Tetto stipendi manager

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00504
Atto n. 2-00504

Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che:

in data 17 aprile 2012 è entrato in vigore il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, recante “Limite massimo retributivo per emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali” (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 89 del 16 aprile 2012);

il decreto, adottato in attuazione dell’art. 23-ter del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, fissa il livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo degli emolumenti spettanti a ciascuna fascia o categoria di personale che riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali, di cui all’articolo l, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché a quelli in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo;

pertanto il trattamento economico annuale complessivo non potrà superare quello spettante al primo Presidente della Corte di cassazione, pari nell’anno 2011 a 293.658,95 euro;

secondo tale decreto, inoltre, per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25 per cento del loro trattamento economico fondamentale;

tali somme così sbloccate confluiranno nel fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato;

l’articolo 3, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, sancisce che ai fini dell’applicazione della disciplina, «sono computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all’interessato a carico del medesimo o di più organismi, anche nel caso di pluralità di incarichi conferiti da uno stesso organismo nel corso dell’anno», stabilendo l’obbligo di produrre tali dichiarazioni entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del decreto;

considerato che:

per alcuni dei dipendenti interessati ciò comporterà una forte variazione in termini economici. Perché tra le decine di manager pubblici il cui stipendio “oltrepassa” quello del primo Presidente di Cassazione (291.000 euro all’anno), ce ne sono alcuni che guadagnano il doppio. A quanto risulta all’interrogante a guidare la classifica è il capo della polizia Antonio Manganelli, che porta a casa ogni anno la bellezza di 621.253 euro lordi; secondo, anche se piuttosto staccato, è il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio con 562.331 euro; chiude il “podio” l’ex capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, con 543.954 euro. Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del Ministero dell’economia e delle finanze, arriva a 536.906 euro. Il primo dei militari presenti in classifica è il capo di Stato maggiore della difesa, Biagio Abrate, che guadagna 482.019 euro; il direttore generale dei Monopoli di Stato, Raffaele Ferrara, 481.214 euro; il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giuseppe Valotto, 481.021; il collega della Marina, Bruno Branciforte, 481.006. Restando in campo militare, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Leonardo Gallittelli, si ferma a 462.642 euro; prima di lui, nella classifica, i tre presidenti di Authority (Giovanni Pitruzzella dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Corrado Calabrò dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Pier Paolo Bortoni dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas) a 475.643 euro all’anno. Seguono il segretario generale dell’Aeronautica Giuseppe Bernardis con 460.000 euro, il segretario generale della difesa Claudio de Bertolis con 451.000 e il segretario generale degli esteri, Giampiero Massolo, con 412.000. Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi, tutti dell’Autorità per l’energia, prendono 396.000 euro;

come noto “la Casta” è il titolo di un libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, pubblicato nel 2007, che metteva in luce, tramite il desueto strumento del giornalismo d’inchiesta, sprechi e ruberie del sistema politico italiano a tutti i livelli, dal Parlamento ai Comuni;

il libro è riuscito ad alimentare il già diffuso disprezzo dell’opinione pubblica nei confronti del sistema politico e di una classe politica definita “casta”, etichetta applicata a chiunque eserciti attività politica a qualunque titolo, e, d’altro lato, a ridurre l’attenzione alla razionalizzazione del sistema politico-istituzionale al puro e semplice dato economico;

la classe politica è caduta così in basso perché non è stata in grado di dare soluzioni ai problemi del Paese, dei cittadini impoveriti e delle famiglie taglieggiate da banche, monopoli ed oligopoli, che secondo alcune stime, solo con il pretesto dell’euro, hanno sottratto dal 2002 ben 200 miliardi di euro dalle tasche di tutti coloro che hanno subito prezzi e tariffe, a vantaggio di coloro che hanno avuto la possibilità di determinarli, a prescindere dalla qualità dei servizi, anche di origine pubblica o semi-pubblica, deteriorati, specie nel settore dei trasporti;

la classe politica quindi è diventata il capro espiatorio anche per l’incapacità di ribellarsi alle campagne scandalistiche, ma soprattutto per aver subito, in silenzio, le direttive della burocrazia anche di tipo ministeriale, che si è messa al riparo da tagli e politiche di sacrifici sempre a spese delle famiglie e dei consumatori utenti, oggetto di una pressione fiscale senza precedenti;

scrivono Stefano Feltri e Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano” del 17 luglio 2012: «Sono ricchi, talvolta ricchissimi, hanno storie diverse, alcuni lavorano tantissimo, altri hanno solo cariche di rappresentanza ma ben remunerate. Ma hanno tutti una cosa in comune: lavorano per la Pubblica amministrazione. Grazie a una legge del 1982, ogni anno i “titolari di cariche elettive e direttive di alcuni enti”, cioè manager scelti dalla politica per guidare pezzi del potere economico statale o parastatale, devono rendere nota la loro dichiarazione dei redditi dell’anno precedente e la loro situazione patrimoniale, le auto che possiedono e le società di cui hanno azioni. Attenzione: si parla dei redditi complessivi, non degli stipendi pagati dalla pubblica amministrazione (anche se per molti le due cose coincidono, soprattutto per quelli al vertice di istituzioni che rendono incompatibili gli incarichi privati). Dal bollettino pubblicato ieri sui redditi 2010 che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare emerge uno spaccato della società italiana, il racconto di chi sono i veri ricchi di questo Paese (almeno i veri ricchi che non evadono, o quasi). Nell’elenco compaiono alcuni politici, tipo Piero Fassino (128.191 euro) o Matteo Renzi (109.573 euro) in quanto presidenti di fondazioni locali, a Torino il teatro Regio, a Firenze il Maggio Fiorentino. Gianni Alemanno, citato in quanto presidente della Fondazione teatro dell’Opera di Roma, dichiara 152.055. Ma sembrano indigenti a confronto degli altri. Gli stipendi più alti si trovano nella prima linea delle società controllate dal Tesoro, nomi poco conosciuti al grande pubblico ma strapagati: guadagna 727.170 euro Domenico Arcuri, amministratore delegato di quell’Invitalia che aveva scelto lo squattrinato Massimo Di Risio per rilevare la Fiat di Termini Imerese (ora è stato scaricato da tutti, dopo aver fatto perdere un anno di tempo). Il vicepresidente di Fintecna, società che sta passando dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, Vincenzo Dettori, dichiara 392.392 euro. Mentre i due vertici della Cassa depositi e prestiti sono su un altro ordine di grandezza: il presidente Franco Bassanini ha un reddito di 567.262, l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini 1.925.997. Ci sono anche figure di cui ci eravamo un po’ dimenticati: a fine 2011 il professor Augusto Fantozzi si è dimesso da commissario straordinario di Alitalia, incaricato di liquidare quel che restava della bad company, ma per il 2010 ha dichiarato un reddito di 3.686.272. Il suo compenso per l’attività di commissario è sempre stato misterioso e tuttora non sappiamo quanta parte di quei 3,6 milioni sia dovuta a tale attività. Il suo successore Stefano Ambrosini, che nel 2010 ancora non era subentrato a Fantozzi, si ferma a 957.379. L’ex leghista Dario Fruscio è stato per anni nel cda dell’Eni, poi è passato all’Agea, la società che gestisce i finanziamenti all’agricoltura, Umberto Bossi lo aveva rimosso e lui è riuscito a riprendersi la poltrona a colpi di ricorsi al Tar: deve essere ben pagata, visto che nel 2010 Fruscio ha dichiarato 1.048.478 euro. Un altro manager di area leghista, il varesotto Giuseppe Bonomi, alla Sea che gestisce l’aeroporto di Malpensa, dichiarava 919.847 euro. Nel rapporto curato dalla presidenza del Consiglio ci sono anche curiose eccezioni verso l’alto e verso il basso. L’imprenditrice milanese Diana Bracco, che figura in quanto presidente di Expo 2015, ha un reddito di 5,6 milioni di euro, ma non stupisce più di tanto, è noto che il suo gruppo sia redditizio. Sorprende invece un po’ la situazione di Mauro Cipollini, amministratore delegato di TechnoSky, una controllata dell’Enav, l’ente nazionale per l’aviazione civile che è finito al centro di alcune inchieste per presunte tangenti. Cipollini nel 2010 ha dichiarato soltanto 3.987 euro. Eppure nel 2007 ha comprato una Mini Cooper e l’anno successivo, nel 2011, immatricola una Porche Cayenne. Altra curiosità: nell’elenco c’è perfino il professor Francesco Alberoni, un tempo guru della sociologia all’Università di Trento oggi pensionato ed editorialista (nel 2010 ancora al Corriere della Sera) e presidente del Centro sperimentale di cinematografia: reddito da 396.389 euro. Chi lavora alla Rai e alla Banca d’Italia ha redditi decisamente superiori. L’ex presidente della tv pubblica, il giornalista Paolo Garimberti, nel 2010 guadagnava 670.304 euro, l’allora direttore generale Mauro Masi ne dichiarava quasi altrettanti, 695.466, la sua sostituta Lorenza Lei si fermava a 424.106. Alla Banca d’Italia nel 2010 il più ricco era Mario Draghi, allora governatore, con 1,021 milioni di euro. Il suo direttore generale, Fabrizio Saccomanni, che ora potrebbe essere riconfermato dopo aver sfiorato la nomina a governatore, non se la passava tanto peggio: 838.596 euro. Ignazio Visco, suo vice all’epoca e oggi governatore, dichiarava la metà ma comunque cifre consistenti: 405.201 euro. Poi c’è Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e di cui tutto è noto, visto che è quotata in Borsa. O meglio, sono noti gli stipendi dei suoi top manager ma non le loro dichiarazioni dei redditi. Eccole: nel 2010 Giuseppe Orsi, oggi presidente, dichiarava 1,654 milioni, l’allora presidente Pier Francesco Guarguaglini 5,5 milioni, Giorgio Zappa e Alessandro Pansa, entrambi con la carica di direttore generale, avevano rispettivamente un reddito di 2,5 e 2,6 milioni. (…) Qualche mese fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, reddito 2010 da 1,36 milioni, si era detto sicuro che nel 2013 avrebbe dichiarato soltanto i 294 mila euro previsti dal governo»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012 copra tutte le cariche direttive;

se le disposizioni approvate di cui al citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri abbiano ottenuto gli effetti desiderati in tema di riduzione degli stipendi e, in caso affermativo, a quanto ammontino le minori spese a carico della finanza pubblica conseguenti alla riduzione.

Imu-Fondazioni bancarie

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07983
Atto n. 4-07983

Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si legge su un lancio di agenzia dell’Asca del 12 luglio 2012 che «Fondazione Cariplo fa sapere di aver pagato l’Imu. In un comunicato spiega infatti che ”in quanto soggetto non profit la Fondazione Cariplo, come del resto tutte le fondazioni di origine bancaria, è sottoposta al regime fiscale degli enti non commerciali e non gode di alcun regime specificatamente favorevole in relazione all’imposta municipale unica. E infatti Fondazione Cariplo lo scorso giugno ha pagato regolarmente la prima rata per un importo complessivo di 22.732 euro e, stando alla normativa in essere, la seconda rata sarà di importo uguale o superiore alla prima, sulla base delle decisioni che assumerà il Comune di Milano. È l’occasione per dimostrare coi fatti – si legge nel comunicato – che per mesi è stata fatta una costante e pretestuosa disinformazione in materia di Imu, sostenendo che le fondazioni di origine bancaria non l’avrebbero pagata per favoritismi nei loro confronti, suscitando così tra le persone sdegno e disagio verso chi, come Fondazione Cariplo, opera invece per il bene comune»;

Franco Bechis su “Libero” del 12 maggio racconta di una cittadella fatta di molti palazzi, che non pagherà l’Imu allo Stato centrale;

si legge infatti: «La cittadella è in realtà sparsa un po’ in tutta Italia, perché si tratta delle partecipazioni immobiliari dirette di tutte le fondazioni bancarie. Quelle grandi e grosse che sono dietro ai principali gruppi del credito italiano, come la Fondazione Cariplo e la Compagnia di San Paolo di Torino (Banca Intesa-San Paolo) o la fondazione della cassa di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona (Unicredit). Ma ci sono anche le piccoline, nate alle spalle di una cassa di risparmio locale talvolta inglobata in gruppo più grande, altre volte rimasta solitaria sul territorio di origine. Le fondazioni hanno ben più di quei 1.572 immobili censiti dalla banca dati dell’Agenzia del catasto, perché molte di loro hanno costituito società immobiliari strumentali: “Queste ultime però non possono beneficiare di alcuna esenzione totale ai fini dell’Imu e quindi non sono state considerate nel calcolo della cittadella a prova di fisco. Anche per i 1.572 immobili il regime fiscale è diversificato. (…) Alcuni godono solo di agevolazioni comuni ai palazzi storici, perché le fondazioni bancarie spesso hanno la sede principale nei palazzi originari delle banche poi confluite in grandi gruppi. Sono esentasse, e quindi non pagano un centesimo di Imu, tutti gli immobili utilizzati dalle fondazioni per quella che loro chiamano “l’esercizio dell’attività filantropica”, e cioè per finalità sociali e culturali come non si stanca di precisare il direttore generale dell’Acri, Giorgio Righetti. Questo è il punto più controverso della vicenda, che in queste settimane ha alimentato numerose polemiche. Perché il fine dell’utilità sociale e dello sviluppo del territorio assegnato alle fondazioni per renderle omogenee a tutti gli enti non commerciali, si trasforma inevitabilmente in un ombrello assai largo per mettere al riparo dello sguardo indiscreto del fisco troppe attività. Agevolazioni fiscali per altro sono già previste dalla legislazione vigente per gli investimenti nelle attività stesse, e a questo vantaggio che già premia la quota di patrimonio investita in utilità sociale, si aggiunge in modo meno comprensibile anche l’esenzione Imu per l’immobile strumentale. Le polemiche sul regalo alle Fondazioni bancarie si sono moltiplicate quando nell’aprile scorso il governo di Mario Monti ha bocciato un emendamento parlamentare trasversale che sopprimeva l’esenzione Imu per le fondazioni, sostenendone l’incostituzionalità e proteggendo i banchieri piuttosto degli anziani ricoverati in ospizio, che verranno invece tassati sugli immobili di proprietà. Monti ha sostenuto che è impossibile per il fisco raggiungere la cittadella della cuccagna bancaria, perché si farebbe loro torto rispetto agli altri enti non commerciali: enti religiosi, onlus, associazioni (come l’Arci) varie. Certo per provare la reazione della Corte costituzionale di fronte a questa presunta disparità, bisognerebbe provare a tassare le fondazioni bancarie. Prima si incassa e poi si vede. Una differenza rispetto a tutti gli altri enti non commerciali è evidente non solo al cittadino comune. Gli enti non commerciali non hanno modo di fare soldi per altra via, quindi si detassa una attività benefica a chi non ha entrate diverse dalla generosità dei propri associati e benefattori. Le fondazioni bancarie, nonostante lo spirito originario della legge che diede loro vita fosse quello di separarle definitivamente dagli istituti di credito, hanno ancora floride partecipazioni nelle banche conferitarie. È cosi nella stragrande maggioranza dei casi: delle 88 fondazioni esistenti solo 18 non hanno partecipazioni negli istituti di credito. Per 70 è ancora così. E di queste 15 hanno ancora la proprietà assoluta della banca (più del 50% diretto). Le altre 55 hanno partecipazioni inferiori alla maggioranza, ma di fatto sono le padrone delle banche unendo le loro partecipazioni (caso lampante quello di Unicredit). (…) Nel 2010 dalle loro partecipazioni bancarie, in un anno definito di crisi, le fondazioni hanno ricevuto proventi per 1,98 miliardi di euro. Quale ente religioso, quale associazione benefica, quale onlus può contare su questa entrata annuale (nel 2009 ammontava a ben più di 2 miliardi) per avere diritto alla detassazione Imu in aggiunta alle agevolazioni fiscali già previste per gli investimenti di utilità sociale? La vera disparità che la Corte costituzionale dovrebbe sanare è proprio questa. Riportando la cittadella della cuccagna sotto l’alveo del fisco. E tassando con l’Imu (che poi non sarebbe una tragedia: porterebbe via loro una decina di milioni di euro) tutti gli immobili delle fondazioni bancarie indipendentemente dalla attività ivi svolta. E avrebbe dovuto farlo il governo per primo. Impossibile però chiederlo a Monti, il premier portato a palazzo Chigi dalle banche e dalla grande finanza. Hanno sempre più ragione quelli che descrivono un governo tecnico duro e forte con i deboli, debole e impaurito con i forti»;

considerato che:

le fondazioni bancarie, in quanto azioniste degli stessi istituti di credito, non possono essere considerate alla stregua di associazioni benefiche e non devono, a giudizio dell’interrogante, quindi poter godere delle stesse agevolazioni sul pagamento dell’Imu;

a giudizio dell’interrogante, prima della beneficenza, bisognerebbe pagare le tasse. Le fondazioni beneficiano tutte dello status di enti non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili usurati che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, risulta essere solo restituzione del maltolto;

i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed isole solo il 2 per cento (fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, ne risulta spiegata l’anomalia;

la fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del gruppo Intesa Sanpaolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi;

i sacrifici dovrebbero esser fatti in ragione della capacità contributiva di ognuno soprattutto in un periodo di crisi economica come quello attuale,

si chiede di sapere:

quali iniziative legislative il Governo intenda promuovere affinché le fondazioni bancarie, che realizzano un giro di affari di miliardi di euro, siano chiamate a pagare l’imposta comunale sugli immobili anche rivedendo la normativa varata a suo tempo per avvantaggiare particolari enti non commerciali e a scopi assistenziali attraverso specifiche esenzioni del pagamento dell’imposta medesima;

quali misure urgenti intenda adottare per rendere più eque le normative fiscali per la generalità delle imprese e dei normali cittadini, evitando di discriminare i contribuenti privilegiati come le fondazioni bancarie e le stesse banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti penalizzati, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

Fondazioni bancarie-Dichiarazione Ministro Grilli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07982
Atto n. 4-07982

Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

a Predazzo, nel corso di un convegno del 23 giugno 2012 organizzato dalla fondazione Caritro alla Scuola alpina della Guardia di finanza, dal titolo “Le fondazioni quale bene originario delle comunità locali”, sono intervenuti il Vice Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore, Vittorio Umberto Grilli, l’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, il presidente dell’Acri (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), Giuseppe Guzzetti e la Magnifica comunità di Fiemme, fondazione trentina dalla storia secolare;

in quell’occasione l’allora Vice Ministro ha espresso un giudizio molto positivo sull’operato delle fondazioni bancarie e sulla guida loro offerta dall’Acri, l’Associazione che le riunisce (come si legge su “La Voce.info” del 26 giugno 2012, Grilli avrebbe asserito «le fondazioni sono rigorose e solidali al tempo stesso e, grazie alla leadership di Guzzetti, hanno capito che devono lavorare insieme»). Fondazioni un elemento di certezza per il sistema bancario italiano, secondo Grilli: una posizione che vede sullo stesso fronte il massimo rappresentante del Tesoro e quello delle associazioni bancarie, Guzzetti, come ha sottolineato Bazoli (si veda ancora l’articolo citato);

a riguardo Boeri e Guiso scrivono una lettera aperta al ministro Grilli su “la Repubblica”: «La sua valutazione sembra però in contrasto con un insieme di indicatori che si sono andati cumulando sull’operato delle fondazioni di origine bancaria, non ultimo un recente studio di Mediobanca che ha cercato di rendere un po’ più trasparente il mondo delle 88 fondazioni bancarie associate all’Acri con una analisi sistematica del loro modello. Secondo questo studio, le fondazioni sono tuttora le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante la legge prevedesse da tempo la loro graduale fuoriuscita dal capitale delle stesse e la incentivasse fiscalmente. Questa concentrazione ha fatto precipitare i rendimenti degli investimenti delle fondazioni rispetto a indici rappresentativi di portafogli ben diversificati sovraesponendole ai rischi che si sono poi materializzati negli ultimi due anni. Oggi le fondazioni hanno visto crollare le loro entrate – fonte unica della loro attività – dato che le banche non sono più in condizione di distribuire dividendi; allo stesso tempo hanno visto impoverire il loro patrimonio, la cui conservazione è l’unico presidio a garanzia della sostenibilità delle loro attività. Indicativo il caso della Fondazione Monte Paschi, che si è indebitata per partecipare all’aumento di capitale Mps e sembra avere i giorni contati dato che la banca conferitaria dovrà nei prossimi anni destinare 350 milioni di utili a ripagare i Tremonti bonds. Ma non è l’unica. Per esempio, la fondazione Banco di Sicilia ha perso quasi 1/3 del suo valore proprio a causa della concentrazione in Unicredit della sua dotazione. Ma i limiti gestionali delle Fondazioni erano visibili anche prima della crisi; la crisi li ha solo portati alla luce e magnificati. Per molte fondazioni bancarie i costi di struttura superavano abbondantemente la metà del valore delle erogazioni; in alcune eccedeva l’80 per cento (ad esempiola Fondazione Cassadi Risparmio di Calabria e Lucania: 87%), Fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni (91%), Fondazione Cassa di Risparmio di Fano (101%), Cassa di Risparmio di Puglia (120%) e, al top dell’inefficienza, la Fondazione Bancodi Sicilia con spese totali di amministrazione e funzionamento pari al 182% delle erogazioni! Per raffronto, si noti che nella Ford Foundation l’incidenza dei costi di gestione sulle erogazioni è dell’8% nel 2011 e solo del 5.6% nel 2010. Una delle ragioni di queste inefficienze risiede nella dispersione degli impieghi in una ampia gamma di progetti in aree diverse, nonostante la legge chieda alle fondazioni di circoscrivere i loro impieghi in tre aree al massimo. In assenza di una mission ben definita, le fondazioni hanno visto ridursi la produttività del loro personale del 30 per cento in dieci anni, proprio mentre i costi crescevano 7 volte di più delle entrate. Le fondazioni sostengono altissimi costi fissi per il compenso dei loro pletorici organi statutari. Tanto pletorici da portare un membro di questi organi ad amministrare in media 150 milioni, dieci volte meno del capitale amministrato da un membro del board nelle grandi fondazioni nonprofit statunitensi. Non solo i board sono pletorici, essi difettano pure delle abilità necessarie per la funzione, mancando della preparazione economica e finanziaria indispensabile per la posizione che occupano. Solo l’1 per cento dei membri dei Cda ha competenze di finanza. Le cariche vengono, in effetti, assegnate come presidio di gruppi di interesse con un quarto delle poltrone ai vertici delle fondazioni occupato da politici. Queste nomine vengono puntualmente ripagate da scelte di finanziamento favorevoli alle constituency di riferimento (più medici nei board, maggiori gli investimenti in sanità, più i professori negli organi statutari, maggiore la quota di investimenti in istruzione, e così via). In conseguenza della rischiosa strategia di investimento perseguita, della costosa struttura di governance e della scelta di non concentrare gli interventi su alcune priorità, oggi le fondazioni stanno erogando patrimonio mettendo a serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Le sei fondazioni più grandi, quelle che raccolgono i due terzi del patrimonio totale, hanno addirittura visto dimezzarsi negli ultimi cinque anni il valore della loro dotazione. Come documentano i calcoli e le simulazioni fatte nel rapporto Mediobanca, il modello gestionale basato su un rapporto simbiotico con la banca conferitaria è insostenibile per la maggior parte delle principali fondazioni bancarie, condannandole all’estinzione. Signor ministro, alla luce di queste evidenze ci permettiamo di rivolgerle alcune domande: 1. Sulla base di quali informazioni o considerazioni ha espresso un giudizio così positivo sull’operato delle fondazioni nel seminario di Predazzo? 2. In virtù del suo ruolo istituzionale, non ritiene utile richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni del mondo: ovvero una stretta diversificazione dei loro impieghi, il cui rispetto ovviamente comporta una forte diluizione delle partecipazioni spesso cospicue che ancora intrattengono nel capitale delle banche conferitarie? 3. Data la situazione di difficoltà delle finanze pubbliche oggi affidate alla sua competenza, non pensa che, in mancanza di una virata nel modello gestionale delle fondazioni, il Paese possa usare le risorse delle dotazioni che ad esse fanno capo per abbattere lo stock del debito pubblico?»;

considerato che:

il Ministero dell’economia è l’autorità che per legge esercita la supervisione sull’operato delle fondazioni;

le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, associazioni private nate nell’Europa centrale ed affermatesi in Italia agli inizi del XIX secolo, quando si manifestò il bisogno di sostenere lo sviluppo produttivo dei ceti medio-piccoli dopo le disastrose guerre napoleoniche e di raccogliere i flussi di liquidità derivanti dalla nascente rivoluzione industriale;

l’attività delle casse di risparmio (nate su iniziativa prevalentemente privata) era diversa dall’attività bancaria vera e propria: le casse raccoglievano capitali con una sottoscrizione iniziale e poi con successivi depositi, mentre le banche nascono su iniziativa di gruppi ristretti ed hanno fini commerciali e speculativi; le casse svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni indirizzati gratuitamente verso i ceti più umili, mentre le banche raccoglievano e remuneravano il piccolo risparmio. All’inizio degli anni ’90 è emersa dunque la necessità di trasformare l’intero sistema bancario italiano per aggiornarlo rispetto alla cosiddetta «unità economica europea» che si andava delineando. L’Italia doveva affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei. All’epoca, più della metà degli enti creditizi era di diritto pubblico;

il Governatore della Banca d’Italia pro tempore Carlo Azeglio Ciampi trovò la soluzione per rendere le banche più appetibili per gli investitori stranieri: separare in due diverse entità le funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, cioè scorporare le fondazioni dalle banche ex pubbliche (SpA): la legge n. 218 del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato;

la legge del 1990 configura le fondazioni bancarie come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi sono intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata nello statuto), che deve perseguire fini di interesse pubblico e di utilità sociale. Nella prima fase (1990-1997), prevale un’ambiguità di fondo: attività bancaria e finalità istituzionali sono ancora piuttosto confuse, anche perché le fondazioni bancarie, da un lato, devono controllare la banca e, dall’altro, devono perseguire scopi non di lucro. L’unico elemento chiaro di attività “sociale” delle fondazioni bancarie si ritrova nel dettato della legge n. 266 del 1991 istitutiva delle organizzazioni di volontariato: l’art. 15 dispone che un quindicesimo dei proventi di questi enti venga devoluto ai fondi regionali per il volontariato. L’evoluzione normativa degli anni seguenti mira proprio ad eliminare questa confusione: un sistema misto di incentivi e vincoli mette in moto il mercato, nonostante la regolamentazione delle attività istituzionali sia ancora carente;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

le ricche fondazioni bancarie con un patrimonio stimato di oltre 50 miliardi di euro, i cui membri, cooptati spesso con criteri feudali, vere “combriccole” di amici che non sembrano rispondere ad alcuno del loro operato, erogano finanziamenti insindacabili su progetti delle comunità locali; invece di offrire un contributo al risanamento del Paese, e scrollarsi di dosso l’accusa di clientelismo, continuano a gestire fondi e patrimoni con criteri “amicali”. Gli amministratori delle ex banche e casse di risparmio che hanno accumulato ingenti risorse nel tempo, ricorrendo all’anatocismo e a clausole contrattuali vessatorie ed illegali penalizzando utenti, consumatori ed imprenditori, invece di restituire alla collettività il frutto di una quota parte del “maltolto”, deliberano ingenti fondi a se stessi ed alle loro “combriccole” di amici;

purtroppo gli effetti deleteri delle fondazioni sulle banche sono forse il male minore. Esse sono una causa fondamentale di quell’intreccio perverso fra economia e politica, di quella cultura dell’incompetenza e del clientelismo che imperversano nel Paese. Con un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, e quote sostanziali in quasi tutte le maggiori banche, le fondazioni bancarie sono una fonte inesauribile di potere per i politici in carica, e il refugium peccatorum di ex politici bocciati dagli elettori, di professionisti e notabili locali, e di amici degli amici. I loro consigli sono designati in gran parte dalle maggioranze del momento di Comuni, Province e Regioni, e in parte dalla cosiddetta società civile, cioè da camere di commercio, università, e persino vescovi; molti vengono addirittura cooptati dal consiglio in carica. Nessuno deve rendere conto a nessuno, eccetto che ai politici se si vuole essere rinnovati. Le fondazioni sono tanto più pericolose perché sono pervase di buone intenzioni e ammantate di una patina di rispettabilità. Nell’immaginario collettivo esse finanziano progetti meritori nel campo della cultura e del volontariato, e beneficano la società civile. Ma il prezzo da pagare è altissimo, una rete fittissima di clientelismo a monte e a valle delle fondazioni, per ingraziarsi il potere politico, acquisire consenso, e distribuire prebende;

e così da anni la compagnia San Paolo di Torino, azionista di maggioranza relativa di Intesa Sanpaolo, è il teatro di una battaglia di tutti contro tutti in cui sindaci, ex sindaci, presidenti di Province, di Regione, di banche, di fondazioni, docenti universitari e intere correnti di partito si lanciano accuse e messaggi in codice che ormai solo un esegeta può decifrare. Il Governo Monti ha già dimostrato di non guardare in faccia a nessuno nel suo tentativo di modernizzare l’Italia. Con le fondazioni ha l’opportunità di dare un altro segnale importante, per togliere l’humus di cui si alimenta il sottobosco della politica e del clientelismo. Si è consapevoli che non sarà facile, soprattutto perché le fondazioni sono state preveggenti, e in un pasticcio legislativo hanno strappato nel 1992 lo status di enti di diritto privato, benché i loro patrimoni appartengano alla collettività;

le fondazioni bancarie sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, compagnia di San Paolo, ente Cassa di risparmio di Roma e fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11; le altre 8 sono fondazione CR di Torino, ente CR di Firenze, CR di Cuneo, fondazione Banco di Sardegna, fondazione CR di Genova e Imperia, fondazione CR di Padova e Rovigo;

nel dicembre 2002 la quota impegnata nelle partecipazioni bancarie era del 33,7 per cento (14.062,9 milioni di euro), del 41 per cento nel 2001, mentre il resto era investito in titoli di Stato ed in società private scelte esclusivamente secondo il criterio della redditività;

da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. È opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: artistico e culturale 29 per cento, istruzione 16,5, assistenza sociale 12,5 per cento, filantropia e volontariato 12 per cento, sanità e ricerca 10 e 9 per cento. I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4 per cento degli importi, i soggetti pubblici il 42,6 per cento;

le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto;

i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed isole solo il 2 per cento (fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, risulta spiegata l’anomalia;

la fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del gruppo Intesa San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi;

sono pertanto inaccettabili i privilegi fiscali delle fondazioni bancarie nonché l’esenzione delle stesse dal pagare le tasse;

il crollo delle banche in borsa sta trascinando nel gorgo molte fondazioni di origine bancaria. Si tratta di un fenomeno assai preoccupante, ancorché poco se ne parli. Nella prima fase della crisi finanziaria internazionale, seguita al crac Lehman, le fondazioni avevano dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema del credito, sottoscrivendo aumenti di capitale d’emergenza, anche oltre le quote di competenza, in Unicredit e garantendo di poterlo fare altrove come poi è accaduto in Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi. Negli annali dell’Acri, resta l’invito del presidente Giuseppe Guzzetti al Governo a non insistere con i Tremonti bond: le banche, sostenute dalle fondazioni, se la sarebbero cavata da sole. Forse anche per questo un pubblico riconoscimento era stato tributato alle fondazioni dalla Banca d’Italia, nonostante la cultura del governatore Mario Draghi sia lontana da quella, prevalentemente cattolica e nazionale, di queste istituzioni. Ma alla fine di quest’estate drammatica, i margini per fare da architrave al sistema si vanno riducendo a vista d’occhio. Non è ancora detto che il disastro si compia. Le quotazioni delle banche italiane risentono pesantemente della crisi di fiducia sui titoli di Stato, che possiedono in non modica quantità, e questa crisi di fiducia potrebbe essere contenuta, e forse parzialmente ribaltata, da un Governo diverso, più credibile di fronte ai mercati. E i numeri fanno impressione. E dai numeri bisogna partire, come sempre ricordava ai chiacchieroni Raffaele Mattioli, il banchiere che riscattò la grande Comit dal tracollo degli anni ’30. I bilanci ufficiali e completi dell’anno in corso si faranno nella primavera del 2012. Un’era geologica più in là, verrebbe da dire. E tuttavia già adesso si vede quanto pesante sia l’impatto dei funesti mesi di agosto e settembre sugli stati patrimoniali. Il “CorrierEconomia” lo ha calcolato nelle 12 fondazioni maggiori limitandosi ai valori delle banche conferitarie, come si chiamano in gergo le aziende bancarie estratte dalle casse di risparmio, dai Monti di pietà e dagli istituti di diritto pubblico che, nell’occasione, assunsero la veste giuridica di fondazioni secondo la legge n. 218 del 1990, cosiddetta legge Amato-Carli. Nelle banche conferitarie, infatti, le fondazioni conservano partecipazioni quasi sempre non più rilevanti, se singolarmente prese, a causa delle fusioni bancarie nel frattempo intervenute, ma spesso rilevantissime nell’equilibrio del proprio portafoglio di investimenti. Delle 12 fondazioni, solo due stanno ancora bene: la Carimonte Holding, cui la fondazione Carimodena e la fondazione del Monte di Bologna avevano conferito le loro quote di Rolo banca ora in Unicredit, e la fondazione Carige, per quanto la gestione dei Berneschi sia di quando in quando discussa. Tutte le altre hanno a libro le partecipazioni nelle loro vecchie banche a cifre ormai lontane dalla realtà. La situazione peggiore emerge alla fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80 per cento su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano. Segue, con una minus teorica del 75 per cento, la fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, gerente Cesare Geronzi, assorbì il banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit. A ruota, con una perdita teorica del 74 per cento, la fondazione Caricuneo: ceduta la Banca regionale europea alla banca San Paolo di Brescia, poi confluita in Ubi, oggi la fondazione presieduta da Ezio Falco ha il 2 per cento, ma un solo voto, perché Ubi è una popolare. In questa classifica del segno meno vengono poi, nell’ordine, le fondazioni Crt (58 per cento, presidente Andrea Comba), Mps (57 per cento, Lionello Mancini), compagnia di San Paolo (56 per cento, Angelo Benessia), Cariplo (50, Giuseppe Guzzetti), Cariparo (49 per cento, Antonio Finotti), Carifirenze (43 per cento, Michele Gremigni) a Carisbo (27 per cento Fabio Roversi Monaco). Sono percentuali da leggere anche e soprattutto in relazione al totale delle attività di ogni fondazione, nonché al patrimonio netto e ai debiti finanziari che qua e là cominciano ad affiorare. La tabella offre la possibilità di fare un po’ di calcoli. Ma balza subito all’occhio che un conto sono i casi della Caricuneo o della Cariplo e ben altro conto sono quelli di Verona e Siena. Nella fondazione piemontese della Provincia Granda, la minusvalenza teorica sulla banca è ingente di per sé, ma incide solo per il 10 per cento sul totale delle attività e poco di più sul patrimonio netto. Stesso discorso per la grande fondazione lombarda, dove la diversificazione degli investimenti è spinta. Nella fondazione scaligera, invece, la perdita teorica sulla banca assorbe il 49 per cento delle attività totali e il 60 per cento del patrimonio netto. E nella città del palio, siamo al 49 e al 55 per cento, ma con l’aggravante di avere 760 milioni di euro di debito, 600 dei quali fatti per poter sottoscrivere l’aumento di capitale. Un’altra analisi andrebbe dedicata al resto del portafoglio, investito in obbligazioni e azioni pubbliche e private, italiane ed estere, e in altri strumenti finanziari. Ma ora è impossibile: i rendiconti sono a fine d’anno. Qualcosa, tuttavia, si vede. Chi ha investito in altre banche (Cariverona, Siena e Crt hanno un po’ di Mediobanca, Crt ha un piedino anche in Société générale e banco Sabadell), assicurazioni (Crt e Verona in Generali) e infrastrutture (Crt ha il 6,7 per cento di Atlantia) sta imbarcando altra acqua. E pure la diversificazione estrema soffre, a meno che si sia fuggiti dall’Occidente per scommettere sui Paesi emergenti o sull’oro. Questo impervio passaggio metterà a dura prova l’attendibilità dei bilanci delle fondazioni. Che, del resto, dipende in larga misura dall’attendibilità dei bilanci bancari,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda promuovere la revisione della disciplina fiscale delle fondazioni in modo da prevedere anche a loro carico il pagamento dell’imposta municipale unica di cui all’art. 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23;

quali iniziative abbia assunto per vigilare sulla gestione delle fondazioni bancarie, considerato che queste hanno concentrato il proprio patrimonio nelle banche locali, invece di diversificarlo, provocando ingenti perdite;

quali iniziative intenda assumere al fine di riportare trasparenza ed efficienza nella gestione delle fondazioni bancarie, al di fuori di ogni forma clientelare e di prevaricazione politica anche prevedendo la pubblicizzazione delle stesse in modo da riacquisire i patrimoni bancari di origine pubblica, privatizzati in virtù della cosiddetta legge Amato-Carli, a beni dello Stato, per destinare i ricavi, pari a oltre 50 miliardi di euro, alla riduzione esclusiva del debito pubblico;

se non intenda intervenire, promuovendo opportune iniziative legislative, affinché le fondazioni rendano ancor più chiaro il processo decisionale sulle modalità con le quali esercitano i diritti di voto nelle società partecipate e definiscano i criteri in base ai quali selezionano i candidati da proporre per le cariche degli organi di governo delle società partecipate, anche alla luce dell’esigenza di non candidare soggetti caratterizzati da conflitto di ruoli;

se non intenda promuovere opportune iniziative normative al fine di disporre che la nomina degli stessi organi di governance delle fondazioni e la gestione del patrimonio siano ispirate a criteri oggettivi e trasparenti nonché al fine di garantire la trasparenza sui criteri di gestione del patrimonio e la completezza informativa;

se non ritenga opportuno richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni degli altri Paesi e se a riguardo non intenda agevolare l’iter dell’Atto Senato 3388 nell’intento di rendere incisivo il ruolo dell’intervento pubblico nelle fondazioni e provvedere a rivedere i criteri di nomina degli organi di governance, anche stabilendo che le stesse nomine vengano sottoposte al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari e che nella gestione del patrimonio delle fondazioni bancarie vengano osservati criteri prudenziali di rischio, così da conservarne il valore ed ottenerne una redditività adeguata, facendo altresì in modo che il patrimonio degli enti venga gestito in modo coerente con la natura delle fondazioni quali enti senza scopo di lucro che operano secondo principi di trasparenza e moralità.

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