Author: Segreteria

Chiusura ufficio postale di Canale, frazione di Orvieto

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08895
Atto n. 4-08895

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (si veda, ad esempio, “Corrieredell’Umbria.it” del 9 dicembre 2012) che Poste Italiane SpA ha stabilito la chiusura dell’ufficio postale di Canale, frazione di Orvieto;

risulta all’interrogante che il sindaco Antonio Concina avrebbe fatto, tramite propri canali, un’accorata richiesta all’azienda per scongiurare la soppressione dell’ufficio postale in questione;

considerato che:

oggi gli uffici postali rappresentano ormai l’unico servizio pubblico rimasto nei luoghi marginali, interni e disagiati, particolarmente necessario alle fasce più deboli e anziane della popolazione;

Poste Italiane, con la sua reiterata politica di tagli, riduzioni e soppressioni, non sembra ormai più in grado di mantenere i principi di universalità del servizio postale, sanciti dalle direttive europee e finanziati dello Stato;

a giudizio dell’interrogante sarebbe da rivedere complessivamente il ruolo di assoluto monopolio rivestito oggi da Poste Italiane;

recentemente Orvieto è stata oggetto di una pesante alluvione che ha comportato esondazioni e frane in tutta l’Umbria, specie nel versante occidentale. Precipitazioni record che hanno messo in ginocchio parte della regione e che non si manifestavano così intense da 50 anni;

numerosi sono stati gli sfollati nell’orvietano e in altri luoghi della regione. Decine di famiglie non hanno potuto far rientro in casa,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la decisione di Poste Italiane comporti un pesante disagio ai tanti cittadini che saranno costretti a spostarsi in macchina e percorrere chilometri, magari a volte anche su strade non sicure, per raggiungere il più vicino ufficio postale, con la conseguenza inevitabile di un sovraffollamento degli uffici già esistenti che di certo non spiccano per efficienza;

quali iniziative di competenza intenda assumere per promuovere, da parte di Poste Italiane, la revisione della decisione di chiudere l’ufficio di Canale al fine di non penalizzare i residenti interessati, lasciandoli isolati, e dando così un segnale di solidarietà in questo momento tragico post alluvione, in cui i segni della calamità sono ancora vivissimi nel territorio orvietano;

se non ritenga urgente e doveroso, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e ulteriori oneri tributari a carico delle famiglie, destinati ad aumentare, intraprendere le opportune misure al fine di procedere ad un taglio della spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque i servizi pubblici essenziali.

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Frequenze-consorzio CONNA (associazione no profit del settore radiotelevisivo)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08896
Atto n. 4-08896

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI , VITA , CARLINO – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

durante un’audizione da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) del presidente del consorzio CONNA, Mario Albanesi, la storica associazione no profit del settore radiotelevisivo, sarebbero venuti alla luce fatti inauditi su come sia stato amministrato il settore strategico delle comunicazioni, che se fossero accertati apparirebbero dirompenti per la loro gravità;

a giudizio degli interroganti, il “grande imbroglio” radiotelevisivo comincia subito dopo il censimento imposto dalla “legge Mammì” (legge n. 223 del 1990), quando gli armadi ministeriali contenenti l’intera documentazione inviata da radio e televisioni di tutta Italia furono posti sotto sequestro dal magistrato romano Anna Maria Cordova, con il conseguente arresto di politici e dipendenti del Ministero. Ma è fra gli anni 1993 e 1994 che per la forte pressione esercitata da alcuni gruppi editoriali alla ricerca di legittimazioni venne consumata tutta una serie di reati con il rilascio di “concessioni” atte al proseguimento dell’attività totalmente abusive, perché il comma 5 dell’articolo 34 della stessa legge impediva inderogabilmente di rilasciare concessioni in assenza dei piani di assegnazione delle frequenze: “Le concessioni previste nella presente legge possono essere rilasciate solo dopo l’approvazione del piano di assegnazione”; confermato dal comma 2 dell’articolo 16 che stabiliva che nell’atto del rilascio di concessione “sono determinate le frequenze sulle quali gli impianti sono abilitati a trasmettere, la potenza, l’ubicazione e l’area da servire da parte dei suddetti impianti;

nessuna di queste condizioni venne rispettata: i piani di assegnazione non vennero mai realizzati, né le altre condizioni vennero soddisfatte, neppure in minima parte;

a tale pesante vizio di origine delle “concessioni”, che a giudizio degli interroganti non è azzardato definire truffaldine, si è aggiunta l’imposizione del “digitale terrestre” – affatto necessario perché poteva essere realizzato meglio valendosi dei numerosi satelliti in orbita geostazionaria, lasciando sulla terra le cose come stavano ed evitando rottamazioni e distruzioni di televisori – che ha fatto esplodere tutta una serie di altri meccanismi di concessione che gli interroganti ritengono trappole perniciose, come la divisione degli operatori televisivi locali in “gestori di rete” o in “fornitori di contenuti”;

su questa base sarebbero state rilasciate frequenze in base a graduatorie che agli interroganti sono parse congegnate a beneficio di chi intende continuare a utilizzare i mezzi di comunicazione televisivi al fine di trarre esclusivamente profitti economici e vantaggi politici, e non da chi invece intende valersene per promuovere l’informazione e la socialità;

i risultati ottenuti a giudizio degli interroganti sono stati catastrofici, perché un gran numero di emittenti sparse sull’intero territorio nazionale, in genere proprio quelle maggiormente utili, dislocate nei piccoli centri, vengono in questi giorni “espulse” e costrette a chiudere;

a giudizio degli interroganti la pianificazione avrebbe dovuto assicurare a tutte le televisioni in funzione la possibilità di poter proseguire nella loro attività;

considerato che una sola frequenza poteva essere “divisa” ricavandone anche 6 canali di ottima qualità tecnica, un piano che non avesse risentito di spinte partigiane estranee all’interesse pubblico non li avrebbe assegnati tutti, come è avvenuto, al medesimo soggetto ma a 6 emittenti diverse, compresa quella del possessore della frequenza;

va da sé che con appena 9-10 frequenze si sarebbero ottenuti un gran numero di canali, 50 o 60, largamente sufficienti a soddisfare le richieste di tutte le emittenti in esercizio e magari qualcuna di più (molti piccoli comuni ne sono sprovvisti), senza strangolare gli operatori in un’inestricabile congerie di norme, lacci e lacciuoli (anche umilianti), al fine di rendere loro la vita impossibile, specie se sprovvisti economicamente e carenti di mezzi amministrativi;

inoltre, i vantaggi per le compagnie telefoniche sarebbero stati notevoli: avrebbero avuto molto più spazio in banda e a prezzi più bassi, senza dover esercitare pressioni giunte all’incredibile decisione governativa di espropriare i punti di trasmissione dal 61 al 69, in previsione di fare altrettanto, fuori da ogni regola di legittimità, anche per altri che vanno dal 50 al 60;

ci si potrà domandare come sia possibile che scelte piane e lineari abbiano potuto essere travisate al punto da risultare contorte, contraddittorie e liberticide;

a parere degli interroganti tale situazione potrebbe essere ascrivibile alle manovre di qualcuno che costantemente orienta le scelte fondamentali in questo campo in funzione dei suoi personali interessi. A questo proposito basti pensare che consigliere del Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico Massimo Vari, delegato alle comunicazioni dal ministro Corrado Passera, e di Roberto Sambuco capo dipartimento è Stefano Selli, ex direttore della Frt, l’associazione televisiva presieduta da Fedele Confalonieri: egli riveste l’incarico di “consigliere a titolo gratuito”, ma non è difficile immaginare che probabilmente potrebbe essere in una situazione di conflitto d’interesse;

considerato che:

si legge su “Tvdigitaldivide” in un articolo del 18 dicembre 2012: «Dieci giorni fa il ministro Passera aveva assicurato che l’asta per le frequenze tv sarebbe stata realizzata entro la fine della Legislatura del Governo Monti. Il voto, allora era già previsto per il 10 marzo. Ora si parla di un voto a fine febbraio, e tutti si dicono sicuri che la gara, nata dalle ceneri dell’ex Beauty Contest (che regalava i canali tv a Mediaset e Rai), si farà solo dopo le elezioni. Se infatti già prima eran stretti i tempi per l’avvio dell’asta (ma c’è chi sussurra troppo stretti), oggi, alla luce delle dimissioni annunciate da Monti, sono praticamente impossibili. Per Stefano Carli de La Repubblica, questo significa che il Governo ora è più libero, non ha più bisogno di usare le frequenze tv di volta in volta come bastone o carota verso un parlamento popolato dai sudditi di Berlusconi. La crisi politica, dice Carli, ha raggiunto almeno un risultato positivo: il rinvio della gara pubblica. Svolgere l’asta in questa fase sarebbe stata la garanzia di un esito economico insoddisfacente per le casse dello Stato. C’è la crisi, e non ci sono i soldi. Basta vedere l’andamento della vendita di TI Media e La7. Dove non sono ancora arrivate offerte valide. Nel 2013 forse l’economia si potrebbe riprendere. E se le Camere non saranno più dominate dalle esigenze di famiglia di Arcore, allora forse gli operatori stranieri, i famosi nuovi entranti richiamati dalla Commissione europea, si affacceranno nel mercato televisivo italiano. Intanto ieri si è chiusa la consultazione pubblica indetta dall’Agcom sullo schema di regolamento della gara. La scorsa settimana, Aeranti-Corallo ha portato davanti ai commissari dell’Autorità le ragioni delle Tv locali. Nel corso dell’audizione, in riferimento al limite stabilito dalla Commissione europea di cinque multiplex DVB-T che ogni operatore può complessivamente detenere dopo lo switch-off, l’Associazione ha chiesto che venga previsto che gli operatori di rete nazionale, che si trovino in questa situazione, non possano partecipare alla procedura e che, in via strettamente subordinata, quelli titolari di quattro multiplex DVB-T e di un multiplex DVB-H debbano preventivamente rinunciare in via definitiva, al fine della partecipazione alla gara, alla facoltà di convertire il multiplex DVB-H in altre tecnologie (DVB-T, DVB-T2 o analoghe). Inoltre, Aeranti-Corallo, sussistendo la possibilità, a norma del comma 2 dell’art. 3-quinquies del DL 16/2012, convertito con modificazioni dalla legge 44/2012, di prevedere la realizzazione di reti per macro-aree di diffusione, con l’uso flessibile della risorsa radioelettrica, e, in considerazione della riserva di un terzo delle frequenze a favore dell’emittenza locale, ha chiesto che due delle sei frequenze previste dalla procedura vengano poste in gara (per macro-aree di diffusione), per essere assegnate alle Tv locali. Il presidente dell’Agcom, Angelo Cardiani, ha dichiarato nei giorni scorsi: “Ci piacerebbe un’asta pulita”. Ha inoltre affermato che alla gara non parteciperanno né Mediaset né la Rai, ma non per limiti imposti dal regolamento: “Non è un’esclusione mirata a Rai e Mediaset, è una condizione per la partecipazione all’asta che fa sì che sia molto probabile che sia Rai che Mediaset non parteciperanno per lo scelta aziendale”»,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere al fine di interrompere immediatamente la disattivazione delle emittenti attualmente in funzione, operata dalla polizia postale;

se non intenda adoperarsi per quanto di competenza per adottare le opportune misure al fine di rivedere il settore strategico delle comunicazioni ed in particolare la sua gestione e amministrazione e per restituire rigore, trasparenza e legalità;

quali iniziative ritenga di assumere, con la massima sollecitudine, per individuare le modalità opportune per garantire che l’assegnazione delle frequenze avvenga in maniera trasparente e previo espletamento di procedure ad evidenza pubblica;

se non intenda affrontare con urgenza le problematiche dell’emittenza locale, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli operatori del settore, anche al fine di ripristinare i tagli effettuati con diversi provvedimenti al fondo per l’emittenza locale;

se non intenda adottare gli opportuni interventi al fine di garantire un uso efficiente della risorsa radiotelevisiva.

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Banchiere Jean-Pierre Mustier-Unicredit

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08898
Atto n. 4-08898

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Lorenzo Dilena per “Linkiesta” su Jean-Pierre Mustier, il potentissimo banchiere che gestisce gli investimenti di Unicredit, il quale sarebbe al centro di un potentissimo conflitto d’interessi: «L’Italia vanta una vasta casistica di conflitti di interesse e un’eccellente tradizione di affari conclusi fra vecchi compari. Quello che mancava era un “old boys network” d’importazione. La lacuna è stata colmata. Quasi due anni fa. Grazie alla più internazionale delle banche italiane: il gruppo Unicredit. Da marzo 2011 Jean-Pierre Mustier è il capo della divisione Corporate e Investment Banking (“Cib”) dell’Unicredit. Francese, 51 anni, braccio destro dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, Mustier è il banchiere che sovrintende ai grandi affari di Unicredit. Prestiti, consulenza e servizi di ogni tipo alle grandi imprese, investimenti e servizi sul mercato dei capitali (azioni e debito), derivati e prodotti strutturati, rapporti con il Tesoro, operazioni di finanza immobiliare strutturata (come le cartolarizzazioni di mutui), private equity, progetti infrastrutturali: è sterminato l’elenco degli affari che passano nella divisione di Unicredit guidata da Mustier. Questo ramo del gruppo gestisce oltre 220 miliardi di prestiti alla clientela e altrettanti investimenti azionari, obbligazionari e strutturati. Al momento, è anche quello che fa più utili: nei primi nove mesi di quest’anno circa la metà dei 3,2 miliardi di profitti lordi del gruppo è generato da questa divisione che impiega 9.500 professionisti sparsi nei 22 Paesi in cui il gruppo opera e nelle filiali e uffici di corrispondenza. Quest’anno la banca si è anche posizionata ai primi posti nelle graduatorie europee per i collocamenti obbligazionari. Di affari Mustier continua a farne anche con i vecchi amici di Parigi e di Londra, colleghi o uomini d’affari conosciuti ai tempi gloriosi di Société Générale, la banca francese in cui ha percorso una folgorante carriera nel campo degli equity derivatives, i derivati azionari. Nel 1987, a 26 anni, Mustier è il secondo impiegato della nascente divisione dei derivati azionari, un terreno su cui il banchiere costruisce il suo network relazionale sia all’interno della banca sia sul mercato. A quasi due anni dall’arrivo del banchiere francese a Milano, anche gli “old boys” sono tornati. La quaresima è finita. I nomi» e alcune delle «consuetudini del passato di Mustier sono nel presente di Piazza Cordusio. Nomi che si incrociano negli investimenti (l’operazione Tikehau), nell’erogazione di crediti (Screen Service), nelle scelte strategiche (l’operazione Kepler), e anche nella linea di comando. Come suo vice Mustier ha chiamato Olivier Khayat, un suo collaboratore, responsabile del Capital marktes, nella banca francese. La lunga carriera alla Société Générale si era interrotta il 6 agosto 2009 con le dimissioni inaspettate di Mustier. Pochi giorni prima, il 29 luglio, gli è stata notificata l’accusa di insider trading. L’Autorité des marchés financiers, la Consob francese, lo accusa di aver venduto 6mila azioni SoGen sulla base informazioni privilegiate di cui disponeva nell’agosto 2007, quando cioè la crisi di liquidità originata dai mutui subprime americani era cominciata da poco più di un mese. L’ipotesi del regolatore francese era che, essendo a conoscenza del fatto che i modelli interni usati dalla banca per valutare obbligazioni strutturate (Cdo di mutui cartolarizzati) sottostimassero le potenziali perdite, Mustier era stato (in) grado di prevedere l’evoluzione negativa delle quotazioni di SoGen, e quindi aveva venduto. In tribunale, però, il banchiere viene scagionato dall’accusa, dopo aver dimostrato di aver tenuto la maggioranza del suo pacchetto azionario, subendo delle perdite connesse al crollo delle quotazioni della banca. A giugno 2010, comunque, l’Amf gli appioppa comunque una multa di 100mila euro. Ma l’insider trading, anche se solo come infrazione amministrativa, era troppo anche un banchiere con le spalle larghe e la reputazione di Mustier. Soprattutto, se arrivava dopo lo scandalo Kerviel. Da banchiere di punta della Société Générale, noto nella City per essere un mago della finanza strutturata, Mustier incappa in uno dei più incredibili scandali della crisi finanziaria che era cominciata l’estate precedente. Mustier è il capo di Jérome Kerviel, il trader a cui è stata imputata l’intera responsabilità per la perdita 5 miliardi di euro subita da Société Générale a gennaio 2008, a seguito della chiusura di posizioni speculative. È lui a denunciare Kerviel. Il trader viene arrestato, processato e poi condannato a cinque anni per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, e sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute. Gli investimenti riguardavano gli equity derivatives, la materia di cui è maestro Mustier. Erano saliti fino a sfiorare 50 miliardi di euro. All’insaputa dei superiori, hanno sentenziato il tribunale e la corte d’appello di Parigi. Per il banchiere, però, la botta è dura: si parla (di) 50 miliardi di euro, non di noccioline. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto, e che sia stato possibile violare i controlli? Lui stesso, del resto, ammette le “debolezze” nei sistemi interni di vigilanza: “Non ho prestato abbastanza attenzione al rischio di frodi”, dice ai giudici. In quegli anni, Société Générale si vantava peraltro di avere le strutture di trading su derivati più all’avanguardia fra le banche di investimento globali. Mustier paga lo scotto, dopo qualche mese viene trasferito in un’altra divisione, e nell’estate 2009 segue l’uscita. Quando Unicredit lo chiama, a febbraio 2011, per Mustier gli allori di Société Générale sono un ricordo. Dopo un periodo da disoccupato, Mustier è consulente e socio di Tikehau Capital Advisors, società francese specializzata nella gestione del debito ad alto rischio. Con l’ingresso in Unicredit, la partecipazione di Mustier in Tikehau va ceduta, e così avviene. Ma anziché finire qui, il rapporto prosegue in altre forme. È Unicredit a rilevare una quota di minoranza nella società francese, il primo marzo seguente. Un’operazione lampo, visto che il banchiere prenderà servizio solo il 14. Cinque milioni di euro per il 10%, e dunque una valutazione complessiva di 50 milioni per una società di gestione che a fine 2010 dichiarava masse gestite per 375 milioni. Unicredit, poi, si impegna anche a sottoscrivere i fondi di Tikehau per 100 milioni di euro, da versare a chiamata, secondo quanto riferisce una fonte vicina all’area finanza del gruppo. L’annuncio arriva in coincidenza con l’ingresso del banchiere in Piazza Cordusio. Ma sull’operazione serpeggiano subito delle perplessità: che senso ha per una banca come Unicredit impegnare risorse in distressed asset (cioè debiti decotti), prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo ha pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno? “Mettere in relazione le capacità sviluppate da Tikehau Capital Advisors, in termini di origination e gestione degli assets creditizi, con la dimensione europea di UniCredit”, è la spiegazione ufficiale. Più di recente, spunta il caso Screen Service, una piccola società quotata a Piazza Affari che produce apparati per la trasmissione del segnale televisivo digitali. Lo scorso ottobre arriva un’Opa lanciata da Monte Bianco, un veicolo di investimento controllato da Hld, una holding di investimento francese di cui Mustier è uno dei principali singoli investitori con il 6,6 per cento. Non solo. Unicredit si è impegnata per iscritto a mettere a disposizione di Monte Bianco quanto necessario per l’offerta pubblica (30 milioni). Nello stesso tempo è fra le banche creditrici con cui Screen Service sta trattando la rinegoziazione di un debito da 35 milioni. In questa vicenda, tutto sommato piccola, la stessa persona riveste insomma tre ruoli: è finanziatore di una società in difficoltà, è il banchiere che sostiene chi lancia l’Opa su quella società, ed è fra i soci del veicolo che finanzia come banchiere. La scelta che invece ha destato più stupore, anche per l’impatto strategico, è la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria. A novembre 2011, la banca annuncia un’alleanza con il broker Kepler Capital Markets, quartier generale a Parigi ma sede legale a Nyon (Ginevra), nel cantone di Vaud, noto per le agevolazioni fiscali. Kepler fornirà a Unicredit “ricerca azionaria e garantirà la fornitura dei report degli analisti” e in cambio avrà in esclusiva l’esecuzione del trading all’Europa occidentale. Ubs, la banca oggi guidata da Sergio Ermotti, il predecessore di Mustier a Unicredit, ha tagliato il trading sui titoli di debito, che assorbiva troppo capitale, puntando invece sull’azionario. La scelta di Unicredit, viene spiegato, è giustificata dalla volontà di tagliare costi: in conseguenza dell’accordo, la banca manda o ha mandato a casa o» ricollocato «circa 120 fra analisti e trader, fra Milano, Monaco e Vienna. Dallo scorso giugno, l’accordo è stato esteso anche a tutto l’Est Europa. Di fatto, oggi Unicredit, che storicamente aveva la quota più rilevante nel brokeraggio degli investitori istituzionali, non ha più né trading sull’azionario né ricerca sulla Borsa Italiana né su Germania, Polonia, Austria: tutto passa per Kepler. Fonti finanziarie a conoscenza dell’accordo riferiscono che quest’ultima retrocede a Unicredit il 50% delle commissioni incassate sulle operazioni della clientela della banca. Varata l’esternalizzazione dell’intermediazione mobiliare nell’azionario, Unicredit ricalibra la propria strategia. Guarda caso, l’occasione la dà un altro affare pensato e concluso a Parigi il 17 luglio scorso: Chevreux, la casa di brokeraggio azionario del Crédit Agricole, si fonderà con Kepler. Mustier saluta positivamente l’accordo e annuncia che è “aperto a prendere una quota di minoranza in Kepler Chevreux” e addirittura a esplorare la possibilità di un’alleanza con l’Agricole nell’equity capital markets. Tout se tient, messieurs. Oltre a Mustier nell’affare Kepler sono attivi a vario titolo altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi. L’aumento di capitale di ottobre 2011, organizzato da Gerardo Braggiotti di Banca Leonardo, apre la porta a nuovi investitori. Con l’occasione Banca Leonardo conferisce il suo minuscolo ramo di brokeraggio azionario, più un conguaglio cash di pochi milioni, e in cambio ottiene una quota del 5 per cento. Lo schema, che verrà ripetuto con varianti, punta a due obiettivi: da un lato concentrare i volumi di intermediazione, e dall’altro a offrire una sorta di servizio di gestione dei licenziamenti, su cui ormai il broker franco-elvetico ha acquisito una certa esperienza. A Quirin e agli altri manager di Kepler resta il 53%, mentre nell’azionariato compare il fondo di private equity francese Blackfin Capital Partners, con una quota superiore al 40 per cento. Ideatore, socio e presidente di Blackfin è Laurent Bouyoux. Nel mestiere, Bouyoux è il maestro del maestro: è lui che nel 1986-1994 ha fondato e diretto quella divisione derivati azionari di Société Générale, dove Mustier è andato a bottega. Al suo fianco, nel business dei derivati azionari, c’era già Paul Mizrahi: i due faranno coppia nelle successive tappe professionali in Commerzbank e nella creazione di Fortuneo, un broker online poi ceduto al Crédit Mutuel Arkea (altro azionista di Kepler, insieme alla Cdp francese). Con tutti questi interessi parigini era dunque un peccato che, un anno prima dell’arrivo di Mustier, Unicredit avesse sostanzialmente smobilitato la filiale di Parigi, in quanto il mercato francese non offriva spazi adeguati. Con Mustier si cambia strategia: il mercato francese diventa importante. A capo della filiale di Parigi arriva allora Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale. Nel giro di poco tempo la squadra si rafforza: vengono assunti tre senior banker, figura professionale di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento. Contando Soulard, fanno quattro superbanchieri senior per l’unica filiale francese di Unicredit, in Avenue des Champs Elysées, a Parigi. “La filiale di Parigi di Unicredit rappresenta una piattaforma distributiva totalmente dedicata alla clientela francese con particolare attenzione alle esigenze delle imprese di grandi dimensioni, dei fondi di private equity e delle istituzioni finanziarie”, è la nuova linea. Per strappare quote di mercato a Bnp Paribas, all’Agricole alla stessa Société Générale e alle altre banche d’investimento, Unicredit dovrà proporre condizioni più attraenti ai grandi clienti e assumersi rischi maggiori. A ogni buon conto, in Italia, cioè nel principale mercato domestico principale del gruppo, i senior banker sono tre»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe opportuno far luce sulle ragioni per cui Unicredit ha deciso di affidare la gestione degli investimenti a Jean-Pierre Mustier, a quanto risulta dall’articolo citato al centro di un forte conflitto di interesse, in quanto, una volta uscito, senza onori, da Soggen e multato dall’Autorité des marchés financiers (Amf) nonché condannato per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute, è arrivato a Milano e continua a compiere operazioni, servendosi di Unicredit, con il suo vecchio giro di finanzieri spericolati e strapagati dalla stessa Unicredit;

sarebbe opportuno accertare se il cambio di strategia adottato da Unicredit – che l’ha portata ad adottare decisioni che hanno destato stupore, come nel caso della società Tikehau Capital Advisors dove sono state impegnate risorse in “debiti decotti”, prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo aveva pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno, oppure la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria – non sia servito unicamente per favorire il banchiere Mustier, dalla dubbia reputazione, nonché altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi;

sarebbe opportuno verificare quali siano le reali motivazioni per cui, da quando è arrivato Mustier, il mercato francese, che non offriva spazi adeguati, è diventato di colpo importante, al punto da potenziare la filiale parigina mettendo a capo della stessa Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale, e assumendo, nel giro di poco tempo, tre senior banker, figure professionali di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento, oltre a Contando Soulard;

sarebbe opportuno adottare misure volte a risolvere il rilevante conflitto di interesse oggetto delle nuove scelte strategiche di Unicredit dall’arrivo del banchiere Mustier,

si chiede di sapere:

quali iniziative di carattere legislativo il Governo intenda assumere al fine di mettere al riparo i risparmiatori da una gestione privatistico-clientelare delle banche, che all’interrogante pare mettere a repentaglio il capillare e sudato risparmio postale degli italiani solo ed unicamente per interessi clientelari;

se sia a conoscenza di un intervento della Banca d’Italia riguardo alla situazione descritta.

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Banche-ridurre costo danaro

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00558
Atto n. 2-00558

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Pil scenderà quest’anno del 2,8 per cento; gli investimenti lordi del 12,7 per cento; la spesa per i consumi delle famiglie del 10,8 per cento; la domanda del 7,5 per cento; le esportazioni di beni e servizi del 3,1 per cento, le importazioni del 15,3 per cento; la bilancia dei pagamenti avrà un saldo negativo mentre continua la fuga di capitali verso l’estero (in Svizzera non sono più disponibili le cassette di sicurezza) e si è drasticamente ridotta la consistenza dei titoli di Stato da parte degli investitori esteri, nonostante la curva attraente dei rendimenti sui decennali superiore al 4 per cento netto. Anche la ventilata rinnovata fiducia degli investitori internazionali, grazie alla ritrovata credibilità italiana, attribuita al solido e sobrio Monti, sembra essere alquanto esagerata. Come si legge in un articolo del 15 dicembre 2012 su “Dagospia” «i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi infatti dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011 per arrivare ai 676,5 di settembre 2012» (con un calo pari a 120 miliardi dal 2010 e a 45 miliardi con la cura Monti), mentre «i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d’Italia da 66 miliardi a 99 miliardi, e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi». La pressione fiscale, a giudizio dell’interpellante opprimente, ha raggiunto livelli di guardia costringendo il 58 per cento delle imprese, ben 615.000 ad adempiere ai doveri fiscali con il ricorso ai prestiti bancari, la richiesta al fisco di dilazioni di pagamento, con 40.000 imprenditori che non potranno pagare le imposte per mancanza di liquidità, come risulta dalla ricerca Ispo-Confartigianato;

a fronte di questa cattiva congiuntura, le cui ricadute sulle famiglie sono state calcolate in 2.200 euro su base annua, gli unici interventi sono andati nella direzione di offrire scialuppe di salvataggio alle banche che hanno sanato i buchi di bilancio, sia con le erogazioni della Banca centrale europea come prestiti triennali al tasso dell’1 per cento, che con l’estinzione di centinaia di miliardi di obbligazioni ibride, sulle quali era stata messa una garanzia settennale statale nel cosiddetto decreto salva Italia (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011);

come scrive Francesco De Dominicis per “Libero” del 18 dicembre 2012: «Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, domenica, in un’intervista, ha detto che a metà 2013 nel nostro Paese si potrebbe cominciare ad annusare aria di ripresa. C’è un settore, tuttavia, che gioca d’anticipo rispetto alle previsioni dell’inquilino di palazzo Koch: le banche italiane, infatti, secondo un documento riservato dell’Abi, non sembrano sentire più di tanto gli effetti della crisi e si preparano a chiudere in grande spolvero già il 2012. Gli utili degli istituti – che complessivamente nel 2011 hanno chiuso in rosso di 23,1 miliardi di euro – toccheranno quota 4 miliardi quest’anno per poi arrivare a 6,5 miliardi nei successivi dodici mesi. Totale: 10,5 miliardi di utili in appena due anni. Non male. Numeri che mostrano uno stato di salute assai positivo per il settore creditizio e che l’Assobancaria ha illustrato agli esponenti del Fondo monetario internazionale a metà novembre. Si tratta degli stessi dati, peraltro, che la scorsa settimana il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, ha parzialmente snocciolato nel corso di una tavola rotonda a Roma. Un blitz, quello di Sileoni, che ha spiazzato i banchieri. Il documento era destinato all’Fmi – con l’obiettivo di tenere alla larga nuovi attacchi all’industria bancaria italiana – ma, stando alla strategia delle banche, andava tenuto lontano dagli occhi dei sindacalisti, visto che è in corso una trattativa da 20-30mila esuberi. Trattativa che i maggiorenti dell’Abi vogliono portare avanti dimostrando che le banche sono in ginocchio. «E invece no» dice il numero uno Fabi. Pronto a dare battaglia ai banchieri. Del resto, le condizioni sono ottime un po’ su tutti i fronti. È destinato a migliorare, anzitutto, il mercato dei prestiti a famiglie e imprese: +0,5% quest’anno e +1,9% l’anno prossimo. Bene anche il margine di interesse che, dopo un lieve calo dell’1,2% quest’anno, schizzerà a +2,5% nel 2013. Il roe (utile netto su patrimonio) aumenta dell’1,1% e poi dell’1,7%. Segnali positivi financo per le sofferenze: la crescita dei prestiti non rimborsati, infatti, rallenterà bruscamente: dal 27,6% dello scorso anno si passa al 18,4% del 2012 e al 13,8% del 2013. Bene l’andamento di depositi e raccolta: alla frenata del 2011 (-2,7%), le banche italiane rispondono con un biennio previsto in miglioramento (+4% e +3,8%). Sarà stata la cura del Governo di Mario Monti?»;

gli ultimi dati pubblicati dalla Banca centrale europea “Moneta e banche”, nel bollettino dicembre 2012 sui tassi applicati nei Paesi dell’area euro, registrano una media del 4,88 per cento per i mutui in Italia, contro il 3,49 per cento dell’area euro con un differenziale di ben 139 punti base, mentre per il credito al consumo, le banche italiane applicano una media dell’8 per cento, contro il 6,12 per cento dell’area euro con un differenziale di ben 188 punti base e conseguenti maggiori oneri nell’ammortamento dei prestiti;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

i dati positivi di bilancio e riduzione delle sofferenze destinati a migliorare nel biennio 2012-2013, con utili pari a 10,5 miliardi di euro a fronte di perdite di 23,1 miliardi nel 2011, dovrebbero portare ad una riduzione del costo del denaro che sta strozzando famiglie ed imprese con un differenziale di 139 punti base sui mutui e di 188 punta base su credito al consumo;

tali politiche monetarie predatorie a danno di cittadini, famiglie, imprese e del sistema Paese dovrebbero essere contrastate da autorità vigilanti che non sembrano assumere funzioni di terzietà ed equidistanza nella delicata gestione del credito e del risparmio,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda adottare per impedire che la delicata ed armonica funzione creditizia, necessaria per l’economia del Paese, possa essere vulnerata da gestioni particolari tendenti a penalizzare le attività produttive e l’uscita dalla cattiva congiuntura economica, prodotta dagli stessi banchieri.

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Cashpoint spa-raggiro consumatrice

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08894
Atto n. 4-08894

Pubblicato il 19 dicembre 2012, nella seduta n. 856

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di un raggiro di cui sarebbe stata vittima una consumatrice;

in particolare la signora, in data 3 ottobre 2011, si sarebbe recata in una boutique di Roma, per l’acquisto di un abito. Al momento di saldare, le sarebbe stata proposta, senza alcuna informazione al riguardo, una modalità di pagamento che comportava la cessione irrevocabile e permanente del credito per tutti gli acquisti eventualmente effettuati presso l’esercente commerciale in favore della Cashpoint SpA;

ciò sarebbe avvenuto mediante sottoscrizione di un cedolino allegato allo scontrino fiscale. La consumatrice sarebbe stata informata solo successivamente dalla propria banca, Banca Popolare di Spoleto, di una richiesta di autorizzazione di addebito permanente in conto corrente da parte di CashPoint Srl (dunque, peraltro, una ragione sociale diversa rispetto a quella individuata dal cedolino allegato allo scontrino fiscale);

la signora avrebbe effettuato dei controlli dai quali sarebbe emerso che CashPoint Srl (dunque la società che aveva presentato la richiesta di pagamento alla banca) era stata cancellata con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze dall’elenco di cui all’art 106 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo n. 385 del 1999 (TUB) sin dal 5 agosto 2011 (e dunque ben tre mesi prima della sottoscrizione della cessione di credito in questione); pertanto, al momento in cui alla consumatrice era stata proposta la cessione, la CashPoint Srl non avrebbe potuto operare legittimamente sul mercato del credito, in quanto la stessa non risultava più iscritta nell’apposito elenco;

la Cashpoint SpA, interpellata sulla questione, non avrebbe mai fornito risposta;

a quel punto la signora avrebbe interpellato la Banca d’Italia inviando una nota in data 25 giugno 2012. Quest’ultima avrebbe omesso di rispondere a quanto richiesto, limitandosi a segnalare che, dal 1° novembre 2011 (e dunque successivamente a quanto accaduto ed oggetto di segnalazione), il servizio oggetto di esposto era erogato da Cofidis (a parere dell’interrogante non risulta chiara l’attinenza della risposta con la vicenda);

la Banca d’Italia, dunque, soggetto deputato alla vigilanza, informata dell’esercizio di attività abusiva da parte di una società cancellata dall’elenco in gestione alla stessa Banca d’Italia, avrebbe omesso non solo di fornire un qualsiasi chiarimento alla consumatrice, ma altresì di intraprendere qualunque indagine sulla vicenda, qualunque intervento volto a inibire, per il futuro, il perpetrarsi di simili episodi da parte della stessa società e qualunque segnalazione alle autorità giudiziarie per quanto di competenza;

considerato che l’art. 106 del TUB (“Albo degli intermediari finanziari”) sancisce: «1. L’esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma è riservato agli intermediari finanziari autorizzati, iscritti in un apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia. 2. Oltre alle attività di cui al comma 1 gli intermediari finanziari possono: a) emettere moneta elettronica e prestare servizi di pagamento a condizione che siano a ciò autorizzati ai sensi dell’articolo 114-quinquies, comma 4, e iscritti nel relativo albo, oppure prestare solo servizi di pagamento a condizione che siano a ciò autorizzati ai sensi dell’articolo 114-novies, comma 4, e iscritti nel relativo albo; (…) 3. Il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita la Banca d’Italia, specifica il contenuto delle attività indicate nel comma 1, nonché in quali circostanze ricorra l’esercizio nei confronti del pubblico»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, sarebbe opportuno dare notorietà a come le autorità preposte alla vigilanza e al controllo intendono garantire i consumatori da pratiche di abusivo esercizio del credito,

si chiede di sapere;

se il Governo sia a conoscenza di un intervento della Banca d’Italia riguardo alla situazione descritta;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare per porre fine a fenomeni di sciacallaggio che sfruttano la buona fede dei consumatori per trarre vantaggi e profitti.

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Intervento in Aula al Senato sulla Legge di Stabiltà

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 856 del 19/12/2012

Discussione congiunta dei disegni di legge:

(3585) Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2013 e bilancio pluriennale per il triennio 2013-2015 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)

(3584) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013) (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 15,09)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signori del Governo, siamo chiamati all’ultimo atto del Governo Monti sulla legge di stabilità e sul bilancio ma, a tredici mesi dal suo insediamento, è giusto e doveroso tracciare un bilancio del Governo tecnico, non su basi di contrapposizione ideologica, ma nel merito.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 16,37)

(Segue LANNUTTI). Dico subito che personalmente apprezzo la riconquistata credibilità internazionale dell’Italia, diventata lo zimbello del mondo all’ultimo vertice del G20, il 3 novembre 2011; ma le misure e le politiche economiche adottate per far uscire il Paese dalla crisi sono state a senso unico, a danno di lavoratori, famiglie, piccole e medie imprese, pensionati, per avvantaggiare quei convitati di pietra, ben rappresentati nell’Esecutivo, che non si sono distinti per lungimiranza e capacità di dare soluzione ai drammi del Paese ma, al contrario, li hanno aggravati.

L’ultimo capolavoro: il Ministro dello sviluppo economico ha rimandato a babbo morto l’asta sulle frequenze e, invece di creare occasioni di lavoro, sviluppa disoccupazione e falcidia posti di lavoro. Mi riferisco ai bandi regionali per l’assegnazione delle frequenze agli operatori di TV locali: televisioni storiche, con oltre vent’anni di operatività, sono fatte fuori da bandi di gara su misura, gestiti da tale Sambuco, sodale del piquattrista Bisignani; bandi accusati già in precedenza di scarsa trasparenza; bandi farsa, con la finalità di avvantaggiare amici degli amici ed escludere altri, mettendo in mezzo a una strada centinaia di giornalisti e operatori TV.

Vi siete distinti, signori del Governo, per essere stati al servizio di cricche, faccendieri e piquattristi di complemento, per fare carta straccia dei diritti e della legalità. Anche questo testo è manchevole da questo punto di vista. Stiamo discutendo non si sa bene che cosa, perché ancora non c’è il maxiemendamento. Di cosa discutiamo? Comunque, per quel che è dato sapere, all’interno ci sono emendamenti fatti ad uso e misura della CONSOB di Vegas, l’uomo dalle porte girevoli, che ha stabilizzato i suoi compari e i suoi compagni di merende.

Con riferimento all’emendamento Caputi, proprio oggi – do la notizia – la Procura della Repubblica di Milano ha condannato i banchieri per i derivati che erano stati appioppati (l’Adusbef era parte civile): ebbene, la Procura ha sconfessato le tesi di questo Vegas, questo uomo dalle porte girevoli che, essendo asservito ai banchieri, sostiene che le tesi probabilistiche non debbano sussistere nel momento in cui si sottoscrive un contratto di derivati.

Signori del Governo, già nel provvedimento Salva-Italia, o Salva-banche se preferite, avevate imposto l’obbligo di apertura di conto corrente ai vecchi per farli cadere nelle grinfie dei banchieri che hanno strozzato il Paese e che hanno deteriorato le condizioni creditizie, di quei banchieri che rifiutano perfino di dare un mutuo ai giovani con fior di garanzie dei genitori garanti (- 47 per cento erogazione dei mutui) o revocano i fidi, con un preavviso di 24 ore ad aziende e famiglie stremate dalla crisi che non appartengano al “sistema Ligresti” (2,5 miliardi di buco). Alla povera gente non vengono dati nemmeno 10.000 euro!

Mentre corrono prezzi e tariffe, con un gravame di ben 2.200 euro a famiglia su base annua, cresce il disagio sociale, con un incremento dei pignoramenti ed esecuzioni immobiliari del 22,8 per cento (negli ultimi anni una città di 100.000 abitanti è sparita, cancellata dalla faccia della terra), a fronte del 5,2 per cento nel 2011. Con retribuzioni ferme, perdita del potere di acquisto e pressione fiscale arrivata ai limiti della decenza, voi impiegate i 24 miliardi di euro di tributo IMU per salvare banche in crisi o per il fondo salva Stati (+ 50 miliardi). Le signore banche, che nel 2011 avevano registrato perdite per 23,1 miliardi di euro, hanno ritrovato gli utili, che nel biennio 2012-2013 saranno di 10,5 miliardi di euro, grazie alle provvidenze governative ed all’omessa vigilanza di Bankitalia, collusa con banche, fondazioni bancarie ed il fondo strategico della Cassa depositi e prestiti in un gigantesco conflitto di interessi tra controllati e controllori, che in un Paese normale dovrebbe far attivare urgenti indagini penali di qualche Procura della Repubblica per i rischi che corrono i risparmi postali (300 miliardi di sudore dei vecchi, dei cittadini) nelle avventure finanziarie ed industriali.

Gli ultimi dati pubblicati dalla BCE nel bollettino dicembre 2012, a pagina 42, “Moneta e banche”, sui tassi applicati nei Paesi dell’area euro, registrano una media del 4,88 per cento per i mutui in Italia, contro il 3,49 per cento dell’area euro, con un differenziale di ben 139 punti base, mentre per il credito al consumo c’è un differenziale di ben 188 punti base. Questo significa che un italiano deve spendere 864 euro in più l’anno per un muto trentennale di 100.000 euro, quindi quasi 26.000 euro alla fine dell’ammortamento. Questo è il capolavoro del Governo dei banchieri!

Lo scippo con destrezza dalle tasche di milioni di famiglie e di consumatori, aggravato negli ultimi 13 mesi, produce una riduzione forzosa dei consumi che impedisce la ripresa economica e getta il Paese nella disperazione per il credito negato o revocato e per la persecuzione fiscale a danno dei contribuenti onesti.

Il resoconto di 13 mesi fallimentari è racchiuso in questi dati: il PIL scenderà quest’anno del 2,8 per cento; gli investimenti lordi del 12,7 per cento; la spesa per i consumi delle famiglie del 10,8 per cento; la domanda del 7,5 per cento; le esportazioni di beni e servizi del 3,1 per cento; le importazioni del 15,3 per cento; la bilancia dei pagamenti avrà un saldo negativo. Anche l’avanzo primario, che misura la differenza tra entrate e uscite prima di aggiungere al conto gli interessi sul debito, seppur migliorato, è del 2,4 per cento contro il 2,9 per cento preventivato dal Governo e nel 2013 sarà del 2,6 per cento del PIL rispetto al 3,6 per cento.

La fuga di capitali verso l’estero, nonostante la curva attraente dei rendimenti sui decennali superiori al 4 per cento netto, smentisce la favola della rinnovata fiducia degli investitori internazionali al solito e sobrio Monti. I titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi infatti dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011, per arrivare ai 676,5 di settembre 2012 (-120 miliardi dal 2010), mentre i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d’Italia da 66 miliardi a 99 miliardi e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi.

L’oppressione fiscale ce la vogliamo mettere? Il 58 per cento delle imprese non riesce ad adempiere ai doveri fiscali con il fisco. Per non parlare del debito pubblico. Ma come, dovevate ridurlo e invece lo avete aumentato ad oltre 2.000 miliardi, al ritmo di 12,2 miliardi al mese!

Il tanto deprecato Berlusconi lo aveva aumentato a 6,6 miliardi al mese e Prodi, nel biennio 2006-2008, ad un ritmo di 3,7 miliardi di euro al mese. Questi sono i dati.

Oltre al capolavoro degli esodati e alla proroga offerta al collezionista di poltrone Mastrapasqua, che con 60 milioni di pubblicità si paga il silenzio complice dell’informazione sulle sue malefatte, il Governo ha rafforzato l’idrovora con la nuova IRI, con il Fondo strategico e la Cassa depositi e prestiti; dopo che gli avete regalato 3 miliardi di euro con la conversione delle azioni da privilegiate ad ordinarie, adesso – l’ultimo capolavoro – il 4,5 per cento di Generali in mano a Bankitalia andrà al Fondo strategico.

Questo è un Governo permeato da lobby che non hanno a cuore gli interessi generali e che stanga i consumatori. Quando afferma che le banche italiane sono più virtuose, dimentica altri dati, come quello relativo al costo di un conto corrente in Italia (295,66 euro rispetto ai 114 euro nella media europea) o ai tassi sui mutui, che sono più alti.

E poi non si fa nulla per la povera gente. Ringrazio il senatore Legnini e gli altri relatori che hanno fatto di tutto per abbellire una manovra in realtà indigesta, perché per uscire dalla crisi, oltre a regole e sanzioni, ci vogliono pensieri lunghi, statistiche che possano combattere i populismi con il buon governo.

Una domanda sorge spontanea, come diceva un mio amico in passato: la BCE ha offerto 274 miliardi di euro per prestiti triennali al tasso dell’1 per cento, ma sapete che, quando le banche non riusciranno a restituire questi soldi, si creerà una nuova crisi? Non lo diciamo solo noi dell’Adusbef, lo hanno detto anche il Fondo monetario e la Banca mondiale. Lo ha affermato Kaushik Basu, capo economista della Banca mondiale, il quale ha detto che ci sarà un botto nell’economia globale nel 2014 e 2015, perché le misure della BCE hanno fatto guadagnare tempo ma non risolvono i problemi alla radice. Nello scenario migliore, la crescita economica dell’eurozona segnerà una stagnazione fino al 2015, prima di riprendersi.

La Cassa depositi e prestiti ha ricevuto un finanziamento di 20 miliardi all’1 per cento per accompagnare le piccole e medie imprese. Ma a chi li ha dati questi soldi? Non mi risulta che abbia accompagnato le piccole e medie imprese.

Ricordo inoltre che i prodotti derivati, arrivati ad un trilione di miliardi di dollari, oltre 16 volte il PIL mondiale, pari a 65.000 miliardi di dollari, sono stati la causa principale della crisi sistemica che ha intossicato le economie del mondo e distrutto 40 milioni di posti di lavoro. Ora si vuole fare una Tobin tax all’amatriciana, il cui limite massimo è stato aumentato a 200 euro sui derivati, e si getta fumo negli occhi prevedendo di tassare anche le negoziazioni ad alta frequenza (HFT), quelle che immettono milioni di ordini contemporaneamente, ma poi ci si dimentica che le banche europee hanno in pancia 6 .000 miliardi di derivati e continuano a comportarsi come enormi hedge fund, come la Banca centrale europea, dove la compravendita di opzioni, CDS, index, derivati prevale sulla mera attività bancaria tradizionale, fatta di intermediazione creditizia, con una leva finanziaria pari a 28,2 volte il patrimonio netto, mentre prima del fallimento della Lehman Brothers era di 27,9 volte.

È in atto nel mondo globalizzato una guerra silenziosa tra coloro che vogliono cambiare, per restituire un futuro ai giovani, che con Occupy Wall Street si battono contro la finanza spregiudicata, il denaro dal nulla, il saccheggio sistematico del futuro ipotecato da «banksters» senza scrupoli ed i grandi banchieri, che vogliono difendere con lo status quo i loro privilegi ed assetti istituzionali che addossano ai popoli le responsabilità e il salvataggio delle banche troppo grandi per fallire.

Uno dei più fulgidi esempi di questo scontro è dato dalla discesa in campo del senatore Monti. Ma come, non doveva restare super partes? Il suo mandato non doveva essere super partes? La carica di senatore a vita non gli era stata conferita per rimanere super partes? Invece di essere portatore degli interessi generali e del bene comune, valori che per i banchieri non esistono, ubbidisce agli ordini di Goldman Sachs, di Bilderberg e della grande finanza internazionale, che non si rassegna al ripristino della democrazia tramite libere elezioni nell’Italia commissariata.

Per uscire dalla crisi prodotta dall’avidità dei banchieri senza scrupoli, occorrono regole ferree contro il potere enorme assunto dai tecnocrati e dalle élite a spese dei popoli la cui sovranità è stata confiscata. Occorre una netta separazione tra banche di affari e banche commerciali, analoga a quella prevista dal Glass-Steagall Act, ideato da Roosvelt per risolvere la crisi del 1929. Occorre l’istituzione di un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra che, invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze, come proposto dall’economista americano Nouriel Roubini (siamo contro la pena di morte), li sottoponga ad un giusto processo per crimini economici contro l’umanità, facendogli fare compagnia a Madoff: centocinquant’anni di galera. Occorre impedire che tecnocrati, burocrati e ottimati, che hanno succhiato il sangue ai popoli europei dissanguati, possano continuare ad arricchirsi con l’azzardo morale, rompendo le diffuse complicità con oligarchie, tecnocrazie e cleptocrazie europee ed internazionali.

Signor Presidente, mi lasci concludere questo mio ultimo discorso in Aula nella XVI legislatura, non avendo ancora deciso se ricandidarmi e con chi; per quel che mi riguarda, continuerò le mie battaglie, dentro o fuori quest’Aula, contro le élite, a fianco dei ragazzi di Occupy Wall Street e di tutti quelli che si battono contro l’1 per cento delle persone, mentre il 99 per cento subisce la finanza: quei professori economisti che vanno a braccetto anche in quest’Aula. È necessario restituire un futuro rubato ai giovani oppressi e dignità ad una classe politica screditata e vilipesa, che non è fatta solo di “Batman” e di Maruccio, ma di tanti colleghi onesti e capaci, con il senso dello Stato e delle istituzioni (a differenza del Governo di Goldman Sachs), per riaffermare il primato delle politica sulla finanza di carta, sui banchieri, sulle oligarchie finanziarie, che non possono continuare a decidere sui destini del mondo, dopo aver scippato la sovranità che nelle democrazie appartiene ai popoli.

Signor Presidente, continuerò a battermi contro la finanza che ha intossicato i popoli e continua a dettare ai Governi ed ai commissari di turno delle Cancellerie europee e delle troike l’agenda delle loro convenienze e dei loro profitti, per restituire dignità alla buona politica, che deve mettere in campo alte sfide per la sovranità, che nelle democrazie, lo dice anche la Costituzione, appartiene ai popoli. (Applausi dei senatori De Toni, Alicata e Sarro).

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Enasarco-scelte strategiche di investimento

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00556
Atto n. 2-00556

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

l’Enasarco (Ente di previdenza e assistenza degli agenti e rappresentanti di commercio), già al centro dell’attenzione per dubbi investimenti nei prodotti derivati con il conseguente andamento negativo di gestione, procede nella dismissione del patrimonio immobiliare;

si legge su “Il Sole-24 ore” del 10 dicembre 2012: «Le acque sono tornate ad agitarsi in Enasarco. Da mesi si segnala una serie di frizioni all’interno delle varie componenti della Cassa, con una polemica accesa in occasione di diversi episodi: dalle difficoltà nel processo di dismissione del patrimonio immobiliare, comprensibili vista l’impatto della crisi economica sulle disponibilità all’acquisto degli affittuari, alle scelte di portafoglio dell’Ente, da sempre tema di polemica. Questa volta il dibattito si è svolto in consiglio d’amministrazione e nelle commissioni patrimonio e bilancio. In particolare il tema ha riguardato la classificazione di alcuni investimenti: nel corso di una riunione del 12 giugno scorso, in commissione congiunta patrimonio e finanza, “il risk manager – si legge a verbale – ha evidenziato due situazioni che presentavano delle contraddizioni”. Si tratta del fondo Algebris Financial CoCo Ordinary Distribution (20 milioni di euro) e del Globersel Natural Resources (15 milioni), cui è stata aggiunta “un’ulteriore integrazione senza alcuna delibera”. I due fondi erano stati contabilizzati nel settembre 2011 come investimenti di liquidità, quando invece si tratta di fondi hedge che presentano un valore quota in un caso giornaliero e nell’altro quindicinale; ma comunque non assimilabili alla disponibilità liquida di un conto corrente. Il posto giusto ove contabilizzare quegli investimenti non poteva che essere quello delle immobilizzazioni, ossia gli investimenti di medio e lungo termine, dal rischio e dal rendimento superiori rispetto alla parte a breve termine. La “contraddizione” segnalata alla commissione dal risk manager risiede nel fatto che la delega per la gestione della liquidità è affidata al direttore generale mentre le decisioni in merito alle immobilizzazioni» sono «del consiglio d’amministrazione, come conferma Enasarco interpellata sul caso. “L’errore c’è stato ma si può rimediare”, aveva deciso la commissione al termine di una discussione che si indovina accesa, in cui lo stesso direttore generale rivendica l’implementazione delle nuove funzioni di controllo. Un rimedio cui ha messo mano il giorno dopo il Cda di Enasarco che ha riclassificato le quote del fondo di Algebris come investimenti immobilizzati e che ha autorizzato la dismissione del Globalersel Natural Resources “non appena si avranno condizioni di mercato favorevoli”, complice il risultato negativo constatato a quel momento. Nelle ultime settimane si è registrata l’uscita da Enasarco del direttore generale Carlo Felice Maggi e la sostituzione del dirigente del servizio finanza Marco Di Vito, entrambi per ragioni di salute. L’ente torna a vivere una fase delicata: spinge verso il rinnovamento e la trasparenza, introducendo su input del direttore generale Maggi nel marzo scorso la figura del risk manager, con mandato a Deloitte per i rischi operativi e a Mercer per i rischi finanziari. Ma le polemiche sulle scelte di portafoglio non mancano: pochi mesi fa Enasarco ha ristrutturato per la terza volta in 4 anni titoli per 1,3 miliardi di euro (compreso il veicolo Anthracite, 780 milioni). Un miliardo circa è stato affidato alla Sicav lussemburghese Europa Plus gestito dalla Gwm di Sigieri Diaz Della Vittoria Pallavicini. Altri 300 milioni sono andati a Optimum Asset Management, società lussemburghese specializzata nel settore immobiliare e guidata da Alberto Matta. Tensioni che non traspaiono dal via libera del Ministero del Welfare all’equilibrio di bilancio a 50 anni; anche se si stima un rendimento reale del patrimonio del -0,2% per l’anno in corso»;

su “il Fatto Quotidiano” del 31 dicembre 2010 si legge: «Carlo Massaro, presidente dell’Ugifai, un passato da consigliere Enasarco dove contribuì a bloccare l’operazione di vendita dei palazzi dell’ente ai “furbetti del quartierino” di Stefano Ricucci, lo ha scritto in maniera chiarissima in una lettera alla commissione parlamentare degli enti gestori: “Trasformare oggi il mattone in moneta significa correre rischi enormi”. Il presidente dei promotori finanziari Anasf, Elio Conti Nibali, ci aggiunge un carico da novanta: “I dirigenti Enasarco ritengono di far fruttare al 3,5 lordo per dieci anni il ricavato delle vendite immobiliari. È un’illusione”. Una proiezione attuariale preparata dallo studio Orrù e consegnata a Luca Gaburro, segretario della Federagenti, dimostra inoltre che la gigantesca vendita degli immobili Enasarco non è in grado di garantire la sostenibilità finanziaria trentennale stabilita per legge a garanzia dell’erogazione delle pensioni e quindi sarebbe inevitabile un inasprimento della quota contributiva, addirittura il raddoppio. Insomma, i conti Enasarco stanno saltando e il progetto Mercurio non è risolutivo. Riflette Gaburro: “Per salvare le nostre pensioni, a questo punto l’unica strada è passare armi e bagagli l’Enasarco all’Inps”»;

risulta all’interpellante che chi dissente dalla linea politica economica di Enasarco venga allontanato, come provato nelle ultime settimane con l’uscita del direttore generale e la sostituzione del dirigente del servizio finanza. Non è chiaro, alla luce di queste notizie, quale sarà l’assetto futuro dell’ente e come i due dirigenti saranno sostituiti;

nel frattempo, l’ente torna ad essere al centro dell’attenzione per la spinta verso il rinnovamento e la trasparenza (avendo introdotto, su input del direttore generale, nel marzo 2012, la figura del risk manager, con mandato a Deloitte per i rischi operativi e a Mercer per i rischi finanziari), anche se a quanto risulta all’interpellante la trasparenza non sembra emergere dalle scelte per la gestione del portafoglio;

l’approvazione delle ultime variazioni al regolamento per le attività istituzionali di Enasarco da parte del consiglio di amministrazione del 19 settembre 2012, al fine di adeguare il bilancio tecnico all’equilibrio cinquantennale, infatti, non sono ancora pubbliche e non è nota la loro ricaduta sui contribuenti,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso intervenire, alla luce delle motivazioni espresse dalle organizzazioni dei rappresentanti di commercio, come la Federagenti o l’Ugifai (Unione generale italiana delle federazioni degli agenti intermediari), e da quelle dei promotori finanziari, come l’Anasf (Associazione nazionale promotori finanziari), motivazioni che paiono assai dubbiose sull’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare denominata piano “Mercurio”;

se non ritenga che la vendita del patrimonio immobiliare possa, quindi, trasformarsi in un boomerang e finisca per far precipitare l’ente i cui conti sembrano in difficoltà, specie dopo gli investimenti in titoli “tossici” come Lehman Brothers ed Antrachite, tanto da mettere a rischio le future pensioni;

quali iniziative intenda assumere per promuovere una verifica sulla corretta amministrazione del patrimonio immobiliare di Enasarco e sulla realizzazione degli obiettivi previsti dal “piano Mercurio”, che mirava alla realizzazione di 4 miliardi di euro di utili derivanti dalla dismissione degli immobili;

se i Ministri in indirizzo non ritengano che la scarsa trasparenza nella gestione del patrimonio immobiliare e nell’organizzazione amministrativa dell’ente si rifletta in maniera negativa sulla capacità di ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla legge;

se il Governo non ritenga opportuno adottare le opportune misure di competenza al fine di garantire una gestione corretta e trasparente relativamente alle scelte strategiche di investimento, anche alla luce dell’errore sollevato sulla classificazione di alcuni investimenti da parte dell’ente, per cui due fondi erano stati contabilizzati nel settembre 2011 come investimenti di liquidità, quando si trattava invece di fondi hedge che presentavano un valore quota in un caso giornaliero e nell’altro quindicinale, comunque non assimilabili alla disponibilità liquida di un conto corrente, che a detta del consiglio di amministrazione sarebbe stato sanato;

se risulti corrispondente al vero che recentemente Enasarco ha ristrutturato per la terza volta in 4 anni titoli per 1,3 miliardi di euro (compreso il veicolo Anthracite, 780 milioni), per cui un miliardo circa è stato affidato alla Sicav lussemburghese Europa Plus gestito dalla Gwm di Sigieri Diaz Della Vittoria Pallavicini, mentre altri 300 milioni sono andati a Optimum Asset Management, società lussemburghese specializzata nel settore immobiliare e guidata da Alberto Matta e, in caso affermativo, quali risultino essere le ragioni alla base delle scelte di portafoglio dell’ente, nonché i relativi rischi.

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Affare Fonsai-Palladio-Ass.Generali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08884
Atto n. 4-08884

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che nella vicenda Fondiaria Sai c’è un lato oscuro che riguarderebbe i rapporti tra la Palladio di Vicenza e le assicurazioni Generali;

scrive Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera” del 17 dicembre 2012: «Sull’affare Fonsai, la finanziaria veneta di Roberto Meneguzzo si era proposta come il coraggioso Davide che sfida il Golia di Mediobanca. E invece Davide aveva alle spalle un Golia ancora più grande: il colosso triestino, allora guidato con pieni poteri da Giovanni Perissinotto. Ma di questo dettaglio Meneguzzo non ha mai fatto parola né al mercato né all’Antitrust né all’Isvap, l’autorità di vigilanza sulle assicurazioni, nonostante il Corriere della Sera avesse rivelato come nell’azionariato della Palladio figurasse, sorprendentemente, la Hongkong & Shangai Banking Corporation, assai sospettabile di portage per clienti degni del suo rango di prima banca europea e non certo per qualche padroncino delle Tre Venezie. A sollevare i veli è stato il presidente del comitato per il controllo interno delle Generali, Alessandro Pedersoli, un avvocato ricco d’esperienza indicato dal mondo di Intesa Sanpaolo e non sospettabile di ostilità verso Perissinotto. Nel consiglio di amministrazione del 14 dicembre, Pedersoli ha presentato una dettagliata relazione sulla base dell’inchiesta interna promossa da Mario Greco, il nuovo amministratore delegato. Greco si era posto, evidentemente, due scopi: poter valutare certe partite ai fini del bilancio 2012 e porre termine a relazioni tra management e soci che distraggono dal lavoro vero. Ma la sua iniziativa assume anche un forte rilievo politico. Sia il salvataggio di Fonsai a opera di Unipol, con l’appoggio di Mediobanca e Unicredit, sia la repentina rimozione di Perissinotto, da sempre ben visto alla Cà de Sass, non erano piaciuti né all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani, né al presidente Giovanni Bazoli. Questi due episodi avevano rinfocolato sospetti incrociati tra mondi che, invece, l’Italia travolta dalla recessione chiama alla collaborazione. Ma ora le nuove notizie, ottenute da un manager terzo, proveniente dalla Svizzera, possono consentire di rileggere quelle aspre contese in termini diversi. E di considerare meglio il ruolo di Unipol, che taglia la strada a Meneguzzo, non ancora alleato di Matteo Arpe ma già d’accordo in linea di massima con Salvatore Ligresti per rilevare la Premafin e, con essa, la Fonsai senza fare alcuna Opa rivolta al mercato. Al momento sono almeno tre i fili che legavano la Palladio alle Generali e che ora vengono tagliati. Il primo riguarda il maggior socio industriale della Palladio, la famiglia Amenduni. Si tratta di un filo schermato, ma non abbastanza. Tutto inizia alla fine del 2006 quando la compagnia triestina passa alla famiglia argentina Wertheim una sua scatola lussemburghese, dal nome beneaugurante di All Best. Il primo giugno 2007, la All Best acquista dalla filiale olandese della Valbruna, il gioiello degli acciai speciali costruito dagli Amenduni, il 2,95% dell’Ilva per 180 milioni di euro. Un prezzo generoso, che presuppone un valore totale dell’Ilva di 7 miliardi. A finanziare la All Best è la Banca della Svizzera Italiana, gruppo Generali. Ma i Wertheim rientrano subito emettendo obbligazioni convertibili in azioni Ilva riservate a due società veicolo delle Generali site alle Bahamas, la Gsf e la Wgo. Nel 2009, Perissinotto svaluta le obbligazioni e poi le passa a società lussemburghesi di private equity della compagnia. Un disastro. Dal consiglio filtra l’idea di una svalutazione totale. Ma Amenduni è ormai uno dei principali soci di Ferak, la società veicolo costituita nel 2007 dalla Palladio per entrare nelle Generali. Il secondo filo legava le Generali alla Finanziaria Internazionale di Enrico Marchi e Andrea De Vido. Basata a Conegliano, la Finint si era segnalata come partner della Banca di Roma geronziana nelle cartolarizzazione delle sofferenze e poi, nel 2004, per la privatizzazione dell’aeroporto di Venezia, fatta d’intesa con Ligresti e le Generali e con l’appoggio della Regione Veneto, allora retta da Giancarlo Galan. Generali è esposta per almeno 148 milioni con le iniziative di Marchi e De Vido. Delicata è la parte obbligazionaria, che risale al 2008: per 48 milioni Generali attende il rimborso alla scadenza, nel gennaio 2014; per altri 41 milioni, spesi per acquistare azioni Generali poi conferite alla Ferak, la compagnia dovrebbe attendere il 2017 sempre che quei titoli siano venduti almeno al prezzo d’acquisto, circa 20 euro; diversamente, se la garanzia personale di 20 milioni prestata dal tandem veneto non sarà sufficiente, la perdita toccherà alle stesse Generali. Una patata bollente. Il terzo legame è quello più importante. (…) La Palladio Finanziaria è controllata da una società vicentina, la PFH 1. Nel luglio 2007, questa PFH 1 emette 64,2 milioni di strumenti finanziari per un controvalore di 200,2 milioni di euro versato dalla Hongkong & Shangai Banking Corporation. Si badi bene: quegli strumenti finanziari sono pari al 49% della PFH 1. Il colosso bancario inglese sta scoprendo Vicenza, patria del geniale architetto cinquecentesco al cui nome di ispira Meneguzzo? Nemmeno per sogno. La Hsbc fa un total return swap con la Gsf e la Wgo, sempre quelle, che pagano subito 160 milioni. Nel 2009, la Hsbc svaluta un po’ lo swap, lo chiude e lo trasforma in notes per le società veicolo delle Generali che nell’agosto 2011 chiedono a Hsbc di convertire per metà in azioni PFH 1. La società di Meneguzzo se le riprende. Ma che cosa fanno i due veicoli delle Generali con l’altra metà del pacchetto azionario PFH 1? La piazzano in tre fondi esteri. Due, Ggp e Leo, sono di proprietà Generali, mentre nel terzo, Tenax, il 49% è di Generali e il 51% di quel Massimo Figna, già capo ricerca all’Ubs assai benevolo con il Leone e poi anima di un hedge fund in cui le Generali hanno messo mezzo miliardo perdendo il 2% all’anno per un decennio. Dal consiglio filtra che ora la compagnia intende chiudere il rapporto con Tenax. Volendo, si possono individuare altri due legami: uno, costituito dai 400 milioni concessi a Veneto Banca, partner storico di Meneguzzo; l’altro, formatosi nel fondo di investimento Veicapital, l’unico di cui si sapeva e nel quale, peraltro, partecipa anche Intesa Sanpaolo. Tanto basta a far emergere dagli ambulacri di Trieste relazioni pericolose perché segrete. Gli incroci azionari, pur discutibili, nei limiti della legge sono legittimi. In questo caso, ci si potrebbe chiedere se un tale complicato reticolo di cointeressenze non configuri una situazione di controllo di fatto del sistema Palladio da parte di Generali. Di certo, configura una relazione speciale tra l’ex capo-azienda e i soci veneti. Che minaccia di costare almeno 250 milioni. Una relazione che introduce quelle con Petr Kellner nell’Est Europa, con la banca russa Vtb su cui Generali perde un terzo dei 300 milioni investiti e con la Ntv-Nuovo Trasporto Viaggiatori di Montezemolo e Della Valle, passata anch’essa attraverso fondi esteri. La relazione occulta con i veneti appare dunque come l’inizio di un tentativo di costruire una rete di azionisti amici del management, perché finanziati dalla compagnia, da contrapporre all’azionista storico Mediobanca e ai suoi nuovi sodali (De Agostini, Caltagirone, Del Vecchio). Dettaglio curioso, questo tentativo di prendere il potere parte nel 2007 e si sviluppa negli anni seguenti proprio quando Mediobanca & soci duellano con Cesare Geronzi e Vincent Bolloré per fare di Perissinotto il capo delle Generali, esautorando l’allora presidente Bernheim, ma anche misurando la gestione sui risultati»,

considerato che a giudizio dell’interrogante andrebbe accertato:

se tra Meneguzzo di Palladio e il leader del Leone ci sia un legame personale consolidato dagli affari tra Palladio e la compagnia;

se negli incroci azionari, che comportano un complicato reticoli di interessi, non si possa configurare una forma di controllo di fatto del sistema Palladio da parte di Generali;

se la relazione occulta con i veneti possa rappresentare l’inizio di un tentativo di costruire una rete di azionisti amici del management, perché finanziati dalla compagnia, da contrapporre all’azionista storico Mediobanca e ai suoi nuovi sodali,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti un intervento delle autorità preposte alla vigilanza sulla vicenda;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire ogni forma di trasparenza e regole chiare per evitare che determinate manovre al limite della legalità non vengano poste in essere appositamente per favorire alcuni e svantaggiare altri;

quali urgenti misure intenda assumere, per quanto di competenza, al fine di tutelare gli azionisti minori, gli assicurati e i risparmiatori coinvolti nella vicenda.

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Penali-Ponte sullo Stretto

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08883
Atto n. 4-08883

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive Giorgio Meletti su “il Fatto Quotidiano” del 15 dicembre 2012: «Pagheremo caro, pagheremo tutto. Gli appaltatori del ponte sullo Stretto si sentono già in tasca almeno 500 milioni di euro di penali per lo stop alla costruzione. Il goffo tentativo del governo dei tecnici di fermare la valanga con un decreto legge non è servito. Il consorzio Eurolink (formato da Impregilo, Condotte, Cmc, Sacyr e altri minori) ha già spedito la raccomandata per chiedere il recesso dal contratto e il pagamento delle penali dovute. Nella migliore delle ipotesi si finirà in tribunale, cosicché uno stuolo di avvocati si aggiungerà alla lunga lista di chi si è arricchito con il ponte mai fatto. Il decreto che sospende tutto per due anni, per chiudere la partita in modo indolore, è considerato illegale dai costruttori, forti anche della protesta dell’ambasciata di Spagna a Roma (Sacyr è spagnola), che ha diffidato il governo italiano dal cambiare per legge il contenuto di un contratto. Probabilmente il governo ha giocato duro supponendo che i protagonisti della strana vicenda avessero la coscienza abbastanza sporca da non protestare. Solo che l’estate scorsa Impregilo è passata di mano, dal gruppo Gavio al gruppo Salini. Il nuovo padrone può battere cassa senza aver nulla da temere sul passato. Il pasticcio ha numerosi responsabili, di oggi e di ieri. Il ministro delle Infrastrutture Corrado Passera è rimasto immobile per un anno, forse perché Pietro Ciucci (presidente dell’Anas, amministratore delegato della Stretto di Messina spa, commissario governativo per la realizzazione del ponte) non lo ha avvertito in tempo che il 3 novembre scadevano i termini. Il contratto dà a Eurolink il diritto di chiedere le penali passati 540 giorni dalla consegna del progetto definitivo senza che il Cipe (cioè il governo) lo abbia approvato. Il decreto tampone è andato in Gazzetta Ufficiale il giorno prima della scadenza, Impregilo si era già mossa. Nell’anno lasciato trascorrere inutilmente Ciucci avrebbe potuto consigliare a Passera altre mosse consentite dai contratti. Per esempio poteva fare ciò che il Wwf ha chiesto più volte, convocare il Cipe e dichiarare “non meritevole di approvazione” il progetto, che ancora non ha superato la “valutazione di impatto ambientale”, per la quale la apposita commissione ha chiesto 233 integrazioni. Più in generale il governo non avrebbe dovuto ignorare che le penali sono state fin dal primo giorno il vero obiettivo dell’operazione. L’allarme fu dato subito dopo l’aggiudicazione della gara ad Eurolink, a fine 2005. Era in vista la vittoria elettorale del centrosinistra, che avrebbe fermato il ponte. Gli avversari del grande affare chiesero ripetutamente a Ciucci di non firmare il contratto di affidamento prima del nuovo governo, per non vincolarsi inutilmente alle penali. Ma lui si precipitò a firmare il 27 marzo 2006, tredici giorni prima delle elezioni, assicurando che tanto il contratto non prevedeva penali. Dopo il ritorno di Berlusconi al governo, e del ponte sul proscenio della propaganda, nell’entusiasmo del riavvio, Ciucci, spalleggiato dal ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e dal segretario del Cipe Gianfranco Micciché, ha modificato il contratto del 2006, introducendo una nuova clausola, proprio quella a cui adesso si appella Impregilo. Nel 2006 le penali scattavano 540 giorni dopo l’approvazione del progetto da parte del Cipe, dal 2009 scattano proprio se il Cipe non approva. Un capolavoro di cui lo stesso Ciucci ha dato conto pochi giorni fa in audizione al Senato. Ha detto che le penali da pagare adesso sono tra i 353 e i 508 milioni, ai quali vanno aggiunti: le prestazioni eseguite fino al momento del recesso, i costi di smobilitazione del cantiere, le eventuali maggiori richieste di danno avanzate da Eurolink. Altri 350 milioni, stima Ciucci. Che davanti ai senatori si è arrampicato sugli specchi evocando una clausola che consente di non pagare penali “qualora la congiuntura finanziaria internazionale non consenta la effettiva bancabilità del progetto”. Solo che anche questa clausola prosegue così: “a condizione che il progetto definitivo sia stato approvato dal Cipe”. Ma non l’hanno né approvato né bocciato. Proprio quello che ci voleva per far pagare al contribuente un bel conto da centinaia di milioni di euro. Sono i tecnici, bellezza»;

considerato che:

nell’agosto 2011 la stampa riportava la notizia che mentre era accertata l’impossibilità finanziaria di costruire effettivamente il ponte sullo stretto di Messina, tanto che venivano soppressi i finanziamenti essenziali, la decisione del Governo era di mantenere però in vita il progetto;

il Governo attuale ha continuato a temporeggiare, pur sapendo che il progetto del ponte è insostenibile e irrealizzabile, e nell’ottobre 2012 ha deciso di prorogare, per un periodo complessivo di circa 2 anni, i termini per l’approvazione del progetto definitivo al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui il Governo non abbia provveduto a prendere alcun provvedimento lasciando trascorrere il termine del 3 novembre 2012, ignorando le penali;

quali siano le ragioni per cui non sono state messe in atto le azioni consentite dalle normative e dai contratti, come quelle evidenziate dal Wwf, di convocare il Cipe e dichiarare “non meritevole di approvazione” il progetto, che ancora non ha superato la valutazione di impatto ambientale, per la quale l’apposita commissione ha chiesto 233 integrazioni;

se corrisponda al vero che le penali siano state da subito il reale obiettivo dell’operazione per non scontentare le aziende “amiche” del consorzio creato per l’opera, Eurolink, e di tirare a lungo fino a che non fosse arrivato il momento in cui sarebbe scattata la penale, che avrebbe dovuto essere pagata se il Cipe non avesse approvato l’opera entro 540 giorni dalla consegna del progetto definitiva.

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SIBC Bankitalia-riforma delle carriere

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08888
Atto n. 4-08888

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il Sindacato Indipendente della Banca Centrale ha incontrato i vertici aziendali il 12 dicembre 2012 relativamente al tema degli organici e delle promozioni per il 2013;

nel volantino del sindacato si legge: «Nell’incontro del 12 dicembre con il tavolo unitario costituito da SIBC, UILCA e FALBI, la Delegazione aziendale ha fornito la prevista informativa sugli organici confermando con le parole l’atteggiamento di chiusura al confronto già esplicitato con i numeri forniti nei giorni precedenti. Numeri che parlano di una Banca priva di capacità di ascolto, priva di volontà di comunicare con il personale e i suoi rappresentanti, priva di una visione del futuro e particolarmente dannosa per migliaia di colleghe e colleghi, in particolare per le generazioni che hanno ancora decenni di lavoro davanti. A questo atteggiamento il SIBC intende contrapporre, in modo costruttivo ma assai fermo, una diversa visione della Banca, del rapporto di lavoro e del futuro di ognuno. Il SIBC è un sindacato aperto al dialogo e al confronto costruttivo. Ma certamente, non permetteremo mai che vengano messi in discussione il diritto al giusto riconoscimento per il lavoro svolto e il diritto di avere certezze sul proprio futuro lavorativo. (…) Le cifre degli avanzamenti programmati dimostrano un fatto molto semplice: la Banca ha “programmato” di non ridurre in alcun modo la discriminazione all’interno del personale. Il SIBC ritiene che questo atteggiamento molto grave e particolarmente demotivante rispetto al lavoro di ognuno. Un fenomeno che sta crescendo in modo esponenziale negli ultimi anni. Un fenomeno da combattere e non da alimentare. Un fenomeno davanti al quale non si può e non si deve voltare la testa dall’altra parte. (…) L’assunzione di personale particolarmente qualificato anche ai livelli più bassi della carriera operativa dovrebbe dissuadere l’Amministrazione dall’offendere la professionalità dei colleghi (tanto del ruolo unificato quanto del ruolo tecnico), con l’1,7% dei posti per il passaggio da Assistente a Coadiutore rispetto agli scrutinabili, o il 5% e il 7% dei posti per il passaggio a Condirettore e a Funzionario di 2°. Ben altro è il ruolo e il contributo che tutti i colleghi danno alla vita della Banca. Le tradizionali assunzioni di professionalità elevatissime a ogni livello dovrebbero indurre la Banca a prevedere avanzamenti più veloci verso posizioni funzionali adeguati ai tanti “saperi”. E invece, contro le sacrosante aspirazioni di tanti Vice Assistenti e Assistenti laureati entrati negli ultimi concorsi, la Banca ha deciso un’ulteriore infornata di 86 nuovi coadiutori da assumere dall’esterno (più altri 22 nel ruolo tecnico, più altri 33 già autorizzati ma non attuati in precedenti cicli di programmazione) a fronte di soli 32 avanzamenti riservati per il passaggio interno. Un agire che determinerà un blocco strutturale pesantissimo per le prospettive di avanzamento dei più giovani. Ma ciò vale anche per colleghi meno giovani, e in gradi anche molto più elevati. Incautamente, è la stessa Banca a confessarlo, affermando il conseguimento degli obiettivi istituzionali pur a fronte di significative carenze di organico. E’ la pistola fumante di quanto il SIBC sostiene da tempo: molti colleghi svolgono mansioni superiori a quelle previste dal proprio grado di appartenenza. Lì dove la Banca segnala la carenza su base nazionale di 52 Dirigenti, rivela che come minimo altrettanti Funzionari stanno svolgendo funzioni dirigenziali senza averne la qualifica né lo stipendio (eppure, se ne promuoverà appena la metà). Lì dove sono segnalate carenze di ben 102 Coadiutori (compreso il ruolo tecnico) la Banca rivela che molti colleghi Assistenti stanno svolgendo mansioni di Coadiutore, senza averne il grado né lo stipendio (eppure, se ne promuoverà meno della metà). Occorre quindi uscire da gabbie discriminatorie, odiosamente contrastanti con la realtà dei fatti che chi lavora ben conosce. Per questi motivi, abbiamo doverosamente chiesto che le percentuali di avanzamento siano uniformi per tutti i gradi, rendendole omogenee a quella strutturalmente utilizzata per i Dirigenti (circa il 20%, per intenderci). Ma la Banca che pensa di allettare i colleghi raccontando la favoletta di voler “velocizzare i percorsi di carriera” è la stessa Banca che rinchiude i colleghi nelle gabbie dei gradi di assunzione, da cui è sempre più arduo uscire, e con margini di crescita sempre più limitati. Bisogna avere la forza di imporre una visione diversa, più coraggiosa e adeguata ai tempi. (…) A corredo di quanto già illustrato nei giorni scorsi, circa la “selettiva” mancanza di trasparenza dell’informativa fornita, abbiamo rilevato nel corso dell’incontro che: 1) la Banca rifiuta di rendere pubblica la pianta organica di ciascuna realtà (Servizi e Filiali), limitandosi a fornire dati aggregati per regioni, che impediscono analisi coerenti; 2) viene sottratta a ogni forma di controllo e valutazione da parte dei rappresentanti del personale una sola categoria: i Dirigenti, per i quali nulla è dato sapere circa gli avanzamenti programmati, né nel numero complessivo né nel dettaglio per grado (come invece viene certosinamente fatto per avanzamenti privi di contenuto funzionale). Sul primo punto – particolarmente rilevante in quanto la carenza di organico viene sistematicamente opposta come verità di fede ai colleghi che osano fare domanda di aspettativa, o di trasferimento in disponibilità – la Banca ha cercato di rassicurare affermando di “non avere pregiudiziali ideologiche” sull’argomento, ma che una maggiore trasparenza costituirebbe “oggetto di scambio” rispetto a esigenze della Banca quali “una maggiore flessibilità mansionistica”. Una indecorosa posizione, degna di un suk arabo, che va respinta al mittente. La trasparenza è un obbligo morale e civile per un’Istituzione pubblica. Non è, e non sarà mai, una merce da scambiare con una riduzione dei diritti dei lavoratori. Tanto più in quanto – nell’impossibilità di un confronto su dati delle singole realtà – la Delegazione aziendale si lascia andare ad affermazioni “dal sen fuggite” riguardo “esuberi” delle Filiali, in particolare di quelle specializzate all’utenza, che la Banca vorrebbe progressivamente ridurre a vantaggio delle Filiali regionali. Affermazioni tanto generiche quanto irrispettose della vita di tanti colleghi. A tali affermazioni occorre fornire risposte in termini di progettualità, che la Banca sembra avere smarrito da tempo. Sul secondo punto, abbiamo ribadito quanto già detto in altre occasioni: è inimmaginabile che la Banca finga di trattare i numerosissimi gradi dei Dirigenti come fossero la stessa cosa, come se i Dirigenti potessero essere indifferentemente tutti Funzionari Generali o tutti Condirettori. Esattamente il contrario di quanto avviene per i Funzionari, i Coadiutori, gli Assistenti, per il personale appartenente alla Carriera Se.Ge.Si e alla Carriera Operaia, che devono invece sottostare a una programmazione anticipata di molti mesi e a percentuali – sopra richiamate – particolarmente penalizzanti. L’incontro si è concluso con l’annuncio da parte della incolpevole Delegazione aziendale che non ci saranno altri incontri negoziali prima della pausa natalizia. Un’ulteriore prova di fuga dalle responsabilità da parte del Vertice aziendale, a fronte – fra l’altro – di un rinnovo contrattuale completamente “saltato”, ormai in scadenza fra pochi giorni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in Banca d’Italia pare vengano messi in discussione il diritto al giusto riconoscimento per il lavoro svolto e il diritto di avere certezze sul proprio futuro lavorativo incentivando la discriminazione all’interno del personale;

sarebbe opportuno che la Banca d’Italia provvedesse ad affrontare il tema della riforma delle carriere con proposte serie, moderne e in grado di rispondere alle esigenze dei lavoratori, fornendo a ciascuno precise e doverose garanzie di sviluppo professionale ed economico,

si chiede di sapere quali urgenti iniziative di carattere legislativo il Governo intenda attivare per rafforzare la trasparenza ed il rispetto del principio meritocratico nonché dei ruoli e delle relative remunerazioni.

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