Imprese-stretta creditizia-ritardi pagamenti PA

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00501
Atto n. 2-00501

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la crisi sistemica prodotta dall’avidità dei banchieri è resa in Italia ancora più drammatica dal blocco dei fondi da parte del sistema bancario, che non eroga credito se non dietro garanzie reali di maggiore entità di quelle richieste, e dai ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, che dovrebbero onorare circa 80 miliardi di euro a piccole e medie imprese vessate dalle banche;

più volte i Ministri dell’economia e della finanze e dello sviluppo economico hanno promesso di sbloccare una situazione kafkiana, ma finora nessun seguito tangibile è stato onorato;

in un articolo pubblicato il 16 luglio 2012, Massimo Giannini vice direttore di “Repubblica”, dedica all’argomento un editoriale nella prima pagina di “Affari & Finanza” dal titolo: “Che fine hanno fatto i pagamenti dello Stato?”. Vi si legge: «A suo modo, anche questo è un tuffo nella Prima Repubblica. Sembra di rivivere la scenetta del povero Massimo Troisi, che ironizza sulla storica intemerata televisiva di Sandro Pertini nel dopo-sisma in Irpinia: “Chi ha rubato i soldi dei terremotati?”, chiedeva l’allora presidente della Repubblica, puntando il dito accusatore contro le telecamere. Dunque, oggi viene da chiedere: chi ha “rubato” i decreti sullo sblocco dei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione? Fin dal giorno di insediamento del nuovo governo, Corrado Passera aveva giustamente assunto un impegno formale: dobbiamo aggredire questa montagna, che vale tra i 60 e gli 80 miliardi, e cominciare a restituire alle imprese private questa enorme massa di pagamenti rinviati o congelati dallo Stato, al centro o in periferia. I tecnici si sono subito messi al lavoro, e hanno cominciato a studiare. Tra una promessa e l’altra, siamo arrivati al 22 maggio scorso, quando a Palazzo Chigi sono stati approvati tra squilli di tromba ben quattro decreti legislativi, presentati in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, dallo stesso ministro dello Sviluppo e dal non ancora promosso viceministro dell’Economia Vittorio Grilli. “Abbiamo dato finalmente una risposta a un problema che stava diventando veramente grave”, ha detto Passera con sacrosanta soddisfazione. “Possiamo realizzare un progressivo rientro dal debito commerciale accumulato dalla Pubblica Amministrazione, smaltendo uno stock di 20/30 miliardi già quest’anno”,ha spiegato Grilli con legittimo orgoglio. “I ritardi nei pagamenti hanno messo in crisi tante aziende, a volte le più piccole e innovative, che ora hanno bisogno di liquidità e di un carburante capace di riaccendere il motore della produttività”, ha chiosato Monti con enfasi solenne. Sembrava la svolta tanto attesa. La bellezza di “20/30 miliardi già da quest’anno”. Ben quattro decreti – come precisava il comunicato della Presidenza del Consiglio – di cui il primo “immediatamente operativo” (quello sulla certificazione dei crediti scaduti nei confronti delle Amministrazioni centrali) e il secondo da sottoporre rapidamente al parere della Conferenza Stato-Regioni (quello sulla certificazione dei crediti scaduti nei confronti degli enti locali). Gli imprenditori, alla canna del gas per gli effetti della recessione e del credit crunch, già ricominciavano a respirare un po’ d’ossigeno. Da allora sono passati due mesi, e di quei decreti (e quindi di quei pagamenti) si sono perse totalmente le tracce. Che fine hanno fatto? Il governo, se prende un impegno, deve onorarlo. Se non lo fa, non può sorprendersi se Squinzi e Camusso siglano il “patto di Serravalle”»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il progressivo rientro dal debito commerciale accumulato dalla Pubblica amministrazione, che secondo le promesse dell’attuale Ministro dell’economia doveva smaltire uno stock di 20/30 miliardi di euro già da quest’anno, sia rimasto lettera morta;

se i ritardi nei pagamenti che hanno messo in crisi tante aziende, a volte le più piccole e innovative, che ora hanno bisogno di liquidità e di un carburante capace di riaccendere il motore della produttività, per sbloccare, stando a quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio dei ministri, la bellezza di 20/30 miliardi di euro già da quest’anno, non siano stati ancora risolti e se la ragione riguardi la mancata copertura;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per onorare gli impegni assunti, restituire ossigeno alle imprese che potrebbero riattivare il circolo economico virtuoso, sensibilizzare le banche non solo con la moral suasion, ma con provvedimenti efficaci e stringenti strumenti legislativi per immettere sul mercato del credito, a disposizione delle imprese vessate, almeno il 40 per cento del 270 miliardi di euro che le banche italiane hanno ricevuto al tasso dell’1 per cento dalla Banca centrale europea, con prestiti triennali a tassi non eccedenti il 3 per cento.

Moody’s declassamento Italia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07960
Atto n. 4-07960

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in data 13 luglio 2012 Moody’s ha deciso di tagliare di due scalini il rating sui titoli di Stato italiani, portandoli a Baa2 da A3, mantenendo un outlook negativo;

Marco Lettieri e Paolo Raimondi per “Italia Oggi” del 14 luglio scrivono: «Questa volta tocca a Moody’s il compito di attaccare nuovamente e pesantemente la credibilità dell’Italia. In passato è sempre stata Standard & Poor’s, la più potente delle tre sorelle del rating, ad affondare per prima lo stiletto nella schiena della nostra economia. Ma oggi S&P ha seri problemi legali a seguito delle meritorie indagini della Procura di Trani»;

si legge ancora: «Moody’s ha declassato il nostro paese da A3 a Baa2 dandole anche un “outlook negativo” che indica un possibile ulteriore abbassamento! Tra le ragioni addotte vi sarebbero “l’erosione delle fonti di investimenti esteri”, il rischio di contagio proveniente dalla crisi greca e spagnola e il “clima politico” in relazione alle elezioni del 2013. Tali motivazioni ci sembrano di una assoluta banalità e dovrebbero far arrossire qualsiasi rigoroso analista economico. Sarebbe più serio dire che l’Italia merita comunque un bagno di sangue! Il clima politico? Certamente sappiamo che la strada della difesa dell’interesse nazionale e dell’Europa non è mai facile nel paese dei campanili. Ma che dire del clima di incertezza delle elezioni americane? E perché non ipotizzare, per esempio, che la Merkel potrebbe perdere le prossime elezioni tedesche? In quest’ottica si dovrebbe abbassare il rating a tutti. Sarebbe un’assurdità. Il rischio di contagio vale per tutti. Forse, oltre che per quelle spagnole, dovrebbe valere di più per le banche tedesche e francesi che sono tra le più esposte verso il debito della Grecia e della Spagna. Il contagio più devastante, secondo noi, è quello legato ai comportamenti della quarta banca al mondo, la Barclays Bank inglese, che fin dal 2005 ha manipolato il cosiddetto Libor. Il Libor, London interbank offered rate, è un frutto avvelenato della deregulation finanziaria che incide quotidianamente sui i tassi di interesse in ogni parte del mondo. In verità le indagini sulla manipolazione riguardano una ventina di banche internazionali tra cui la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America, la HSHB, la Royal Bank of Scotland, la Deutsche Bank, l’UBS e il Credit Suisse, la Bank of Tokio-Mitsubishi e la Sumitomo Mitsui. Il Gotha della finanza internazionale. La gravità della vicenda è enorme e giustamente il Financial Times ha paragonato le manipolazioni “all’equivalente finanziario dell’avvelenamento delle falde acquifere”. Si ricordi che il Libor influenza tutte le operazioni finanziarie per centinaia di trilioni di dollari, le ipoteche, i mutui sulle case, le carte di credito e i vari prodotti derivati. Dall’inchiesta delle autorità inglesi ed americane risulta che dal 2005 al 2007 la Barclays avrebbe fornito dati gonfiati. Mentre dal 2007 al 2009, nel mezzo della crisi finanziaria globale, avrebbe deliberatamente sottostimato il costo dei prestiti ottenuti dal sistema interbancario al fine di occultare la sua precaria posizione finanziaria. La manipolazione del Libor ha portato miliardi di dollari nelle casse delle banche e ha truffato e indebolito economie, imprese e famiglie. È per questo che la Barclays ha ammesso una sua “condotta sbagliata” e si è detta disposta a pagare una multa di 453 milioni di dollari pur di chiudere il caso ed evitare accuse penali e civili. C’è da chiedersi dove erano le integerrime agenzie di rating, le presunte “occhio di lince”, quando il Libor veniva manipolato con conseguenze drammatiche sui vari titoli di Stato e sugli spread. È comunque davvero sorprendente che la Moody’s esprima il suo giudizio negativo sull’Italia proprio mentre il primo ministro Mario Monti è negli Stati Uniti per discutere con i numero uno della Silicon Valley di cooperazione tecnologica e di investimenti. In quella sede naturalmente Monti cercherà di convincere gli investitori anche sui nostri titoli di Stato perché la quota dei Bot in mani straniere è scesa al 36% rispetto al 52% del 2010. Rispetto alla capacità di innovazione delle nostre imprese gli investimenti esteri dovrebbero oggettivamente essere maggiori. Certo non si può continuare con le lentezze burocratiche e giuridiche che mortificano l’iniziativa privata, sconsigliano investimenti esteri e rallentano le opere pubbliche. Monti ha recentemente parlato di un “percorso di guerra” per affrontare la crisi, non solo quella italiana. Ci auguriamo che in tale “percorso di guerra” egli sappia identificare i sabotatori, i demolitori ed anche gli strateghi della guerra psicologica rispetto ai quali qualsiasi misura di difesa risulta assai difficile. Così come è improcrastinabile intervenire contro la manipolazione del Libor, è altrettanto necessario, sia a livello europeo che internazionale, rompere “l’anello magico” che continua a garantire alle agenzie di rating credibilità e potere di influenzare pesantemente i mercati e le politiche economiche degli Stati»;

considerato che:

nel gennaio 2012 il Governatore della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, intervenendo a Strasburgo durante la seduta del Parlamento europeo, non ha nascosto il pericolo che si cela dietro le modalità con cui hanno operato le agenzie di rating, ha invocato l’apertura del mercato per stimolare la concorrenza sul rating e ha inoltre invitato Stati e istituzioni ad essere meno dipendenti dal loro giudizio: concetto, quest’ultimo, ribadito dal nuovo presidente del Parlamento europeo Martin Schulz poco dopo la sua elezione;

molto più dure erano state, in precedenza, le parole del Commissario europeo agli affari monetari Olli Rehn che, durante un’intervista a una rete televisiva finlandese, aveva in pratica dichiarato che le agenzie di rating fanno gli interessi del capitalismo finanziario americano, accusa non nuova a Bruxelles e nelle capitali europee ma mai avanzata prima in maniera così ufficiale ed esplicita;

se il ruolo del rating può essere ritenuto essenziale, per la sua funzione di termometro per gli investimenti, la credibilità delle agenzie di valutazione è stata inficiata da gravissimi errori compiuti in passato, culminati nell’assegnazione della tripla A ai cosiddetti titoli subprime, vale a dire i prodotti di debito costruiti sulla “bolla” speculativa del “mattone”, da cui ebbe origine il crollo mondiale della finanza. Errori dalle conseguenze disastrose, dovuti, secondo molti osservatori qualificati, alla mancanza di indipendenza e trasparenza ed ai numerosi casi di conflitto di interessi delle stesse agenzie;

sul terreno della prevenzione dei conflitti di interessi, oltre ad imporre una governance più autonoma ed una più efficace verifica delle procedure di valutazione, incidendo sugli attuali limiti di accesso per renderli più favorevoli ai nuovi entranti, ed ampliando le occasioni in cui sia possibile sanzionare sul piano civilistico le responsabilità delle agenzie, appare opportuno riflettere sulla possibilità di prevedere vincoli agli incarichi alle agenzie medesime, senza interferire nel contenuto delle analisi ma al fine di stabilizzare i mercati del credito e di rafforzare la fiducia degli investitori;

da tempo la magistratura italiana ha aperto un’inchiesta su Standard & Poor’s e Moody’s, accusate di aver manipolato il mercato con giudizi falsi, infondati o comunque imprudenti sul sistema economico-finanziario e bancario italiano, ipotizzando l’abuso di informazioni privilegiate per aver elaborato e diffuso, in determinate circostanze relative al 2011 ed a mercati aperti, notizie non corrette, comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico, finanziario e bancario italiano,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo intenda attivare nelle opportune sedi di competenza, anche in occasione dei vertici internazionali convocati nei prossimi giorni, per impedire che una consolidata “cricca” affaristico-finanziaria, composta da agenzie di rating, banche di affari (in primis Goldman Sachs e JP Morgan), fondi speculativi, in concorso tra loro e, a quanto risulta all’interrogante, anche con le distratte autorità vigilanti quali Consob ed European securities and markets authority (Esma), possano distillare quotidiane “pillole avvelenate” sui mercati, per determinare i corsi delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di Stato, con la finalità di conseguire enormi profitti, sulla pelle dei risparmiatori, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, vessati da quelle stesse banche, che, con i loro dolosi ed avidi comportamenti, hanno determinato la crisi sistemica e messo a repentaglio la solidità dell’euro e dell’Europa;

quali iniziative intenda intraprendere per favorire, con ogni azione di propria competenza, l’apertura del mercato e lo smantellamento dell’oligopolio di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, operazioni su cui il Parlamento europeo è impegnato, avviando una riforma del rating che consenta analisi trasparenti, in autonomia e consapevolezza nei confronti degli operatori economici, contribuendo così alla stabilizzazione dei mercati finanziari;

se non intenda attivarsi per la definizione, da parte dell’Esma e della Commissione europea, di ulteriori e più incisivi standard vincolanti per le agenzie di rating, con particolare riferimento a rigorosi criteri di trasparenza dell’assetto societario e alle tecniche di emersione, prevenzione e soluzione del conflitto di interessi;

quali iniziative voglia assumere al fine di implementare, agendo in particolare nelle sedi comunitarie ed internazionali a ciò deputate, gli obblighi relativi al set informativo necessario per la registrazione delle agenzie, le misure per assicurare il puntuale rispetto da parte degli analisti delle prescrizioni relative alla compliance con la normativa comunitaria, nonché gli obblighi riferiti alla completa disponibilità dei dati legati alla valutazione;

come intenda attivarsi per assicurare che siano applicati i requisiti già attualmente richiesti dalla legge vigente per l’operatività di tali soggetti nel territorio nazionale;

se non intenda inoltre adottare ogni attività al fine di favorire, in un contesto segnato da maggiore pluralismo e disponibilità di analisi, la creazione di un’agenzia di rating europea, indipendente e autorevole, nonché di implementare, con più incisività, sul piano giuridico il concetto di responsabilità per le conseguenze delle valutazioni errate delle stesse agenzie;

se, dopo lo scandalo della Barclays in Gran Bretagna relativamente alla manipolazione del Libor, che ha visto coinvolta anche una ventina di banche internazionali, non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di promuovere in sede internazionale una stretta alle regole del mercato bancario per evitare le manipolazioni degli indici e del Libor;

quali iniziative urgenti intenda attivare per verificare i comportamenti, anche penalmente rilevanti, quali la manipolazione dei mercati, tenuti da Barclays e da altre banche come Hsbc, Lloyds Banking Group e Royal Bank of Scotland, sulla base del dossier in mano all’americana CFTC (Commodity Futures Trading Commission), nonché da Deutsche Bank in merito alla manipolazione del tasso interbancario Euribor di riferimento per l’area euro, accertato che, se al Libor sono legati 350.000 miliardi di dollari di derivati su tassi e 10.000 miliardi di prestiti e mutui (dati di fine 2011), all’Euribor – oltre a un gigantesco ammontare per i mutui – sono legati prodotti derivati per 220.000 miliardi di dollari, come accertato dalla stessa CFTC, partendo dai contenuti di alcune e-mail di alcuni operatori in molti derivati intercettate nella sede di Barclays.

Enpam-irregolarità gestione patrimonio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00500
Atto n. 2-00500

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

lo scandalo che ha coinvolto l’Ente nazionale di previdenza ed assistenza dei medici e e degli odontoiatri (Enpam) ed alcuni avvisi di garanzia hanno indotto il consiglio d’amministrazione ad un opportuno rinnovo delle cariche, che sono tuttora in atto. Tuttavia l’interpellante ha avuto conoscenza dei seguenti fatti ed accadimenti nella gestione ed organizzazione del patrimonio della Fondazione Enpam e della società Enpam Real Estate (ERE) Srl incaricata dalla gestione dello stesso: 1) il dottor Cesare Umberto Bianchini, direttore generale dell’ERE (società distaccata dalla Fondazione Enpam), il 18 aprile 2012, giorno successivo alle perquisizioni effettuate in tutta Italia dalla Guardia di finanza sarebbe stato visto caricare in due autovetture svariati faldoni sotto gli uffici di Via Barberini, 3; 2) nella società ERE, con sede in Roma – via Barberini, 3, sarebbero stati assunti un considerevole numero di dipendenti ex GEFI/CIDS, società quest’ultima che ha gestito in modo scorretto, per due anni 2010-2011, il patrimonio dell’Enpam, sia dal punto di vista amministrativo che tecnico. Risultano gravi mancanze nella gestione delle locazioni che hanno creato una riduzione dei ricavi di circa il 30 per cento; 3) tra la fondazione Enpam e la GEFI/CIDS il contratto non sarebbe stato rinnovato per gravi ed evidenti inadempienze. Il rapporto è stato chiuso – pare non a caso – con una transazione di diversi milioni di euro a favore della GEFI/CIDS; 4) la ERE si occupa della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà della Fondazione Enpam ed è obbligata per l’affidamento degli appalti sia di lavoro che di servizi all’applicazione del codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. Il direttore generale dottor Bianchini e l’ingegner Marcello Maroder, direttore tecnico, gestirebbero l’intero patrimonio immobiliare in modo molto anomalo, violando palesemente quanto previsto dal citato codice. È possibile riscontrare nell’affidamento dei lavori una reiterazione degli stessi sempre alle medesime imprese e non sarebbe difficile verificare i collegamenti esistenti tra le suddette imprese e i citati dirigenti della ERE. Si chiarisce che ad operare sarebbero le stesse imprese che operavano in subappalto con la società GEFI/CIDS. In ultimo la gestione della contabilità di manutenzione ordinaria (diversi milioni di euro all’anno) sarebbe stata affidata totalmente ad un unico soggetto (geometra Stefano Damiano), ex dipendente GEFI/CIDS dove svolgeva lo stesso incarico con i risultati sopra descritti e che hanno creato notevoli danni all’Enpam; 5) i lavori di manutenzione del patrimonio immobiliare dell’Enpam sarebbero gestiti in modo clientelare dall’ERE nella persona del dottor Bianchini e dell’ingegner Maroder che hanno disposto incarichi di lavoro da affidare in modo diretto con tanti micro appalti, di importo mai superiore a 40.000 euro (trattasi di frazionamento d’appalto) e sempre alle stesse imprese, senza alcuna regolare gara d’appalto e con contratti redatti a consuntivo dei lavori stessi; 6) occorre far luce sul fatto che l’ingegner Luigi Antonio Caccamo (dirigente del Servizio investimenti immobiliari) sarebbe proprietario di immobili in zona Trastevere (Roma), realizzati da una delle società riconducibili al signor Antonio Pulcini, imprenditore con il quale l’Enpam, per il tramite del Servizio investimenti immobiliari, ha concluso numerose operazioni immobiliari, non tutte ad oggi oggetto delle indagini della Guardia di finanza, nonché sui rapporti clientelari che li legano; 7) occorre far luce sulle precedenti dismissioni del patrimonio immobiliare dell’Enpam (Roma “Via Val di Cogne”, Pescara, Firenze “Villa dell’Ombrellino”, Milano, Garbagnate Milanese (Milano), Pieve Emanuele (Milano), acquisite dal gruppo Pirelli per un valore, sembra non a caso, coincidente con quello minimo stabilito preliminarmente dal Consiglio d’amministrazione della Fondazione Enpam; 8) appare strano che avendo l’Enpam/ERE chiuso i rapporti con GEFI/CIDS siano presenti negli uffici con frequenza quasi settimanale alcuni dirigenti della società stessa (signor Giuseppe Michelan). Sembrerebbe che il sistema di gestione Enpam-GEFI/CIDS sia stato trasferito nella Enpam/ERE con gli stessi soggetti (l’ingegner Marcello Maroder gestiva il rapporto Enpam- GEFI/CIDS già dal 2010); 9) in ultimo nel 2000 il patrimonio della Fondazione Enpam veniva stimato in 35.000 miliardi di lire (circa 17 miliardi di euro), mentre ad oggi si stima il patrimonio in 10-11 miliardi di euro,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero che il dottor Cesare Umberto Bianchini, direttore generale dell’ERE (società distaccata dalla Fondazione Enpam), il 18 aprile 2012, giorno successivo alle perquisizioni effettuate in tutta Italia dalla Guardia di finanza, è stato visto caricare in due autovetture svariati faldoni sotto gli uffici di Via Barberini, 3 e che nella società ERE sono stati assunti un considerevole numero di dipendenti ex GEFI/CIDS società quest’ultima che ha gestito in modo scorretto, per due anni 2010-2011, il patrimonio dell’Enpam, sia dal punto di vista amministrativo che tecnico, con gravi carenze nella gestione delle locazioni che hanno creato una riduzione dei ricavi di circa il 30 per cento;

se risulti corrispondente al vero che tra la fondazione Enpam e la GEFI/CIDS il contratto non sarebbe stato rinnovato per gravi ed evidenti inadempienze, e quale sia la valutazione del Governo sul fatto che sia stato chiuso con una transazione di diversi milioni di euro a favore della GEFI/CIDS;

se risulti rispondente al vero che la ERE si occupa della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà della Fondazione Enpam ed è obbligata per l’affidamento degli appalti sia di lavoro che di servizi all’applicazione del codice di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006, e che il direttore generale dottor Bianchini e l’ingegner Marcello Maroder, direttore tecnico, gestiscono l’intero patrimonio immobiliare in modo molto anomalo, violando palesemente quanto previsto dal citato codice;

se risponda a verità che nell’affidamento dei lavori vincano sempre le medesime imprese che operavano in subappalto con la società GEFI/CIDS e quali risultino essere i collegamenti esistenti tra le suddette imprese e i citati dirigenti della ERE;

quali risultino essere i criteri per affidare la gestione della contabilità di manutenzione ordinaria (diversi milioni di euro all’anno) totalmente ad un unico soggetto (geometra Stefano Damiano), ex dipendente della GEFI/CIDS, dove svolgeva lo stesso incarico con risultati non soddisfacenti, anzi con notevoli danni all’Enpam;

se risulti vero che i lavori di manutenzione del patrimonio immobiliare dell’Enpam sono gestiti in modo clientelare dall’ERE nella persona del dottor Bianchini e dell’ingegner Maroder che hanno disposto incarichi di lavoro da affidare in modo diretto con tanti micro appalti, di importo mai superiore a 40.000 euro (trattasi di frazionamento d’appalto) e sempre alle stesse imprese, senza alcuna regolare gara d’appalto e con contratti redatti a consuntivo dei lavori stessi;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare, in merito a fatti e circostanze gravissime, che mettono a rischio la sostenibilità pensionistica del maggiore Ente, per restituire trasparenza e credibilità all’Enpam sconvolto da anomale attribuzioni e dalle inchieste giudiziarie, anche per salvaguardare il futuro pensionistico degli aderenti.

Diminuzione spiagge libere

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07959
Atto n. 4-07959

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

Giovanni Valentini scrive per “la Repubblica” del 14 luglio 2012 sul fenomeno dell’aumento del numero delle spiagge libere date in concessione;

si legge nell’articolo: «Sono un bene comune, ma costituiscono un affare privato. Anche se appartengono giuridicamente allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, le spiagge italiane vengono sfruttate – sul piano ambientale ed economico – da 30 mila aziende titolari delle concessioni demaniali con un esercito di 600 mila operatori, compresi quelli dell’indotto. Dal 2001 a oggi, gli stabilimenti sono più che raddoppiati, passando da 5.368 a circa 12 mila, fino a occupare 900 chilometri di costa: un quarto di quella adatta alla balneazione, su un totale di ottomila chilometri. In pratica, uno ogni 350 metri, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadrati. A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi dichiarati dai gestori (i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti. È contro lo sfruttamento intensivo di questo patrimonio pubblico che il Wwf diffonderà oggi un nuovo dossier, presso la Riserva naturale delle Cesine, in Puglia, sulla costa salentina. Contemporaneamente, inizieranno i lavori di bonifica e rimozione dei rifiuti stratificati da anni lungo l’arenile, al confine dell’area. In poche settimane, la spiaggia tornerà così al suo originario splendore. “Questa è una giornata importante che ci permette di ringraziare tutti gli italiani, gli amici e i partner che hanno contribuito alla campagna “Un mare di Oasi per te”, presentando il risultato concreto della loro partecipazione”, dice Gaetano Benedetto, direttore delle Politiche ambientali dell’associazione. E ora il Wwf chiede di condividere con la Regione e gli altri enti locali un progetto di manutenzione costante, per garantire la bellezza e la vivibilità della spiaggia. Un fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri. In un periplo ideale della Penisola, il Wwf presenta un check-up generale delle spiagge nelle quindici regioni costiere italiane. L’associazione ambientalista ha accertato così che nella maggior parte dei casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping e diventa quindi impraticabile. La Regione più virtuosa risulta la Puglia, con una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede. Qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Eppure, dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi – che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein – impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza. Evidentemente, una spiaggia assegnata in concessione a un privato per mezzo secolo non sarà mai più pubblica né tantomeno libera»;

considerato che:

si apprende da notizie di stampa, ad esempio da un articolo pubblicato su “Nuovo Paesesera” il 14 luglio, che la Spiaggia di Castel Porziano, la spiaggia dei romani, che il Presidente della Repubblica Saragat donò ai cittadini della capitale, l’ultimo baluardo dell’accesso libero al mare e splendido esempio di dune mediterranee del Comune di Roma viene regalato ai privati;

infatti, con una determina dirigenziale del 2 maggio 2012, il XIII Municipio dà all’associazione “Pro Locum Ostium Paradise Beach”, individuata a seguito “indagine informale”, la concessione di 250 metri di arenile della spiaggia di Castel Porziano nel tratto confinante con la tenuta del Presidente della Repubblica, tratto di spiaggia interdetto alla balneazione a causa dell’inquinamento prodotto dal Canale Palocco;

si legge nell’articolo citato, tra l’altro, che «La destra del tredicesimo Municipio continua nella sua politica di svendita di fine stagione»;

sono numerose le manifestazioni di associazioni e cittadini organizzate per difendere il loro diritto di accesso alla battigia senza pagare, considerato che la costa demaniale è un bene comune da tutelare per la fruizione collettiva e interesse pubblico;

ogni anno lo spazio concesso a chi non ha voglia di pagare l’accesso al mare si fa sempre più angusto, sporco e lontano, nonostante l’obbligo di lasciare un po’ di respiro alla spiaggia libera,

si chiede di sapere:

quali siano i motivi per cui i Comuni continuano ad esercitare questo arbitrio ai danni del territorio e dei cittadini, continuando a “regalare” tratti di spiagge ai privati, impoverendo la collettività di beni ambientali e risorse economiche;

come vengano gestite le gare per la gestione dei servizi balneari e i relativi bandi di affidamento ai privati delle spiagge libere e se questi bandi, in alcuni comuni, non siano ideati al fine di regalare alle solite “famiglie” i pochi tratti rimasti aperti e trasformarli, anche questi, in spiagge chiuse;

come siano regolate le concessioni per la gestione dei punti vendita insistenti sulla spiaggia, considerato che i vecchi chioschi sono cresciuti a dismisura, se tale crescita sia stata autorizzata; se siano state registrate le concessioni notarili, se per tali concessioni sia previsto un canone e se tale canone sia adeguato;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere in difesa delle spiagge libere, perché è diritto di ogni cittadino accedere al mare ed ogni cittadino ha il diritto di balneazione visto che le spiagge sono un bene comune che, però, viene tolto ogni giorno di più agli aventi diritti attraverso un processo di privatizzazione e cementificazione.

Deragliamento Treno a Bologna

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07958
Atto n. 4-07958

Pubblicato il 16 luglio 2012, nella seduta n. 766

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che il 14 luglio 2012 è deragliato nei pressi di Bologna il treno interregionale Rimini-Voghera;

si legge su “LaStampa.it”, in un articolo pubblicato lo stesso giorno: «Tra i circa 350 passeggeri che viaggiavano questa mattina sul treno interregionale 2855 Voghera-Rimini deragliato nei pressi di Lavino di Mezzo, a pochi chilometri da Bologna, si registrano numerosi contusi ed un ferito non grave. Lo ha comunicato il comando dei carabinieri che è intervenuto sul luogo dell’incidente. Secondo le prime ricostruzioni dell’Arma, questa mattina, alle 9,30, nel Comune di Anzola dell’Emilia all’altezza di via Chiesolino di Lavino di Mezzo, il treno che percorreva la tratta ferroviaria in prossimità di Bologna, composto da sei carrozze più locomotore, è fuoriuscito dai binari per ragioni in corso di accertamento ed è al momento inclinato di circa 45 gradi sulla massicciata. Sono in tutto 26 le persone lievemente ferite (25 in “codice 1″ e 1 in “codice 2″) che sono state trasportate in diversi ospedali di Bologna; altre persone contuse sono state assistite sul posto. Lo ha comunicato la Prefettura di Bologna che sta provvedendo al coordinamento delle attività di assistenza e soccorso ai passeggeri. Per l’assistenza con generi di conforto (acqua e bevande), è stato attivato, tramite il Centro operativo regionale, il volontariato di Protezione civile, mentre Trenitalia ha garantito il trasporto con navette dei circa 300 passeggeri alla stazione di Bologna Centrale per poter proseguire il loro viaggio. Sul posto personale della Polizia di Stato con la specialità della Polizia Ferroviaria, dell’Arma dei Carabinieri, dei Vigili del Fuoco e del 118 hanno portato i primi soccorsi»,

si chiede di sapere:

quali siano le reali cause dell’incidente ed in particolare se esso dipenda da fattore umano o tecnico;

quali siano stati, in dettaglio, gli investimenti o gli interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria degli ultimi cinque anni lungo la linea Rimini-Voghera;

quali siano le misure che il Ministro in indirizzo intende intraprendere per avviare attente verifiche al fine di attuare disposizioni urgenti per il controllo dei dispositivi tecnici che garantiscano un alto livello di sicurezza nelle stazioni ferroviarie italiane, onde garantire che incidenti di questo tipo non accadano più;

quali misure di competenza intenda porre in essere nei confronti di Trenitalia e RFI per migliorare l’infrastruttura e lo standard dei servizi offerti alla clientela, nonché per garantire la sicurezza dei passeggeri, esposti alle carenze che periodicamente emergono nelle strutture e negli apparati della rete ferroviaria.

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