Author: Segreteria

Beppe Scienza-Denaro contante

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08882
Atto n. 4-08882

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

scrive il professor Beppe Scienza sul blog di Beppe Grillo, pubblicato il 7 dicembre 2012: «Comprare qualcosa, pagando con banconote o monete è una delle cose più normali di questo mondo. Eppure in Italia c’è chi vuole farlo passare per un comportamento addirittura incivile. Si veda Giovanni Sabatini, direttore dell’associazione delle banche italiane (ABI), con la ridicola tesi che “la lotta al contante è una vera e propria battaglia di civiltà”. Chiaramente straparla, per nascondere una verità ben diversa: le banche guadagnano su tutti i pagamenti, salvo quelli in contanti. Per questo vogliono colpevolizzare chi li usa. Con le carte di credito, bancomat ecc. lucrano le provvigioni addebitate ai negozianti, le commissioni sui movimenti di conto corrente, gli interessi (fino al 24,9% annuo) sulle carte di revolving ecc. Inoltre costringono la gente a tenere i soldi sul conto, senza corrispondergli praticamente nessun interesse. Le banche italiane si sono addirittura inventate la campagna della guerra al contante. Hanno costruito e finanziato “War on cash” che diffonde falsità del tipo: “Il cash è superato, costoso, pericoloso, inquinante e scomodo”. Uno dei leitmotiv delle banche, ripetuto pappagallescamente dai giornalisti economici italiani, è poi che a tale riguardo l’Italia sarebbe in forte ritardo rispetto all’Europa. Ebbene, anche questa è una frottola, smentita dalla banca centrale tedesca: in Germania l’80% degli acquisti avviene in contanti. Anzi, la Deutsche Bundesbank ha addirittura organizzato un convegno a difesa del contante (Bargeldsymposium, Francoforte 10-10-2012, ovviamente ignorato dalla stampa italiana. Vantaggi del contante. Studiosi e dirigenti della banca centrale tedesca dimostrano in modo inconfutabile che, rispetto ai pagamenti elettronici, il contante è: più comodo, più veloce, più accettato, più rispettoso della privacy, più economico, più trasparente. Importantissimo l’ultimo punto: solo prelevando contanti e pagando con essi si ha un immediato controllo sulle proprie spese. Peccato che alle banche invece faccia gioco che uno vada in rosso sul conto corrente, per applicargli interessi anche del 20,4% (vedi Banca Intesa-Sanpaolo), senza che ufficialmente sia usura. Questo e altri vantaggi del contante solo comunque citati anche da Carlo Pisanti, direttore centrale della Banca d’Italia. L’evasione fiscale. Si può convenire sull’opportunità di vietare l’uso delle banconote per grossi importi, come nell’acquisto di un appartamento o anche di una macchina. Ma qui il discorso è un altro. La “lotta al contante” prende di mira chi paga in contanti un paio di scarpe o il conto di un ristorante. Geronimo Emili di “War on Cash” vuole tutti i micro-pagamenti, cioè di 5 euro o meno, senza contanti con la vaga promessa che “si abbasseranno i costi delle commissioni bancarie”, rifiutando peraltro ogni regolamentazione. In realtà non è neppure vero che proibendo del tutto l’uso dei contanti si potrebbe contrastare l’evasione fiscale, perché non si vede come il fisco avrebbe abbastanza personale per spulciare i 40 milioni di conti correnti degli italiani. Forti critiche alla pretesa utilità anti-evasiva della lotta al contante arrivano da Alessandro Penati, dell’Università Cattolica di Milano: “Come se per eliminare l’evasione bastasse eliminare le banconote. Un’assurdità”. Ma anche da Ranieri Razzante, esperto e docente di antiriciclaggio. In realtà la grossa evasione e la massiccia esportazione di capitali non usano il contante, ma sovra- e sotto-fatturazioni e altri trucchi contabili. I costi del contante. Sulla stampa italiana leggiamo bizzarrie come quella di Enrico Romagna-Manoja, direttore del Mondo, che scrive che “il costo in Europa per la gestione delle banconote supera i 300 miliardi di euro” (il Mondo, 26-10-2012, pag. 7). A ciò corrisponderebbe per l’Italia un costo nell’ordine dei 100 miliardi di euro l’anno: una sparata senza fondamento (e senza nessuna fonte). Mette le cose a posto Helmut Rittgen, responsabile per il contante della Bundesbank che scrive a pag. 9 del suo intervento: “Gli argomenti, secondo cui il contante sarebbe il mezzo di pagamento più caro, sono semplicemente falsi”. Nel complesso il contante risulta anzi quello meno costoso. Potremmo continuare a lungo. Nel 2009, quando in Italia le banche erano partite con la guerra al contante, Giampaolo Fabris scriveva che “il contante tendenzialmente è destinato a scomparire” (il Sole 24 Ore, 21-12-2009, pag. 21). Di nuovo ristabilisce la verità la Bundesbank proclamando al contrario che “il contante è un mezzo di pagamento di ieri, di oggi… e di domani”. Con buona pace dei banchieri italiani»:

il contante si trova in tutte le economie del mondo perché si tratta di uno strumento pratico, veloce e sicuro per effettuare transazioni economiche;

in Italia esiste una platea vasta di persone anziane o scarsamente alfabetizzate che non sarebbe in grado di utilizzare una carta di credito, senza contare che la maggior parte di loro non possiede nemmeno un conto corrente;

l’idea di sopprimere il denaro contante per stanare evasori e truffatori finanziari si trasformerebbe in un danno pesantissimo per una fetta di popolazione onesta che si ritroverebbe nell’impossibilità di effettuare acquisti;

premesso altresì che a giudizio dell’interrogante:

il tentativo di eliminare il danaro contante è espressione di un’ideologia che vuole gettare i consumatori nelle “fauci” dei banchieri;

l’obiettivo reale non è quello di ridurre l’evasione fiscale, ma quello di aumentare la “potenza” del sistema bancario, che oltre ad avere benefici economici diventerà ancora più centrale, influente e potente,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga che in una situazione economica disastrosa per i cittadini a causa della crisi finanziaria, dove gli Stati hanno perso la propria sovranità monetaria e molte persone ripiegano su alternative come il baratto o forme di scambio di diversa natura, sia ragionevole delegare alle banche e al denaro il potere di controllare tutti i rapporti di scambio tra gli individui;

se questo non sia un modo per far aumentare il potere delle banche;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di garantire a tutti i cittadini che una certa quota di denaro continui a circolare in forma liquida.

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Emergenza sanità Regione Lazio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08887
Atto n. 4-08887

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della salute e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la situazione della sanità nel Lazio resta drammatica, a giudizio dell’interrogante soprattutto a causa dei tagli del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari del Lazio Bondi;

si legge su “quotidianosanita.it” dell’11 dicembre 2012: «I lavoratori sono costretti a fronteggiare sempre nuove emergenze con pochissimi mezzi a disposizione e con colleghi sempre più provati dallo scandaloso blocco del turn over, (…) per non parlare dei pronto soccorso che ormai sono al collasso». Si assiste «al continuo proliferare di Unità Operative (sono circa 1600) con relativi direttori (ex primari) all’interno di strutture ospedaliere che non hanno più disponibilità di farmaci e presidi, mentre infermieri, tecnici ed operatori sanitari mettono al primo posto l’assistenza ai pazienti, anche quando non ricevono da mesi lo stipendio»;

risulta all’interrogante che, in risposta ai tagli di Enrico Bondi, si parli di drastiche azioni, come il blocco delle visite specialistiche e delle attività ambulatoriali e non straordinarie, pur continuando le prestazioni di pronto soccorso, le rianimazioni, l’oncologia, le aree materno-infantili;

scrive Maria Novella De Luca per “la Repubblica” del 7 dicembre 2012: «Ma simbolo anche di una protesta che dilaga in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, ospedali travolti dai tagli, dai debiti, dai licenziamenti. È però la voragine di Roma a guidare il terremoto della sanità nazionale, 10 miliardi di debiti alle spalle e un miliardo e 140 milioni di euro di deficit oggi, un pozzo nero che sta divorando reparti di eccellenza e posti di lavoro, ma che affonda le sue radici in una lunga storia di inefficienze e ruberie. I numeri sono quelli di una dismissione, quasi un addio alle armi: duemila letti da tagliare, quattro ospedali da chiudere, almeno 1500 licenziamenti annunciati, medici e tecnici che fanno lo sciopero della fame e, per la prima volta, è anche la potente e ricca sanità del Vaticano a piegarsi in due, i grandi nosocomi cattolici cresciuti e prosperati con i rimborsi della regione Lazio. Cadono simboli e stemmi di congregazioni religiose: dal Gemelli al Fatebenefratelli travolti dai tagli del piano “lacrime e sangue” del commissario alla Sanità Enrico Bondi, fino all’Idi, il più importante ospedale dermatologico d’Italia, messo in ginocchio da un buco finanziario di 800 milioni di euro. L’intero vertice laico e religioso dell’Idi è sotto inchiesta e i dipendenti senza stipendio da più di quattro mesi. Soltanto due sere fa sono scesi dal tetto i sei tecnici che digiunavano da giorni per protesta. “Piccoli, grandi eroi”, li hanno chiamati i loro compagni di lavoro. Gli ospedali romani sono a terra, i laboratori vuoti, i pazienti abbandonati sulle barelle perché i reparti scoppiano: ma forse la Capitale, dicono i sindacati, altro non è che quel “laboratorio dello smantellamento della sanità pubblica”, minacciato, seppure velatamente, dal presidente del Consiglio Monti, paradigma dunque di ciò che potrebbe accadere altrove, in altre regioni. Ma da dove nasce lo sfascio della Sanità romana? E chi sono i responsabili? E quanto la tragedia di oggi è da imputare alla spending review che deve portare il numero di posti letto a 3 per mille abitanti e quanto invece a precedenti (spericolate) amministrazioni regionali? (…) “È il 2006 quando il buco nella sanità del Lazio lasciato dalla giunta Storace viene per la prima volta alla luce in tutta la sua enormità: 10 miliardi di euro, una cifra spaventosa”, racconta Marcello Degni, economista, docente di Contabilità pubblica alla Sapienza di Roma. Quarantanove ospedali pubblici venduti e poi ri-affittati a caro prezzo dalla Regione, la malefatte di lady Asl, fatture gonfiate, appalti, tangenti. Un fiume di denaro che scompare senza traccia. Un debito tossico che eredita in pieno Piero Marrazzo, succeduto alla Regione alla fine del 2005, che chiede l’intervento dell’allora ministro per l’Economia Tommaso Padoa Schioppa. “Venne deciso un piano di rientro, almeno parziale, attraverso un prestito dello Stato di cinque miliardi di euro, da restituire in 30 anni attraverso rate di 300 milioni ogni dodici mesi. Ed è da qui, per impedire la formazione di nuovo debito che iniziano i tagli alla sanità del Lazio”. Dal 2006 al 2012 scompaiono anche attraverso la chiusura di molti piccoli ospedali, circa 4mila posti letto. La sanità laziale subisce un tracollo: al Pronto soccorso del San Camillo, tra i più affollati della Capitale, i malati vengono visitati per terra, come negli ospedali di guerra. La fotografia, scattata a febbraio del 2012, fa il giro del mondo: è l’Italia, sì, è l’Italia, anzi Roma, anni luce lontana dall’Europa. Ma non basta: il disavanzo delle spese sanitarie della Regione Lazio resta alto, altissimo. Un miliardo e 140 milioni nel 2011. E i tagli spesso avvengono senza criterio, come denuncia Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sulla sanità del Senato. Che definisce il Lazio un esempio di “sperpero nazionale”. (…) Oltre alla “finanza facile” dell’era Storace, che cosa è successo negli ultimi 15 anni nella città eterna, all’ombra anche e a volte con la “partecipazione” del Vaticano? Spiega Ignazio Marino: “La soluzione non possono essere tagli selvaggi, dopo che per decenni in questa regione si sono moltiplicate cattedre, posti, reparti. Nel Lazio ci sono 1.600 Unità operative, a capo di ognuna delle quali c’è un primario. Quante di queste sono davvero necessarie?”. E quante create per offrire un posto di prestigio a qualcuno? Come non ricordare, allora, soltanto uno degli scandali più recenti, cioè quella Unità operativa complessa di “Tecnologie cellulari- molecolari applicati alle malattie cardiovascolari” creata ad hoc al policlinico Umberto I di Roma per Giacomo Frati, figlio del rettore della Sapienza Luigi Frati? Ma i casi citati da Marino sono molti di più. Le 35 strutture di emodinamica (reparti ad alta specializzazione cardiologica) di cui però soltanto sei lavorano giorno e notte, come se», afferma «Marino, “l’infarto arrivasse soltanto nelle ore d’ufficio”. E poi i cinque centri per il trapianto di fegato, costi altissimi e 98 interventi nel 2011, contro i ben 137 effettuati a Torino dove di centri per i trapianti ce n’è uno solo. “Il risanamento passa attraverso una gestione più equa delle risorse. Ci sono spese gonfiate e reparti depressi: penso al Pronto soccorso pediatrico del policlinico Umberto I, visita 27 mila bambini l’anno e l’80% del personale è precario. Una follia”. (…) È forse la prima volta nella storia italiana, e soprattutto in quella capitolina, che le casse degli ospedali vaticani sono vuote. Il crac ha travolto anche loro. Lenzuola appese ai balconi del policlinico Agostino Gemelli, polo d’eccellenza della sanità vaticana, dove è sempre pronto un reparto per accogliere il Papa. L’università cattolica subirà un taglio retroattivo di 29 milioni di euro per il 2012, mentre attende ancora 800 milioni di rimborsi. E altri ospedali religiosi, come il Fatebenefratelli, hanno già iniziato a non erogare più prestazioni in convenzione. Ma è lo scandalo dell’Idi a turbare (forse) i sonni delle gerarchie ecclesiastiche. Chi ha rubato i soldi dell’Istituto dermopatico dell’Immacolata, all’avanguardia per le malattie della pelle e nella cura del melanoma? Una storia torbida, che ha fatto parlare di un caso “San Raffaele” della Capitale, ha portato sotto inchiesta tutti i vertici dell’istituto di proprietà dei padri Concezionisti per un buco nelle casse dell’ospedale di 800 milioni di euro. E in particolare frate Franco Decaminada, da anni a capo dell’Idi, accusato di appropriazione indebita, e autore, sembra, di opache speculazioni finanziarie che hanno messo in ginocchio l’istituto, attraverso l’acquisto di immobili, e addirittura di investimenti in Congo. “Fatturavamo 70mila euro al giorno – racconta desolata Stefania Zaia, tecnico di laboratorio – oggi siamo senza stipendi da quattro mesi”. (…) Se il Lazio è il paradigma negativo di quello che può succedere in una regione amministrata male, nel resto d’Italia la situazione è quasi altrettanto grave. Dai migliaia di esuberi in Lombardia al taglio dei interventi non urgenti in Toscana, dai debiti della Campania alla minaccia di chiusura dell’ospedale Valdese in Piemonte, la sanità pubblica italiana sembra destinata ad una progressiva e amara dismissione»;

in un articolo di Anna Rita Cillis pubblicato su “La Repubblica” del 7 dicembre 2012 si legge: «Questa mattina, alle dieci in punto, Enrico Bondi incontrerà i manager delle aziende sanitarie del Lazio. La partita che si gioca in queste ore è tra le più delicate: la rimodulazione di ospedali e Asl con inevitabili accorpamenti e, in alcuni casi, chiusure, che già hanno portato a una catena di proteste. Tra le ipotesi messe sul tavolo giusto una settimana fa dal commissario ad acta, c’era il taglio di circa 1770 posti letto di cui oltre 110 per l’oncologia, 450 nel campo dell’ortopedia e traumatologia, 350 in chirurgia generale, 77 per la pediatria e un centinaio per la cardiologia e la dermatologia. In più: la riconversione in strutture residenziali di ospedali come il Nuovo Regina Elena e quelli di Subiaco, Amatrice, Anagni e Acquapendente. Ma il fronte più caldo riguardava la “ristrutturazione” ipotizzata per il San Filippo Neri che, secondo le proposte messe in campo da Bondi lo scorso 30 novembre, avrebbe potuto dire addio a 130 posti su circa 500 e a farne le spese sarebbero stati reparti di alto livello come quello di cardiochirurgia, la cardiologia, la chirurgia vascolare e quella toracica oltre a neurologia. Ma nel piano di massima di Bondi non erano state escluse neppure le unità complesse e quelle territoriali per le quale si paventava la riduzione di 605 strutture (da 1670 a 1065) e il taglio di altrettanti primari. Ipotesi fin qui e che comprendevano, tra l’altro, la chiusura dell’ospedale Eastman, l’unico nella Capitale specializzato in odontoiatria e con annesso pronto soccorso (ogni anno accoglie circa 300mila pazienti), come il trasferimento delle specializzazioni del Forlanini al San Camillo, la chiusura dell’attività di ricovero dell’Inrca sulla Cassia, il trasloco di tutti i reparti di ricovero del Cto al Sant’Eugenio. Il tutto potrebbe essere completamente riscritto, però: nelle scorse ore, infatti, i tecnici di Bondi si sarebbero rimessi al lavoro per elaborare un nuovo documento anche in vista dei “suggerimenti” presentati l’altro ieri dai direttori sanitari. Ma le contestazioni dilagano: al San Filippo Neri, Spallanzani, Cto e Pertini (che potrebbe perdere 70 posti letto) i dipendenti sono in stato di agitazione. E questa mattina nei primi due ci saranno delle assemblee pubbliche. E a scendere in campo, oltre ai sindacati, è anche il fronte politico che fa muro – in maniera bipartisan – contro il rischio chiusure e possibili accorpamenti. I tagli dei posti letto non convincono, infatti, Esterino Montino, capogruppo in Regione del Pd: “Avvertiamo il commissario Bondi che i tecnici della Polverini, i dirigenti dell’assessorato e quelli dell’Agenzia della sanità pubblica del Lazio, stanno fornendo indicazioni sbagliate, fa notare; il piano predisposto seguendo le loro indicazioni vorrebbe tagliare il doppio dei posti letto necessari a rientrare nei limiti imposti dalla legge: 1800 invece di 900. Secondo i nostri numeri invece, i posti in eccedenza sono solo 956″. L’invito a “scendere in piazza a tutti i cittadini” arriva invece da Enzo Foschi e Massimiliano Valeriani, del Pd: “Dobbiamo essere in tanti per far arrivare un chiaro segnale a Bondi perché comprenda che è possibile razionalizzare la sanità con strumenti come l’istituzione di una centrale unica di acquisti, eliminando consulenze d’oro e utilizzando risorse interne”. Per Francesco Storace, segretario de La Destra “non si può andare avanti a colpi di forbici nella sanità. Il commissario Bondi non può prendere a rasoiate le nostre strutture”. Intanto la direzione del Gemelli ha siglato l’accordo con i sindacati per il nuovo contratto di lavoro per i dipendenti del policlinico»;

si legge ancora nell’articolo citato pubblicato su “quotidianosanita.it”: «Bondi è avvertito, la smetta di improvvisare un piano sanitario regionale di un realtà che non conosce, sta causando solo altri danni in una situazione che è già allo sbando. Chiediamo a gran voce che agisca con correttezza nel rispetto degli operatori sanitari e dei cittadini che hanno diritto ai servizi essenziali”. È questo l’appello lanciato dal Segretario Regionale CIMO-ASMD del Lazio Giuseppe Lavra durante la grande manifestazione che si è svolta questa mattina a Roma sotto la sede della Regione in cui tutta la sanità laziale è scesa in piazza per far sentire la propria voce al neo commissario. “Non si può affidare il risanamento del Servizio sanitario regionale a una squadra composta da Direttori generali nominati dall’ex governatrice Renata Polverini con la stessa modalità in cui prima li nominavano Badaloni, Storace e Marrazzo – ha aggiunto Lavra – nel complesso tutti insieme hanno realizzato un buco medio di 50 milioni nei bilanci di ciascuna delle venti Aziende Sanitarie del Lazio, è arrivato il momento di invertire la rotta e di fare qualcosa di concreto”. “Bondi ci ascolti e si confronti con chi ha le competenze e la rappresentatività dei servizi sanitari, con chi ogni giorno si trova ad affrontare i reali problemi e potrebbe proporre soluzioni – ha concluso – non si può sospendere la democrazia nel Lazio e privare i cittadini dell’assistenza e dei servizi essenziali, ci si occupi di questo e si facciano i nomi di chi ha abusato dei soldi del Servizio Sanitario regionale»;

a Roma si stanno susseguendo manifestazioni organizzate dai sindacati a cui partecipano i rappresentanti di circa 42 associazioni di categoria determinati nel contestare le misure intraprese nel comparto sanità;

i lavoratori hanno già calendarizzato una nuova iniziativa per il 20 dicembre, davanti al Ministero dell’economia e delle finanze, per evidenziare il rilievo nazionale della vertenza: per quella data i sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil hanno organizzato una fiaccolata di protesta, che percorrerà via XX settembre,

si chiede di sapere

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di istituire un tavolo permanente di concertazione per una soluzione immediata della drammatica situazione della sanità nel Lazio: oltre 2.700 cassaintegrati nella sanità privata convenzionata, centinaia di lavoratori non retribuiti da mesi (come all’Idi-San Carlo) e migliaia di posti di lavoro messi a rischio dai tagli alle prestazioni specialistiche e dalle chiusure di ospedali e servizi ipotizzate dal commissario straordinario come nel caso delle strutture di San Filippo Neri, Eastman, CTO, Oftalmico e Gruppo San Raffaele;

se non ritenga ingiusto che siano scaricati sui lavoratori gli effetti di un debito immenso e un cumulo di inefficienze della sanità che non sono state risolte in questi anni;

quali misure di propria competenza intenda intraprendere per scongiurare il rischio non solo della chiusura degli ospedali o del licenziamento degli operatori, ma addirittura della perdita del diritto alla salute dei cittadini;

se non intenda adoperarsi, nell’ambito delle proprie competenze, per razionalizzare le spese di gestione, ridefinire le tariffe bloccate da anni, potenziare i controlli e, soprattutto, cominciare a ridurre il numero dimanager prima di quello di posti letto;

quali iniziative intenda adottare per vigilare sulla gestione dei soldi pubblici, che i cittadini versano attraverso tasse e imposte, al fine di evitare ogni forma di sperpero nonché gestioni scellerate caratterizzate anche da opache speculazioni finanziarie.

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Documentazione per realizzazione antenna Ericsson a Montecchio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08880
Atto n. 4-08880

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, dello sviluppo economico e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

l’interrogante ha presentato un precedente atto di sindacato ispettivo (3-03140) relativamente alla realizzazione a Montecchio (Terni) di un’antenna della Ericsson n H3G;

in particolare si sollevava la questione del responsabile del Servizio area tecnica-urbanistica del Comune di Montecchio, Giancarlo Racanicchi, che avrebbe agevolato l’insediamento per l’impianto tecnologico a servizio della rete di telefonia cellulare Umts, con una nuova stazione sita nello stesso comune a viale Todi, n. 41, e sede di un agriturismo di proprietà di Maria Raffaella Ferretti, adiacente ad insediamenti abitativi. L’area per la realizzazione di un impianto per il servizio della rete di telefonia cellulare Umts, denominato 5-4650 B Montecchio, sito a viale Todi, corredata del permesso di costruzione n. 77 del 27 settembre 2012, prot. n. 4261, e degli altri pareri e stralci del codice delle comunicazioni elettroniche, a quanto risulta all’interrogante apparterrebbe a Fortunato Ferretti, stretto congiunto di Maria Raffaella Ferretti, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia (seppur eletta in una lista civica) della Giunta del sindaco David Lisei, rieletto alle ultime elezioni amministrative. Tale autorizzazione, a giudizio dell’interrogante, sembra appalesare un gravissimo conflitto di interessi, in una comunità, come quella del piccolo paese dell’orvietano, attraversato da gravissimi scandali urbanistici, che hanno portato a richieste di rinvii a giudizio, se non a vere e proprie condanne ad opera della magistratura;

inoltre la documentazione necessaria per la richiesta di autorizzazione alla realizzazione dell’antenna presenterebbe dei dubbi ai fini della completezza e congruità dei pareri,

si chiede di sapere:

se a quanto risulti al Governo: 1) la delibera della Giunta prevista dall’art. 52 del regolamento edilizio comunale sia stata emanata (visto che di essa non si dà conto nella documentazione allegata alla richiesta dell’autorizzazione in questione); 2) detta planimetria sia stata depositata presso il Comune di Montecchio (considerato che in tale documentazione nulla si rinviene in merito alla strada o percorso che dall’ingresso, lato strada provinciale, condurrebbe all’impianto); 3) sia presente nella documentazione presso il Comune l’estratto dall’originale della carta dei vincoli con legenda, leggibile e a colori originali;

se il Governo non debba intervenire con urgenza per rimuovere conflitti di interessi che danneggiano l’interesse generale ed il bene comune.

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Omissione di soccorso da parte di un capotreno

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08881
Atto n. 4-08881

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

dopo il recente triste episodio, accaduto sul treno “Frecciarossa” Torino-Milano dove è morto un uomo colpito da infarto, che ha suscitato numerose polemiche sulla tempestività dei soccorsi avvenuti dopo 40 minuti dalla segnalazione, con i passeggeri che hanno assistito impotenti all’agonia dell’uomo, è giunta all’interrogante una segnalazione su una vicenda similare;

in particolare l’episodio risale alla sera del 4 novembre 2012 alle ore 19.28, presso la stazione di Sagrado (Gorizia), dove una ragazza è stata colta da malore. La ragazza stava accompagnando un amico al treno e nel frattempo un’altra signora stava accompagnando il suo compagno che doveva partire;

alcuni minuti prima dell’arrivo del treno la ragazza si è improvvisamente sentita male svenendo e cadendo sulle scale del sottopasso. Le tre persone presenti sono intervenute per soccorrerla anche perché, cosa preoccupante, cadendo rovinosamente ha battuto il capo su uno scalino, senza riportare contusioni. Rinvenendo, per fortuna quasi subito, ha iniziato a rimettere;

poco dopo sopraggiungeva il R. 2472 Trieste-Udine-Venezia. All’arrivo del treno, mentre la signora assisteva la ragazza, gli altri due si sono avvicinati e hanno prontamente avvertito il capotreno che era sceso in banchina (e che non aveva assistito alla scena), facendogli presente che c’era una persona che stava male e chiedendogli di attendere solo un attimo prima di ripartire, affinché si potessero verificare le condizioni della ragazza e chiamare, eventualmente, il 118;

a quanto risulta all’interrogante, la risposta del capotreno sarebbe stata agghiacciante e del seguente tenore: “il treno deve ripartire e noi non abbiamo tempo da perdere, ci sono degli orari da rispettare. Ma figuriamoci che razza di richieste. Il treno non aspetta nessuno”;

da questa risposta arrogante è nata una discussione che è poi proseguita anche in vettura dal momento che, fatto ancora più grave, lo stesso capotreno non si è nemmeno degnato di guardare o fare una decina di metri per controllare;

considerato che:

il personale di bordo riveste la qualifica di pubblico ufficiale;

in caso di emergenza il pubblico ufficiale dovrebbe attivarsi per primo per prestare soccorso o perlomeno interessarsi,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga che in casi come quello descritto la sosta del treno non sia solo giustificata, ma un atto dovuto, tanto più che si tratta di poco tempo, volto a verificare le condizioni e assumere le determinazioni del caso;

se non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di attivare un’indagine per conoscere la reale dinamica dei fatti e accertare le eventuali responsabilità;

se siano state rispettate le procedure e i diritti dei passeggeri, stabiliti su scala europea;

se non ritenga inaccettabile che su una tratta ferroviaria di primaria importanza i primi soccorsi siano improvvisati, affidati alla buona volontà dei passeggeri, e che la prima fermata straordinaria avvenga 40 minuti dopo l’allarme e di conseguenza quali misure voglia assumere al fine di garantire ai viaggiatori la tutela della salute sui mezzi di trasporto.

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Salvare Asia Bibi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08885
Atto n. 4-08885

Pubblicato il 18 dicembre 2012, nella seduta n. 855

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri. -

Premesso che:

sul blog “antoniosocci.com” si riporta la drammatica storia di una donna pakistana: «Asia Bibi, una madre di cinque figli, è in carcere da tre anni ed è stata condannata a morte» con «impiccagione perché cristiana a 1700 anni esatti dall’Editto di Costantino. La libertà di coscienza, cioè il riconoscimento pubblico della dignità umana, cominciò proprio quel giorno di febbraio del 313. Il primo seme (ancora tanta strada c’era da fare) fu proprio quell’Editto di Milano, firmato da Costantino, a cui è dedicata la grande mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale del capoluogo lombardo. L’editto concedeva “anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita” e decretò quindi “che non si» dovesse «vietare a nessuno la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno» reputasse «più adatta a se stesso”. Da lì, pian piano, sarebbero nate tutte le libertà (infatti con quella dichiarazione di fatto iniziava a nascere anche la laicità dello Stato, perché il potere non poteva più essere divinizzato). Eppure oggi, a 1700 anni da quella storica svolta, i cristiani nel mondo continuano ad essere perseguitati e massacrati per la loro fede in Gesù Cristo. Anzi, lo sono oggi più ancora che nell’antica Roma. Il caso simbolo è appunto quello di Asia Bibi, una madre di cinque figli. Dal giugno 2009 è rinchiusa in una cella senza finestre nel carcere di Sheikhupura in Pakistan. Ha subito atrocità e umiliazioni ed è stata condannata a morte per la sola “colpa” di essere cristiana. In questo paese a stragrande maggioranza musulmana infatti il regime fondamentalista da anni ha varato la terrificante “legge sulla blasfemia” che è come un spada di Damocle sui cristiani, la cui vita, i cui figli, i cui beni sono così alla mercé di chiunque li denunci di aver offeso Maometto. Ieri “Avvenire” ha pubblicato una lettera di Asia Bibi dove fra l’altro si legge: “Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a un morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam”. Questa mamma coraggio gli ha risposto: “preferisco morire da cristiana, che uscire dal carcere da musulmana. ‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto -. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’ “. Sono parole impressionanti, pronunciate da una povera donna inerme, alla mercé dei suoi aguzzini, con cinque figli piccoli che l’aspettano in una povera casa. Parole che sembrano davvero tratte dagli “Atti dei martiri” dei primi secoli cristiani. Là in Pakistan del resto perfino uno dei pochi cristiani importanti come Shahbaz Bhatti e un saggio governatore musulmano (di idee liberali) come Salman Taseer sono stati ferocemente assassinati per aver chiesto pubblicamente l’abolizione dell’assurda “legge sulla blasfemia” e la liberazione di Asia Bibi. C’è qualcuno in Occidente, dove tutti strologhiamo, stando comodi al caldo (e ci piace pure fare i “martiri” per la minima controversia), che sa commuoversi per questo vero e drammatico atto di eroismo? C’è un municipio che esporrà l’immagine di Asia Bibi o – trattandosi di una cristiana – non interessa a nessuno? Noi cristiani, semplici fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi e alti prelati ci sentiamo davvero toccati da una testimonianza così? E se fosse chiesto a noi di rischiare, non dico la vita, ma qualcosa per la nostra fede, saremmo pronti a dire di sì o rinnegheremmo Gesù Cristo? E i nostri giornali e i nostri intellettuali, sempre pronti a firmare appelli per tutte le cause “politically correct”, anche meritevoli come quelle di Salman Rushdie o di Sakineh, emetteranno almeno un vagito per Asia Bibi? Dove sono tutti quei seguaci di Voltaire i quali amano ripetere quella frase (che Voltaire non ha mai pronunciato) secondo cui – pur non condividendo le idee dell’avversario – bisogna essere disposti a dare la vita per permettergli di professarle? Non ne ho mai visti di eroi simili dalle nostre parti. Dove, del resto, non è chiesto così tanto, ma basterebbe una innocua presa di posizione. Perché il Pakistan non è proprio un paesello sperduto, ma una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti – il sesto più popoloso del mondo – con un peso geopolitico molto forte. Per inciso, la potenza ad esso avversa è l’India e anche lì i cristiani non se la passano per niente bene: basti ricordare le atrocità commesse contro di loro da fondamentalisti indù in Orissa. D’altra parte quello di Asia Bibi è solo uno dei tantissimi casi di cristiani perseguitati. La voce di Benedetto XVI è l’unica ad alzarsi in loro difesa (e in difesa di tutti i perseguitati). Ma sembra del tutto inascoltata. I cristiani sono tornati ad essere “la spazzatura del mondo”. Il 5 novembre scorso Angela Merkel ha sottolineato che “il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo”. Ebbene, è stata subissata da critiche, anche da associazioni che si occupano di diritti umani. Perché non è “politically correct” affermare una cosa simile. Eppure la benemerita associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, nel suo “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, ha rilevato che tre casi di discriminazione su quattro (cioè il 75 per cento) riguardano i cristiani. D’altra parte il Novecento è stato per i cristiani un’immane macelleria. Certo, è stato un secolo di genocidi per tanti altri gruppi umani – a cominciare dal caso più satanico, la Shoah – ma fortunatamente si tratta di orrori universalmente riconosciuti, denunciati e aborriti come tali da tutti noi. Solo i cristiani pare non abbiano diritto a essere annoverati fra le vittime e i perseguitati. Loro e la Chiesa devono stare sempre e solo sul banco degli accusati o degli irrisi. E senza lamentarsi. Eppure i cristiani nel Novecento sono stati massacrati a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi. E i dati sono impressionanti e sconosciuti. Quando, dieci anni fa, scrissi un libro su queste persecuzioni (“I nuovi perseguitati”, Piemme), cercai dei dati statistici ufficiali, di fonte neutra. Dunque consultai la ricerca sociologica più autorevole, appena uscita presso Oxford University Press, ovvero la “World Christian Encyclopedia” di David B. Barrett, George T. Kurian e Todd M. Johnson. Da cui appresi che, nei duemila anni di storia cristiana, si potevano quantificare in circa 70 milioni coloro che erano stati ammazzati, per via diretta o indiretta, a causa della loro fede in Gesù. Ma 45 milioni e mezzo erano martiri del XX secolo. E tuttora ogni anno le vittime si contano in migliaia. Erano (e sono) dati sconvolgenti, però ignorati dai media. A 1700 anni dall’Editto di Costantino che introdusse nel mondo la libertà di coscienza, una donna cristiana, condannata a morte solo per la sua fede, dal buio del suo carcere, scrive adesso parole che dovrebbero emozionare tutti. Parole che sembrano arrivare dai primi secoli cristiani e che mostrano ancora oggi che il cristianesimo entrò nel mondo con un annuncio rivoluzionario: mentre le religioni pagane sacralizzavano il Potere, Gesù Cristo sacralizzava la dignità e la libertà di ogni singolo, piccolo essere umano. “Gesù, nostro Signore e Salvatore” scrive Asia Bibi “ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere”. Ecco perché il caso di Asia Bibi riguarda chiunque abbia a cuore la propria libertà»;

si legge su “AsiaNews.it”: «Asia Bibi e suo marito Ashiq Masih hanno deciso di ricorrere in appello per rovesciare la sentenza. Intanto però, per la donna, si prospettano mesi di prigionia, alla mercé delle guardie carcerarie o di qualche fanatico che potrebbero eliminarla pensando di rendere gloria ad Allah». In Pakistan «vi sono 33 accusati uccisi in prigione, da qualche guardia, o nelle vicinanze del tribunale. Gli ultimi in ordine di tempo sono due cristiani protestanti, il pastore Rashid Emmanuel e suo fratello Sajjad, colpiti in pieno viso con armi da fuoco mentre lasciavano la corte di Faisalabad lo scorso 19 luglio. Ma a queste vittime dovremmo anche aggiungere i massacri di villaggi interi, a Gojra, Korian, Kasur, Sangla Hill, dove le case di centinaia di cristiani sono state date alle fiamme e dove donne e bambini sono stati uccisi o arsi vivi, solo perché un membro del villaggio era stato accusato di blasfemia. È ormai evidente che questa legge è divenuta uno strumento nelle mani dei fondamentalisti, che aizzano i musulmani contro i cristiani per misurare l’ampiezza del loro potere sulla società pakistana. È pure evidente che la quasi totalità delle accuse di blasfemia nascono solo da invidie, vendette, competizioni, e che l’arresto dell’accusato è solo il primo passo per giungere al sequestro della sua terra, alla razzia, alle ruberie. (…) La legge sulla blasfemia è stata voluta dal dittatore Zia ul-Haq nell’86, che in cambio di un “contentino” alla comunità islamica ha comprato il loro appoggio. Ma facendo questo ha messo le basi per la distruzione del Pakistan. Questo Paese, fondato come repubblica laica e neutrale verso le religioni, è divenuto uno Stato islamico, che uccide la sua stessa popolazione, distrugge il tessuto sociale e preoccupa la comunità internazionale. La legge è divenuta una spada di Damocle su ogni persona e soprattutto su ogni minoranza, e ne fanno le spese i cristiani, gli ahmadi, gli indù, ma anche i musulmani sciiti e sunniti»,

si chiede di sapere se il Governo non ritenga che non si possa rimanere indifferenti di fronte a questa ingiustizia e quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, intenda assumere al fine di indurre le autorità pakistane ad arrivare alla cancellazione della condanna della donna cristiana, che attende l’impiccagione per blasfemia, e, comunque, al fine di promuovere l’eliminazione e il cambiamento dell’iniqua legge sulla blasfemia, che in Pakistan uccide tante vittime innocenti e distrugge la convivenza, dando maggior slancio alla democrazia e allo sviluppo.

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Antenna Comune di Montecchio-Racanicchi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03210
Atto n. 3-03210 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 17 dicembre 2012, nella seduta n. 853

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per gli affari regionali, il turismo e lo sport e dell’interno. -

Premesso che:

con interrogazione del 17 luglio 2012, n. 4-07975, sottoscritta dall’interrogante assieme ai senatori Musi, Carlino, Mascitelli, Giambrone, Caligiuri, Gramazio, Di Nardo, Pedica, Sbarbati, Bianchi, Peterlini, indirizzata ai Ministri per la coesione territoriale e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, veniva segnalata l’anomala autorizzazione alla costruzione di una centrale biogas nel parco fluviale del Tevere; a quanto risultava agli interroganti il Comune di Montecchio (Terni), attraverso il responsabile dell’Area tecnica-urbanistica, dottor Giancarlo Racanicchi, avrebbe rilasciato tale autorizzazione in zona Cordigliano, senza partecipazione popolare e senza il coinvolgimento del Consiglio comunale, nonostante la rilevanza politico-sociale dell’insediamento e le difficoltà che tutti i territori, anche quelli limitrofi (Amelia, Giove eccetera), avevano evidenziato a seguito di richieste per tali insediamenti;

la popolazione, le attività commerciali della zona e le amministrazioni dei Comuni contigui si erano subito mobilitate, coinvolgendo anche l’associazione WWF Umbria, per approfondire gli aspetti correlati alla realizzazione di tale opera e verificarne la compatibilità ambientale;

si tratta di una centrale di quasi un megawatt di potenza, realizzata su una superficie di circa 3 ettari, per la cui gestione occorrono oltre 600 chilogrammi di massa combustibile al giorno. Tale gestione prevede un forte impatto ambientale per quanto concerne anche il trasporto su gomma con Tir dei materiali, oltre ad un forte disagio olfattivo provocato dalle esalazioni;

inoltre, l’impianto risulta contiguo al parco fluviale del Tevere, denominato Oasi di Alviano, ai pozzi alimentati da falde acquifere che soddisfano le esigenze idriche della zona e dello stesso Montecchio, ad attività di lavorazione di carni, ad attività artigianali e di ristorazione, come i ristoranti “i Gelsi” e “il Fontanile”, provocando delle inevitabili ripercussioni negative su queste realtà e danni economici sicuri per le attività commerciali ed il turismo;

a seguito dell’interrogazione e delle fortissime proteste popolari, con manifestazioni dei cittadini anche dei Comuni limitrofi, il Comune revocava verso la fine di luglio 2012 la concessione;

considerato che:

con atto di sindacato ispettivo pubblicato nella seduta n. 827 del 5 novembre 2012 (3-03140), indirizzato ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, dello sviluppo economico e per la coesione territoriale, si stigmatizzava altra autorizzazione concessa sempre da Giancarlo Racanicchi, a quanto risulta all’interrogante artefice di molteplici azioni discutibili a danno delle comunità, dal tentato insediamento di una centrale biogas nell’oasi protetta di Alviano (Montecchio, Terni) all’insediamento di campi fotovoltaici, già condannato dalla Corte dei conti per danno erariale per aver contribuito a far acquistare al Comune di Baschi (Terni) dei derivati finanziari, denominati prodotti tossici, per far realizzare a Montecchio un’antenna della Ericsson n H3G. Come già segnalato nell’atto di sindacato ispettivo da ultimo citato, Racanicchi (il cui tenore di vita appare a giudizio dell’interrogante incompatibile con quello di un normale impiegato), in qualità di responsabile del Servizio Area tecnica-urbanistica del Comune di Montecchio, sembra abbia agevolato l’insediamento per l’impianto tecnologico a servizio della rete di telefonia cellulare Umts, con una nuova stazione sita nello stesso Comune a viale Todi, 41, e sede di un agriturismo di proprietà di Maria Raffaella Ferretti, adiacente ad insediamenti abitativi. L’area per l’insediamento di un impianto per il servizio della rete di telefonia cellulare Umts, denominato 5-4650 B Montecchio, sito a viale Todi, corredata del permesso di costruzione n. 77 del 27 settembre 2012, prot. n. 4261, e degli altri pareri e stralci del codice delle comunicazioni elettroniche, sembra appartenere quindi a Fortunato Ferretti, stretto congiunto di Maria Raffaella Ferretti, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia (seppur eletta in una lista civica) della Giunta del sindaco David Lisei, rieletto da una maggioranza spuria alle ultime elezioni amministrative. Tale autorizzazione, a giudizio dell’interrogante, sembra appalesare un gravissimo conflitto di interessi, in una comunità, come quella del piccolo paese dell’orvietano, attraversato da gravissimi scandali urbanistici, che hanno portato a richieste di rinvii a giudizio, se non a vere e proprie condanne ad opera della magistratura;

si chiedeva al Governo quale ruolo avesse svolto il dottor Giancarlo Racanicchi nella vicenda ed in altre controverse questioni, compresi impianti fotovoltaici insediati nei Comuni dell’orvietano, e come fosse stato possibile autorizzare l’insediamento per l’impianto tecnologico a servizio della rete di telefonia cellulare Umts, con una nuova stazione sita a Montecchio in viale Todi, 41, sede di un agriturismo adiacente ad insediamenti abitativi di proprietà di Maria Raffaella Ferretti, consigliere comunale e capogruppo di un importante partito, a giudizio dell’interrogante in palese conflitto di interessi;

in data 14 dicembre 2012 è stata recapitata all’interrogante la delibera della Giunta del Comune di Montecchio n. 94 del 26 novembre 2012, nella quale, premesso che sulla proposta oggetto della deliberazione, il responsabile dell’Area amministrativa – Affari Generali aveva espresso parere favorevole, ai sensi dell’art. 49 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, il responsabile dell’Area finanziaria aveva espresso parere favorevole, ai sensi dell’art. 49 del medesimo testo unico, il Sindaco riferiva che, in analogia con quanto accaduto con la vicenda biogas, anche in occasione dell’installazione nel territorio del Comune di una antenna-ripetitore per il servizio di telefonia mobile, si stavano verificando fatti e comportamenti assolutamente non riconducibili ad aspetti di sana e corretta dialettica sia a livello politico che a quello di private e personali opinioni. Faceva riferimento soprattutto all’interrogazione parlamentare del presentatore del presente atto di sindacato ispettivo in data 5 novembre 2012 che sarebbe andata oltre la legittima richiesta di notizie per invadere l’area della presunta, fino a prova contraria, rispettabilità e dignità delle persone e nello specifico del dirigente dell’Area tecnica urbanistica e Segretario comunale che godeva della più ampia stima e fiducia dell’Amministrazione. Era obbligo giuridico e soprattutto dovere morale assicurare al dirigente citato la più ampia tutela per i vergognosi ed infamanti attacchi subiti, delegando ad un legale l’adozione di ogni tipo di azione ritenuta idonea e funzionale al perseguimento degli obiettivi. L’avvocato Paola Cleri, alla quale era già stato affidato pari incarico per la vicenda del biogas, si era dichiarata disponibile in merito. La Giunta comunale, udita la relazione del Sindaco, condividendo totalmente quanto da lui espresso; visto il citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, visto il vigente statuto comunale approvato con delibera del Consiglio comunale n. 21 del 30 marzo 2002, visto il vigente regolamento per il conferimento degli incarichi di consulenza e collaborazione approvato con delibera della Giunta comunale n. 31 del 14 maggio 2009, all’unanimità dei voti, deliberava: 1) di incaricare l’avvocato Paola Cleri di Montecchio ad adottare qualsiasi azione, anche in sede penale, da lei ritenuta idonea a tutelare la persona del Segretario comunale – dirigente dell’Area tecnica urbanistica dagli attacchi subiti; 2) di demandare agli organi ed uffici competenti il compimento della delibera della giunta n. 94 del 26 novembre 2012 del Comune di Montecchio nonché tutti gli atti consequenziali e necessari alla medesima, in particolare l’assunzione del necessario impegno di spesa per le somme attualmente disponibili sullo specifico capitolo del bilancio di previsione per l’anno 2012, salvo provvedere all’impegno di ulteriori somme nel 2013 qualora necessarie. La Giunta comunale, vista l’urgenza, con ulteriore votazione all’unanimità dei presenti, deliberava di rendere l’atto immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134,comma 4, del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000,

considerato che a giudizio dell’interrogante:

la delibera approvata all’unanimità dalla Giunta comunale, composta dal sindaco Lisei David, dal vice-sindaco Pacifici Giovanni, e dagli assessori Uffredduzzi Agostino, Ferretti Antonella, Morelli Angelo, integra gli estremi dell’abuso in atti di ufficio e costituisce uno sperpero di pubblico denaro, per difendere in sede legale il segretario comunale Giancarlo Racanicchi, già noto alle cronache, evidenziando l’illegittimità della sua difesa legale a spese del Comune di Montecchio;

la funzione di Segretario comunale del Racanicchi sembra incompatibile con la condanna subita da parte della Corte dei conti e appare censurabile che per tale condanna egli abbia subito un semplice trasferimento in Comuni limitrofi invece di essere espulso dall’amministrazione,

si chiede di sapere:

se risulti che sia stata adempiuta la sentenza della Corte dei conti dell’Umbria che ha condannato il dottor Giancarlo Racanicchi, ex segretario comunale di Baschi, ad un danno erariale quantificato in 206.000 euro a favore del Comune di Baschi a causa dei contratti derivati avariati, con il doveroso risarcimento nella misura del 70 per cento, quindi nella somma di 144.200 euro;

se risulti quali siano i redditi reali del dottor Racanicchi, atteso che all’interrogante il suo tenore di vita appare incompatibile con gli esclusivi proventi dell’attività lavorativa;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare, compresa una urgente ispezione ministeriale e la valutazione di un eventuale commissariamento dell’ente locale, per spezzare gli intrecci di interessi che danneggiano alcuni amministratori e ne avvantaggiano altri, con conseguente danno erariale a detrimento dell’intera comunità.

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Bandi regionali assegnazioni frequenze

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00553
Atto n. 2-00553

Pubblicato il 17 dicembre 2012, nella seduta n. 853

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nei giorni scorsi, il sito del Ministero dello sviluppo economico ha pubblicato le graduatorie dei bandi regionali per l’assegnazione delle frequenze agli operatori di rete televisivi operanti nelle aree già digitalizzate nel 2009/2010. Televisioni storiche con oltre 20 anni di operatività, specie nel Lazio, risultano escluse da bandi di gara – accusati in precedenza di scarsa trasparenza – come era già stato annunciato da Antonio Diomede, presidente di Rea (Radiotv europee associate), in un appello al governo affinché emetta un decreto d’urgenza che «annulli i bandi regionali per l’assegnazione delle frequenze agli operatori di rete televisivi operanti nelle aree già digitalizzate nel 2009/2010, e affinché riemetta nuovi bandi con regole trasparenti, rispettose delle leggi sui concorsi pubblici»;

Diomede ha scritto una lettera indirizzata al Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico Massimo Vari, che “Tv Digital Divide” pubblica integralmente il 3 ottobre 2012;

si legge nella lettera: «Chiarissimo Professore, con la mia del 3 settembre u.s. segnalai a Lei, in qualità di rappresentante del Governo, e al Dottor Sambuco, in qualità di rappresentate del Dipartimento Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, quanto segue: “Corre voce che codesto Dipartimento stia per emettere nuove regole per la partecipazione ai bandi regionali per l’assegnazione delle frequenze agli operatori di rete televisivi operanti nelle aree già digitalizzate nel 2009/2010. La fonte della notizia è l’Associazione (…) la quale, attraverso i suoi rappresentanti, nelle assemblee pubbliche, ha vantato di conoscere in anteprima tali nuove regole, di condividerle, e, in particolare, di essere a conoscenza di un diverso meccanismo per la formazione delle intese e/o consorzi rispetto ai bandi del resto d’Italia. Pertanto si chiede urgentissimo chiarimento in proposito per evitare una nuova stagione di aspri conflitti e ricorsi giudiziari nei quali immancabilmente la REA sarà impegnata in difesa degli interessi degli associati e della categoria”. Il 5 settembre, leggendo i Bandi pubblicati in Gazzetta, constatai che tali voci, purtroppo, erano fondate e che il Ministero, effettivamente, aveva cambiato radicalmente le regole rispetto ai Bandi precedenti che nessuno poteva conoscere tranne qualcuno ben introdotto in Viale America. Non mi dilungo sul danno d’immagine subito ancora una volta dall’Amministrazione, né sinceramente mi sorprende più di tanto, considerato il dilagante degrado etico, politico e morale esistente nel nostro beneamato Paese lasciato nelle mani di una ciurma di profittatori patentati. Pertanto, l’8 settembre, dopo aver raccolto numerose proteste per tale scandalosa fuga di notizie mi decisi a invitare il Governo (Lei) e l’Amministrazione (Sambuco) a ritirare i Bandi per riformularli “con regole trasparenti, al di sopra di particolari interessi, con parità di trattamento rispetto ai Bandi precedenti nel rispetto degli interessi collettivi dei quali le associazioni devono essere considerate da codesto Ministero pariteticamente rappresentative. A tal ultimo proposito, la sottoscritta associazione, diffida il Ministro e l’Amministrazione dal continuare a intrattenere esclusivi rapporti di comodo (…), com’è accaduto alla vigilia della pubblicazione dei Bandi, su argomenti che riguardano gli interessi generali della categoria ed in particolare l’interesse pubblico rappresentato dai Bandi in questione”. Il 9 settembre, Lei ebbe la premura di convocarmi presso la sede del Dicastero di via Molise, per un chiarimento. L’incontro fu fissato per il giorno dopo, 10 settembre 2012, ore 9,30. Ebbi modo di raccontare, per filo e per segno, quanto mi era stato riferito da alcune associate a proposito di quella fuga di notizie, ma sinceramente, non mi sembrò né meravigliato né scandalizzato. Le chiesi, a latere, se in un concorso pubblico, nella fase di valutazione delle domande, fosse lecito pubblicare prima una graduatoria provvisoria e poi una definitiva com’è accaduto con i precedenti Bandi. Poi parlammo del più e del meno sulle questioni generali della categoria, ma dei Bandi evitò diplomaticamente di parlarne: compresi che la proposta della REA di ritirare Bandi non era nei suoi pensieri. Avrei voluto chiederle tante cose sulla legittimità e trasparenza dei Bandi fin qui emessi, ma lasciai perdere (…). L’incontro si concluse con l’impegno da parte Sua di avviare un tavolo tecnico per la revisione dei regolamenti radio e tv relativi ai contributi a fondo perduto previsti dalle leggi 448/98 e 448/01; cosa qualificante per un buon Governo se fosse veramente realizzata. Nello stesso momento, le emittenti erano prese nel formulare i quesiti su alcuni fondamentali punti controversi dei Bandi, quali: come valutare il patrimonio, i dipendenti, la copertura, le acquisizioni degli impianti e, dulcis in fundo, come porre rimedio alla mancata separazione contabile imposta come requisito fortemente penalizzante del quale solo i ben informati sapevano. A tale proposito l’Amministrazione ha risposto di considerare zero il patrimonio nel caso di mancato adempimento alla delibera 353/11/CONS. In tal modo ha stravolto ancor più le regole del giusto riconoscimento delle potenzialità economiche dell’impresa. Visto e considerato che il patrimonio netto incide ben 30 punti è prevedibile che il risultato di questa originale trovata metta in serio pericolo l’esistenza di quelle emittenti ben strutturate sul territorio come aziende che producono ricchezza e occupazione. Invece, le emittenti più piccole (provinciali e sub provinciali) potrebbero essere inesorabilmente escluse per insufficiente punteggio totale dovuto alla modesta copertura. In realtà, è meglio chiarirlo, quei pasticciati Bandi, come i precedenti, servono per scremare l’etere dalle locali in modo da far posto alle Reti nazionali e alle Telecoms pronte ad assumere un ruolo di primaria importanza tra i grandi Poteri dello Stato attraverso la gestione di tutti i nuovi mezzi trasmissivi disponibili nelle diverse modalità (tv, radio, internet, telefonia fissa e mobile, satelliti). Per evitare di essere considerato come colui che vede nemici e ingiustizie da tutte le parti, passo a una carrellata di documentate preziosità relative ai Bandi farsa. Illegalità penali ed amministrative: Premesso che i Bandi così come sono stati concepiti non rappresentano una gara ma solo una richiesta di documenti, a pena di esclusione, di situazioni aziendali ben conosciute alla banche dati, di cui sicuramente i più informati e la stessa Pubblica Amministrazione possono facilmente avere accesso e quindi costruire regole ad hoc , con le cosiddette griglie costruite, per favorire alcuni e svantaggiare altri, come ad esempio: 1. Copertura -punti assegnati 45: perfettamente conosciuta dal Ministero, valutata in modo discrezionale con un software di calcolo sconosciuto ed inaccessibile; 2. Patrimonio Netto -punti assegnati 30: dato accessibile presso le Camere di Commercio con semplice visura; 3. Numero di dipendenti -punti assegnati 20: dato accessibile presso le banche dati dell’INPS; 4. Anzianità -punti assegnati 5; dato noto al Ministero. Premesso ancora che c’è stata una fuga di notizie (turbativa d’asta) sui termini e sulle modalità di partecipazione avvenuta almeno 10 giorni prima della sua pubblicazione e forse anche più (luglio/agosto 2012); e che il Ministero pare abbia convocato solo due associazioni di categoria, anticipando i criteri di assegnazione, avvantaggiando così un gruppo d’imprese a discapito di altre; Si evidenziano le seguenti anomalie. Nel decreto di conversione della legge 101/08, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 132 del 7 giugno 2008, si legge il calendario per lo svolgimento dello switch off televisivo dal quale non pare si evinca che l’Italia debba essere digitalizzata con normative differenti da regione a regione così come il Ministero sta facendo con la riassegnazione delle frequenze nelle aree tecniche già swicciate il 2009/2010 quasi l’Italia fosse divisa in due Blocchi: 1. La Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Sicilia e Calabria con bandi che hanno seguito il criterio della provenienza analogica con requisiti lineari (Copertura consolidata, Patrimonio globale per attività di rete + contenuti, forza lavoro unica per tutte le attività); 2. La Sardegna, Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Friuli, Emilia, Lazio e Campania con bandi che hanno azzerato completamente la trentennale attività imprenditoriale conseguita con l’analogico per far prevalere gli ultimi tre anni dell’attività digitale tuttora confusa e sostanzialmente sperimentale. I Bandi sono stati adeguati conseguentemente alla scissione dell’attività di rete da quella di fornitore di contenuti prevista dal digitale per cui è stato introdotto lo scorporo sia del Patrimonio sia dei dipendenti delle rispettive attività, mentre il valore della copertura (il punteggio maggiore) è stato artatamente polverizzato per disporre di più margini discrezionali nell’assegnazione del punteggio». La lettera prosegue, indicando che da tale trattamento nasce la protesta delle emittenti della Campania, Lombardia, Lazio, Veneto, Friuli, «le quali si ritrovano a dover sopportare a proprie spese un processo di riorganizzazione aziendale che sembrava concluso in termini di investimenti e sistemazione delle reti e al riparo dal rischio di perdere le frequenze com’è incredibilmente accaduto con la famigerata Delibera di pianificazione 265/12/CONS. I Bandi sono una farsa in quanto dall’esame di tutto quanto sopra detto risulta facilmente calcolabile la graduatoria dei probabili vincitori di questa gara al massacro, per cui, oltre tutto, risulta evidente l’operazione disinvolta del Ministero che si maschera dietro una gara per eliminare tutte le imprese alle quali il TAR ha aggiudicato, ad esempio, una frequenza da liberare come quella dell’ex beauty contest. Nello stesso tempo vengono eliminate una serie di piccole imprese che hanno la sola colpa di essere assegnatarie di una frequenza in cui si trovano da sole. In questo modo il Ministero ha eliminato tutto il contenzioso giudiziario chiudendo di fatto tutte le imprese che negli ultimi 3 anni hanno lavorato, investito in impianti e assunto personale in seguito ad un provvedimento giudiziario. Il tutto senza ricorrere ad alcun risarcimento per le frequenze dell’ex beauty contest “sottratte” alle locali per essere lautamente pagate dai vincitori della imminente pubblica asta. Per farla breve, i Bandi di riassegnazione delle frequenze sono “Bandi farsa” in quanto eludono platealmente gli articoli 4, 13, 13bis e 14 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche; cioè non sono ispirati a criteri di equa distribuzione, trasparenza, rispetto dei valori costituzionali per la tutela di tutti i soggetti al legittimo diritto di ambire alla gestione di un bene pubblico qual è una frequenza radiotelevisiva. Questo dovrebbe essere il compito primario di una Pubblica Amministrazione sana. (…) Per queste fondamentali ragioni, l’8 settembre Le scrissi fiducioso di rivolgermi ad uno dei più eminenti costituzionalisti della Repubblica nonché rappresentante di un Governo che non perde occasione per dichiarare di combattere la corruzione nella Pubblica Amministrazione, gli evasori fiscali, la mafia, i monopoli attraverso le liberalizzazioni e di prodigarsi per il bene dei cittadini e della nazione. Le chiesi di ritirare quei Bandi farsa ritenuti irrispettosi degli articoli 3, 21, 41 e 97 della Costituzione; sperequati rispetto ai bandi del resto d’Italia, confezionati su misura delle grandi Reti e di alcune formazioni portatrici d’interessi particolari agevolate da una vergognosa fuga di notizie. A proposito di mafia, l’Amministrazione bene farebbe a riesaminare la legittimità di certe posizioni in odore di mafia o di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato risultate in graduatoria nei precedenti bandi. Parlo delle graduatorie di Puglia e Sicilia. Per tutto ciò premesso, la REA-Radiotelevisioni Europee Associate e la rimanente parte sana dell’emittenza radio televisiva locale italiana che mi onoro di rappresentare, fa appello al governo affinché emetta un decreto d’urgenza per l’annullamento dei bandi in questione – contestuale riemissione degli stessi con regole trasparenti e non sperequate, rispettose delle leggi sui concorsi pubblici – nomina per decreto di una commissione esterna al dipartimento comunicazioni per il vaglio delle domande e per la stesura delle graduatorie – divieto assoluto di graduatorie provvisorie. In caso contrario, nell’interesse delle emittenti rappresentate, si procederà all’impugnazione dei Bandi davanti al TAR del Lazio e se necessario alla Corte di Giustizia Europea oltre che alla Procura della Repubblica di Roma per le violazioni della legge sui pubblici concorsi e di quant’altro previsto dal Codice Penale»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che i bandi descritti da Rea come “farsa” e “non trasparenti” possano legittimamente fondare il sospetto di essere stati concepiti con la finalità di avvantaggiare qualche “amico degli amici” facente parte della “cricca di Bisignani”, che all’interpellante risulta essere il dominus che ha patteggiato una pena a 18 mesi di carcere, con la finalità di escludere operatori storici nel settore delle tv locali, specie nel Lazio;

se le paventate illegalità penali ed amministrative nella concezione della gara, compresa una richiesta di documenti, a pena di esclusione, di situazioni aziendali ben conosciute alle banche dati, a cui sicuramente i più informati e la stessa pubblica amministrazione possono facilmente avere accesso, non siano state costruite appositamente per favorire alcuni e svantaggiare altri;

se risponda al vero che ci sia stata una fuga di notizie, che taluni ritengono suscettibile di configurare una turbativa d’asta, sui termini e sulle modalità di partecipazione, avvenuta almeno 10 giorni prima della pubblicazione del bando da parte del Ministero, che avrebbe convocato solo due associazioni di categoria, anticipando i criteri di assegnazione, avvantaggiando così un gruppo di imprese a discapito di altre;

se non ritenga che i bandi – che hanno azzerato completamente la trentennale attività imprenditoriale conseguita con l’analogico, per far prevalere gli ultimi tre anni dell’attività digitale, conseguentemente adeguando la scissione dell’attività di rete da quella di fornitore di contenuti prevista dal digitale, introducendo lo scorporo dei requisiti relativi al patrimonio e ai dipendenti delle rispettive attività, mentre il valore della copertura (il punteggio maggiore) è stato artatamente polverizzato per disporre di più margini discrezionali nell’assegnazione del punteggio – non sembrino predisposti per far vincere a colpo sicuro alcune emittenti a danno di altre;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire rigore, trasparenza e legalità ad una gara che oltre ad aver escluso con meccanismi oscuri televisioni storiche, specie nel Lazio, ha messo in mezzo serie difficoltà economiche, con la chiusura forzosa di decine di emittenti, migliaia di lavoratori, tra i quali centinaia di giornalisti professionisti e valenti operatori che non riusciranno, data la crisi sistemica, a trovare nuova occupazione, gettando sul lastrico intere famiglie che traevano dal settore unico alimento.

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BCE-Banca Mondiale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00554
Atto n. 2-00554

Pubblicato il 17 dicembre 2012, nella seduta n. 853

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che, a parere dell’interpellante:

le banche italiane hanno addossato ai correntisti ed agli utenti dei servizi bancari il prezzo della “stabilità” del sistema a danno di concorrenza e trasparenza, con i costi dei conti correnti bancari più cari dei Paesi della zona euro a 27, pari a 295,66 euro, contro una media di 114 euro, equivalente ad un guadagno di 6 miliardi di euro annui negli ultimi decenni, e di tassi sui mutui sulla prima casa più elevati dello 0,63 per cento che per un mutuo ventennale di 100.000 euro comporta maggiori oneri di circa 18.000 euro a fine dell’ammortamento;

tali banche hanno attinto a piene mani dalle erogazioni della Banca centrale europea (Bce), aggiudicandosi ben 274 miliardi di euro sulle due operazioni LTRO di dicembre 2011 e febbraio 2012, di oltre 1.000 miliardi complessivi, quali prestiti triennali al tasso di favore dell’1 per cento. Il Presidente della Bce, Mario Draghi, è diventato così l’uomo dell’anno, per aver salvato i sistemi bancari inondati di liquidità, con la Bce che sembra diventata un enorme hedge fund; le stesse banche hanno tuttavia affossato famiglie ed imprese nella morsa delle crisi sistemiche generata dall’avidità e dall’azzardo morale dei banchieri ed iniziata il 7 luglio 2007 con lo scoppio della “bolla” dei mutui subprime negli Usa, cui era stata attribuita la massima garanzia dalle 3 “sorelle” del rating ed immessi nei mercati globalizzati come titoli affidabili;

considerato inoltre che:

nei giorni scorsi, la Banca mondiale ha espresso dubbi e perplessità sulla capacità di restituzione dei 1.000 miliardi di liquidità erogata alle banche dalla Bce, pronosticando una nuova crisi nei prossimi anni;

in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 26 novembre 2012 dal titolo «Bce, Banca Mondiale: “I prestiti alle banche causeranno nuova crisi dal 2014″» e sottotitolato «È il monito del capo economista Kaushik Basu. “È una montagna di debito e ci sbatteremo contro”, ha detto durante un convegno a Helsinki. I finanziamenti elargiti ai gruppi europei, tra dicembre 2011 e febbraio del 2012, ammontano in totale a 1.019 miliardi di euro e la tranche più grossa è andata agli istituti italiani», si legge: «I maxi-prestiti a tre anni concessi agli istituti di credito europei dalla Bce tra il 2011 e il 2012 a tassi stracciati porteranno “scompiglio” nell’economia mondiale, quando il debito maturerà, nel 2014 e nel 2015. Il monito è arrivato dal capo economista della Banca Mondiale Kaushik Basu. “È una montagna di debito e ci sbatteremo contro. Ci sarà un altro grande botto nell’economia globale nel 2014 e 2015″, ha detto Basu, durante un convegno ad Helsinki, secondo quanto riportato da Bloomberg. Le misure della Bce hanno fatto “guadagnare tempo” ma “non risolvono nessuno dei problemi alla radice”, ha sottolineato Basu. Considerando le circostanze, “non penso che la Bce avesse altre scelte a disposizione, ma quando si guadagna tempo bisogna sfruttarlo per agire, altrimenti la crisi ritornerà. E il rischio che ritorni c’è”, ha aggiunto Basu. “La situazione in Europa resterà problematica per due, due anni e mezzo”. Nello scenario migliore, ha concluso il capo economista della Banca Mondiale, la crescita economica dell’eurozona segnerà una “stagnazione” fino al 2015 prima di riprendersi. I prestiti elargiti alle banche europee, tra dicembre 2011 e febbraio del 2012, ammontano in totale a 1.019 miliardi di euro e la tranche più grossa è andata alle banche italiane che hanno ricevuto circa 270 miliardi. Come ricorda Gianni Dragoni, nel suo recente Banchieri & Compari (Chiarelettere), in Italia il grosso è andato a Intesa San Paolo, che ha avuto 36 miliardi, seguita da Unicredit con quasi 24, Monte dei Paschi di Siena con una ventina, Mediobanca con 7,5 e una decina di altrettanti istituti. Sostegno da Francoforte anche alla Cassa depositi e Prestiti, ha ricevuto un finanziamento di 20 miliardi all’1 per cento di interessi per finanziare le piccole e medie imprese»,

si chiede di sapere:

se il Governo condivida l’allarme della Banca mondiale che ha pronosticato un ciclo ricorrente di crisi nel 2014, quando le banche difficilmente riusciranno ad onorare i prestiti ricevuti dalla Bce;

quali misure urgenti di competenza intenda promuovere, anche in sede internazionale, per preparare il sistema bancario a tali eventualità di impossibilità matematica, a causa della recessione, di restituzione dei 1.000 miliardi di euro alla Bce, con le banche italiane debitrici di oltre un quarto del prestito complessivo, pari a 274 miliardi di euro;

se al Governo risulti in quale misura ed a quali tassi e condizioni la Cassa depositi e prestiti stia utilizzando il sostegno da Francoforte con il rispettivo finanziamento di ben 20 miliardi di euro di prestito triennale al tasso dell’1 per cento e quali siano le piccole e medie imprese destinatarie di tali finanziamenti;

se ritenga opportuno che ancora una volta non debbano essere chiamati i cittadini, attraverso l’inasprimento delle tasse e la cancellazione dello Stato sociale, a pagare gli eccessi della finanza e delle banche europee, che a parere dell’interpellante si sono comportate come hedge fund così accumulando oltre 6.000 miliardi di euro di titoli “tossici” denominati derivati.

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Mediaset Premium

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08874
Atto n. 4-08874

Pubblicato il 17 dicembre 2012, nella seduta n. 853

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

all’interrogante stanno pervenendo numerose segnalazioni da parte di clienti del servizio in abbonamento pay tv di Mediaset Premium che lamentano di aver ricevuto un’informativa da parte del gestore secondo cui dal 1° gennaio 2013 il costo mensile dello stesso viene aumentato a 32 euro;

i consumatori lamentano così che nel giro di 3 anni l’aumento complessivo ha raggiunto il 60 per cento, (dai 20 euro mensili del 2010), a fronte di un servizio rimasto sostanzialmente mediocre (alta definizione solo occasionale);

soprattutto ciò che trovano ancora insostenibile è che l’intera gestione dell’abbonamento possa avvenire on line tramite accesso personalizzato eccetto che per la disdetta dell’abbonamento, per la quale occorre la vecchia raccomandata AR, non potendo neppure procedersi tramite posta elettronica certificata, non disponendo Mediaset di un indirizzo relativo;

a quanto risulta all’interrogante si assiste al più totale disinteresse sul tema da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di obbligare i concessionari di pubbliche frequenze ad aprire e rendere disponibile un indirizzo PEC tramite il quale i consumatori possano interloquire con gli erogatori di servizi pubblici in concessione nonché obbligare i concessionari di pubblici servizi, che consentono la gestione di un abbonamento on line con accesso personalizzato per gli utenti, a prevedere che anche la disdetta dello stesso possa avvenire tramite lo stesso mezzo;

se non ritenga inoltre di dover intervenire estendendo la disciplina prevista per gli operatori di telecomunicazione, la cosiddetta portabilità del contratto, a quelli dei servizi di pay tv e pay per view, consentendo una maggiore mobilità dei consumatori tra i servizi dei pochi (solo 2) operatori con l’effetto di generare un’effettiva concorrenza nel settore.

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Sentenza Google

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00555
Atto n. 2-00555

Pubblicato il 17 dicembre 2012, nella seduta n. 853

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che, a giudizio dell’interpellante:

le cosiddette autorità indipendenti create a iosa in Italia, la cui indipendenza è messa in dubbio quotidianamente da comportamenti non certo improntati a terzietà, ostili ai diritti dei consumatori e dei cittadini ma spesso asservite agli interessi delle imprese, di banche, assicurazioni e monopolisti elettrici e del gas, come dimostrano i fenomeni di risparmio tradito, di presunte collusioni di Consob ed Isvap con le imprese vigilate, si arricchiscono di nuova linfa polemica con un episodio che riguarderebbe l’ex Garante per la protezione dei dati personali, professor Francesco Pizzetti;

durante la sua attività di Garante, il professor Pizzetti non ha mancato di stigmatizzare i comportamenti di “Google”, motore di ricerca tra i più famosi ed affermati al mondo, accusato di ogni sorta di violazione possibile e sistematica del diritto degli utenti alla riservatezza;

poco prima della scadenza del suo mandato, in un articolo di Paolo Anastasio pubblicato il 17 febbraio 2012 sul “Corriere delle comunicazioni” intitolato «Le “cimici” di Google negli iPhone, Pizzetti: “Attività illecita”» e sottotitolato «Tempesta sul motore di ricerca accusato di tracciare le abitudini di navigazione degli utenti di Apple. La difesa di Mountain View: “I cookie pubblicitari non raccolgono informazioni personali”, ma in Italia il Garante per la Privacy ammonisce: “Così si aumenta l’allarme delle persone”» si legge: «Google ha spiato gli internauti che navigano sul web attraverso Safari, il navigatore di Apple. È quanto denuncia oggi il Wall Street Journal, precisando che Google, insieme ad alcune imprese pubblicitarie, ha fatto ricorso a codici di programmazione speciali, nascosti nelle istruzioni di Safari, il browser di navigazione mobile che gira sugli iPhone di Apple, per monitorare e registrare le abitudini di navigazione degli utenti di Apple. “Google ha riconosciuto l’esistenza di un’attività che per noi è illecita, a seguito di contromisure adottate da Apple di impedire l’acquisizione di informazioni”, ha commentato il Garante per la Privacy Francesco Pizzetti. Google ha disattivato i codici dopo essere stato contattato dal Wall Street Journal, sottolinea il quotidiano. In un comunicato inviato alla testata, il gruppo di Mountain View si è difeso dall’accusa di aver violato la vita privata degli internauti: “Questi ‘cookies’ non raccolgono informazioni personali”. Da parte sua, un funzionario di Apple ha fatto sapere che Cupertino sta “lavorando per far cessare” questa pratica. Safari è il navigatore internet più usato sui telefoni multifunzione, grazie al successo dell’iPhone. L’intrusione di Google è stata scoperta da un ricercatore dell’Università di Stanford, Jonathan Mayer, e confermata in modo indipendente da un ingegnere consultato dal Wall Street Journal. Google utilizzava codici speciali, in grado di aggirare i sistemi di sicurezza di Safari e di penetrare all’interno dei dispositivi degli utenti di Apple per monitorare i loro atteggiamenti di navigazione. Una volta installato, il codice di Google è stato capace di navigare all’interno della maggior parte dei siti navigabili, all’insaputa degli utenti di Apple. Altre tre società sono state colte con le mani nella marmellata a utilizzare un sistema analogo a quello di Google. Si tratta di Vibrant Media, Wpp Plc’s Media Innovation Group Llc e Gannett Co.’s PointRoll. Fra le aziende finite sotto la lente, Google è quella che ha raggiunto di gran lunga la portata intrusiva maggiore sul fronte pubblicitario. Le sue pubblicità online hanno raggiunto il 93% degli utenti online americani a dicembre, secondo stime di ComScore e Metrix». Google replica che: «”Il Wall Street Journal ha mal descritto quanto è successo e il perché. Abbiamo utilizzato una funzionalità conosciuta di Safari per offrire agli utenti di Google loggati nel loro account funzioni da loro stessi abilitate. È importante sottolineare che questi cookie pubblicitari non raccolgono informazioni personali”, replica Rachel Whetstone, Senior Vice President Communications e Public Policy di Google. “Diversamente da altri importanti browser – continua la nota – il browser Safari di Apple blocca per impostazione predefinita i cookies di terze parti. Tuttavia, Safari abilita per i propri utenti svariate funzioni web che fanno affidamento su terze parti e sui cookies di terze parti, quali i pulsanti “Like”. Lo scorso anno, abbiamo cominciato ad usare questa funzionalità per abilitare alcune funzioni (come per esempio la possibilità di fare “+1″ su contenuti di interesse dell’utente) per quegli utenti di Safari che erano loggati nel loro account Google e che avevano scelto di vedere pubblicità personalizzate e altri contenuti”. Per abilitare queste funzioni, “abbiamo creato un link temporaneo tra Safari e i server di Google – prosegue Google – in modo da poter verificare se un utente di Safari era anche loggato nel suo account Google e aveva optato per questo tipo di personalizzazione, ma abbiamo sviluppato questo link in modo che le informazioni che passavano tra il browser Safari degli utenti e i server di Google fossero anonime – creando una barriera effettiva tra le loro informazioni personali e il contenuto su cui stavano navigando. Tuttavia, il browser Safari conteneva altre funzionalità che hanno fatto sì che altri cookies pubblicitari di Google fossero installati nel browser. Non avevamo previsto che potesse succedere e ora abbiamo cominciato a rimuovere questi cookies pubblicitari dai browser Safari. È importante sottolineare che, esattamente come con altri browser, questi cookies pubblicitari non raccolgono informazioni personali. Gli utenti di Internet Explorer, Firefox e Chrome non sono stati interessati, né lo sono stati utenti di qualsiasi browser, incluso Safari, che avevano scelto di fare opt-out dal nostro programma di pubblicità basata sugli interessi utilizzando il nostro strumento di Gestione Preferenze Annunci Pubblicitari”. Pizzetti, pratiche illegittime per i Garanti Ue: “È un episodio dello scontro infinto fra due colossi come Apple e Google”, “un illecito ammesso ob torto collo perché si gioca su un terreno imprenditoriale” che accentua “l’allarme degli utenti rispetto ai tracciamenti nella navigazione”: è questo il parere di Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità Garante per la Privacy, in merito al caso sollevato dal Wall Street Journal riguardante un aggiramento delle impostazioni della privacy del browser Safari. “Il fatto che Google abbia riconosciuto che un tracciamento è avvenuto, anche senza una specifica volontà, è rilevante perchè è comunque un riconoscimento da parte dell’azienda di aver operato raccogliendo dati relativi alle navigazioni sui siti non solo suoi – aggiunge Pizzetti – Inoltre, Google ha riconosciuto l’esistenza di un’attività che per noi è illecita, a seguito di contromisure adottate da Apple di impedire l’acquisizione di informazioni. Ma – si chiede il presidente dell’Authority – Apple lo ha fatto per difendere prerogative imprenditoriali o per difendere la privacy?”. “È vero che Apple, ad esempio, ha di recente stabilito che non consentirà l’installazione di applicazioni sull’iPad e sull’iPhone che acquisiscono le rubriche degli utenti senza il consenso preventivo degli stessi, presentando questa iniziativa come un innalzamento della tutela della privacy – osserva Pizzetti – Ma per esser sicuri che l’azienda la tuteli davvero dovrebbe garantirci che non solo impedisce il tracciamento dei dati degli utenti, ma che non lo fa lei stessa. Al momento constatiamo che ha preso delle misure per un bug di Safari che ha favorito un’azienda concorrente”. “Tutto questo – ribadisce Pizzetti – accentua l’allarme degli utenti rispetto ai tracciamenti nella navigazione e rende evidente perché i Garanti Ue siano così fermi nel ritenere che queste pratiche siano illegittime”»;

considerato che in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2012 dal titolo: “Privacy, il processo-L’ex garante fa l’esperto per Google”, Luigi Ferrarella descrive il repentino cambio di rotta del rigoroso” Pizzetti su Google: «La sentenza d’Appello a carico dei vertici di Google, condannati nel 2010 in primo grado a 6 mesi per violazione delle norme sulla privacy in relazione al caricamento nel 2006 su Google Video di un filmato di studenti che vessavano un minorenne disabile in una scuola di Torino, arriverà il 21 dicembre. Ma la prima notizia arriva già ieri con le arringhe dello squadrone difensivo (Carlo Blengino, Giulia Bongiorno, Luca Luparia e Giuseppe Vaciago): c’è un parere pro-veritate, del tutto favorevole a Google, rilasciato il 26 novembre alla difesa da un professore di Torino e grande esperto del settore. Che certo non passa inosservato: il professor Francesco Pizzetti, che fino allo scorso 17 aprile presiedeva da 7 anni proprio l’”Autorità Garante per i dati personali”. La circostanza, e cioè un vigilante della privacy che esprime un parere pro-veritate a favore di uno dei suoi vigilati fino a poco tempo, ha incuriosito ieri in udienza anche il pg Laura Bertolé Viale, specie in relazione al codice etico dell’Ufficio. L’articolo 6, infatti, “impegna il dipendente che cessi dal servizio a non trovarsi in una situazione di conflitto di interessi con il Garante per almeno 2 anni”; e “il dipendente si astiene in ogni caso dal partecipare ad attività o decisioni che determinano tale conflitto”. Previsioni che Pizzetti ha evidentemente ritenuto tecnicamente non interferissero con il suo parere pro-Google»;

considerato altresì che, a giudizio dell’interpellante:

il parere pro veritate del professor Pizzetti introduce valutazioni che potrebbero fondare l’accoglimento dell’appello promosso dai vertici di Google, condannati nel 2010 in primo grado a 6 mesi per violazione delle norme sulla privacy in relazione al caricamento nel 2006 su “Google video” di un filmato di studenti che vessavano un minorenne disabile in una scuola di Torino, la cui pronuncia è prevista per il 21 dicembre 2012;

dovrebbe essere reso noto l’onorario riconosciuto da Google all’ex garante Pizzetti, che con un parere pro veritate potrebbe influenzare il giudizio finale, in una vertenza giudiziaria interessante ed innovativa, qualora venisse confermata la sentenza di condanna in primo grado, per lampante e plateale violazione del diritto inalienabile alla riservatezza di un minorenne vessato dai suoi compagni, con l’aggravante di essere diversamente abile;

occorrerebbero sanzioni nei confronti di un ex Garante della privacy che presta il proprio servizio, quale professionista autonomo, dietro il pagamento di un compenso, nonostante il codice etico dell’Autorità, all’articolo 6, impegni il dipendente che cessi dal servizio a non trovarsi in una situazione di conflitto di interessi con il Garante per almeno 2 anni, obbligandolo ad astenersi in ogni caso dal partecipare ad attività o decisioni che determinano tale conflitto,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza della vicenda e quali iniziative di carattere normativo intenda assumere per evitare situazioni di palese conflitto di interessi.

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