Attentato Brindisi – Ragazze ustionate

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00513
Atto n. 2-00513

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI , MASCITELLI , PEDICA , CARLINO , DI NARDO – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

alla famiglia di Melissa Bassi, la ragazza di 16 anni uccisa dalla bomba nella scuola di Brindisi del 19 maggio 2012, la compagnia assicurativa della scuola «Morvillo Falcone», liquidò la somma di 80.000 euro, massimale previsto in caso di morte di uno studente, mentre sembra che le altre ragazze ferite non verranno neppure risarcite;

scrive infatti il “Corriere della sera” del 7 agosto 2012 che il legale delle compagne di scuola di Melissa protesta il fatto che l’assicurazione li considera soltanto danni estetici. Ustionate dalla bomba, non saranno risarcite;

si legge: «Alla famiglia di Melissa Bassi, la ragazza di 16 anni uccisa dalla bomba di Brindisi del 19 maggio scorso, la compagnia assicurativa della scuola “Morvillo Falcone”, la Reale Mutua Assicurazioni di Torino, liquidò subito, pochi giorni dopo, la somma di 80 mila euro, il massimale previsto in caso di morte di uno studente. Al milionario risarcimento dovrà pensare invece, quando l’iter giudiziario sarà finito, la famiglia di Giovanni Vantaggiato, il reo confesso dell’attentato. Ma ieri l’avvocato Mauro Resta, che assiste due compagne di scuola di Melissa, Azzurra Camarda e Sabrina Ribezzi, ha lanciato l’allarme: “In questi giorni sono in corso le visite medico-legali per stabilire l’entità delle conseguenze fisiche riportate dalle ferite. Dalla compagnia assicuratrice della scuola ci hanno fatto già sapere, però, che le ustioni non verranno inserite nel computo dei danni da liquidare perché considerate danni estetici”. Danni estetici? La liquidazione, ha spiegato l’avvocato all’agenzia Ansa, scatta solo se per via delle lesioni da ustione viene rilevata una menomazione: allora si tratta di “danni funzionali” causati dall’infortunio. Diversamente, però, l’assicurazione non paga. Va detto, certo, che la polizza fu stipulata in tempi non sospetti, con una firma di routine apposta in calce a un contratto, quando nessuno poteva immaginare che davanti al cancello della “Morvillo Falcone” si sarebbe consumato uno degli attentati più atroci di sempre, con una ragazza uccisa e altre nove ferite, cinque delle quali ricoverate a lungo in ospedale. Le cicatrici delle ragazze sconvolte dalla bomba, però, non sembrano proprio da annoverare nella categoria degli inestetismi: “Sono segni permanenti che portano sulla propria pelle e non è possibile che non le si consideri come una mutilazione”, è il pensiero dell’avvocato Resta. In attesa di riscontri da Torino, bisogna dire che nel frattempo la Regione Puglia e il Comune di Mesagne si sono dati molto da fare per assistere le famiglie delle vittime dell’attentato. Stiamo parlando di cure costosissime: bendaggi, pomate, creme, unguenti e detergenti da usare ogni giorno per lenire le ferite che bruciano. Per fare un esempio: le pomate in farmacia sono considerate cosmetici e quindi per esse non è prevista alcuna esenzione. Così sono stati stanziati duecentomila euro e diecimila sono già andati a ciascuna delle famiglie. Anna Canoci, a causa dello scoppio, ha perso quasi del tutto l’udito e a breve dovrà andare a Pisa (come Veronica Capodieci, tornata a casa domenica) per sottoporsi a visite mediche specialistiche. Anche Anna riceverà ora un aiuto dalla Regione. L’assessore alla Protezione civile, Fabiano Amati, chiederà alla Procura la lista completa delle parti offese per estendere il contributo a tutti coloro che dimostreranno di averne bisogno»;

considerato che i problemi da affrontare da parte delle famiglie colpite restano ancora tanti. Come richiamato nell’articolo, una delle ragazze, Anna Canoci, ha perso quasi completamente l’udito nell’esplosione del maggio scorso alla scuola. Dovrà sottoporsi a visite mediche specialistiche e dovrà recarsi presso centri specializzati a Pisa, per sperare di recuperare almeno in parte. Altre risorse saranno necessarie e dovranno essere reperite dalla famiglia,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che la Reale mutua assicurazioni di Torino non risarcirà i danni sofferti dalle studentesse che portano i segni permanenti delle gravissime ustioni causate dell’esplosione del 19 maggio 2012 e che hanno sostenuto ingenti spese mediche dovendo sopportare altresì lunghi e penosi periodi di degenza ospedaliera;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per imporre alle compagnie assicurative, a giudizio dell’interpellante protette dall’inerzia dell’Isvap, il rispetto dei sacrosanti diritti degli assicurati.

Spending review-Legge Mancia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08114
Atto n. 4-08114

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il comma 12-quater dell’articolo 23 della cosiddetta spending review, decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”, introdotto nel corso dell’esame del Senato, reca modifiche all’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), volte, da un lato, ad aumentare la dotazione del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio per l’anno 2013 da 50 a 90 milioni di euro, e, dall’altro, a diminuire le risorse del Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili destinate per l’anno 2012 ad analoghe finalità di riequilibrio socio-economico e di sviluppo dei territori, che vengono ridotte da 100 a 70 milioni di euro;

in particolare, le modifiche all’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2001 sono volte a ridurre da 1.143 a 1.113 milioni il rifinanziamento disposto per l’anno 2012 dalla legge di stabilità al Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili, con riferimento specifico alla quota parte del Fondo destinata al finanziamento di interventi urgenti di riequilibrio socio-economico, ivi compresi interventi di messa in sicurezza dei territori, e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali, di cui all’articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge di stabilità per il 2011. Tale quota si riduce, pertanto, da 100 a 70 milioni di euro;

si ricorda che il Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili è stato istituito dal dall’articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge n. 5 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 33 del 2009, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze (cap. 3071). L’articolo 33, comma 1, della legge n. 183 del 2011 ha rifinanziato il Fondo per l’anno 2012 nell’importo di 1.143 milioni per il 2012, prevedendone il riparto tra le finalità indicate nell’elenco 3 allegato alla legge medesima, con appositi decreti del Presidente del Consiglio dei ministri;

la norma ha, altresì, previsto che una quota pari a 100 milioni di euro sia specificamente destinata al finanziamento di interventi urgenti di riequilibrio socio-economico, ivi compresi interventi di messa in sicurezza dei territori, e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali, secondo quanto già previsto dall’articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge di stabilità per il 2011 (legge n. 220 del 2010). Alla ripartizione di tale quota è previsto che si provveda con modalità diverse rispetto a quanto previsto per il resto delle risorse del Fondo, e precisamente con decreto del Ministro dell’economia, in coerenza con apposito atto di indirizzo delle Commissioni parlamentari competenti per i profili di carattere finanziario;

si osserva che altre norme del provvedimento interessano il Fondo per le esigenze urgenti ed indifferibili, ed in particolare, il comma 18 dell’articolo 7, che definanzia il Fondo per l’anno 2012 di 39 milioni di euro, e il comma 8 dell’articolo 23, che rifinanzia il Fondo per l’anno 2013 di 658 milioni;

inoltre, le misure di modificazione introdotte sono volte ad aumentare da 50 a 90 milioni di euro per l’anno 2013 l’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 13, comma 3-quater, del decreto-legge n. 112 del 2008, istitutiva del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio (cosiddetta legge mancia);

tale articolo ha istituito, presso il Ministero dell’economia (cap. 7536), il Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, dotandolo originariamente di 60 milioni di euro per il 2009 e di 30 milioni per ciascun anno del biennio 2010-2011, e destinando le relative risorse alla concessione di contributi statali per interventi realizzati dagli enti destinatari nei rispettivi territori, finalizzati al risanamento ed al recupero dell’ambiente e allo sviluppo economico dei territori stessi;

si ricorda che tale fondo è stato successivamente rifinanziato da una serie di disposizioni legislative. Per gli anni 2011 e 2012, il rifinanziamento delle finalità del Fondo è posto a valere sulle risorse del Fondo per le esigenze urgenti e indifferibili, nell’ambito del quale è stata prevista un’apposita riserva, come detto sopra;

alla ripartizione delle risorse e all’individuazione degli enti beneficiari del Fondo è previsto che si provveda con decreto del Ministro dell’economia, emanato in coerenza con un apposito atto di indirizzo delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari;

il Fondo per interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive e culturali e sociali (istituita con la legge finanziaria del 2010) prevedeva lo stanziamento di 150 milioni di euro da dare ai partiti, 100 nel 2012 e 50 nel 2013. Pertanto per quanto risulta all’interrogante l’articolo in questione compie una sorta di “gioco di prestigio” riducendo di 30 milioni il fondo della legge mancia per il 2012 (cioè da 100 a 70 milioni), ma aumentando di 40 milioni quello per il 2013 (da 50 a 90 milioni). Una sorta di partita di giro da cui saltano fuori 10 milioni in più da spartire;

a giudizio dell’interrogante la cosiddetta legge mancia è uno strumento volto appositamente ad incoraggiare il clientelismo, con contributi a pioggia e mirati ai singoli destinatari che, ad oggi, rappresenta l’ennesima mancanza di rispetto per il “sacrificio” continuo richiesto al popolo italiano. L’impostazione “montiana” del rigore e del sacrificio sociale, cavallo di battaglia dei partiti che giustificano la delega in bianco lasciata nelle mani dell’attuale Governo tecnico, non coincide con il loro modus operandi;

è arrivata la stroncatura senza appello operata dalla Corte dei conti nei confronti della “legge mancia” per gli anni 2009-2011. La Corte pronuncia giudizi molto chiari e inappellabili, tacciando la legge di incostituzionalità e, soprattutto, sostenendo che le finalità del fondo sul quale ogni anno vengono concentrati i finanziamenti da ripartire sembrano fatte apposta per poter farvi rientrare qualunque cosa;

si legge sulla voce “Legge mancia” pubblicata sul sito Internet dell’enciclopedia “Treccani”: «Figlia di questi tempi (…) e di questi Governi, a far sorridere, forse, gli economisti, perché si riferisce a somme modeste, messe a paragone con l’entità del bilancio statale, è la legge mancia. Una leggina nel senso letterale del termine: davvero particolaristica e limitata, “il resto mancia”, “grazie!”. Mentre si stanno per chiudere i giochi della Finanziaria, deputati e senatori, improvvisamente memori del proprio elettorato territoriale di riferimento, cercano di far passare una mancia(ta) di finanziamenti per operine di ristrutturazione che riguardano il campanile della chiesa pievana danneggiato dalle piogge acide, le siepi deperite che cingono il giardino dove sorge lo stabile che ospita la pregiata associazione cittadina dei giocatori di canasta, la terrazza panoramica del Country Club “Vecchie glorie dei reality show”… Proponi che ti proponi, alla fine si ammonticchia una sommetta ragguardevole, agli occhi del comune mortale (548 milioni di euro nel 2004, per esempio): le ipotesi di finanziamenti da spargere per l’Italia dei cento(mila) campanili vengono raccolte e così prende forma il gruzzolo complessivo della mancia, che troverà adeguata collocazione nella legge apposita, recante, in realtà, denominazione ufficiale rigorosamente denotativa, del genere “interventi in materia di programmazione dello sviluppo economico e sociale territoriale”. Viene un po’ di tristezza a pensare che necessità locali di spesa, magari (chissà) giustificabili, debbano infilarsi di straforo in una leggina che trasforma in diritto un atto di carità pelosa – un pezzetto di campagna elettorale dell’onorevole-soccorrevole. (…) Legge che, su sollecitazione di singoli parlamentari, finanzia svariati interventi particolari e limitati, da realizzare sul territorio, venendo incontro in particolar modo alle richieste delle realtà amministrative locali più piccole. Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani»;

si legge in un articolo del 13 aprile 2012 pubblicato su “Il Sole-24 ore” che la legge mancia è stata «ideata da Tremonti nel 2003 per evitare l’assedio dei parlamentari alla finanziaria. Dalla fine del 2005 sono piovuti sui collegi dei parlamentari 500 milioni che in mille rivoli e per somme a volte anche di poche migliaia di euro, da qui l’epiteto di “mancia”, hanno finanziato di tutto, nella massima discrezionalità e con controlli minimi. Riapparsa come per incanto, dopo l’abolizione del Governo Prodi nel 2008 da Berlusconi per un importo di 265 milioni ripartito per altre necessità, tra il clientelare e l’amichevole, fino all’ultimo stratagemma, in forma di emendamento all’ultima legge di stabilità licenziata dall’ex maggioranza negli ultimi giorni del Governo Berlusconi, con cui si sono scovati altri 150 milioni per quest’anno e per il 2013»;

sempre dallo stesso articolo si apprende che si è finanziato di tutto con questa legge, dalla scuola della moglie dell’esponente di un partito della ex maggioranza (1.120.000 euro in due tranche, 800.000 e 320.000, nel 2010) all’aeroclub Olbia della costa Smeralda, che ha ricevuto 100.000 euro;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in un momento in cui la credibilità della politica è ai minimi storici, conservare una legge per distribuire favori nei territori, senza ricorrere ad un criterio oggettivo di urgenza e necessità, sia un atto politico molto grave, che dimostrerebbe una volta di più la mancanza di sensibilità nei confronti dei cittadini costretti a fare i conti con una crisi economica profonda;

la finalità di tale spostamento di fondi sembra essere quella di rimandare dal 2012 al 2013 la “spartizione” di denaro dei partiti, in un momento in cui le acque potrebbero essere più calme dal punto di vista finanziario e soprattutto politico,

si chiede di sapere:

quali iniziative intenda adottare il Governo al fine di dare seguito all’impegno assunto con l’ordine del giorno approvato alla Camera relativamente alla destinazione dei fondi della “legge mancia” per il 2012 e il 2013 alle zone terremotate dell’Emilia-Romagna e della provincia di Mantova e Rovigo;

quali iniziative intenda assumere al fine di opporsi, per quanto di propria competenza, a futuri interventi legislativi assimilabili alle cosiddette “leggi mancia”, ponendo fine ad un sistema opaco, che rischia di istituzionalizzare il clientelismo, già condannato dalla Corte dei conti.

Sicilia dei veleni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08112
Atto n. 4-08112

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute. -

Premesso che:

Giuseppe Pipitone e Silvia Bellotti hanno condotto un’inchiesta per “il Fatto Quotidiano”, pubblicata il 1° agosto 2012, sulla Sicilia dei veleni, dalla raffineria nel siracusano al petrolchimico di Gela;

vi si legge: «A qualche centinaio di chilometri dall’Ilva di Taranto esistono altri centri in cui l’esigenza di un lavoro si paga con conseguenze gravissime per l’ambiente e per la salute. In Sicilia è così, specie dove l’isola ha cercato il suo sviluppo. Erano gli anni ’60 e le coste migliori furono messe a disposizione dei colossi energetici del tempo, l’Esso e l’Eni. L’obiettivo era estrarre e raffinare il petrolio di cui l’isola è ricca. E impiantare vicino al mare i laboratori che avrebbero dovuto fare da traino per la nuova chimica made in Italy. In cambio, la Sicilia chiedeva lavoro. E così è stato. Quasi come a Taranto. Ma il progetto di sviluppo ha un prezzo altissimo in termini di vite umane e malattie. Anche se non ci sono sentenze che dimostrino la diretta correlazione, i cittadini e molti medici non hanno dubbi. Il viaggio dei veleni comincia nel litorale di Siracusa, un litorale che alla fine degli anni ’50 venne immolato nel nome dello sviluppo. Qui il cavaliere Angelo Moratti venne a costruire la Rasiom, in grado di raffinare 8 milioni di tonnellate di greggio all’anno. In seguito arriveranno la Esso, l’Eni e l’Enel. E la costa tra i comuni di Priolo, Augusta e Melilli verrà ribattezzata “triangolo della morte”. Le industrie petrolifere e quelle chimiche hanno dato lavoro negli anni a circa 10 mila persone. Oggi però, a parte la Erg, stanno tutti trasferendo altrove i cicli produttivi. Dello sviluppo economico qui è rimasto ben poco. A certificare 50 anni di industria rimangono però le statistiche sulla percentuali di decessi. A Priolo e Augusta i morti di tumore sono il 10 per cento in più rispetto al resto della Sicilia, e superano il 20 per cento quelli per tumore al polmone. Dal 1990 è scattato anche l’allarme malformazioni genetiche. Nel 2000 a Priolo il 5 per cento dei bambini è nato con malformazioni, cinque volte in più della media nazionale. Diffusissima l’ipospadia, una malformazione congenita dell’apparato genitale, che ad Augusta colpisce il 132 per mille dei nati. Numeri che ad oggi non hanno ancora trovato una causa specifica per la legge. Manca il nesso causale, ovvero la dimostrazione che i tumori e le malformazioni genetiche derivino dall’inquinamento delle industrie. Nel 2006 però la Syndial, società del gruppo Eni, ha deciso di risarcire alcune famiglie di Priolo: 11 milioni di euro per 101 casi di bambini nati con malformazioni genetiche. Il nesso causale manca anche a Gela, settantamila abitanti sulla costa meridionale della Sicilia, dove da cinquant’anni la parola lavoro è sinonimo di Eni. Oggi a lavorare per l’azienda del cane a sei zampe ci sono meno di duemila persone. E in futuro saranno ancora meno. Fino agli anni ’90, però, dai cancelli del Petrolchimico voluto da Enrico Mattei sono passati interi nuclei familiari: migliaia di operai che raffinavano carburante e producevano concimi chimici e materie plastiche. Quattro celle affacciate sulla tangenziale costituivano fino al 1994 il reparto Clorosoda, il fiore all’occhiello della nuova chimica made in Italy. Attivo dal 19 marzo 1971, Clorosoda era conosciuto da queste parti come il reparto killer. Su 75 operai che ci hanno lavorato negli ultimi anni di attività più della metà si sono ammalati di tumore: una ventina sono già morti, gli altri lottano contro un sistema immunitario distrutto dai veleni. Per anni, infatti, hanno lavorato respirando mercurio, che dentro Clorosoda era trattato senza alcuna precauzione. Il problema vero però è nella matrice ambientale: a Gela sono inquinati anche gli ortaggi coltivati nella zona. Il risultato è che nel 2002, 520 bambini nati a Gela sono venuti alla luce con malformazioni genetiche. Anche qui è diffusissima l’ipospadia ma non mancano anche i casi di bambini nati microcefali, soprattutto tra le famiglie di ex operai del petrolchimico. “Quando io e mio fratello siamo nati senza alcun tipo di malformazione in famiglia si è quasi gridato al miracolo per una cosa che dovrebbe essere normale” racconta il giornalista Andrea Turco, figlio di un operaio dell’indotto petrolchimico. Nel 2006 un centinaio di famiglie di ex operai Clorosoda hanno deciso di mettersi insieme per fare causa all’Eni e costringere i vertici dell’azienda a prendersi le proprie responsabilità. “Siamo pronti ad aiutare anche le vittime del petrolchimico di Gela” dice Andrea Armaro, responsabile relazioni esterne del cane a sei zampe. Dal 2008 la procura di Gela ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. E in attesa che le indagini facciano il loro corso, il genetista Sebastiano Bianca mette tutti in guardia: “In trent’anni non è cambiato nulla: pur avendo in parte dismesso gran parte degli impianti le percentuali di malformazioni sono rimasti stabili. Quindi il vero problema di questa città non sono le generazioni presenti ma quelle che verranno”»;

si legge invece nella trascrizione di un’intervista pubblicata dallo stesso giornale sempre il 1° agosto: «”Mio padre è morto di tumore all’esofago nonostante non avesse mai bevuto, mai fumato, non ha mai preso un caffè”. È la testimonianza di Massimo Grasso, presidente del comitato degli ex lavoratori di Clorosoda, il “reparto killer” dell’Eni di Gela. “Io ho avuto un trapianto di cuore, vivo con il cuore di un altro” dice Francesco Iraci ex capo turno di Clorosoda, dove si produceva la soda caustica. “Dentro ogni cella c’erano tremila e 400 chili di mercurio: quando le pompe perdevano mercurio noi operai dovevamo spazzare quel mercurio ad altissima temperatura” racconta l’ex operaio Francesco Iraci»,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda avviare immediatamente un’indagine sui reali livelli di inquinamento addebitabili alle industrie della Sicilia al fine di tutelare l’ambiente e garantire ai cittadini e alle generazioni future il miglior stato di salute possibile, nel rispetto del diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona;

se ritenga urgente approfondire il delicato problema e dare più precisa cognizione all’opinione pubblica locale;

se non ritenga opportuno intraprendere iniziative per l’avvio di un’indagine epidemiologica volta ad accertare eventuali danni sanitari collegati all’inquinamento nelle vicinanze delle fonti di rischio;

quali iniziative abbia assunto per identificare la causa e i responsabili del danno ambientale e se siano state intraprese iniziative per far sì che lo stesso non continui a perpetuarsi nell’area interessata;

come intenda attivarsi affinché non si abbassi la guardia nel richiedere con forza i controlli ambientali, soprattutto delle sostanze che non sono misurate dalle centraline di monitoraggio, ma che non per questo sono meno pericolose poiché, allo stesso modo di quelle misurate, si disperdono nell’ambiente ed entrano nella catena alimentare;

di quali dati disponga in relazione alla situazione di acque sotterranee, sorgenti e falde acquifere, nonché delle acque superficiali, dei corsi d’acqua e degli invasi naturali o artificiali della zona;

se non ritenga urgente adottare le opportune iniziative al fine di controllare se i fenomeni di inquinamento sui terreni abbiano determinato o possano determinare contaminazione nella catena alimentare o idrica;

se sia a conoscenza degli interventi che le attuali amministrazioni locali ritengono di predisporre al fine di contenere i danni causati all’ambiente e all’uomo dall’inquinamento dei territori interessati, ripristinando i valori naturali dell’aria, dell’acqua e del suolo, al fine di garantire in futuro uno sviluppo ecosostenibile per tutto il territorio dell’isola;

se ritenga necessario intervenire per fare il punto sullo stato di salute della popolazione nella zona, identificare e valutare l’effettivo trend in aumento di alcune importanti malattie nonché l’incidenza e la mortalità per tumore insieme al preoccupante fenomeno dell’incremento di malformazioni genetiche dei nascituri.

Roma- Pullman turistici in città

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08113
Atto n. 4-08113

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

sono numerose le proteste relative alla congestione del traffico nella capitale causata dai numerosi pullman turistici che la invadono, senza distinzione di quartiere;

scrive “la Repubblica” il 2 giugno 2012 in un articolo intitolato “Bus turistici, città sotto assedio”: «La lentezza è quella delle tartarughe, ma la stazza è di un bisonte. Transitano a passo d’uomo lungo le strade della città, intasano il traffico, si incastrano nei vicoli. E poi sostano più del consentito negli spazi autorizzati costringendo gli altri mezzi al parcheggio selvaggio. Cassa di risonanza del caos provocato ogni giorno dai bus turistici è quel piano pullman varato nell’aprile 2010 dalla giunta Alemanno. Presentato come panacea di tutti i mali, in realtà non ha fatto altro che contribuire all’assedio dei torpedoni in ogni zona della città. Perché se è vero che le regole ci sono, la realtà è che non vengono fatte rispettare. Il risultato è che dal centro alla periferia non c’è area di Roma immune dalla sosta selvaggia dei pullman. “L’emergenza è sotto gli occhi di tutti e dimostra chiaramente il flop di un piano pullman che si è dimostrato inefficace” denuncia Antonella De Giusti, presidente del municipio XVII. Proprio nell’area attorno al Vaticano la situazione è tra le più critiche. “Via della Conciliazione vive costantemente l’assedio dei pullman, con gravi pericoli per i pedoni” sottolinea il minisindaco De Giusti»;

in un altro articolo dello stesso quotidiano, pubblicato il 14 ottobre 2011, si legge che: «”I bus turistici? Non dovrebbero proprio entrare all’interno delle mura aureliane – concorda Viviana Piccirilli Di Capua, dell’Associazione abitanti centro storico -. Occorre “chiudere le porte” a quei bestioni. I Municipi I, XVII e XVIII non dovrebbero mai essere invasi, ma soprattutto i pullman turistici non dovrebbero poter circolare nei giorni dei cortei e delle manifestazioni aggiungendo caos al caos”. Ormai sono dei transatlantici su quattro ruote: andare verso una mobilità sostenibile significa – ribadisce Di Capua – anche fermarli fuori della città storica. E chi si lamenta che così si nuoce all’economia della città per via del turismo, dovrebbe pensare che l’economia passa anche per la tutela dell’ambiente”. Ma i titolari dei torpedoni non ci stanno»;

sempre su “la Repubblica”, in articolo pubblicato il 23 giugno 2011, si legge: «”Un fallimento”. Non usano troppi giri di parole gli agenti della polizia municipale per definire il piano pullman del Campidoglio, un provvedimento che nelle intenzioni della giunta Alemanno avrebbe dovuto mettere ordine nel caos dei pullman turistici. In realtà, il j’accuse del sindacato Ospol traccia un quadro ben diverso della situazione, sottolineando l’inutilità del piano. “Scoppiata l’estate – si legge in una lettera dell’Ospol – è già scoppiato anche il piano bus e tutto il centro storico e le aree intorno al Vaticano sono territori assediati dai pullman turistici che, a fronte dell’acquisto di un titolo di accesso ai check-point sono autorizzati a fermarsi, senza incorrere in sanzioni, nei pressi degli alberghi, dei ristoranti, dei musei e dei monumenti per permettere la salita e la discesa dei passeggeri”. In pratica, in base a quanto previsto dal Comune, i torpedoni prima di entrare in città comprano un pass che permette l’ingresso in aree sensibili, come il I e il XVII municipio. In queste zone ci sono posteggi a tempo in cui l’assessorato alla Mobilità guidato da Antonello Aurigemma ha concesso una sosta breve (massimo 15 minuti) per la salita e la discesa dei turisti. Il problema è che spesso i vigili urbani, già impegnati su decine di fronti (dalla lotta all’abusivismo al traffico), difficilmente riescono a sanzionare i pullman che non rispettano le regole. “I vigili urbani ormai sono costretti a fare da “parcheggiatori” per i bus – attacca il sindacato Ospol – il traffico nel centro storico e attorno al Vaticano è costantemente congestionato dall’accavallarsi dell’arrivo contemporaneo dei bus, soprattutto in aree come il traforo di via Milano e via Marsala”. La richiesta che il sindacato dei caschi bianchi rivolge direttamente ad Alemanno è di “contingentare il numero giornaliero dei pullman turistici che entrano nel centro storico. Ora – dicono – c’è un rilascio indiscriminato di permessi ed è anche assolutamente necessario che il Campidoglio collochi in altri luoghi quei posteggi per i torpedoni che ora si trovano a ridosso dei monumenti e bloccano la circolazione”»;

l’attuale situazione della mobilità turistica della città di Roma è caratterizzata da una pluralità di percorsi che portano alla luce, più che un problema di accesso e di circolazione, un problema di fermata e di sosta dei pullman, oltre alla necessità di sviluppare e razionalizzare i servizi forniti dal settore turistico capitolino, senza portare nocumento alla quotidianità dei residenti;

considerato che da ultimo è arrivata la decisione dell’Assessorato alla mobilità del Comune di Roma di permettere ai pullman turistici di usare le corsie preferenziali. Si legge infatti, sempre su “la Repubblica”, in un articolo del 28 giugno 2012: “È l’ultima trovata dell’assessorato ai Trasporti: complicare la vita ad automobilisti e mezzi pubblici, già alle prese con ingorghi quotidiani, facilitando invece la circolazione dei pullman turistici. Se d’ora in avanti vedrete sfrecciare quei mastodonti a uno o due piani nelle corsie preferenziali, non vi allarmate: è tutto regolare. Autorizzati, con tanto di determina dirigenziale firmata l’11 giugno da Goffredo Camilli, capo del VII Dipartimento, a viaggiare su una serie di carreggiate riservate a bus e taxi in zone strategiche: esattamente in via Ostiense, via di Santa Maria in Cosmedin, Lungotevere Aventino (direzione piazza dell’Emporio), via dell’Amba Aradam (direzione piazza San Giovanni), via Catania, via Ban e via Morgagni, via Gregorio VII. L’ennesima forzatura alle regole e al buon senso firmata dal Campidoglio, che già ci aveva provato – senza successo – con i motorini. Non paghi di poter invadere con la loro stazza piazze storiche e lungoteveri, stazionando per ore nelle vicinanze dei principali monumenti senza che i vigili muovano un dito, i bestioni sputaturisti potranno ora intralciare il passaggio dei mezzi pubblici come se i tempi di percorrenza non fossero da corriera sudamericana e il traffico non esistesse. Tra l’altro, per dare via libera a questo incredibile provvedimento, il Dipartimento Mobilità e Trasporti non solo si è fatto confortare da una fantomatica sperimentazione avviata tra il 2009 e il 2010 (e però fatta passare, chissà perché, sotto silenzio) ma ha per di più ignorato ben due pareri negativi forniti dall’Atac. Consapevole dei suoi problemi, infatti, l’azienda di Via Prenestina si sarebbe detta fortemente contraria al salvacondotto per i granturismo. Ma l’assessore Antonello Aurigemma ha preferito fare orecchie da mercante. “Con l’amministrazione Alemanno del trasporto locale resta ben poco di pubblico: dopo la volontà del sindaco di affidare ad operatori privati la futura gestione della metro C, ora assistiamo all’apertura delle corsie preferenziali ai pullman turistici. Questa decisione finirà per danneggiare il servizio di superficie con una possibile riduzione della velocità commerciale e dei tempi di percorrenza per gli autobus di linea”, denuncia il consigliere Pd Massiliamo Valeriani, autore di un’interrogazione urgente “per sapere quali sono le motivazioni, dal punto di vista trasportistico, che hanno portato a questa decisione: sarebbe importante conoscere, inoltre, il parere di Atac e Roma Tpl sia per valutare possibili ricadute sulla qualità del servizio che un eventuale impatto negativo sulla sicurezza stradale”. È sconfortato, Valeriani: “La confusione e l’incapacità dell’amministrazione Alemanno non conosce limiti: negli ultimi quattro anni non è stato istituito un solo chilometro in più di corsia preferenziale e non si è investito sui corridoi della mobilità. Invece di promuovere e incentivare l’uso del trasporto pubblico, il sindaco favorisce gli operatori privati, continuando nell’opera di deregulation dell’accesso, del transito e della sosta dei bus turistici”,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di indurre l’amministrazione capitolina a rivedere il piano pullman, ponendo un freno al rilascio indiscriminato dei permessi e, di conseguenza, contingentando il numero giornaliero dei pullman turistici che entrano nel centro storico, così da regolare l’accesso, il transito e la sosta dei bus turistici compatibilmente con la fruibilità della mobilità della capitale;

se sia a conoscenza del fatto che il piano definisce le aree di fermata autorizzata per la salita e la discesa dei passeggeri dai bus turistici;

a quanto corrisponda l’accertamento di entrata per l’anno 2011 e quali siano i valori percentuali di attribuzione al Comune e alle società appaltatrici del servizio;

se corrisponda al vero che la maggior parte dei bus turistici non rispetta le regole del piano e i vigili urbani non riescono a sanzionarli;

se ritenga che con il fallimento del piano che avrebbe dovuto regolare l’accesso dei bus turistici nella città e con l’ultima decisione presa dall’Assessorato alla mobilità del Comune di Roma, di permettere ai pullman turistici di usare le corsie preferenziali, si avvantaggino solo gli operatori privati con grave danno per i cittadini;

se e quali iniziative intenda adottare per ripristinare condizioni di sicurezza ed eguaglianza tra i visitatori ed i residenti della città di Roma.

Esodati-Messaggio Inps

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00512
Atto n. 2-00512

Pubblicato il 7 agosto 2012, nella seduta n. 787

LANNUTTI , CARLINO – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

il “pasticcio” dei lavoratori esodati continua ad avere gravissime ripercussioni sulla vita di tantissime famiglie che non sanno quale debba essere il loro destino. In un articolo pubblicato il 7 agosto 2012 sul “Corriere della sera” dal titolo: “Esodati, il giallo del messaggio Inps. La questione dell’adeguamento dei requisiti per chi ha 40 anni di contributi alle regole sull’aspettativa di vita”, Enrico Marro parla dei lavoratori, senza reddito e senza pensione;

si legge: «La circolare “scomparsa”, la chiama Giancarlo Santorsola, lavoratore esodato del settore bancario attualmente a carico del Fondo di solidarietà del credito, che ha scritto alle segreterie dei ministri del Lavoro e del Tesoro, oltre che ai leader sindacali e ai parlamentari Giuliano Cazzola del Pdl e Cesare Damiano del Pd. È successo che il 3 agosto scorso sul sito dell’Inps è apparso il messaggio numero 13.052 che per qualche ora ha rovinato la giornata del signor Santorsola. Il quale è uno dei 120 mila esodati finora salvaguardati attraverso due decreti del governo (il primo per 65 mila lavoratori e il secondo per altri 55 mila). Gli esodati sono quei lavoratori che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione perché usciti più o meno volontariamente da aziende in crisi, con l’ aspettativa di andare di lì a poco in pensione e invece si sono ritrovati improvvisamente con lo scenario cambiato dalla riforma della previdenza dello scorso dicembre, che ha inasprito fortemente i requisiti (età e contributi) necessari per lasciare il lavoro. Quanti siano questi lavoratori a rischio di rimanere senza reddito per periodi più o meno lunghi nessuno lo sa. La questione è stata e ancora è al centro di un duro scontro fra governo e sindacati, governo e Inps, governo e forze politiche. Alla fine lo stesso ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha ammesso che gli esodati potrebbero essere più dei 120 mila salvaguardati finora, ma che il problema, nel caso, si presenterà nei prossimi anni. Intanto quelli salvaguardati possono dormire sonni tranquilli, perché potranno andare in pensione con le vecchie regole (quelle prima della riforma Fornero) non appena le raggiungeranno. I 120 mila sono stati individuati in una serie di categorie (lavoratori in mobilità, ammessi a contribuzione volontaria, usciti con accordi individuali, assistiti dai fondi di solidarietà, eccetera) a patto che abbiano determinati requisiti di età e contribuzione. Il signor Santorsola è uno di questi. È stato lo stesso Inps presieduto da Antonio Mastrapasqua a dargli la buona notizia con una lettera come quella che è stata spedita a tutti gli altri esodati da salvaguardare individuati dall’istituto. Solo che quando il nostro bancario ha letto il messaggio 13.052 dell’Inps è improvvisamente diventato di cattivo umore, perché lì dentro si prevedeva che anche ai cosiddetti “quarantisti” si applicava l’adeguamento alla speranza di vita, cioè i tre mesi in più necessari per raggiungere la pensione a partire dal 2013, già decisi prima della riforma Fornero. I quarantisti sono quelli che con le vecchie regole potevano andare in pensione anticipata (si chiamava pensione di anzianità) con 40 anni di contributi, indipendentemente dall’età. Tra gli esodati salvaguardati ci sono diverse migliaia di lavoratori che come Santorsola potranno andare in quiescenza al raggiungimento dei 40 anni (dopo la riforma Fornero servono invece 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne). Ma a costoro si applicano anche i tre mesi in più che scattano dal 2013? In questo caso ci sarebbero circa 1.200 lavoratori a rischio di restare senza reddito per qualche mese. Secondo il bancario che protesta, l’applicazione dei tre mesi ai quarantisti salvaguardati sarebbe “illegittimo”. Comunque sia, già la sera del 3 agosto l’Inps ha ritirato dal sito il messaggio. “Sono necessari ulteriori approfondimenti con i ministeri vigilanti” (Lavoro, Economia), spiegano all’Inps. “Del resto – aggiungono – non c’è urgenza perché i tre mesi in più scatterebbero dal prossimo anno”. E i tecnici assicurano: “Si troverà una soluzione per salvaguardare anche questi casi, o non applicando l’adeguamento alla speranza di vita o prolungando di qualche mese l’ammortizzatore sociale”. Un piccolo caso, che conferma però quante spine riservi ancora la questione degli esodati»,

si chiede di sapere:

quanti siano realmente i lavoratori esodati che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione perché usciti più o meno volontariamente da aziende in crisi, con l’aspettativa di andare di lì a poco in pensione e invece si sono ritrovati improvvisamente con lo scenario cambiato dalla riforma della previdenza del dicembre 2011, che ha inasprito i requisiti (età e contributi) necessari per lasciare il lavoro oggetto di due decreti del Governo, il primo per 65.000 il secondo per altri 45.000, per un totale di 120.000;

se risponda al vero che dopo il duro scontro fra Governo, sindacati, Inps e forze politiche, lo stesso Ministro in indirizzo abbia dovuto ammettere che gli esodati potrebbero essere più dei 120.000 salvaguardati finora e che tuttavia il problema, nel caso, si presenterà nei prossimi anni;

se sia a conoscenza di quale fine abbia fatto il messaggio n. 13.052 pubblicato il 3 agosto 2012 sul sito dell’Inps, apparso e poi sparito come segnalato dal signor Santorsola, uno dei 120.000 esodati salvaguardati;

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per dare certezze a migliaia di lavoratori il cui destino è cambiato dall’oggi al domani con la riforma della previdenza, gettati così nel limbo della disperazione perché rimasti senza reddito e senza lavoro.

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