Category: Atti di Sindacato Ispettivo

INPGI-Fondi immobiliari

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06908
Atto n. 4-06908

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti, ha un vasto patrimonio immobiliare concentrato soprattutto a Roma che conta 2.472 unità, delle quali 2.170 sono abitazioni, per un valore, fino al 2008, di 692 milioni di euro;

per quanto riguarda i fondi immobiliari scriveva un articolo de “il Sole-24 ore” del 2 marzo 2009: «”Nell’ambito della gestione separata, più nota come Inpgi 2 – afferma il presidente dell’ente, Andrea Camporese – stiamo per acquistare dalla Sopaf quote del fondo Fip per un controvalore di 30 milioni di euro. La gestione separata ha infatti un patrimonio di 178 milioni e non c’è presenza di immobili. Il nostro consulente, Mangusta Risk, ci ha suggerito di inserire investimenti real estate fino a un massimo del 17,52%”. Il numero di quote da acquistare non viene reso noto ma prendendo a riferimento il Nav (patrimonio netto) al 31 dicembre scorso del fondo Fip, pari a circa 140mila pro quota, le porzioni acquistate dovrebbero essere di poco superiori alle 200 unità. Con i 30 milioni di euro del fondo Fip, è stata così quasi del tutto saturata (16,9%) la fetta di mattone stabilita per l’Inpgi 2. Ma cos’è il Fondo immobili pubblici (Fip appunto)? Creato nel 2004, è “il primo fondo di investimento promosso dalla Repubblica italiana – si legge nel sito web – e si inserisce in un più ampio processo di privatizzazione realizzato dal ministero Economia e Finanze”. A gestirlo è la Sgr Investire Immobiliare (Banca Finnat). Le quote del fondo sono state poi collocate tra gli investitori istituzionali. La Sopaf, guidata da Giorgio Magnoni, è stata una delle società che nel 2005 ha partecipato al collocamento: attraverso la controllata lussemburghese Five Stars aveva rilevato 450 “pezzi” del Fip per un controvalore di 57 milioni di euro. Più di recente, però, sempre la Sopaf ha comprato e rivenduto porzioni di Fip: nella trimestrale consolidata al 30 settembre 2008, emerge che sono state acquistate 209 quote per un controvalore di 29 milioni e 215 mila euro. Quote rivendute nello stesso trimestre con una plusvalenza di 881mila euro. I prezzi? Bastano due semplici divisioni: acquistate a circa 140mila euro, le quote sono state rivendute a 144mila euro ciascuna»;

pertanto osservando i bilanci della Sopaf e ad altre notizie pubblicate dalla stampa italiana, “il Sole-24 ore” in primis, e internazionale, si scopre che le 224 quote FIP vendute da Sopaf all’Inpgi per 30 milioni di euro (al valore unitario di 133.929 euro) «non erano le uniche in pancia alla Sopaf. La società aveva acquistato all’avvio del FIP 450 quote per un valore di 57 milioni (valore unitario di carico di 126.667 euro). Ma aveva anche effettuato compravendite e operazioni in derivati forward su queste quote realizzando cospicui ricavi (10 milioni solo nel primo trimestre 2009) e incassandone le cedole (600mila euro)» (si veda “ADGNews 24″ del 18 febbraio 2012);

si legge inoltre nel citato articolo pubblicato su “ADGNews”: «Nelle prime settimane del 2009, appena prima della cessione di quote di FIP a INPGI, Sopaf aveva acquistato dalla società austriaca Immowest del gruppo Immofinanz 800 quote del fondo FIP (una partecipazione pari al 6% del totale del Fondo) al valore di 80 milioni di euro, con un prezzo unitario per quota di 100mila euro. Operazione stranissima, questa, perché il gruppo austriaco Immofinanz aveva comprato quella stessa partecipazione del 6% di FIP, anni prima, per 100 milioni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante non sono chiari:

il motivo per cui il gruppo austriaco vendette la partecipazione a inizio 2009 a Sopaf con uno “sconto” (cioè, per gli austriaci, una perdita secca) di 20 milioni di euro;

come mai SOPAF vendette subito dopo le quote all’Inpgi e a quale prezzo. Ossia al prezzo di carico delle quote acquisite all’avvio del FIP (126.667 euro l’una) o a quello a cui le aveva avute “a sconto” dagli austriaci (100.000 euro l’una). Visto che se Sopaf le avesse vendute su una base di carico nel proprio bilancio di 100.000 euro l’una, avrebbe realizzato, su 30 milioni di ricavi, ben 7 milioni e mezzo di utile, cioè un profitto del 33 per cento pagato ovviamente dall’Inpgi e da tutti i suoi iscritti;

perché, allora, nella delibera di acquisto del presidente Camporese si presenta l’affare come lucroso per l’istituto, si parla di “sconto” del 4,39 per cento e si dice che il valore unitario certificato delle quote FIP era di oltre 140.000 euro l’una. Questa valutazione non pare essere sicura se si considera che il valore unitario della quota del Fondo, pubblicato ufficialmente da FIP, al 31 dicembre 2008 era pari a 138.552,563 euro;

considerato inoltre che scriveva il “Corsera Magazine” il 3 febbraio 2009: «Mercato immobiliare in crisi. Magnoni ricorre a soci forti che non badano a spese e non badano neanche alle loro perizie interne. In Italia si è infatti sparsa la voce che lo studio tecnico di INPGI presieduto dall’Ing. Francesco Imbimbo e l’Avv. Pietro Manetta effettua perizie immobiliari, di cui l’intero Consiglio di Amministrazione non tiene conto. Di pochi mesi infatti l’acquisto della nuova sede di ODG in Via Parigi 11 periziata dall’ingegner Francesco Imbimbo per 5.5 milioni ed acquistata poche ore dopo a 7.7 milioni, un aumento vertiginoso del 40% mentre il mattone scende in tutto il mondo. Un miracolo per il venditore Agrilatte srl partecipata da Unalat srl, un miracolo si sarà detto anche il banchiere Magnoni che per le sue quote non di latte ma di mattoni forse era in cerca di partners è il caso di dire, senza troppi peli sulla perizia? Inpgi infatti secondo alcune dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Camporese sarebbe intenzionato ad effettuare un investimento immobiliare di 30 milioni nella Sopaf di Magnoni e precisamente rilevando alcune quote del fondo FIP acquistate dal fondo Sopaf nel 2005 durante il boom immobiliare. Ci domandiamo se l’Ing. Francesco Imbimbo abbia partecipato insieme all’Avv. Pietro Manetta dell’ufficio tecnico immobiliare alla realizzazione delle due diligence per verificare se i valori di libro delle quote del fondo FIP siano in linea con i valori attuali delle proprietà immobiliari detenute in portafoglio e comunque non edulcorati come appaiono moltissimi immobili acquistati durante il boom immobiliare. Dai prezzi del 2005 il valore degli immobili in Italia è sceso almeno del 30%. E’ lo stesso sconto che ha concesso la Sopaf di Magnoni per rivendere le sue quote antiche all’INPGI? I giornalisti italiani sono stati informati? Ci domandiamo infatti chi controlla i vertici di INPGI nelle loro trattative immobiliari,quando come appare il Consiglio di amministrazione di INPGI alle volte sottoscrive procure speciali per l’acquisto anche di singoli immobili? Quale organo dovrebbe controllare la discrezionalità sui prezzi di acquisto, posto che in Via Parigi il prezzo di acquisto è risultato più alto del 40% da quello della perizia? Ricordiamo infatti che per l’acquisto di Via Parigi il Consiglio di amministrazione di INPGI deliberava una procura speciale al Presidente Gabriele Cescutti che a suo insindacabile giudizio rilanciò di oltre 2.2. milioni di euro il prezzo della perizia realizzata dal suo stesso ufficio tecnico. Come mai un così lauto regalo alla società venditrice? Come mai inoltre il Presidente Gabriele Cescutti smentiva l’intervento di un mediatore che al contrario risultava addirittura citato nella medesima delibera del Consiglio di amministrazione di INPGI che gli affidava la procura per l’acquisto della sede di ODG? E come mai il Presidente Lorenzo Del Boca smentiva il Cescutti confermando l’intervento del mediatore nelle trattative che si era strenuamente battuto per far accettare condizioni decisamente più convenienti per INPGI e ODG? Quale soggetto apicale smentisce le perizie tecnico estimative dell’unico ufficio interno di INPGI preposto alla valutazione immobiliare? O forse l’Ing. Imbimbo è l’uomo dei miracoli e le sue perizie si trasformano durante la notte e comunque prima dei regali ai venditori?»,

si chiede di sapere:

quali risultino essere i motivi per cui l’Inpgi abbia acquistato quote del fondo FIP rilevate da una controllata lussemburghese del gruppo Sopaf nel pieno del boom immobiliare e le abbia rivendute con laute plusvalenze ad investitori istituzionali; quale risulti essere la strategia di un ente come Inpgi che ha motivato l’acquisto in seconda battuta di quote di fondi con valori a libro altissimi quando sul mercato oggi si possono acquistare immobili ad uso ufficio a prezzi di gran lunga più convenienti;

chi risulti essere stato l’autore della certificazione del valore unitario della quota del fondo FIP (oltre 140.000 euro) che presentò l’acquisto di quote FIP da parte di Inpgi come “un affare”;

chi siano Francesco Imbimbo e Pietro Manetta e quale sia stato il loro ruolo in questa operazione;

perché, nonostante la stampa economica e internazionale ne avesse parlato diffusamente, nessuno a quanto pare dentro l’Inpgi si sia dedicato a capire come mai, appena poche settimane prima di cedere quote di FIP a Inpgi, Sopaf avesse acquistato dal gruppo austriaco quote di FIP per un valore inferiore del 20 per cento a quello pagato dagli austriaci e comunque inferiore di oltre il 33 per cento al prezzo pagato dall’Inpgi a Sopaf solo pochi giorni dopo;

nell’acquisto di quote di FIP per 30 milioni di euro, del febbraio 2009, con una delibera firmata dal presidente Camporese, chi avrebbe fatto l’affare, se l’Inpgi o la Sopaf che avrebbe guadagnato 7,5 milioni su 30 di ricavi;

se i Ministri in indirizzo, a cui sono affidati compiti di ispezione e controllo, abbiano compiuto attività di sorveglianza ed ispezione su una gestione basata su investimenti troppo rischiosi per degli enti che hanno l’obiettivo di garantire le pensioni e non di generare alti rendimenti;

quali iniziative intendano assumere al fine di garantire agli iscritti delle Casse controlli più accurati e maggiore trasparenza su ciò che accade all’interno delle gestioni.

RAI-pagamento canone apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00429
Atto n. 2-00429

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la Rai, un’azienda a giudizio dell’interpellante lottizzata che sempre di più ammannisce cattiva informazione e servizi spesso “taroccati” e strappalacrime per inseguire il feticcio dell’audience, ha sfornato l’ennesimo balzello, a carico di imprese, studi professionali ed uffici, per imporre un pesante tributo sul possesso non solo degli apparecchi televisivi, ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale, inclusi monitor per il personal computer, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza, telefonini che si collegano ad Internet, con una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 fino a 6.000 euro all’anno a carico di oltre 5 milioni di utenti per un controvalore di un miliardo di euro annui;

a giudizio dell’interpellante, è l’ennesima vergogna, l’ennesimo tentativo di scippo con destrezza che deve essere respinto al mittente, da parte del Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera, al quale Adusbef e Federconsumatori si appellano, per evitare l’ennesimo salasso;

«Non ci risulta – hanno affermato i presidenti di Adusbef e Federconsumatori – che il Ministero dello sviluppo economico abbia deliberato l’assoggettamento dei personal computer, dei videofonini e di altri apparati utilizzati per il lavoro, non certo per lo svago, al pagamento del canone Tv; per questo tutti coloro che hanno ricevuto richieste di pagamento, come aziende ed uffici professionali del canone TV da parte della RAI per la detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell’ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti, non paghino nulla e se avessero già pagato si rivolgano alle associazioni dei consumatori, che impugneranno l’intimazione di pagamento – qualora si insista – alla Consulta, per la tutela legale oltre ad un eventuale risarcimento dei danni»;

sul “Corriere della sera” on line del 20 febbraio 2012 si può leggere: «”Arrivo in ufficio e trovo la segretaria ridere di fronte al canone Rai per l’ufficio. Quattrocentododici euro”. Una sollevazione popolare (…) attraverso centinaia di post su Twitter avanza creando una campagna (…) senza giri di parole (…) Ma non solo Internet. Anche politici (bipartisan) e associazioni dei consumatori. Tutti in coro, ognuno con i suoi toni, dicono “no” alla richiesta della Rai a imprenditori e liberi professionisti di pagare il canone se possiedono un computer con connessione internet. L’azienda di Stato si riferisce – addirittura – al regio decreto legge del 21 febbraio 1938, n. 246: “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento”. (…) Sia dal Popolo della libertà che dal partito democratico sono arrivate critiche alla campagna di comunicazione lanciata dall’emittente di Stato. “Il combinato disposto di una serie di articolati consentirebbe di esigere il canone anche da chi ha un semplice Ipad, una patente stortura”, ha spiegato in una nota Bruno Murgia, deputato del Pd, che già nel 2007 ha presentato alla Camera un proposta di legge per esentare dal canone i proprietari di pc, videofonini e palmari. “Pretendere denari da chi paga regolarmente il canone per le proprie abitazioni non è tollerabile”, ha sottolineato, senza contare che “la pressione fiscale ha già superato il livello di guardia”. Sulla stessa linea Giancarlo Sangalli, senatore Pd. “Si sta veramente esagerando”, ha detto in un comunicato, “presenterò un’interrogazione al presidente Monti nella sua qualità di ministro dell’Economia. In un momento di così grave difficoltà per numerose imprese, l’imposizione dell’ennesima tassa è del tutto fuori luogo”. “Se la Rai pensa di fare cassa con le aziende e i lavoratori autonomi possessori di pc si sbaglia di grosso” ha detto il presidente dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario. “È probabile che le aziende non acquistino pc o iphone per vedere Sanremo in live streaming. Più probabile – conclude Belisario – che questi siano, oggi, strumenti indispensabili di lavoro. Inviare il bollettino per il pagamento del canone al popolo delle partite Iva, inoltre, è una beffa che si aggiunge al danno di quei tantissimi che sono stati costretti ad aprire una posizione invece di essere assunti. Il canone va pagato e va combattuta l’evasione ma basta con balzelli e stravaganze”»;

si legge ancora: «Per Rete Imprese Italia chi non paga è soggetto a pesanti sanzioni e a controlli da parte degli organi di vigilanza. “Quella del canone speciale Rai è una richiesta assurda perché vengono “tassati” strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai. Tanto più se si considera che il Governo spinge proprio sull’informatizzazione per semplificare il rapporto tra imprese e Pubblica Amministrazione. In questo momento di gravi difficoltà per i nostri imprenditori, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro onere così pesante e ingiustificato”»;

considerato che:

secondo la Rai, dovrebbero pagare il canone i seguenti apparati di ricetrasmissione: televisione, videoregistratore, registratore dvd, computer (indipendentemente dalla presenza di una scheda televisiva o di una connessione Internet ), videofonino, tvfonino, monitor di qualsiasi tipo anche in assenza di un computer, decoder, monitor del citofono, modem, navigatore satellitare, videocamera, macchina fotografica digitale;

in data 19 marzo 2008, la Direzione centrale normativa e contenzioso dell’Agenzia delle entrate si è dichiarata incompetente, come già la Rai, indicando il Ministero delle comunicazioni quale soggetto competente in materia: “In merito agli apparecchi il cui possesso determina l’obbligo di corrispondere il canone per l’abbonamento televisivo – risponde l’Agenzia – si fa presente che detta attività esula dalla competenza istituzionale della scrivente, in quanto spetta al Ministero delle Comunicazioni procedere a tale individuazione. In ragione di ciò, al predetto Ministero, con nota 67800 del 2007, è stato chiesto di fornire precisazioni riguardo la problematica in trattazione”. Altrettanti quesiti sono stati posti, in alcune regioni, alla rispettiva Direzione regionale dell’Agenzia delle entrate: le risposte sono state inizialmente contraddittorie, con alcune che dicevano che bisognava pagare e altre no, ma, dopo lo “sbandamento” iniziale, anche con comunicazioni di correzione alle missive precedenti, si sono tutte allineate all’attesa di un chiarimento da parte del Ministero competente;

sono state presentate al Ministero delle comunicazioni molte interrogazioni parlamentari sull’argomento (si vedano ad esempio gli atti della Camera dei deputati 4-03226, 4-05224, 4-05376, 4-05609; l’atto del Senato 4-00029 nella XVI Legislatura). Il Sottosegretario di Stato pro tempore per lo sviluppo economico ha risposto solo all’ultima di tali interrogazioni, ma non ha chiarito né disposto quali apparecchi. Ha infatti concluso la risposta come segue: “In considerazione del fatto che non sussiste ancora una interpretazione univoca circa la individuazione degli apparecchi, diversi dai televisori tradizionali, atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni, si ritiene opportuno procedere ad un approfondimento tecnico-giuridico della questione, anche attraverso il confronto con il Ministero dell’economia e delle finanze, l’Agenzia delle entrate e la concessionaria del servizio pubblico”;

non risulta che il Ministero, a seguito di tale approfondimento tecnico-giuridico e relativo confronto, abbia deliberato l’assoggettamento del personal computer al pagamento del canone;

nonostante ciò, a partire dal febbraio 2012, numerose aziende e uffici hanno ricevuto una missiva da parte della Rai in cui si richiede il pagamento del canone TV da parte della Rai per la detenzione di “uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell’ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti”;

la Rai non può di propria iniziativa riscuotere il canone per apparecchi diversi dal televisore tradizionale senza previa decisione in tal senso del competente Ministero dello sviluppo economico;

in ogni caso, la discriminazione fra computer collegati e non collegati in rete non ha alcun fondamento normativo, poiché il canone è dovuto per la detenzione di apparecchi “atti o adattabili”;

il computer è uno strumento ormai indispensabile allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, e l’inclusione dello stesso fra gli apparecchi tassati significherebbe di fatto imporre una nuova imposta sul lavoro;

anche durante il festival di Sanremo con i massimi ascolti, la Rai ha mandato in onda uno spot che invita a pagare il canone Rai a tutti i soggetti che utilizzano personal computer ed altri strumenti tecnologici usati prevalentemente per finalità ed attività lavorative, con la promessa di poter detrarre tali odiosi balzelli dalla dichiarazione dei redditi. Una campagna che prosegue a reti unificate, a giudizio dell’interpellante per indurre buona parte dei 5 milioni di soggetti ad adempiere ad un vero e proprio abuso,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda chiarire se il canone Rai debba essere pagato per il possesso dei richiamati strumenti tecnologici, come pretenderebbe la Rai, che ha promosso una campagna di informazione dai contenuti secondo l’interpellante chiaramente estortivi a danno di almeno 5 milioni di imprese e di consumatori, che non utilizzano strumenti tecnologici per guardare la tv di Stato, ma esclusivamente per finalità di lavoro, volti ad assoggettare gli apparecchi elettronici al pagamento del balzello;

se imporre il pagamento di un canone di abbonamento a videoregistratore, registratore dvd, computer senza scheda tv ma con connessione ad Internet , computer senza scheda tv e senza connessione Internet , videofonino, tvfonino, Ipod e apparecchi mp3-mp4 provvisti di schermo, monitor a sé stanti (senza computer annesso), monitor del citofono, modem, decoder, videocamera, macchina fotografica digitale, non costituisca un abuso per far gravare su utenti e consumatori i costi di una gestione fallimentare di una Rai lottizzata, che a giudizio dell’interpellante non ha mai garantito il pluralismo dell’informazione, ma guardato agli esclusivi interessi di alcuni partiti di riferimento, che nominando i vertici Rai hanno contribuito ad un’indecorosa spartizione;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda adottare, per rimediare ad un comportamento a giudizio dell’interpellante illegittimo della concessionaria del servizio pubblico, che oltre a vessare gli utenti del servizio pubblico ed a perseguitarli con minacce, anche se non dispongono di un apparecchio televisivo e non intendono possederlo per non rendersi complici spettatori di una TV faziosa ed arrogante, pretende di far pagare un canone speciale a quegli utenti e consumatori che utilizzano strumenti tecnologici per pure finalità di lavoro.

Grandi Stazioni-Stazioni Tiburtina

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06907
Atto n. 4-06907

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (“Milano Finanza” del 16 febbraio 2012) che sarà Grandi Stazioni a gestire il più importante hub dell’alta velocità, la stazione di Roma Tiburtina;

Grandi Stazioni SpA è una società del gruppo Ferrovie dello Stato, partecipata al 40 per cento dai gruppi Benetton, Pirelli e Caltagirone, anch’essa con sede a Roma, nata nel 1998 con lo scopo di riqualificare e gestire, anche commercialmente, le 13 maggiori stazioni italiane. Attualmente il presidente è Mauro Moretti, l’amministratore delegato Fabio Battaggia;

l’investimento complessivo del gruppo Ferrovie nella nuova stazione romana ha superato i 300 milioni di euro, per 32.000 metri quadrati di aree aperte al pubblico, 17.000 di zone commerciali e circa mille metri quadrati di altri spazi;

il bando della gara prevede che il vincitore della gara abbia il diritto allo sfruttamento commerciale della stazione, anche consentendo l’uso a terzi per fini commerciali, espositivi, eventi e conferenze. La concessione garantisce anche lo sfruttamento pubblicitario delle aree e implica la conduzione e manutenzione degli immobili;

considerato che scriveva “Linkiesta” il 26 luglio 2011: «L’azienda gestisce già le tredici principali stazioni italiane e ora punta su quelle di nuova costruzione che ospiteranno i viaggiatori più ricchi, quelli dei treni veloci. L’obbiettivo è semplice: vendere gli spazi pubblicitari, riscuotere l’affitto dei negozi e incassare una percentuale per ogni prodotto venduto in stazione. Un ottimo affare. Finora, per la verità, Grandi Stazioni non ha dato grande prova di efficienza. Dieci anni fa ottenne il diritto di sfruttamento commerciale, per cinquant’anni, di tesori come Roma Termini, Milano Centrale e Firenze Santa Maria Novella. In cambio avrebbe dovuto investire su tutte e tredici le stazioni in affidamento per trasformarle in moderni scali ferroviari, con radicali interventi di ristrutturazione approvati dal Cipe nel 2003. Ma sono passati otto anni e le stazioni di Venezia, Verona, Bologna, Genova, Firenze, Bari e Palermo sono ancora arretrate, inadeguate, in qualche caso fatiscenti. Gran parte dei lavori, dai documenti che abbiamo raccolto, risultano fermi o appena agli inizi. Anche gli interventi su Milano Centrale e Torino Porta Nuova sono stati realizzati solo in parte e con estrema lentezza, nonostante le inaugurazioni in pompa magna. Per Roma Termini, che era già pronta nel Duemila, servivano opere di adeguamento che ancora non si vedono e Napoli Centrale, presentata da tre anni come “quasi pronta”, non arriva mai a compimento. Negli ultimi otto anni Grandi Stazioni avrebbe dovuto investire circa 360 milioni di euro. Nello stesso periodo ha incassato molto di più, un miliardo e 376 milioni. In questa pagina, più nel dettaglio, pubblichiamo l’elenco degli impegni e lo stato di avanzamento delle opere. Nonostante il curriculum non proprio lusinghiero, Grandi Stazioni ha ottime possibilità di ricevere la gestione dei futuristici scali ad alta velocità, ancora in costruzione, finanziati con fondi pubblici. Per ora quelle strutture sono in mano a Rfi (la società di Fs responsabile della rete), ma quando saranno pronte dovranno essere date in affidamento. La strada è spianata perché nel contratto con Grandi Stazioni c’è una clausola chiamata last call che garantisce il diritto di prelazione, ovvero una “corsia preferenziale” per ottenere l’affidamento. Nello stesso contratto, firmato da Rfi nel 2000, ci sono diverse sorprese. Non sono fissati, ad esempio, termini e penali per i lavori sulle tredici stazioni. Le opere, che sarebbero urgenti e fondamentali, di fatto possono essere eseguite con la massima calma, a discrezione della società affidataria. La morbidezza delle regole, forse, si deve alla circostanza che il contratto è stato siglato da Ferrovie dello Stato (attraverso Rfi) con se stessa (attraverso Grandi Stazioni). E adesso rischia di ripetersi lo stesso film. L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, chiamata a rispondere sul possibile affidamento dell’alta velocità a Grandi Stazioni, non ha sollevato obiezioni per il conflitto di interessi. In compenso, il 24 marzo scorso, ha dichiarato “inoperativa” la clausola di “last call”, incompatibile con le regole comunitarie sulle gare d’appalto. Quello dell’Autorità comunque è solo un “parere non vincolante” e Grandi Stazioni, che si dichiara “perplessa”, è pronta a dare battaglia. Anche perché la società, negli ultimi otto anni, ha cambiato volto: l’amministratore delle Ferrovie, Mauro Moretti, si è battuto per assumere il controllo diretto e Grandi Stazioni è diventata il suo gioiello più caro. Fino al 2007 il controllo era in mano al trio Benetton, Pirelli e Caltagirone, che avevano la quota di minoranza ma nominavano i dirigenti nelle posizioni chiave. Ci sapevano fare: spazi sfruttati all’osso e canoni di locazione esorbitanti, più un prelievo fino al 25% sul fatturato lordo dei negozianti. Soldi a carrettate e un contratto libero da penali: che bisogno c’era di fare investimenti? Quindi si è preferito procedere senza fretta, dando la precedenza a Milano, Torino, Napoli e Firenze, che ospitano fiumi di viaggiatori e possono garantire, facendo posto ai negozi, ulteriori profitti. Anche città produttive del Nord come Venezia, Novara e Genova hanno ricevuto qualche attenzione, ma il Sud Italia, con le stazioni di Bari e Palermo, è stato lasciato a se stesso: all’inizio di quest’anno lo stato di avanzamento dei lavori era ancora all’1%. Così, mentre i bilanci delle Ferrovie sprofondavano in rosso (conti che sono poi migliorati successivamente), Grandi Stazioni continuava a macinare utili (ricevendo commesse in mezza Europa, dove i cantieri vanno spediti). Nel 2006 si cambia registro: Mauro Moretti, ex sindacalista Cgil, nuovo amministratore delle Ferrovie, vuole vederci chiaro: appena insediato ordina un controllo interno per individuare le responsabilità della mancata esecuzione dei lavori. Ritiene che la colpa sia degli azionisti privati, si impunta, paralizza il consiglio d’amministrazione per quattro mesi e si autoproclama presidente della società. Il controllo torna in mano pubblica. Una rivoluzione? Mica tanto. Perché i lavori, anche dopo il colpo di mano di Moretti, restano come prima, sempre al palo. Anzi, dal sito di Grandi Stazioni scompare la sintesi della maggior parte dei progetti, che oltretutto vengono modificati, di punto in bianco, senza rendere conto a nessuno. Piovono le interrogazioni parlamentari e il Cipe lancia ammonimenti: “Ve ne assumete la responsabilità”. Grandi Stazioni, per voce del ministro Matteoli, spiega che “ha dovuto valutare la modifica e l’adeguamento dei singoli interventi” per portare a termine “almeno parte del programma originario”. E nel 2010, per giustificare la lentezza dei lavori, la società accampa un elenco di giustificazioni: “imprevisti interventi di bonifica”, “modifiche ai progetti antincendio”, “prescrizioni dalle soprintedenze per i beni architettonici”, “rinvenimenti archeologici” e “verifiche degli edifici” per la “classificazione sismica”. Tutti imprevisti che Grandi Stazioni non aveva messo in conto. Ma almeno gli affari vanno bene? Non proprio. A partire dal 2008 i conti peggiorano perché la società fatica a vendere gli spazi pubblicitari che fino all’anno prima (quando se ne occupavano i privati) andavano ancora a ruba. Non solo: da documenti confidenziali interni risulta che i margini operativi, che in passato aumentavano a ritmo sostenuto, nelle previsioni (solitamente ottimiste) non cresceranno più di tanto. Potrebbe essere un indizio preoccupante. Infatti, se nel futuro prossimo si inaugurassero nuove stazioni pronte a ospitare altri negozi, le proiezioni dovrebbero registrare un picco positivo. Segno che la conclusione delle opere, a dieci anni dalla firma degli impegni, potrebbe essere ancora lontana. Ecco perché gli snodi ad alta velocità fanno così gola a Grandi Stazioni: belli e pronti, modernissimi e ben frequentati, progettati come grandi centri commerciali, sono il boccone del prete. Se le indicazioni dell’Autorità di controllo saranno rispettate dovrebbero essere oggetto di gare d’appalto. A quel punto Mauro Moretti si troverà in una posizione un po’ strana: amministratore di Ferrovie e presidente di Grandi Stazioni, che è controllata da Ferrovie e che partecipa a una gara di Rfi, che è sempre controllata da Ferrovie. In questa confusione di ruoli, al momento di assegnare l’appalto, chissà se si terrà conto degli impegni mancati. Ma soprattutto stavolta, al momento di scrivere il contratto, qualcuno ricorderà di inserire le penali?»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;

se corrisponda al vero che la società Grandi Stazioni non abbia dato grandi prove di efficienza come ad esempio per le stazioni di Bari e Palermo il cui stato di avanzamento dei lavori è ancora oggi all’1 per cento;

se risponda a verità che dall’assunzione da parte di Moretti della carica di presidente della società la situazione è rimasta nel medesimo stallo, anzi, dal sito di Grandi Stazioni è scomparsa la sintesi della maggior parte dei progetti, che oltre tutto vengono modificati, di punto in bianco, senza rendere conto a nessuno;

se l’aggiudicazione della stazione Tiburtina sia avvenuta con regolare gara e se la confusione di ruoli in capo a Moretti, amministratore di Ferrovie e presidente di Grandi Stazioni, che è controllata da Ferrovie e che partecipa a una gara di Rete ferroviaria italiana (Rfi), che è sempre controllata da Ferrovie, non abbia influenzato l’assegnazione dell’appalto;

quali siano i motivi in base ai quali nei contratti in questione non siano stati fissati i termini e le penali per i lavori sulle tredici stazioni per cui la società affidataria può liberamente dilatare i tempi di realizzazione delle opere e quali iniziative il Governo intenda adottare per assicurare nell’interesse dei cittadini l’accertamento delle responsabilità;

quali siano le considerazioni relativamente alla clausola chiamata last call del contratto con Grandi Stazioni che garantisce il diritto di prelazione per ottenere l’affidamento, e quali iniziative di conseguenza intenda adottare anche alla luce delle obiezioni dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici che l’ha ritenuta «inoperativa» perché incompatibile con le regole comunitarie sulle gare d’appalto;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di garantire agli utenti investimenti nella dorsale adriatica, da tempo sacrificata, e nel trasporto pendolare, invece di continuare a disperdere risorse per grandi stazioni spesso inutili o secondarie rispetto alle priorità del Paese come Tiburtina a Roma, Foster/Alta velocità a Firenze.

Tesoro-titoli derivati-Morgan Stanley

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02666
Atto n. 3-02666

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che la Goldman Sachs è una delle più grandi e importanti banche di affari del mondo, ha la propria sede legale negli Stati Uniti, è quotata alla borsa di New York, si occupa anche degli investimenti a rischio e sui derivati, amministra fondi previdenziali, offre consulenze a migliaia di società, che la utilizzano per gestire i loro investimenti, per ristrutturarsi e per effettuare nuove acquisizioni. Alcuni anni, quando i tassi scendevano, un giornale americano, il “New York Times”, notò che l’Italia invece di ridurre il costo degli interessi sul debito pubblico, continuava a pagare lo stesso ammontare sullo stock del debito pubblico. Sempre il “New York Times” riportò la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti, o meglio sottaciuto al popolo italiano l’esistenza di derivati sul debito tramite un contratto con una banca internazionale, la JPMorgan, senza suscitare conferme o smentite da parte dei Governi che si sono succeduti. Nei giorni scorsi, e precisamente il 3 gennaio 2012, il Tesoro avrebbe chiuso una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese. Sono stati gli stessi vertici della Morgan Stanley, a comunicare che l’esposizione verso l’Italia è scesa da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi di euro. Le operazioni di swap possono essere così spiegate: supponendo che un debitore abbia contratto un mutuo da 100.000 euro con una banca al tasso del 4 per cento fisso per 20 anni, si può stipulare un contratto con un’altra banca che potrebbe anticipare circa 20.000 euro dietro l’accettazione di pagare un interesse più alto, ad esempio, del 5 per cento per la vita residua del debito e fino alla sua estinzione. In questo modo si ottiene una liquidità aggiuntiva, ma si acquisisce il rischio di pagare un interesse più elevato, operazione fatta dalla Grecia sul suo debito, ossia uno swap perfezionato dalla Goldman Sachs per ottenere l’ingresso nell’euro proprio ai tempi in cui l’ex Governatore della Banca d’Italia ed oggi presidente della Banca centrale europea Mario Draghi prestava la sua opera come vice-presidente per l’Europa della banca americana. Una somma utilizzata dal Governo italiano per estinguere un’operazione di derivati finanziari, anche se non è chiara la ragione per cui la Morgan Stanley abbia richiesto la “chiusura della posizione”, opzione prevista dopo un certo numero di anni da quasi tutti i contratti sui derivati, ma raramente applicata: il motivo più verosimile potrebbe essere il declassamento deciso dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Certo, finché nessuna delle due parti fornirà spiegazioni, si potrà rimanere solo nell’ambito delle ipotesi. Lo swap con i derivati è stato adottato anche dall’Italia e rinnovato dai Governi che si sono succeduti in maniera bipartisan, configurando in tal modo un’esposizione nel bilancio per un controvalore che potrebbe ammontare, secondo alcune stime, circa a 30 miliardi di euro;

considerato che:

in un articolo uscito il 4 febbraio 2012 su “Linkiesta” dal titolo: “Professor Monti, ci dica la verità sui derivati che abbiamo in pancia”, Nicolò Cavalli, pone il quesito al Presidente del Consiglio: «Secondo le stime più accurate, il Tesoro italiano ha in portafoglio circa 30 miliardi di euro in derivati. Questo fatto pone forti dubbi riguardo alla sostenibilità del debito – e infatti tutti i governi che si sono succeduti dal 1996 hanno accuratamente evitato di chiarire di quanto l’Italia sia effettivamente esposta, e se ci sia il rischio di dover pagare, nel futuro prossimo, gli investitori che decidano di liberarsene, spinti dal nuovo impianto regolatorio e dalla crisi dei debiti europei. Morgan Stanley ha recentemente ridotto la sua esposizione verso l’Italia per circa 3,4 miliardi di euro: una spesa imprevista per lo Stato che potrebbe aggirarsi attorno ai 2 miliardi. Ma nessuno ne parla. Interessantissimo articolo oggi su ifre.com, che getta luce su un importante aspetto della composizione del debito pubblico del nostro Paese – e quindi sulla sua sostenibilità. Si tratta di capire, infatti, quanti derivati possiede il Tesoro italiano nel suo portafoglio. Come riportato quasi un anno fa da Wall Street Italia, il New York Times ha sostenuto che, a partire dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan. Su questo argomento tutti i governi succedutisi nel tempo hanno mantenuto uno scrupoloso silenzio (troppo scrupoloso?), anche quando, il 19 Dicembre del 2009, il Fatto Quotidiano aveva segnalato uno strano fenomeno: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Qualche mese fa, un articolo di Linkiesta ha articolato meglio la questione, citando i dati Eurostat, che rivelano che il Tesoro italiano ha utilizzato massicciamente i derivati, in particolare dal 1998 al 2008, utilizzando cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cartolarizzazioni. Si tratta di strumenti largamente utilizzati da vari enti pubblici, come spiegato sempre da Linkiesta in un articolo successivo. Ciò che sappiamo dai dati Eurostat è che l’Italia ha guadagnato su questi strumenti almeno fino al 2006, anno in cui la tendenza ha iniziato ad invertirsi e le perdite hanno iniziato a materializzarsi. Per gli anni successivi non esistono dati accertati, a causa dell’assenza di informazioni provenienti da fonti ufficiali. Quanto è grande questo fenomeno oggi? E sta continuando? Quanti derivati ha in pancia il governo italiano? Queste non sono domande di poco conto. La maggior parte delle stime sostiene che i derivati del Tesoro abbiano un valore di circa 30 miliardi di euro, e molti banchieri sostengono che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati. Il che non sarebbe un problema in se, se non fosse che l’opacità informativa rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7500 contratti di CDS, come riportato da Linkiesta già nell’Aprile scorso. La questione, insomma, è tutt’altro che irrilevante: l’articolo di IFRE prende l’esempio di Morgan Stanley, che ha recentemente ridotto la sua esposizione in swap verso l’Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. Se questo interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato a un’altra banca, allora l’Italia non sarebbe stata particolarmente toccata dalla vicenda. Ma se lo swap fosse stato chiuso – e molti ritengono sia andata così – allora l’Italia avrebbe dovuto pagare almeno 2 miliardi di euro. La European Bank Authority riporta che l’Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap verso le banche europee, e questo non include quelle statunitensi, quelle svizzere né quelle inglesi. Cosa succederebbe se gli investitori decidessero di chiudere queste posizioni, che sono peraltro più costose con il nuovo regime regolatorio? Semplice, l’Italia si troverebbe d’improvviso a dover pagare svariati miliardi di euro. Un’eventualità assolutamente infelice per i prospetti finanziari del nostro Paese e per gli investitori in titoli di stato, per lo più piccoli risparmiatori che hanno diritto di conoscere la reale esposizione italiana a questo rischio. Quindi (…) finiamola con l’opacità»;

si legge su un articolo pubblicato su “L’espresso” il 3 febbraio 2012: “In gran silenzio, a inizio anno il governo italiano ha dato due miliardi e mezzo alla potente banca Usa. Un’operazione su una posizione in derivati che il Tesoro non ha voluto commentare. Peggiorando così le cose”, come racconta Orazio Carabini, nel citato articolo dal titolo: “Super regalo a Morgan Stanley”. «Due miliardi e 567 milioni di euro. Passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio scorso, alla vigilia dell’Epifania. In gran silenzio il ministero di via XX Settembre ha “estinto” una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane. I cui vertici, nelle periodiche comunicazioni alla Sec, segnalano che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi pari appunto a 2,567 miliardi di euro. Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a “L’Espresso” il senso dell’operazione. Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo. Molti contratti sui derivati prevedono che, dopo un certo numero di anni, una delle due parti può chiedere la chiusura della posizione. Ma non accade spesso. Altre volte sono previsti dei “termination event”, ovvero fatti che possono innescare la soluzione del contratto: per esempio il downgrade dell’Italia da parte di Standard & Poor’s. Secondo fonti di mercato, l’operazione si sarebbe conclusa a costo zero, o quasi, per il Tesoro grazie a una triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana. Nei mesi scorsi ha fatto scalpore la riduzione della posizione in titoli italiani da parte della Deutsche Bank: nel primo semestre del 2011 la banca tedesca ha venduto oltre 7 miliardi di euro di Btp. Seguita da altre grandi banche, soprattutto francesi. Per il ministro dell’Economia Mario Monti e per il suo vice Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, impegnati a riportare la fiducia dei mercati sul debitore Italia, la richiesta di Morgan Stanley (la cui branch italiana è diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco) deve essere stata una brutta sorpresa. L’episodio riapre la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Infine c’è un problema di immagine per quello che è spesso chiamato “governo dei banchieri”: dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che l’operazione di rimborso pari a 2,567 miliardi di euro a Morgan Stanley sia stata triangolata con Imi Banca (gruppo Intesa Sanpaolo), che sarebbe subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana e se ciò non evidenzi un potenziale conflitto di interessi con un Ministro del Governo già a capo di Banca Intesa e quali siano i costi del Tesoro per perfezionare e ristrutturare tale anomala ed opaca transazione;

quale sia il reale ammontare di swap e derivati detenuti dal Tesoro, quali le banche coinvolte, le modalità di gestione delle operazioni in derivati, le motivazioni che hanno indotto il Governo a scegliere tra i molti creditori di onorare il debito proprio con Morgan Stanley, banca di affari diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco;

se sia vero che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati, con un valore di 30 miliardi di euro in capo al Tesoro, quali siano le ragioni di una opacità informativa che rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7.500 contratti di CDS (credit default swap), come riportato da “Linkiesta” nell’aprile 2011;

quali siano le ragioni delle mancate smentite alle illazioni del “Wall Street Italia” e del “New York Times”, le cui tesi hanno sostenuto che dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan, e quali siano le risposte all’articolo del 19 dicembre 2009 de “il Fatto Quotidiano”, secondo il quale, a saggi di interessi decrescenti, il Tesoro continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock del debito ed all’articolo de “Linkiesta” che, citando i dati Eurostat, ha rilevato l’uso massiccio di strumenti derivati nel decennio 1998-2008, specie cross-currency swap e interest rate swap, surrogati da cartolarizzazioni degli enti pubblici;

se risponda al vero che l’Italia abbia guadagnato su tali scommesse fino al 2006, anno in cui la tendenza si è invertita con perdite materiali e quali siano stati i guadagni realizzati e le perdite subite, posto che non vengono divulgate informazioni ufficiali, e gli unici dati sono desumibili dall’Eba (European Bank Authority) che riporta l’esposizione italiana in swap verso le banche europee per 5,1 miliardi di euro, senza includere le statunitensi, le svizzere e le inglesi;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per offrire le necessarie, trasparenti informazioni, in una fase difficile e delicata per l’Italia il cui debito pubblico è pari a 1.900 miliardi di euro, sotto attacco della speculazione internazionale, di fondi speculativi, banche di affari, agenzie di rating e della dittatura invisibile degli spread e dei mercati, che rischiano di minare i principi democratici e di sovranità.

Tragedia Concordia-Programmi televisivi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00425
Atto n. 2-00425

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

per inseguire l’audience, sempre più spesso alcuni servizi televisivi confezionano servizi “taroccati” con personaggi in cerca di autore chiamati ad interpretare attori in fatti realmente accaduti, come quelli, scoperti ancora una volta da “Striscia la Notizia”, sul naufragio della Costa “Concordia”. Lascia infatti senza parole il servizio di “Striscia la Notizia” del 15 e 16 febbraio 2012, che smaschera i finti passeggeri della Costa, sia sulla Rai a “Domenica In” che su Mediaset a “Domenica 5″ così come è stata raccontata da due sposini Cristina e Gabriele, probabilmente ingaggiati da un avvocato che viene ospitato in tante trasmissioni per allettare i creduloni “scambiando lucciole per lanterne” con la complicità dei conduttori ed autori dei servizi, come in occasione del servizio sulla propagandata class action sui vecchi libretti di risparmio prescritti, con la finalità di spillare quattrini a tantissimi risparmiatori;

“Striscia” smaschera l’imbroglio, una vera e propria truffa mediatica, di una ragazza, che ha raccontato di aver perso il bambino a causa del naufragio della nave all’isola del Giglio;

la foto mostrata da Lorella Cuccarini nella trasmissione sulla Rai è falsa, non sono quei due sposini e l’avvocato della coppia Giacinto Canzona, che era in studio, non ha battuto ciglio, salvo poi scrivere una lettera in cui parla di mero errore materiale. Poi è andato in onda il servizio di “Striscia” e allora la Cuccarini si è scusata per la foto. Nel programma c’è stata una telefonata in cui la sposa racconta quello che è accaduto e la sua voce ha un accento romano. Nell’intervista della Panicucci a “Domenica 5″ (registrata e mai mandata in onda) in cui i due sposini sono presenti in studio – oltre a non corrispondere alla foto mandata in onda da “Domenica In” – la sposina che racconta ha un accento lombardo. E, sulla liberatoria per il programma, aveva sbagliato a firmare, cancellando le prime parole scritte. Solo in seguito, a “Striscia”, Margherita Ballarotta ha confessato di aver interpretato Cristina a “Domenica 5″ perché “la vera Cristina non se la sentiva”. Sta di fatto che “Striscia” mostra anche un servizio di due ragazzi apparsi da Timperi a “Verdetto finale”, anche se sembrano più grandi dei due giovani. Ma la cosa peggiore è che inizia a farsi strada il sospetto che quei due passeggeri, Cristina e Gabriele, non esistano dato che i loro nomi non risultano nella lista dei passeggeri. L’avvocato Canzona, il cui operato reiterato a danno di risparmiatori e spettatori deve essere scrutinato dall’Ordine degli avvocati, in cui risulta iscritto, per un’immediata azione disciplinare, si è scagliato violentemente, con la complicità degli autori dei programmi ai quali viene di sovente invitato, contro l’accordo sottoscritto dalla grande maggioranza delle associazioni dei consumatori iscritte al CNCU raggruppate nel comitato Naufragi, che prevede un risarcimento di 14.000 euro, non obbligatorio ma facoltativo, a favore di tutti i passeggeri della Costa “Concordia” che non hanno subito danni fisici, rispetto ai 10.000 euro richiesti in precedenza da talune associazioni che hanno successivamente annunciato una class action negli Usa;

considerato che:

in un articolo pubblicato in data 16 febbraio 2012 sul quotidiano “Libero”, dal titolo “Sulla Rai va in onda pure la finta vittima della Concordia”, Francesco Specchia racconta la grande truffa mediatica ordita a danno dei telespettatori con la diretta complicità dell’ineffabile Canzona: «Chi è Cristina Mazzetti, eroina del dolore quasi ottocentesco? Chi è la giovine madre naufraga -col marito Gabriele- dal Concordia, la quale, lacerata nel corpo e nell’anima, perde il bimbo che aveva in grembo; e che, naturalmente, decide di raccontare alla tivù del pomeriggio il suo straziato aborto? Chi è? È la morettina dall’accento laziale intervista da Lorella Cuccarini (a Così è la vita su Raiuno)?; o è la slavata rossa di Lecco che deposita il suo dramma dalla Panicucci a Domenica 5, per poi avere un rigurgito di coscienza davanti a Striscia la notizia? Soprattutto esiste davvero una Cristina Mazzetti, la prima abortiente da naufragio della storia della televisione italiana? Nel fragore del festival di Sanremo, la vicenda di questo nuovo Truman Show costruito sull’angoscia altrui, s’è persa nei rivoli della cronaca. Eppure è storia di tragica semplicità. Accade che, il 5 febbraio scorso, la Cuccarini intervisti via telefono, appunto, Cristina della suddetta coppia -i sedicenti Cristina & Gabriele sposini in crociera sfuggiti al destino mortale della nave Costa. Gli ascolti s’impennano, Lorella si commuove. Ma Striscia la Notizia s’accorge che la foto degli sposi usata dalla Rai di sfondo all’intervista è falsa. Palesemente falsa. Al punto che i due ragazzuoli, sotto diversa identità, sembrano essere, invece gli stessi -un po’ più invecchiati- concitati ospiti del legal show Verdetto Finale con Tiberio Timperi, guarda caso su Raiuno. Figuranti ad uso di viale Mazzini, parrebbe di prim’acchito. L’avvocato dei due meschini, Giacinto Canzona -un nome, un programma – che all’inizio in diretta s’era indignato contro la mala società che permette gli aborti sulle navi Costa senza risarcirli mai abbastanza, riconosce spudoratamente che Cristina e Gabriele, sì, è vero, non sono proprio quei Cristina e Gabriele; e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”. Sarà errore, sarà mero, sarà materiale, ma tutti noi siamo lì a domandarci perché l’avvocato Canzona, scoperta la tremenda gaffe, non l’ha denunciata in diretta? E che ruolo ha la Rai? E, soprattutto, perché lo stesso avvocato ha accompagnato “Cristina e Gabriele” una settimana dopo, alla Domenica 5 di Canale 5 condotto da Federica Panicucci, pur non essendo nemmeno questi altri due i veri Cristina e Gabriele vittime del Concordia. La faccenda s’ingarbuglia. E, qualche giorno dopo l’intervista “nei panni di Cristina”, la ragazza della tv -la slavata lecchese di Cassano Brianza di cui sopra, il cui vero nome è Margherita Ballarotta- decide di confessarsi davanti a Staffelli di Striscia. L’inconfessabile appeal confessionale del Tapiro d’oro apre squarci di verità. La Margherita, di professione è ragazza-immagine; non è mai salita su una nave Costa in vita sua; ed è stata “contattata” dal falso marito Gabriele, e in outsourcing allo stesso avvocato Canzona per interpretare davanti alle telecamere la parte della Cristina della nostra storia. Perché “la Cristina vera non se la sentiva”. La ragazza ha firmato una falsa liberatoria spinta dall’avvocato, e solo dopo s’è convinta della fesseria ciclopica. L’arrivo di Striscia, col suo zelo espiatorio, ha fatto il resto. Ora l’ultimo capitolo -sempre da Striscia- è la scoperta che, secondo Costa Crociere, non esisterebbero, nell’elenco degli ospiti della Concordia i due sposini che a questo punto paiono spettri usciti da un film di Night Shyamalan. In realtà, la farsa alimentata dalla “tv del dolore” della Rai (e, in parte, di Mediaset che non ha mandato in onda la puntata con l’intervista), ci rimanda a dieci anni fa. Anche lì nessun controllo. Talora, anzi, c’era premeditazione. Allora nel mirino del Gabibbo stavano i finti casi umani della D’Eusanio e la Raiuno, «rete di taroccatori», e la Endemol, produttrice di Bonolis. Allora il feroce oppositore di Ricci era Lucio Presta, oggi sovrano occulto dei contratti Mediaset….»;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

è auspicabile che l’ordine degli avvocati, al quale risulta iscritto l’avvocato della coppia, Giacinto Canzona, attivi un procedimento disciplinare, fatti salvi ulteriori rilievi penalmente rilevanti, per una truffa evidente a danno dei cittadini, delle famiglie e degli utenti del servizio pubblico televisivo;

andrebbero verificate le ragioni reali che hanno indotto Canzona a riconoscere che Cristina e Gabriele non sono proprio quei Cristina e Gabriele e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”, e perché scoperto l’errore materiale non lo abbia denunciato in diretta;

andrebbe verificato quale sia stato il ruolo della Rai e perché lo stesso avvocato abbia accompagnato “Cristina e Gabriele” una settimana dopo, alla “Domenica 5″ di Canale 5 condotto da Federica Panicucci, pur non essendo nemmeno questi altri due i veri Cristina e Gabriele vittime del Concordia;

andrebbe altresì acclarato chi abbia ingaggiato la Margherita Ballarotta per interpretare davanti alle telecamere la parte di Cristina per rappresentare la truffa strappalacrime del falso aborto,

si chiede di sapere quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che si possano ripetere episodi analoghi a quello richiamato, che si configura come un’evidente truffa a danno degli utenti del servizio pubblico televisivo, e che, in ogni caso, possano essere inflitte idonee sanzioni agli avvocati che si rendano responsabili di siffatti comportamenti scorretti.

SigmaTau

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00427
Atto n. 2-00427

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la crisi sistemica, prodotta dall’avidità dei banchieri con il ricorso ai derivati ed alla finanza spregiudicata che ha divorato l’economia reale, è la principale causa delle crisi aziendali, che in Italia ha messo sul lastrico nell’ultimo biennio circa 300.000 lavoratori licenziati e gettati in mezzo alla strada. Non si contano più le imprese che, dopo aver utilizzato risorse pubbliche, hanno distratto i fondi per destinarli o dirottarli all’estero a disposizione di amministratori infedeli, alcuni già rinviati a giudizio dai magistrati. La tenaglia della crisi non lascia spazio all’ottimismo prefigurando un 2012 molto fosco, soprattutto per le crisi aziendali in corso. Al Ministero dello sviluppo economico sono oltre 230 i tavoli aperti per affrontare situazioni di crisi aziendali con 300.000 lavoratori coinvolti. «Le vertenze attive con tavoli che si convocano frequentemente -hanno spiegato all’agenzia TM News fonti del ministero vicine al dossier ai primi di gennaio 2012 – sono oltre un centinaio, poi ci sono vertenze che invece hanno una dimensione un po’ meno pressante e arriviamo a 230 tavoli. Sono coinvolti oltre 300mila lavoratori e i posti a rischio sono tra i 30mila e i 40mila”» (si veda l’articolo pubblicato su “Il Giornale” il 1° gennaio 2012). I settori più colpiti sono quello dei trasporti, del tessile, delle telecomunicazioni, ma anche l’auto viene monitorata da vicino visto che la situazione non solo in Italia è preoccupante. Intervengono i leader sindacali. In data 19 febbraio 2012, “Presa Diretta”, la trasmissione di Riccardo Iacona andata in onda su Rai3, ha documentato una dura realtà di proteste e di disperazioni di migliaia di lavoratori, che devono addirittura prenotare i marciapiedi di via Molise a Roma, davanti il Ministero dello sviluppo economico, per far sentire la loro voce. Storie di disperati che, dopo essere stati messi in mobilità o licenziati, non sanno più come riuscire a dare da mangiare alle proprie famiglie, né ad assicurare un futuro ai propri figli;

Salvatore Cannavò, in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 febbraio 2012, anticipa la storia di Sigma Tau, trattata nella puntata serale di “Presa diretta”: «Ricordate i dipendenti della Sigma Tau che hanno fermato il pullman della Roma calcio facendo scendere Francesco Totti? La ricerca di visibilità alla vertenza, dopo che l’azienda ha aperto la procedura di cassa integrazione per 569 dipendenti, era il frutto della rabbia e della disperazione di chi ha sempre contestato che i conti fossero in rosso e che l’azienda non potesse rilanciarsi seriamente. A confortare quella radiografia provvede ora il “Processo verbale di constatazione” che l’Agenzia delle Entrate ha redatto nella sede della società farmaceutica, la seconda per importanza in Italia, il 30 luglio 2010 e che sarà oggetto stasera dalla trasmissione Presa diretta di Riccardo Iacona in onda alle 21,30 su Rai3. Un documento poderoso, 117 pagine, e nel quale gli ispettori del fisco contestano alla Sigma Tau una procedura di evasione fiscale non solo particolarmente sofisticata, per quanto comunemente diffusa, ma tale da pregiudicare i bilanci del gruppo e giustificare, così, la cassa integrazione. La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima. Ma se la consorella estera è collocata in un paradiso fiscale il guadagno è notevole. Sigma Tau è il secondo operatore farmaceutico in Italia e ha consociate in Francia, Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, India, Stati Uniti e Sudan. Insomma è un colosso che oltre a produrre direttamente i farmaci li commercializza in Italia e all’estero. Ma è proprio sugli affari realizzati con le consociate che si sono concentrati i riflettori degli ispettori fiscali. La consociata portoghese, Defiante, ha infatti sede nell’isola di Madeira, territorio portoghese anche se situato 900 chilometri più a sud nell’Oceano Atlantico, noto paradiso fiscale. Si tratta di una società che si occupa prevalentemente di acquistare licenze e brevetti per poi rivenderli. Per la Defiante, la Sigma Tau ha svolto anche l’attività di produzione e rivendita di prodotti (il Bentelan o il Betnesol per esempio) assumendosi costi e rischi che sarebbero dovuti essere adeguatamente compensati. Gli ispettori si sono chiesti se “le determinazioni dei prezzi di trasferimento siano conformi alla normativa in materia di transfer pricing” stabilite dalla legge. La risposta è stata negativa perché secondo i verbalizzanti “la Sigma Tau avrebbe erroneamente quantificato (…) i componenti di reddito derivante dalle transazioni intercorse con diverse società appartenenti al medesimo Gruppo”. Facendo un confronto con società comparabili si scopre, ad esempio, che mentre il livello medio di profittabilità dell’attività in questione è del 6,6 per cento, la Sigma Tau nel 2007 subisce una perdita del 16,1 per cento. “I prezzi di vendita applicati alla Defiante non permetterebbero di far fronte ai rilevanti costi di produzione” in contro tendenza rispetto ai risultati ottenuti con le altre consociate. Facendo i raffronti con società analoghe e comparabili gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco. I minori ricavi del 2007 sono già la metà delle denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro. Defiante, inoltre, come mostrano gli approfondimenti fatti da Presa diretta moltiplica tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro. Nello stesso periodo il patrimonio dell’azienda italiana, passa da 123 a 34 milioni di euro. Solo che a Madeira, sede della Defiante, praticamente non si pagano le tasse e solo recentemente sono state introdotte aliquote dell’1, 2 e 3 per cento. L’Iva, invece, è al 13 per cento, la più bassa d’Europa. In Italia, invece, Sigma Tau ha avviato una ristrutturazione pesante con la cassa integrazione e il ridimensionamento del centro di ricerca. “Che ne dice il governo e il ministro Passera?”, chiede Riccardo Iacona. Il caso vuole che Passera sia tirato in ballo in più aspetti. Non solo perché come ministro è incaricato di gestire le crisi aziendali, ma anche per il suo passato da banchiere. È stata la “sua” Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è sembrato l’avvio di uno spostamento all’estero (negato decisamente dall’azienda). Banca Intesa possiede poi il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa. Infine, il teatro di questa probabile “furbata” è il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità, superiore a 10 milioni, parcheggiata in attesa di impieghi più redditizi»,

si chiede di sapere:

se il meccanismo del transfer pricing, che consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima, sia stato utilizzato da Sigma Tau, tramite la consociata portoghese, Defiante, con sede legale nel paradiso fiscale dell’isola di Madeira, con la finalità di frodare il fisco;

se i meccanismi fraudolenti, come quelli scoperti da “Presa diretta”, di minori ricavi del 2007 pari ad 11 milioni di euro, circa la metà denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro sottratti al fisco italiano, non abbiano consentito alla controllata Defiante di moltiplicare tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro, depauperando il patrimonio dell’azienda italiana, passato nello stesso periodo da 123 a 34 milioni di euro;

se il Ministero dello sviluppo economico non abbia il dovere di controllare le gestioni di bilancio, prima di dare il nulla osta ai piani di ristrutturazione presentati dalle aziende in crisi, e se abbia verificato il piano avviato da Sigma Tau, azienda leader nel settore farmaceutico, che in una fase difficile di crisi, nonostante abbia superato i budget prefissati nel 2011, ha messo in mezzo ad una strada 569 lavoratori a rischio cassa integrazione e ha progettato il ridimensionamento del centro di ricerca;

quante siano le crisi aziendali, quanti i lavoratori coinvolti e se risulti che la gestione del piano di crisi della Sigma Tau, che ha inviato lettere di licenziamento perfino ai lavoratori in coma ricoverati in ospedale, protetti dalle leggi sul lavoro, o gravemente ammalati, abbia risentito degli intrecci azionari dell’azienda con banca Intesa.

Disagi Trenitalia

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00426
Atto n. 2-00426

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

le abbondanti nevicate dei giorni scorsi hanno mandato in tilt i sistemi di trasporto ferroviari, causando enormi disagi ai cittadini a giudizio dell’interpellante anche per precise responsabilità di Trenitalia. “Anziché far scendere in campo mezzi per ridurre i manicotti di ghiaccio sulle linee e proteggere con lame i locomotori dalla neve ghiacciata, le FS hanno preferito ridurre il numero dei treni in circolazione del 70%, mandando in congedo o in ferie forzate i ferrovieri”. È la denuncia che arriva dai sindacati confederali che bocciano il piano neve, un piano sbagliato ed inadeguato che ancora oggi nonostante non nevichi più da giorni, continua a presentare disservizi e causa notevoli disagi agli utenti dei treni regionali e nazionali;

le segreterie regionali Cgil Cisl Uil congiuntamente alle segreterie regionali dei trasporti Filt Fit Uiltrasporti di uno snodo ferroviario importante come l’Emilia-Romagna denunciano il persistere dei disservizi nel funzionamento dei treni regionali e nazionali nonostante non nevichi più da giorni con il “piano neve” predisposto per dalle FS inadeguato in quanto: 1) da parte di RFI che gestisce la rete si è deliberatamente deciso di ridurre la capacità di transito dei treni nelle stazioni al 70 per cento impedendo l’uso di tutti i binari disponibili; 2) da parte del gestore Trenitalia non si sono assunte decisioni adeguate in rapporto alla preannunciata gravità e persistenza della nevicata protrattasi su un arco di 12 giorni. Era invece necessario prevedere l’utilizzo di apparecchiature disponibili per ridurre i manicotti di ghiaccio sulle linee di contatto e proteggere con lame i locomotori dalla neve ghiacciata;

in sostanza, il cosiddetto piano neve ha privilegiato l’obiettivo di ridurre la capacità di far circolare treni (ogni giorno oltre 140 treni soppressi su 483 previsti in Emilia-Romagna) ed ha imposto con le soppressioni programmate al personale viaggiante di utilizzare congedi e ferie. Ai ferrovieri in servizio si è scaricata la responsabilità di cercare di rispondere agli utenti in attesa nelle stazioni che non venivano adeguatamente informati delle soppressioni spesso decise all’ultimo momento e non conosciute;

inoltre si rimarca che il persistere dei disservizi è determinato da una strutturale mancanza di manutenzione dei mezzi di trasporto su cui serve un impegno straordinario per potenziare la capacità di manutenzione preventiva valorizzando le officine esistenti ed un uso qualificato degli appalti;

in questo contesto, le segreterie regionali Cgil Cisl Uil chiedono alla Regione di promuovere tutte le iniziative necessarie per sollecitare la piena applicazione del Contratto di servizio in vigore che ha affidato a Trenitalia e FER la gestione della movimentazione dei treni in Emilia-Romagna;

considerato che:

ogni mattina c’è almeno un treno in ritardo, una carrozza al gelo con le stazioni ferroviarie fredde d’inverno e caldissime d’estate, piene di negozi e di slot machine ma spesso senza sale di attesa. Disagi che i pendolari affrontano ogni giorno e che quotidianamente tramutano in proteste mediante le associazioni ed i comitati dei pendolari, che segnalano ritardi cronici, bagni inutilizzabili, pessime condizioni igieniche, biglietterie automatiche rotte o mancanti, sale d’attesa fredde o inesistenti, con l’assenza perfino delle indicazioni su dove comprare i biglietti. In un articolo pubblicato sul “Venerdì” di “la Repubblica” del 17 febbraio 2012 dal titolo: “Le stazioni piene di negozi ma senza sale di attesa”, Marino Niola ironizza dai servizi ai viaggiatori, ai viaggiatori senza servizi «Ormai per aspettare un treno, ci vuole un fisico bestiale. L’ondata di gelo siberiano che nei giorni scorsi ha sferzato l’Italia, ha messo a nudo la filosofia che sta dietro la cosiddetta riqualificazione delle grandi stazioni. Niente più sale d’aspetto. Gli scali ferroviari sono destinati a trasformarsi in altrettanti centri commerciali. Dove o si è consumatori o non si esiste… In realtà l’odissea quotidiana cui è condannato l’utente ferroviario medio è la metafora di un fenomeno sociale molto più generale. La cannibalizzazione di tutti gli spazi collettivi considerati ormai ingestibili, ingovernabili, improduttivi. Spese da tagliare. Poco importa il costo umano. Business is business. Ma se il nostro dentista eliminasse la sala d’aspetto, cosa penseremmo di lui?»;

il gruppo Ferrovie dello Stato ha diviso la gestione delle stazioni ferroviarie in due società: Centostazioni, che agli occhi dei consumatori sembra apparire più efficiente e con maggior rispetto per la dimensione umana; Grandi Stazioni, società con il 60 per cento delle FS ed il 40 per cento in mano ai grandi soci privati, che ritenendo di perseguire finalità esclusive di profitto, non presta alcuna attenzione alle esigenze degli utenti e dei viaggiatori ridotti a merce di scambio ed attratti nel tunnel e nella trappola dei consumi. Le grandi stazioni infatti, come la stazione Termini a Roma, è diventata un luogo esclusivo di consumo con sale di attesa riservate esclusivamente ai viaggiatori di serie A. Quelli di serie B, per passare il tempo delle attese, devono così peregrinare da un negozio all’altro, per poter essere spremuti a prezzi delle merci ben superiori a quelli praticati dagli esercenti a pochi metri dalla stazione Termini;

questa filosofia, ben descritta in poche righe dall’antropologo Niola, sembra prevalere anche per le future stazioni a misura di consumi, come l’hub dell’alta velocità di Roma Tiburtina;

scrivono Andrea Bassi e Luisa Leone, in un articolo pubblicato su “Milano Finanza” il 16 febbraio 2012 dal titolo “A Grandi Stazioni la gestione della Roma Tiburtina”, «Sarà Grandi Stazioni, la società partecipata al 60% da Ferrovie dello Stato con il restante 40% in mano a un gruppo di soci privati (Benetton, Caltagirone, Pirelli), a gestire il più importante hub dell’alta velocità, la stazione di Roma Tiburtina. Secondo quanto ricostruito da MF-Milano Finanza, l’offerta di Grandi Stazioni sarebbe risultata vincente su quelle concorrenti (avrebbero partecipato anche Centostazioni e Cbs Outdoor). L’atto di aggiudicazione non sarebbe ancora stato formalizzato, ma sarebbe ormai questione di ore. Lo scalo di Tiburtina, come detto, sarà il principale hub per l’Alta velocità del gruppo, visto che a regime vi transiteranno 140 tra Frecciarossa e Frecciargento, 38 treni a lunga percorrenza e 290 treni regionali. L’investimento complessivo del gruppo Ferrovie nella nuova stazione romana ha superato i 300 milioni di euro, per 32 mila metri quadrati di aree aperte al pubblico, 17 mila di zone commerciali e circa mille metri quadrati di altri spazi. Il tutto organizzato secondo le linee del progetto dell’archistar irachena Zaha Hadid. Il bando prevede che il vincitore della gara abbia diritto allo sfruttamento commerciale della stazione, anche consentendone l’uso a terzi “per fini commerciali, espositivi, eventi e conferenze”, si legge nel disciplinare di gara. La concessione garantisce anche lo sfruttamento pubblicitario delle aree e implica la “conduzione e manutenzione” degli immobili. Il bando prevedeva che l’aggiudicazione sarebbe avvenuta in base al prezzo più alto offerto dai partecipanti per la gestione, partendo da un valore minino accettabile di “1,5 milioni al netto di Iva” per ciascuno dei primi 15 anni di concessione (che dura 30 anni in tutto). Il che significa che, con tutta probabilità, Grandi Stazioni ha offerto per la gestione di Tiburtina più di 22,5 milioni. Comunque essersi aggiudicati la gara può essere considerato una doppia vittoria dalla società guidata dall’amministratore delegato Fabio Battaggia. Lo scorso anno, infatti, Grandi Stazioni era entrata in rotta di collisione con le Fs in merito alla gestione di Tiburtina. La società riteneva infatti di avere diritto alla gestione dell’area, ma le Ferrovie non la pensavano così. Alla fine l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici ha dato ragione al gruppo guidato dall’ad Mauro Moretti, e la gestione dello scalo è andata all’asta. Ma la gara è stata vinta da Grandi Stazioni, azzerando di fatto tutta la querelle, che potrebbe però ripresentarsi per le altre stazioni dell’Alta Velocità. Sotto questo profilo c’è da ricordare che presto un’altra opportunità per Grandi Stazioni potrebbe presentarsi con la stazione di Roma Ostiense, dove il gruppo ferroviario privato Ntv ha iniziato i lavori per l’apertura dei suoi uffici, e che sarà il principale hub del concorrente di Ferrovie»;

scrive Bankomat per “Dagospia” in un articolo dello stesso giorno: «L’Italia non sarà la Grecia, ma certo che qualcosa ancora ci accomuna più alle economie del basso mediterraneo e del nord Africa che non ai Paesi evoluti. Prendiamo il caso di Grandi Stazioni, che si aggiudica una fantomatica gara per gestire la stazione di Roma Tiburtina, quella che si avvia ad essere la principale stazione per i treni ad alta velocità italiani. Socio di riferimento di questa società chi è? Ma Ferrovie dello Stato ovviamente, accompagnata da Caltagirone (quello vero), dai Benetton e da Pirelli. MF che dà la notizia oggi accenna a tensioni passate fra la controllata e la controllante. Forse per farci pensare ad un contesto competitivo. Grandi stazioni gestisce già, casualmente, le stazioni di Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Firenze… ecc. ecc. Immaginiamo che tensione ai piani alti di Grandi Stazioni, che incertezze per la vittoria della gara. E che rischi corrono gli intrepidi privati che in società con Ferrovie hanno investito in Grandi Stazioni. Pensato, come se ENI scorporasse una società “grandi aree di servizio “, controllandola al 60 per cento e invitasse qualcuno ad essere socio in questo rischiosissimo business teso a fare gare per gestire le aree di servizio AGIP. Che spirito d’impresa, che marosi del mercato, che capitani d’industria. Oppure immaginiamo la Barilla che scorporasse una fantomatica Barilla Advertising in società con la Armando Testa e un paio di altre società di pubblicità e che casualmente la neonata azienda si prendesse la torta delle campagne pubblicitarie del Mulino Bianco. L’ebbrezza della competizione. Poi scopriamo che esiste anche una debita Autorità che vigila su contratti pubblici, notoriamente rigorosi in Italia, che ha benedetto con autorevole crisma la gara per Roma Tiburtina. Anche l’ultimo affanno, quella clausola sospensiva che angoscia le notti di tanti avvocati, “passerà indenne il contratto alla vigilanza delle competenti autorità pubbliche di controllo sui mercati e sulle operazioni del genere”, anche questa drammatica minaccia si è dissolta. Finalmente un affare che si chiude per il verso giusto. L’ennesimo»,

si chiede di sapere:

se il Governo, alla luce di disservizi, disfunzioni e pressapochismo che, mandando in tilt i sistemi di trasporto ferroviari, hanno arrecato enormi disagi e danni morali e materiali ai cittadini-utenti dei trasporti anche per precise responsabilità di Trenitalia, così come è stato denunciato dai sindacati confederali, non ritenga di intervenire con azioni di competenza per richiamare i dirigenti di Ferrovie dello Stato applicando le doverose sanzioni a loro carico, compresi i risarcimenti dei danni inferti ai consumatori;

se non ritenga che la politica del gruppo Ferrovie dello Stato, che ha diviso e semi-privatizzato la gestione delle stazioni Ferroviarie, smantellando le sale di aspetto per far posto a centri commerciali e/o sale giochi e che condanna l’utente ferroviario, che pur paga un salato biglietto, ad un’odissea quotidiana tramite la sottrazione di tutti gli spazi collettivi considerati ormai ingestibili, ingovernabili, improduttivi, non sia lesiva dei diritti minimali dei cittadini consumatori ad avere servizi adeguati durante le attese, e non stare all’addiaccio ed esposti alle intemperie in attesa di treni regionali di serie B che non arrivano per ritardi cronici quotidiani;

se l’ultima gara di appalto dello scalo Roma Tiburtina, vinta da Grandi Stazioni, società con il 60 per cento delle FS ed il 40 in mano ai grandi soci privati, che, ritenendo di perseguire finalità esclusive di profitto, non presta alcuna attenzione alle esigenze degli utenti ed alla tutela dei viaggiatori ridotti a merce di scambio ed attratti nel tunnel e nella trappola dei consumi, non confligga con le garanzie che una concessionaria di trasporti pubblici deve offrire ai viaggiatori-utenti;

se risulti se l’Autorità che ha il dovere di vigilare sui contratti pubblici, abbia svolto e con quali modalità la sua istruttoria in merito all’ultimo appalto vinto da Grandi Stazioni per l’hub di Roma Tiburtina, destinato a diventare, analogamente alla stazione Termini, un luogo esclusivo di consumo con sale di attesa riservate esclusivamente ai viaggiatori di serie A che si possono permettere di viaggiare sui treni di lusso, mentre quelli di serie B, come gli utenti ed i lavoratori pendolari, per passare il tempo delle attese e dei ritardi cronici, devono così peregrinare da un negozio all’altro.

Informazione fuorviante

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00428
Atto n. 2-00428

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

ogni anno i grandi gruppi editoriali incassano un miliardo di euro di sovvenzioni statali così ripartiti per quote di mercato: il 21,3 per cento il gruppo RCS; 18,3 per cento il gruppo Mondadori; 18,6 per cento Espresso-Repubblica; 4,9 per cento Caltagirone, assieme ad una montagna di altri benefici quali agevolazioni sui crediti d’imposta e per l’acquisto della carta; riduzione delle tariffe postali; credito agevolato per le ristrutturazioni (sempre a spese dei giornalisti e dei poligrafici, non per creare nuovi posti di lavoro) e provvidenze per le teletrasmissioni dei quotidiani all’estero. E poi c’è l’Iva. Mentre chi stampa diari o altro materiale paga un’imposta ordinaria del 21 per cento, chi commercia in quotidiani dà all’erario appena il 4 per cento. “Nel 2008 ogni copia venduta è costata ai contribuenti 179 euro oltre a il prezzo di copertina”, ha calcolato da Marco Cobianchi nel suo volume “Mani bucate” (Chiarelettere);

si legge su “Dagospia”: «Di questa munifica Befana non c’è alcuna traccia nel sito governo.it che, recentemente, ha messo online tutti i dati riguardanti i poverelli del Villaggio globale (giornali di partito, cooperative etc)». Quando i giornalisti evitano accuratamente di descrivere le abbondanti sovvenzioni statali, addebitate ai contribuenti ed alla fiscalità generale, i disinvolti contributi pari ad 1 miliardo di euro generosamente offerti a gruppi editoriali quotati in borsa, che non sono trasparenti perché neppure pubblicati sul sito del Dipartimento dell’editoria, o si tratta di censura editoriale o di colpevole distrazione. La funzione del giornalismo è una delle più importanti nei sistemi democratici, perché offre ai lettori ed all’opinione pubblica strumenti di informazioni necessarie per formare le coscienze ed evitare che Governi, potentati economici e grandi cartelli, possano abusare del proprio potere, in particolare il cosiddetto “giornalismo economico”;

Beppe Scienza, professore ordinario di Matematica all’Università di Torino, autore di fortunate pubblicazioni come: “Il risparmio tradito” e “La pensione tradita”, mette spesso alla berlina articoli di giornalisti economici, definiti così perché “costano poco”, perché asserviti agli interessi dei potentati economici;

considerato che in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 febbraio 2012, Beppe Scienza esamina un articolo che propagandava l’offerta delle obbligazioni Enel, segnalando la commistione tra giornalismo e pubblicità: «Sempre scadente la qualità dell’informazione economica del Corriere della Sera, ora diretto da Ferruccio de Bortoli, in passato da altri, senza che si noti la minima differenza. Prendiamo l’inserto Corriere Economia del 6 febbraio 2012, giorno iniziale del collocamento delle nuove obbligazioni Enel 2018: intorno a esse ha montato il servizio di apertura e in particolare vi ha dedicato l’intera pagina 20, che l’ufficio pubblicità dell’Enel non avrebbe confezionato in modo diverso. In alto un articolo di Marco Sabella con frasi elogiative a ogni piè sospinto. Leggiamo di un “bond calibrato sulle esigenze del pubblico retail”, che l’Enel ha sempre fatto l’en plein del consenso dei piccoli sottoscrittori”, che “vanta un milione tra piccoli azionisti ed obbligazionisti” e così via. Non pago di così tante sviolinature, egli riversa quindi sui malcapitati lettori un’intervista al direttore finanziario dell’Enel dove ogni domanda è uno spunto per decantare la sua società. Quando poi costui parla addirittura di un “impegno continuo a ridurre il debito”, Sabella si guarda bene dall’obiettargli che per ridurre il debito non si emettono nuove obbligazioni, ma al contrario se ne rimborsano. Se il fine del Corriere della Sera era informare i lettori (scusate, ma io ho una concezione ingenua del giornalismo), bastava un trafiletto. La nuova richiesta di soldi dell’Enel era d’interesse minimo per i risparmiatori, essendo già quotate varie sue obbligazioni, acquistabili qualunque momento. A proposito, perché i redattori del Corriere Economia non avevano consigliato con altrettanta foga le Enel 2010-2016 (Isin IT0004576994) quando erano piombate sotto quota 83 a fine novembre scorso? E perché non ricordano quella sbandata? La ignorano o non ritengono carino smentire le inserzioni pubblicitarie secondo cui “scegliere le obbligazioni Enel significa fare una scelta di solidità”, cosa vera piuttosto per i buoni fruttiferi postali, mai scesi sotto 100, non per le Enel. Falsa anche l’affermazione di Sabella che era “più difficile valutare la convenienza dell’emissione variabile”. Era facilissimo, esistendo il Cct-eu 2018 (Isin IT0004716319), con la stessa indicizzazione e lo stesso anno di scadenza (vedere approfondimenti sul reddito fisso). Peccato che rendesse di più dirlo ai lettori sarebbe stato uno sgarbo all’Enel, riverito acquirente di pagine di pubblicità. Analogamente a migliaia di altri casi simili, l’articolo e la pseudo-intervista obbediscono unicamente agli interessi di emittenti e intermediari. Non stupisce quindi che siano stati omessi una notizia e un dato d’interesse fondamentale per i risparmiatori, ma sgraditi all’Enel e alle banche. Sabella decanta “l’assenza di commissioni di sottoscrizione”, tacendo ai lettori che l’Enel paga 1,7% ai collocatori. Dunque la banca guadagna circa il quadruplo di commissioni se riesce a convincere il cliente a sottoscrivere un’Enel anziché comprare un Btp o Cct. Il che spiega il fervore di tanti sportellisti bancari. Ma soprattutto tace con cura che la tassazione degli interessi delle Enel è al 20% rispetto al 12,5% per i titoli di stato. Così anche Giuditta Marvelli scrive a pag. 18 che i rendimenti delle Enel sono “leggermente superiori a quelli dei Btp di pari durata”, affermazione falsa per i rendimenti netti, che sono quelli che contano per i risparmiatori privati italiani cui tali titoli erano rivolti. Ma il colmo è appunto che sull’emissione dell’Enel il giornale ha montato il servizio di apertura: “L’alternativa a Bot e Btp: i bond societari che rendono di più)” (pagg. 1, 18, 19) dove Giuditta Marvelli e Francesca Monti tacciono sempre che la ritenuta sui loro interessi è del 20%. E lo tace sistematicamente pure un certo Marcello Ferrara, citato più volte e presentato come analista di Consultique, ditta nota per il diuturno impegno pubblico a favore degli sciagurati fondi pensione. Potremmo continuare con varie altre brutture. Tutto il servizio merita infatti di essere adottato nelle scuole di giornalismo, affinché le giovani leve imparino come prendere in giro i lettori e farsi apprezzare dagli inserzionisti. L’ossequio nei confronti di colossi economici, quali l’ente elettrico, consigliabile anche per evitare le reazioni di lesa maestà che si abbatterono su il Fatto Quotidiano quando aveva osato criticare il collocamento delle azioni Enel Green Power»,

si chiede di sapere:

se, nel contesto della gravissima crisi economica che ha colpito milioni di famiglie, il Governo, che ha varato manovre lacrime e sangue a carico di lavoratori, pensionati e famiglie, possa permettere che blasonati mezzi di informazione, che confezionano informazioni fuorvianti e poco obiettive nel delicato settore del risparmio per condizionare le libere scelte dei risparmiatori, debbano continuare a beneficiare di disinvolte erogazioni di pubblico denaro a favore dei loro gruppi editoriali;

se alcuni articoli, confezionati alla stregua di “consigli per gli acquisti”, in aperta violazione della normativa che presidia la gestione del pubblico risparmio, dal contenuto fuorviante come “l’assenza di commissioni di sottoscrizione”, tacendo ai lettori che l’Enel paga 1’1,7 per cento ai collocatori, con la banca che guadagna circa il quadruplo di commissioni se riesce a convincere il cliente a sottoscrivere un’Enel anziché comprare un Btp o Cct, e l’assenza di informazione sull’aliquota trattenuta su interessi e cedole, pari al 20 per cento sull’Enel, rispetto al 12,5 per cento per i titoli di Stato, non possano rappresentare un danno per gli stessi investitori e per il Tesoro, impegnato a ricollocare la grande massa dei titoli del debito pubblico;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che la funzione preziosa del giornalismo, che deve essere obiettiva ed oggettiva nel raccontare i fatti e dare le notizie, sia subordinata agli interessi dei grandi gruppi economici e/o addirittura agli investimenti pubblicitari, con una preoccupante commistione tra giornalismo ed affari di banchieri, assicuratori, petrolieri e monopolisti elettrici e del gas nei servizi pubblici essenziali esentati dalle manovre economiche, con grave lesione del diritto costituzionale dei cittadini ad essere compiutamente informati.

INGV- Giardini

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06877
Atto n. 4-06877

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

da notizie apparse su “Il Foglietto della Ricerca” e riprese dal quotidiano “la Repubblica” l’11 febbraio 2012, risulta che il professor Domenico Giardini, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) dal mese di settembre 2011, il 22 dicembre 2011 ha rassegnato le dimissioni dall’incarico;

la decisione sarebbe stata motivata dall’insufficienza dell’indennità di carica, che ammonta a circa 115.000 euro annui, la stessa – fissata con decreto ministeriale – che per anni è stata corrisposta al predecessore professor Enzo Boschi;

il Ministero dell’istruzione, università e ricerca, che ha la vigilanza sull’Ingv, con una nota formale del 31 gennaio 2012 ha accolto le dimissioni del professor Giardini, invitandolo a restare in carica per l’ordinaria amministrazione fino al 29 febbraio 2012, al fine di consentire lo svolgimento delle procedure per l’individuazione del nuovo presidente;

dai predetti organi di stampa è emerso, successivamente, che per integrare l’indennità di carica, ritenuta inadeguata, il Ministero si sarebbe attivato presso l’università “La Sapienza” di Roma affinché il professor Giardini, ordinario di Sismologia e geodinamica all’università di Zurigo nonché direttore del Servizio sismologico svizzero e visiting professor presso l’università di Singapore, fosse chiamato direttamente come ordinario presso il dipartimento di Scienze della terra, con il relativo onere (circa 100.000 euro annui) a carico dello stesso Ministero;

il consiglio del predetto dipartimento, dopo alcune riunioni tutt’altro che tranquille, non ha ancora preso una decisione, nonostante le forti sollecitazioni che avrebbe ricevuto dal magnifico rettore de “La Sapienza”, Luigi Frati, favorevole alla “chiamata” di Giardini;

nel corso della riunione del 14 febbraio del medesimo dipartimento sarebbe emersa la proposta di una chiamata addirittura “per chiara fama”,

si chiede di sapere:

se quanto riferito dagli organi di stampa corrisponda al vero;

quale sia stato il ruolo del Ministero nella vicenda;

come si giustifichi, in un momento di grave difficoltà del Paese, il tentativo di raddoppiare in maniera surrettizia l’indennità spettante al presidente dell’Ingv, già di per sé tutt’altro che esigua;

se corrisponda a verità che il Ministero, prima di attivare l’università “La Sapienza”, abbia inviato una nota al Dipartimento della funzione pubblica per acquisire il parere sulla proposta della Protezione civile di integrare a proprie spese l’indennità del professor Giardini, ottenendo risposta negativa;

se tale ultima ipotesi fosse confermata, se risulti per quale ragione la Protezione civile avrebbe deciso di sostenere il professor Giardini a proprie spese.

Tribunale Fallimentare Roma incarichi affidati al pres. de Fiore

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00424
Atto n. 2-00424

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. -

Premesso che a quanto risulta all’interpellante la gestione non molto trasparente della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, definita a mezza bocca da avvocati e cancellieri come “un bubbone che prima o poi doveva scoppiare”, per gli enormi interessi economici che sarebbero oggetto – secondo precise accuse – di spartizione milionaria riguardava, e riguarda tuttora, l’assegnazione delle procedure fallimentari ai curatori, che sono professionisti esterni, avvocati o commercialisti, che gestiscono la pratica spesso per decenni, e vengono pagati cifre che in alcuni casi sono da capogiro, poiché agganciate al valore della pratica. Francesco Taurisano, fino a pochi mesi fa giudice della sezione, ha interessato la Procura della Repubblica di Perugia che ha appena avviato un’inchiesta, essendo competente ad indagare su tutti i reati in cui un magistrato romano può essere indagato oppure considerato parte lesa, sul suo ex presidente di sezione, Ciro Monsurrò, accusandolo di una serie di comportamenti che potrebbero configurare condotte penalmente rilevanti,in merito ad un consolidato sistema che potrebbe nascondere rapporti clientelari o anche di corruzione su affari e malaffari;

considerato che:

in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano”, del 14 febbraio 2012, dal titolo: “Milioni di euro d’incarichi: accuse al tribunale”, Marco Lillo racconta intrecci e rapporti oscuri della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che riguardano il Presidente del Tribunale di Roma, dottor Paolo De Fiore. Si legge infatti: «C’è un’inchiesta sulla gestione degli incarichi milionari delle crisi aziendali gestite dal Tribunale Fallimentare di Roma e in particolare nel mirino del procuratore di Perugia c’è la gestione dell’attuale presidente: Ciro Monsurrò. L’indagine parte da un esposto durissimo, presentato alla Procura di Perugia da Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare e che – dopo essere stato costretto a lasciare quel posto proprio dal presidente Monsurrò – ora accusa i suoi ex capi: non solo Monsurrò ma anche il presidente del Tribunale di Roma Paolo de Fiore. Le accuse più pesanti – che devono essere riscontrate una per una e che sono in questo momento all’attenzione del procuratore capo di Perugia Giacomo Fumo che non ha ancora deciso se e a chi delegare l’indagine – hanno per oggetto le nomine della “procedura fallimentare più grande d’Europa”, cioè la Federconsorzi e poi la gestione da parte del Tribunale di Roma del crack del gruppo Di Mario, un importante gruppo di costruzioni prima dichiarato fallito, poi rimesso in amministrazione straordinaria e poi recentemente nuovamente dichiarato fallito e infine le nomine del presidente del Tribunale Paolo de Fiore. A partire da quelle che hanno portato un avvocato che non risulta nemmeno iscritto nell’ordine di Roma, bensì al foro di Potenza, ma che è il marito della sua segretaria Maria Rosaria Barbuto, quel Giuseppe Tepedino (…) che secondo l’esposto e anche secondo un’interrogazione parlamentare (…) avrebbe cumulato incarichi milionari dal Tribunale, non è solo marito della segretaria del presidente De Fiore ma sarebbe anche marito della nipote (attraverso la moglie) del presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò. Il caso più importante citato nell’esposto è quello di Federconsorzi, un crack vintage che continua a far guadagnare a distanza di decenni non più gli agricoltori ma i professionisti che hanno la fortuna di essere nominati per seguire le sue vicende. Al centro dell’esposto del giudice Francesco Taurisano c’è l’ultima tornata di nomine dei commissari Federconsorzi che – almeno stando a quanto denunciato – sarebbe stata oggetto di una disputa durissima tra giudici con un epilogo a dir poco sconcertante: un commercialista già nominato, che quindi aveva in mano una sorta di biglietto della lotteria, avrebbe rinunciato all’incarico per le pressioni indebite del presidente del Tribunale fallimentare Ciro Monsurrò, che aveva in mente un altro nome. La storia descritta nell’esposto all’esame della Procura di Perugia ha dell’incredibile e merita di essere raccontata dall’inizio. Nel giugno del 2011 il liquidatore giudiziale di Federconsorzi, l’avvocato Sergio Scicchitano, si ritrova coinvolto in posizione marginale nell’inchiesta sull’ex presidente della Confcommercio romana, Cesare Pambianchi. Il presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò chiede ai suoi giudici di fare in modo che il professionista (peraltro vicino all’Idv) lasci tutti i suoi incarichi nel settore (per l’esattezza quattro aziende in crisi da gestire con tre giudici diversi). Per capire l’importanza della partita in ballo basti dire che Scicchitano, per il suo lavoro in Federconsorzi, si era appena visto liquidare come “acconto”, ben 3, 3 milioni di euro. Comunque sia, il professionista con senso di responsabilità, si dimette da tutto evitando la revoca. Era il 15 giugno. Il giorno stesso il presidente Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pm di Perugia, chiede allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi, di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario Cirio, oppure il professor Cabras perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura. Monsurrò in quei giorni era però a Parigi e quindi i giudici fallimentari a Roma fanno di testa loro, come era in loro potere. Così il tribunale fallimentare, presieduto dal giudice Fabrizio Di Marzio, e composto da una terna che include Taurisano, nomina un professionista valido ma non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, il dottore Roberto Falcone. A questo punto accade l’incredibile. Il presidente Monsurrò si attacca al telefono da Parigi e investe della sua ira il giudice Taurisano. Il giorno dopo il dottor Falcone entra nell’ufficio di Taurisano e, sempre secondo il racconto del giudice, il professionista rinuncia all’incarico della sua vita. Il 20 giugno il pallino torna in mano a Monsurrò. Tornato da Parigi come un trionfatore, il presidente della sezione convoca i giudici Di Marzio e Taurisano e gli comunica la nomina del professor Farenga, il nome prescelto dall’inizio a suo dire su indicazione del presidente De Fiore. La questione delle nomine non è nuova: un professionista che all’improvviso si vede nominare commissario di una procedura come questa, al termine di anni di lavoro, incasserà una parcella di molti milioni di euro. Soldi e prestigio per il nominato sono ovviamente l’altra faccia del potere di chi nomina. Un tema che Ciro Monsurrò, presidente della sezione fallimentare conosce molto bene. Proprio quando questo magistrato era ispettore del ministero di grazia e giustizia, (divenne famoso per avere eseguito con il collega Arcibaldo Miller la celeberrima ispezione ministeriale nei confronti della Procura di Milano richiesta a gran voce dagli avvocati di Cesare Previti) l’ispettorato si era occupato del problema della concentrazione degli incarichi a Roma. A distanza di otto anni da quell’ispezione, ora l’ex ispettore Monsurrò, divenuto lui stesso il dominus della fallimentare romana, si trova al centro di accuse ben più pesanti, anche se ancora tutte da riscontrare. Monsurrò, sentito dal Fatto, si è rifiutato di commentare. E lo stesso vale per il dottor Roberto Falcone»;

occorrerebbero iniziative volte a restituire trasparenza a nomine importanti in un settore delicato della giustizia, come quelle assunte dalla sezione fallimentare del Tribunale di Roma, nomine che non possono essere oggetto di clientele, spartizioni e lottizzazioni,

si chiede di sapere:

se il Ministro della giustizia non ritenga doveroso intervenire, attraverso un’accurata ispezione ministeriale sulla gestione del Tribunale di Roma, al fine di verificare se sussistano i presupposti per promuovere un’azione disciplinare, in relazione alla vicenda relativa agli incarichi affidati dal presidente Paolo De Fiore e dalla sezione fallimentare, alla luce delle precise accuse oggetto di un esposto alla Procura della Repubblica di Perugia da parte di Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare costretto a lasciare quel posto dal presidente di sezione Ciro Monsurrò;

se risulti al Governo che Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pubblici ministeri di Perugia, abbia chiesto allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario della Cirio, oppure il professor Cabras, perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal Presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura;

se risulti che in assenza di Monsurrò i giudici fallimentari di Roma abbiano nominato un professionista valido, non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, come il dottore Roberto Falcone, costretto poi a dimettersi per far posto ad una nomina clientelare come quella del professor Farenga, nome prescelto fin dall’inizio su indicazione del presidente De Fiore.

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