Sportelli bancari-accesso disabili

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08035
Atto n. 4-08035

Pubblicato il 26 luglio 2012, nella seduta n. 777

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

quattro sportelli su cinque presso le banche, in Italia, sono sbarrati ai disabili, cioè non sono dotati di meccanismi di accesso interni ed esterni, nonostante lo Stato Italiano e le Regioni abbiano introdotto da oltre vent’anni norme per l’abbattimento delle barriere architettoniche;

l’indagine condotta dall’Associazione Bancaria Italiana relativa all’accessibilità delle strutture bancarie per le persone che necessitano di particolare assistenza ha riportato che il 94 per cento degli istituti rispondenti, che rappresenta il 60 per cento degli sportelli presenti sul territorio sta sviluppando progetti per migliorare l’accessibilità ai servizi da parte dei soggetti disabili; circa il 98 per cento degli istituti (pari al 58 per cento degli sportelli) sta sviluppando progetti specifici per l’accessibilità dei servizi bancomat;

numerose sono le segnalazione di disabili che lamentano di doversi scontrare quotidianamente con le reali difficoltà della società, fra queste le barriere architettoniche che, insieme ad altri ostacoli, negano loro qualsiasi forma di vita indipendente e di inclusione sociale;

ci sono addirittura banche appena ristrutturate che hanno installato i bancomat ad una altezza tale per cui un portatore di handicap non riesce a fare le proprie operazioni, senza l’aiuto di un’altra persona;

considerato che:

oggi, rispetto al tema dell’accessibilità e del benessere ambientale, si registra una generale e accresciuta sensibilità, ma occorre investire ancora molto, anche sul versante culturale, non solo per recuperare il ritardo che si è registrato nel Paese (sono più di quarant’anni che si parla di accessibilità e barriere architettoniche), ma soprattutto per cogliere e valorizzare le nuove domande che scaturiscono da una maggiore attenzione e sensibilità alla qualità della vita e alla vivibilità dell’ambiente;

tuttavia occorre rimarcare come tale compito, derivato da esplicite e vincolanti disposizioni normative a livello sia nazionale che regionale, resti ancora molto lontano dalla sensibilità diffusa di amministratori, tecnici, progettisti e cittadini. Non solo, si assiste spesso a nuove realizzazioni ancora prive delle minimali caratteristiche di accessibilità;

il concetto di accessibilità diffusa, basata sulla considerazione che rendere accessibili spazi e strutture pubbliche non vuol dire solamente abbattere le barriere architettoniche che impediscono l’accesso ai disabili, ma più estesamente significa migliorare la fruibilità di tali spazi per chiunque, è ancora oggi così lontano dalla cultura progettuale nel Paese,

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo risulti quanti e quali siano, ad oggi, gli sportelli bancari e bancomat che permettono realmente l’accesso senza difficoltà a tutti i cittadini, inclusi i disabili;

se risulti con quali tempi gli istituti bancari intendono adottare le opportune iniziative volte a migliorare l’accesso in banca da parte della clientela diversamente deambulante;

se il Governo non ritenga urgente intervenire al fine di indurre le banche ad adeguarsi, senza aspettare altro tempo, alla normativa vigente provvedendo alla rimozione delle barriere architettoniche per favorire una migliore qualità di vita ai portatori di handicap;

quali iniziative normative intenda adottare al fine di garantire città meno discriminanti, costituite da cittadini consapevoli di una presenza, largamente rappresentata, di disabili, soggetti anziani, donne e bambini, tutti e tutte portatori di differenti disabilità ma con pari diritti, proponendo la reciprocità del rispetto come base del rapporto umano.

Operazione Unipol-Fonsai- Liquidazione Ligresti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08036
Atto n. 4-08036

Pubblicato il 26 luglio 2012, nella seduta n. 777

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

Vittoria Puledda per “la Repubblica” scrive sul sequestro, operato dalla magistratura, della lettera nella quale sarebbe contenuto un presunto accordo tra Salvatore Ligresti e Mediobanca per l’uscita della famiglia dal gruppo Premafin: «Poco meno di 45 milioni; un ufficio per Salvatore, con segretaria e autista; una delle cascine del gruppo; una buonuscita per Jonella e il mantenimento delle attività lavorative che Giulia e Paolo hanno in Francia e in Svizzera. Sembrerebbe questo, secondo le ricostruzioni, il testo del presunto accordo tra Ligresti e Medio banca per l’uscita di scena della famiglia. Il presunto patto, immediatamente smentito da Piazzetta Cuccia (“Nessun accordo con i Ligresti, né mai firmati documenti”) e di cui anche Unicredit fa sapere di non essere a conoscenza, risale al 17 maggio scorso e ha la forma di una lettera – piuttosto semplice nella struttura, parrebbe – sequestrata dalla magistratura nello studio del legale Cristina Rossello. Nei giorni scorsi, durante un interrogatorio di Paolo Ligresti come persona informata dei fatti pare sia uscita per la prima volta la storia dellaccordo con Mediobanca. Una circostanza, sempre secondo le ricostruzioni filtrate, che sarebbe stata poi confermata da don Salvatore, indagato per le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo allattività di vigilanza, durante linterrogatorio dello scorso giovedì. A quanto pare lingegnere, nel dar conto dellaccordo raggiunto il 17 maggio presso gli uffici Compass in Foro Buonaparte, avrebbe parlato di un incontro di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, con Salvatore e Jonella Ligresti. Lormai ex patron del gruppo Premafin ha aggiunto di aver firmato lintesa, intestata “Accordo tra Salvatore Ligresti, Alberto Nagel, Renato Pagliaro, Federico Ghizzoni e Carlo Cimbri”, aggiungendo tuttavia di non sapere se poi in realtà i numeri uno di Unicredit e di Unipol fossero stati realmente messi al corrente del testo. Alcune intercettazioni (citate dalle agenzie) sembrerebbero confermare che il testo è stato firmato ma – giallo nel giallo – la lettera sequestrata nello studio del legale, a sua volta interrogata come teste nei giorni scorsi e per quattro ore ieri, non pare recare traccia di firme. Il legale potrebbe aver ricoperto il ruolo di garante del presunto accordo: da Mediobanca hanno precisato che non è lavvocato che ha seguito il dossier, tuttavia Rossello è il segretario del patto di sindacato della banca daffari ed è stata allieva di Ariberto Mignoli, storico presidente del patto di Piazzetta Cuccia, di cui ha ereditato lo studio. Nello stesso tempo, è la professionista che difende Giulia e di Jonella in due cause per diffamazione. Proprio il giorno prima del presunto accordo, il 16 maggio, Jonella si era recata in Mediobanca e alluscita si era intrattenuta in un caffè con lavvocato. Resta da vedere cosa deciderà a sua volta la Consob, che sta valutando laccaduto: nellesenzione allOpa, infatti, aveva esplicitamente escluso che la famiglia avesse benefici dal salvataggio targato Unipol. Intanto procede il travagliato doppio aumento di capitale, che ha visto praticamente il diritto Unipol, a 0,035 centesimi, mentre quello Fonsai ieri ha perso 189,87%, a 0,30 centesimi. Ieri si è appreso che Palladio ha venduto il suo 5% di azioni (ma noni relativi diritti, che molto probabilmente eserciterà) mentre Sator non ha ceduto né azioni né diritti per la sua quota del 3%»;

considerato che Mediobanca vanta verso la famiglia del costruttore crediti per 1,1 miliardi di euro, mentre Unicredit altri 500 milioni. In totale, le sole due banche sono esposte per complessivi circa 1,6 miliardi su poco più di 2 miliardi di debiti totali della galassia finanziaria dei Ligresti. In altri termini, i due istituti si sono esposti eccessivamente, con Piazzetta Cuccia per il 15 per cento del suo capitale netto;

considerato inoltre che a giudizio dell’interrogante:

sono ignote le motivazioni degli omessi controlli dei bilanci del gruppo Ligresti da parte dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo (Isvap) le cui carenze hanno prodotto un deficit da 1,1 miliardo di euro, e le ragioni che hanno indotto l’Isvap a muovere i primi rilievi soltanto nel marzo 2011, quando la disinvolta gestione ed il “saccheggio” dei gruppi assicurativi non potevano più essere evitati;

non è chiaro quale sia stata l’attività di vigilanza svolta dalla Banca d’Italia sulle attività delle banche creditrici, compresa Mediobanca, che hanno erogato ingenti affidamenti di centinaia di milioni di euro, sottraendoli ad altre imprese più sane e meritevoli, senza valutare la meritorietà del credito ed i rischi assunti;

sono oscure le ragioni che hanno indotto le silenti, e a giudizio dell’interrogante forse compiacenti, autorità, quali Isvap, Consob e Banca d’Italia, ad omettere precisi interventi, tenuto conto che non hanno mai eccepito alcunché alla gestione dei Ligresti, per oltre 10 anni gestori-padroni della seconda compagnia del Paese, che ha prodotto costi e danni enormi agli azionisti minori, che la Consob dovrebbe tutelare, ed a quei detentori delle polizze Fonsai, che l’Isvap dovrebbe proteggere;

il Governo dovrebbe promuovere misure urgenti per restituire indipendenza ed autorevolezza ad autorità del tutto screditate, come la Banca d’Italia e la Consob, che, oltre a non aver prevenuto alcun fenomeno di risparmio tradito, sono condizionate dai desiderata di banche, banchieri ed altri potentati economici, determinando una gravissima lesione ai diritti ed agli interessi di cittadini, consumatori, risparmiatori;

mentre i cittadini diventano sempre più poveri e sono sopraffatti dai debiti, i responsabili o corresponsabili di tutto si salvano con la complicità delle banche; non bastano loro gli averi messi in salvo nel Paese e all’estero grazie ai prestanome, ma patteggiano anche buonuscite supermilionarie,

si chiede di sapere:

se, a quanto risulta al Governo, la lettera oggetto del sequestro possa dimostrare che Mediobanca e Unicredit, in qualità di registi dell’operazione Unipol-Fonsai, avrebbero avallato a ogni costo l’operazione, al fine di mettere al riparo i propri crediti, e persino una buonuscita dorata per Salvatore e i tre figli, confermando l’esistenza di uno stato di conflitto di interesse nell’ambito di Mediobanca, in particolare, che si trova oggi a capo del consorzio bancario di garanzia per gli aumenti di capitale di Unipol e Fonsai;

se al Governo risultino le ragioni della mancata, o spesso omessa, attività di prevenzione da parte della Banca d’Italia e della Consob, posto che, per quanto risulta all’interrogante, tale attività si palesa sempre dopo l’apertura delle indagini della magistratura;

quali iniziative normative il Governo intenda promuovere affinché le banche siano chiamate ad un’assunzione di responsabilità, come nel caso Fonsai, in quanto finanziatrici della gestione di Ligresti, a parere dell’interrogante scellerata, considerato che non scontano l’errore di aver sostenuto a lungo un gruppo così malgestito e di conseguenza tengono immobilizzati ingenti prestiti che assorbono capitale, sottraendolo così al sostegno delle imprese produttive, senza contare gli eventuali nuovi crediti per finanziare l’operazione;

quali urgenti misure intenda assumere, per quanto di competenza, al fine di tutelare gli azionisti minori, gli assicurati e i risparmiatori coinvolti nella vicenda;

se intenda assumere le opportune iniziative normative al fine di rafforzare la tutela degli utenti del sistema bancario, anche con riguardo alla responsabilità delle banche;

se non intenda assumere le opportune iniziative al fine di provvedere ad una sostanziale riforma della disciplina delle autorità di controllo capace di restituire ai cittadini la fiducia e la credibilità nel sistema bancario e creditizio, non solo al fine della tutela dei risparmiatori, ma anche per mettere a frutto una grande risorsa per il Paese, consapevoli che non ci potrà essere ripresa economica se non ci sarà il volano finanziario del risparmio diffuso a sostenerla.

Banca non pagano canone RAI

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08026
Atto n. 4-08026

Pubblicato il 25 luglio 2012, nella seduta n. 776

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

a quanto risulta all’interrogante vi è stato uno scambio di lettere molto cortese e diplomatico tra Rai e Associazione bancaria italiana (Abi) che mostra chiaramente che le banche italiane non pagano il canone Rai;

in seguito alla segnalazione della Rai relativamente al mancato pagamento del canone da parte delle banche, l’Abi avrebbe informato gli associati, per quanto risulta all’interrogante, che l’azienda pubblica intendeva effettuare una verifica delle caratteristiche degli apparecchi in uso presso le banche ai fini di un eventuale obbligo di versamento del canone radio-televisivo e che la Rai, pur ammettendo che nella maggior parte dei casi si tratta di apparecchiature che non hanno le caratteristiche rilevanti ai fini del canone in oggetto, avrebbe evidenziato come nel corso di verifiche eseguite dai suoi ispettori sarebbe emersa (pur con riguardo ad una modesta campionatura di filiali visitate) la presenza di apparecchiature per le quali il canone non sarebbe stato a tempo debito versato;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’azienda televisiva pubblica mostra con i banchieri italiani assai più grazia che con pensionati e disoccupati quando sollecita il pagamento del canone;

l’Associazione bancaria italiana è una delle principali lobby del Paese capace di condizionare le scelte dei Governi, a tutti i livelli, e negoziare quotidianamente le proprie posizioni con altre rilevanti corporazioni, dalla Confindustria alla chiesa;

atteso che:

l’interrogante ha presentato una precedente interrogazione (4-07449) dove si esponeva il caso di un’anziana di 83 anni che fino a dicembre 2011 ha percepito la pensione di 516,46 e ottenuto l’esenzione dal pagamento del canone Rai e che nel gennaio 2012, senza avere ricevuto alcuna comunicazione da parte dell’INPS, si è vista aumentare l’importo dell’accredito della pensione a 612 euro a cui è seguita immediatamente la richiesta del versamento del canone radiotelevisivo;

a questo caso si aggiunge quello di Mario Sementelli, defunto da 35 anni, descritto nell’atto 4-05229, a cui la Rai ha chiesto di regolarizzare il mancato pagamento del canone per gli ultimi 5 anni nonostante la figlia sia subentrata al padre nell’abbonamento al momento della morte. A riguardo la figlia si è vista arrivare una cartella esattoriale della Gerit Equitalia dove si chiedeva il pagamento del canone per un totale di circa 2.000 euro tra sovrattasse, interessi e mora,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto;

quali risultino essere i motivi di tanta premura dell’azienda Rai nel richiedere il pagamento del canone radio-televisivo alle banche;

se ritenga che non vi sia alcuna ragione per riservare quello che a giudizio dell’interrogante è un trattamento privilegiato agli istituti bancari che risultano evasori del canone Rai, quando per tutti gli altri cittadini non solo non vi è alcun riguardo, ma l’azienda non perde tempo a vessarli con le richieste di pagamento, anche in caso di persone defunte e, di conseguenza, quali iniziative di competenza intenda assumere al riguardo;

se risulti a quanto ammonti il mancato introito e quanto costi ai contribuenti questo trattamento di favore.

Agenzie rating-Italia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08023
Atto n. 4-08023

Pubblicato il 25 luglio 2012, nella seduta n. 776

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico, della giustizia e degli affari esteri. -

Premesso che:

la condizione finanziaria che l’Italia sta da tempo attraversando a causa della crisi che da oltre oceano imperversa in Europa e nel mondo, è stata, com’è noto, ulteriormente aggravata da dichiarazioni e giudizi negativi provenienti dalle agenzie internazionali di rating, adesso sotto inchiesta, secondo le quali sarebbe esistito un rischio di “contagio” finanziario tra il caso Grecia e il sistema bancario italiano;

la sistematicità dei giudizi ostili che le agenzie riversano sugli Stati che sono bersaglio nell’attuale periodo di particolare vulnerabilità finanziaria, unitamente alla consapevolezza professionale dei vertici responsabili del peso delle loro stesse dichiarazioni rivolte ai mercati finanziari nelle ore di attività, ha determinato il rinvio a giudizio di tre agenzie di rating per la serie di reati di varia natura ipotizzati dalla magistratura a prova dell’attività criminosa che da tempo veniva ipotizzata;

la sequenza dei reati non costituisce soltanto una violazione di legge fine a se stessa, ma esprime il sottostante danno patrimoniale arrecato al nostro Paese e in particolare al settore bancario, alle industrie e ad altre società maggiormente esposte in borsa, le quali a causa delle dichiarazioni hanno subito ingiustificati ribassi, tali da accumulare una perdita complessiva che è costata all’Italia circa 120 miliardi di euro;

le motivazioni speculative di tale comportamento sul prevedibile andamento di borsa da parte di professionisti qualificati e quindi responsabili sostanzialmente e formalmente delle conseguenze delle loro dichiarazioni hanno fatto emergere le sottostanti ipotesi di reato per le quali sono adesso inquisiti dalla magistratura;

si tratta, come è noto, delle agenzie internazionali di rating Standard and Poor’s, Moody’s e Fitch i cui vertici manageriali sono stati messi sotto inchiesta dalla procura di Trani per la responsabilità patrimoniale oggettiva delle agenzie rappresentate e per la personale attività, consumata in concorso tra loro, con l’evidente risultato di colpire il mercato italiano con una caduta speculativa al ribasso;

la violazione di legge messa in essere da queste agenzie riguarda non solo l’Italia ma la Comunità europea per violazione di precise norme internazionali, divulgando notizie allarmistiche e suggestive che per l’inevitabile emotività collettiva di borsa hanno causato un generalizzato ribasso di titoli, in particolare bancari, che retrocedevano vistosamente di valore anche nei giorni seguenti;

la data di divulgazione del 6 maggio 2010 ha rappresentato infatti l’inizio del declino di moltissimi titoli italiani che, all’epoca, erano nettamente in migliore condizione rispetto a quelli di altri Stati (in osservazione internazionale per il relativo andamento finanziario), in particolare: Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo;

tali notizie hanno altresì causato un discredito internazionale di notevole rilevanza, in particolare del sistema bancario e del credito, che ha subito generalizzati e vistosi ribassi di quotazione in borsa, oltre alla consequenziale disincentivazione agli investimenti esteri, stante la precarietà di tenuta finanziaria italiana, prospettata nei rapporti incriminati delle stesse agenzie;

la volontà di insistere dell’agenzia Moody’s nel peggiorare la valutazione sull’affidabilità dell’Italia, a conferma e ad alibi di proprie precedenti previsioni, non attenua la responsabilità dell’interferenza delle tre agenzie sui mercati italiani quando non ne esistevano i presupposti, ma, al contrario, la aggrava;

l’attuale condizione finanziaria dell’Italia, sulla quale Moody’s ha espresso nei giorni passati un ancor più negativo giudizio rispetto al precedente, si è logicamente e conseguentemente aggravata per aver subito la perdita complessiva dei 120 miliardi di euro (la cui entità corrisponde a più manovre finanziarie del Governo). In un Paese investito dalla crisi, come noto, il sistema finanziario è, infatti, molto più sensibile alle ripercussioni patrimoniali negative, rispetto al settore reale del Paese;

le responsabilità delle agenzie di rating potrebbero riguardare anche l’attuale peggioramento della condizione economico-finanziaria italiana, così come confermato proprio dal recente giudizio negativo;

nel caso in cui, invece, si trattasse di una condizione di aggravamento soltanto presunta, allora l’ingiustificato giudizio sommerebbe a quanto finora è civilmente e penalmente ascrivibile nei loro confronti anche questo ulteriore tentativo di discredito di uno Stato sovrano, finalizzato alla speculazione finanziaria;

considerato che a giudizio dell’interrogante la serie di comportamenti, che hanno determinato l’imputazione per reati patrimoniali, che le tre agenzie avrebbero consumato con la sistematicità e con la cadenza “ad orologeria” in circostanze più favorevoli di mercato e in concorso tra di loro, potrebbero configurare anche il reato di associazione a delinquere,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza ritenga opportuno assumere al fine di far luce sulla catena delle responsabilità amministrative e politiche che da tempo aleggiano, anche per volontà internazionale, intorno alla vulnerabilità finanziaria dell’Italia, e se a riguardo voglia adoperarsi per agevolare l’iter dell’Atto Senato 2995;

se in considerazione della gravità del caso per il nostro Paese, circa le ripercussioni sul Pil e sulla situazione occupazionale della probabile reiterazione di reato, sia possibile che il Governo si esprima, per la parte di interesse del Dicastero di competenza, sull’opportunità e sull’urgenza di adottare provvedimenti a tutela del nostro Paese;

quali misure urgenti intenda attivare nelle opportune sedi di competenza, anche in occasione dei vertici internazionali convocati nei prossimi giorni, per impedire che una consolidata “cricca” affaristico-finanziaria, composta da agenzie di rating, banche di affari (in primis Goldman Sachs e JP Morgan), fondi speculativi, in concorso tra loro, a giudizio dell’interrogante senza alcuna seria opposizione da parte delle autorità vigilanti, quali la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) e l’European securities and markets authority (Esma), possa distillare quotidiane pillole avvelenate sui mercati, per determinare i corsi delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di Stato, con la finalità di conseguire enormi profitti, sulla pelle dei risparmiatori, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, vessati da quelle stesse banche, che, con i loro dolosi ed avidi comportamenti, hanno determinato la crisi sistemica e messo a repentaglio la solidità dell’euro e dell’Europa;

quali iniziative intenda intraprendere per favorire, con ogni atto di propria competenza, l’apertura del mercato e lo smantellamento dell’oligopolio di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch su cui il Parlamento europeo è impegnato, avviando una riforma del rating che consenta analisi trasparenti, in autonomia e consapevolezza nei confronti degli operatori economici, contribuendo così alla stabilizzazione dei mercati finanziari;

se non intenda attivarsi per la definizione, da parte dell’Esma e della Commissione europea, di ulteriori e più incisivi standard vincolanti per le agenzie di rating, con particolare riferimento a rigorosi criteri di trasparenza dell’assetto societario e alle tecniche di emersione, prevenzione e soluzione del conflitto di interessi;

quali iniziative voglia assumere al fine di assolvere (agendo in particolare nelle sedi comunitarie ed internazionali a ciò deputate) agli obblighi relativi al set informativo necessario per la registrazione delle agenzie, nonché adottare idonee misure per assicurare il puntuale rispetto da parte degli analisti delle prescrizioni recate nella normativa comunitaria, nonché degli obblighi riferiti alla completa disponibilità dei dati legati alla valutazione;

come intenda attivarsi per assicurare che siano applicati i requisiti già attualmente richiesti dalla legge vigente per l’operatività di tali soggetti nel territorio nazionale;

se non intenda inoltre adottare ogni attività al fine di favorire, in un contesto segnato da maggiore pluralismo e disponibilità di analisi, la creazione di un’agenzia di rating europea, indipendente e autorevole, nonché ad implementare con più incisività sul piano giuridico il concetto di responsabilità per le conseguenze delle valutazioni errate delle stesse agenzie.

Polizze dormienti-Polizza Vita Intesa Sanpaolo

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08024
Atto n. 4-08024

Pubblicato il 25 luglio 2012, nella seduta n. 776

LANNUTTI , FLERES – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il signor A.U. stipulava nel dicembre 2003 presso la banca Intesa Sanpaolo, agenzia 4, di Catania una polizza “Intesa vita intera” per un importo di 10.310 euro con addebito in conto corrente, nominando come beneficiari la moglie e il figlio;

nel 2004 il signor A.U. decideva di fare un versamento aggiuntivo sulla stessa polizza per un totale versato di 60.085 euro;

in data 22 dicembre 2009 il signor A.U. veniva a mancare. Nel gennaio 2010 la moglie e il figlio si sono presentati presso la banca comunicando al funzionario preposto di voler effettuare l’apertura di un nuovo conto corrente intestato a loro due, comunicando di voler volturare tutti gli investimenti e le utenze nel nuovo conto, lasciando il conto cointestato con il de cuius sempre aperto, in attesa di presentare la dichiarazione di successione;

nel marzo 2012 si sono recati in banca per chiudere il vecchio conto cointestato con il de cuius, ma è stato loro comunicato che il conto non poteva essere chiuso poiché sullo stesso è agganciata la polizza sottoscritta dal signor A. U., deceduto;

a questo punto l’addetto della banca li ha invitati a presentare una richiesta di rimborso per la polizza di cui sono i legittimi beneficiari ed eredi, corredata dalla documentazione necessaria (certificato di morte, dichiarazione di successione, atto notorio);

gli interessati hanno provveduto a depositare all’ufficio competente quanto richiesto;

a distanza di circa 30 giorni dalla presentazione della richiesta di liquidazione del defunto hanno ricevuto una lettera da Intesa Sanpaolo Vita SpA in cui si comunica di non poter procedere alla liquidazione della polizza poiché sono trascorsi i tempi tecnici previsti per regolamento (2 anni) come da decreto-legge;

in particolare la banca li ha informati che, ai sensi di quanto previsto dalla legge n. 266 del 2005 (istitutiva dei Fondo finalizzato ad indennizzare i risparmiatori che hanno subito danni da investimenti sul mercato finanziario) come modificata dal decreto-legge n. 134 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 166 del 2008 e dal successivo decreto-legge n. 40 del 2010, le imprese di assicurazione devono obbligatoriamente devolvere al Fondo gli importi dovuti ai beneficiari dei contratti di assicurazione che non siano reclamati entro il termine di prescrizione del relativo diritto, come individuato dall’art. 2952, secondo comma, del codice civile,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti, per quanto di competenza, che la banca abbia provveduto ad informare a tempo debito gli interessati delle modifiche normative relative al trattamento della polizza assicurativa, nel pieno rispetto delle regole di trasparenza;

se nella vicenda richiamata , in cui i titolari della polizza vita sono stati privati di un loro diritto, non si configuri un vero e proprio esproprio del risparmio privato e, in caso affermativo, quali iniziative legislative intenda assumere al fine di modificare la disciplina vigente nel senso auspicato dall’interrogante;

quale sia l’esatto ammontare del Fondo finalizzato ad indennizzare i risparmiatori che hanno subito danni da investimenti sul mercato finanziario e quali siano le destinazioni per risarcire le vittime di frodi e truffe finanziarie.

Maxi compensi RAI

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08015
Atto n. 4-08015

Pubblicato il 24 luglio 2012, nella seduta n. 775

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che Paolo Bracalini scrive per “Il Giornale” sui maxi compensi al Presidente della Rai, dott.ssa Tarantola, e al direttore generale Gubitosi : «Super poteri (al presidente) e superstipendio (al direttore generale). Inizia con poca sobrietà la stagione Rai dei manager-banchieri in quota Monti. Il sacrificio, se c’è stato, non è stato il loro. In due fanno più di 1milione di euro di compensi: 650mila per il Dg Gubitosi, e – anticipano fonti Rai, perché lo stipendio verrà formalizzato nei prossimi giorni – circa 430mila per la presidente Tarantola (trattamento simile a quello che aveva a Bankitalia e al predecessore Garimberti). Gubitosi, indicato dal premier già un mese fa per la direzione generale Rai, lascia un posto (da consulente?) in Bank of America per un contrattone a vita a Viale Mazzini, tempo indeterminato, con un fisso di 400 mila euro, più 250mila per l’incarico di Dg. Vuol dire che nel momento in cui Gubitosi lascerà la poltrona di direttore generale, la Rai dovrà trovargli un’altra sistemazione interna se non vorrà pagare a vuoto mezzo milione di euro l’anno, cose che già succedono in Rai. Dopo le polemiche sul super ingaggio il Cda ha rimodulato il contratto, abbassando la parte fissa, che pesa di più sul bilancio e che inizialmente era di 500mila euro, e alzando quella variabile. Ma il totale resta sempre quello, 650 mila euro. L’unico che si è astenuto sul contratto di Gubitosi è stato il consigliere del Pdl Antonio Verro, mentre gli altri hanno dato il via libera alla richiesta della Tarantola, che subito dopo la nomina del dg ha tirato fuori il contratto con cifra e inquadramento massimo, a tempo indeterminato, chiedendo al consiglio di ratificare. Ora l’unico spiraglio per un cambiamento viene da Luciano Calamaro, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulle delibere del Cda Rai. In consiglio, l’altro giorno, Calamaro si è riservato di analizzare il caso del maxistipendio di Gubitosi e della sua assunzione in Rai. Il “Salva italia” del governo, nel caotico iter sui tetti dei manager pubblici, esclude dall’ultima versione i membri delle authority e quelli della Rai. Che dunque possono sforare il limite di 300mila euro l’anno. Ma la giurisprudenza sulla Rai è complessa, e la Corte dei conti dovrà valutare se l’acquisto a peso d’oro del neo dg Gubitosi, dopo il trucco dei 100mila euro spostati dalla parte fissa a quella variabile dello stipendio, sarà corretto in tutto e per tutto.Il caso però è già politico. Orfini, delegato del Pd per le questioni Rai, parla di un “passo falso” del Cda, e anche da Udc, Idv, Lega e sindacati arriva la stessa critica. Né i consiglieri di Pd e Udc, però, hanno avuto da ridire sul compenso di Gubitosi. Ora si passa al secondo capitolo, quello dei super poteri della Tarantola, che ieri, nel Cda, voleva chiudere subito la partita. La regola prevede però che passino 48 ore, al massimo 24 in casi urgenti, tra la consegna delle carte al Cda e il voto. Il solito Verro ha quindi chiesto di rimandare a stamattina la decisione sulle deleghe della Tarantola. Il documento che andrà in approvazione, dopo faticose limature soprattutto sulla parte delle nomine, prevede che il presidente possa decidere contratti fino a 10milioni di euro (purchè «coerenti» con le scelte del Cda); e poi che spettino a lei e al dg tutte le nomine «non editoriali» di primo e secondo livello. Che vuol dire tre quarti delle poltrone, e non solo quelle puramente «corporate»: dalle direzioni Risorse umane alla Produzione tv, dalle Risorse televisive alle Relazione Esterne. Tutte, di fatto, tranne Reti, Testate, Intrattenimento, Fiction e Teche, che parte dei consiglieri, dopo un dibattito, sono riusciti a «strappare» dal controllo della Tarantola. Ma è ovvio che il governo avrà un peso anche nelle nomine editoriali, come quelle dei tg. La Tarantola è una fiera sostenitrice delle pari opportunità per le donne. E di sicuro gradirebbe qualche donna ai vertici di reti o tg. Magari partendo dal Tg1»;

considerato che:

la Corte dei conti vuole vederci chiaro sul contratto del direttore generale Luigi Gubitosi. A verbale del Consiglio di amministrazione è stata infatti messa la richiesta del magistrato contabile (che assiste alla riunione) di “osservare” la delibera del contratto di 650.000 euro all’anno, a tempo indeterminato, per il top manager;

la legge (art. 49, comma 11, del decreto legislativo n. 177 del 2005) prevede che la nomina del Direttore generale della Rai sia approvata dal Consiglio di amministrazione dell’azienda, d’intesa con l’azionista. Senza questa intesa, la nomina non può ritenersi perfezionata;

in data 17 aprile 2012 è entrato in vigore il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 89 del 16 aprile 2012, recante “Limite massimo retributivo per emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali”;

tra gli obiettivi centrali della nuova dirigenza Rai dovrebbero esserci il contenimento dei costi e la razionalizzare le spese;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in un momento di grave crisi economica come quello che sta vivendo il nostro Paese, in cui si chiedono sacrifici di ogni tipo ai cittadini e in cui vi sono membri del Governo che spiegano ai precari quanto sia noioso il lavoro a tempo indeterminato, dare un compenso tanto alto sia immorale e smentisca la mission stessa dell’azienda;

il Governo dovrebbe intervenire, nella sua qualità di azionista della Rai, al fine di esercitare la facoltà di negare la suddetta intesa, relativa alla scelta del vertice Rai, almeno fino a quando non si addivenga ad una ridefinizione del contratto del Direttore generale meno onerosa in rapporto alla sua durata e alla retribuzione annua prevista,

si chiede di sapere quali iniziative normative il Governo intenda adottare al fine di fissare un tetto allo stipendio dei dirigenti Rai, come prescritto dalla legge, equiparandoli alle somme previste per gli emolumenti o le retribuzioni dei manager di aziende pubbliche.

Nascosti 21.000 miliardi dollari nei paradisi fiscali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08016
Atto n. 4-08016

Pubblicato il 24 luglio 2012, nella seduta n. 775

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

Roberto Mania scrive per “la Repubblica” su quanto è stato nascosto nei paradisi fiscali di tutto il mondo: «Super ricchi oppure super evasori. Qualche volta, più rozzamente, super delinquenti globali. Perché c’è una manciata di persone di tutto il mondo che ha depositato nei paradisi fiscali qualcosa come 21 mila miliardi circa di dollari americani. È una cifra impressionante, stratosferica. È una somma pari al Pil prodotto negli Stati Uniti e a quello giapponese messi insieme, due tra i paesi più ricchi del Pianeta. Sono soldi sottratti al fisco, qualunque esso sia; soldi tolti agli investimenti produttivi e al lavoro; soldi molto spesso frutto di operazioni di riciclaggio della criminalità organizzata o del terrorismo internazionale. Sono soldi che arrivano da tante parti ma che si fermano nei cosiddetti paradisi fiscali, dalle Isole Cayman alla Liberia, con una identica principale motivazione: non pagare le tasse, o pagarne molto meno del dovuto. Sono soldi che per tante ragioni “devono” restare nascosti nei forzieri off-shore. Tanto chi li possiede se li può godere ugualmente, grazie a una rete di complicità che vede le banche (le stesse che dai subprime hanno generato la crisi) principali protagoniste insieme a un esercito di consulenti legali e finanziaria senza scrupoli. A misurare per la prima volta il “bottino” depositato nelle banche opache fiscalmente protette è stata l’organizzazione britannica anti evasione Tax Justice Network (Tjn) che ha fatto della lotta contro i paradisi fiscali una delle sue principali missioni, convinta che proprio l’esistenza di quei Paesi senza trasparenza sia una delle cause della povertà mondiale e della crescente diseguaglianza tra ricchi e poveri e tra il nord e il sud dell’emisfero. Tanto più quando anche la parte un tempo ricca del globo è avvolta nella coltre della nuova recessione. Ventunomila miliardi di dollari, dunque. Una fortuna che appartiene a poco più di 10 milioni di persone, tra i quali sono circa 91 mila quelli che possiedono poco meno di 10 mila miliardi nei paradisi fiscali. Ma quei 21 mila miliardi forse sono di più. Tjn, infatti, ha considerato esclusivamente la ricchezza monetaria depositata nelle banche e gli investimenti finanziari realizzati, non le proprietà immobiliari né gli yacht. Così la stima della ricchezza offshore arriverebbe a ben 32 mila miliardi di dollari. La ricerca dal titolo significativo “The price of off-shore revisited”, è stata realizzata dall’ex capo economista della società di consulenza McKinsey, James Henry, ed è basata su dati della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, delle Banche centrali nazionali, dell’Onu e della Banca dei regolamenti internazionali. Cifre – sostiene Henry -che tutti i grandi organismi internazionali utilizzano solo in parte perché dedicano pochissime indagini a questo settore. “Uno scandalo”, secondo lo studioso che denuncia la sostanziale “tolleranza” che accompagnato la progressiva crescita dell’economia off-shore. C’è un circolo vizioso che genera quello che Henry definisce un “gigantesco buco nero nell’economia mondiale”. Ci sono gli istituti di credito, innanzitutto. Lo studio rivela che le tre principali banche coinvolte nei meccanismi di trasferimento del denaro dei super ricchi globali sono: Ubs, Credit Suisse e Goldman Sachs. E che, a fine 2010, le principali 50 banche intermediavano più di 12,1 mila miliardi di investimenti cross-border. Investimenti privati ma anche dei grandi gruppi e delle fondazioni controllate dai super ricchi. È questa la rete che spiega la crescita media del 16% ogni anno dei depositi off-shore. Sono soldi che non vanno nemmeno un po’ in tasse. La ricerca ha stimato che tassando al 30 per cento un guadagno minimo del tre (…) [per cento] dei 21 mila miliardi, si ricaverebbero intorno ai 180 miliardi (280 se fossero tassati tutti i 32 mila miliardi) pari più o meno a due volte quello che i paesi dell’Ocse destinano agli aiuti per lo sviluppo. Forse sta qua una delle ricette più concrete anche per uscire dalla Grande Crisi»;

recentemente la Germania e il Regno Unito hanno firmato l’accordo anti-evasori con la Svizzera,

si chiede di sapere:

a che punto siano le trattative relative alla conclusione dell’accordo fiscale del nostro Paese con la Svizzera;

se il Governo non ritenga che l’accettazione del segreto bancario svizzero, implicita negli accordi con Germania e Regno Unito, rischia di rendere ancor più lungo un percorso già tormentato e, di conseguenza, se intenda adoperarsi per non concedere l’anonimato agli evasori;

quali iniziative intenda assumere nelle opportune sedi internazionali al fine di convincere, attraverso le autorità competenti, gli Stati contrari allo scambio di informazioni bancarie a fini fiscali a cambiare rotta entro tempi determinati;

se intenda promuovere l’adozione di iniziative legislative volte a rafforzare l’attuale sistema di vigilanza del settore bancario, al fine di tutelare gli interessi dei risparmiatori.

Elicottero atterra su spiaggia Santa Severa

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08014
Atto n. 4-08014

Pubblicato il 24 luglio 2012, nella seduta n. 775

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

in data 18 luglio 2012 un elicottero è improvvisamente atterrato sulla spiaggia antistante il castello di Santa Severa, sul litorale a nord di Roma, creando lo scompiglio tra i numerosissimi bagnanti presenti, che sono stati investiti da nuvole di sabbia sollevate dai rotori;

i bagnanti stupiti hanno pensato che il velivolo fosse in avaria e invece hanno visto i quattro occupanti scendere ed entrare nel vicino ristorante. Gli ospiti della spiaggia sono andati su tutte le furie a tal punto che il proprietario del locale, proprio per i disagi causati ai turisti, si è rifiutato di farli entrare e di servire loro il pranzo. A quel punto il quartetto è risalito a bordo dell’elicottero ed è decollato per ignota destinazione;

la guardia costiera, in collaborazione con il reparto aeronavale della Guardia di finanza e dell’Ente nazionale aviazione civile, ha subito avviato le ricerche del proprietario del velivolo. Contemporaneamente ha inviato un rapporto alla Procura della Repubblica di Civitavecchia per l’eventuale addebito di responsabilità di natura penale. A quanto si è appreso, l’elicottero, sarebbe stato di proprietà di una società romana che affitta velivoli. Il pilota individuato è al centro dell’attività investigativa di Capitaneria di porto di Civitavecchia e della stessa Guardia di finanza;

considerato che:

nel dicembre 2011 si era verificato un episodio simile quando Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore napoletano finito nella maxi inchiesta del G8 a La Maddalena e che avrebbe riso (ma lui smentisce) parlando al telefono subito dopo il terremoto de L’Aquila, è atterrato con l’elicottero direttamente sulla spiaggia della Feniglia ad Ansedonia (Grosseto) per portare la mamma al ristorante;

sulla spiaggia interessata dall’atterraggio sorge un piccolo borgo medievale con un castello dell’XI secolo prospiciente il mare. Il castello, che di recente è interessato da un piano di restauro, rappresenta un valore culturale, storico e artistico inestimabile;

spesso alcuni stabilimenti impediscono anche l’accesso al mare o comunque pretendono il pagamento di un biglietto anche per il transito e l’accesso alle spiagge, violando quanto sancito dalla legge. Sono numerose le manifestazioni di associazioni e cittadini organizzate per difendere il loro diritto di accesso gratuito alla battigia, considerato che la costa demaniale è un bene comune da tutelare per la fruizione collettiva e interesse pubblico,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo abbia provveduto ad aprire, o intenda farlo, un’indagine sulla vicenda anche relativamente al pilota e la compagnia che ha provveduto al noleggio;

come sia possibile che si sia arrivati al paradosso che i cittadini non riescono ad esercitare il loro diritto di accesso alla spiaggia, libero e gratuito, mentre un elicottero può atterrare indisturbato sull’arenile creando scompiglio tra i bagnanti e quali iniziative di competenza intenda assumere a riguardo;

se il Governo non ritenga necessario adottare tutte le opportune iniziative, anche intervenendo presso le autorità preposte alla tutela del litorale, al fine di garantire l’equilibrio dei delicati ambienti costieri nonché la tutela culturale, archeologica e paesaggistica della zona interessata dal sito del castello di Santa Severa (Roma).

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