Pamela Meier- Cariparma Bologna

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07471
Atto n. 4-07471

Pubblicato il 15 maggio 2012, nella seduta n. 722

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le virtuose banche italiane – a giudizio dell’interrogante scandalosamente protette dalla Banca d’Italia che persegue la stabilità invece della trasparenza e della concorrenza, per questo operanti in una logica di cartello che determina costi dei conti correnti elevatissimi con i costi di gestione pari a 295,66 euro annui contro una media di 114 euro dell’Europa a 27, con un differenziale sui mutui e credito al consumo superiore ad un punto percentuale; che hanno avuto 270,8 miliardi di euro di finanziamenti dalla Banca centrale europea come prestito triennale al tasso dell’1 per cento, e hanno utilizzato tale ingente massa monetaria per i propri utili e per continuare a corrispondere emolumenti spropositati – continuano a comportarsi in maniera eticamente discutibile, laddove non vi siano anche risvolti penalmente rilevanti, con i clienti, correntisti, risparmiatori;

anche quando devono offrire forme di finanziamento o piani di ammortamento su prestiti e mutui, non sembrano praticare la trasparenza, ma l’opacità, come nel caso ad esempio della signora Pamela Meier, una imprenditrice che nel 2010 si rivolse con fiducia alla filiale Cariparma di Bologna per attivare un mutuo;

da informazioni in possesso dell’interrogante, nella simulazione delle rate, il direttore della sede di Cariparma di Bologna, in via Marconi 16, propose all’interessata nel dicembre 2010 rate di 1.916 euro mensili se avesse ottenuto il mutuo di 108.000 euro, che sarebbero diventate 1.064 euro se avesse restituito il mutuo in 7 anni;

la signora, fiduciosa dei comportamenti corretti della banca, riteneva di poter onorare rate che comprendevano un piano di ammortamento di 7 anni, quindi più basse, ma all’atto della stipula tale fiducia risultava mal riposta, perché, come si può leggere nell’e-mail dell’11 maggio 2012, delle ore 11,58, di risposta alle proteste circa la mancata erogazione pattuita, il direttore risponde che le e-mail alle quali la signora si riferiva concernevano simulazioni di piano di ammortamento ante-delibera. Si trattava, appunto, di simulazioni. La delibera, invece, contemplava 60 mesi, di cui 24 di preammortamento. L’impegno, invece, assunto dal direttore (e pertanto dalla banca) con l’e-mail del 10 dicembre 2010 era quello di non applicare alcuna penale per una restituzione anticipata;

la banca, modificando a suo vantaggio le condizioni inizialmente pattuite, ha messo in notevole difficoltà finanziaria la loro cliente;

considerato altresì che a giudizio dell’interrogante i comportamenti descritti, che vedono la Cariparma di Bologna protagonista in negativo nei confronti della signora Meier, messa in difficoltà nell’onorare la restituzione del prestito ricevuto dall’ottusaggine e forse dalla malafede dei dirigenti, dovrebbero essere sanzionati dalle autorità che hanno il dovere di esigere correttezza e trasparenza nei rapporti tra banche ed utenti dei servizi bancari,

si chiede di sapere:

se il Governo condivida i comportamenti delle banche che, dopo aver ricevuto un prestito triennale di 270 miliardi di euro dalla Banca centrale europea al tasso dell’1 per cento, continuano a vessare le piccole e medie imprese e le famiglie, con tassi e condizioni capestro, insostenibili per la ripresa delle attività produttive e la crescita economica;

se non ritenga doveroso promuovere interventi normativi affinché le autorità vigilanti monitorino le condizioni poste dal sistema bancario italiano per le richieste di affidamenti e prestiti e le ragioni del loro rifiuto.

Imprenditore vittima illecito – Banca popolare dell’etruria e del lazio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07473
Atto n. 4-07473

Pubblicato il 15 maggio 2012, nella seduta n. 722

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di un imprenditore romano che lamenta di essere vittima di gravissimo illecito posto in essere ai suoi danni da parte della banca Popolare dell’Etruria e del Lazio;

in particolare l’imprenditore si è accorto recentemente che l’istituto permetteva ad un suo ex collaboratore di versare sul proprio conto corrente assegni intestati all’imprenditore stesso per un importo di circa 300.000 euro, consentendogli di apporre firme apocrife fronte/retro nonostante i titoli stessi fossero stati rilasciati dalle compagnie assicuratrici muniti della clausola di non trasferibilità;

l’imprenditore ha chiesto l’intervento di un avvocato specializzato per ottenere una composizione bonaria della vicenda al fine di rientrare in possesso delle ingenti somme illecitamente sottratte, senza ottenere alcun risultato;

la banca continua a non voler rilasciare al cliente tutti i titoli a lui intestati ed incassati da altri;

al momento, di circa 70 assegni non pervenuti, l’imprenditore è entrato in possesso soltanto di 24, gentilmente inviati in fotocopia dalla compagnia Fondiaria-Sai per un totale di 126.250 euro;

tali fotocopie, unitamente alla perizia calligrafica da lui richiesta ad un tecnico regolarmente iscritto al tribunale di Roma, sono da tempo stati recapitati alla sede di Arezzo della banca Popolare d’Etruria e del Lazio;

in data 14 marzo 2012 l’imprenditore provvedeva a presentare denuncia/querela presso la Procura della Repubblica nei confronti dei soggetti interessati per non incorrere nella prescrizione dei termini previsti dalla legge;

a causa dei mancati incassi dei titoli a lui intestati l’imprenditore rischia la chiusura dell’azienda;

considerato che a giudizio dell’interrogante sono oscuri i motivi per cui la Banca d’Italia non provveda a sanzionare duramente, fino alla revoca della licenza dell’attività bancaria, quelle banche che continuano impunemente nelle loro operazioni spregiudicate a danno dei cittadini, delle imprese e degli interessi economici più generali,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che il modus operandi della banca Popolare dell’Etruria e del Lazio rispecchi una prassi diffusa presso gli istituti di credito;

se ritenga che sia arrivato il momento di porre un freno alla prepotenza delle banche, che sfocia spesso nell’illegalità, orientandosi alla tutela dei consumatori, su cui e di cui le stesse banche vivono;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché i cittadini non siano vittima di pratiche illegali e mancanza di trasparenza da parte degli istituti bancari.

Contratti derivati-perdite 66 miliardi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07472
Atto n. 4-07472

Pubblicato il 15 maggio 2012, nella seduta n. 722

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si legge su “Il Sole-24 ore” del 12 maggio 2012: «Nel quarto trimestre del 2011 continuano a crescere le perdite potenziali sui derivati Otc (Over the counter) sottoscritti dagli operatori del settore (enti locali, imprese, società finanziarie, istituti di credito probabilmente piccoli) con le banche italiane. Dopo la forte ripresa registrata a settembre scorso, infatti, a fine dicembre gli “ammanchi” passano da 65,2 a 66,5 miliardi con un aumento dell’1,9 per cento. Il numero di nuovi contratti, invece, diminuisce complessivamente del 4,3% a 35.378 soggetti coinvolti (36.968 il trimestre precedente). È questo lo spaccato fornito dalla base informativa pubblica di Bankitalia che se da un lato segnala nel quarto trimestre del 2011 un aumento delle perdite potenziali dei clienti delle banche dall’altro indica altrettanti utili (66,5 miliardi, appunto) messi a bilancio dagli istituti di credito italiani sulla vendita di questi swap. Il numero di amministrazioni pubbliche che hanno derivati in perdita continua a diminuire. Il calo nel quarto trimestre è del 7,7% (da 260 a 240 enti) mentre l’ammanco potenziale aumenta marginalmente da 3,8 a 3,9 miliardi: la perdita media per operatore passa da 14,9 a 16,2 milioni. Questo aumento potrebbe voler dire che i contratti in essere (o la rinegoziazione di vecchi accordi, visto che i nuovi swap sono bloccati dal 2008 in attesa del via libera al regolamento del ministero dell’Economia) stanno producendo sempre più perdite per quegli enti locali che non hanno ancora deciso di estinguere anticipatamente i contratti, situazione che si sta sempre più verificando in questi mesi»;

si legge nell’articolo che per le società finanziarie «si registra una diminuzione di soggetti coinvolti (da 451 a 426) e a un aumento marginale delle perdite complessive (+0,4%), giunte a 9,7 miliardi per un ammanco medio per operatore di 22,7 milioni. In questa categoria potrebbero rientrare i sinking fund, ovvero i fondi che alcuni enti locali pongono a garanzia delle operazioni di finanziamento attuate con le banche. Per questo motivo il sospetto è che le perdite potenziali degli enti locali potrebbero andare ben oltre i 3,9 miliardi registrati nella sola voce “amministrazioni pubbliche”. Anche il numero di aziende coinvolte diminuisce (da 28.189 a 27.400, -2,8%) mentre le perdite potenziali crescono del 3,6% da 7 a 7,3 miliardi: la perdita media per impresa sale a 268mila euro. I numeri per le famiglie produttrici (tra queste anche alcuni tipi di imprese) e consumatrici sono relativamente piccoli: rispettivamente le prime sono 2.576 e perdono 68 milioni (+6%, una media di 26míla euro per operatore) mentre le seconde sono 3.749 per un ammanco potenziale di 136 milioni (in media 36mila euro). Gli istituti di credito (presumibilmente piccoli) che perdono potenzialmente verso il sistema bancario italiano diminuiscono come numero (-3,1% a 532 unità) ma le perdite potenziali passano da 26 a 27,7 miliardi per una perdita media di 52 milioni per operatore. Buona parte di questi swap Otc sono collegati alla variazione dei tassi d’interesse. Il quarto trimestre del 2011 ha visto l’Euribor a tre mesi su livelli molto bassi (1,36%) mentre il tasso swap a 30 anni ars 30) è sceso dal 2,66 a 2,56 per cento. “Sembra quasi sostiene Giampaolo Galiazzo, della società di consulenza indipendente Tiche di Treviso – che il calo dei tassi sia a breve sia a lungo termine continui a produrre un aumento delle perdite in derivati, se pur più contenuto rispetto al trimestre precedente. Il punto è che non può essere soltanto questo il motivo. Purtroppo Banca d’Italia non fornisce una misura dei costi complessivamente applicati ai contratti in essere, come fa invece l’Isvap nel suo rapporto annuale”»;

considerato che:

Adrian Blundell-Wignall e Paul Atkinson, in un articolo recentemente pubblicato su “OECD Journal: financial market trends”, affermano che «i derivati hanno riguardo al rischio di fallimento le stesse caratteristiche degli strumenti di debito tradizionale senza però creare nessun investimento diretto nell’economia. I derivati spostano semplicemente il rischio non lo eliminano a livello aggregato. Quando una controparte in uno scambio di derivati fa un grosso guadagno un’altra ha una perdita corrispondente e quella perdita può portarla al fallimento. Con i derivati il rischio finanziario sistemico aumenta perché essi fanno salire la leva e generano una catena di relazioni tra più partecipanti dove ciascuno di essi deve essere in grado di assolvere alle proprie obbligazioni pena l’impossibilità di assolvere da parte di tutti. In questo modo i derivati aumentano il rischio sistemico di interconnessione senza aggiungere capitale azionario o obbligazionario all’economia» (si veda “la Repubblica” del 16 gennaio 2012);

si legge ancora nell’articolo citato: «Infine, ed è il punto più delicato, l’offerta di derivati è nelle mani di un ristrettissimo numero di banche d’affari. I corifei del mercato e della lotta alle caste dovrebbero preoccuparsi prima di tutto di questa casta che ha prodotto una crisi che è costata al mondo occidentale tra i 10.000 e 20.000 miliardi facendolo precipitare in recessione e scatenando una “guerra tra poveri”»;

664 enti pubblici, tra cui 18 Regioni, 42 Province, 45 capoluoghi e 559 Comuni avrebbero investito in “derivati” per oltre 35 miliardi di euro, circa un terzo del debito complessivo accumulato dagli enti locali stando ai dati del 2009. Le perdite conseguenti all’adozione di questi strumenti finanziari, per i soli enti pubblici appena ricordati, potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l’Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60 per cento del costo delle pesantissime manovre cui gli italiani sono stati sottoposti nel 2011 (si veda l’articolo di M. Frisone e L. Serafini, “Swap, in Italia conto da 52 miliardi”, pubblicato su “Il Sole-24 ore” il 1° maggio 2012),

si chiede di sapere:

se al Governo risulti corrispondente al vero quanto riferito dall’articolo per cui la Banca d’Italia non fornirebbe una misura dei costi complessivi applicati ai contratti derivati in essere;

quali siano le valutazioni del Governo relativamente ai fatti riportati;

se non intenda intervenire con urgenza per rendere nulli contratti capestro aventi l’unica finalità di ingrassare i bilanci delle banche, i bonus e le stock option dei dirigenti per fare indebitare al massimo grado intere comunità per generazioni fino a 30/40 anni con spregiudicate operazioni finanziarie;

quali misure urgenti intenda attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole medie imprese;

quale sia l’esatto ammontare dei prodotti derivati che le banche hanno collocato presso enti locali, con la promessa di risolvere problemi di finanza locale, che al contrario sono stati aggravati;

quali siano i motivi per cui lo schema di regolamento in materia di contratti derivati è bloccato, a quasi 4 anni dal divieto di stipula sancito dal Consiglio di Stato, presso il Ministero dell’economia e delle finanze;

se non ritenga, alla luce delle pesanti perdite registrate in oltre 66 miliardi sui contratti derivati sottoscritti con le banche italiane, urgente e necessario adottare nel più breve tempo possibile il regolamento di cui al comma 3 dell’articolo 62 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, finalizzato ad individuare la tipologia dei contratti relativi a strumenti finanziari derivati che gli enti locali possono stipulare, provvedendo comunque a stabilire, con il predetto regolamento, il divieto per i piccoli Comuni di sottoscrivere contratti su strumenti finanziari derivati, considerato che l’operatività in derivati, oltre all’assunzione di rischi di mercato connessi all’andamento delle variabili sottostanti, comporta rischi di controparte dovuti all’eventuale inadempienza contrattuale.

Agenzia Debiti-Adusbef

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02859
Atto n. 3-02859

Pubblicato il 15 maggio 2012, nella seduta n. 722

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

in data 19 gennaio 2012, Adusbef inviava alle Procure della Repubblica un esposto-denuncia chiedendo di indagare i comportamenti penalmente rilevanti di Agenzia Debiti SpA che, con artifizi e raggiri, pubblicità menzognere (oggetto di una indagine dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato – AGCM) ed altri accorgimenti fraudolenti, induce tantissimi debitori a rivolgersi ai propri servizi con la promessa di abbattere il debito almeno del 70 per cento, previo pagamento di 390 euro, solo per monitorare la situazione debitoria (quasi che il debitore non ne fosse al corrente), e previo pagamento di altre migliaia di euro anche con firma di cambiali;

l’AGCM, con il provvedimento del 14 aprile 2012, ha accertato come è scritto nel Procedimento PS/7682, che da una rilevazione effettuata il 23 marzo 2012, risulta che nella parte centrale della home page del sito, sono riportate le seguenti affermazioni: “Qual è la nostra principale attività? Noi di Agenzia Debiti facciamo in modo che le persone e le famiglie indebitate chiudano i loro debiti con uno sconto che può arrivare fino al 70%. Se una famiglia ad esempio ha 30.000 euro di debiti (…) da una finanziaria [che] non riesce a restituire, il nostro lavoro consiste nel fargli chiudere il debito a 10.00 euro. In tal caso la nostra tariffa è di 3.000 euro pagabili anche a rate. Alla fine quindi la famiglia paga 13.00 euro anziché 30.000 e risparmia (…) 17.000 euro. La seconda attività è di opporci ad ogni atto di Equitalia, Agenzia delle entrate, Inps e del Fisco (…) attraverso accesso agli atti e ricorsi alla commissione tributaria in ogni grado di giudizio”;

privati e piccoli imprenditori che versano in gravissime difficoltà economiche anche nei riguardi di banche, finanziarie ed agenzie fiscali, cadono così nelle grinfie di soggetti spregiudicati che promettono di risolvere i loro problemi previo pagamento di centinaia di euro, che si aggiungono ai 390 euro richiesti come versamento iniziale, prospettando un successo di riuscita delle loro azioni del 70 per cento, senza poi raggiungere l’obiettivo, ed aggravando per giunta la situazione debitoria delle malcapitate vittime dell’Agenzia. In un articolo pubblicato sul ‘Venerdì’ di “la Repubblica”, in data 11 maggio 2012, dal titolo: “Cancellare i debiti costa 390 euro ‘ma è una truffa’”, Giampiero Cazzato scrive – tra l’altro – che «l’avvocato Massimiliano Mapelli, responsabile di Agenzia Debiti» risponde che è tutto regolare. «E i 390 euro che chiedono al primo contatto con il cliente? “È il prezzo per il consulente legale e per farci un’idea esatta dell’esposizione debitoria delle persone”. Insomma, il tartassato di turno sborsa centinaia di euro per conoscere quello che, si presuppone, dovrebbe già sapere: l’entità del suo debito»;

molti malcapitati cittadini, che osano lamentarsi di essere incappati nelle grinfie delle agenzie di debiti, vengono intimiditi e denunciati, perché è vietato perfino lamentarsi di aver pagato fior di quattrini per un servizio non reso, che ha l’unico effetto di aggravare la situazione debitoria, cadendo così dalla padella nella brace. Sui forum si riescono a leggere alcune lamentele di cittadini, che segnalano la loro insoddisfazione, prima di essere rimossi con minacce legali;

considerato che:

in data 12 maggio 2012, Adusbef ha ricevuto un’e-mail che aggiunge un’ulteriore fattispecie, ai comportamenti a volte fraudolenti di Agenzia Debiti;

nella lettera si afferma di seguire con interesse l’attività dell’Associazione a tutela dei consumatori e delle fasce sociali più deboli ed indigenti sulle quali alcune aziende speculano, senza scrupoli, e di non riuscire a capacitarsi di come sia possibile che, nonostante le numerose denunce, sia le autorità competenti che gli organi di stampa non intervengano per porre fine a tali attività. Nella segnalazione si segnala che chi gestisce e possiede di fatto Agenzia Debiti non compare fra i soci o gli amministratori ufficiali della società. Questi soggetti in passato hanno gestito altre società con un simile modo di operare poco professionale, pubblicità ingannevoli, e con finanziamenti a tassi poco al di sotto dei limiti massimi di legge nei confronti di clientela in difficoltà economiche. Tra cui Forus SpA, Electa SpA, Antas Srl, Dogma Srl, Agenzia Spring, eccetera. Tali soggetti hanno l’abitudine, dopo un certo tempo, di lasciar fallire le società incassando tutti gli attivi e senza pagare i debiti. Ciò a danno dei creditori e dello Stato che paga, con il fondo di garanzia, trattamento di fine rapporto, ultime mensilità, cassa integrazione, mobilità e disoccupazione. Hanno avviato, durante la loro attività, anche progetti franchising, dannosissimi per chi vi aderisce, perché molto costosi e destinati al fallimento, lo hanno fatto con Forus-Electa, lo stanno rifacendo con Agenzia Debiti. Questi i dettagli: un ex dipendente dell’ormai fallita Electa SpA (conosciuta come Forus), segnala dei fatti avvenuti principalmente fra il 2009 ed il 2011 che costituiscono reati (bancarotta fraudolenta, truffa, eccetera) che ad oggi non risultano essere stati perseguiti, nonostante siano noti a molti e denunciati da più persone. La Electa SpA si occupava di erogazione di finanziamenti, prestiti personali, carte di credito, cessioni del quinto dello stipendio. Aveva circa 400 dipendenti e sede centrale operativa a Milano, in via Piccinni 2. C’era un’altra sede operativa a Sassari e molteplici piccole filiali di vendita, una in ogni capoluogo di provincia italiano. La sede legale era a Roma, anche se in quella sede non operava pressoché nessuno. Gli amministratori ufficiali, quelli che risultavano nelle visure, Scotto Solferino poi sostituito da Bertelli Maurizio erano sconosciuti in azienda. A quanto risulta all’interrogante erano solo dei prestanome. La società era gestita e amministrata, a Milano, da persone che ufficialmente non risultavano amministratori nelle visure (alcuni risultavano solo come soci). Secondo qaunto affermato nella citata lettera, tali persone avevano creato diverse aziende (di fatto convergenti in un’unica azienda), fra cui: Electa SpA partita iva 08029511006; Forus SpA (già Edera SpA) partita iva 12860610158; Santa Barbara SpA (già Forus Finanziaria SpA) partita iva 11196030156. Gli amministratori di fatto hanno fatto fallire tutte e tre le società. Nelle prime due hanno fatto confluire i debiti ed i debitori (dipendenti, fornitori, locatari, eccetera), nella terza hanno fatto confluire i crediti provenienti dai finanziamenti, dove si stanno incassando milioni di euro. Gli amministratori occulti di Electa SpA, poco prima del fallimento, nel 2009, hanno occultato i libri contabili, hanno vuotato il conto corrente aziendale (presso banca Unicredit di piazzale Loreto a Milano, ABI 03226, CAB 01601, numero conto 000030045144, intestato ad Electa SpA) ed hanno sottratto beni strumentali dell’azienda (computer, cancelleria, apparecchi elettronici, eccetera). Documenti e risorse che per legge sarebbero dovuti rimanere a disposizione del fallimento e dei creditori. Gli amministratori di fatto, durante la loro attività, hanno volutamente complicato le cose, cambiando spesso nome a queste aziende, spostando la sede legale a Roma, facendo fittizie cessioni e affitti di rami d’azienda. Il risultato è che centinaia di dipendenti e creditori Electa SpA e Forus SpA si ritrovano in un fallimento incapiente, perché i crediti sono stati fatti confluire solo in Santa Barbara SpA. Ma tutti gli ex dipendenti sanno che le tre società erano effettivamente amministrate come una sola unica azienda, dalle persone sopra segnalate. Il 20 maggio 2010, una parte di quegli amministratori di fatto che amministrava Electa, fra cui Falchi e Bottagisio, ha aperto la nuova società “Agenzia Debiti”. Essi continuano a svolgere l’attività di amministratori occulti. Gli amministratori effettivi, che attualmente risultano da visura camerale, sono stati selezionati fra gli ex dipendenti Electa SpA e sono manovrati dagli amministratori occulti. Fanno anche ricorso ad una società fiduciaria (FIDWIC Srl di Bergamo partita iva 03533260166) per occultare i titolari di alcune quote. Agenzia Debiti SpA è attualmente operativa in Milano, partita Iva 07044210966. Costoro promettono, a clienti indebitati ed impossibilitati ad ottenere credito, degli improbabili “aggiustamenti” delle banche dati interbancarie dei cattivi pagatori, al fine illusorio di renderli nuovamente finanziabili. Dapprima richiedono 390 euro, ed una volta ottenuto il versamento, continuano a richiedere soldi per altre migliaia di euro, togliendo loro anche le ultime finanze rimaste, quasi sempre senza risultati. Fanno anche consulenza su “protezione del patrimonio”. Cioè se un soggetto che ha subìto un fallimento chiede loro una consulenza per eludere i creditori, essi spiegano nel dettaglio come fare, facendo ricorso a trust e fondi patrimoniali. Non si esclude che le persone sopra esposte abbiano creato e gestiscano anche altre società. Data la situazione sopra esposta, sarebbe auspicabile che i tre fallimenti sopra menzionati (Electa, Forus, Santa Barbara) siano unificati al fine di tutelare tutti i creditori; sarebbe stato auspicabile quindi che i proventi del fallimento Santa Barbara fossero utilizzati anche per i creditori Electa SpA e Forus SpA. Inoltre che i proventi ed il patrimonio della nuova azienda Agenzia Debiti SpA (che ha 375.000 euro di solo capitale sociale) venissero distribuiti fra le molte centinaia di creditori Electa SpA e Forus SpA. Oltre a tutti questi creditori e dipendenti truffati, c’è da considerare anche e soprattutto lo Stato, come già detto. Questo ha dovuto fornire a 400 persone ammortizzatori sociali ed interventi del fondo di garanzia Inps, quando le risorse per soddisfarli sono disponibili in Agenzia Debiti e fra gli stessi soci ed amministratori occulti (che risultano nullatenenti). È altresì auspicabile che l’operato di Agenzia Debiti SpA venga controllato, sia per la tutela dei clienti, che per quella dei dipendenti che potrebbero essere obbligati dai loro superiori ad operare in modo poco professionale. Il mittente è convinto che la sua battaglia politica porterà all’ottenimento di una giustizia che ad oggi stenta ad arrivare. Egli è ormai disoccupato ed impossibilitato a sostenere una controversia contro una società floridissima, aggressiva, che si avvale dei migliori avvocati e minaccia azioni legali contro chiunque li contrasti o esprima giudizi negativi,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti e degli atti di sindacato ispettivo finora presentati, il Governo non ritenga doveroso intervenire su Agenzia Debiti che promette di ridurre i debiti del 70 per cento, come reclamizzato sul sito, nonché vanta la propria attività di oppositori ad ogni atto di Equitalia, Agenzia delle entrate, INPS e fisco, in genere attraverso accesso agli atti e ricorsi alla commissione tributaria in ogni grado di giudizio, assicurando agli indebitati di riuscire legalmente a posticipare, rateizzare, diminuire o annullare i debiti siano essi con fisco, Stato, creditori, banche e finanziarie, difendersi dagli accertamenti del fisco e di altri creditori, proteggere il proprio patrimonio dagli attacchi dei creditori, ingenerando nel pubblico degli indebitati la speranza di alleviare la propria situazione, che al contrario si aggrava;

se tale pubblicità allettante, sponsorizzata sui maggiori siti on line, non risulti indurre famiglie disperate a peggiorare la propria situazione, aggravando con ulteriori esborsi l’esposizione debitoria di tantissimi cittadini, già caduti nelle grinfie di banche e/o finanziarie, ai quali viene dato il colpo di grazia con la prima richiesta di 390 euro, solo per conoscere quello che già sanno, ossia l’entità del loro debito;

se il Governo non ritenga doveroso porre un argine agli atti aggressivi ed intimidatori degli avvocati di Agenzia Debiti, che tentano di perseguire penalmente tutti gli utenti e le loro associazioni, compreso il forum di Adusbef, mettendo in atto metodologie non corrette di procacciamento degli ignari e/o malcapitati cittadini, che hanno tutto il diritto di manifestare le scorrettezze e gli abusi di costoro;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che tali procacciatori di clienti possano fare affari sulla pelle dei cittadini e di famiglie già indebitate, costrette ad inseguire il miraggio di risparmiare il 70 per cento sui propri debiti e di essere addirittura cancellati dalle banche dati dei cattivi pagatori, a prescindere dalla soluzione dei problemi;

chi risultino essere i soggetti che gestiscono Agenzia Debiti, che procurerebbe danno tangibile non solo ai clienti in difficoltà, ma anche ai dipendenti ed allo Stato, e se risponda al vero che chi gestisce e possiede di fatto Agenzia Debiti non sarebbe fra i soci o gli amministratori ufficiali della società, ma si tratterebbe di soggetti che in passato si sono approfittati delle condizioni debitorie e che hanno prestato la loro opera in alcune aziende tra le quali Forus SpA, Electa SpA, Antas Srl, Dogma Srl, Agenzia Spring, che hanno lasciato fallire le società incassando tutti gli attivi e senza pagare i debiti, procurando danno ai creditori ed allo Stato che paga, con il fondo di garanzia, trattamento di fine rapporto, ultime mensilità, cassa integrazione, mobilità e disoccupazione;

se risponda al vero che gli amministratori di Electa, società fallita meglio conosciuta come Forus SpA, che si occupava di erogazione di finanziamenti, prestiti personali, carte di credito, cessioni del quinto dello stipendio, con circa 400 dipendenti e sede centrale operativa a Milano, in via Piccinni 2, altra sede operativa a Sassari e molteplici piccole filiali di vendita, una in ogni capoluogo di provincia italiano, con sede legale a Roma, risultava avere come amministratori ufficiali Solferino Scotto, poi sostituito da Maurizio Bertelli, mentre in realtà era gestita e amministrata, a Milano, da persone che ufficialmente non risultavano amministratori nelle visure, le quali fra il 2009 ed il 2011 sono state denunciate per i reati di truffa e bancarotta fraudolenta;

quali misure urgenti intenda attivare per porre fine a fenomeni di sciacallaggio che, nei momenti di crisi economica, sfruttano la disperazione per trarre vantaggi ed enormi profitti.

Mastrapasqua- Ospedale israelitico

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07470
Atto n. 4-07470

Pubblicato il 15 maggio 2012, nella seduta n. 722

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che scrive “il Fatto Quotidiano” del 12 maggio 2012 «Non è difficile. Anzi. Per un imprenditore compensare i pagamenti dovuti allo Stato con i crediti vantati verso lo Stato è possibile, e anche relativamente semplice. Adesso vi spieghiamo come si fa con l’esempio pratico di un ospedale privato che deve pagare i contributi all’Inps e all’Inpdap per i suoi dipendenti e allo stesso tempo vanta dei crediti verso una Asl di Roma abituata a pagare le fatture con la flemma tipica della sanità del Lazio. Istruzioni per l’uso. Per prima cosa conviene chiamarsi Antonio Mastrapasqua, essere quindi presidente dell’Inps, ma anche così bravo e veloce da governare le pensioni degli italiani (centinaia di miliardi di euro) nei ritagli di tempo, in modo da potersi anche dedicare agli altri ormai noti 25 incarichi. Nel caso specifico, Mastrapasqua è veloce a curarsi che l’Ospedale Israelitico di Roma paghi regolarmente i contributi previdenziali, e così gli avanza il tempo per fare il direttore generale dell’Ospedale Israelitico. Lo scorso 13 dicembre il poliedrico commercialista romano si è presentato nello studio del notaio Mario Liguori per stipulare un cosiddetto “atto unilaterale”. Nella sua qualità di direttore generale dell’Ospedale Israelitico (struttura privata convenzionata), Mastrapasqua ha dichiarato che c’erano da pagare i contributi all’Inps per il mese di novembre appena trascorso, pari a 15.458 euro, ma che l’azienda vantava un credito di circa 248.000 euro verso l’Asl Roma D, riferito alla fattura n. 40 del 23 aprile 2007 emessa dall’ospedale privato e in attesa da quattro anni e mezzo di essere onorata. È presto fatto. Con l’atto unilaterale Mastrapasqua direttore generale ha ceduto all’Inps, cioè a se stesso presidente, una parte del credito, esattamente quei 15.458 euro dovuti per novembre. E Mastrapasqua presidente dell’Inps si è preso, al posto degli euro sonanti che servirebbero a pagare le pensioni mese per mese, un credito verso la Asl Roma D che chissà quando potrà incassare. Nel frattempo però l’Ospedale Israelitico ha risolto la sua pendenza con l’Inps, che non vedrà né i soldi, né penali, né sanzioni. Tutto regolare, tutto previsto dal decreto-legge n. 688 del 1985, convertito in legge n. 11 del 1986. Dove c’è scritto che (a richiesta dell’impresa creditrice della Asl, o del Comune, o del ministero) l’inadempienza di un ente pubblico può essere scaricata sugli enti previdenziali. Un meccanismo talmente assurdo che pochissimi imprenditori riescono a usufruirne. Normalmente gli enti previdenziali resistono. L’Inpdap, per esempio, nel 2010 ha contestato le modalità seguite dall’Ospedale Israelitico per pagare i contributi all’ente di previdenza dei dipendenti pubblici girando le solite fatture inevase dell’Asl Roma D. Ma si è beccato una lettera di Mastrapasqua, come direttore generale dell’ospedale privato, dal suono assai divertente oggi che l’Inpdap è confluito nell’Inps e quindi ha come presidente, l’avete indovinato, Mastrapasqua. “Si diffida l’Inpdap dall’inviare nuove lettere di contestazione del riconoscimento del credito così come emesse dall’Asl Roma D”. I poveri funzionari dell’Inpdap da anni si dibattono in questo dilemma: se l’Ospedale Israelitico mi paga, anziché con moneta sonante, girandomi fatture che l’Asl si guarda bene dal pagare, noi che cosa mettiamo in bilancio? E se passano gli anni e l’Asl queste fatture continua a non pagarle, perché dobbiamo essere noi i creditori gabbati al posto dell’Ospedale Israelitico? Non sono bruscolini. All’inizio del 2010 l’Inpdap ha scritto all’Ospedale Israelitico facendo notare che mancavano all’appello oltre 15 milioni di euro. Con l’Inps la situazione è analoga. L’Ospedale Israelitico non paga i contributi per i suoi dipendenti, ma tutti i mesi Mastrapasqua o la sua delegata Batia Popel, funzionaria di origine lituana, vanno dal notaio e cedono all’Inps una fettina della famosa fattura del 2007. L’ultima volta lo scorso 23 aprile: adesso il credito dell’ospedale Israelitico verso l’Asl Roma D per la fattura n. 40 del 2007 è sceso a 118 mila euro, perché tutto il resto è passato all’Inps. Il principio è giusto: se ho dei crediti che lo Stato non mi paga perché devo pagare io lo Stato? Ma in pratica c’è un problema: se la Pubblica amministrazione ha fatture non pagate per 100 miliardi e tutte le imprese che vantano quei crediti smettono di pagare l’Inps, l’Inps va rapidamente in bancarotta. Forse per questo il brillante sistema di compensazione viene di fatto praticato solo da aziende come l’Ospedale Israelitico, che hanno il presidente dell’Inps a libro paga»;

considerato che:

a quanto risulta all’interrogante, esistono veri e propri “collezionisti di cariche pubbliche”, come il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua il quale, non pago delle 25 “poltrone” occupate contemporaneamente, senza peritarsi della crisi e della politica di sacrifici di milioni di famiglie impoverite, anche per precise responsabilità di banchieri e tecnocrati di complemento, continua ad accumularne ulteriori, senza alcun problema di ordine etico, morale e di cumulo dei compensi percepiti;

il direttore dell’Inps e Vice presidente di Equitalia quasi certamente gode del dono dell’ubiquità. Infatti, oltre alle 25 cariche note, dalla presidenza di Idea Fimit, la più grande società immobiliare italiana (con 9,5 miliardi di patrimonio e 23 fondi) accusata di essere stata al centro di molteplici scandali immobiliari, alle molteplici poltrone nei collegi sindacali, ha anche un’altra serie d’incarichi (4-07408);

da oltre 10 anni (agosto 2011) Mastrapasqua è direttore dell’Ospedale israelitico di Roma, un nosocomio con tre sedi, la più importante sull’isola Tiberina di fronte al Fatebenefratelli, dove il direttore dell’Inps deve far quadrare i conti. Non solo, da giugno dello stesso anno, il commercialista – uomo da 1.200.000 euro l’anno – è anche Amministratore unico della Litorale SpA, azienda per lo sviluppo economico turistico e occupazionale del litorale laziale. Quindi, oltre ai pensionati, i cattivi pagatori, le case e le cure, Mastrapasqua si occupa anche degli stabilimenti balneari e dei loro estivi frequentatori;

nell’atto di sindacato ispettivo 3-02702 l’interrogante chiedeva chiarimenti sul deficit di 80 milioni di euro raggiunto dall’Inps solo per mancati incassi nella gestione del patrimonio immobiliare, come risulterebbe da un’indagine interna e da una lettera di Antonio Ferrara, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulla correttezza degli atti;

inoltre, nell’atto di sindacato ispettivo 3-02703 si evidenziava il grande potere che ha assunto nell’Inps la KPMG, penetrata, nel tempo, all’interno delle attività nevralgiche dell’Istituto, assumendo un ruolo di primo piano non solo nell’informatica, ma nella formazione, nella vigilanza e negli altri settori strategici. In particolare sembrerebbe che il Coordinamento generale statistico attuariale abbia messo a disposizione di KPMG non i dati statistici, che pure dovrebbero rimanere saldamente in mano pubblica, ma addirittura strumenti e formule per costruire i dati di bilancio con relativa sottrazione di funzioni all’ente per affidarle ai privati;

da ultimo la questione della fusione dell’Inpdap con l’Inps e l’Enpals nascerebbe già con un debito miliardario stimato, per il 2012, in 12 miliardi e 421 milioni di euro (4-07126);

considerato inoltre che:

le imprese italiane vantano crediti immensi verso la pubblica amministrazione per servizi e forniture di ogni tipo, e devono attendere molti mesi (o anni) per vedersi saldati tali crediti; ciò può creare pesantissimi squilibri di liquidità per le aziende stesse, che allo stesso tempo (e in termini molto più stringenti e inesorabili) devono però fronteggiare le proprie pendenze fiscali;

il notevole ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione rappresenta uno dei problemi più gravi e drammatici che devono affrontare le piccole imprese. Il fenomeno, considerato una tra le piaghe peggiori che gravano sul sistema produttivo italiano, ha portato la pubblica amministrazione a contrarre circa 70 miliardi di euro di debiti nei confronti delle aziende private, provocando il fallimento di una su tre di esse. I dati numerici divulgati dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici hanno restituito un’immagine preoccupante: i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni e un massimo di 664 giorni. L’entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell’Unione europea: mediamente 128 contro i 65 giorni che si computano a livello europeo;

uno studio elaborato dalla Banca mondiale e dalla società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), ha evidenziato che le piccole e medie imprese italiane perdono 285 ore all’anno per assolvere i diversi pagamenti richiesti dal fisco e sono sottoposte a un prelievo che si aggira intorno al 68,6 per cento degli utili realizzati. Volendo inferire ancora, analizzando il costo medio totale della burocrazia che grava su una piccola e media impresa, si scopre che ogni anno un’azienda italiana sborsa 1.200 euro all’anno per addetto, cifra che sale a 1.500 per un’impresa con meno di 10 dipendenti;

la complessità dell’organizzazione delle procedure amministrative e dei criteri per il trasferimento dei fondi tra le varie strutture (tra questi i vincoli del patto di stabilità) e l’ampio potere di mercato della pubblica amministrazione sono fattori determinanti che contribuiscono all’allungamento delle tempistiche di pagamento. La principale conseguenza di questi ritardi è la mancanza di liquidità nelle casse delle imprese fornitrici. Ne consegue, anzitutto, la difficoltà nell’onorare i pagamenti ai propri fornitori e, in subordine, l’impossibilità di porre in essere gli investimenti necessari senza dover ricorrere a forme di finanziamento;

allo scopo di dettare indirizzi ai Paesi membri per rafforzare le misure di contrasto ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, fenomeno che ha superato livelli di guardia anche in altri Paesi dell’Unione europea, anche se non ha assunto le dimensioni del nostro, è stata emanata la direttiva europea 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, che obbliga le pubbliche amministrazioni a pagare i fornitori entro 30 giorni, e, in casi eccezionali, entro 60 giorni per forniture sanitarie e per imprese a capitale pubblico; superato tale termine, nelle transazioni commerciali, la pubblica amministrazione dovrà versare interessi di mora pari all’8 per cento maggiorati del tasso di riferimento della Banca centrale europea. La stessa direttiva dispone che tra imprese private la scadenza è fissata a 60 giorni a meno di intese stipulate tra le parti, a patto che non si tratti di patti bilaterali iniqui;

con l’approvazione del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, è possibile compensare i crediti che le imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione, ma ciò vale solo per i debiti iscritti a ruolo e per i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, e comunque con procedure molto complesse;

anche il decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni) rappresenta a giudizio dell’interrogante un tiepido segnale di apertura del Governo al problema, prevedendo lo sblocco di circa 6 miliardi di euro attraverso un incremento delle dotazioni dei fondi speciali (somma certo rilevante ma ancora inadeguata rispetto ai 70 miliardi di euro di debiti), a cui va affiancato l’articolo 10 della legge 11 novembre 2011, n. 180, che anticipa il recepimento della citata direttiva 2011/7/UE, anticipazione che non risolverà comunque immediatamente il problema dell’enorme debito pregresso della pubblica amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese, in quanto è evidente che le pubbliche amministrazioni non sono in grado in un breve lasso di tempo di onorare i debiti assunti,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la compensazione dei crediti nei confronti della pubblica amministrazione debba avvenire in maniera equa ed uniforme invece di applicare il sistema di due pesi e due misure quando sono in gioco gli interessi del “collezionista di poltrone” di turno;

se non ritenga necessario adoperarsi per dirimere ogni eventuale conflitto di interessi che possa interessare il presidente Mastrapasqua;

quali misure intenda adottare per restituire trasparenza e rigore ad una gestione, a giudizio dell’interrogante dispendiosa ed opaca, che ha caratterizzato la gestione Inps di Antonio Mastrapasqua;

quali urgenti iniziative intenda assumere al fine di introdurre nell’ordinamento un meccanismo di compensazione dei crediti vantati dalle piccole e medie imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni, con i propri debiti e i relativi accessori dovuti alle amministrazioni statali, regionali e locali anche agevolando, per quanto di competenza, l’iter di approvazione del disegno di legge sulla compensazione tra i crediti vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni e i debiti derivanti da obblighi tributari.

Intervento in Aula su Assessti societari difesa, sicurezza nazionale -rilevanza strategica energia, rasporti e comunicazioni

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 719 del 09/05/2012
(3255) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, recante norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 10,27)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, questo provvedimento è molto importante perché, riprendendo le parole testé pronunciate dal senatore Agostini, si rendono più contendibili alcune società quotate, mentre si lascia fuori un settore strategico come quello delle telecomunicazioni, ove vi è un gestore che è proprietario della rete e, tra l’altro, anche di una televisione proprio in questi giorni oggetto di trattative. Una televisione che perde qualche decina di milioni di euro e che, probabilmente, nell’economia della società, si ritiene di dismettere, appunto per non perdere 60-70 milioni di euro l’anno.

Nel mio breve intervento in discussione generale desidero richiamare l’attenzione anche sul tema sull’italianità. Molte imprese sono state cedute in tantissimi settori. Vi è l’egemonia francese nel settore alimentare e nel settore della moda e importanti imprese italiane sono state acquisite. Da ultimo, voglio ricordare il caso di un’impresa che, anche se non è strategica, è stato oggetto di uno scandalo. Mi riferisco alla Parmalat, con 14 miliardi di euro di buco e 170.000 tra azionisti e risparmiatori sul lastrico. Quel buco – a detta dei magistrati e dei PM nell’ambito dei filoni di indagini di Parma e di Milano – si è prodotto per l’assenza di controlli, perché la Banca d’Italia era distratta e perché la CONSOB, probabilmente, era collusa.

Ebbene, di quell’azienda l’osannato risanatore Enrico Bondi (nominato, tra l’altro, dal Governo tecnico come tecnico), risanatore anche delle proprie tasche, avendo staccato una parcella come commissario Parmalat di 32 milioni di euro – ripeto, ben 32 milioni di euro – non ha saputo difenderne l’italianità. Infatti, dopo aver accumulato un tesoretto di 1,4 miliardi di euro, l’abbiamo passata ai francesi di Lactalis. A proposito della difesa dell’italianità, me lo ricordo, ai tempi delle scalate estive, dei “furbetti del quartierino”, del Governatore che dava il bacio in fronte a Fiorani, ossia a quel banchiere che è stato inseguito da ordini di cattura per aver messo sul lastrico tanti risparmiatori e per aver addirittura utilizzato i conti dei morti, tra Natale e Capodanno, per addebitare oltre 100 euro a più di un milione di correntisti dell’ex Banca popolare italiana.

Ora voglio ricordare, sebbene non ve ne sia bisogno, essendo il ministro Moavero Milanesi davvero esperto di tali questioni, anche la posizione della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha affermato che l’utilizzo della golden share - stiamo parlando infatti della golden share - nelle legislazioni statali può in certe circostanze violare i precetti contenuti nel Trattato CE. In particolare, con la sentenza della prima sezione, in data 6 dicembre 2007, n. C-464 del 2004, ha affermato che l’articolo 56 CE deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una disposizione nazionale, quale l’articolo 2449 del codice civile italiano, secondo cui lo statuto di una società per azioni può conferire allo Stato o ad un ente pubblico che hanno partecipazioni nel capitale di tale società la facoltà di nominare direttamente uno o più amministratori, la quale di per sé o, come nelle cause principali, in combinato con una disposizione, quale l’articolo 4 del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, conferisce allo Stato o all’ente pubblico in parola il diritto di partecipare all’elezione mediante voto di lista degli amministratori non direttamente nominati da esso stesso, ed è tale da consentire allo Stato o a detto ente di godere di un potere di controllo sproporzionato rispetto alla sua partecipazione nel capitale di questa società.

Negli ultimi giorni si sono svolte alcune assemblee di azionisti di grandi entità quali ENEL ed ENI. La retribuzione di quei manager non sembra però soffrire della crisi e non sembra rispondere al tiro della cinghia a cui sono sottoposti gli operai, i lavoratori e la povera gente, strozzati dalle banche. Ricordo che ieri si sono registrati altri tre suicidi. Sono fatti, questi, che dobbiamo ricordare quando svolgiamo le nostre dichiarazioni in quest’Aula.

La golden share, quindi, opererebbe in violazione dei principi di libera circolazione dei capitali fondanti il Trattato di Schengen (insieme a quelli di circolazione di merci, persone e idee). Un soggetto privato dovrebbe inoltre sostenere un onere finanziario molto più elevato per comprare le azioni e detenere diritti di voto analoghi in consiglio di amministrazione. Tale privilegio statale deriva però dal primato della pubblica utilità, dal quale sono esclusi i soggetti privati.

Ricordo che la Corte di giustizia dell’Unione europea, su istanza della Commissione, ha condannato la Germania per la sua condotta del gruppo Volkswagen. Molti gruppi industriali in quel Paese sono ancora a partecipazione pubblica. Sto parlando della Germania del cancelliere Merkel e dell’ortodossia monetaria, della Germania che ha imposto il fiscal compact, la camicia di forza all’Europa. Meno male che la Francia si è ribellata e ha punito nelle ultime elezioni “Merkozy” e, quindi, il presidente uscente Sarkozy, la cui campagna elettorale è stata fatta dalla Merkel.

L’Europa è infatti un continente che si potrà risollevare non se si mette le camicie di forza, ma ritornando a ciò che fece Roosevelt dopo la grande depressione del 1929.

A titolo personale, ritengo che in una fase economica drammatica come questa, dove le banche hanno 270 miliardi di euro con un prestito triennale al tasso dell’1 per cento, vengono aiutate dagli Stati e si salvano a carico della fiscalità generale, con il sudore dei consumatori e degli azionisti e un conto corrente costa 295,66 euro, contro 114 di media europea, ritornare a qualche nazionalizzazione delle banche non sarebbe un errore. Infatti, non si tratta di ridurre la spesa, in una fase come questa: Roosevelt, con il New Deal, dette lavoro aumentando la spesa pubblica per uscire dalla Grande Depressione. Noi, mi permetto di dirlo al Ministro, qualche errore lo stiamo facendo perché, se è vero che abbiamo un debito pubblico elevato e che lo dobbiamo contenere, con una fiscalità che arriva ad una pressione del 58 per cento a carico dei contribuenti onesti, se non allentiamo la spesa e diamo lavoro, otterremo solo una recessione.

Ritornando all’argomento principale, con il termine golden share si indica l’istituto giuridico, di origine britannica, in forza del quale uno Stato, durante e a seguito di un processo di privatizzazione (o vendita di parte del capitale) di un’impresa pubblica, si riserva poteri speciali che possono essere esercitati dal Governo durante il processo medesimo. Fra questi poteri si segnalano quello di riservare allo Stato un certo quantitativo azionario, nonché quello di nominare un proprio membro nel consiglio di amministrazione della società oggetto di privatizzazione che, a differenza degli altri componenti dell’organo di governo dell’impresa, goda di poteri più ampi. Tale istituto mira a tutelare l’interesse della collettività in quelle società che si occupano di settori di rilevante importanza, detti anche public utilities.

Voglio anche ricordare che noi abbiamo presentato alcuni emendamenti, ma vi sono scadenze che incombono, e riteniamo quindi che questo articolato possa essere condiviso, perché in alcuni settori, come quello, importante, della difesa, è giusto che lo Stato possa dare il proprio nulla osta in caso di eventuali acquisizioni o scalate.

Al fine di valutare quindi la minaccia che potrebbe creare grave pregiudizio agli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale, il Governo considera la rilevanza strategica dei beni o delle imprese oggetto di trasferimento, l’idoneità dell’assetto risultante dalla delibera o dalla operazione a garantire l’integrità del sistema di difesa e sicurezza nazionale, la sicurezza delle informazioni relative alla difesa militare e agli interessi internazionali dello Stato, la protezione del territorio nazionale e delle infrastrutture critiche e strategiche delle frontiere, nonché gli altri elementi.

Poiché ho esaurito il mio tempo, concludo annunciando che noi voteremo sicuramente a favore del provvedimento in esame.

 

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 720 del 09/05/2012

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, signor Ministro, signori membri del Governo, colleghi, farò una brevissima dichiarazione di voto su questo disegno di legge.

Annunciando il voto favorevole su questo provvedimento da parte del Gruppo dell’Italia dei Valori, richiamo qui la posizione espressa questa mattina in discussione generale.

Mi consenta tuttavia, di fare una brevissima considerazione, perché noi, dopo l’approvazione di questa norma, andiamo a tutelare con la golden share aziende importantissime che sono detenute dallo Stato, come ad esempio Finmeccanica, sconvolta da uno scandalo senza precedenti, indagata dai magistrati. Ci ricordiamo Guarguaglini e la moglie Marina Grossi, ci ricordiamo SELEX e tutto il sistema che addirittura, secondo la magistratura, ha screditato l’Italia in sede internazionale. Questo per dire, signor Presidente, che bisognerebbe avere più oculatezza nella designazione dei dirigenti di queste aziende strategiche, perché ricordo che questa persona dopo aver combinato disastri, danni e screditato questo Paese, si è presa pure una buonuscita milionaria: non 5-6 milioni di euro ma addirittura, con annessi e connessi, siamo arrivati ad oltre 10 milioni di euro come premialità per aver screditato un’azienda importante.

Signor Presidente, quando devono intervenire i comici, i pupazzi come il Gabibbo di «Striscia la notizia» a ricordare la moralità, l’etica pubblica, il dovere, quando ci sono i magistrati che intervengono, il cui impegno e lavoro encomiabile l’Italia dei Valori apprezza e sostiene a prescindere, vuol dire che la politica ne esce sconfitta.

Quindi, rassegno anche questa brevissima considerazione alla riflessione dell’Aula perché bisogna recuperare la golden share, però anche i concetti dell’etica pubblica e del bene comune. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

Intervento in Aula su commissioni bancarie

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 717 del 02/05/2012

Discussione del disegno di legge:

(3221) Conversione in legge del decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, concernente disposizioni urgenti recanti integrazioni al decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, e al decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, oggi discutiamo un provvedimento lampo, ossia il decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, concernente disposizioni urgenti a favore delle banche. Si tratta – lo ripeto – di disposizioni urgenti per ripristinare la commissione di massimo scoperto.

Voglio ricordare che le banche italiane praticano i più alti costi dei conti correnti d’Europa, pari a 295,66 euro, contro una media di 114 euro. Le virtuose banche italiane salvate dal Governo, secondo la Banca centrale europea, praticano i tassi di interesse più alti d’Europa: per i mutui, la media dell’Italia è pari al 5,15 per cento, mentre la media dell’Europa a 27 è pari al 3,95 per cento, con un differenziale dell’1,20 per cento. Il credito al consumo è in Italia pari al 7,99 per cento. La media europea è del 6,58 per cento, con una differenza dell’1,41 per cento.

Desidero anche ricordare che le virtuose banche italiane hanno ricevuto dalla Banca centrale europea 268 miliardi di prestiti triennali al tasso dell’1 per cento. Se andiamo ad esaminare la legge n. 108 del 1996, quella che giudica i tassi soglia oltre i quali scatta l’usura, arriviamo a tassi del 22-23 per cento. Quindi, prendono all’1 e prestano al 10, al 15, al 20, al 22, al 23 per cento, senza sconfinare nel reato penale dell’usura.

Voglio anche ricordare che proprio oggi, tanto per ritornare alle necessità e alle urgenze, sono stati forniti i dati sulla disoccupazione che, tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, è volata al 35,9 per cento e rappresenta il dato più alto. Tra l’altro, secondo studi compiuti dalla CGIA di Mestre, le difficoltà esistenti, per quanto riguarda i prestiti bancari, causate dalla stretta creditizia, portano ad un aumento di persone che arrivano a gesti estremi quali il suicido. Sono più di 25 le persone che si sono suicidate dall’inizio dell’anno. Secondo Giuseppe Bortolussi, segretario di tale associazione, tasse, burocrazia e soprattutto mancanza di liquidità sono i principali ostacoli che costringono molti imprenditori a gettare la spugna anzitempo e ad arrivare a gesti estremi.

Per questo Governo di Goldman Sachs e della Trilateral la necessità e l’urgenza non sono per gli imprenditori che si suicidano, per coloro che sono perseguitati da Equitalia e arrivano a gesti estremi, a bruciarsi davanti alle agenzie fiscali. No, la necessità e l’urgenza sono per emanare norme salva banche. È stata appena bocciata la pregiudiziale presentata dalla Lega. Noi abbiamo votato a suo favore, anche perché – voglio ricordarlo – nel nostro Paese esiste la Corte costituzionale e il 5 aprile scorso essa si è pronunciata in merito al decreto milleproroghe per il 2011 varato dall’allora ministro dell’economia Tremonti quale più fedele maggiordomo dei banchieri (ce lo ricordiamo quel milleproroghe?). Su quel provvedimento noi eravamo arrivati fino alla Corte di cassazione a sezioni unite sulla questione della prescrizione. Il codice civile prevedeva che la prescrizione arriva, agli effetti dell’anatocismo, ossia degli interessi sugli interessi, dopo dieci anni dal momento in cui si chiude il conto corrente. Le banche dicevano: no, dall’ultima annotazione, dall’ultima operazione effettuata. La Corte costituzionale ci ha dato ragione: ha dichiarato l’illegittimità di quel decreto salva banche, e annuncio in quest’Aula ai colleghi, anche se sono distratti, che impugneremo questo provvedimento, come abbiamo fatto, davanti alla Corte costituzionale, perché è una vergogna che mentre il Paese brucia si salvino le banche!

L’inserto «Affari e Finanza» di «la Repubblica», in data 30 aprile, reca un articolo dal titolo: «Trimestrali, vince chi esporta». Andiamo a vedere che cosa hanno fatto le banche italiane di questo flusso di finanziamento di 268 miliardi e prendiamo i dati trimestrali riportati dall’articolo: Intesa nel trimestre ha più 11,8 per cento di utili e, nell’anno, si prevede più 3,4 per cento di utili; Unicredit nel trimestre ha meno 25 per cento di utili e chiuderà l’anno con più 18,5 per cento di utili.

C’è da dare anche una notizia, ossia che le banche quando vengono condannate dai tribunali di questa Repubblica e noi – i consumatori, le imprese, gli imprenditori strozzati – otteniamo sentenze immediatamente esecutive, non pagano mica. Dobbiamo andare con ufficiale giudiziario e pignorare le banche, come abbiamo fatto la scorsa settimana con la Banca della Campania per un’imprenditrice campana: non voleva pagare 580.000 euro, che ha dovuto pagare perché ci siamo presentati con l’ufficiale giudiziario. Dopo tre o quattro ore il consiglio di amministrazione ha dovuto staccare gli assegni all’ufficiale giudiziario, perché c’erano le telecamere di «Striscia la notizia». Annuncio che la prossima settimana sarà la volta di un’altra sentenza, che le banche non onorano, non rispettano. E la Banca d’Italia che cosa fa, se non andare a braccetto con i banchieri? Che cosa fa la Banca d’Italia, quella del sottosegretario Ceriani? Nulla: va a braccetto con le banche.

Abbiamo ottenuto un’altra sentenza verso il Monte dei Paschi di Siena, che questo non onorerà, a Latina: pignoreremo il Monte dei Paschi di Siena di Profumo dei derivati, quel signore che si è preso 41 o 42 milioni di euro di buonuscita.

Ritornando ai dati trimestrali, il Monte dei Paschi di Siena avrà un utile del 23,9 per cento nel 2012; il Banco Popolare nel trimestre ha più 30,9 per cento di utili; la Banca Popolare di Milano ha più 3,5 per cento nel dato trimestrale, e si prevede abbia più 61,5 per cento di utili nel 2012; Mediolanum – una banca che conosciamo tutti – ha conseguito un utile, nel dato trimestrale, in aumento 76 per cento, e chiuderà il 2012 con più 125 per cento di utili.

E queste sono le necessità e le urgenze? No, sono altre, signor Presidente: le necessità e le urgenze sono quelle di quegli imprenditori strozzati, strangolati che non ottengono credito; le necessità e le urgenze sono quelle delle famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese; le necessità e le urgenze sono quelle di un fisco che rapina i contribuenti. E bisognerebbe anche fare la compensazione, perché le imprese italiane che devono avere qualcosa come 70-80 miliardi di euro e non riescono a pagare il fisco devono poter compensare quei crediti.

Infine, signor Presidente, concludo leggendo un elenco di quelli che sono gli aumenti in quest’anno, del Governo di Goldman Sachs: alimentazione più 7 per cento, pari a 392 euro; treni 81 euro; trasporto pubblico locale 48 euro; servizi bancari 93 euro; carburante (incluse le accise regionali) 252 euro; derivati del petrolio 123 euro; assicurazioni auto 78 euro; tariffe autostradali 53 euro; gas 113 euro; elettricità 110 euro; acqua 22 euro; rifiuti 53 euro; riscaldamento 195 euro; aumento IVA 93 euro; addizionali regionali 90 euro; IMU prima casa 405 euro. Si arriva così a un totale di 2.201 euro per famiglia. Ritengo ci debba essere un limite all’indecenza.

Faccio un appello, se questo Senato è libero. Ho presentato degli emendamenti diretti a far sì che le banche, avendo ricevuto 268 miliardi di euro al tasso dell’1 per cento, sono tenute a dare almeno il 50 per cento al tasso del 3 per cento, per riattivare l’economia. Io mi aspetto un sussulto di dignità, per non essere complici dei “bankster” che hanno rovinato non solo l’Europa ma anche tanti imprenditori che si suicidano. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Giai, Mura e Alicata. Congratulazioni).

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 717 del 02/05/2012

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, intervengo per una brevissima dichiarazione di voto sull’emendamento 1.61. Posso permettermi di farla anche sull’emendamento 1.62?

PRESIDENTE. Le segnalo, senatore Lannutti, che sull’emendamento 1.62 la Commissione bilancio ha espresso parere contrario ex articolo 81 della Costituzione, ma lei è libero di fare la sua dichiarazione.

LANNUTTI (IdV). Grazie, signor Presidente.

Sappiamo qual è la situazione del Paese: una crisi profonda di imprenditori che arrivano a gesti estremi per la mancanza di credito. Le banche, infatti, non danno soldi alle imprese e alle famiglie. Quest’anno ci sarà un aumento dei pignoramenti e delle esecuzioni immobiliari. Le banche hanno avuto qualcosa come 268 miliardi di euro di crediti dalla Banca centrale europea: prestiti triennali al tasso dell’1 per cento. Non è chiedere troppo destinare una parte di quei fondi alle imprese strozzate e alle famiglie strangolate che andranno in mezzo a una strada.

Voglio ricordare che l’anno scorso una città come Monza – ripeto, una città come Monza – è quasi sparita a seguito di numerosi pignoramenti. E le banche, quando devono pignorare gli immobili perché c’è gente che non riesce più a pagare i mutui per la crisi, sono molto solerti e procedono immediatamente all’esecuzione dei pignoramenti; quando invece, al contrario, sono condannate a risarcire per anatocismo non pagano e bisogna presentarsi con un ufficiale giudiziario.

Chiedo ai colleghi di verificare, in coscienza, a fronte di gente che è costretta a suicidarsi per mancanza di credito (dall’inizio dell’anno oltre 25 suicidi), se non sia giusto che almeno il 50 per cento di questi prestiti, ricevuti all’1 per cento, venga dato con un ricarico del 300 per cento, quindi al 3 per cento, per far ripartire l’economia. Non mi sembra che questo intervento non sia fattibile o plausibile.

Invito ogni senatore a riconsiderare in coscienza queste contrarietà. Ritengo infatti che la questione bancaria sia il problema principale, e presto andremo davanti agli elettori e alle imprese con l’obiettivo di far ripartire l’economia del Paese.

Confermo quindi la richiesta di voto elettronico avanzata precedentemente e mi rimetto alla coscienza di ogni senatore per fare in modo che le banche che strozzano l’economia, facendo utili da capogiro con i soldi della BCE, possano invece aiutare il Paese a superare la crisi.

Mi auguro davvero che da parte del Parlamento e dei senatori di tutti i Gruppi, a prescindere dal colore politico, vi sia uno scatto d’orgoglio. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Gramazio e De Feo).

MPS-perquisizioni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02846
Atto n. 3-02846 (in Commissione)

Pubblicato il 10 maggio 2012, nella seduta n. 721

LANNUTTI , PARDI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la Procura della Repubblica di Siena, come riferisce una nota (riportata da “Il Giorno” del 9 maggio 2012), ha disposto una serie di perquisizioni da parte della Guardia di finanza presso le sedi legali della banca Monte dei Paschi di Siena, della fondazione Monte Paschi Siena, del Comune e della Provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere con sede sul territorio nazionale, nonché di abitazioni private, in ordine ad una serie di condotte poste in essere a partire dal 2007, in occasione dell’acquisizione di banca Antonveneta dagli spagnoli del banco Santander, protrattesi sino al 2012. Le ipotesi di reato sulle quali si indaga sono manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie all’acquisizione di banca Antonveneta e ai finanziamenti in essere a favore della fondazione Monte dei Paschi. La Procura di Siena, che ha disposto una serie di perquisizioni presso le sedi legali della banca Monte dei Paschi di Siena, della fondazione Monte Paschi Siena, del Comune e della Provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere sul territorio nazionale, oltre che in abitazioni private, finalmente indaga sull’acquisizione di banca Antonveneta. Paolo Mondani, eccellente giornalista di inchiesta, aveva firmato un servizio per “Report”, la trasmissione di inchiesta in onda su Raitre condotta da Milena Gabanelli, domenica 6 maggio alle ore 21,30, vero e proprio atto di accusa documentato sulla gestione di Monte dei Paschi di Siena (MPS), da parte di Mussari, presidente dell’Abi ed ex dell’MPS & soci;

sul sito di “Report” si legge: «Se dovessimo rappresentare i vizi e le virtù dell’Italia con la fotografia di una sola città, quella città sarebbe Siena. Sessantamila abitanti invece di sessanta milioni. Arte, storia, turismo, aria buona, cucina meravigliosa e la passione per la squadra di calcio che da anni gravita in serie A. Poi ci sono i debiti, tanti debiti. Frutti inattesi di una classe dirigente drammaticamente inadeguata per aver sottovalutato i segnali della crisi. E qui entra in ballo la Banca Monte dei Paschi, la terza per importanza del nostro Paese e i rapporti di forza della Città. I tre Palazzi che gestiscono il potere: il palazzo comunale, al centro di piazza del Campo, sede del consiglio comunale dove il sindaco esprime la maggioranza dei consiglieri nella Fondazione; Rocca Salimbeni, sede della banca; palazzo Sansedoni, che ospita la Fondazione che controlla la banca. Il Monte dei Paschi, nato nel 1472, il suo controllo è saldamente nelle mani dei gruppi di potere dei partiti, della massoneria, dell’economia. A Siena lo definiscono: il groviglio armonioso. E i senesi soprannominano la banca il Babbo Monte. Il bilancio 2011 si è chiuso con un passivo di 8,4 miliardi di euro. Uno shock. Mentre all’Università c’è un buco da 200 milioni, con un’inchiesta giudiziaria che coinvolge due rettori. Il Presidente Giuseppe Mussari, alla guida della banca dal 2006, ora lascia per far posto ad Alessandro Profumo. I problemi del Montepaschi sono comuni ad altre banche italiane: l’economia collassa e i Btp pesano come macigni nel portafoglio. Ma di straordinario c’è stata l’operazione Antonveneta, pagata più di 10 miliardi nel 2007, quando Emilio Botin, due mesi prima, l’aveva comprata per molto meno. Poi c’è la Fondazione Mps, l’anacronistico azionista con la maggioranza assoluta della banca. Dalla sua istituzione nel 1996 a oggi ha gestito, sotto forma di erogazioni, il fiume di soldi che le arrivavano dalla banca sotto forma di dividendi. Ha ristrutturato scuole, strade, palazzi e poli museali. Ha anche dato soldi a pioggia, dalle sponsorizzazioni della squadra di calcio, alle dazioni alle più bizzarre associazioni o alle sagre paesane. Perché di soldi ce n’erano tanti e non finivano mai. Pur di rimanere con più del 50 per cento, in questi anni, la Fondazione si è venduta quasi tutto quello che poteva vendere e si è indebitata fino al collo. Talmente indebitata che per il proprio futuro getta lo sguardo fuori le mura senesi»;

considerato che:

in un articolo sul “Corriere della Sera” dal titolo: “Mps, Fiamme gialle anche in Mediobanca. L’istituto di Piazzetta Cuccia era nel consorzio di garanzia dell’aumento di capitale per l’acquisizione Antonveneta”, Fabrizio Massaro riferisce che: «C’è anche Mediobanca tra gli istituti presso i quali la Guardia di Finanza si è recata oggi per acquisire documenti relativamente all’inchiesta della procura di Siena sull’operazione Antonveneta. Mediobanca, da sempre vicina alla banca senese, era nel consorzio di garanzia dell’aumento di capitale del 2008 relativo all’acquisizione Antonveneta. Le operazioni in Lombardia e a Padova sono svolte dalle Fiamme gialle, anche attraverso il nucleo di polizia valutaria di Milano. In totale sono 147 gli uomini della Guardia di Finanza impegnati nelle perquisizioni al Monte dei Paschi a Siena e a Firenze, Padova, Roma, Mantova, Milano. Fonti vicine all’istituto hanno poi confermato che “Mediobanca è stata oggetto di una perquisizione della Guardia di Finanza come persona informata dei fatti in relazione a operazioni poste in essere dal Gruppo Mps nelle quali Mediobanca ha ricoperto insieme a altre primarie istituzioni internazionali un ruolo tecnico connesso con la sua ordinaria operatività”. Oltre a Mediobanca le Fiamme Gialle hanno acquisito documenti presso Credit Suisse e in diversi altri istituti appartenenti al consorzio di undici banche creditrici della Fondazione Mps capitanato da JpMorgan. Tra queste Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank, Goldman Sachs. In totale sarebbero 38 gli istituti visitati dalla Guardia di Finanza»;

mentre “Il Sole-24 ore”, del 9 maggio 2012 esclude che, tra gli indagati Mps, ci sia l’ex presidente Mussari: «Tra gli indagati dell’inchiesta della Procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps figurano due dirigenti dell’Istituto di credito toscano. Fonti vicine all’inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Antonino Nastasi, riferiscono che tra gli indagati non figura Giuseppe Mussari, attuale presidente dell’Abi e presidente di Mps all’epoca dell’operazione Antonveneta. Le ipotesi di reato sono aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza. Oltre alla sede dell’Istituto di credito e della Fondazione Mps a Siena i finanzieri del nucleo valutario della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito perquisizioni presso le abitazioni private dei dirigenti della banca nello stesso capoluogo toscano, a Roma, Firenze, Milano, Padova, Torino e Mantova. Tra le abitazioni perquisite c’è anche quella del presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini»;

si legge su “First online – Finanza Imprese Risparmio Scenari Tecnologia” che, in occasione dell’ultima assemblea degli azionisti del MPS svoltasi a Siena a fine aprile, «il dottor Tommaso di Tanno, studioso eminente delle scienze tributarie vicino a Vincenzo Visco (…) e membro del collegio sindacale di Mps, rispondendo ad una domanda di un piccolo azionista aveva risposto rispetto ai dubbi sul prezzo, vicino ai 9 miliardi, pagato per Banca Antonveneta, che, pur non essendo stata fatta alcuna due diligence, i documenti pervenuti al collegio erano risultati corretti sul piano formale e sostanziale. “Il valore patrimoniale della Banca era di 2,3 miliardi e fu acquistata per 9 miliardi – aggiunse Di Tanno -. Non entro nel merito se il prezzo di 9 miliardi fosse appropriato”. Di Tanno ricorda che la due diligence preventiva sulla banca veneta “non fu fatta”, tuttavia i dati “risultarono veritieri”. Una vera e propria “bomba” fatta esplodere da uno dei tributaristi più autorevole del Pd, spesso intervistato, tra l’altro, per i servizi di “Report”, la trasmissione tv che domenica sera ha acceso, circostanza non casuale, i riflettori su Siena, dove altre fazioni del Pd soprattutto tra i cattolici si stanno sfidando da settimane proprio su Mps. (…) Quando dalle parti della piazza del Palio, sotto la Torre del Mangia, i senesi hanno visto alle 7 del mattino un gran traffico di auto delle Fiamme Gialle, il pensiero dei tifosi era corso immediatamente ai bianconeri del Siena calcio: sta a vedere, è stato il tam tam, che sta per partire un blitz per affossare la squadra in serie B. Sui giornali, a proposito di Monte Paschi, si faceva più che altro riferimento all’indignazione del sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, contro Report; il primo cittadino aveva annunciato che avrebbe verificato la possibilità di adire le vie legali contro una rappresentazione “molto lontana dalla realtà” e “gravemente offensiva” della città. Anche il Pdl senese ha parlato di trasmissione “superficiale”. Ma la realtà, spesso, ha superato le tesi di un reportage “superficiale”: tempo pochi minuti e si è capito che i “canarini” stavano per violare la Rocca Salimbeni, la fortezza del Monte Paschi inviolata da più di 500 anni, il forziere celebrato da Luciano Pavarotti al momento di una quotazione di 15 anni fa che ora sembra vecchia di 5.000 anni: la Gdf, su mandato della Procura, stava raccogliendo documenti attorno all’operazione più discussa e tribolata della storia della finanza senese, l’acquisizione di Banca Antonveneta. L’operazione ha coinvolto 150 finanzieri, che hanno setacciato tutte le stanze dei bottoni del potere locale. I “canarini” hanno bussato alla porta di villa Stasi, l’abitazione dell’ex presidente della banca Mps Giuseppe Mussari, ora presidente dell’Abi: la sua casa e il suo ufficio sono stati perquisiti ma non è indagato. Perquisizioni sono state effettuate anche nell’abitazione del presidente Gabriello Mancini, di Antonio Vigni, ex dg del Monte e dell’attuale direttore generale della Fondazione Mps Claudio Pieri e di altri dirigenti sia della Fondazione sia della Banca. Non solo: altre perquisizioni sono state fatte in altre città d’Italia. Al centro dell’inchiesta, l’acquisizione della banca Antonveneta avvenuta nel 2008: ci sono almeno due indagati. Gli avvisi di garanzia sono stati notificati a esponenti di Mps. La Guardia di Finanzia si è presentata anche negli uffici di Mediobanca a Milano, “in relazione – informa una nota – a operazioni poste in essere dal gruppo Mps, nelle quali Mediobanca ha ricoperto insieme ad altre primarie istituzioni internazionali un ruolo tecnico connesso con la sua ordinaria operatività”. L’indagine, infatti, sembra avere per oggetto tutti i risvolti di una delle operazioni finanziarie più discusse e discutibili negli ultimi anni: l’acquisto, nel 2007, di Banca Antoveneta dal Banco Santander ma anche l’aumento di capitale del 2008 per la parte del cosiddetto “Fresh” da un miliardo di euro suggerito da un pool bancario. Una soluzione, è il dubbio degli inquirenti, scelta per ostacolare l’autorità di vigilanza. La procura di Siena ipotizza infatti reati “manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie alla acquisizione di Banca Antonveneta ed ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi”. È quanto spiega un comunicato della Procura di Siena diffuso dalla Guardia di Finanza in merito al blitz . Dal punto di vista penale si preannuncia un’indagine lunga, difficile e complessa. Le conseguenze saranno assai più rapide. Viene indebolita la posizione di Giuseppe Mussari ai vertici dell’Abi. Viene accelerato il cambiamento sia in Monte Paschi che ai vertici della Fondazione. Viene senz’altro intaccata la credibilità del sistema delle Fondazioni, per la prima volta al centro di un’indagine che ne mette in discussione il ruolo di cinghia di trasmissione tra la politica, la società civile e la grande finanza»;

il sistema di potere trasversale con al centro il MPS e Siena, che coinvolge tutti gli apparati dai mass media alle istituzioni locali laddove – come provato dalle testimonianze rese a “Report” – logge massoniche condizionano e si infiltrano nelle istituzioni compresa la magistratura, con pratiche e comportamenti spesso illegali, che mettono alla gogna qualsiasi voce critica fuori dal coro, aveva prodotto nei giorni il licenziamento in tronco di Mauro Tedeschini, direttore della “Nazione”, per aver rispettato il diritto di cronaca ed osato muovere fondate critiche ad un sistema secolare di potere esercitato dalla più antica banca e che ruota attorno alle fondazioni bancarie, combriccole di amici che si cooptano a vicenda con criteri oscuri ed amicali, adusi a non rendere conto ad alcuno del loro operato, oggetto dell’atto di sindacato ispettivo (4-07352) del 24 aprile 2012 dove l’interrogante considerava la rimozione del direttore de “La Nazione” Mauro Tedeschini un grave sintomo delle storture che affliggono il sistema informativo nonché un grave colpo alla dignità di un direttore che aveva condotto il giornale a conseguire significativi successi nelle vendite, poiché, ostacolando la libertà di stampa, si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione, ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull’accesso alla conoscenza e all’informazione libera;

considerato che a giudizio degli interroganti sarebbe opportuno un commissariamento urgente della banca MPS e la revoca della nomina di Alessandro Profumo, indagato per frode fiscale ai danni dello Stato e privo dei requisiti di onorabilità previsti dalle vigenti normative per amministrare gli istituti di credito,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo l’esistenza di un “sistema Siena”, basato su una ferrea gestione del potere economico-finanziario, impersonato dall’attuale presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, che, a giudizio degli interroganti, avrebbe ricambiato con la designazione di Alessandro Profumo, indagato per frode fiscale ai danni dello Stato, al vertice del Monte dei Paschi di Siena, l’appoggio che Unicredit offrì a suo tempo per scalare l’associazione bancaria, sistema che gli interroganti considerano un pericolo per la legalità fondata sul rispetto di regole e norme, anche di rango costituzionale;

se risulti che le logge massoniche, molto attive a Siena, condizionino l’operato delle banche e del sistema economico finanziario, molto prodigo nel favorire i propri adepti con affidamenti disinvolti e spesso incauti girati a sofferenza, avaro nell’offrire la liquidità necessaria a chi voglia intraprendere iniziative per riattivare il ciclo economico depresso;

se risulti che sia stata la massoneria a condizionare le attività economiche, bancarie, finanziarie e di amministrazione della giustizia nell’ultimo decennio a Siena, e se tra le attività delle logge operanti in Toscana non vi siano residui della P2 di Licio Gelli, che aveva la finalità di scardinare l’ordinamento democratico per sostituirsi allo Stato di diritto fondato sulla Costituzione repubblicana;

se risulti che la scelta di acquistare banca Antonveneta ad un prezzo superiore a quello di mercato, dopo aver effettuato analoga operazione con l’ex Banca del Salento denominata Banca 121, sia stata determinata da apparati esterni agli interessi del Monte e quale risulti essere stato il ruolo della Banca d’Italia e soprattutto della Consob, tenuto conto che tra i consulenti del MPS vi era l’avvocato Marco Cardia, figlio del Presidente Lamberto Cardia;

se il Governo non ritenga doveroso attivare le proprie potestà, attribuite dalla legge bancaria e dai testi unici della banca e della finanza, al fine di favorire una prudente gestione del credito e del risparmio e prevenire un’eventuale insolvenza, ciò al fine di evitare vicende analoghe a quella richiamata in cui la banca Antonveneta, il cui valore sarebbe stato pari a 2,3 miliardi di euro, è stata poi acquistata per oltre 9 miliardi, senza la garanzia della due diligence preventiva sul valore della banca veneta (tale dimenticanza avrebbe determinato l’inizio del depauperamento della più antica banca italiana, che mette a rischio, anche per tale dolosa negligenza, posti di lavoro ed il risparmio investito dai piccoli azionisti);

se, nel perfezionare tale operazione scellerata, risultino esservi stati condizionamenti esterni, il pagamento di commissioni “legali”, conti paralleli di centinaia di milioni di euro, riferibili al gruppo MPS, movimentati estero su estero, in particolare sulla piazza di Londra;

quali misure urgenti intenda attivare per impedire che primarie banche siano gestite con criteri amicali, anche da Fondazioni bancarie, che invece di applicare l’art. 47 della Costituzione, praticano regole non scritte nella gestione, spesso fraudolenta, del credito e risparmio, che ha generato una lunga catena di crac finanziari ed industriali, quali Cirio, Parmalat, My Way, For You, Lehman Brothers, spesso pubblicizzati come affidabili sul sito dell’Abi Patti chiari, bruciando oltre 50 miliardi di euro di sudati sacrifici ad 1 milione di risparmiatori.

Pernsione minima-canone RAI

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07449
Atto n. 4-07449

Pubblicato il 10 maggio 2012, nella seduta n. 721

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico, dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

è stato segnalato all’interrogante il caso di un’anziana di 83 anni che fino a dicembre 2011 ha percepito la pensione di 516,46 e ottenuto l’esenzione dal pagamento del canone Rai;

da gennaio 2012 la signora si è vista accreditare l’importo di 612 euro, senza avere ricevuto alcuna comunicazione da parte dell’INPS e quindi senza sapere il motivo di tale aumento;

nel mese di aprile la pensionata ha ricevuto una lettera dall’Agenzia delle entrate che l’avvertiva che, qualora non dovessero sussistere più i requisiti economici per beneficiare dell’esenzione, era necessario riprendere il pagamento del canone di abbonamento e che per l’abuso sarebbe stata comminata una sanzione amministrativa aggiunta al canone dovuto e agli interessi di mora;

vista l’età della signora e la sua invalidità accertata del 100 per cento, per la quale la stessa non percepisce alcun contributo, la figlia si recava presso la sede competente dell’Agenzia delle entrate per chiedere spiegazioni. I responsabili dell’ufficio rispondevano di non sapere niente della vicenda, ma comunque le comunicavano che per il 2012 non avrebbero dovuto esserci problemi e che, eventualmente, la madre avrebbe pagato il canone nel 2013, a meno che non venisse aumentato l’importo massimo del reddito per i pensionati per avere l’esenzione;

conseguentemente la figlia della signora telefonava all’INPS per capire il perché dell’aumento della pensione della madre, ma gli addetti rispondevano che potevano solo spedire il dettaglio per posta ordinaria e le accennavano che si trattava di un rimborso, non si sa bene di cosa, per gli anni passati senza saper aggiungere se il nuovo importo era assegnato per sempre o solo per il 2012 o per pochi mesi;

la figlia della pensionata, inoltre, telefonava alla Rai, al numero 199.123.000 come scritto in calce alla lettera dell’Agenzia delle entrate, dove le rispondevano che molti altri stavano telefonando per lo stesso motivo e che, se c’era stato un aumento della pensione nel 2012, il pensionato doveva pagare il canone Rai nel 2012;

la figlia dell’anziana faceva allora presente che sul sito dell’Agenzia delle entrate il reddito di riferimento per il pagamento del canone dell’anno in corso è quello dell’anno precedente e, in risposta, l’addetto Rai asseriva che quanto riportato sul sito era sbagliato e ribadiva che si doveva pagare per il 2012, come aveva già detto di fare a tutti quelli che avevano già chiamato e continuavano a farlo;

la signora non ha mai ricevuto alcuna comunicazione dalla Rai circa la richiesta dell’eventuale importo dovuto;

a giudicare dalle numerose telefonate arrivate al call center della Rai per chiedere spiegazioni al riguardo, sono tantissimi i pensionati che si trovano nella condizione della signora a cui si chiede di pagare dando spiegazioni errate;

considerato che sul sito della Confederazione nazionale dell’artigianato (CNA) si legge: «Sa di presa in giro l’esonero del canone Rai per gli ultrasettantacinquenni che vivono soli con reddito familiare (unitamente a quello del coniuge convivente) non superiore a complessivi euro 516,46 per tredici mensilità. La denuncia arriva dal dipartimento politiche sociali della Cna di Ancona, che in questi giorni sta ricevendo tantissime telefonate da parte di anziani che sono venuti a conoscenza della possibilità di essere esonerati dall’obbligo del pagamento del canone Rai. In base alla legge 24 dicembre 2007, n. 248, art. 1, comma 132 per avere diritto all’esenzione occorre aver compiuto 75 anni di età entro il termine del pagamento del canone, non convivere con altri soggetti diversi dal coniuge titolari di reddito proprio, possedere un reddito che unitamente a quello del proprio coniuge convivente non superi i 6.713,98 euro annui. “Non c’è bisogno di essere un economista per capire che se moglie e marito hanno un reddito complessivo inferiore a 516 euro mensili probabilmente non hanno nemmeno bisogno di pagare il canone poiché come minimo non possiedono nemmeno la televisione!”, tuona Riccardo Ruggeri, responsabile delle politiche sociali della Cna di Ancona. “Se situazioni di tale portata esistono – continua Ruggeri – sono sicuramente poche, numericamente parlando, e più che avere bisogno di aiuti per il pagamento del canone, hanno prima bisogno di sostegno per mangiare e sopravvivere, poi eventualmente per acquistare una tv, o al limite per sostenere le spese relative al passaggio al digitale terrestre!”. Secondo la Cna, una norma di tale genere lede la dignità delle persone anziane, inducendole erroneamente a credere che si intende aiutarle. “Tale norma avrebbe senso – prosegue Riccardo Ruggeri – se il tetto di reddito stabilito fosse conteggiato almeno al doppio della pensione minima, andando anche ad aggiungere l’aumento del costo della vita dall’anno dell’approvazione della legge e sarebbe comunque un’esenzione alla quale pochissimi potrebbero accedere”. Nel corso degli ultimi mesi la Cna Pensionati ha svolto diverse assemblee territoriali nell’ambito della provincia di Ancona, raccogliendo la testimonianza di vita di un gran numero di anziani. Ne emerge un quadro preoccupante: l’aumento del costo della vita è un peso per la stragrande maggioranza della popolazione anziana che in troppi casi fa fatica ad arrivare a fine mese data la consistente perdita del potere d’acquisto delle pensioni»,

si chiede di sapere:

quali risultino essere i motivi per cui l’INPS non ha ancora dato spiegazione agli aventi diritto della nuova somma assegnata a titolo di pensione minima e, soprattutto, se l’aumento sia relativo ad un rimborso una tantum o rappresenti un incremento da considerarsi definitivo;

quali risultino essere le ragioni a fondamento dell’informazione fuorviante data dall’addetto del call center Rai alle persone che hanno chiamato per chiedere spiegazioni in seguito al ricevimento della lettera dell’Agenzia delle entrate, visto che in essa si asserisce l’esistenza del dovere di pagamento dell’abbonamento Rai dell’anno 2012 per i pensionati che hanno avuto nello stesso anno un aumento sulla pensione, quando invece il reddito di riferimento per il pagamento del canone dell’anno in corso è quello dell’anno precedente;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di tutelare le fasce più deboli da ogni abuso e sopruso e, infine, qualora la nuova somma accreditata a titolo di pensione rappresenti il nuovo importo stabilito per la pensione minima, per cui questa dal 2012 passerebbe definitivamente da 516,46 euro a 612 euro, se non ritenga opportuno adoperarsi per rivedere ed adeguare di conseguenza il limite di reddito imponibile necessario ad ottenere l’esenzione dal pagamento del canone Rai, considerando che si tratta di persone che con queste cifre non riescono neanche ad arrivare a fine mese.

Abruzzo-passaggio digitale terrestre

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07445
Atto n. 4-07445

Pubblicato il 10 maggio 2012, nella seduta n. 721

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

in queste ore del 10 maggio 2012 si sta celebrando in Abruzzo (province di Chieti e Pescara, dall’11 maggio il teramano, subito dopo l’aquilano) il “rito” dello switch off, lo spegnimento dei segnali televisivi analogici per il definitivo passaggio al digitale terrestre;

nonostante sia in atto sin dal 2008, quando fu digitalizzata la Sardegna, prima regione definita ampollosamente “all digital“, il passaggio anche in questo caso sta arrecando gravi disagi alle popolazioni interessate che, dopo l’acquisto di televisori di nuova generazione ovvero di decoder esterni, sono vittime di mancata ricezione anche delle emittenti nazionali (Rai, Mediaset e La7) o di segnale intermittente;

Adusbef in queste ore sta ricevendo telefonate da cittadini irritati che chiedono l’intervento dell’associazione: ed in effetti visitando i siti Internet e i blog non mancano le contumelie di abitanti delle zone oscurate (parte di Pescara, Montesilvano, Miglianico, Chieti, San Valentino in Abruzzo citeriore, Spoltore, Silvi Marina, Nereto, Lanciano alta, Archi);

sul sito del Corecom Abruzzo è pubblicata una comunicazione secondo cui il Ministero dello sviluppo economico, attraverso la fondazione Ugo Bordoni, ha stanziato 1.300.000 euro per la realizzazione di un piano di comunicazione per l’imminente passaggio al digitale terrestre dell’Abruzzo, di cui 1.200.000 euro circa destinati alla messa in onda di spot promozionali attraverso le emittenti locali abruzzesi;

sul sito della fondazione Ugo Bordoni si legge “Istituzione di Alta Cultura e Ricerca, sottoposta alla vigilanza del Ministero dello sviluppo economico (…) realizza ricerche, studi scientifici e applicativi nelle materie delle comunicazioni elettroniche, dell’informatica, dell’elettronica, dei servizi pubblici a rete, della radiotelevisione e dei servizi audiovisivi e multimediali in genere, al fine di promuovere il progresso scientifico e l’innovazione tecnologica: (…) svolge attività di consulenza nei confronti del Parlamento, del Governo, delle Autorità amministrative indipendenti, delle Amministrazioni Pubbliche centrali e locali. Promuove iniziative di raccordo e di coordinamento con Università ed Enti di ricerca; svolge attività di formazione ed opera per la promozione e la tutela del patrimonio tecnologico e culturale del Paese”,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti descritti;

se non si ritenga che destinare oltre un milione di euro solo per l’attività di informazione da parte delle emittenti locali non sia una gravissima forma di sperpero di denaro pubblico, considerando che le stesse potrebbero esservi tenute gratuitamente in virtù del rapporto di concessione e senza considerare che le stesse verosimilmente lo farebbero spontaneamente, nel proprio interesse, giacché la mancata riconversione degli impianti televisivi impedirebbe la visione dei loro programmi;

se le suddette somme non possano essere – ammesso che lo debbano essere necessariamente – spese in maniera più idonea per evitare i gravi disagi che il passaggio al digitale terrestre sistematicamente genera nelle popolazioni interessate, posto che lo stesso Presidente del Corecom Abruzzo Filippo Lucci, riguardo al suddetto finanziamento alla fondazione Bordoni, ha ammesso “errori grossolani” nella macchina organizzativa;

se, in ultima analisi, il Governo, considerando che già molti enti e soggetti istituzionali (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, CORECOM regionali, eccetera), che in taluni casi svolgono attività superflue se non dannose già comportano oneri elevati per lo Stato, non reputi improcrastinabile attivarsi affinché, per quanto di competenza, sia risolto ogni rapporto in essere fra l’Esecutivo e la fondazione Ugo Bordoni considerato che, a giudizio dell’interrogante, quest’ultima sarebbe da tempo lo strumento di aggiramento dei vincoli del bilancio pubblico, a disposizione della classe politica di turno per le sue insostenibili esigenze clientelari, come dimostrano i clamorosi fallimenti della fondazione (per tutti il registro unico delle opposizioni).

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