Finmeccanica-Orsi-Moncada

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00495
Atto n. 2-00495

Pubblicato il 4 luglio 2012, nella seduta n. 758

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la gestione di Finmeccanica, a giudizio dell’interpellante scandalosa, oggetto di numerosi atti di sindacato ispettivo senza risposta, riserva ogni giorno nuovi colpi di scena anche dopo le laute buone uscite riservate ai coniugi Guarguaglini-Grossi, oggetto di serrate indagini della magistratura;

scrive infatti Conchita Sannino su “La Repubblica” del 4 luglio 2012, in un articolo intitolato: “Così Gotti Tedeschi rassicurava Orsi, tranquillo, il sistema ti proteggerà”: «Missione Moncada. Una nuova perquisizione eccellente nell’ambito del caso Finmeccanica, disposta dalla procura di Napoli in casa e negli uffici del potente manager Ignazio Moncada, amministratore delegato della controllata Fata, torna a scuotere i piani alti di Finmeccanica, e della politica e della finanza che contano. E svela una clamorosa intercettazione tra l’attuale presidente della holding Giuseppe Orsi, già indagato per corruzione e riciclaggio, e l’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi. “Il sistema è in tuo favore e ti difenderà”, lo rassicura l’ex banchiere del Vaticano. E ancora, sempre rivolto a Orsi: “Tu sei l’unico che può restare lì”. Ma l’intera conversazione, oltre a toccare i conflitti interni, come la “sberla bestiale che ha preso Pansa”, attuale direttore generale di Finmeccanica, verte soprattutto sulle relazioni “anche con persone importantissime” di Moncada, manager che, come anticipato ieri da Repubblica, rischiava di intrecciare la fase calda dell’inchiesta dei pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio. Moncada è l’uomo di cerniera tra politica, finanza e business, non a caso definito da Orsi “il gobbo”. Torinese d’adozione, ma di romane e altolocate frequentazioni, già superconsulente per banche e holding, in gioventù agente segreto, per altri ancora massone, in ogni caso capace di cambiar pelle a ogni nuova stagione politica: dai forti legami craxiani della Prima Repubblica alla liason con l’attuale viceministro all’Economia del governo Monti, Vittorio Grilli. In poche parole: un altro “grande vecchio”. Proprio a Grilli, Moncada avrebbe fatto un favore di famiglia: una consulenza della società Fata affidata alla ex moglie del viceministro. Anche se fonti vicino a Fata negano questa consulenza. Riparte tutto, dunque, dal decreto di perquisizione con cui i carabinieri del Noe hanno bussato a casa Moncada, e in cui è riportato il dialogo fitto tra Orsi e Gotti. I quali, per inciso, pur riconoscendo una rispettosa amicizia, avevano finora sempre negato di coltivare confidenze così profonde. E invece quell’incontro ripropone, per i pm, “l’esistenza di un ‘sistema’ che condizionava le scelte”. La microspia è sistemata in un ristorante di Roma. È il 23 maggio scorso, e solo l’indomani Orsi saprà ufficialmente di essere indagato, per la vicenda della superconsulenza di 51 milioni nella commessa degli elicotteri Agusta ottenuta in India. Orsi è inquieto: troppe incognite all’orizzonte, rischi e nemici in agguato. Ma Gotti Tedeschi comincia: e svela a Orsi di aver incontrato poco prima Moncada. “Lo conosco da molti anni ed ho un’opinione precisa di lui”. E aggiunge: “Prima, gli ho detto quello che penso e poi gli ho detto cosa pensi tu! Lui ha un’enorme stima di te. Quindi sappi che Moncada… m’ha persino detto con quali persone ieri si è discusso il caso Orsi, e tutti, anche persone importantissime, hanno detto Orsi è una persona che va difesa e va supportata! Sappilo. Quindi, il sistema è a tuo favore e ti difenderà! Adesso per quanto tempo, questo nessuno lo può sapere, però oggi sei l’unica persona che può stare lì! E loro lo sanno… Intanto, scherzando gli ho detto beh, ma se gli togli la presidenza faccio io il presidente! (E lui): (…) resta amministratore delegato e presidente!”. Orsi chiede: “A che ora hai visto tu il gobbo?”, cioè Moncada, e aggiunge “Pansa ha preso una sberla bestiale!”. E Gotti: “Tu hai detto… secondo te era pro-Pansa?”. Orsi: “Assolutamente”, riferendosi alla cordata Moncada-Pansa. E spiega: “(Moncada) Ha sempre cincischiato con Pansa, sempre nel suo ufficio! Pansa dice che lui ha tutto il supporto di Moncada. Moncada in qualche modo è parte di una lo… di una..”. Forse intende: lobby. Orsi continua: “Dai, Moncada è un.. un cagnolino? Sì dai”. E Gotti lo ferma: “No, molto di più. Non semplificarlo come un agente della Cia o un massoncello qualsiasi… È veramente un grande burattinaio!”. Orsi tentenna: “A me non è mai piaciuto”, ma Gotti giustifica “è perché è fisicamente…”, vuole convincere Orsi: “Ti chiedo un atto di fede”. E allora Orsi pronto: “Organizza una cena”. E Gotti: “Eh no…”. Poi Gotti offre un suo flashback su Moncada: “Guarda, lo conosco da 15 anni forse…12-13 anni. Se io uno come me, rigoroso come sono, moralista anche un po’, ti dico che con me è stato sempre di una lealtà, non mi ha mai mentito, non mi ha mai chiesto niente in cambio e poteva chiederlo mille volte! Certo fa i suoi giochi, i suoi giochi grossi, li farà anche lui, e tieni conto che lui sta nel gruppo Finmeccanica, (…), non ha mai fatto niente…”. Orsi rileva: “E adesso deve vendere…”. Gotti chiosa: “Farà perdere un sacco di soldi”. Uno scambio tra manager. E ora l’inchiesta prenderà nuove strade»;

considerato che:

sul sito “Dagospia” del 7 giugno è uscito un articolo riguardante Orsi,”fortissimo e superprotetto”: «Gli uscieri di Finmeccanica stanno ancora rileggendo le cinque righe del secco comunicato stampa con il quale ieri mattina il comandante supremo Giuseppe Orsi ha definito “farneticante” l’idea di aver affidato alla custodia di Gotti Tedeschi documenti relativi a indagini giudiziarie e a contratti in India o Panama. Agli uscieri ha provocato un grande effetto la difesa dell’amicizia con Gotti Tedeschi che Orsi con parole ferme ha voluto ribadire in nome di un legame di amicizia e di stima. “Ci uniscono – si legge nel sobrio comunicato – una comune visione della vita e comuni valori”. Dietro queste parole si sente pulsare il cuore di un legame solido, ma gli uscieri si chiedono che cosa abbia spinto effettivamente Orsi a scrivere una lettera così carica di significati emotivi e del tutto indifferente ai movimenti della Procura di Napoli che ha già inviato un avviso di garanzia al capo di Finmeccanica. Secondo gli uscieri il manager piacentino ha scritto la lettera di suo pugno e di getto senza nemmeno consultare i suoi avvocati e l’ufficio legale, ma questo è un dettaglio rispetto alla motivazione di fondo che può aver ispirato la sua mossa. Su questo punto gli uscieri si dividono in due scuole di pensiero. Da un lato c’è chi pensa che sia stato un gesto irrazionale che potrebbe ritorcersi un domani come un boomerang; dall’altro c’è chi ritiene che Orsi stia vivendo un’ebbrezza di potere che gli consente di sfidare il mondo intero. Quest’ultima versione non è infondata se si pensa a ciò che è avvenuto nell’ultima Assemblea di Finmeccanica quando si dovevano rivedere le deleghe tra Orsi e il direttore generale Alessandro Pansa. In quella sede si presentò con tanto di carte in mano il rappresentante del ministero dell’Economia e delle Finanze, Francesco Parlato, un romano 51enne che dal 2007 rappresenta il Tesoro nelle imprese pubbliche. Secondo tutti gli osservatori e gli analisti le deleghe in mano a Parlato prevedevano un netto ridimensionamento del ruolo di Orsi in favore di quel Pansa che sembrava appoggiato a spada tratta dal viceministro Vittorio Grilli. Ebbene, non successe nulla di quanto si immaginava, e Orsi durante il consiglio di amministrazione successivo all’Assemblea e nei giorni seguenti continuò a relegare Pansa al suo ruolo di direttore generale con specifiche competenze nella finanza. Queste cose bisogna ricordarle perché fanno bingo con la letterina di cinque righe distribuita ieri ai giornalini difesa dell’amico Gotti Tedeschi. Sono atti che dimostrano come Orsi si senta fortissimo e iperprotetto fino al punto di far probabilmente incazzare i magistrati di Napoli con quell’aggettivo “farneticante”. Se poi a questi gesti si aggiungono le ultime decisioni aziendali allora il quadro diventa ancora più definito. Dopo aver annunciato l’eliminazione di 45 manager, una settimana fa, ha spedito ai giardinetti l’amministratore delegato di Selex Elsag, Paolo Aielli, uno dei manager più conosciuti e apprezzati in Finmeccanica. E come non bastasse sta pensando di riorganizzare l’area delle relazioni esterne dove oggi operano d’amore e d’accordo Carlo Maria Fenu e il mite Marco Forlani. Sembra infatti che sia scattata la ricerca di un direttore relazioni esterne in grado di tenere alta l’immagine di Finmeccanica e di difendere sui giornali quella del suo comandante supremo che parla di “discontinuità etica” e condivide i valori e la comune visione della vita di Gotti Tedeschi. Così, mentre ai piani alti di piazza Monte Grappa i dirigenti dell’area finanza si stanno rompendo il capo per far quadrare i conti della semestrale, Orsi iperprotetto (non si sa da chi) difende la poltrona con le unghie e con i denti»;

scrive “Il Fatto Quotidiano” del 4 luglio 2012: «Ignazio Moncada è un uomo potentissimo. Ettore Gotti Tedeschi lo ammira e lo stima. Giuseppe Orsi lo teme. Entrambi lo giudicano decisivo. La conversazione intercettata dai magistrati di Napoli avviene la sera del 23 maggio scorso. Non è una sera qualsiasi. La mattina dopo Gotti Tedeschi si dimetterà dallo Ior, la banca vaticana, al culmine di una storia quantomeno complicata. Ma la sera prima è lì a consigliare l’amico Giuseppe, evidentemente afflitto dalla prospettiva di perdere la poltrona di presidente e amministratore delegato della Finmeccanica. Un potentissimo banchiere e il capo di una delle maggiori aziende italiane (70 mila dipendenti), ciacolano fitto fitto e, da cattolicissmi quali sono, intrecciano le espressioni di fede con il più familiare dei turpiloqui. Il problema è: che cosa aspettarsi da Moncada? Farà pendere l’ago della bilancia verso Orsi o verso il suo direttore generale Alessandro Pansa, che potrebbe fargli le scarpe grazie all’appoggio del vice ministro dell’Economia Vittorio Grilli? Gotti Tedeschi rassicura Orsi, gli dice che “il sistema” è a suo favore, che su questo Moncada è stato molto netto. Fidati di me, lo implora l’amico Ettore, “fai un atto di fede”, Moncada “non semplificarlo come un agente segreto della Cia o un massoncello qualsiasi, è veramente un grandissimo burattinaio”. Ma Ignazio Moncada, se uno guarda il dato ufficiale, è solo il presidente senza deleghe operative di una società controllata al 100 per cento da Finmeccanica, la Fata. Orsi, che sarebbe il suo capo, dice a Gotti Tedeschi di non conoscerlo, e allora l’amico banchiere lo aggiorna, “nel gruppo Finmeccanica non fa (…)”. E dunque è evidente che la sua forza sono le relazioni, di cui i magistrati sono andati a cercare traccia nelle perquisizioni di ieri. Incidentalmente, proprio ieri mattina la Repubblica ha pubblicato una notiziola uscita dalla procura di Napoli: dalle indagini in corso su Orsi (corruzione internazionale) sarebbe emerso che proprio la Fata ha fatto un contratto di consulenza a Lisa Lowenstein, ex moglie di Grilli. L’intreccio non sembra casuale. Orsi ritiene che Moncada sostenga il suo arcinemico interno Pansa (“ha sempre cincischiato con Pansa sempre nel suo ufficio!”). Il temuto Moncada, classe 1949, muove i primi passi negli ambienti del Sid, con il generale Gianadelio Maletti, nei primi anni ’70. Gli si attribuisce una grande competenza nei rapporti con i Paesi dell’Est europeo, quando ancora ci sono il comunismo e la cortina di ferro. Negli anni ’80 approda a Torino, dove si lega strettamente al Psi di Bettino Craxi. Rimane marginalmente coinvolto, senza conseguenze giudiziarie, nello scandalo Zampini (1983), allora clamoroso antefatto subalpino di Tangentopoli. In seguito allo scandalo il Psi torinese viene commissariato. Il commissario è Giuliano Amato, che in quegli anni è anche sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il legame tra Moncada e Amato diventa saldissimo. Moncada si mette in affari con Gaetano De Rosa, fondatore della Fata, che produce macchine utensili per la lavorazione dell’alluminio. Con il passare del tempo gli affari della Fata si deteriorano, ed ecco subentrare la Finmeccanica, con quote crescenti del capitale. Nel 2005 il cerchio si chiude: il boss di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, altro amico per la pelle di Amato, finisce per acquisire il 100 per cento della Fata, a quel punto in pesante perdita. Ma conferma Moncada alla presidenza, nonostante le proteste di due consiglieri di provenienza socialista, l’ex ministro Franco Reviglio (torinese) e Massimo Pini, storico plenipotenziario di Craxi nelle Partecipazioni statali. Guarguaglini alza le spalle. Il settimanale Il Mondo parla di faida tra socialisti, ascrivendo Moncada alla protezione di Amato. Pini e Reviglio scrivono una piccata precisazione: nessuna faida, è solo che Moncada nel 2004 ha fatto perdere al gruppo 165 milioni di euro. Pochi giorni dopo Pini e Reviglio vengono fatti fuori dal consiglio di Finmeccanica, dove fa il suo ingresso l’ economista Riccardo Varaldo, indicato dal sobrio Sole 24 Ore come “molto vicino a Giuliano Amato”. L’ uomo che viene dai servizi segreti prosegue il suo sereno cammino nel potere. La testimonianza involontaria di Gotti Tedeschi risulta da questo punto di vista preziosa. L’ex presidente dello Ior sa di che cosa parla. Da cinque anni Moncada risulta titolare di una preziosa consulenza con Emilio Botin, il capo del Banco Santander, una delle maggiori banche mondiali, quella, per capire, che proprio nel 2007 ha rifilato la banca Antonveneta al Monte dei Paschi per un prezzo stellare. E di cui Gotti Tedeschi è il capo per l’ Italia»,

si chiede di sapere:

se risulti rispondente al vero che, anche dalle carte dell’inchiesta dei pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio, Moncada sarebbe l’uomo di cerniera tra politica, finanza e business, non a caso definito da Orsi “il gobbo”;

se risulti rispondente al vero che proprio a Grilli Moncada avrebbe fatto un favore di famiglia, ossia una consulenza della società Fata affidata alla ex moglie;

se risulti rispondente al vero che vi sia stato un “sistema” che condizionava le scelte, come risulta dal decreto con cui i carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) hanno perquisito casa Moncada, e in cui è riportato il dialogo fitto tra Orsi e Gotti, i quali, per inciso, pur riconoscendo una rispettosa amicizia, avevano finora sempre negato di coltivare confidenze così profonde;

se risulti che le intercettazioni captate da una microspia abbiano contribuito a disvelare la vicenda della superconsulenza di 51 milioni nella commessa degli elicotteri Agusta ottenuta in India, e quali risultino essere i rapporti tra Gotti Tedeschi, Moncada, altissimi dirigenti del Ministero dell’economia;

se risulti su quali basi Gotti Tedeschi abbia rassicurato Orsi, dicendogli che “il sistema” era a suo favore, e quali risultino essere i protettori di Ignazio Moncada, presidente senza deleghe operative di una società controllata al 100 per cento da Finmeccanica, e se risponda al vero che sia stato negli ambienti del Sid, con il generale Gianadelio Maletti, nei primi anni ’70;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per fare piena luce su un sistema di potere permeato dalla corruzione, protetto da settori istituzionali che hanno procurato danni all’erario e disdoro a società pubbliche in sede interna ed internazionale.

Banca di Credito Cooperativo di Scandale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07861
Atto n. 4-07861

Pubblicato il 4 luglio 2012, nella seduta n. 758

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che la Banca di credito cooperativo (Bcc) di Scandale (Crotone), fondata 35 anni fa, al momento in cui è stata commissariata, nell’ottobre 2010, contava 650 soci e 17 dipendenti distribuiti nella sede di Scandale e nelle filiali di Rocca di Neto e Roccabernarda. Il direttore generale è Carlo Brescia;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

il suo commissariamento è avvenuto a seguito di due ispezioni, negli anni 2009 e 2010, da cui si sarebbero riscontrate alcune irregolarità, che hanno anche prodotto sanzioni a carico degli esponenti aziendali per un totale di 114.000 euro nella prima e 364.000 euro nella seconda; le sanzioni più severe sono state comminate al presidente dell’epoca, Iginio Carvelli, per un totale di 45.000 euro, ed al direttore generale, Carlo Brescia, per complessivi 54.000 euro;

in particolare con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, il 29 settembre 2010, su proposta della Banca d’Italia, veniva commissariata la Bcc di Scandale. Con un provvedimento della Banca d’Italia del 7 ottobre venivano nominati, quali commissari straordinari, al posto del consiglio di amministrazione e degli organi di controllo, Angelo Pio Gallicchio e Nicola Marotta e, quali componenti del comitato di sorveglianza, Stefano Fiore, Giuseppe Scattone e Leopoldo Varriale. La gestione della banca veniva di conseguenza affidata ai commissari insediati che hanno operato sotto la supervisione della Banca d’Italia;

i commissari Gallicchio e Marotta non solo riportano la banca in bonis (cosa evidentemente non troppo difficile se lo stesso commissario Gallicchio poteva più volte pubblicamente affermare che la banca non avrebbe dovuto essere commissariata), ma ne disegnano il futuro, preparando la sua espansione territoriale verso Crotone dove vanno a reclutare nuovi soci;

considerato che a giudizio e per quanto risulta all’interrogante:

la strategia scelta è da criticare perché subito, appena uscita da una prova così severa qual è un anno di commissariamento e senza consolidare la ripresa né ricostituire la fiducia del popolo e dei soci, la banca è stata lanciata in una impresa (l’apertura di uno sportello a Crotone ove sono già operanti ben 13 sportelli bancari) che ha i connotati dell’avventura. Ne è riprova il fatto che, per sostenere tale nuovo indirizzo, la banca ha dovuto, tramite i commissari, chiedere l’intervento e l’aiuto del Fondo di garanzia dei depositanti delle Bcc il quale interviene con suoi uomini per preparare e fare da tutore al direttore generale e per operare in altri settori strategici dell’azienda (antiriciclaggio, istruttoria fidi) con una spesa prevista in 480.000 euro;

l’apertura di una succursale a Crotone deve poi essere preparata con una opportuna campagna soci (che si è rivelata in seguito una campagna consiglieri), i quali sono scelti dal commissario Gallicchio secondo le indicazioni dell’ex presidente Carvelli e dei fratelli Brescia nel giro delle amicizie politiche (indiscrezioni parlano di Massoneria, di Opus dei e di uomini legati da interessi politico-economici ben precisi che paiono avere nella Stasi, presidente del Consiglio regionale, la massima espressione);

il commissario straordinario disegna per essi il percorso per assicurare ai nuovi soci un posto sicuro nel consiglio di amministrazione e prepara all’uopo modifiche statutarie che prevedono, tra l’altro, l’accorciamento dei tempi per essere candidabili al consiglio di amministrazione (da due anni a subito) e il gradimento del citato fondo di garanzia sulle persone che presenteranno la loro candidatura;

i soci della banca in questione presentano un esposto alla direzione di Catanzaro della Banca d’Italia in seguito ad una audizione con il commissario Gallicchio, ottenuta grazie al consigliere regionale Emilio De Masi, che ha accompagnato una delegazione di tre soci della Bcc: il documento inquadra il clima del paese e le richieste dei soci della Scandale che domandavano di poter aver voce nei progetti riguardanti la loro banca;

ne sarebbe seguita una risposta proterva del commissario Gallicchio, dove in particolare egli avrebbe affermato di essere lì per controllare e non per essere controllato e di non dover rendere conto ai soci del proprio operato. A seguito dell’incontro descritto nell’esposto, il commissario ha poi ridotto il numero dei candidati consiglieri crotonesi mettendosi alla ricerca di candidati locali (cioè di Scandale);

viene presentato un secondo esposto alla Banca d’Italia dove i soci raccontano in forma succinta gli avvenimenti dell’assemblea straordinaria che si è tenuta sotto la conduzione commissariale in data 18 dicembre 2011 e che ha visto approvate tutte le modifiche statutarie in proposta. L’esposto non riguarda tanto la problematica della preparazione e tenuta dell’assemblea (sulla quale pende ricorso presso il Tribunale di Crotone) quanto il comportamento del commissario straordinario che avrebbe abusato della sua carica ed utilizzato uomini e strumenti della banca contro soci della stessa, al fine di finalizzare i lavori al solo raggiungimento dei suoi obiettivi senza consentire un dibattito civile e ragionato sulle modifiche statutarie disattendendo platealmente quei canoni di democrazia economica così conclamati dalla Banca d’Italia;

i soci di Scandale, che credevano con i loro esposti di appellarsi ad un organismo istituzionale al di sopra delle parti, ne rimangono delusi in quanto ignorati dall’istituto di vigilanza;

pertanto le stesse azioni di partigianeria e di palese favoritismo a favore della lista che il commissario Gallicchio aveva preparato, e che avrebbe definito la sua lista, sono continuate nella fase di preparazione della successiva assemblea ordinaria convocata per il 21 e per il 22 gennaio 2012. Azioni che hanno trovato nel direttore Brescia e nei suoi uomini dei fedeli accaniti esecutori;

anche per la sospensiva di questa seconda assemblea è stato adito il Tribunale di Crotone ed anche per gli avvenimenti illegali e per gli atteggiamenti protervi che ne sono seguiti è stata proposta inutile denuncia alla Banca d’Italia, filiale di Catanzaro;

il direttore Brescia ed i nuovi organismi amministrativi hanno continuato ad ignorare le richieste di consultazione dei documenti assembleari presentate dai soci al punto che, per esercitare il diritto di accesso agli atti, i soci hanno dovuto rivolgersi ai Carabinieri e solo dopo due mesi hanno potuto ottenere le fotocopie di documenti necessari alla preparazione dell’atto di citazione. Così come non hanno dato risposta alla domanda di rivedere il costo delle fotocopie di detti documenti praticato ai soci;

sulla Bcc di Scandale, sul “Crotonese” dell’8 novembre 2011, Fulvio Mazza scrive, tra le altre cose: «Altra considerazione critica è quella relativa alla campagna soci intrapresa dai citati commissari. Non viene loro contestata la volontà di ampliare la base sociale, anzi. Viene invece contestata una certa sospetta scelta dei nuovi soci. Pare che questi vengano cercati solo all’interno dell’area amicale del direttore e dell’ex presidente. Viene anche lanciato un allarme rispetto ad una possibile scelta (sostanziale, anche se non formale) tendente a dare una maggiore rappresentanza, all’interno del futuro Cda, alla componente crotonese. Ciò significherebbe che nel Cda sarebbe sottorappresentato proprio il territorio della stessa Scandale»;

i soci richiedono nuovamente l’intervento della Banca d’Italia con un’istanza riguardante il mancato rispetto della legge sui requisiti di onorabilità degli esponenti bancari per rammentare all’istituto lo scrupolo usato nell’applicazione delle norme nei confronti di incolpevoli parenti di ex consiglieri e confrontarlo con la disinvoltura usata invece nel caso di Brescia. Istanza nuovamente ignorata dalla Banca d’Italia;

per tutti gli avvenimenti descritti, riguardanti sia la prima che la seconda assemblea, un gruppo di soci ha presentato istanza al Tribunale di Crotone a tutela delle proprie ragioni: varie sono infatti le irregolarità che i legali avrebbero riscontrato nella gestione delle assemblee sociali (non identificazioni dei soci, irregolarità delle deleghe perché autenticate da soggetto non avente i requisiti, vale a dire il direttore Brescia, non validità delle deleghe perché prive della data di autenticazione, invalidità delle deleghe perché rilasciate in bianco, invalidità di deleghe perché corrette con la scolorina, invalidità dell’assemblea straordinaria per difetto di informativa sulle modifiche statutarie,invalidità delle votazioni effettuate in oltraggio ai regolamenti, invalidità della assemblea ordinaria del 21 gennaio 2012 perché, convocata in un luogo, è stata poi rinviata di quattro ore e tenuta in altro luogo distante 25 chilometri dal primo;

tutta la vicenda lascia intravedere un disegno, un progetto che pare trovare nella Banca d’Italia avallo e protezione: in proposito, la legge bancaria prevede, fra l’altro, che la concertazione del voto assembleare, in qualunque forma combinata, debba essere preventivamente comunicata alla Banca d’Italia perché possa eseguire le sue verifiche; e la mancata preventiva comunicazione potrebbe, secondo la stessa legge, produrre l’effetto di impugnazione del deliberato assembleare su iniziativa della stessa Banca d’Italia (art. 20 e art. 24 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993);

la causa principale che ha portato al commissariamento è, per convinzione generale, da ricercare nella collusione, censurata dalla Banca d’Italia, fra i due citati personaggi che, dopo più di un decennio di conduzione in comune della banca, erano in pratica divenuti i veri ” padroni” della situazione facendo il bello ed il cattivo tempo anche fuori dall’istituzione creditizia, avendo tra l’altro: Carvelli una carica all’interno della Cisl con forti legami con l’ex consigliere regionale Sculco Vincenzo; ed essendo Brescia mentore e sostenitore del fratello Fabio, sindaco di Scandale dal 2002 al 2010 ed oggi inserito nel governo della Provincia di Crotone;

considerato infine che a giudizio dell’interrogante lo strumento del commissariamento è spesso usato per estromettere le banche che lavorano e danno ossigeno alle aziende e alle famiglie a favore di altri istituti compiacenti che fanno capo ai cosiddetti poteri forti, nonché per garantire gestioni clientelari e parentali, come nel caso della Bcc di Scandale che, a quanto risulta all’interrogante, è stata consegnata nelle mani delle famiglie ricche e potenti di Crotone,

si chiede di sapere:

se risulti l’entità dei compensi spettanti ai commissari;

quali iniziative urgenti di competenza il Governo intenda intraprendere per rafforzare i necessari profili di trasparenza in un settore delicato come quello della vigilanza, delle nomine dei commissari e dei commissariamenti di banche in crisi, ad avviso dell’interrogante oggi pervaso dalla più totale omertà ed opacità, impedendo gestioni familistico-clientelari del credito e del risparmio;

se al Governo risulti che vi siano legami tra esponenti della politica e della Massoneria che abbiano influenzato e/o influenzino le scelte delle istituzioni bancarie in particolare per quanto attiene alle assunzioni in posizioni strategiche.

Ente Opere Pie Perugia-Stalla con impianto biogas

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07860
Atto n. 4-07860

Pubblicato il 4 luglio 2012, nella seduta n. 758

LANNUTTI – Ai Ministri per la coesione territoriale e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che per quanto risulta all’interrogante:

in data 30 giugno 2010 l’ente Opere pie riunite di Perugia presentava al Comune di Perugia il progetto di una stalla con impianto a biogas per circa 900 bovini in località San Martino in Campo-Santa Maria rossa, con produzione annua di letame pari a 8.976 tonnellate e di azoto pari a 34.680 chilogrammi;

la notizia allarmava la comunità locale, tra cui residenti e proprietari di immobili, e induceva il comitato “No-maxistalla”, appositamente costituito per contrastare la realizzazione dei due progetti, prima alla raccolta di circa 450 firme inviate al Comune di Perugia in data 24 agosto 2010 e poi, in data 23 febbraio 2011, ad inviare ad Opere pie riunite, al Comune e, per conoscenza, al Prefetto di Perugia, al Presidente della Giunta regionale, all’Assessore regionale all’ambiente, al Servizio VIA della Regione, all’ARPA Umbria ed ai Sindaci di Torgiano e Deruta, una diffida alla realizzazione del progetto, adducendo vari profili di illegittimità. Tale diffida rimaneva, tuttavia, priva di riscontro;

al fine di consentire la realizzazione dell’allevamento di bovini con l’annesso impianto di biogas, con deliberazione di Giunta comunale n. 169 del 28 aprile 2011 il Comune di Perugia avviava la procedura di variante al PRG dal momento che i terreni interessati ricadevano in zona EA di particolare interesse agricolo e nell’unità di paesaggio (UdP) 3S, in cui vige il divieto di realizzare nuovi edifici e impianti per l’attività zootecnica;

in data 12 ottobre 2011, Opere pie riunite presentava al Comune la procedura abilitativa semplificata (PAS) al fine di realizzare un impianto di biogas, stralciando dall’originaria richiesta la realizzazione dell’allevamento;

in data 19 ottobre 2011 il Comune convocava, per il 28 ottobre 2011, la Conferenza di servizi al fine di acquisire i pareri, da parte degli enti competenti, necessari al perfezionamento della procedura di PAS. I lavori della Conferenza di servizi si concludevano nella successiva seduta del 7 novembre 2011;

con determinazione dirigenziale n. 31 del 23 novembre 2011 a firma del dirigente dell’unità operativa Edilizia privata dottor ingegner Ivana Moretti, il Comune di Perugia determinava il perfezionamento della PAS, ai sensi dell’art. 6, comma 5, del decreto legislativo n. 28 del 2011, come detto presentata con prot. 164342 del 12 ottobre 2011 da Opere pie riunite, relativa alla costruzione ed esercizio di un impianto per la produzione di energia elettrica da biogas, comprensivo di impianto di cogenerazione della potenza elettrica di 999 KW, in strada Pontenuovo, località San Martino in Campo;

avverso la suddetta determinazione dirigenziale, il Comitato esponente proponeva ricorso al TAR Umbria lamentando diversi profili di illegittimità in ordine alla natura della variante urbanistica e all’obbligo del Consiglio comunale di approvare atti di pianificazione perseguendo l’interesse pubblico e non quello di singoli soggetti;

infatti, la proposta di adozione della variante urbanistica intenderebbe soddisfare in modo esplicito la sola richiesta dell’istituto Opere pie riunite;

è noto che la programmazione urbanistica deve tendere ad una cura integrale del territorio comunale attraverso previsioni che favoriscano una sistemazione omogenea del territorio, unita a uno sviluppo ordinato ed armonico di questo (Consiglio di Stato, sez. IV, 9 giugno 2006, n. 3466; Consiglio di Stato, sez. IV, 2 agosto 2011, n. 4599);

l’art. 1, comma 3, della legge regionale n.11 del 2005, recante “Norme in materia di governo del territorio: pianificazione urbanistica comunale”, stabilisce che “La Regione persegue obiettivi di qualità nel governo del territorio, attraverso l’attivazione di politiche di sviluppo sostenibile e la promozione di una disciplina urbanistica di uso del suolo improntata a criteri di tutela e valorizzazione delle risorse naturalistiche ed antropiche, con particolare attenzione alla biodiversità, alla qualità dello spazio rurale, alla qualità urbana e alla qualità paesaggistica del territorio”;

inoltre, l’art. 2 dispone che “Il piano regolatore generale (PRG) è lo strumento di pianificazione con il quale il comune, sulla base del sistema delle conoscenze e delle valutazioni di cui all’articolo 8, stabilisce la disciplina urbanistica per la valorizzazione e la trasformazione del territorio comunale, definendo le condizioni di assetto per la realizzazione di uno sviluppo locale sostenibile, nonché individua gli elementi areali, lineari e puntuali del territorio sottoposto a vincoli e stabilisce le modalità per la valorizzazione ambientale e paesaggistica”;

l’interrogante ritiene che, nel caso in esame, la natura ed i contenuti del PRG e delle sue varianti non siano stati rispettati. La natura della variante urbanistica sembra infatti essere quella di una variante normativa cosiddetta puntuale o specifica, essendo volta a soddisfare la sola esigenza dell’istituto Opere pie riunite: nonostante la porzione di territorio considerata sia più ampia rispetto a quella sulla quale dovrebbe sorgere la maxi stalla e l’impianto a biogas, la proposta di modifica dell’art. 38 del testo unico delle norme di attuazione del PRG del Comune suggerita dalla Giunta comunale prevede che “nella UdP 3S la realizzazione di nuovi edifici e dei relativi impianti per l’attività agro-zootecnica è ammessa” a condizione di una “contestuale dismissione di allevamenti di tipo commerciale ubicati nella parte dell’UdP 3S posta a sud del torrente Bulagaio ed esistenti alla data di approvazione della presente variante o, in assenza di questi, contestuale dismissione di allevamenti di tipo commerciale ubicati nel territorio comunale o nei comuni confinanti, esistenti alla data di approvazione della presente variante e relativamente ai quali le aziende titolari effettuino già l’utilizzazione agronomica degli effluenti nella parte dell’UdP posta a sud del torrente Bulagaio”;

non sembra di certo un caso che il principale soggetto che risponde ai requisiti esplicitati sia il richiedente istituto Opere pie riunite. Pertanto, l’individuazione di una porzione di territorio più ampia rispetto a quella sulla quale dovrebbe sorgere la maxi stalla e l’impianto a biogas sembra solo un mal riuscito tentativo di nascondere il problema di una variante proposta nel solo interesse di un unico soggetto, e non per le necessità di interessi pubblici generali di governo del territorio;

è però noto che le varianti urbanistiche sono cosa diversa dai permessi a costruire e che per la loro approvazione non è previsto che i potenziali soggetti interessati avanzino una specifica richiesta, né vi è un qualche obbligo del Comune di provvedere in merito. L’unico obbligo del Comune, e nello specifico del Consiglio comunale, è quello di predisporre ed approvare il PRG e le sue varianti nell’interesse pubblico generale e non di singoli soggetti;

relativamente all’obbligo di tutela del paesaggio e dell’unità di paesaggio 3S si nota quanto segue: 1) l’area interessata alla variante ricade nell’UdP 3S del PRG. Le unità di paesaggio sono identificate, secondo l’art. 4 del Testo unico delle norme di attuazione del PRG (TUNA), in relazione a specifiche qualità ambientali ed in particolare in funzione della presenza di geotopi, biotopi, fisiotopi, nonché della ripetitività degli ecosistemi, che costituiscono quadri di riferimento per la verifica preventiva delle trasformazioni urbanistiche. Con riferimento all’UdP 3S, l’art. 38 del TUNA dispone che nelle aree ricadenti all’interno delle UdP 1N, 4N, 1S, 3S, 4S, e 9S non è ammessa la realizzazione di nuovi edifici e dei relativi impianti per l’attività agro-zootecnica. Nella variante del Comune di adeguamento ai contenuti paesaggistici e al piano territoriale di coordinamento provinciale (PTCP) del dicembre 2011 non è prevista alcuna modifica dell’unità di paesaggio 3S e, visto che la citata variante risulta solo adottata, salvo che non si sia nel singolare caso di una variante della variante, è evidente la contraddittorietà tra la variante del dicembre 2011 che si adegua ai contenuti paesaggistici del PTCP che conferma l’unità di paesaggio 3S, con quella in esame che invece ne ridimensiona il contenuto; 2) l’area in esame ricade nell’unità di paesaggio di pianura e di valle n. 53 (valle del Tevere a sud di Perugia) di cui all’elaborato A.4.2. del PTCP ed è disciplinata dall’art. 26 dello stesso PTCP. Sia il PRG che il PTCP, nel ricomprendere la zona nelle rispettive unità di paesaggio (3S nel PRG, 53 nel PTCP), considerano l’area interessata di particolare pregio paesaggistico per la quale, secondo i principi indicati nell’art. 24 del PTCP, nelle trasformazioni urbanistiche e ambientali devono prevalere le scelte che meglio rispettano i valori paesaggistici, privilegiando, in caso di conflitto, le ragioni della natura rispetto a quelle economiche e sociali. L’art. 12, comma 2, della legge regionale n. 28 del 1995 prevede che il PTCP ha valore di piano paesaggistico, mentre al successivo comma 3, stabilisce che il PTCP costituisce strumento di indirizzo e di coordinamento per la pianificazione urbanistica comunale e disciplina l’assetto del territorio limitatamente alla tutela degli interessi sovracomunali, nonché il riferimento per la verifica di compatibilità ambientale della pianificazione comunale; 3) al riguardo, il TAR Umbria ha stabilito che gli strumenti urbanistici comunali non soltanto non possono derogare alle prescrizioni dei piani paesaggistici predisposti a livello provinciale, ma, anzi, devono adeguare le proprie previsioni a dette prescrizioni di livello sovracomunale, recependo l’esistenza dei vincoli (TAR Umbria, sez. I, 4 marzo 2009, n. 71). Precisando anche che quantunque sia tuttora riscontrabile, in dottrina e nella prassi politica, la tendenza ad assorbire la tutela del paesaggio e dell’ambiente all’interno della materia dell’urbanistica (o come oggi si usa dire, del governo del territorio), la Corte costituzionale ha più volte ribadito che dette tutele concernono interessi pubblici distinti, sottoposti a tutela differenziata, e sovraordinati rispetto a quelli sottesi al razionale assetto del territorio (cfr. sentenze 5 maggio 2006, n. 182, 7 novembre 2007, n. 367 e 30 maggio 2008, n. 180)”; 4) il piano di gestione ambientale (PTA) del Comune di Perugia, approvato dalla Giunta comunale con deliberazione n.381 del 22 settembre 2011 (che risulta essere stato completamente ignorato nella relazione allegata alla proposta di variante in esame), prevede la conservazione delle 16 unità di paesaggio previste nel PRG, con la precisazione che gli obiettivi del nuovo PRG tendono a perseguire la valorizzazione delle risorse disponibili e la gestione delle trasformazioni e degli usi, con particolare riferimento alle azioni di tutela del paesaggio” e con lo specifico obiettivo di “tutela dei beni culturali e del paesaggio. Inoltre precisa che l’obiettivo della tutela del paesaggio è coerente con il quadro di riferimento programmatico di cui alla strategia europea per la protezione del suolo, alla direttiva 2000/60/CE, alla strategia europea per lo sviluppo sostenibile (2006), alla strategia italiana per lo sviluppo sostenibile (2002), al sesto Programma comunitario di azione in materia di ambiente (2002-2012), alla direttiva “Habitat” 92/43/CEE, alla direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, al piano d’azione per la biodiversità 2010 (COM/2006/216), alla Convenzione europea del paesaggio (2000), alla comunicazione della Commissione europea COM(2007)621 “Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo”, nonché alla comunicazione della Comunità europea COM(2006)216; 5) pertanto la proposta di riduzione del vincolo paesaggistico relativo all’unità di paesaggio 3S si pone in contrasto con i ricordati piani o atti ed in particolare con il PTCP e con lo stesso art. 9 della Costituzione, in relazione al quale anche di recente la Corte costituzionale ha ribadito che il principio fondamentale che la tutela del paesaggio concerne la conservazione della morfologia del territorio e dei suoi essenziali contenuti ambientali (Corte costituzionale 19 marzo 2012, n. 66);

relativamente all’obbligo di tutela delle zone vulnerabili ai nitrati di origine agricola si precisa quanto segue: 1) sul progetto delle Opere pie riunite, la Provincia di Perugia, con nota prot. N.U-0274032 del 23 giugno 2011, ha precisato che la variante interessa un’area vulnerabile ai nitrati di origine agricola e classificata dalla Regione Umbria come zona vulnerabile San Martino in Campo ai sensi della deliberazione della Giunta regionale n. 881 del 2003 (ora ricompresa nella zona “Media valle del Tevere sud”), e normata come zona caratterizzata da vulnerabilità all’inquinamento degli acquiferi elevata ed estremamente elevata (ex art. 92 del decreto legislativo n. 152 del 2006). Nella sintesi del rapporto ambientale del piano di tutela acque (PTA) della Regione Umbria si precisa che per zone vulnerabili ai nitrati di origine agricola si intendono le zone di territorio che “scaricano direttamente o indirettamente composti azotati in acque già inquinate o che potrebbero esserlo in conseguenza di tali scarichi. Stabilisce in proposito l’art. 15, punto 5, del PTCP che in queste aree deve essere vietata ogni forma di istallazione di impianti, manufatti e attrezzature per l’esercizio di qualsiasi attività che possa recare pregiudizio alle risorse acquifere; 2) nel citato PTA del Comune di Perugia si legge che le analisi effettuate nell’ambito del piano di tutela delle acque hanno portato a considerare l’acquifero della media valle del Tevere sud come un unico corpo idrico caratterizzato da evidenti segnali di compromissione delle caratteristiche idrochimiche per impatto antropico e al quale è stato assegnata classe chimica 4 e che la media dei nitrati calcolata sulle stazioni di monitoraggio del corpo idrico si mantiene infatti su valori costantemente superiori alla soglia di 50 milligrammi al litro. Da precisare che la Classe 4 è la peggiore tra quelle possibili ed è descritta come impatto antropico rilevante con caratteristiche idrochimiche scadenti (ARPA Umbria, Annuario dei dati ambientali 2009, pag. 199). Più avanti si legge nello stesso PTA che l’elevata quantità di elementi nutritivi ed in particolare di azoto, contenuto nelle deiezioni zootecniche, possono essere considerate una delle maggiori cause di dispersione di questo elemento e quindi di nitrati nel suolo e nelle acque, superficiali e sotterranee; 3) tra le minacce ambientali rilevate nello stesso PTA si legge che c’è l’aumento dell’inquinamento delle acque di falda da nitrati e tetracloroetilene (pag. 117), mentre tra gli obiettivi che si è posto il Comune di Perugia con l’approvazione del PTA è indicato quello di riduzione delle immissioni nelle acque di nitrati derivanti da zootecnia e da altri inquinanti del settore industriale; sempre secondo il PTA, la riduzione dei nitrati è un obiettivo coerente con gli orientamenti comunitari, nazionali e locali espresso dal sesto Programma UE in materia di ambiente (2002-2012), dalla strategia europea per la protezione del suolo, dalla direttiva “Quadro sulle acque” 2000/60/CEE, dalla strategia europea per lo sviluppo sostenibile (2006), dalla strategia italiana per lo sviluppo sostenibile (2002), dalla direttiva “Habitat” 92/43/CEE, dalla direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, dal piano d’azione per la biodiversità 2010 (COM/2006/216), dalla Convenzione europea del paesaggio (2000), dall’”Agenda per turismo europeo sostenibile” di cui alla comunicazione della Commissione europea COM(2007)621, dalla comunicazione della Commissione europea COM(2006)216, dal piano forestale regionale, dal piano urbanistico territoriale, dal piano regionale di tutela delle acque, dal piano stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), dal piano regionale attività estrattive (PRAE), dal documento annuale di programmazione 2010, dal programma operativo FESR 2007-2013, dal piano territoriale di coordinamento provinciale (PTCP), dal piano d’azione ambientale; 4) il TAR Umbria si è occupato di recente della zona vulnerabile da nitrati di origine agricola (ZVN) denominata “Petrignano di Assisi” che comprende il comprensorio suinicolo dei comuni di Bettona, Bastia umbra e Cannara ed è classificata secondo ARPA Umbria nella Classe 4 (la peggiore, come quella in esame). Il TAR Umbria con la sentenza del 10 novembre 2011, n. 360, ha precisato che in tale contesto, caratterizzato da un peggioramento della situazione dei corpi idrici e quindi l’esigenza di intervenire in modo più rapido e incisivo, il principio di precauzione giustificava l’allargamento della ZVN. Tale principio deve essere applicato ogniqualvolta sussistano incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, non occorrendo attendere che siano esaurientemente dimostrate la realtà e la gravità di tali rischi; tale principio assume carattere di principio generale, di criterio interpretativo del sistema giuridico, e non consente, in sede di bilanciamento fra protezione della salute e libertà economica, di esonerare le imprese dall’adottare a loro spese le indispensabili misure di cautela; 5) è quindi evidente l’insostenibilità della variante urbanistica in esame sia sotto il profilo ambientale che sotto quello più propriamente giuridico, per la contrarietà con tutti i piani o atti sopra ricordati, primo tra tutti l’art.15, punto 5, del PTCP. Da aggiungere, per concludere sul punto, che, come riferito nella relazione alla variante, nello stesso PRG (pag.74) si dichiara che l’inquinamento delle risorse idriche sotterranee di San Martino in Campo le ha rese non più utilizzabili a fini potabili;

relativamente all’obbligo della valutazione ambientale strategia (VAS) si precisa quanto segue: 1) l’art. 6 del decreto legislativo n. 152 del 2006 stabilisce che “La valutazione ambientale strategica riguarda i piani e i programmi che possono avere impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale”. La variante urbanistica rientra nella categoria dei “piani”, le zone vulnerabili ai nitrati sono ricomprese nella materia dell’ambiente ed il paesaggio rientra nel patrimonio culturale, di conseguenza sarebbe stato logico sottoporre la variante alla VAS; secondo l’Allegato IV, lettera c), alla parte seconda del dello stesso decreto sono da sottoporre a verifica di assoggettabilità i progetti di “impianti per l’allevamento intensivo di animali il cui numero complessivo di capi sia maggiore di quello derivante dal seguente rapporto: 40 quintali di peso vivo di animali per ettaro di terreno funzionalmente asservito all’allevamento”; 2) nonostante il forte impatto paesaggistico e ambientale della variante, il dirigente dell’unità operativa Pianificazione urbanistica del Comune di Perugia, con nota prot. n. 7636 del 1° giugno 2011, ha dichiarato la non assoggettabilità della variante alla procedura di VAS, così come ha fatto la Provincia di Perugia con nota prot. n. U-0274032 del 23 giugno 2011; la Giunta comunale ritiene, con la proposta di variante in esame, che la suddetta variante rientri tra quelle di cui al comma 3-bis della legge regionale n.11 del 2005 e che, in forza dell’art. 3, comma 4, lettera e), della legge regionale n.12 del 2010, non debba essere sottoposta a VAS. Si vorrebbe eludere l’obbligo di valutazione di impatto ambientale (VIA) ponendo la condizione di un rapporto tra peso vivo degli animali per ettaro di terreno funzionalmente asservito all’allevamento inferiore a 30 quintali; 3) è però evidente l’impatto sia della maxi stalla che dell’impianto a biogas sull’ambiente circostante, impatto che non può essere artificiosamente ridotto con limitazioni come quella appena descritta. Infatti, l’abbassamento del rapporto tra peso vivo degli animali e terreno disponibile non riduce l’impatto effettivo della progettata stalla con 900 bovini in una zona con case, scuole e nuclei abitati. L’abbassamento del rapporto avrebbe avuto senso e giustificazione se la zona fosse stata completamente disabitata e se tutti i terreni da asservire alla stalla e all’impianto fossero contigui, ma così non è. L’area si presenta antropizzata sia per la presenza di centri abitati vicini all’impianto (Santa Maria rossa è a circa 500 metri), sia per la presenza di singole abitazioni. Si segnala in particolare la presenza di una scuola elementare e una materna in via dei Vigneti in località Santa Maria rossa a circa 1000 metri dall’impianto e a meno di 500 metri dalla strada di Pontenuovo che si prevede di utilizzare per il transito degli automezzi pesanti funzionali al trasporto della materia prima, tra cui i liquami;

considerato infine che:

le Opere pie riunite attraverso il progetto vorrebbero dismettere altri allevamenti ubicati in altre località limitrofe, e concentrare tutto in un’area che già presenta una pressione ambientale estremamente elevata, posto che già vi si concentrano, in base agli allevamenti esistenti, oltre il 50 per cento dei capi di bestiame presenti nell’intero territorio di Perugia. Analogamente i carichi di azoto nella zona oggetto di rimozione del vincolo risultano il 54 per cento di quelli prodotti nell’intero territorio comunale;

in caso di approvazione della variante il comitato si vedrà costretto a rivolgersi alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, alla Procura regionale presso la Corte dei conti e al TAR Umbria, anche per chiedere l’accertamento di eventuali responsabilità personali dei medesimi Consiglieri comunali,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto, e quali siano le sue valutazioni;

quali iniziative intenda assumere al fine di intervenire presso i vertici dell’amministrazione locale affinché non procedano all’approvazione della variante, considerato che l’opera che si intende realizzare non è compatibile con il contesto territoriale che verrebbe ulteriormente danneggiato da un aumento della pressione ambientale derivante dall’inquinamento prodotto, e considerato inoltre che le prescrizioni dettate dalla Giunta a tutela ambientale per la rimozione del vincolo risultano mere enunciazioni di principio prive di effettiva efficacia: in particolare il limite dei 30 quintali di peso vivo di animali per ettaro di terreno funzionalmente asserviti all’allevamento rappresenta una prescrizione irrealizzabile che comporterebbe una elusione alla valutazione d’impatto ambientale sul progetto, e conseguentemente della valutazione ambientale strategica alla quale la variante del PRG dovrebbe invece essere sottoposta; così come il limite all’aumento del carico di azoto a fronte dell’aumento dei capi di bestiame presenti sul territorio (non sussistono piani di dismissione di allevamenti privati esistenti nell’area oggetto di rimozione del vincolo);

quali iniziative di competenza voglia intraprendere al fine di garantire ai cittadini dell’area interessata il riconoscimento del loro diritto a vivere in un ambiente salubre nonché una responsabile gestione del territorio da parte delle amministrazioni di riferimento.

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