gran bella figura. I 20 milioni incamerati da Bna passano infatti prima ad Antonveneta, poi alle casse di Mps. E lì rimangono saldamente. Più volte sollecitato, anche dai giudici, a restituire la somma (con gli interessi) al legittimo proprietario, l’uomo del Monte ha fatto sempre orecchie da mercante. Idem il suo successore, Alessandro Profumo. D’accordo, il Monte Paschi di Siena non se la passa bene. E la sua condizione “è la più grave del panorama nazionale” bancario, come ha calcolato impietoso il Corriere della Sera: ha 1,9 miliardi di Tremonti-bond da restituire, un debito di 4,16 miliardi con lo Stato italiano (quasi tutti sotto forma di nuove obbligazioni), 29 miliardi di finanziamenti da ridare alla Bce, oltre a crediti deteriorati per 17 miliardi… Però una condanna è una condanna.E condannato nel 2009 dalla Corte d’Appello di Roma a restituire i soldi, Mps si è opposto all’esecuzione della sentenza in tutti i modi. Prima dicendo che, toh, essendo cambiato in 15 anni il numero di conto di Federconsorzi, non era più possibile versarci i soldi. Poi sostenendo che l’esecuzione suddetta, ossia il versamento dovuto, potrebbe creare un “danno grave e irreparabile” alle sue casse. Ma da quando per una banca, qualsiasi banca, tirar fuori 20 milioni di euro potrebbe rappresentare un danno “irreparabile”? Possibile che il Monte sia messo così male da non poter mettere mano alla saccoccia per una cifra che è tutto sommato modesta, rispetto ai 3,9 miliardi di euro che lo Stato si appresta ad elargire ai senesi coi soldi della nostra Imu? Il 3 gennaio, in ogni caso, con l’arrivo dell’ufficiale giudiziario in Antonveneta questa storia finirà. O almeno si spera. Resta però qualche simpatico dubbio: perché qualsiasi banca, seguendo l’esempio di Montepaschi, potrebbe impossessarsi delle somme depositate dai correntisti e poi sostenere l’impossibilità di un rimborso perché ciò creerebbe “un danno grave e irreparabile” alle sue finanze. Bankitalia dovrebbe intervenire di corsa per tranquillizzare gli italiani. E invece, che dice? Nulla. Come non ha mai detto nulla in ben quindici anni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante la Banca d’Italia, che avrebbe il dovere di valutare l’operato delle banche, e che non ha mosso un dito rispetto all’abnorme valutazione superiore di ben 2 miliardi di euro effettuata dal MPS in sede di acquisizione di banca Antonveneta, avrebbe il compito di predisporre l’immediata esecuzione del pagamento a favore del convenuto,

si chiede di sapere:

se il Governo, che ha elargito 3,9 miliardi di euro di provvidenze al Monte dei Paschi di Siena per evitare l’insolvenza, non abbia il dovere di intervenire per evitare che questo pesante arbitrio venga perpetrato;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che i banchieri, che la fanno sempre franca, possano agire indisturbati facendo strame dei diritti dei cittadini, dei risparmiatori e della legalità.

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