Author: Segreteria

AGCOM- Garzia anticorruzione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08918
Atto n. 4-08918

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che:

l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) è una autorità di regolazione di servizi di pubblica utilità ai sensi della legge n. 481 del 1995 ed è stata istituita con la legge 31 luglio 1997, n. 249;

per l’espletamento delle funzioni attribuitele l’Autorità può avvalersi di 25 unità di personale provenienti da altre amministrazioni in posizione di comando o distacco o fuori ruolo;

premesso altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

la dottoressa Maria Antonia Garzia, magistrato ordinario continuativamente in fuori ruolo dalla magistratura ordinaria dal 1° febbraio 1999, con decreto del Ministro della giustizia del 20 marzo 2008 è stata collocata in servizio, sempre in posizione di fuori ruolo, presso l’Agcom per ricoprire l’incarico di responsabile dell’Ufficio contenzioso del Servizio giuridico fino al 5 agosto 2009;

con la delibera del Consiglio superiore della magistratura (CSM) del 22 luglio 2009 il provvedimento di fuori ruolo del magistrato in questione è stato confermato per il medesimo incarico all’Agcom senza alcuna indicazione sulla durata della proroga concessa;

con decorrenza 1° gennaio 2011, nel corso del servizio prestato in fuori ruolo, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata promossa, presso l’Agcom, alla qualifica di vice direttore del Servizio giuridico con scadenza dell’incarico il 10 gennaio 2013;

con decorrenza 1° febbraio 2012, sempre nel corso del servizio prestato in fuori ruolo presso l’Agcom, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata confermata nell’incarico di responsabile dell’Ufficio contenzioso del Servizio giuridico, con scadenza dell’incarico il 31 dicembre 2012;

con decorrenza 1° febbraio 2012, sempre nel corso del servizio prestato in fuori ruolo presso l’Agcom, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata promossa, previo assenso del CSM, alla funzione di direttore del Servizio risorse umane e formazione, con scadenza dell’incarico il 31 dicembre 2012;

considerato che:

il comma 72 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2012 (cosiddetta legge anticorruzione) prevede che “I magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché gli avvocati e procuratori dello Stato che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno già maturato o che, successivamente a tale data, maturino il periodo massimo di collocamento in posizione di fuori ruolo, di cui al comma 68, si intendono confermati nella posizione di fuori ruolo sino al termine dell’incarico, della legislatura, della consiliatura o del mandato relativo all’ente o soggetto presso cui è svolto l’incarico. Qualora l’incarico non preveda un termine, il collocamento in posizione di fuori ruolo si intende confermato per i dodici mesi successivi all’entrata in vigore della presente legge”;

in relazione al trattamento economico, a parere dell’interrogante anomalo, riconosciuto al personale che opera in regime di comando o distacco o fuori ruolo presso l’Agcom, proveniente da altre amministrazioni, come nel caso della dottoressa Garzia, sono state presentate diverse interrogazioni a risposta scritta ad alcune delle quali non è stata data risposta (atto di sindacato ispettivo 4-05236 del 19 maggio 2011);

avverso il riconoscimento di tali indennità sono stati presentati numerosi ricorsi dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dell’Agcom, che sono stati discussi nella sezione del Tribunale del lavoro di Roma, dove la dottoressa Garzia ha prestato servizio in qualità di magistrato prima della concessione del fuori ruolo. In relazione al conflitto di interessi in cui, a giudizio dell’interrogante, versa tale magistrato è stata presentata la richiamata interrogazione 4-05236 del 19 maggio 2011;

a seguito del nulla osta, a giudizio dell’interrogante anomalo, concesso il 16 febbraio 2012 dal CSM alla dottoressa Garzia per ricoprire l’incarico di responsabile del Servizio risorse umane e formazione presso l’Agcom, incarico che pare all’interrogante aver amplificato enormemente il potenziale conflitto di interessi del magistrato in questione, è stata presentata, in data 2 febbraio 2012, l’interrogazione a risposta scritta 4-06767 che non ha ricevuto ancora alcun riscontro;

risulta all’interrogante che il Consiglio dell’Agcom, invece di comunicare al CSM l’imminente scadenza degli incarichi della dottoressa Garzia per permettere l’avvio della procedura di rientro del magistrato presso la propria Amministrazione, ha deliberato un’ulteriore proroga degli stessi, a parere dell’interrogante in palese violazione della disposizione di legge richiamata;

risulta altresì all’interrogante che la decisione del Consiglio dell’Agcom sarebbe stata assunta sulla base di un parere reso dalla stessa dottoressa Garzia, secondo il quale l’interpretazione giuridicamente corretta, conforme ad un canone ermeneutico sistematico, è quella che riconduce la cessazione dell’incarico extragiudiziario alla scadenza del termine di durata dell’incarico così come fissato dall’Amministrazione di provenienza, a giudizio dell’interrogante contrariamente a quanto previsto dalla legge che stabilisce che il termine per il rientro sia alla scadenza dell’incarico relativo all’ente o soggetto presso cui l’incarico stesso è svolto (comma 72 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2012);

considerato altresì che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe opportuno procedere alla verifica della legittimità degli atti di proroga degli incarichi attribuiti alla dottoressa Garzia, che all’interrogante paiono essere stati adottati in palese violazione della cosiddetta legge anticorruzione, nonché all’accertamento di eventuali responsabilità;

sarebbe opportuno procedere ad una verifica della correttezza dell’operato del magistrato stesso, nonché della regolarità delle procedure adottate per la concessione dei provvedimenti di fuori ruolo;

sarebbe opportuno procedere ad un accertamento dell’eventuale situazione di conflitto di interessi del magistrato stesso,

si chiede di sapere quali iniziative legislative il Governo intenda promuovere al fine di garantire la trasparenza delle procedure di affidamento di incarichi presso le autorità indipendenti a personale proveniente da altre amministrazioni.

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Apertura sale poker cash live

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08917
Atto n. 4-08917

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della salute. -

Premesso che:

scrive Roberto Giovannini per “La Stampa”: «Lo Stato, alla ricerca disperata e continua di soldi da gettare nella fornace del deficit, è sempre più biscazziere. Ma stavolta forse si esagera: tra qualche mese l’Erario forse potrà incassare persino una fetta del danaro che verrà dissipato in circa mille sale di “live poker”, dove si giocherà dal vivo, insieme ad altre persone, a Poker, Texas Holdem, e quant’altro. Non è una notizia di ieri, anche se ieri si è fatto un gran parlare di full, scale e doppie coppie, con la polemica lanciata da Avvenire e l’approvazione di un subemendamento alla legge di stabilità che accelera i tempi perché gli italiani si possano “divertire” giocando i loro soldi a poker. In realtà la decisione fu presa nel luglio 2011 dal governo Berlusconi, in una delle manovre di Giulio Tremonti. Quello che è successo ieri è che la potente lobby del gioco d’azzardo» è riuscita ad ottenere il rinvio di sei mesi dell’entrata in vigore «delle norme del ministro Balduzzi per limitare le ludopatie. Secondo, al contrario ha respinto – con il paradossale aiuto della Ragioneria dello Stato – il rinvio di sei mesi della gara per l’apertura delle sale di “poker live”. Lotto giochi e lotterie per molti sono la “tassa sugli stupidi”, secondo una definizione attribuita al Conte di Cavour o a Luigi Einaudi. Vero è che nel 2011 gli italiani hanno speso la bellezza di 80 miliardi di euro nei giochi. Sono 1.333 euro a testa, bambini compresi: una non piccola somma. Di questi 80 miliardi, quasi 14 sono finiti nelle casse dell’Erario. Ossigeno puro per lo Stato, se si pensa che l’Imu ha reso 24 miliardi. E un bel business anche per chi gestisce giochi e affini, visto che i concessionari si sono messi in tasca 9 miliardi. Tanti soldi, tanto potere, tanta forza (…). “Vergogna”, tuonava un editoriale di Avvenire, dopo aver scoperto che le (timide) misure per limitare gli effetti del gioco d’azzardo patologico volute dai ministri Balduzzi e Riccardi nottetempo erano state rinviate di sei mesi». Un’altra proposta «prevedeva lo slittamento da gennaio a giugno 2013 della presentazione della gara per l’apertura da parte dei concessionari interessati delle sale di poker “live”, che saranno circa un migliaio. Una proposta cassata dalla Ragioneria dello Stato, secondo cui il rinvio di sei mesi non aveva copertura finanziaria, e avrebbe fatto diminuire le entrate fiscali a vantaggio dello Stato legate al gioco del poker». È stata ripristinata «la scadenza per la presentazione dei bandi per il poker live al prossimo gennaio. (…) Protesta il ministro Balduzzi, protesta il suo collega Andrea Riccardi. Replicano a muso duro da Confindustria Sistema Gioco Italia, l’associazione delle imprese del settore, che negano di essere lobbies irresponsabili e affermano di voler accelerare comunque le misure di informazione per la clientela. Saranno cartelli e messaggi sulla probabilità di vincita e sui rischi del gioco. In ogni caso, ci vorranno mesi prima che gli appassionati (o i malati) possano schierarsi intorno ai tavoli verdi a suon di colore e poker d’assi. E c’è un’incognita che potrebbe far saltare il banco. A gennaio verrà aperta la gara per le nuove sale, ma come chiarisce l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli prima servirà il varo di un regolamento. E soprattutto, “è in corso una riflessione – si legge in una nota – sulla opportunità di introdurre questa tipologia di gioco che, per la prima volta, vedrebbe fisicamente interagire i giocatori, creando problematiche per i controlli sulla regolarità del gioco e per la prevenzione di eventuali fenomeni di riciclaggio”»;

considerato che:

l’interrogante ha presentato numerose interrogazioni nonché un atto di indirizzo per sollevare il grave fenomeno legato direttamente e/o indirettamente al gioco d’azzardo patologico. L’offerta di giochi rischia di presentare un incremento di rischi di deriva di tipo problematico o patologico: l’aumento di richieste di aiuto a servizi pubblici o privati da parte di giocatori o loro familiari, lo sviluppo di forme di auto-aiuto, il crescente allarme sociale legato a fatti di cronaca ed al crescente fenomeno dell’usura in parte imputabile al gioco, ne sono una dimostrazione (atti 4-08833, 4-05116, 4-07742, 4-06882, 4-06477, 3-02899, 1-00222, 4-06089);

nel 2011 la spesa degli italiani per il gioco pubblico è stata di 76,6 miliardi di euro con un incremento del 24 per cento sull’anno precedente. L’Erario ha incassato 9,3 miliardi di euro;

considerando la nuova tassazione del 6 per cento prevista sulle vincite oltre 500 euro, e le entrate per l’Erario potrebbero superare, nel 2012, i 13 miliardi di euro;

va sottolineato che, su 76,6 miliardi di euro giocati, le vincite ammontano a 57,5 miliardi, quindi il margine Erario/concessionari è di 19,10 miliardi, il 33,2 per cento delle vincite;

desta preoccupazione il gioco digitale (Skill games, poker on line, casino) che ha goduto di un incremento del 170 per cento rispetto all’anno precedente;

nel corso della conferenza stampa che si è tenuta al Senato il 4 dicembre 2012 è stato presentato il dossier della campagna “Mettiamoci in gioco” e “Azzardopoli 2.0″;

su “AgenParl” dello stesso giorno si legge: «Siamo sicuri che lo Stato, e la collettività, ci guadagnino favorendo la diffusione del gioco d’azzardo? “Mettiamoci in gioco”, campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, risponde con un chiaro “no, non ci guadagnano affatto”. Una posizione ribadita oggi rendendo pubblico al Senato un dossier sui costi sociali e sanitari del gioco d’azzardo. All’interno dell’iniziativa Libera ha presentato il dossier “Azzardopoli 2.0″, sulla presenza delle mafie nel settore. (…) Se è vero che lo Stato potrebbe incassare quest’anno 8 miliardi di euro, grazie alle tasse versate dai concessionari dei giochi, la campagna promossa da Acli, Adusbef, Alea, Anci, Anteas, Arci, Auser, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Gruppo Abele, InterCear, Libera, Uisp stima in una cifra compresa tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro annui i costi sociali e sanitari che il gioco d’azzardo patologico comporta per la collettività. A questi vanno aggiunti 3,8 miliardi di euro di mancato versamento dell’iva, nel caso in cui i 18 miliardi di euro, sul fatturato complessivo, che non tornano ai giocatori in forma di montepremi fossero stati spesi in altri consumi (con iva al 21%). Ma ci sono poi i costi non facilmente stimabili, che riguardano l’aggravarsi di fenomeni sociali rilevanti: le infiltrazioni mafiose nei giochi, la crescita del ricorso all’usura, il peggioramento delle condizioni delle persone più fragili e povere, maggiormente esposte alla seduzione di slot e biglietti della lotteria, i sussidi da versare a chi si rovina giocando, l’incremento delle separazioni e dei divorzi, un aumento impressionante di giocatori tra i minorenni. (…) La campagna stima tra gli 88 e i 94 miliardi di euro il business dell’azzardo, nel nostro paese, per l’anno in corso, terza industria nazionale con il 4% del Pil prodotto. Ma se il giro d’affari cresce, le entrate per lo Stato – in percentuale – scendono incessantemente: si è passati dal 29,4% del 2004 all’8,4% del 2012, sul totale del fatturato. Che significa una cifra più o meno simile di entrate fiscali mentre il fatturato è cresciuto di quasi il 400 per cento (…) Mentre i consumi e i risparmi delle famiglie italiane decrescono, dunque, le spese per i giochi non conoscono crisi: siamo il primo paese al mondo per il Gratta e vinci, abbiamo un numero pro capite di macchine da gioco di ultima generazione – le Vlt – triplo rispetto agli Stati Uniti, deteniamo il 23% del mercato mondiale del gioco on line. La spesa pro capite annua per ogni italiano maggiorenne va, a seconda delle stime, da 1703 a 1890 euro. Le persone che hanno problemi di dipendenza sono tra le 500mila e le 800mila, quelle a rischio sono quasi due milioni. Insomma, l’Italia è tra i primi paesi al mondo per consumi di gioco d’azzardo. (…) Il Dossier di Libera “Azzardopoli 2.0″ segnala cifre allarmanti anche per quanto riguarda il coinvolgimento delle mafie e il gioco illegale. Ammonta a 15 miliardi di euro il fatturato stimato del gioco illegale per il 2012. Ben 49 clan gestiscono giochi di vario genere: dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, dai Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. (…) Con la presentazione dei due dossier la campagna si rivolge prima di tutto alle Istituzioni e ai partiti affinché intervengano in modo molto più incisivo in materia di gioco d’azzardo, ponendo al primo posto la tutela della salute del cittadino. La recente vicenda del decreto Balduzzi sulla sanità ha evidenziato ancora una volta la forza della lobby dell’azzardo, capace di affondare i buoni propositi del ministro. È invece necessario che il tema sia messo al più presto in agenda, fin dall’inizio della prossima legislatura. È evidente che i dati sul fenomeno di cui disponiamo sono largamente insufficienti. La campagna ha voluto raccoglierli per evidenziare tutti i punti problematici, ma è urgente un’azione di indagine per valutare il fenomeno del gioco d’azzardo e i costi sociali e sanitari che comporta. A tal proposito, la campagna rivolge un appello al mondo dell’università e della ricerca per realizzare insieme indagini più estese ed accurate. Infine, tutto questo sarà possibile solo con un forte coinvolgimento dell’opinione pubblica, che non ha affatto chiare tutte le implicazioni e i rischi della diffusione del gioco d’azzardo»,

si chiede di sapere:

quali iniziative legislative, anche urgenti, il Governo intenda assumere al fine di bloccare l’apertura delle sale per l’esercizio del poker sportivo, anche alla luce della nota dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per cui è in corso una riflessione sulla opportunità di introdurre questa tipologia di gioco, che, per la prima volta, vedrebbe fisicamente interagire i giocatori, creando problematiche per i controlli sulla regolarità del gioco e per la prevenzione di eventuali fenomeni di riciclaggio;

quali iniziative intenda assumere al fine di evitare che le famiglie italiane, attratte dal miraggio del facile ed immediato arricchimento in una situazione di massima crisi economica accompagnata da pesante disoccupazione, continuino a precipitare in vere e proprie forme di dipendenza patologica da gioco.

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Alitalia-salvataggio da rifare

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08916
Atto n. 4-08916

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Alitalia è di nuovo sull’orlo del baratro e avrà bisogno di un ulteriore salvataggio nonostante i 3 miliardi di euro ricevuti durante il Governo Berlusconi, visto che la compagnia di bandiera perde 630.000 euro al giorno e ha a disposizione soltanto 300 milioni di euro;

scrive Ettore Livini per “la Repubblica”: «I conti, malgrado il lavoro della cordata dei patrioti, non quadrano ancora: la compagnia perde 630mila euro al giorno, i 735 milioni di rosso accumulati nei quattro anni di gestione privata hanno bruciato quasi tutto il capitale, la liquidità in cassa si è assottigliata a 300 milioni. E i soci – divisi tra di loro e a corto di quattrini – si preparano a giocare il jolly della finanza creativa (lo spinoff con maxi-rivalutazione delle Mille Miglia) per evitare di dover metter mano al portafoglio e ricapitalizzare l’azienda. Il redde rationem comunque è vicino. Il prossimo 12 gennaio scatterà la campanella del “liberi tutti”. Gli azionisti, scaduto il vincolo del lock-up, potranno vendere le loro partecipazioni. E nell’arco di pochissimi mesi si deciderà per l’ennesima volta il futuro dell’aerolinea tricolore, sospesa tra la tentazione di una rinazionalizzazione strisciante (la politica, in allarme, ha già iniziato a muovere le sue pedine) e una cessione a prezzi d’affezione a quella stessa Air France che nel 2008 aveva messo sul piatto 2,4 miliardi per farsi carico della società. Senza lasciare, piccolo particolare, un euro di spesa a carico dei contribuenti tricolori. (…) Come si è arrivati (o per meglio dire tornati) a questo punto? Il piano Fenice redatto da Banca Intesa e dagli imprenditori guidati da Roberto Colaninno prevedeva di arrivare all’utile operativo nel 2011. Ridimensionando il network, ringiovanendo la flotta e spostando l’hub a Roma. In un quadriennio sono stati fatti passi avanti (la flotta Alitalia a gennaio sarà la più giovane d’Europa), la pax sindacale è stata garantita e “la compagnia è viva e nuova”, come dice ottimista il nuovo ad Andrea Ragnetti. Peccato che i numeri – l’unica cosa che conta davvero – non tornino ancora. La chimera dell’utile operativo è stata spostata al 2014 (“nel 2013 lo scenario peggiorerà”, mette le mani avanti l’ad). Da gennaio a settembre – complice il boom del greggio, la crisi economica e la concorrenza di treno e low cost – l’aerolinea tricolore ha perso 173 milioni, 150 in più del 2011. E da allora le cose sembrano essere peggiorate, con la navetta Milano-Roma (ex gallina dalle uova d’oro del gruppo) che viaggia con il 15% di passeggeri in meno rispetto al 2011 e con i piloti, sussurrano in camera caritatis alcuni di loro, costretti a zavorrare la parte anteriore degli aerei per bilanciarli, visto che si vendono solo i posti in coda, quelli meno costosi. (…) I 300 milioni in cassa a fine settembre dovrebbero consentire di lavorare ancora senza troppi patemi almeno per un po’ di tempo anche se da oggi fino (almeno) a marzo Alitalia continuerà a mangiare cassa. Il vero problema è a monte e si chiama ricapitalizzazione. Le perdite accumulate in quattro anni – in tutto 735 milioni – hanno bruciato due terzi del capitale. Degli 1,16 miliardi versati dai soci a inizio 2009 (323 messi da Air France, 827 dai 20 “patrioti”) ne sono rimasti circa 400. Troppo pochi. A norma di codice civile sarebbe necessaria una ricapitalizzazione. Peccato che molti dei soci dell’aerolinea – basti pensare a Gavio, Fonsai e Riva – abbiano» altri problemi «e non vogliano buttare altri soldi in quello che rischia di rimanere ancora per un po’ un pozzo senza fondo. Risultato: l’unica in grado di metter mano al portafoglio è Air France, portandosi via per poche centinaia di milioni di euro il mercato aereo tricolore e la stessa società per cui nel 2008 aveva messo sul piatto senza batter ciglio dieci volte tanto. Il management, per evitare un finale di questo tipo, ha dato fondo ai manuali di finanza creativa cavando il coniglio dal cilindro: la “societarizzazione” delle Mille Miglia. In sostanza lo spin-off di una scatola vuota cui conferire il piano di fidelizzazione (l’ha già fatto Air Canada) rivalutandone il valore. Un’operazione di ingegneria contabile in grado di far emergere a bilancio il valore dell’asset – i più ottimisti parlano di un’iniezione virtuale di liquidtà di 200 milioni – allontanando lo spettro dell’aumento di capitale e cavando le castagne dal fuoco a un azionariato con le tasche vuote. (…) Si tratta, come ovvio, di una soluzione tampone. In grado al limite di posticipare di qualche mese le scelte radicali necessarie per salvare di nuovo Alitalia. La strategia dei soci privati – concentrarsi sul mercato domestico e sul medio raggio, affidand-osi per l’intercontinentale ai partner Air France e Klm – non ha pagato. Sul medio raggio l’aerolinea tricolore non è in grado di competere con Easyjet e Ryanair. E l’avvento dell’alta velocità ha ridimensionato i margini sul mercato interno. Come uscire dall’impasse? La politica e la finanza tricolore hanno già iniziato a mettersi in azione. Il governo Monti (Corrado Passera 4 anni fa è stato il regista del salvataggio made in Italy) ha sondato con discrezione la Cassa depositi e prestiti. Obiettivo: cooptare il Fondo strategico italiano come cavaliere bianco per scongiurare terremoti occupazionali. Una sorta di ritorno tra le braccia dello Stato. Il progetto però non è di facile realizzazione, se non altro perché lo statuto del fondo prevede investimenti solo in aziende in equilibrio finanziario. Identikit in cui non rientra l’aerolinea. Lo stesso Giovanni Gorno Tempini, ad del Fondo, ha ammesso ieri che “Alitalia non ha le caratteristiche per un eventuale investimento”. Air France sta studiando a distanza la situazione. Lazard ha un mandato per studiare la fusione tra Parigi e Alitalia. L’operazione, numeri alla mano, è praticabile visto che il rally dei titoli del vettore transalpino (raddoppiati in sei mesi) rende realistici i valori di un concambio. Ma il matrimonio non è facile. Fonti della banca francese confermano che al momento siamo ancora ai pour parler. Air France sa di avere il coltello dalla parte del manico, ha il tempo dalla sua e non vuole strapagare. Mentre i soci italiani non sono pronti ad accettare offerte che non consentano loro di rientrare del capitale investito. Ipotesi, allo stato, quasi dell’irrealtà. Intanto la sabbia continua a correre nella clessidra. E l’Alitalia» salvata dal Governo Berlusconi, «pochi ne dubitano, sarà una delle prime patate bollenti sul tavolo del nuovo governo»;

verrebbe da chiedersi se questi siano i risultati della strategia industriale che ha comportato in questi 4 anni una gestione fallimentare e che ha preservato e difeso, a parere dell’interrogante contro ogni ragione economica, la compagnia di bandiera, quasi che il patriottico richiamo alla nazionalità intangibile costituisse un valore non negoziabile;

considerato che:

Corrado Passera è indagato dalla Procura di Biella in qualità di ex amministratore delegato e direttore generale di Intesa (si veda “il Fatto Quotidiano” del 30 gennaio 2012). Secondo i pubblici ministeri, il gruppo bancario avrebbe compiuto operazioni finanziarie di investimento in titoli esteri allo scopo di aggirare la legge e pagare meno tasse;

alcuni mesi prima Passera aveva dichiarato che per ridurre l’evasione fiscale “è necessaria anche la sanzione sociale” (Adnkronos del 31 marzo 2012) e “Non deve essere tollerabile (…) che chi può contribuire in maniera adeguata non lo fa, come accade oggi”;

a giudizio dell’interrogante, in un momento in cui il Governo guidato da Mario Monti chiede al Paese sacrifici e, in particolare, decide un ulteriore pesante aumento della pressione fiscale, è a dir poco fastidioso venire a sapere che, durante la gestione di Corrado Passera, banca Intesa evadeva le tasse per una cifra considerevole;

in un precedente atto di sindacato ispettivo (4-06551) l’interrogante sollevava la questione di possibili conflitti di interessi che coinvolgerebbero l’ex amministratore delegato di banca Intesa Sanpaolo e tra questi si evidenziava la questione della nuova Alitalia, nata con un carico di almeno 3-4 miliardi a danno dei contribuenti italiani e lasciando a casa oltre 7.000 lavoratori, mentre ci sarebbe stata un’offerta d’acquisto più vantaggiosa, per tutti, presentata da Air France-Klm. Sostiene Passera in una lettera al “Corriere” che «L’operazione “Nuova Alitalia” è stata del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza». Ma a giudizio dell’interrogante non è stato così;

inoltre, a giudizio dell’interrogante, per far nascere la nuova Alitalia e per proteggere la nuova compagnia, che ha assorbito anche AirOne, creando un monopolio nei cieli italiani e soprattutto a Linate, è stata sospesa per 3 anni, attraverso il decreto-legge n. 134 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 166 del 2008, la possibilità di intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza siano state assunte dal Ministro in indirizzo sulla gestione Alitalia, considerato che la compagnia aerea di bandiera risulta nuovamente sull’orlo del baratro, tanto da perdere 600.000 euro al giorno, nonostante l’iniezione di 3 miliardi di euro pubblici che risale a soli 4 anni fa, e se ritenga che, di conseguenza, i cittadini italiani debbano assistere in futuro ad altri salvataggi da parte del Governo con cadenza quadriennale;

se al Governo risulti quali siano state le scelte strategiche che hanno portato la compagnia, dopo 4 anni dal salvataggio, a bruciare due terzi del capitale, per cui il 12 gennaio 2013, a meno che non si ricorra a complicate soluzioni finanziarie creative, Air France potrà comprare Alitalia a prezzi stracciati, ridotti di 10 volte rispetto all’offerta del 2008;

quali misure intenda adottare per salvare l’azienda ovvero decidere altrimenti sul futuro della compagnia e se siano fondate le ipotesi più accreditate: quella della rinazionalizzazione, oppure la svendita ad Air France, che nel 2008 aveva offerto sul piatto 2,4 miliardi di euro per farsi carico della società;

se ritenga che l’ex amministratore delegato della maggiore banca italiana possa davvero ritenersi al di sopra delle parti e al riparo da conflitti d’interesse.

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Roma-Truffa case convenzionate

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00560
Atto n. 2-00560

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

il problema degli alloggi nelle grandi città, in maniera particolare a Roma a causa delle dismissioni del patrimonio immobiliare di enti previdenziali che avevano investito in titoli tossici, ha assunto toni drammatici. In un articolo pubblicato il 20 dicembre 2012 su “Roma Today”, intitolato «”Truffa” case convenzionate: gli inquilini occupano l’assessorato all’Urbanistica», viene dato atto di una denuncia per l’ingiustizia continua;

Ylenia Sina scrive infatti: «Hanno pagato per anni affitti a canoni di mercato per appartamenti “sovvenzionati”. Il loro caso è finito più volte su tutti i giornali. È intervenuta anche la magistratura che ha sequestrato le abitazioni. Ma per gli inquilini delle case dei Piani di zona, quelle destinate a famiglie con basso reddito, non è cambiato nulla. “Il comune non ha ancora calcolato i giusti canoni di affitto e ristabilito le corrette convenzioni” denunciano. “Stiamo ancora pagando prezzi di mercato”. Così, questa mattina intorno alle 10 circa un centinaio di persone ha occupato gli uffici dell’assessorato all’Urbanistica all’Eur, in via del Turismo. La richiesta avanzata all’assessore Marco Corsini è chiara: “rivedere al più presto le convenzioni”. E se tutto è partito dalla denuncia di un gruppo di abitanti di un Piano di Zona, l’indignazione si è sparsa per la città. “Sono tanti quelli che ci stanno contattando da ogni parte di Roma, Spinaceto, Vignaccia, Borghesiana, via Rondoni, Ponte Galeria” racconta Angelo Fascetti, di Asia Usb. La “truffa” ha riguardato circa duemila alloggi. Le cooperative che li hanno costruiti hanno ricevuto sovvenzioni regionali con lo scopo di affittarli a canoni ribassati per famiglie in emergenza abitativa. E invece, i prezzi equivalevano a quelli di mercato. (…) Dopo mesi di indagini, alla fine di novembre la Guardia di Finanza ha sequestrato 326 immobili. L’accusa a carico delle cooperative edilizie e di un consorzio che avevano beneficiato dei contributi pubblici per la realizzazione di case in edilizia convenzionata è di truffa aggravata. In poche parole, secondo quanto ricostruito dalla magistratura, le cooperative costruttrici hanno ricevuto finanziamenti pubblici per la realizzazione degli immobili ma li hanno affittati comunque a prezzi di mercato, vanificando così l’effetto calmieratore del contributo pubblico. Circa 6 milioni di euro il danno stimato per lo Stato e le centinaia di inquilini che per mesi hanno pagato comunque gli affitti richiesti. L’indagine era partita dalla denuncia di un gruppo di affittuari che, supportati dal sindacato di base Asia Usb, avevano sporto denuncia alla Procura. In seguito a questo esposto, la Guardia di Finanza aveva perquisito la sede delle cooperative e del consorzio interessato e anche alcuni uffici della Regione Lazio e del Comune di Roma. (…) Per capire l’ammontare del danno a carico degli inquilini è esemplificativo il caso di Spinaceto, estrema periferia sud est della Capitale, dove il consorzio regionale cooperative edilizie Vesta per costruire ha usufruito di quasi quattro milioni di euro (3.981.231,19 euro), pari a ben il 60% del costo totale di costruzione. “Ho sempre pagato più di 800 euro al mese per una casa di poco più di 60 metri quadrati” denuncia un’inquilina che preferisce rimanere anonima. A Ponte Galeria gli alloggi sono destinati agli agenti di polizia, alla Guardia di Finanza e ai carabinieri che si occupano della lotta alla criminalità organizzata. Categorie alle quali per legge lo Stato deve dare un sostegno all’alloggio. “Anche in questo caso non sono state rispettate le determinazioni per la definizione dei canoni di affitto che per legge dovrebbero basarsi su una percentuale massima del 4,5 per cento del prezzo massimo di cessione” denuncia un altro inquilino. E ancora. “Ci sono cooperative che hanno ottenuto addirittura il 100 per cento del contributo come quelle che hanno realizzato gli alloggi alla Pisana” la testimonianza di un altro affittuario»;

a giudizio dell’interpellante bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome: se più di 2.000 alloggi destinati all’emergenza abitativa a canone agevolato vengono in realtà affittati o venduti a prezzi di mercato si tratta di una truffa. Tanto che la Procura di Roma sta verificando questa delicata vicenda e nelle scorse settimane ha addirittura emesso un provvedimento di sequestro cautelativo per 326 alloggi. Una cosa di una gravità assoluta. Comune e Regione Lazio sono completamente assenti e hanno abbandonato intere famiglie al proprio destino;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

gli inquilini, che hanno occupato l’Assessorato per le politiche urbanistiche del Comune di Roma, hanno ragione di protestare in maniera così plateale visto che si sentono truffati dall’amministrazione comunale;

andrebbero riviste le convenzioni in atto fra proprietari ed inquilini e tutelare questi ultimi, procedendo immediatamente alla revisione dei canoni di locazione ingiustamente pagati fino ad ora, considerato che gli amministratori capitolini e regionali invece di fare gli interessi dei cittadini hanno pensato solo a riempire la città e la regione di altro inutile cemento,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza della vicenda e quali iniziative normative intenda assumere al fine di tutelare i cittadini che hanno realmente diritto di usufruire di una locazione a canoni agevolati.

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Scorribande finanziarie dei banchieri-crack

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03218
Atto n. 3-03218 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e degli affari esteri. -

Premesso che:

le “scorribande finanziarie” dei banchieri, che al di fuori da ogni regola hanno messo a rischio l’economia e la stabilità degli Stati, con il collocamento di prodotti derivati, cominciano ad essere perseguite dalla magistratura e da alcune autorità preposte ai controlli, in precedenza, a giudizio dell’interrogante, distratte. La manipolazione del Libor e dell’Euribor, la diffusione di derivati avariati e di titoli tossici, l’avidità dei banchieri che, a parere dell’interrogante, hanno provocato la crisi sistemica, cominciano a trovare contrasti, essendo messi sempre più sotto accusa gli autori della stessa crisi sistemica;

in un articolo pubblicato su “Il foglio” del 20 dicembre 2012 dal titolo «Il “dàgli al banchiere” si ode forte e chiaro da Milano a Seul», si traccia la situazione dei disastri provocati: «Qualcuno penserà che il 2012 sia l’anno della Norimberga dei banchieri e dei trader spregiudicati. Forse un paragone eccessivo ma utile per capire quanto la crisi economica, partita dalla finanza, si stia ritorcendo sui suoi “creatori” sotto forma di contraccolpi giudiziari. La saga globale dei “bad bankers”, i cattivi banchieri, è giunta anche a Milano. Ieri una delle prime indagini a livello internazionale sui titoli derivati, cominciata nel maggio 2010, è arrivata alla sentenza di primo grado condannando con l’accusa di truffa la banca tedesca Deutsche Bank, la svizzera Ubs, la statunitense Jp Morgan e l’irlandese Depfa Bank. Il giudice ha ordinato la confisca di 88 milioni di euro e un milione di euro di multa per ciascun istituto. La vicenda risale al 2005 quando il comune di Milano aveva aderito a uno scambio di titoli acquistando derivati ma senza che fossero stati spiegati i pericoli reali di un investimento di per sé rischioso, secondo la motivazione dell’accusa accolta ieri dal giudice: una truffa da cento milioni di euro, secondo la procura. Palazzo Marino si era costituito parte civile ed è uscito dalla disputa dopo un accordo di transazione per 445 milioni. L’associazione dei consumatori Adusbef, rimasta parte civile, otterrà invece 50 mila euro di risarcimento. Il giudice della IV sezione penale del tribunale milanese, Oscar Magi, ha condannato nove manager o ex delle banche, le quali hanno deciso di impugnare la sentenza in Appello. E’ però possibile che nel frattempo il caso cada in prescrizione. Per il pm Alfredo Robledo, titolare dell’inchiesta, l’Italia “è stata terra di scorribande”. Eppure questa è una piccola storia rispetto agli scandali che stanno investendo alcuni dei principali istituti finanziari del mondo, dove le “scorribande” sarebbero state celate a lungo anche dai rappresentanti delle istituzioni. E’ il caso di Ubs che, secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, ha patteggiato una sanzione da 1,3 miliardi di euro con le autorità svizzere, americane e inglesi per chiudere il procedimento per manipolazione “consueta e diffusa” del tassi interbancari Libor ed Euribor che fungono da riferimento per scambi miliardari in diversi prodotti finanziari. Lo scandalo riguarda almeno dieci istituti e della faccenda era al corrente dal 2008 anche il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner. La banca, guidata da Sergio Ermotti, andrà incontro a perdite da mettere a bilancio. L’inglese Barclays aveva patteggiato una penale, il suo amministratore delegato Bob Diamond si era dimesso perché direttamente coinvolto. Entrambi gli istituti hanno ammesso sia le manipolazioni da parte dei trader per fare profitto sui derivati sia la corruzione del tasso in sede di concertazione alla British Bankers’ Association, cui è stata tolta la facoltà di assestare il Libor. Ci sono stati duemila interventi considerati impropri in Ubs e sarebbero coinvolti oltre 45 manager dal 2005 al 2010. Almeno due finiranno alla sbarra. “Pensami quando sarai sul tuo yacht a Monaco”, è solo uno degli scambi di e-mail tra i personaggi coinvolti. Intanto nemmeno l’Asia è risparmiata dall’ondata del “dàgli al banchiere”. In Corea del sud gli istituti Kookmin, Shinhan, Woori e Hana sono sospettati di avere manipolato i certificati di deposito (Cd), usati di norma come riferimento per fissare i tassi di prestito. Altro filone è quello dei legami e degli affari con l’Iran e del riciclaggio del denaro criminale. E’ il caso in particolare dell’americana Standard Chartered, accusata di “lavare” i petrodollari dell’Iran, pratica vietata perché il paese è sotto sanzioni. Anche la storica banca inglese Hsbc ha patteggiato per avere ripulito denaro dei cartelli della droga messicani e degli iraniani, la contesa non è chiusa. Pendente, infine, è il caso di Royal Bank of Scotland, sospettata anch’essa di fare affari con Teheran»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, sarebbe doveroso impedire che l’Italia, definita dal pubblico ministero di Milano Alfredo Robledo “terra di scorribande”, diventi luogo di ulteriori crac finanziari, anche con l’intensificazione dei controlli da parte delle autorità preposte,

si chiede di sapere:

se a parere del Governo gli scandali che stanno investendo alcuni dei principali istituti finanziari del mondo, dove le “scorribande” sarebbero state celate a lungo anche dai rappresentanti delle istituzioni, non mettano a repentaglio la sovranità degli Stati e la ricchezza delle nazioni;

se il Governo non ritenga doveroso sensibilizzare i Paesi del G20, nell’ambito delle prossime riunioni, a scrivere regole nuove e ad incrementare le sanzioni al fine di scoraggiare comportamenti analoghi;

se gli scandali finanziari non debbano portare a scrivere al primo punto dell’agenda una regolamentazione efficace, per impedire ai banchieri di continuare ad ignorare le regole e la legalità.

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Mario Draghi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03217
Atto n. 3-03217 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

non si placano le polemiche sul passato dell’attuale presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, che ha ricoperto la carica di vice presidente per l’Europa di Goldman Sachs, dopo la famosa crociera sul panfilo Britannia del 2 giugno 1992, cui partecipò in qualità di direttore generale del Ministero del tesoro preposto alle privatizzazioni ed alle dismissioni del patrimonio pubblico;

in un lancio dell’agenzia “Asi” dal titolo: “Italia. Dure accuse a Draghi da collaboratore di Mattei e tv tedesca” di lunedì 17 dicembre 2012 si legge: «Recentemente Mario Draghi, presidente della Bce, è stato oggetto di dure accuse. Da qualche giorno, in Rete, gira una video-intervista di Benito Li Vigni, ex collaboratore di Enrico Mattei, il quale, oltre a parlare della morte del fondatore dell’Eni in termini di omicidio, svela le azioni che svolse Draghi ai tempi in cui era direttore generale del Ministero del Tesoro. “Hanno svenduto il nostro Paese. Draghi diede mille miliardi di patrimonio pubblico a Goldman Sachs, in cambio di una sola lira”. E ancora, più nello specifico: “Si sono chiuse attività che portavano profitti allo Stato come la Nuovo Pignone, la Lebole, la chimica di base. Si distrusse l’Eni. Il patrimonio immobiliare dell’Eni, che valeva mille miliardi di lire, è stato venduto a Goldman Sachs per una lira”. Li Vigni conclude dunque che all’epoca dei primi due governi tecnici in Italia “vi fu un attacco allo Stato imprenditore organizzato dalle grandi banche d’affari, che convinsero Ciampi e Amato a liberalizzare il settore pubblico. Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro, spinse verso la privatizzazione. Venne distrutto lo Stato imprenditore, l’Eni da 130 mila dipendenti si ridusse a 30 mila, scaricando ai cittadini il costo di questa operazione”. Qualche giorno primo di queste dichiarazioni di Li Vigni, in Germania andava in onda un servizio tv sull’emittente Zdf che fa luce sui rapporti che legano Draghi all’alta finanza. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Bce”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”»;

considerato che si legge sul sito “movisol.org”: «Il secondo canale della televisione pubblica tedesca, ZDF, ha trasmesso un servizio che svela il vero Mario Draghi al pubblico tedesco, finora imbonito dai vari tabloid che attizzavano odio verso l’artefice della politica inflazionistica dell’Euro, vestendolo però nei panni dell’Arlecchino che è arrivato per “lirizzare” o “italianizzare” la moneta unica. Draghi è un esponente dei circoli finanziari internazionali, ha spiegato la ZDF nel suo servizio, mandato in onda il 6 dicembre nel corso del seguito programma di approfondimento politico Heute Journal, come commento alla riunione del Consiglio e della conferenza stampa della BCE di quel giorno. Alla conferenza stampa, Draghi ha dovuto rispondere ad un numero insolitamente alto di domande scomode provenienti non solo dal reporter della ZDF, ma anche da altri giornalisti tedeschi, francesi e inglesi che gli hanno chiesto conto dell’intenzione della BCE di assumere poteri assoluti e antidemocratici sul sistema bancario europeo, della disoccupazione record in Europa e della “medicina-killer” applicata in Grecia. (…) Nel suo solito stile sofistico, Draghi ha giustificato ogni devastazione economica e sociale causata dalle ricette della BCE, addossandone la responsabilità ai governi che non avrebbero seguito la disciplina di bilancio prima della crisi, ignorando il fatto che i bilanci pubblici sono saltati a causa dei salvataggi bancari – la cui indisciplina di bilancio era non solo nota, ma favorita dalla BCE (…) Il servizio della ZDF è indice che sta cambiando l’aria e il tiro viene aggiustato, precondizione per una via d’uscita costruttiva. “Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della BCE”, esordisce il servizio. “Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs”. Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di “Supermario”, a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”. Viene intervistato Benito Livigni, ex dirigente ENI, che racconta come successivamente le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi “deve la sua carriera alle grandi banche d’affari, alla Goldman Sachs”, dice Livigni. Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. “Era di nuovo sulla nave a procacciare affari?”, si chiedono i reporter della ZDF. Successivamente, quando fu nominato governatore della BCE nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una commissione del Parlamento Europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l’ingresso della Grecia nell’Euro. Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. Ma l’esperto di Le Monde Marc Roche è scettico. “Goldman Sachs non è il buon samaritano. Non assume Draghi come vicepresidente senza dargli la responsabilità anche del settore pubblico. Draghi non ha mentito ma non ha neanche detto la verità”. Alla conferenza stampa del 6 dicembre, il reporter della ZDF ha chiesto a Draghi se la sua partecipazione al G-30 non comporti un conflitto d’interessi, non solo per la prossimità con i banchieri privati, ma anche perché il G-30 sarebbe co-finanziato da Goldman Sachs. Draghi ha letto una dichiarazione preparata in anticipo dove si afferma che “la BCE” (e cioè Draghi) “non ritiene che la partecipazione del Presidente nel Gruppo dei Trenta comporti un conflitto d’interessi”. Draghi ha aggiunto di non sapere “che il G-30 sia finanziato da Goldman Sachs. Mi è veramente nuovo”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante sarebbe opportuno conoscere se risponda al vero che il presidente Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della Banca centrale europea, in qualità di membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30, decisori molto influenti sul denaro e sul potere, con un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs,

si chiede di sapere:

se risulti vero che nella riunione sul Britannia del 2 giugno 1992, in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni, furono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman Sachs avrebbe guadagnato parecchio;

se risultino rispondenti al vero le dichiarazioni riportate dalla video-intervista di Benito Li Vigni;

se a parere del Governo l’attacco allo Stato imprenditore, a quanto risulta all’interrogante organizzato dalle grandi banche d’affari, che indussero a liberalizzare il settore pubblico, non abbia finito per far ricadere sui cittadini e sulla collettività il costo di un’operazione, a giudizio dell’interrogante fallimentare per le casse pubbliche e per il conseguente debito pubblico, arrivato a 2.014 miliardi, con un onere di ben 33.000 euro a testa, dei quali 1.700 pro capite negli ultimi 13 mesi del Governo Monti.

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Inps-Mastrapasqua-Corte dei Conti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00559
Atto n. 2-00559

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la Corte dei conti, secondo quanto si apprende dalla stampa (si veda “scip2pregio.it”), ha bocciato la gestione dell’Inps di Antonio Mastrapasqua. La sezione di controllo sugli enti della Corte dei conti, approvando con la delibera n. 91 del 5 novembre 2012 la relazione del magistrato Antonio Ferrara sul risultato del controllo sulla gestione finanziaria 2011 dell’Istituto, boccia l’Inps di Mastrapasqua sulla gestione del patrimonio immobiliare. Il valore del patrimonio immobiliare rispetto al 2010 è rimasto pressoché invariato (1,8 miliardi di euro);

sul sito citato si legge: «In via di estrema sintesi può ribadirsi che dopo il sostanziale fallimento di Scip 2 e dopo il riacquisto nel 2009 dei restanti immobili cartolarizzati da parte dell’Istituto, l’attività di valorizzazione e dismissione, sia per l’intervento di disposizioni che hanno mutato strategie e adempimenti, sia per i vincoli normativi connessi alle unità ex cartolarizzate che ha inciso pesantemente anche sul livello dei rendimenti (…). Risulta in particolare interrotto il percorso, avviato nel 2010, di costituzione di uno o più fondi immobiliari ad apporto privato – tra l’altro condizionato alle attività di ricognizione e valutazione, ancora in corso, affidate alle Agenzie del Territorio e del Demanio – mirato anche alla unificazione dei rapporti frazionati tra diversi soggetti esterni per i servizi di gestione. Tra le principali questioni di fondo – anche sul piano normativo e in gran parte irrisolte – permangono: la certezza sull’obiettivo prioritario finale della dismissione, rispetto a quello, solo secondario e transitorio, della valorizzazione; la scelta dello strumento della valorizzazione, in via diretta o mediante fondi di investimento (quest’ultima confermata per l’INPS dal D.L. n. 95 convertito dalla Legge n. 135 del 2012); la revisione dei vincoli normativi sugli immobili cartolarizzati per agevolarne la vendita. In ragione delle difficoltà sottolineate dall’Istituto hanno subito una ulteriore contrazione le vendite, ridotte a 11 unità residenziali (per un controvalore di 1,2 mln di euro) e 27 commerciali (5,8 mln), rispetto alle quasi 400 unità complessivamente dismesse nel 2010 e 570 nel 2009. La gestione ordinaria del patrimonio da reddito continua a registrare perdite: gli importi, stabilizzati intorno ai 10 mln di euro nel biennio 2008/2009, salgono a oltre 55 mln nel 2010 e scendono a 33,7 mln nel 2011, con aumento sensibile e costante nel biennio 2010/2011 delle spese di “conduzione, ammortamenti e costi diversi”. Dopo i ripetuti solleciti in sede di controllo, sul rispetto delle norme sui contratti e dei criteri di trasparenza e concorrenza, è cessato l’anomala concessione di proroghe per circa un biennio dei contratti scaduti per la gestione degli immobili: le procedure di gara, pervenute alla aggiudicazione nel mese di giugno 2012, risultano peraltro in contestazione”. La Corte dei Conti ha criticato anche le troppe consulenze esterne (Kpmg) affidate dall’Istituto e ha invitato il Governo (…) a “correggere le eccessive concentrazioni di potere nel vertice monocratico”»,

si chiede di sapere:

se dopo la bocciatura della Corte dei conti il Governo non ritenga doveroso promuovere la revoca degli incarichi ad Antonio Mastrapasqua, che, a parere dell’interrogante, oltre a gestire l’Inps con criteri dubbi, mette a repentaglio la stabilità dell’Istituto anche sperperando ben 60 milioni di euro in pubblicità e propaganda, per effettuare un controllo ferreo sull’informazione;

se, come evidenziato dalle condivisibili critiche della Corte dei conti, le troppe e clientelari consulenze esterne, già stigmatizzate dall’interrogante in precedenti atti di sindacato ispettivo, come l’affidamento in appalto alla Kpmg di funzioni delicate, compreso il trattamento di dati sensibili, a giudizio del Governo non mettano a rischio la privacy di lavoratori e pensionati iscritti all’Inps;

se, atteso il pesante rilievo della Corte sulla necessità di correggere le eccessive concentrazioni di potere nel vertice monocratico dell’Inps, non debba provvedere con urgenza a promuovere la decadenza di Mastrapasqua dalla carica e dall’esercizio delle funzioni.

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BCC Alberobello e Sammichele di Bari (2)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08907
Atto n. 4-08907

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che l’interrogante ha presentato un atto di sindacato ispettivo (4-08757), che ad oggi non ha ricevuto risposta, relativamente alla Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari e alla nomina operata dalla banca stessa dell’avvocato Carlo Antonio Modesto Colucci come Presidente del Consiglio di amministrazione, nonché consigliere, che apparirebbe assolutamente illegittima, nonché lesiva dei diritti dei soci dell’istituto di credito a carattere cooperativo, concretizzando un’evidente situazione di conflitto di interessi;

premesso altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

l’avvocato Colucci, anche successivamente alla nomina, avrebbe continuato, nel disinteresse della banca verso la violazione dei requisiti di indipendenza connessi alla carica de qua, ad esercitare la propria attività professionale in favore della banca, non astenendosi persino dall’intraprendere azioni giudiziarie contro alcuni soci del medesimo istituto di credito;

Carlo Antonio Modesto Colucci, in qualità di Presidente di una banca di credito cooperativo, sarebbe stato nominato anche consigliere della Federazione delle Banche di credito cooperativo di Puglia e Basilicata di cui sarebbe presidente il vicepresidente della Federazione nazionale delle Banche di credito cooperativo, con sede in Roma;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, il cumulo di incompatibili funzioni nella persona dell’avvocato Colucci non solo è palesemente inopportuno, ma anche gravemente lesivo sia del carattere di autonomia e indipendenza del Consiglio di amministrazione della banca, sia dei diritti degli stessi soci dell’istituto a carattere cooperativo, ad oggi non rappresentati certamente da un organo terzo e imparziale;

considerato altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

i soci della Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari lotterebbero invano da anni contro le gravi irregolarità formali e sostanziali nella gestione della banca, il mercato delle deleghe e l’uso non corretto di tale istituto, le regole, a loro avviso assurde e antidemocratiche, con cui vengono conferite, consentendo ogni forma di devianza, abuso, ricatto, pressione, persecuzione pur di estorcerle;

relativamente all’istituto della delega nelle banche di credito cooperativo, da anni i soci denuncerebbero un assurdo modo di dare parvenza democratica alle assemblee, che si terrebbero sempre in seconda convocazione, quando non c’è bisogno di maggioranza assembleare qualificata, rendendo quindi immotivato il conferimento di tre deleghe;

i soci affermano che in questo modo, in sede di assemblea dei soci, non vince il socio più votato, ma quello più forte, capace di organizzare meglio, potendolo fare anche grazie all’assenza di qualsiasi forma di efficace controllo, in quanto detentore del governo della banca;

le denunce presentate dai soci, anche con formali esposti alla Banca d’Italia, sia a livello nazionale che regionale, sarebbero rimaste inascoltate senza che siano state avviate verifiche ed ispezioni;

a giudizio del’interrogante è inconcepibile l’assenza ovvero la lentezza di azione, e quindi l’inefficacia nello svolgimento del proprio ruolo e dei propri doveri, da parte di chi ha il compito di esercitare funzioni di controllo e vigilanza;

considerato inoltre che, a giudizio dell’interrogante:

la legislazione vigente in materia di banche popolari quotate necessita di una adeguata attualizzazione che possa contemplare il ripristino delle prerogative dei soci, con particolare riguardo al fondamentale esercizio del diritto di voto;

in sintesi, risultano evidenti le motivazioni che supportano le richieste del presente atto di sindacato ispettivo: a) le banche popolari, in generale, e quelle quotate in particolare, hanno finito per perdere lo scopo mutualistico degli esordi, essendosi allontanate definitivamente dall’alveo e dalle finalità della banche cooperative; b) le banche popolari hanno sempre più esigenze proprie degli istituti bancari ordinari, con un’offerta diversificata dei prodotti finanziari e con un modello organizzativo che si avvicina sempre più a quello dei moderni istituti di credito; c) la propensione delle banche popolari alla raccolta di capitali esteri necessari per la modernizzazione del comparto e per le indispensabili politiche di aggregazione ha reso evidente l’apertura delle stesse al mercato nazionale ed internazionale; d) la contraddittorietà della stringente disciplina delle banche popolari trova la sua più grave espressione nelle banche popolari quotate che continuano a mantenere strumenti obsoleti, quali il voto capitario e la clausola di gradimento, che non solo disincentivano gli investimenti e sminuiscono l’appetibilità dei titoli, ma che riducono fortemente i più elementari diritti dei soci; e) la limitazione del diritto di voto dei soci rappresenta un unicum nel panorama creditizio europeo e mondiale ed i competenti organismi istituzionali europei hanno già richiamato l’Italia in ordine al mancato rispetto del principio della libera circolazione di capitali tra soggetti europei; f) il numero dei soci delle banche popolari quotate si avvicina al milione, a testimonianza di una partecipazione che, anche sotto il profilo numerico, palesa notevoli diversità rispetto alla storica matrice cooperativistica delle banche popolari;

preso atto che, in data 2 agosto 2001, la Camera dei deputati ha approvato, con una maggioranza rappresentativa di tutti i gruppi parlamentari, un ordine del giorno, a firma Jannone, Lettieri e Di Luca, recante il seguente testo: «La Camera, considerato che la riforma delle banche popolari e degli istituti bancari della cooperazione bancaria non è ricompresa, in ragione della specificità della relativa disciplina, nella delega al Governo per la riforma della disciplina delle società cooperative di cui all’articolo 5 del disegno di legge; tenuto conto che il settore sta vivendo una fase di intensa evoluzione che, fermo restando il forte radicamento nella realtà territoriali di origine, si caratterizza per una significativa crescita dei volumi intermediati e dei prodotti offerti alla clientela; tenuto conto che ciò nonostante l’attuale assetto normativo impone vincoli e rigidità che ostacolano le prospettive di ulteriore crescita; tenuto conto che l’attuale assetto normativo costituisce un unicum nel panorama europeo delle società quotate; rilevata la necessità di introdurre elementi di modernizzazione e flessibilità nel comparto delle banche popolari, con particolare riferimento alla possibilità di consentire la trasformazione delle stesse in società per azioni di diritto speciale; impegna il Governo ad assumere le necessarie iniziative onde prevedere la possibilità di trasformazione delle banche popolari quotate nei mercati regolamentati in società per azioni di diritto speciale, consentendo all’autonomia statutaria di fissare i limiti al possesso azionario, al voto proporzionale e alle deleghe di voto, all’interno di limiti massimi fissati dal legislatore, e prevedendo altresì maggioranze particolarmente qualificate per le successive modifiche statutarie dei predetti limiti»;

considerato infine che, a parere dell’interrogante:

la disciplina delle banche popolari è attualmente caratterizzata da: 1) limitazione della partecipazione detenibile da un singolo socio: è stabilita nella misura percentuale dello 0,5 per cento del capitale sociale dall’articolo 30, comma 2, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, limite che non si applica agli organismi di investimento collettivo in valori mobiliari; 2) voto capitario: un voto per socio, indipendentemente dal numero di azioni possedute; 3) limitazione delle deleghe di voto: è possibile rilasciare delega solo ai soci per non più di dieci deleghe, ai sensi dell’articolo 2539 del codice civile; 4) disciplina del gradimento: non basta essere azionisti per essere soci. Lo status di socio può essere negato mediante l’esercizio della disciplina del gradimento;

le richiamate peculiarità evidenziano i seguenti profili di criticità del sistema: scarsa appetibilità dei titoli delle banche popolari per mancanza di contendibilità, con conseguente difficoltà di esercizio di offerte pubbliche di acquisto; prevalenza delle categorie di soci meglio organizzate: la disciplina delle deleghe di voto (solo ai soci e per non più di dieci deleghe, ai sensi dell’articolo 2539 del codice civile), favorisce le medesime (amministratori e dipendenti) a svantaggio delle altre (investitori ed utenti);

tale posizione privilegiata disincentiva il ricorso al capitale di rischio;

la disciplina del gradimento consente de facto l’esclusione arbitraria di soggetti investitori;

il modello auspicato dall’interrogante si basa sull’introduzione, in alternativa alla trasformazione per le sole banche popolari quotate al primo mercato, in società per azioni ordinaria di cui all’articolo 31 del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993, della possibilità di trasformazione in società per azioni di diritto speciale;

tale modello prevederebbe la modifica delle attuali caratteristiche essenziali: a) limiti al possesso azionario: si può immaginare un innalzamento della soglia ad una percentuale inferiore o uguale al 5 per cento, consentendo tuttavia agli statuti di fissare un limite più basso, comunque non inferiore al 2 per cento. In caso di superamento dei limiti di possesso, sarebbe opportuno introdurre una disposizione che consentisse il permanere dei diritti patrimoniali, sterilizzando il diritto di voto per la parte che supera il massimo della partecipazione, senza alcun obbligo di alienazione di tale quota di eccesso; b) la disciplina del gradimento: sarebbe opportuno limitare tale facoltà, meglio disciplinando le differenze tra lo status di azionista e quello di socio. In pratica si può supporre che l’azionista: divenga automaticamente socio qualora mantenga in proprietà le azioni per un certo periodo di tempo; possa farne richiesta, indipendentemente da quanto sopra. In tale caso la qualità di socio può essere negata solo nel caso in cui egli detenga una partecipazione superiore al 2 per cento del capitale e non sia in possesso dei requisiti di onorabilità introdotti dalla normativa bancaria vigente; c) il voto capitario: sarebbe opportuno eliminare il voto proporzionale entro il tetto massimo del possesso azionario del 5 per cento; d) le deleghe di voto: sarebbe opportuno porre un limite massimo legale di cinquanta deleghe, consentendo agli statuti di fissare un limite inferiore in relazione alla struttura della singola società, ma comunque non inferiore a dieci. Pare equilibrata la soluzione che prevede che a rappresentare altri soci debbano essere necessariamente soci della banca;

sarebbe opportuno fare luce sulle motivazioni che hanno portato la Banca d’Italia ad evitare ogni forma di verifica e ispezione spettante ad un organismo preposto al controllo, che all’interrogante pare distinguersi per l’assenza proprio nel momento in cui si costituisce, si determina e si esprime la volontà dei soci,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda assumere le opportune iniziative normative al fine di abolire le deleghe in sede assembleare per il rinnovo delle cariche sociali delle banche di credito cooperativo, considerato che, prendendo ad esempio il caso della Banca di credito cooperativo di Alborebello e Sammichele di Bari, 200 soci, con tre deleghe a testa (raccolte nei modi sopra esposti), sono capaci di vincere su 700 soci votanti;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di tutelare gli interessi emersi nella vicenda relativa alla Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari e danneggiati da una gestione a parere dell’interrogante parentale e clientelare;

quali iniziative normative intenda intraprendere al fine di garantire nuove regole di trasparenza, di ruolo e rispetto della minoranze, alla luce del fatto che, a quanto risulta all’interrogante, ci sono amministratori che, con tenacia, senza reticenza e con ogni strumento, approfittano della buona fede e dell’ignavia con cui molti soci non seguono i fatti veri che accadono in determinate banche di credito cooperativo;

quali iniziative legislative intenda intraprendere al fine di tutelare i diritti dei soci delle banche popolari, armonizzando la normativa italiana sulla base del principio fondante della libera circolazione di capitali e della tutela dei diritti degli azionisti.

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Banche condannate per prodoti derivati

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03215
Atto n. 3-03215 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

i derivati collocati dalle banche presso enti locali ed imprese, anche con metodi ricattatori, come emerge dalle carte dei processi penali che si stanno celebrando in tutta Italia, rappresentano a giudizio dell’interrogante una mina vagante per la sostenibilità degli enti locali, il cui valore nozionale oscilla tra 45 e 60 miliardi di euro; i metodi di dubbia liceità adottati negli ultimi anni per collocare derivati avariati vengono sanzionati da molte Procure della Repubblica, guidate dal Pubblico Ministero di Milano Alfredo Robledo, che, come risulta dal lancio dell’agenzia TMNews del 19 dicembre 2012, ha affermato che: «”Si tratta di una sentenza storica, è la prima volta nel mondo che un tribunale penale afferma un principio in materia di operazioni con prodotti derivati. Il principio è che deve esserci trasparenza per esserci affidabilità”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo sulla sentenza che ha condannato quattro banche estere e i loro funzionari per la truffa aggravata ai danni di Palazzo Marino per oltre 100 milioni di euro. “Ci sono centinaia di enti pubblici in Italia in questa situazione e questa sentenza pone un problema perché fino ad oggi con l’eccezione di un piccolo comune del Trentino nessun ente pubblico è stato mai affiancato in queste operazioni come consulente da un esperto di matematica finanziaria e di derivati”». Su Adnkronos del 19 dicembre 2012 si legge: «”L’Italia è stata terra di scorribande, a differenza ad esempio dell’Inghilterra dove i derivati sono vietati”. Lo afferma il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo dopo la lettura della sentenza con cui quattro banche sono state condannate per la presunta truffa sui derivati ai danni del Comune di Milano. “In Italia -spiega- nessun ente pubblico è mai stato assistito da esperti in tecniche finanziarie per questi prodotti finanziari e questa è una situazione preoccupante”. Robledo ha definito questa sentenza “storica”»;

il giudice di Milano Oscar Magi infatti – come riportato da un lancio dell’agenzia Reuters del 19 dicembre 2012 – «ha condannato oggi in primo grado Deutsche Bank, Depfa, Jp Morgan e Ubs a una multa di un milione di euro ciascuno e a una confisca complessiva di oltre 89 milioni di euro, a conclusione del processo di primo grado sui contratti derivati stipulati da Palazzo Marino. Il giudice ha inoltre condannato a pene comprese fra i sei e gli otto mesi di carcere nove funzionari bancari dei 13 imputati, per quattro dei quali la procura aveva chiesto l’assoluzione. Più in particolare, Marco Santarcangelo e Antonio Creanza sono stati condannati a otto mesi e 15 giorni di reclusione e 90 euro di multa ciascuno, Tommaso Zibordi a sette mesi e 15 giorni e 80 euro di multa, Gaetano Bassolino a sette mesi e 70 euro di multa, Carlo Arosio, William Francis Marrone, Fulvio Molvetti e Matteo Stassano a sei mesi e 15 giorni e 60 euro, Alessandro Foti a sei mesi e 50 euro. A tutti è stata comminata l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione per un anno. Pene sospese per tutti, mentre gli imputati “persone fisiche” sono stati condannati in solido a risarcire la parte civile Adusbef con 50.000 euro complessivi. Simone Rondelli e Francesco Rossi Ferrini sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto, mentre i due funzionari comunali Giorgio Porta e Mario Mauri sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Per quel che riguarda il dettaglio delle confische, quella a carico di Depfa è di 23.960.433 euro, per Deutsche è di 24.342.232 euro, Jp Morgan 24.785.301 euro e Ubs 16.584.639 euro. Infine, il giudice ha disposto la trasmissione degli atti del processo in procura perché si proceda per falsa testimonianza nei confronti di Angela Casiraghi, all’epoca direttore finanziario del Comune, e ora alla Cassa Depositi e Prestiti»

si legge su AgenParl del 19 dicembre 2012 che Adusbef, l’associazione che è parte civile nell’indagine sui derivati al comune di Milano, «è particolarmente soddisfatta per la condanna inflitta oggi dal giudice monocratico della quarta sezione penale del tribunale di Milano Oscar Magi a 9 imputati nel processo per truffa sui derivati sottoscritti dal Comune di Milano». È quanto afferma il presidente di Adusbef: «La condanna assesta un duro colpo ai teoremi della Consob sui derivati, che omette di indicare nei prospetti l’indicazione obbligatoria della rappresentazione probabilistica. Quando si tratta di prodotti rischiosi, la Consob avrebbe il dovere di vigilanza preventiva anche con maggiori informazioni ai risparmiatori ed ai sottoscrittori di prodotti finanziari complessi come i derivati, inserendo gli scenari probabilistici nei prospetti d’offerta. La sentenza del Tribunale di Milano, che ha confermato il sequestro di 88 milioni di euro alle banche che avevano piazzato derivati al Comune di Milano, apre buone prospettive per altri enti locali massacrati da derivati avariati, senza che la Consob avesse esercitato alcuna azione preventiva»;

il Governo, rispondendo, nella seduta della Camera dei deputati del 15 marzo 2012, ad una interpellanza di alcuni deputati dell’Italia dei Valori sui derivati (2-01385), ha puntualizzato che il valore nozionale (il valore sottostante al derivato), pari a 160 miliardi, è suddiviso in circa 100 miliardi di interest rate swap, 36 miliardi di cross currency swap (sulle valute), 20 swaption e 3,5 miliardi di swap ex Ispa (Infrastrutture SpA). Nel dettaglio, i 36 miliardi di swap sulle divise corrispondono «alla quasi totalità» dei bond emessi dal Tesoro nel corso degli anni in valuta estera (in passato gli Italy bond sono stati denominati spesso in dollari Usa, franchi svizzeri, sterline e yen). Nel rispondere all’articolata interpellanza, il Sottosegretario di Stato Doria ha spiegato che «risulta (…) fuorviante associare ai derivati (…) il concetto di guadagno o perdita», nella forma e nelle modalità usate dal Tesoro nell’ambito della gestione del debito pubblico;

considerato che:

Goldman Sachs è una delle più grandi e importanti banche di affari del mondo, ha la propria sede legale negli Stati Uniti, è quotata alla borsa di New York, si occupa anche degli investimenti a rischio e sui derivati, amministra fondi previdenziali, offre consulenze a migliaia di società, che la utilizzano per gestire i loro investimenti, per ristrutturarsi e per effettuare nuove acquisizioni. Alcuni anni fa, quando i tassi scendevano, un giornale americano, il “New York Times”, notò che l’Italia, invece di ridurre il costo degli interessi sul debito pubblico, continuava a pagare lo stesso ammontare sullo stock del debito pubblico. Sempre il “New York Times” riportò la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti, o meglio sottaciuto al popolo italiano l’esistenza di derivati sul debito tramite un contratto con una banca internazionale, la JPMorgan, senza suscitare conferme o smentite da parte dei Governi che si sono succeduti. Il 3 gennaio 2012, il Tesoro avrebbe chiuso una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese. Sono stati gli stessi vertici della Morgan Stanley, a comunicare che l’esposizione verso l’Italia è scesa da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi. Come affermato dal Sottosegretario di Stato Doria nella risposta all’interpellanza richiamata, gli strumenti derivati emessi della Repubblica italiana «a copertura di debito» hanno ad oggi un valore nozionale complessivo pari a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi. Il portafoglio degli swap del Tesoro, dunque, ammonta a poco meno del 10 per cento dei titoli di Stato in circolazione;

considerato che, a parere dell’interrogante, è censurabile la posizione sui derivati della Consob, la quale omette di imporre nei prospetti l’indicazione obbligatoria della rappresentazione probabilistica, dato che, quando si tratta di prodotti rischiosi, la Commissione avrebbe il dovere di vigilanza preventiva, anche con l’offerta di maggiori informazioni ai risparmiatori ed ai sottoscrittori di prodotti finanziari complessi come i derivati, nonché di inserire gli scenari probabilistici nei prospetti d’offerta,

si chiede di sapere:

quale sia attualmente l’esatto ammontare degli strumenti derivati emessi della Repubblica italiana a copertura del debito, il cui valore nozionale complessivo, al 31 gennaio 2012, risultava pari a circa 160 miliardi di euro;

quali siano state le ragioni che avrebbero indotto il Tesoro, il 3 gennaio 2012, a chiudere una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese, determinando la riduzione dell’esposizione della banca verso l’Italia da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi ai cambi del 3 gennaio 2012;

se il Governo non ritenga opportuno, per quanto di competenza, aprire un tavolo di confronto tra le banche che hanno collocato i derivati e gli enti locali che ne sono stati vittima, alla luce della sentenza del Tribunale di Milano, che ha confermato il sequestro di 88 milioni di euro alle banche che avevano collocato derivati presso il Comune di Milano e che apre buone prospettive per altri enti locali danneggiati da derivati avariati, senza che, a parere dell’interrogante, la Consob avesse esercitato alcuna azione preventiva;

se non ritenga doveroso rinegoziare i rapporti con le grandi banche di affari, espungendo, dalla lista delle banche di riferimento del Tesoro, quelle banche che si sono caratterizzate per aver ingannato enti locali con strumenti di dubbia liceità quali i derivati.

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Appartamento ministro Grilli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03216
Atto n. 3-03216 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 20 dicembre 2012, nella seduta n. 857

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

le grandi banche di affari capeggiate da Goldman Sachs International, passando per Abn Amro, JP Morgan, Schroder Salomon Smith Barney, Deutsche Bank, Morgan Stanley, hanno avuto sempre rapporti privilegiati con il Governo italiano dai tempi del famoso panfilo Britannia di proprietà della Regina Elisabetta, nella cui crociera, al largo delle coste di Civitavecchia, furono prese decisioni per appaltare alcune privatizzazioni dall’attuale presidente della Bce Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro (si veda l’articolo del 7 novembre 2011 pubblicato su “loccidentale.it”). Come risulta da un lancio di Asi del 17 dicembre 2012, in Germania sarebbe andato in onda un servizio televisivo «che fa luce sui rapporti che legano Draghi all’alta finanza». Nel servizio sarebbero state ricostruite le tappe principali della carriera di Draghi, «a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. “Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio”». Sempre dal lancio Asi risulta che Benito Li Vigni, ex dirigente ENI, avrebbe raccontato, in una video-intervista, come successivamente le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi dovrebbe la sua carriera alle grandi banche d’affari, alla Goldman Sachs. Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. Dalla richiamata trasmissione andata in onda il 6 dicembre 2012 risulterebbe che successivamente, quando fu nominato governatore della Banca centrale europea nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una Commissione del Parlamento europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l’ingresso della Grecia nell’Euro (si veda “movisol.org”). Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. L’ex direttore del Tesoro è stato accusato di recente di rapporti privilegiati con alcune banche, in particolare Schroder;

si legge su “Linkiesta” del 20 dicembre 2012 che, secondo l’agenzia internazionale Bloomberg, il ministro Grilli avrebbe sottoscritto un mutuo superiore al valore dichiarato della casa. Titola infatti “La Repubblica” in un articolo del 20 dicembre 2012 “Dubbi su quell’appartamento di Grilli ai Parioli”. Luca Pagni da Milano riassume il lancio dell’Agenzia Bloomberg firmato da Lorenzo Totaro: «Un appartamento di quattordici stanze nell’esclusivo quartiere dei Parioli a Roma. Un piano terra con giardino pagato un milione e 65mila euro, secondo le carte depositate agli uffici del catasto. Un contratto di compravendita, risalente al 2004, che non avrebbe nulla di particolare se non fosse per due aspetti che ne fanno, secondo l’agenzia Bloomberg, una storia da raccontare. Il primo è che l’acquirente risponde al nome di Vittorio Grilli, ministro dell’Economia, con deleghe al Tesoro e, soprattutto, alle Finanze. A cui va aggiunto il secondo aspetto: sempre dai pubblici registri, risulta che l’ex direttore del ministero chiamato da Mario Monti nel governo dei tecnici avrebbe sottoscritto per lo stesso appartamento un mutuo ipotecario per una cifra molto più alta: un milione e mezzo di euro, pari al 41 per cento in più del prezzo di acquisto denunciato, e assai più vicino alle quotazioni di mercato degli immobili nella zona della capitale dove si trova l’abitazione. A vendere, Massimo Tosato, vice-presidente della società londinese Schroder, attiva nei fondi di investimento. In un lungo servizio pubblicato ieri in tarda serata, la Bloomberg stigmatizza come il rappresentante del governo possa essere caduto nel malvezzo di molti italiani, quello di “dichiarare un prezzo di acquisto inferiore a quello effettivamente pagato nel tentativo di ridurre il carico fiscale”. Se così fosse, con il suo comportamento Grilli si avvicinerebbe all’italiano medio ma si allontanerebbe dal corretto comportamento che si chiede a un rappresentante dello Stato, per di più chiamato a intensificare la lotta all’evasione fiscale. Bloomberg riferisce di aver contattato il ministro Grilli per una replica. “È poco professionale ed errato criticare le disposizioni finanziarie per l’acquisto di un immobile – ha risposto il ministro – senza conoscere tutti gli altri aspetti del tipico rapporto tra cliente e banca”. Grilli, inoltre, bolla come “pettegolezzi locali” la questione e sottolinea come “non si possa speculare sul prezzo di un immobile senza valutare anche le condizioni al momento dell’acquisto e gli interventi di ristrutturazione compiuti”. Inoltre, ricorda come sia coinvolto in una causa di divorzio e che “la valutazione delle sue proprietà potrebbero interferire con il caso”. L’ex moglie di Grilli, Lisa Lowestein ha preferito evitare ogni commento. Bloomberg ha anche interpellato le due banche che hanno concesso il mutuo a Grilli. Le quali hanno però fornito risposte generiche: Mps che nel 2004 non concedeva prestiti superiori al 95% del valore dell’immobile e Intesa, subentrata nel 2010, che arriva al 100% solo in cambio di determinate garanzie»;

considerato che a quanto risulta all’interrogante:

già in estate erano stati sollevati dubbi sull’inspiegabile scomparsa dei debiti contratti negli anni dalla società ‘Made in Museum’, fondata dall’ex moglie del ministro Vittorio Grilli, e sull’enorme generosità delle banche nei confronti di Lisa Lowenstein, che negli anni ha misteriosamente ricevuto finanziamenti a pioggia. Nel 1998 la neonata società di produzione e vendita di oggetti turistici della Lowenstein avrebbe registrato 71.000 euro di perdite. Eppure avrebbe ottenuto ben 266.000 euro di finanziamenti da Bnl e Unicredit. La stranezza si sarebbe ripetuta l’anno successivo, quando, nonostante le perdite toccassero quota 129.000 euro, sarebbe stato concesso un credito di 723.000 euro, grazie anche a Banco di Sicilia, Banca nazionale dell’agricoltura e poi Antonveneta. Evidentemente le banche, che non concedono prestiti a famiglie e imprese, avrebbero creduto ciecamente nel talento imprenditoriale della moglie del dirigente del Tesoro. Puntualmente però la signora Lowenstein avrebbe chiuso il bilancio 2002 con un debito di 2,3 milioni di euro. E qui il mistero si infittisce: dalla nota integrativa sarebbe scomparsa, senza lasciare alcuna traccia, la specifica delle banche esposte con la società. Nei dieci anni successivi la società stessa sarebbe sparita, senza che sia dato sapere se qualcuno abbia pagato i 2,3 milioni di debiti né se le banche abbiano fatto qualcosa per recuperare dalla coppia Grilli-Lowenstein il denaro così abbondantemente prestato (si veda l’atto 4-08629);

considerato altresì che, a parere dell’interrogante:

sarebbe opportuno accertare se risulti rispondente al vero che l’ex direttore del Ministero, attualmente membro del Governo dei tecnici, avrebbe pagato per l’appartamento in questione, con atto di compravendita del 2004, un milione e 65.000 euro secondo le carte depositate agli uffici del catasto, mentre avrebbe sottoscritto, per lo stesso appartamento, un mutuo ipotecario per una cifra molto elevata e pari ad un milione e mezzo di euro, corrispondente al 41 per cento in più del prezzo di acquisto denunciato, e assai più vicina alle quotazioni di mercato degli immobili nella zona della Capitale dove si trova l’abitazione;

sarebbe opportuno accertare se risulti vero che il venditore, Massimo Tosato, ricopriva la carica di vice-presidente della società londinese Schroder, attiva nei fondi di investimento, come raccontato dalla agenzia di stampa Bloomberg;

sarebbe doveroso accertare se il rappresentante del Governo, al pari di molti cittadini italiani, abbia dichiarato un prezzo di acquisto inferiore a quello effettivamente pagato, nel tentativo di ridurre il carico fiscale; se così fosse, il comportamento di Grilli si avvicinerebbe a quello dell’italiano medio, ma si allontanerebbe dal comportamento che si chiede a un rappresentante dello Stato, per di più chiamato a intensificare la lotta all’evasione fiscale;

sarebbe opportuno che il ministro Grilli, coinvolto in un ennesimo caso di intreccio di interessi con le banche, oltre ad effettuare smentite, rendesse noti i documenti della compravendita, provando la trasparenza e regolarità dell’operazione;

sarebbe opportuno accertare se la misteriosa scomparsa dei debiti della signora Lowenstein, ex moglie di Grilli, che sarebbe riuscita ad ottenere ingenti finanziamenti nonostante la sua società fosse in perdita e negli successivi continuasse ad accumulare risultati negativi, fino ad arrivare ad un debito totale di 2,3 milioni di euro, non sia imputabile all’intervento delle banche che le avrebbero abbonato la cospicua somma,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti chi abbia pagato i 2,3 milioni di euro dei debiti della società della signora Lowenstein e se le banche risultino avere fatto qualcosa per recuperare il denaro così abbondantemente prestato;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per rendere trasparenti i rapporti tra il Ministro dell’economia e delle finanze e le banche di affari, che, a giudizio dell’interrogante, continuano a spadroneggiare, anche con il potere del denaro, per catturare anche i regolatori ai propri censurabili interessi.

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