Corti d’Appello

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07834
Atto n. 4-07834

Pubblicato il 28 giugno 2012, nella seduta n. 755

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

è a tutti nota la grave situazione di difficoltà organizzativa in cui versano le Corti di appello italiane, afflitte da croniche carenze negli organici sia dei magistrati che del personale amministrativo, nonché da scarsità di mezzi e risorse materiali;

da qualche anno le Corti di appello sono di fatto sommerse da migliaia di ricorsi ex art. 3 della legge n. 89 del 2001, cosiddetta legge Pinto, per cui quasi tutti i procedimenti non contenziosi riguardano la trattazione dei ricorsi sulla ragionevole durata dei processi;

le difficoltà organizzative delle Corti di appello rendono impossibile, nonostante il lodevole impegno dei giudici di appello, la definizione dei procedimenti negli strettissimi tempi previsti dal comma 6 del citato art. 3, cioè 4 mesi dal deposito del ricorso;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

nonostante il quadro di difficoltà organizzativa delle Corti di appello, che contribuisce a causare un certo dilatarsi dei tempi di definizione dei ricorsi di cui alla legge Pinto, il Capo dell’Ispettorato Generale Stefania Tommasi sta inondando i Presidenti delle Corti di appello con centinaia di richieste di giustificazioni sui ritardi nei deposti dei decreti suddetti, creando grave difficoltà organizzative negli Uffici;

tali richieste sembrano finalizzate a organizzare procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati delle Corti di appello, che, a causa delle difficoltà organizzative, non riescono a rispettare gli stretti limiti di legge per il deposito dei decreti previsti dalla legge Pinto;

l’iniziativa sta creando un clima di allarmismo che non giova alla serenità dello svolgimento della funzione giudiziaria in grado di appello;

inoltre, tale iniziativa del Capo dell’Ispettorato appare anche inutile e dispendiosa in quanto il Procuratore generale della Cassazione, che ha l’obbligo di esercitare, se del caso, l’azione disciplinare, è già a conoscenza della situazione in quanto gli vengono trasmessi dalle Corti di appello i decreti che definiscono i procedimenti, come previsto dalla stessa legge n. 89 del 2001,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia informato dell’iniziativa del Capo dell’Ispettorato generale;

se non ritenga inutilmente punitive e controproducenti le richieste a giudizio dell’interrogante minacciose del Capo dell’Ispettorato di provvedimenti disciplinari nei riguardi di magistrati, i quali, pur nella carenza di mezzi, svolgono il loro lavoro con spirito di abnegazione al servizio della giustizia;

quali iniziative urgenti di competenza intenda assumere al fine di garantire il sereno svolgimento delle funzioni giudiziarie presso le Corti di appello, senza interferenze e senza inutile dispendio di mezzi, già notoriamente insufficienti.

Ministero del Tesoro – Pubblica consultazione regolamento investimenti fondi pensione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07833
Atto n. 4-07833

Pubblicato il 28 giugno 2012, nella seduta n. 755

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

si sta concludendo la pubblica consultazione sul nuovo regolamento dei fondi pensione. Il Ministero dell’economia e delle finanze ha rivolto un invito affinché siano inviate osservazioni al riguardo, invito a cui, però, non ha dato quasi alcuna pubblicità, il che, a giudizio dell’interrogante, fa nascere seri dubbi sulla sue reali intenzioni;

a riguardo “il Fatto Quotidiano” riporta un articolo critico di Beppe Scienza: «Il regolamento proposto appare ritagliato sulle esigenze o, meglio sugli interessi, dell’industria parassitaria del risparmio gestito. Interessi contrari a quelli dei lavoratori-risparmiatori. Facciamo però un passo indietro, per vedere coma funzionano in particolare i fondi pensione chiusi o negoziali, che sono quasi sempre fondi voluti dai sindacati concertativi (Fondo Cometa, Fonchin, Fopen, Fon.Te, Priamo, Espero ecc.). Per cominciare i lavoratori affidano al fondo i soldi del proprio TFR e/o quelli versati liberamente da loro e/o dal datore di lavoro in base ad accordi che qui non approfondiremo. Ma che comunque si basano sulla regola “Stesso lavoro, paga diversa” calpestando uno dei principi alla base di quasi due secoli di lotte sindacali. Gli amministratori del fondo, pagati non si capisce bene per cosa, di regola subappaltano la gestione del fondo a una o più società di gestione (Eurizon, Pioneer, Unipol,, Ubs, ecc.) tramite le c.d. convenzioni. Ma questo è solo il primo subappalto. Infatti il regolamento di prossima approvazione permette (e lo permetteva già quello in vigore ma in maniera meno sfacciata) che il 100% dei soldi del fondo pensione finisca a sua volta in fondi comuni o simili. Ciò significa che la loro gestione viene sub-subappaltata ad altri in un’assenza di trasparenza quasi totale. Gli stessi amministratori neppure sanno esattamente in che titoli è finito il patrimonio del fondo pensione, né tanto meno quali compravendite avvengono, a spese e a danno dei lavoratori aderenti a fondo. E di regola non gliene importa neanche nulla. La cosa grave è che i lavoratori aderenti al fondo non hanno nessun diritto di sapere cosa viene comprato, quando e a che prezzo coi loro soldi. A ciò si aggiunge che il regolamento autorizza di fatto quasi il 40% di titoli non quotati, per esempio cattive obbligazioni bancarie, e permette il 20% in fondi chiusi o in fondi speculativi (o hedge). Tutte cose che cozzano con ogni finalità previdenziale»;

relativamente alla mancata diffusione della notizia ai cittadini sull’iniziativa di consultazione organizzata dal Ministero, Beppe Scienza dichiara di aver telefonato al Ministero e che una funzionaria gli avrebbe detto che la sua telefonata era la prima che riceveva;

considerato che:

la questione riguarda indirettamente i 23 milioni di lavoratori italiani cui si rivolgono i fondi pensione e direttamente 2 milioni di lavoratori che aderiscono ai fondi pensione negoziali dove il loro trattamento di fine rapporto è finito in modo irrimediabile;

nella relazione introduttiva del provvedimento è detto che dovrà essere prevalente l’investimento in strumenti negoziati nei mercati regolamentati, in parole povere in titoli quotati o simili. Di conseguenza i fondi comuni e simili, ovvero gli organismi d’investimento collettivo del risparmio (OICR) si considerano strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentati;

in realtà un OICR è un fondo comune, o una Sicav, dove il gestore può fare come vuole comprando e vendendo titoli senza che l’aderente al fondo pensione possa esserne a conoscenza. I fondi comuni sono, a giudizio dell’interrogante, simili a scatole nere;

l’assenza di trasparenza diventa la regola per i risparmi dei lavoratori italiani, intrappolati nei fondi pensione;

l’investitore prudente sceglie titoli quotati, perché così può venderli abbastanza facilmente, se ne ha bisogno o quando vuole cambiare investimento. Invece il regolamento prevede che si può investire fino al 30 per cento in titoli non quotati e addirittura non negoziati in mercati regolamentati, quali sono in Italia la borsa o EuroTlx. Non basta, perché il rimanente 70 per cento può essere in fondi comuni con un 10 per cento di titoli non quotati. Così il 37 per cento del fondo pensione può essere in titoli non quotati, dal valore nebuloso e dal realizzo difficile o impossibile. Il fondo può mettere un 20 per cento in fondi alternativi o chiusi. I primi sono noti come fondi “hedge“, sul cui rischio non è il caso di dilungarsi. I secondi sono strumenti finanziari da cui non si può uscire;

scrive Stefania Rimini per il “Corriere della Sera”: «Mentre ognuno si chiede in questo momento “come posso limitare il rischio nel mio investimento?”, il ministero dell’Economia e quello del Lavoro hanno intenzione di lasciare ai Fondi Pensione la libertà di scommettere con i soldi versati dai lavoratori.”(…) L’industria del risparmio gestito può ringraziare»,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui i Ministri in indirizzo non abbiano provveduto a dare idonea pubblicità all’iniziativa di consultazione dei cittadini, invitati a mandare osservazioni sul nuovo regolamento per gli investimenti dei fondi pensione;

come sia impossibile equiparare fondi comuni e simili, i cosiddetti OICR, agli strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentati, cioè in pratica ai titoli quotati;

se il Governo non ritenga che l’utilizzo del subappalto per avere un fondo pensione con il 100 per cento del patrimonio in fondi comuni e Sicav, in assenza di trasparenza sulle attività possedute e sulle compravendite delle medesime, non rappresenti un forte rischio per i lavoratori calpestando ogni regola di prudenza quando si permette di investire direttamente il 30 per cento in strumenti finanziari non negoziati in mercati regolamentati;

quali urgenti iniziative intenda assumere al fine di rivedere la normativa affinché possa rispondere alle finalità previdenziali, anche stabilendo che a un fondo devono essere permessi solo titoli quotati e che devono essere banditi da un impiego previdenziale i fondi hedge e i fondi chiusi, pieni di azioni di aziende non quotate, permessi invece per il 20 per cento del patrimonio, tutelando così i lavoratori da ogni forma di imprudenza, incapacità e cattiva amministrazione del risparmio gestito ed evitando ai gestori di saccheggiare il fondo pensione.

Bonifica Valle del Sacco

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07837
Atto n. 4-07837

Pubblicato il 28 giugno 2012, nella seduta n. 755

LANNUTTI – Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

Andrea Palladino per “il Fatto Quotidiano” del 24 giugno 2012 scrive sulla contaminazione della valle del Sacco e sui numerosi incarichi dell’avvocato dello Stato Pierluigi Di Palma: «Un’intera valle lunga una sessantina di chilometri contaminata dalla micidiale molecola derivata dagli erbicidi prodotti a Colleferro, il Beta-HCH. Un disastro scoperto ufficialmente quasi per caso alla fine del 2004, ma già ben noto, in realtà, dai primi anni ’90, quando la procura di Velletri processò i vertici di aziende chimiche del peso della Caffaro e della Bpd per aver sotterrato centinaia di fusti intrisi di veleni terribili nell’area industriale di Colleferro. Un’area – quella delle industrie degli armamenti di Colleferro, dove sono stati trovati i depositi di rifiuti pericolosi stoccati negli anni passati – oggi di proprietà della Avio, colosso dei propellenti per missili posseduta per un 14 per cento da Finmeccanica, con la maggioranza delle quote in mano inglese»;

l’avvocato Di Palma affianca il Presidente della Regione Lazio Renata Polverini nell’attività commissariale per la bonifica della valle del Sacco e per la delocalizzazione degli autodemolitori della capitale;

l’articolo prosegue: «”L’incarico di commissario per l’emergenza – assicura – lo faccio praticamente gratis. Quello che guadagno rientra, penso, nei tetti stabiliti da Monti per i manager di Stato”. Il problema, però, è che quella bonifica sta accumulando ritardi di mesi, se non di anni. Con qualche consulenza di troppo del commissario Di Palma, contrattato dall’Agenzia spaziale italiana – socia dei proprietari del terreno – con una retribuzione lorda di 70 mila euro annui: “Consulenza scaduta lo scorso gennaio – spiega il commissario e vice segretario generale della Difesa – e non ritengo che vi siano conflitti d’interesse”. In questa città a cinquanta chilometri da Roma si producevano gli esplosivi che alimentavano le armi da guerra italiane vendute in tutto il mondo e gli erbicidi poi vietati, dopo che gli studi degli anni ’80 ne hanno dimostrato l’alta tossicità per l’ambiente e l’uomo. Scorie stoccate senza nessuna protezione, che anni fa hanno rotto le deboli protezioni, entrando nel fiume Sacco, contaminandone l’argine fino all’imbocco nel fiume Liri, in piena Ciociaria. Una Seveso dimenticata, a pochi chilometri da Roma, con la pesante eredità di centinaia – forse migliaia – di persone contaminate. A vita, irreparabilmente. Da quando nel 2004 i residui furono scoperti all’interno del latte che finiva in tutta Italia, attraverso la centrale del latte di Roma, la bonifica è proseguita con una certa stanchezza. I quattro siti considerati il punto zero dell’inquinamento industriale – conosciuti come Arpa 1, Arpa 2, Benzoino ed ex cava di pozzolana – sono in buona parte ancora un cantiere aperto. Nell’ultima conferenza di servizio, approvata dal presidente della regione Lazio Renata Polverini qualche giorno fa, il responsabile del procedimento spiega che vi sono migliaia di metri cubi di materiali ancora da sistemare nei siti definitivi, a sette anni dall’avvio della scoperta ufficiale della contaminazione. Una buona parte – circa 2000 metri cubi – è composta da sostanze con altissime concentrazioni di residui della lavorazione chimica del lindano e del Ddt, scorie considerate pericolosissime. Per il secondo sito da bonificare, Arpa 2, non è stata ancora avviata la gara d’appalto, mentre lo smantellamento dell’ex fabbrica chiamata Benzoino ha subito ritardi enormi. I tecnici guidati da Pierluigi Di Palma si dicono sicuri che l’impatto sull’ambiente è ormai nullo, grazie ad una barriera idraulica costruita per difendere il fiume. Ma in tanti a Colleferro e nella valle del Sacco continuano ad avere dei dubbi, visto che le sponde del fiume, per una sessantina di chilometri, continuano ancora oggi ad essere considerate off-limits. Nei mesi scorsi, poi, in alcuni pozzi dell’acquedotto della città sono state trovate tracce del temutissimo Beta-HCH, tanto che il sindaco di Colleferro ha chiesto formalmente un aiuto economico al commissario per “l’eventuale contaminazione”. Segni evidenti che l’emergenza è tutt’altro che finita. L’intervento più evidente ha riguardato l’uso di alcune piante per assorbire il Beta-HCH dalle sponde del fiume, ma alcuni studi negli Stati Uniti sono critici con questo metodo, che richiede tempi lunghissimi. Le piante – dopo aver assorbito le sostanze tossiche – dovranno poi essere bruciate in inceneritori per biomasse, anche se nessuno, a Colleferro, conosce la destinazione finale. La proprietà dell’area, controllata dalla Avio, ha un ruolo fondamentale nella bonifica. Pur non avendo formalmente nulla a che vedere con le aziende accusate di aver stoccato i rifiuti pericolosi, la società immobiliare dell’azienda aerospaziale legata a Finmeccanica, la Secosvim, è stata chiamata più volte dal commissario straordinario per coordinare gli interventi di bonifica. L’avvocato Di Palma, d’altra parte, conosce bene l’ambiente. Fino al gennaio scorso era consulente giuridico dell’Agenzia spaziale italiana, che con Avio ha formato la società Elv, responsabile del progetto del missile Vega, con sede operativa a Colleferro, nel centrale corso Garibaldi, a qualche centinaio di metri dai siti contaminati. Stretto il suo rapporto con Enrico Saggese, l’ex manager Finmeccanica finito nel 2008 alla presidenza dell’agenzia spaziale italiana, con un passato ai vertici della Avio Spa, il proprietario dei terreni contaminati di Colleferro. Di Palma e Saggese siedono insieme nel comitato scientifico della potente associazione Demetra. Anche in questo caso con un’agenda fitta di impegni, con convegni e convention partecipatissimi: dal direttore del Tempo Mario Sechi all’attuale ministro della Difesa Gianpaolo Di Paola, dal presidente del Consiglio di Stato Giuseppe Severini, al segretario generale della difesa Claudio Debertolis. Nomi che contano, che appaiono in bella evidenza nelle attività dell’occupatissimo Di Palma. Tra una bonifica e l’altra»;

considerato che:

l’interrogante ha presentato atti di sindacato ispettivo sui molteplici ruoli e poltrone assunti nel settore della difesa, aeronautica e spazio dall’avvocato Di Palma, che tra l’altro era tra i vip portati a Cape Canaveral dall’Agenzia spaziale italiana (ASI) (4-05197), nonché relativamente alle grandi manovre in corso per la riconferma di Saggese ed ai risultati dell’ispezione amministrativa effettuata in ASI;

in particolare nel 2011 l’interrogante riportava gli incarichi dell’avvocato Di Palma: avvocato dello Stato, Vice Segretario generale della difesa, consulente giuridico del presidente Saggese, Presidente del nucleo di valutazione del CIRA (Centro italiano ricerche aerospaziali) – la società di ricerca sita a Capua e presieduta sempre da Saggese – nonché Segretario generale del centro studi Demetra nato nel 2006 dall’impegno di esponenti del mondo accademico, imprenditoriale ed istituzionale con la finalità di promuovere nel Paese iniziative di carattere formativo, giuridico, amministrativo ed economico nel settore dei trasporti, con particolare riferimento a quello dell’aviazione civile (4-05231);

relativamente alle nomine del CIRA, società partecipata dall’ASI, l’interrogante ha presentato un atto di sindacato ispettivo per sollevare la questione del presidente Saggese che, nonostante fosse stato invitato dal ministro Profumo a procedere alla nomina degli organi delle società partecipate attraverso appositi bandi pubblici per garantire la trasparenza, ponendo in evidenza l’opportunità che non vi facessero parte il presidente ed i consiglieri d’amministrazione dell’ASI, in tutta risposta si appresta a fare una commissione presieduta dal presidente del consiglio tecnico scientifico dell’ASI, Mariano Bizzarri e coadiuvata da Sveva Iacovoni, moglie di Pierluigi Di Palma, ex Vice Segretario generale del Ministero della difesa nonché consulente legale della medesima Agenzia fino al gennaio scorso. Il comitato propone una terna di candidati per la guida del CIRA, da sottoporre al consiglio di amministrazione dell’ASI di cui è presidente Saggese, composta da: Giovanni Bertolone, già attualmente consigliere di amministrazione del CIRA, proveniente dalla Finmeccanica; Luigi De Magistris, ex direttore dell’ASI e anch’egli fino al 31 maggio 2012 consulente della stessa Agenzia con la seguente missione: sorveglianza, elaborazione di pareri, valutazioni programmatiche concernenti nuove linee di attività, con particolare riferimento a progetti a carattere applicativo e industriale e lo stesso Saggese (4-07763),

si chiede di sapere:

quali risultino essere i motivi per cui la bonifica dell’area continui ad andare a rilento, con ritardi di anni, nonostante il perdurare del pesante disastro ambientale già noto dagli anni ’90;

quali risultino essere i rapporti tra Enrico Saggese dell’ASI, socia dei proprietari dell’area interessata, e l’avvocato Pierluigi Di Palma e se si possa ravvisare un conflitto di interessi;

se il Governo non ritenga urgente intervenire, alla luce di quanto sostenuto dai tecnici guidati dall’avvocato Di Palma, affinché si verifichi se effettivamente nel territorio di Colleferro esistano ancora condizioni di pericolo, a causa dell’inquinamento, per gli abitanti, e quali iniziative urgenti, qualora tale pericolo fosse confermato, intenda attivare per garantire l’incolumità degli abitanti della zona;

se non ritenga urgente e improcrastinabile disporre provvedimenti per la bonifica dei siti e la messa in sicurezza della valle del Sacco considerato che, nell’ultima Conferenza dei servizi, approvata dal Presidente della Regione Lazio, è risultato che vi sono migliaia di metri cubi di materiali ancora da sistemare nei siti definitivi, a 7 anni dall’avvio della scoperta ufficiale della contaminazione;

se sia a conoscenza degli interventi che l’attuale amministrazione ritiene di predisporre al fine di contenere i danni causati all’ambiente e all’uomo dall’inquinamento nella valle del Sacco, ripristinando i valori naturali dell’aria, dell’acqua e del suolo, al fine di garantire in futuro uno sviluppo ecosostenibile per tutta l’area.

Psicologo Pietro La Salvia iscritto alla massoneria

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07838
Atto n. 4-07838

Pubblicato il 28 giugno 2012, nella seduta n. 755

LANNUTTI – Ai Ministri della salute, del lavoro e delle politiche sociali e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

stando a quanto riportato nell’articolo di Alessandro Da Rold per “Linkiesta” «Pietro La Salvia, lo psicoterapeuta che lavora per lo Ior e che ha stilato una perizia psichiatrica (di nascosto) su Ettore Gotti Tedeschi è iscritto alla massoneria e in particolare alla Loggia Monte Sion. Lo spiega il God (Grande Oriente Democratico) di Magaldi, che fu con lui nella loggia»;

continua l’articolo: «Nato a Taranto nel 1966, laureato con lode alla Sapienza, vanta una carta intestata lunga un chilometro, tra psicoterapia occupazionale o perfezionamenti in psichiatria di consultazione e molto altro. Poi è anche responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione patrocinato dall’Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro). Ma anche capo équipe medica della Scuola del Mare, con compiti di ricerca “psicosomatica” alle regate su pattugliatori della Guardia di Finanza di Gaeta. Quindi appunto il suo ruolo in Vaticano. In sostanza, un piede nelle istituzioni, ma pure un altro nelle sfere della medicina che conta in Italia. Senza contare che nello scandalo Ior compaiono pure le carte sul fallimento del San Raffaele e sui gravi dissesti degli ospedali cattolici sparsi per l’Italia. Non è un caso che tra i documenti messi a disposizione da Gotti Tedeschi ai magistrati milanesi ci siano anche delle e-mail scambiate tra il banchiere e le gerarchie del Vaticano sul dissesto e sulla situazione patrimoniale del gruppo ospedaliero San Raffaele e su persone legate alla Fondazione Monte Tabor. Gotti Tedeschi è indagato dalla procura di Roma in merito alla movimentazione di 23 milioni di euro, sequestrati nel 2010 e poi restituiti alla banca vaticana. Il God, Grande Oriente Democratico di Magaldi, ha pubblicato sul suo sito un commento molto dettagliato rispetto a La Salvia. Lo psicoterapeuta, infatti, è stato insieme a Magaldi nella Loggia “Har Tzion/Monte Sion all’Oriente di Roma/ Obbedienza del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani”. Fu proprio l’attuale maestro venerabile del God a “curarne l’istruzione come Apprendista Libero Muratore in quanto all’epoca Secondo Sorvegliante della Loggia e poi, come Maestro Venerabile, di seguirne l’ulteriore maturazione in seno a tale famosa e prestigiosa officina (dedita, fra l’altro, a studi di esoterismo ebraico)”. Ebbene, secondo il God, “il fratello Pietro La Salvia ricopre entro la Loggia Monte Sion il ruolo di Primo Sorvegliante (di fatto, il Vicario del Maestro Venerabile) e si atteggia a seguace/discepolo speciale dell’ex gran segretario del Goi, Giuseppe Abramo”, ora gran maestro onorario e sempre vicinissimo a Gustavo Raffi, gran maestro in carica, che la massoneria “democratica” ha sempre accostato ad ambienti del centrodestra, nonostante la retorica laica e libertaria. La Salvia è presidente dell’Università Sabina Eretum, fantomatica accademia che si definisce Associazione Apartitica, Asindacale e Aconfessionale a carattere volontaristico che si propone la divulgazione della formazione culturale, scientifica, ambientale e socio assistenziale senza finalità di lucro, la cui filosofia è “la cultura migliora la vita”. Organizza spesso convegni a Palazzo Vecchiarelli, sede di un’università ben più importante, quella Sabina, dove presidente è Luigi Frati, ben più noto perché rettore dell’Università Sapienza di Roma e anche per diversi casi di nepotismo che lo hanno toccato negli ultimi anni. La particolarità della Sabina Eretum è che presidente a vita è Alberto Di Giancarlo, segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Rieti, partito con lo stemma “Libertas” in bella vista. Non è laureato, come riporta sul suo curriculum, ma vanta conoscenze che spaziano dai consiglieri di presidenza del consiglio dei ministri dipartimento funzione pubblica fino ad altri nelle istituzioni della repubblica italiana»;

considerato che:

la natura della massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in massoneria se prima non ha dichiarato esplicitamente di credere nell’essere supremo;

non è una religione, né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di alcun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in loggia in materia di religione. La massoneria lavora con propri metodi, mediante l’uso di rituali e di simboli con i quali esprime ed interpreta i principi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica;

essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l’amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale. La massoneria afferma l’alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della verità;

essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale. I lavori di loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta, ed il massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino. La massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l’ordine liberamente e democraticamente costituito della società;

ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato solenne promessa sul libro della legge da esso ritenuta sacra;

per lo storico César Vidal, anche se i massoni lo negano, è certo che la cosmovisione massonica non sia quella tipica di una società filantropica come spesso sostengono, ma quella di una religione, il che spiega le ripetute condanne da parte della Santa sede e delle altre confessioni cristiane, che ritengono l’appartenenza alla massoneria incompatibile con il cristianesimo;

la massoneria potrebbe quindi definirsi per lo storico come una società segreta, con una struttura iniziatica, una cosmovisione gnostica ed un’organizzazione che facilita il fatto che i membri si aiutino al momento di occupare posti importanti nella società;

in proposito, stando a quanto afferma Vidal, la presenza massonica sarebbe evidente in tutti i settori, anche se ce ne sono alcuni che sarebbero sempre stati oggetto di interesse da parte dei massoni, come la politica. Il loro peso non è comunque inferiore nel mondo della comunicazione, così come sono interessati ai settori dell’insegnamento, della giustizia e delle Forze armate;

l’interrogante ha presentato due interpellanze per sollevare il caso delle vicende e degli scandali di baroni universitari che considerano l’università come cosa propria, operando al confine, se non travalicando, la legalità, ed in particolare del professor Luigi Frati, evidenziandone l’utilizzo di strutture pubbliche sia per collocare i propri familiari, che per far conseguire eventuali affari a case farmaceutiche aduse a sistemi noti di comparaggio, ed a speculare sul dolore e sulle disgrazie degli ammalati (2-00445 e 2-00435),

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che vi siano legami tra esponenti della politica e della massoneria che abbiano influenzato e/o influenzino le scelte delle amministrazioni o delle istituzioni universitarie, in particolare per quanto attiene alle assunzioni in posizioni strategiche;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di rendere le amministrazioni libere da ogni tipo di influenza esterna.

Maggiore prevenzione allergie alimentari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07836
Atto n. 4-07836

Pubblicato il 28 giugno 2012, nella seduta n. 755

LANNUTTI – Al Ministro della salute. -

Premesso che:

le allergie alimentari sono pericolosissime e condizionano la vita di tutti coloro che ne sono affetti; basti pensare che una semplice cena al ristorante, oppure il pasto della mensa possono essere fatali se preparati con uno degli alimenti ai quali si è intolleranti e, siccome non sempre si può controllare tutti i processi in cucina, il rischio dello shock anafilattico è sempre dietro l’angolo;

i dati dei giovanissimi affetti da allergie alimentari sono allarmanti: sono oltre 570.000 ragazzi sotto i 18 anni; nello specifico 270.000 si concentrano nella fascia di età che va dalla nascita ai 5 anni, circa 150.000 hanno fra i 5 e i 10 anni e altri 150.000 hanno fra i 10 e i 18 anni. Tra i bimbi sotto i 5 anni, sono circa 5.000 quelli a rischio di reazioni allergiche gravi che possono portare alla morte. Ogni anno in Italia muoiono circa 40 persone per anafilassi;

gli esperti segnalano che bisogna fare maggiore prevenzione e attenzione su questo tipo di malattia che sta continuando a crescere a ritmi altissimi;

considerato che:

l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) nel 2005 ha stabilito l’obbligo per le Regioni italiane di erogare l’adrenalina ai pazienti allergici come farmaco di fascia H in uso presso strutture ospedaliere;

l’Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per “pennette” distribuite ai pazienti, con molte Regioni che in questi anni non hanno fatto assolutamente nulla per colmare il gap;

nel Paese infatti meno della metà degli adulti allergici porta con sé l’adrenalina autoiniettabile. Fra i bambini e i ragazzi la percentuale scende in modo preoccupante: si stima che solo un under 18 su 1.000 abbia sempre con sé la penna salvavita;

benché siano passati anni ancora sono molte le Regioni che non fanno abbastanza. Tra queste le peggiori sono le Regioni del Centro-Sud, con il Lazio del tutto inadempiente;

in tutto e per tutto simili a delle normali penne, le pennette all’adrenalina sono facilissime da usare, ed ogni allergico dovrebbe averne una sempre con sé;

ad essere privi di ogni protezione sono tanti pazienti giovani e giovanissimi, i bambini risultano essere più sprovvisti di farmaci salvavita rispetto agli adulti;

la normativa che ne prevede la gratuità, su prescrizione dello specialista, risulta essere stata attuata al Nord, dove ad esempio il Veneto eroga il farmaco gratuitamente già dal 2003; al Sud invece è difficilissimo avere la penna. Il Lazio, come già accennato, è del tutto inadempiente e non ha ancora recepito la normativa dell’Aifa;

gli stessi malati non sempre sono coscienti del loro diritto, e spesso la loro mancata consapevolezza è da imputare all’inadeguatezza dei medici che dovrebbero informarli;

ci sono poi i tanti allergici che hanno il farmaco e lo portano con sé ma non sono stati adeguatamente formati sul corretto uso dello stesso: bastano pochi mesi per dimenticare le istruzioni date dall’allergologo, per cui sarebbe importante che i medici ripetessero ai pazienti come iniettarsi l’adrenalina a tutte le visite di controllo, ogni 6 mesi come minimo, afferma Maria Antonella Muraro, presidente del Food Allergy and Anaphylaxis Meeting dell’European Academy of Allergy and Clinical Immunology e responsabile del Centro veneto per lo studio e la cura delle allergie e delle intolleranze alimentari, operativo nell’azienda ospedaliera dell’Università di Padova;

sono i bambini a correre i maggiori rischi soprattutto a scuola: infatti un episodio di allergia grave su tre si verifica proprio nelle scuole materne ed elementari dove però non è prevista un’educazione o formazione specifica del personale per la prevenzione e la gestione di questi eventi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto;

quali iniziative di competenza intenda adottare affinché venga rispettato da tutte le Regioni l’obbligo di recepire la normativa Aifa;

quali iniziative intenda assumere al fine di garantire ai malati una capillare distribuzione di pennette salvavita in tutte le scuole sul territorio italiano e avviare una campagna di informazione e formazione del personale addetto a questi specifici eventi;

se ritenga inoltre necessario adoperarsi per sensibilizzare le industrie alimentari affinché le etichette poste sui prodotti siano quanto più chiare e dettagliate possibile, nonché informare i genitori sulle differenze tra intolleranze e allergie.

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