Intervento in Aula su Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 764 del 12/07/2012

 

Seguito della discussione e approvazione del disegno di legge:

(3240) Ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (MES), con Allegati, fatto a Bruxelles il 2 febbraio 2012

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, accolgo certamente la richiesta del collega Rizzi.

Mi consenta una breve dichiarazione di voto sull’ordine del giorno in esame, perché noi riteniamo di svuotare l’oceano con un piccolo cucchiaio: 700 miliardi di euro, mentre abbiamo di fronte 700.000 miliardi di euro di prodotti derivati.

Ogni giorno ci sono scandali bancari, crack, che hanno coinvolto addirittura il Parlamento inglese e la City di Londra. Qualche giorno fa il Governatore della Banca d’Inghilterra è stato messo sotto accusa per la finanza speculativa e ciò è avvenuto nella disattenzione totale, nel conformismo anche di quest’Aula. Me ne dispiaccio.

Ritengo quindi di dover lasciare agli atti almeno una dichiarazione su quella che viene rappresentata come una cessione di sovranità a qualcosa che ci vergogniamo di chiamare “banca” e che quindi definiamo meccanismo. Ma cos’è un meccanismo? Io che sono avanzato negli anni ricordo quando non c’erano i robot, la grande finanza, gli HFT (Hight-Frequency-Trading), meccanismi ad alta frequenza che ogni giorno su piattaforme opache intermediano miliardi e miliardi di euro dal nulla. Me lo ricordo, giocavamo con dei meccanismi. E ora, in Europa, vogliamo risolvere la crisi con i meccanismi, con massimo 700 miliardi di euro su 700.000 miliardi!

Ringrazio il relatore, senatore Dini, che almeno ha condiviso la prima parte dell’ordine del giorno, la descrizione puntuale degli effetti della crisi sistemica. Ovviamente non può condividere il dispositivo. Lo ringrazio comunque e con lui ringrazio il Governo e il Sottosegretario, ma, signora Presidente, chiedo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Lannutti, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, nei tre minuti che mi spettano, voglio ricordare che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sulla dittatura degli spread. La sovranità appartiene al Popolo, non ai banchieri, ai tecnocrati ed agli oligarchi i quali, per l’incapacità di una visione politica e per la carenza di statisti, sostituiti da imbonitori e piazzisti, hanno trasferito il potere democratico ai «mercanti del tempio», imponendo i Governi degli illuminati.

Annuncio dunque il mio voto contro questo meccanismo, spacciato per fondo salva-Stati, quale potente e pericoloso strumento, ideato dall’oligarchia e dalla cleptocrazia bancaria per salvare se stessa e la propria avidità. È un mostro giuridico, peggiore della BCE, dotato di poteri enormi ed ampie immunità, senza alcuna responsabilità, per sottrarre agli Stati la residua sovranità.

Festeggeranno i tecnocrati, gli oligarchi e le mafiomassonerie di Bilderberg e Goldman Sachs, che hanno prodotto la crisi – miliardi di denaro dal nulla – in combutta con banche di affari, agenzie di rating, fondi speculativi e la complicità di banchieri centrali, criminali seriali: avranno poteri enormi superiori a quelli dei Governi democraticamente eletti.

Non è accettabile che queste oligarchie finanziarie possano creare «mostri giuridici». Nei giorni in cui Roubini, professore di economia, ha auspicato di vedere impiccati i banchieri nelle pubbliche piazze, la mia coscienza di uomo libero mi impone di votare contro un meccanismo di usura legalizzata, che continuerà a succhiare il sangue ai popoli, ipotecando il futuro dei giovani e che non risolverà affatto la crisi sistemica, con una dotazione di 700 miliardi di euro contro 700.000 miliardi di derivati, ma la aggraverà.

Mi auguro di sbagliare, ma per questo voterò contro il provvedimento in esame.

Intervento in Aula su Trattato sulla Stabilità (fiscal compact)

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 764 del 12/07/2012

Seguito della discussione e approvazione del disegno di legge:

(3239) Ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governancenell’Unione economica e monetaria tra il Regno del Belgio, la Repubblica di Bulgaria, il Regno di Danimarca, la Repubblica federale di Germania, la Repubblica di Estonia, l’Irlanda, la Repubblica ellenica, il Regno di Spagna, la Repubblica francese, la Repubblica italiana, la Repubblica di Cipro, la Repubblica di Lettonia, la Repubblica di Lituania, il Granducato di Lussemburgo, l’Ungheria, Malta, il Regno dei Paesi Bassi, la Repubblica d’Austria, la Repubblica di Polonia, la Repubblica portoghese, la Romania, la Repubblica di Slovenia, la Repubblica slovacca, la Repubblica di Finlandia e il Regno di Svezia, con Allegati, fatto a Bruxelles il 2 marzo 2012

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, è dal 7 luglio 2007, data dello scoppio della bolla dei subprime, e di una crisi sistemica provocata dall’avidità dei banchieri e dal potere enorme assunto da tecnocrati e dalle élites, che stiamo ballando sulle tempeste finanziarie senza bussola, con governi sempre più incapaci di tracciare rotte in grado di portare i popoli ad approdi sicuri.

Se in una fase di crescita la disciplina di bilancio è doverosa, si illude chi ritiene di poter uscire dalle tempeste globali perfette con le camicie di forza. Perché il fiscal compact, in una fase di grave recessione e distruzione di 30 milioni di posti di lavoro, è controproducente, come dimostrato empiricamente dal New Deal e dalle politiche rooseveltiane che riuscirono a domare la crisi del ’29 con una maggiore spesa pubblica.

Banchieri avidi, nulla cambierà a meno di sanzioni penali. Nel 2013 tempesta globale perfetta e banchieri avidi impiccati nelle strade: non lo dico io, ma lo ha detto Nouriel Roubini, professore di economia a New York. Il 2013 sarà un altro anno peggiore del 2008, con la possibilità di una tempesta globale perfetta: crollo dell’Eurozona, recessione negli USA, guerra in Medio Oriente, crollo della crescita in Cina e nei mercati emergenti. (Commenti dai banchi del PD e del PDL).

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.

LANNUTTI (IdV). Comprendo che ci siano anche servitori di alcuni padroni che sono i banchieri, ma il rispetto per chi parla penso che sia doveroso, come io rispetto gli altri.

Invece di un trattato sul fiscal compact bisognerebbe istituire un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra e invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze bisognerebbe processarli per crimini economici contro l’umanità. (Applausi dal Gruppo LNP).

Per ciò e chiudo, signora Presidente, voterò contro la camicia di forza che, analogamente all’ESM, un meccanismo, invece di assicurare la stabilità dell’Europa garantirà dorate poltrone a tecnocrati, burocrati e ottimati che, come novelli principi di Valacchia, continueranno a succhiare il sangue ai popoli europei già dissanguati…

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Lannutti.

LANNUTTI (IdV). …per non essere complice…

PRESIDENTE. Collega, lei disponeva di tre minuti, che ho controllato.

LANNUTTI (IdV). Presidente, mi hanno disturbato.

PRESIDENTE. No, lei non è stato interrotto da nessuno. La prego di concludere.

LANNUTTI (IdV). …per non essere complice delle cleptocrazie europee. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

Fincantieri – Ad Bono-Lega

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07929
Atto n. 4-07929

Pubblicato il 11 luglio 2012, nella seduta n. 763

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

scrive Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera” di una «conversazione tra l’ex tesoriere della Lega Nord (…) e l’ex capo della sicurezza» di un noto esponente politico dello stesso partito, Maurizio Barcella, per assicurare un posto in Fincantieri all’autista del medesimo politico. L’articolo riporta frammenti di conversazione che volgarmente fanno capire molto «della considerazione che certa politica ha delle aziende di Stato. Perché questo colloquio imbarazzante nella forma e nei contenuti, che potrete ascoltare stasera alle 21.30 durante la prima puntata de Il Lecito, programma di inchieste del giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti trasmesso da La7, riguarda proprio una impresa di Stato: la Fincantieri, leader mondiale delle navi da crociera controllata dal Tesoro italiano. Dice Belsito a Barcella: “Mauri, ho parlato adesso con Scarrone… Lui mi ha detto guarda, mi ha dato un consiglio: è meglio che venite giù all’una perché poi loro devono pubblicizzare la cassa integrazione, non possono far passare il contratto da dirigente (…). Quindi (…) pensiamo a noi”. “Scarrone” è Sandro Scarrone, capo del personale della Fincantieri il quale, secondo la ricostruzione di Gatti, ha in evidenza sul tavolo una pratica fortemente caldeggiata dall’ex tesoriere leghista. Ovvero, l’assunzione come dirigente della grande industria navale del fido Barcella, che» il richiamato politico «ha portato a Roma come suo capo di gabinetto al ministero (…), nonostante un curriculum non proprio ortodosso per quel ruolo. Una pratica talmente importante da essere chiusa, a quanto lascia intendere quello scambio verbale, proprio mentre ci si sta apprestando ad annunciare la cassa integrazione. Che cosa c’entra Belsito in tutto questo? Il tesoriere del Carroccio è consigliere di amministrazione della Fincantieri, in quota Lega. Lo è stato una prima volta nel 2003. Ma ora è tornato con una prospettiva folgorante: quella di essere nominato vicepresidente. E ancora non sa che alla morte di Maurizio Balocchi, che lo ha preceduto nell’incarico di partito, ne erediterà anche la poltrona governativa: sottosegretario alla Semplificazione. Caso unico, nella storia repubblicana, di un membro del governo che è anche contemporaneamente amministratore di un’azienda pubblica. Lo è per sette mesi, prima di dimettersi nel luglio 2011. Poi perderà anche la poltrona da sottosegretario con la caduta del governo Berlusconi, e in seguito allo scandalo della gestione dei rimborsi elettorali della Lega verrà espulso dal partito (…). Ma torniamo indietro di un paio d’anni. Belsito sponsorizza quindi Barcella, all’epoca capo di gabinetto di Bossi, per un posto da dirigente della Fincantieri. E la cosa, conclude Gatti, va in porto. Lo proverebbe un altro breve colloquio telefonico che Il Lecito manderà in onda. Parlando con Belsito, l’amministratore delegato della Fincantieri Giuseppe Bono gli preannuncia una telefonata» ad una «potentissima esponente del cerchio magico bossiano, per informare anche lei “che ho fatto la lettera di assunzione per Barcella e per quell’altro… come si chiama?”, “Dalmir Ovieni”, lo aiuta Belsito. Ovieni Dalmirino, come ha raccontato sul Corriere Luigi Ferrarella, è stato fondatore della società consortile “Il Quartiere” promossa dal sindacato padano (…), nonché consigliere di una società di costruzioni (…). Dimostrazione ulteriore che curriculum e competenze, in questa operazione, non sembrano affatto prioritari. Belsito ne parla al telefono addirittura con la moglie» del richiamato politico «riferendole il commento di Scarrone: “…Il direttore mi ha detto: Franci, già che siamo in confidenza, guarda che noi a un diplomato di scuola professionale non l’abbiamo mai fatto firmare un contratto del genere. È la prima volta nella storia della Fincantieri…”. L’ex insegnante (…) inorridisce: “Scuola professionale? Non ha neanche un diploma? Francesco…”. E Belsito: “No. Questo qui cosa ha mai fatto nella vita? Tutto gli hanno messo per iscritto. Tutto! Persino la casa! Non è mai uscito un contratto così da quell’azienda, mai!”. Interpellata in merito, la Fincantieri ha risposto che né il nome di Barcella né tantomeno quello di Ovieni, hanno mai avuto un riscontro negli organici aziendali. Meglio così. Dunque era soltanto una sceneggiata? Chissà. Ma quelle innocenti telefonate confermano pur sempre che la politica e le imprese pubbliche sono ancora la stessa cosa»;

considerato che:

scrive Marco Grasso per il “Secolo XIX” il 6 aprile 2012 “Le spericolate telefonate fra i sodali dell’ex sottosegretario. Tangenti in Fincantieri, la Cricca tira in ballo Bono. Ma il presunto corruttore lo scagiona: «Mai visto Belsito»”: «La cricca era sicura di mettere le mani sulle commesse Fincantieri. Un piatto ricchissimo, un progetto da duecento milioni di euro. L’ottimismo del faccendiere veneto Stefano Bonet non era motivato solo dai “soliti canali”, ovvero dal suo stretto rapporto Francesco Belsito, tesoriere della Lega Nord e membro del consiglio d’amministrazione dell’azienda. A farlo dormire sonni tranquilli c’erano anche un milione e mezzo di euro che Belsito avrebbe raccolto e in parte girato ai vertici del colosso navale. L’ufficio acquisti e l’amministratore delegato Giuseppe Bono: “Stai tranquillo dice a un collaboratore – Perché abbiamo anche il grande capo…”. Sono intercettazioni pesantissime quelle pubblicate nelle carte che i carabinieri del Noe di Roma hanno girato alla Procura di Napoli, nell’ambito di uno dei tre filoni di inchiesta che stanno travolgendo il partito di (…). La rete di faccendieri che viveva all’ombra del potentissimo custode del suo tesoro, secondo quanto ricostruito nell’informativa, aveva intessuto strettissimi rapporti con Fincantieri e puntava a entrare in un giro di consulenze milionarie attraverso la Polare scarl, società appartenente al gruppo Bonet, e diretta a Genova da Romolo Girardelli, broker in odore di ‘ndrangheta. La testa di ponte sarebbe stata Belsito. Il propellente un milione e mezzo di euro, destinati anche al “duo amministratore (Bono Giuseppe ad di Fincantieri) e acquisti (ufficio acquisti)”. Sono due i flussi di denaro che secondo gli inquirenti spiegano la natura del rapporto tra l’ex sottosegretario e il colosso navale Fincantieri. Il primo è in uscita: “Cinquantamila euro”. Soldi che Belsito (che gli amici-nemici chiamano Nano) avrebbe sborsato a Francesco Bruzzone, segretario ligure del suo partito, per farsi nominare nel cda della società. “Però quei cinquantamila che s’è preso se li è dimenticati”, dice amaramente (…), quando ormai si sente abbandonato da tutti e attaccato dagli avversatissimi maroniani. Il secondo, ben più consistente, è in entrata: “Un milione e mezzo di euro in un anno”, confida Bonet all’uomo della cricca in Fincantieri. Si chiama Stefano Lombardelli, lavora impiegato all’ufficio acquisti, dove si occupa di commesse militari. Si dimette lo scorso dicembre a seguito di una contestazione disciplinare, motivata da “rapporti troppo disinvolti con fornitori e clienti”, dicono fonti vicini all’azienda. E dal colloquio fra questi due personaggi che i carabinieri arrivano a ipotizzare un giro di mazzette: “Nella telefonata emergono gli affari e il ruolo strategico di Belsito in Fincantieri, il quale per agevolare la ditta Santaross spa, con sede legale in Villanova di Prata (Pordenone), veniva pagato regolarmente da questi, sotto la copertura di un contratto di lavoro. Difatti qualche giorno fa Belsito aveva ricevuto 15 mila euro da questi. E che Santarossa ha riferito di aver tirato fuori 1,5 milioni di euro nell’ultimo anno, per Belsito e per il duo amministratore e acquisti”. Siamo nella fase calante di un’amicizia ondivaga e spesso ambigua fra l’imprenditore Stefano Bonet e Francesco Belsito, che andava in giro con una delle Porsche dell’imprenditore. “Poi sai che prendeva i soldi da Santarossa”, dice Bonet a Lombardelli, quasi sdegnato. “Sì ma non solo da lui, prendeva anche il 50 percento di quello che tu davi a Fera (Francesco, avvocato calabrese di stanza a Genova)”, risponde l’altro. “Da Santaros sa veniva pagato con un contratto di lavoro”. “Quindi sostanzialmente ha un contratto mensile su base mensile regolare”. “Diciamo che posso dirtelo con precisione. L’amico di Pordenone dice di aver tirato fuori più di un milione e mezzo di euro nell’ultimo anno”. In ballo, scrivono i militari, c’è “la commessa di circa 200 milioni di euro che la società Orizzonti Sistemi Navali, composta da Fincantieri e SelexFinmeccanica sta realizzando”. C’è un intoppo però. Un uomo che sembra opporsi alla cordata: Alberto Maestrini, responsabile direttore della divisione militare. “L’ingegner Lauro (Alberto, responsabile progettazione navi militari, ndr) mi ha detto che ci sono un po’ di resistenze da parte di Maestrini”, spiega a Bonet un suo collaboratore, Luca Andrei. Lo scenario aperto dall’indagine sembra tratteggiare un flusso milionario fra politica e industria. Smentisce ogni coinvolgimento Fermo Santarossa, leader dell’azienda che avrebbe pagato le mazzette: “Non c’entro niente con questa storia. Non conosco Belsito, non l’ho mai nemmeno visto. Io avevo rapporti con la Polare, che aveva mi aveva presentato un progetto molto innovativo. Lavoro con Fincantieri da più di dieci anni e pensavo che la cosa potesse interessare anche loro, vista la crisi che c’è”. Nel suo “delirio di onnipotenza totale” (il copyright dell’espressione è sempre della cerchia di ex amici) Belsito avrebbe anche tentato un affare con il gruppo Malacalza: “Tra una cosa e l’altra si stava acquistando l’Argentina (verosimilmente l’hotel genovese)”. Episodio che viene smentito dal diretto interessato: “Non so neppure che faccia abbia Belsito – replica Vittorio Malacalza -. Non lo conosco, non conosco alberghi Argentina, non sono l’unico a chiamarsi Malacalza. E sono prontissimo a querelare”»;

Fincantieri è il tipico esempio di un’eccellenza italiana divenuta una piaga e forse il più emblematico ritratto “cancerogena” commistione tra potere politico ed economico,

si chiede di sapere:

quali siano le considerazioni del Governo su quanto riportato in premessa;

se il Governo non ritenga inaccettabile, in particolare, che in un momento di grandi difficoltà economiche per l’azienda, con centinaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro, ci sia qualcuno che, disinteressandosi totalmente del futuro della stessa, stia tramando solo per assicurare incarichi a persone che non hanno alcun titolo ed alcuna esperienza per svolgerli;

quali iniziative intenda assumere al fine di promuovere la rimozione con effetto immediato dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, alla luce di un gravissimo scandalo che ha portato uno dei più importanti complessi cantieristici navali d’Europa e del mondo alla devastazione, nonché in considerazione della malagestione caratterizzata da sistemi clientelari e privi di ogni forma di trasparenza che non possono garantire la continuità dell’azienda nella posizione di leader del settore;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di assicurare a Fincantieri una gestione interessata alla salvaguardia e allo sviluppo del Gruppo industriale investendo sul futuro della cantieristica e sulla difesa dei diritti dei lavoratori, nonché operandosi per tenere lontana la società dal quel mix di malagestione, clientelismo e incapacità che sta contribuendo ad affondarla, considerato che non è tollerabile fare speculazione politica a danno dei lavoratori.

Tratta ferroviaria Civitavecchia-Capranica-Orte

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07926
Atto n. 4-07926

Pubblicato il 11 luglio 2012, nella seduta n. 763

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

affinché l’Interporto di Orte, punto nevralgico della mobilità del Centro Italia, svolga in pieno la sua funzione, occorre che venga attuato il collegamento ferroviario, da un lato, con il Porto Tirreno e, dall’altro, con l’Adriatico;

per questo motivo la riapertura della ferrovia Civitavecchia-Capranica-Orte riveste una priorità assoluta;

si andrebbe così a configurare una tratta ferroviaria dei “Due Mari” vale a dire: Civitavecchia – Orte – Terni – Ancona;

considerato che:

nel 1961 la tratta ferroviaria Civitavecchia-Capranica-Orte è stata chiusa, a causa di una frana, nei pressi di Capranica;

aumenta ogni giorno il numero dei pendolari, lavoratori e studenti, dell’alto Lazio che si recano a Roma e in altri luoghi della Regione, subendo quotidianamente gravi difficoltà in termini di costi, orari e collegamenti;

l’Unione europea (UE) nel 2007 ha inserito questo tratto ferroviario nel quadro generale di sviluppo delle Reti transazionali europee;

l’Italfer, società del gruppo Ferrovie dello Stato, ha effettuato la progettazione preliminare e definitiva di questa linea ferroviaria, per verificare che tale tracciato abbia tutti i parametri richiesti;

risulta evidente che la riapertura di questa ferrovia non rappresenta solo una necessità per collegare il Tirreno con l’Adriatico e con il suo entroterra, ma è l’occasione storica per la promozione dello sviluppo economico dell’alto Lazio e pertanto del riequilibrio del territorio di Viterbo e della stessa Regione,

si chiede di sapere:

quale risulti essere ad oggi lo stato dell’arte per la riapertura della tratta ferroviaria;

quali risultino essere i tempi per la riapertura della tratta ferroviaria Civitavecchia-Capranica-Orte e, comunque, se sia possibile ipotizzare in tempi brevi la riapertura parziale del tratto Capranica-Orte;

se rientri nelle linee guida del Governo promuovere una maggiore mobilità e intermodalità ferroviaria e, in caso affermativo, quali siano le iniziative intraprese a riguardo.

Tribunale fallimenatre Roma-Ondaclear

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07927
Atto n. 4-07927

Pubblicato il 11 luglio 2012, nella seduta n. 763

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di un cittadino, E.M., che lamenta di essere vittima di irregolarità nello svolgimento della procedura fallimentare della sua società;

in particolare il cittadino sostiene che:

lo stato passivo ex art. 95 e 96 del regio decreto n. 267 del 1942, cosiddetta legge fallimentare, reso esecutivo in data 21 dicembre 1994, è stato formato in sua assenza, quale legale rappresentante della Ondaclear SpA, non essendo egli mai stato convocato e, quindi, in violazione delle citate disposizioni di legge;

dalla visione dei documenti fallimentari acquisiti nel 2007/2008 è emerso quanto segue: gli istituti di credito furono ammessi per complessive 3.778.523.835 lire con allegati documenti inidonei ad accertare il credito azionato corrispondente a 1.951.444,70 euro al lordo sia di circa 338.762 euro delle documentate simulazioni del credito sia della manifesta collusione per favoreggiamento emergente incontrovertibilmente in questo esposto tra i giudici delegati e i curatori succedutisi nel fallimento e gli istituti di credito ai danni del ceto creditizio e dei fideiussori;

il solo saldaconto fu allegato a tutte le istanze di ammissione al passivo nonostante detto documento non abbia valore probatorio del credito in sede fallimentare: così nella pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione n. 6707 del 18 luglio 1994 – sentenza antecedente alla data della esecutività dello stato passivo del 22 dicembre 1994 -, e nelle pronunce della Cassazione 2751/02, 12233/03, 14234/03, 7087/05; si esprime in senso analogo la circolare del 21 aprile 2007 del Tribunale di Milano, Sez. fallimentare. Nella verifica dei crediti bancari uniforma le disposizioni ai curatori per l’ammissione dei crediti bancari, prescrivendo che, per ottenere l’ammissione del proprio credito al passivo del fallimento del suo cliente-debitore, la banca deve documentalmente provare che: 1) il contratto da cui deriva il credito è stato stipulato per iscritto (l’art. 117 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993 (TULB) richiede infatti la prova scritta a pena di nullità); 2) il credito risulta dall’estratto conto integrale e non dal semplice saldaconto previsto dall’art. 50 del TULB;

inoltre, sempre in detto documento, si pone in evidenza ai curatori di azionare il recupero dell’anatocismo e delle commissioni di massimo scoperto (CMS) a giudizio dell’interrogante illecite. In particolare: a) Monte Paschi Factor (MPF), oggi Monte dei Paschi di Siena (MPS), è stato ammesso al passivo come da istanza per 787.846.824 lire (405.340 euro), affetta da simulazione del credito non rilevata in sede di verifica. Infatti, in data antecedente al deposito dell’istanza di ammissione al passivo fallimentare del 23 marzo 1994, il MPF incassò dal Comune di Catania unitamente all’importo di 114.736.623 lire (59.257 euro) non ceduto all’incasso, l’importo di 212.551.320 lire (109.774 euro) – valuta 22 febbraio 1994 – e non compreso nella istanza di ammissione al passivo. L’Istituto di credito si appropriò del primo importo senza titolo. La curatela non agì né nei confronti del MPF per appropriazione indebita né nei confronti del Comune di Catania per aver pagato a soggetto privo di titolo. In data 6 giugno 2008, il cittadino, con ricorso ex artt. 102 e 232 della cosiddetta legge fallimentare, respinto con sentenza n. 8455/10 Cron. 1909/10 Rep. 6554/10, chiese la revoca dell’ammissione al passavo del MPS. L’attuale curatore, dottor Leonardo Quagliata, previa autorizzazione del giudice delegato, si costituì per resistere al ricorso a difesa della MPS. Il giudice relatore è lo stesso giudice delegato che autorizzò la costituzione del fallimento con la conseguente soccombenza del cittadino; b) Banca Commerciale Italiana, oggi Intesa San Paolo (credito ceduto a Italfondiario SpA mandante di Castello Finance Srl), ha simulato il credito ammesso al passivo del fallimento. Infatti alla data del fallimento il credito della stessa ammontava a 173.857.305 lire (89.790 euro), compresi interessi, mentre fu ammessa al passivo come da istanza per 205.978.807 lire (106.379 euro). In data 6 giugno 2008, il cittadino, con ricorso ex citati artt. 102 e 232, respinto con sentenza n. 5672/10, Cron. 1459/10, Rep. 4498/10, ha impugnato l’ammissione della banca al passivo del fallimento; l’attuale curatore, dottor Leonardo Quagliata, previa autorizzazione del giudice delegato si è costituito per resistere al ricorso a difesa di Italfondiario SpA. Il giudice relatore è lo stesso giudice delegato che autorizzò la costituzione del fallimento con la conseguente soccombenza del cittadino; c) Banca di Roma, oggi UniCredit Banca SpA, ha simulato il credito ammesso al passivo per 1.441.293.318 lire corrispondenti a 744.365,88 euro. Il cittadino è venuto in possesso di un documento con cui UniCredit Banca SpA comunica al proprio legale che il credito è di 591.224 euro anziché di 744.365,88 euro ammesso al passivo, quindi, simulato per 153.141,88 euro;

il risultato negativo dei due precedenti ricorsi ha indotto il cittadino ad inviare al curatore in data 21 ottobre 2010 una raccomandata con ricevuta di ritorno con allegato il documento della simulazione invitandolo ad agire nell’interesse della massa creditizia con ricorso ex artt. 102 e 232 della cosiddetta legge fallimentare;

il curatore, dottor Leonardo Quagliata, ha riscontrato la raccomandata dichiarando che, in conformità al provvedimento reso in data 27 ottobre 2010 dal giudice delegato del fallimento, costituirebbe esplicita dichiarazione di falsità da parte del creditore ammesso e dunque determinerebbe la revoca ex citato art. 102 e la denunzia ex art. 232 della legge fallimentare rifiutarsi di agire conformemente alla disposizione del giudice delegato;

è seguita la contestazione del cittadino al curatore poiché questi, su conforme disposizione del giudice delegato, ha accordato, immediatamente prima della emanazione della sentenza di appello, una transazione a UniCredit Banca SpA riducendone il credito di 103.025,92 euro ottenuto dal fallimento con la sentenza di primo grado;

la legge fallimentare attribuisce al curatore la difesa del ceto creditizio e gli conferisce con l’art. 102, l’impugnazione dei crediti simulati. Il rifiuto ad agire, anche se conseguente a provvedimento del giudice delegato, dovrebbe determinare nei confronti del curatore la sanzione di cui all’art. 228 della legge fallimentare, salvo altre. L’operato del giudice delegato dovrebbe essere altresì sindacabile se dovesse rispondere al vero il citato provvedimento;

inoltre è stato omesso il recupero dell’anatocismo e delle CMS: in data 30 luglio 1999, il cittadino inviò al giudice delegato e al curatore lettera con allegate raccomandate con ricevuta di ritorno inviate a tutti gli istituti di credito, compresi gli istituti con i quali erano stati interrotti i rapporti negli anni 1992/93, chiedendo il ristoro degli interessi dell’anatocismo e delle CMS, interrompendo così il termine di prescrizione;

nel 2005 fu inoltrata una nuova richiesta con interruzione della prescrizione;

il precedente curatore, avvocato Eugenio Giovannetti, con mirato supporto della relazione del professor Antonio Caiafa, che escludeva la possibilità in capo al curatore di agire giudizialmente sia per il recupero dell’ingente importo degli interessi e delle CMS sia per la simulazione del credito, non avviò alcuna azione di recupero che il signor E.M. ha stimato, sommando le consulenze esplicitate dagli esperti incaricati nel ricalcolo degli interessi con i documenti bancari dal 1985 alla data del fallimento, eliminando l’anatocismo ed escludendo le CMS, in circa 1.760.614,68 euro;

in sede di accesso ai documenti fallimentari non si rinvennero nell’archivio societario del fallimento i documenti degli istituti di credito di data antecedente al 1985. È, quindi, possibile ritenere che la relazione fu mirata a “coprire” sia la distruzione dei documenti bancari antecedenti all’anno 1985 effettuata dal curatore sia l’assenza degli stessi dalle istanze di ammissione al passivo presentate dagli istituti di credito con il solo saldaconto;

con raccomandata del 4 marzo 2011 il cittadino invitò l’attuale curatore, dottor Leonardo Quagliata, a porre rimedio a tali irregolarità, ma nessuna azione è stata attivata,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno, alla luce delle irregolarità lamentate dal cittadino di cui in premessa, attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.

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