Aeroporti italiani- Accordo Benetton-Gamberale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08927
Atto n. 4-08927

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si legge su “tgcom24″ del 27 dicembre 2012 che una raffica di rincari colpirà le famiglie italiane dopo Capodanno, «dal canone Rai alle Poste, dai conti correnti alle multe. Dal primo gennaio 2013 spedire una cartolina costerà il 15% in più (da 60 centesimi a 70), una lettera media standard il 35% (da 1,40 a 1,90 euro), mentre la raccomandata passa a 3,60 euro da 3,30. Rincaro maggiore per le multe. Il divieto di sosta passerà da 39 a 41 euro, l’eccesso di velocità (fra i 10 e i 40 km/h oltre il limite) da 159 a 168 euro. Per chi non mette la cintura la sanzione passa invece da 76 a 80 euro, mentre se si usa il telefonino alla guida si dovrà pagare 161 euro al posto degli attuali 152. (…) Sarà invece di 113,50 euro l’importo del canone Rai per il 2013, con un aumento di 1,50 euro rispetto al 2012. L’ammontare (prima rata o saldo), che è stato stabilito con decreto del ministero dello Sviluppo Economico, come sottolineato nel sito abbonamenti della tv pubblica, va versato entro il 31 gennaio 2013». Anche i depositi e conti correnti subiscono ritocchi che non riguardano le persone fisiche ma le società e le aziende «le quali, per avere un conto corrente a loro intestato, dovranno pagare 100 euro al posto degli attuali 73,8 (+26,2 euro). Sui titoli e strumenti finanziari l’imposta aumenterà invece dello 0,05%, dallo 0,10 allo 0,15%. Idem per i buoni fruttiferi postali». Aumenteranno anche i pedaggi autostradali riguardanti, in particolare, «le autostrade venete e la Val D’Aosta: il pedaggio del passante di Mestre crescerà del 17%, mentre costerà tra l’11 e il 13% in più percorrere la A4 tra Venezia e Trieste, la A23 (Palmanova-Udine Sud), la tangenziale di Mestre e la A28 (Portogruaro-Pordenone-Conegliano)». Oltre agli aumenti delle tariffe postali, l’ulteriore stangata colpirà i titolari del “Bancoposta+”, il cui canone «passerà da 30,99 euro a 48 euro», con conseguente aumento dei bonifici postali e l’introduzione di 3 euro per un carnet di assegni, in precedenza gratuito. Una manovra, specie per i servizi postali, varati alla vigilia di Natale dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che all’interrogante appare particolarmente odiosa, in quanto colpisce milioni di famiglie che avevano scelto il BancoPosta per evitare le spese imposte dalle banche;

il risparmio postale, calcolato in circa 300 miliardi di euro, serve per alimentare la Cassa depositi e prestiti, gestita – a giudizio dell’interrogante – con criteri analoghi a quelli dei vecchi manager di Stato, conferendo priorità alle fondazioni bancarie (già beneficate di un cadeau natalizio di ben 3 miliardi di euro nella conversione delle azioni da privilegiate ad ordinarie), che potrebbero mettere a rischio, con investimenti poco oculati, il risparmio delle famiglie. I sudati risparmi degli italiani e delle persone anziane, specie nei paesetti non serviti dalle banche, sarebbero utilizzati per spregiudicate operazioni privatistiche, come risulta dall’articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 27 dicembre 2012, dal titolo “Aeroporti italiani, la campagna acquisti di Gamberale (con soldi pubblici)”, in cui si legge: «Colpo grosso di fine anno per Vito Gamberale. L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia oggi alla guida di F2i, il fondo partecipato dalle banche – in prima fila Intesa Sanpaolo e Unicredit – e dalla società pubblica che gestisce i risparmi postali degli italiani, la Cassa Depositi e Prestiti, è infatti riuscito in un solo giorno a mettere le mani sul controllo degli scali aeroportuali di Firenze e di Torino e ad arrivare a tallonare da vicino il Comune di Milano nella proprietà della Sea, la società che gestisce Malpensa e Linate. La doppia firma è arrivata dopo mesi di scontri e polemiche finite anche in tribunale. Il pasticcio Sea – Polemiche accese soprattutto a Milano, dove F2i è il principale accusato del fallimento della quotazione in Borsa della Sea, operazione che a fine novembre avrebbe dovuto valorizzare la società degli scali lombardi una cifra compresa tra 3,2 e 4,3 euro per azione, per un incasso complessivo tra 116 e 150 milioni per la Provincia di Milano di Guido Podestà, assetata di denaro per non sforare il patto di stabilità. Ebbene, a distanza di quasi un mese dalla ritirata degli investitori da Sea che aveva visto l’assessore al bilancio del Comune di Milano, Bruno Tabacci, puntare il dito contro F2i e le banche collocatrici – in particolare Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) e Unicredit – il fondo guidato da Gamberale e presieduto da Ettore Gotti Tedeschi è stato l’unico a presentare un’offerta per la quota della società in mano alla Provincia. E ha quindi vinto il 14,5% della Sea mettendo sul piatto 4,03 euro per azione, per un totale di 147 milioni di euro, contro una base d’asta di oltre 160 milioni. “Sono soddisfatto del risultato ottenuto. Si è lavorato con serietà e nel pieno rispetto degli obblighi di dismissione previsti dalla legge per gli Enti locali con tutti gli attori coinvolti”, ha dichiarato Podestà che ha così salvato in extremis il bilancio provinciale. Poco conta che gli utenti di Linate e Malpensa dovranno fare i conti anche con una società di servizi d’ora in poi in mano a due azionisti, il Comune di Milano (54,81%) e F2i (44%) in aperto contrasto, con delle inchieste in corso e senza i capitali che sarebbero dovuti entrare con la quotazione. Pace fatta a Torino – A Torino, invece, i conflitti di qualche settimana fa, questa volta tra Gamberale e il suo ex azionista alle Autostrade, il gruppo Benetton si sono miracolosamente risolti. E così il Comune di Piero Fassino ha formalizzato la cessione del suo 28% nell’aeroporto di Caselle al fondo che nel capoluogo piemontese può contare anche sull’appoggio di un importante azionista. La Compagnia di Sanpaolo, cioè la fondazione bancaria presieduta da Sergio Chiamparino che è primo socio di Intesa Sanpaolo. (…) Valore della transazione, 35 milioni di euro, quasi la metà dell’incasso inizialmente previsto dal Comune, anch’esso sull’orlo del commissariamento come e più della Provincia di Milano. Dietro l’angolo, poi, c’è un altro accordo, con i Benetton, che dopo lo scoppio della pace sono pronti a cedere Gamberale pure il loro 24,4% nello scalo torinese. Fa un totale del 52,4%, che porta il fondo della Cassa Depositi e Prestiti in testa all’azionariato dell’aeroporto di Torino. Ma anche, per via delle partecipazioni dello scalo, a un peso rilevante nell’Aeroporto di Firenze e a una quota di tutto rispetto in quello di Bologna. (…) Il sistema brinda (…) “Un’operazione di sistema”, ha sintetizzato Gamberale, che con F2i controlla anche il 65% dell’Aeroporto internazionale di Napoli. Un’espressione senz’altro efficace, anche se proprio in tema di voli l’ultima grande operazione di sistema, quella di un’Alitalia che per giunta a distanza di pochi anni è tornata di nuovo sul viale del tramonto, non è stata certo delle più felici. Lo sa bene anche Gamberale che della compagnia dice il “problema è innanzitutto recuperare passeggeri, ma noi crediamo anche che i buchi verranno riempiti da altri”. Forse, quindi, è tutta una questione di punti di vista. Come parte del sistema, per esempio, i Benetton non si possono certo lamentare. E neanche le banche come Unicredit che partecipano con la famiglia veneta all’azionariato di Gemina, che proprio oggi in Borsa ha registrato un boom del 32 per cento. Merito, soprattutto, del via libera governativo agli aumenti tariffari della controllata Fiumicino (…)»;

considerato che a parere dell’interrogante:

l’accordo tra i Benetton e Gamberale dovrebbe indurre l’Autorità garante della concorrenza e del mercato a fare luce su una eventuale posizione dominante che rischia di danneggiare ulteriormente i consumatori-utenti;

è grave che gli utenti di Linate e Malpensa debbano fare i conti, d’ora in avanti, con una società di servizi in mano a due azionisti, il Comune di Milano (54,81 per cento) e F2i (44 per cento), in aperto contrasto, con inchieste in corso e senza quei capitali che sarebbero dovuti entrare con la mancata quotazione, il cui fallimento sarebbe stato addossato, dal Comune di Milano, proprio a Gamberale,

si chiede di sapere:

se a quanto risulta al Governo si possa affermare che l’operazione illustrata nell’articolo citato sia stata effettivamente realizzata con il risparmio postale e con i recenti rincari;

se non ritenga che i recenti conflitti tra Gamberale e il suo ex azionista alle Autostrade, il gruppo Benetton, a parere dell’interrogante inspiegabilmente risolti, non possano apparire essere stati risolti a danno dei consumatori ed utenti, costretti a subire stangate tariffarie a partire dalle tariffe aeroportuali ed autostradali;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per restituire trasparenza, a salvaguardia dell’interesse generale e del bene comune, in operazioni che, a parere dell’interrogante, oltre a mettere a rischio il sudato risparmio postale, sembrano funzionali agli esclusivi interessi di consolidati gruppi clientelari.

Consob denunciata da Federconsumatori per mancanza di terzietà

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08925
Atto n. 4-08925

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le autorità garanti, come la Consob, hanno la funzione di vigilare, specie nel delicato settore del credito e del risparmio, per impedire abusi di mercato e per garantire i diritti di consumatori, risparmiatori, utenti. Ma, specie negli ultimi mesi, si assiste, a giudizio dell’interrogante, ad un degrado delle funzioni di vigilanza, se non di vera e propria collusione con le imprese vigilate, come dimostrano le inchieste di “Report”, condotte da Milena Gabanelli;

un articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 21 dicembre 2012 mette in luce la totale mancanza di terzietà della Consob, denunciata per la fattispecie da Federconsumatori. Nell’articolo, dal titolo “Risparmio tradito dietro l’angolo, Federconsumatori denuncia la Consob. Duro attacco dell’associazione all’Authority di vigilanza dei mercati: ‘Inerzia a volte sfociata in un’eccessiva vicinanza al mercato e in una scarsa attenzione verso i consumatori’. Esposto alla Procura di Roma per portare alla luce ‘le reiterate violazioni di legge che caratterizzano le scelte gestionali della presidenza Vegas e che contrastano con il ruolo che la Commissione dovrebbe svolgere nell’interesse del Paese’”, si legge: «Il fantasma del risparmio tradito, con i casi Cirio e Parmalat che ancora pesano sulle tasche degli italiani, aleggia sul Paese travolto dalla crisi. E chi dovrebbe vigilare, l’arbitro, è parziale, inerte, poco indipendente e trasparente. Questi, in sintesi, i cardini della denuncia della Federconsumatori nei confronti della Consob, l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari che dal 2010 è guidata da Giuseppe Vegas, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti al Tesoro con una lunga carriera alle spalle di uomo della pubblica amministrazione, nonché di parlamentare prima di Forza Italia e poi del Pdl. Due i punti principali al centro dell’attacco dell’associazione dei consumatori sfociate in diffide formali, ricorsi a Tar e, infine, in un esposto alla Procura di Roma. Innanzitutto una maggiore propensione della Commissione di vigilanza dei mercati a prestare il fianco alle “posizioni rappresentate dall’industria finanziaria”, lasciando “sistematicamente inascoltate” le istanze indipendenti del mondo accademico e quelle pro consumatori delle associazioni apposite e dei sindacati nell’ambito delle consultazioni per le revisioni regolamentari. “I tavoli di semplificazione normativa avviati dal Presidente della Consob a inizio mandato, la crescente disattenzione per la trasparenza dei rischi tramite scenari probabilistici e le decisioni organizzative sulla camera di conciliazione ne sono esempi palesi – denuncia Federconsumatori in una nota – La trasparenza dei rischi attraverso le probabilità a supporto delle decisioni di investimento, che il Presidente della Consob in più occasioni, e da ultimo all’audizione della Camera del 25 ottobre, ha osteggiato o addirittura denigrato, basandosi su inesistenti divieti comunitari, è uno strumento essenziale per la tutela del risparmio e del denaro pubblico, dato che anche enti locali e Stato devono interfacciarsi con la finanza e con i derivati”. Tanto più se “si pensa che il trasferimento di flussi finanziari, a vantaggio delle banche e a danno del risparmio nel caso in cui questo diventi preda di finanza ‘tossica’, rappresenta un problema di sottrazione di risorse non solo per i consumatori ma anche per il sistema Paese, dato che a beneficiarne sono spesso banche estere, magari anche al di fuori della nostra area valutaria”, prosegue l’associazione che parla di “inerzia della Consob che, a volte, è addirittura sfociata in un’eccessiva ‘vicinanza’ al mercato e in una scarsa ‘attenzione’ verso i consumatori”. Il riferimento, in particolare, è alla proposta di Federconsumatori di evitare nuovi episodi di risparmio tradito grazie a titoli trasparenti con l’introduzione dell’obbligo per chi li vende di fornire informazioni sulla loro probabilità di guadagno e di perdita. Questa proposta è stata però scartata dall’Authority di vigilanza dei mercati finanziari perché sarebbe in contrasto con la normativa comunitaria. L’adozione di scenari probabilistici di rendimento “non è assolutamente in contrasto con le norme Ue – controbatte il vicepresidente di Federconsumatori, Francesco Avallone – la Consob preferisce occuparsi delle banche internazionali che vengono a fare razzia in Italia piuttosto che delle famiglie. Con un risparmio accumulato che, nonostante la crisi, vale oltre 6 volte il Prodotto interno lordo, sono però proprio le famiglie a reggere il Paese”. In secondo luogo, l’associazione dei risparmiatori punta il dito contro la riorganizzazione interna della Commissione varata dall’era Vegas, che “hanno limitato la collegialità delle decisioni, ostacolando il virtuoso circuito della qualità e dell’indipendenza degli accertamenti e riducendo l’efficienza dell’azione della Consob”. I “riordini” deliberati dall’Authority, secondo Federconsumatori, sono “afflitti da esuberanza burocratica: con poco più di 500 dipendenti, la Consob è passata da 40 centri organizzativi (31 uffici e 9 divisioni) a 70 (51 uffici, 9 divisioni, 3 aree, 7 tavoli di coordinamento)”»;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe criticabile che la Consob, invece di offrire tutela al risparmio accumulato dalle famiglie, che, nonostante la crisi, continua a rappresentare un importante volano per la ripresa economica con un valore di circa 6 volte il prodotto interno lordo, preferisse effettivamente occuparsi delle banche internazionali “che vengono a fare razzia in Italia”, come sarebbe dimostrato dai prodotti derivati collocati presso enti locali ed imprese portati al fallimento;

sarebbe altresì censurabile che la riorganizzazione interna della Commissione, varata sotto la Presidenza di Vegas, avesse avuto come obiettivi principali quelli di limitare la collegialità delle decisioni, ostacolando il virtuoso circuito della qualità e dell’indipendenza degli accertamenti, di ridurre l’efficienza dell’azione dell’autorità e, al contempo, di accrescere in modo significativo le strutture burocratiche (se fosse effettivamente confermato che, con poco più di 500 dipendenti, la Consob sia passata da 40 a 70 centri organizzativi);

sarebbe opportuno fare luce sulle ragioni che hanno indotto la Consob ad abbandonare i tavoli di semplificazione normativa avviati dal Presidente a inizio mandato, nonché sui motivi che hanno determinato la crescente disattenzione per la trasparenza dei rischi ottenuta tramite scenari probabilistici, che, nella recente sentenza della Procura di Milano contro alcune banche, ha consentito un risarcimento a favore del Comune di Milano di 88 milioni di euro;

sarebbe opportuno accertare se l’atteggiamento in più occasioni manifestato dal Presidente della Consob in merito alla trasparenza dei rischi attraverso l’elaborazione di prospetti probabilistici, a supporto delle decisioni di investimento, che sarebbero stati osteggiati o addirittura denigrati, adducendo divieti comunitari, a quanto risulta all’interrogante inesistenti, non sia funzionale ai desiderata dei banchieri, che non vogliono regole relative agli investimenti, per poter continuare a mettere in campo nell’opacità azioni ingannevoli, come dimostrato dalla sentenza del giudice Magi sui derivati avariati collocati presso il Comune di Milano;

sarebbe grave se l’inerzia della Consob fosse sfociata in un’eccessiva vicinanza al mercato e in una scarsa attenzione verso i consumatori, atteso che il trasferimento di flussi finanziari, a vantaggio delle banche e a danno del risparmio, nel caso in cui questo sia divenuto preda di finanza “tossica”, pare si sia tradotto in una sottrazione di risorse non solo per i consumatori, ma anche per il sistema Paese, dato che a beneficiarne sono state spesso banche estere, magari anche al di fuori dell’area valutaria nazionale,

si chiede di sapere:

se quanto illustrato in premessa non debba indurre il Governo a promuovere iniziative normative volte ad evitare nuovi episodi di risparmio tradito, grazie a titoli resi trasparenti dall’introduzione dell’obbligo, per chi li vende, di fornire informazioni sulla loro probabilità di guadagno e di perdita;

quali misure urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per impedire che il sudato risparmio degli italiani possa essere dissipato dalla finanza.

Aeroporti-Benetton-tariffe aeroportuali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08924
Atto n. 4-08924

Pubblicato il 28 dicembre 2012, nella seduta n. 859

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

i consumatori e le famiglie continuano a subire vere e proprie stangate tariffarie, con previsioni di aumento, dal 1° gennaio 2013, di 1.490 euro – secondo le stime di Adusbef e Federconsumatori -, dopo essere stati soggetti, nel 2012, ad un incremento tariffario di circa 2.200 euro; a giudizio dell’interrogante i cittadini sono chiamati ancora una volta a pagare per gli investimenti dei gestori di servizi, dalla stampa definiti capitani coraggiosi, che possono così incassare miliardi di euro, ad esempio negli aeroporti di Roma, conseguendo a danno della collettività profitti privati;

nell’articolo pubblicato il 27 dicembre da “il Fatto Quotidiano”, dal titolo “Aeroporti di Roma, l’ultimo regalo del governo uscente al gruppo Benetton”, si legge: «Nel silenzio più assoluto, l’ultimo atto dell’esecutivo guidato da Mario Monti ha garantito ai poteri forti che gestiscono lo scalo di Fiumicino più tasse aeroportuali a carico dei passeggeri. Nel piano: il raddoppio delle piste, ma soprattutto una cascata di cemento sul litorale romano. Affare da 12 miliardi che conviene a molti. Venerdì sera, Mario Monti è oramai un presidente dimissionario. I membri del governo sono più impegnati a capire cosa faranno da grandi che a pensare alle ultime mosse da ministri. Eppure, in un clima da “tutti a casa”, l’esecutivo trova il tempo per dare il via libera all’aumento delle tariffe aeroportuali di Fiumicino, da 16 euro a passeggero a 26 e 50. Quindi, di conseguenza, dare l’avallo all’opera infrastrutturale più grande nella storia del nostro Paese: parliamo di 12 miliardi di euro (sì, sono dodici) per raddoppiare il Leonardo da Vinci. Tradotto: chi gestisce lo scalo romano e i suoi 36 milioni e oltre di “visitatori”, troverà nelle casse almeno 360 milioni di euro l’anno, con un fine concessione fissato al 2044. Soddisfatto il ministro dello Sviluppo economico e Infrastrutture, Corrado Passera, improvvisamente convinto il collega all’Economia, Vittorio Grilli, pubblicamente dubbioso fino a poche ore prima. Facciamo un passo indietro. La società che gestisce lo scalo capitolino, l’Adr, presenta nel 2009 all’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) e al governo un piano di sviluppo per passare da 36 milioni di passeggeri a 70, poi 100. Quindi, a cascata, maggiori posti di lavoro diretti e indiretti, un ruolo centrale come hub del Mediterraneo e la possibilità di confrontarsi alla pari con Londra e Atlanta. Così dicono. Piccolo dettaglio: l’aeroporto londinese di Heathrow ha le stesse dimensioni di quelle attuali di Fiumicino, solo che lì hanno ottimizzato i tempi di atterraggio e decollo, senza spendere cifre del genere. Ma questo, pare, conti poco “anche perché lì non vivono un conflitto di interesse marcato come da noi”, spiegano dal comitato Fuoripista, l’unico che da anni si batte contro la cementificazione del Litorale. Interessi, parola magica. Ben mille dei 1.300 ettari coinvolti nell’operazione sono della Maccarese Spa, la più grande azienda agricola d’Italia, interamente coltivata. La proprietà è della famiglia Benetton, lesta, nel 1998, ad acquistarla dall’Iri (società dello Stato) per 93 miliardi di lire “con l’impegno di mantenere la destinazione agricola e l’unitarietà del fondo”, come recita l’accordo. A meno di un esproprio. Proviamo l’equazione: la “Maccarese Spa” è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di Adr. In Gemina c’è Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo nazionale e internazionale. I Benetton, dopo Air France, il gruppo Riva (i patron dell’Ilva di Taranto) e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento. Insomma, gli “united colors” rivenderebbero allo Stato (…) quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare un qualcosa da loro gestito. E non parliamo di pochi euro. Secondo le tabelle nazionali, i Benetton dall’esproprio potrebbero incassare almeno 200 milioni di euro (20 euro al metro quadro), ai quali vanno aggiunti i danni riconosciuti in caso di strutture già presenti. Ciò non ha loro impedito, dieci giorni fa, di comprare pagine e pagine di quotidiani per sollecitare il governo ad approvare l’aumento delle tariffe e a fare pressione sull’esecutivo come denuncia al Fatto Quotidiano Esterino Montino. Ma a ridere non è solo il gruppo trevigiano. A Roma il cemento è di casa, e uno dei protagonisti è Silvano Toti. Caso strano, quest’ultimo è anche il secondo azionista di Gemina con il 12,80. Non solo. Oltre all’aeroporto verranno realizzati palazzi, centri commerciali, varianti stradali. L’editore del Messaggero ha una quota piccola azionaria in Generali, il gruppo assicurativo ne ha una in Mediobanca. Il quotidiano capitolino è stato il giornale maggiormente attento alla vicenda. Un caso? Bene, tutta la storia era vincolata solo all’aumento delle tariffe, la conditio sine qua non posta dalle banche (in Gemina c’è anche Unicredit) per finanziare il progetto. Questo perché dal “contributo” dei passeggeri arriva il 50 per cento del totale, il resto i capitani del cemento lo otterranno dagli istituti bancari coinvolti»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che l’aumento delle tariffe aeroportuali, concesso in una situazione di crisi drammatica per le famiglie, possa concretizzare l’ennesimo conflitto di interesse tra la Maccarese SpA di Benetton, Gemina, che possiede il 95 per cento di Adr partecipata dalla stessa Benetton, Cai, quindi la nuova Alitalia, il cui salvataggio è costato 3 miliardi di euro, a parere dell’interrogante a carico dei contribuenti, il gruppo Riva, i patron dell’Ilva di Taranto, e Banca Intesa, i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento;

se, a parere del Governo, tale operazione, che a giudizio dell’interrogante configura una enorme speculazione edilizia in un territorio già martoriato, non possa apparire risolversi nella vendita, da parte dei Benetton, allo Stato, di quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare interessi privati;

se risulti rispondente al vero che, in caso di esproprio dei terreni, i Benetton potrebbero incassare almeno 200 milioni di euro (20 euro al metro quadro), ai quali si aggiungerà il riconoscimento di forme di indennizzo in caso di strutture già presenti, e che l’aumento delle tariffe aeroportuali di Fiumicino, da 16 euro a passeggero a 26,50, per la realizzazione di una delle più grandi opere infrastrutturali possa valere almeno 12 miliardi di euro, corrisposti dalla collettività per raddoppiare l’aeroporto Leonardo da Vinci, che porterà almeno 360 milioni di euro l’anno per una concessione che scadrà nel 2044;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che, così come a parere dell’interrogante sta accadendo, siano sempre i consumatori, gli utenti e le famiglie, già vessate, a dover finanziare opere pubbliche che portano profitti soltanto ai privati.

Ligresti-Fonsai-Consob-Isvap

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03220
Atto n. 3-03220 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI , CARLINO – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

lo scandalo Fonsai Ligresti, che ha prodotto un buco di 2,5 miliardi di euro, a giudizio degli interroganti soprattutto per l’omessa vigilanza della Consob e dell’Isvap, il cui presidente Giannini è stato raggiunto da un avviso di garanzia, si arricchisce ogni giorno di nuove rivelazioni da parte dei magistrati di Milano e di Torino che hanno aperto inchieste penali anche per il reato di falso in bilancio;

come raccontano Sandro De Riccardis e Giovanni Pons per “la Repubblica” del 21 dicembre 2012: «L’inchiesta sulla scalata al gruppo Fonsai e sul fallimento delle società di Salvatore Ligresti prosegue a spron battuto. Ieri è stato sentito per quasi due ore in procura, dal pm Luigi Orsi, Giovanni Perissinotto, ad fino alla scorsa estate di Generali. Le indagini del pm e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza hanno portato finora all’iscrizione nel registro degli indagati dello stesso immobiliarista siciliano, dei suoi figli e dell’ad di Mediobanca Alberto Nagel, tutti indagati per ostacolo agli organi di vigilanza per il presunto patto occulto tra Mediobanca e la famiglia Ligresti. L’inchiesta di Orsi sta approfondendo, oltre alle operazioni immobiliari che hanno portato al fallimento di Imco e Sinergia, gravate da circa 400 milioni di debiti, anche alcune acquisizioni di compagnie assicurative italiane ed estere effettuate dal gruppo Fonsai e che sarebbero state sollecitate da Mediobanca e da altri consulenti vicini alla società. Tra queste vi è sicuramente l’acquisizione, avvenuta a inizio 2008 su consiglio di Kpmg, dell’83% di Ddor Novi Sad, compagnia serba pagata in totale più di 270 milioni di euro a fronte di 300 milioni di premi oggi in gran parte evaporati. Non a caso, dal punto di vista finanziario, gli investigatori sospettano che questo tipo di operazioni siano state ancora più dannose di quelle immobiliari per i bilanci della Fonsai. Un altro esempio è quello della Liguria assicurazioni, compagnia da 150 milioni di premi passata ai Ligresti nel primo semestre 2006 per 148 milioni, più 50 di garanzia su un eventuale sottoriservazione. Dopo aver versato altri 200 milioni in conto aumento di capitale, che hanno portato il costo totale a 350 milioni, oggi la Liguria è valutata nel bilancio Fonsai solo 167 milioni. Mediobanca a quell’epoca assistette la famiglia De’ Longhi, venditrice della Liguria attraverso una società off shore, la Gaula Consultadoria e Investimentos. Un terzo caso riguarda l’operazione Popolare Vita, accordo di bancassurance siglato nel 2007 da Fonsai insieme al Banco Popolare per vendere le polizze vita in 2mila sportelli. L’esborso iniziale per Fonsai fu di 530 milioni, a cui seguì una ricapitalizzazione per altri 94 milioni più il conferimento di una partecipata del valore di 200 milioni. In totale più di 800 milioni di costo per una partnership che nel 2017 avrebbe dovuto portare 6 miliardi di premi (oggi è in perdita) con la consulenza specifica di Mediobanca e Kpmg. Per analizzare questi aspetti negli ultimi mesi, oltre a Salvatore Ligresti, accompagnato in procura dal suo legale Gianluigi Tizzoni, sono sfilati davanti a Orsi altri importanti manager come l’ex direttore generale di Fonsai, Piergiorgio Peluso, figlio del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, liquidato con 3,6 milioni di euro per un anno di lavoro in azienda, o come il consulente Fulvio Gismondi e l’ex ad di Fonsai, Emanuele Erbetta. Da ultimo è toccato a Perissinotto, uscito da Trieste con un anno d’anticipo accusando esplicitamente Mediobanca, principale azionista di Generali, della sua estromissione. Perissinotto nel suo j’accuse sosteneva che il vero motivo del suo licenziamento era l’inesistente sostegno alla veneta Palladio, rivale di Unipol per l’acquisto di Fonsai. E tra le varie accuse, Perissinotto aveva parlato di “seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione (fusione Unipol-Fonsai, ndr) non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore”. Chi non ha mai sollevato alcun rilievo sull’operazione, invece, sono le authority Consob e Isvap. Ma ora la procura vuole verificare se i giudizi della prima non siano stati condizionati dai rapporti tra Fonsai e Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto Cardia, che ha staccato parcelle per consulenze legali pari a 1,2 milioni di euro, mentre il presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini risulta indagato per concorso in falso in bilancio nel filone torinese dell’inchiesta per presunti omissioni e ritardi nei controlli. L’impressione è che l’inchiesta sia solo all’inizio»;

considerato che, a giudizio degli interroganti:

l’acquisizione, avvenuta a inizio 2008 su consiglio di Kpmg, dell’83 per cento di Ddor Novi Sad, compagnia serba pagata in totale più di 270 milioni di euro a fronte di 300 milioni di premi oggi in gran parte evaporati, sarebbe avvenuta con la diretta complicità delle autorità preposte ai controlli, che, invece di adempiere alle loro funzioni di vigilanza, paiono essersi preoccupate di procurare consulenze e carriere a familiari di Giannini e di Cardia;

tali operazioni sono state dannose per gli azionisti ed i soci minori;

sarebbe opportuno assicurare la legittimità dell’operato di Consob e Isvap (quest’ultimo sotto scrutinio penale di due Procure della Repubblica ed il cui presidente, Giancarlo Giannini, risulta indagato per concorso in falso in bilancio nel filone torinese dell’inchiesta per presunti omissioni e ritardi nei controlli), nonché accertarsi che i giudizi della prima non siano stati condizionati dai rapporti tra Fonsai e Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto Cardia, che avrebbe ricevuto, per consulenze legali, una cifra pari a 1,2 milioni di euro, al fine di ripristinare credibilità ed una corretta e trasparente azione di vigilanza,

si chiede di sapere se il Governo, che spesso non ha dato risposta alle numerose interrogazioni ed interpellanze in materia, non ritenga doveroso intervenire con iniziative legislative per ripristinare la terzietà e l’autonomia di autorità di vigilanza, come Isvap e Consob, che, a parere degli interroganti, assecondando gli esclusivi interessi di banche ed assicurazioni, hanno perso qualsiasi credibilità.

Aumento esecuzioni immobiliari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08920
Atto n. 4-08920

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’attuale crisi economica, iniziata nel 2009, ha determinato un’impennata delle aste giudiziarie e delle conseguenti vendite di immobili tramite i tribunali;

le cause sono soprattutto l’elevato numero di fallimenti o le procedure esecutive immobiliari, conseguenti alle iscrizioni di ipoteche e all’impossibilità di pagare i mutui;

scrive Daniela Padoan per “il Fatto Quotidiano” del 20 dicembre 2012: «Mille appartamenti all’asta in una settimana, e a parlarne sono solo gli elenchi pubblicati sugli appositi spazi dei grandi giornali, quasi che non costituissero un fatto, una notizia, in ultima analisi uno scandalo. Ma non è esatto: a parlarne c’è anche un post di poche righe, su una pagina Facebook che ho imparato a tenere d’occhio e che consiglio. Perché l’indignazione di un uomo che conosce le Borse come le sue tasche – che si è formato nelle università di chi governa la crisi europea, che dedica buona metà del suo tempo a occuparsi di persone che hanno perduto la casa, il lavoro e spesso anche le relazioni che le sostenevano – è davvero una strana, impagabile scuola di realismo. Ecco cosa c’era scritto, ieri, sulla pagina FB della Fondazione Condividere: “Leggendo il Corriere della Sera di oggi, ho trovato ben 12 pagine di esecuzioni immobiliari del Tribunale di Milano. Considerate che ogni pagina contiene circa 80 inserzioni, stiamo parlando di quasi 1.000 appartamenti che vanno all’asta questa settimana perché espropriati ai proprietari non più in grado di pagare le rate del mutuo e quindi di almeno 2-3.000 persone che hanno perso la casa. Tenete conto che sino a 2-3 anni fa queste aste del Tribunale non occupavano più di 4-5 pagine… È veramente sconcertante…” Perché queste parole non vengono pronunciate da quelli che dovremmo andare a votare? In Francia, una donna trentasettenne, ministro per le politiche abitative, ha recentemente proposto di requisire gli edifici inutilizzati di proprietà pubblica e privata – caserme, palazzi di istituti bancari e assicurativi, immobili della Chiesa – e di usarli per alloggiare i senza tetto. Ora, provate a leggere un vecchio articoletto dell’archivio storico del Corriere della Sera, nella rubrica Domande & risposte. Spiega come approfittare senza correre rischi e con serenità d’animo della possibilità di acquistare a buon prezzo gli immobili resi liberi dalle procedure esecutive, sempre più numerose grazie alla crisi. Sugli stessi giornali, negli stessi palinsesti televisivi, possiamo trovare una pagina in cui ci si occupa degli esiti sociali delle politiche economiche, della povertà e dei suicidi per disperazione – con interventi di sociologi, filosofi, politici; e un’altra pagina in cui si dà per scontato, come il tempo, come l’alternarsi delle stagioni, come le regole degli affari – dei buoni affari che queste politiche e persino queste morti permettono – che ci siano espropri, sfratti, pignoramenti, fallimenti, licenziamenti. Cause di morte, per parafrasare Ingeborg Bachmann, che intendeva quei sommovimenti sotterranei, quelle perdite di un punto essenziale d’equilibrio, quelle ingiustizie patite che nessuno potrà mai nominare come assassinii, di cui non abbiamo nemmeno consapevolezza. È la logica binaria, il doppio registro, forse la schizofrenia con la quale, giorno per giorno, ci viene insegnato a guardare il mondo. Persino quando ci diciamo di sinistra. Persino quando siamo noi a farne le spese»;

considerato che:

inevitabilmente la crisi e l’alta tassazione hanno portato numerose famiglie italiane a impoverirsi, pur nel tentativo di mantenere attivi certi consumi ma dovendo fare comunque i conti con redditi sempre più bassi, ed esse incontrano grandi difficoltà in tutto quel sistema di erogazione del credito per diversi servizi;

da un lato, le famiglie faticano a resistere per mantenere un livello di vita adeguato alle aspettative, mentre, dall’altro, non possono contare su alcun tipo di aiuto o sostegno visto che non possono fornire a loro volta quelle garanzie che servirebbero in parte a superare il difficile periodo attuale;

i fatti dimostrano che le famiglie sono state lasciate sole e il disinteresse o la sottovalutazione del problema da parte del Governo non possono essere ammissibili;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

in questi anni di governo nulla si è fatto per riformare il mercato del lavoro, per creare nuovi sistemi di protezione sociale, per accrescere la concorrenza delle imprese e per tutelare i cittadini consumatori, per ridurre la spesa corrente e per ridurre il debito pubblico, per combattere la povertà diffusa, per accrescere la capacità innovativa del sistema e per favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese, per migliorare le infrastrutture, per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno, per attirare maggiori investimenti diretti all’estero, per ristrutturare settori fondamentali come il turismo e l’agroalimentare e per salvaguardare il nostro territorio;

è necessario ridurre effettivamente la spesa pubblica, in attuazione del principio della spending review inserito nel decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, tramite misure quali una riduzione dei consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni, attraverso un taglio modulabile, soprattutto a carico delle amministrazioni centrali, la razionalizzazione delle strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, l’accorpamento degli enti di previdenza pubblica e il rafforzamento del ruolo della Consip, nonché mediante la riduzione delle spese militari, impegnandosi altresì a dare conto al Parlamento, entro il 30 novembre 2012, dell’obiettivo raggiunto nell’ambito del programma di razionalizzazione e riorganizzazione della spesa pubblica;

occorre una riduzione strutturale della spesa corrente che consenta almeno di mantenere, se non addirittura di aumentare marginalmente, la quota di spesa destinata agli investimenti e al riequilibrio infrastrutturale del Paese e ad un adeguato sistema di welfare. A tal fine sarà necessario: 1) per ridare stimolo all’economia e sollievo alle famiglie, ridurre la pressione fiscale adottando di conseguenza una severa e rigorosa politica di lotta all’evasione fiscale e contributiva e recuperando risorse in seguito alla riduzione della spesa corrente, il che significa, volendo mantenere almeno gli stessi livelli di spesa sociale e di spesa in conto capitale rispetto al PIL, attuare un taglio drastico (3-5 punti di PIL) della spesa più improduttiva ma anche riduzioni di programmi non prioritari. Ciò dovrà avvenire anche attraverso una revisione generalizzata della spesa pubblica centrale e decentrata (spending review, appunto) volta a valutare l’efficacia e l’efficienza dei singoli programmi di spesa per il raggiungimento degli obiettivi e mediante: una riallocazione delle risorse in base al livello dei risultati e alle priorità delineate, il confronto con le migliori pratiche interne e internazionali, il monitoraggio degli indicatori, il controllo dei risultati e la valutazione dei processi amministrativi, al fine di garantire un migliore utilizzo delle risorse pubbliche; 2) adottare un’efficace riduzione dei costi della politica, riducendo i livelli di governo locale (Province e Comunità montane) e il numero dei componenti delle assemblee elettive e del costo delle giunte amministrative, riducendo le società partecipate dallo Stato e dagli enti decentrati e contenendo la proliferazione dei servizi “esternalizzati”, riducendo le cariche di Governo e le istituzioni pubbliche, provvedendo altresì alla contrazione e alla revisione dei compensi per i rappresentanti politici, nonché una contrazione del finanziamento pubblico ai partiti; 3) provvedere al finanziamento e al mantenimento di una quota costante in rapporto al PIL della spesa in conto capitale: devono ripartire sia le grandi opere pubbliche che le opere di riqualificazione del tessuto infrastrutturale del Paese (la messa in sicurezza di scuole, carceri ed altri edifici pubblici, la ristrutturazione degli immobili pubblici nelle zone sismiche, la manutenzione delle infrastrutture e delle strade) con un grande piano di manutenzione e ristrutturazione del territorio con criteri di sostenibilità ambientale, con particolare riferimento alla messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, sviluppando altresì un piano di incentivi per le aziende che investono in ricerca e nuove tecnologie sul risparmio energetico; 4) intervenire sul sistema sociale italiano al fine di ridurre le disuguaglianze e le disparità di trattamento. L’Italia è un Paese a bassa crescita economica, nel quale permane un grave problema di povertà, soprattutto nelle regioni meridionali. La scarsa crescita dell’Italia si è tradotta in un aggravamento delle condizioni sociali delle famiglie,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che non sia più possibile rimanere indifferenti alla pesante crisi sociale e, di conseguenza, quali misure urgenti intenda attivare per porre fine a questa grande piaga sociale e porre in essere politiche di sostegno alle famiglie per renderle meno vulnerabili alla recessione, garantendo un’inversione delle politiche di austerità sui redditi nonché una maggiore equità fiscale e combattendo le disuguaglianze nel mercato del lavoro, prevenendo gesti disperati di cittadini e imprenditori feriti nell’onore;

quali iniziative, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre “lacrime e sangue” che costeranno 2.103 euro all’anno a famiglia, con imposte, tasse e rincari, destinati ad aumentare, voglia intraprendere per porre in essere le opportune misure al fine garantire un taglio alla spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile;

quali iniziative intenda assumere al fine di mettere in condizione molte aziende di invertire il ciclo economico recessivo, attivando meccanismi virtuosi di liquidità per salvare aziende e posti di lavoro, considerato che non si può solo continuare ad aumentare tasse e imposte, chiedendo ulteriori sacrifici ai cittadini che non riescono più ad arrivare neanche a metà mese;

quali siano le iniziative adottate o in corso di adozione per il risveglio dell’economia italiana e se non intenda garantire ai contribuenti una maggiore equità fiscale, visto che a quanto risulta all’interrogante ad oggi si applicano due pesi e due misure quando si tratta di non disturbare i soliti “raccomandati” a svantaggio degli altri;

se ritenga che le proposte messe in campo dal Ministro francese per le politiche abitative possano essere applicabili anche in Italia e, di conseguenza, quali iniziative intenda intraprendere al riguardo.

Monte dei Paschi di Siena

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03219
Atto n. 3-03219 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che si apprende dalla lettura di un articolo pubblicato su “Dagospia” il 21 dicembre 2012 che lo stesso giorno, alle ore 9, l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto “bussare alla sede centrale della ex Banca Antonveneta”, come disposto dal «giudice dell’esecuzione del tribunale di Padova, Grazia Santel. Ma per “imprevisti e gravi problemi personali” dell’ufficiale medesimo, Tatiana Giona, l’appuntamento è stato rimandato a giovedì 3 gennaio 2013. Stessa ora. Stesso luogo. E stesso obiettivo: far sborsare all’Antonveneta una ventina di milioni di euro e mettere finalmente fine a una storia talmente assurda da non sembrare neanche vera. “Immaginate di avere un paio di conti correnti. Immaginate che la vostra banca, per bilanciare il profondo rosso di uno, si mangi (e senza manco avvertirvi) l’attivo dell’altro. Cioè 20 milioni di euro. Poi, mentre ancora protestate, arriva un’altra banca che si compra la vostra banca, insieme al vostro ex conto e ai vostri ex soldi. Poi subentra un’altra banca ancora. E i 20 milioni? Tenetevi forte: dopo 15 anni un tribunale vi dà finalmente ragione, così andate allo sportello per farveli restituire. Non vi danno un soldo. Perché mai? Gli amministratori sono andati a piangere miseria davanti alla Cassazione: restituire una simile somma, dicono, potrebbe creare alle finanze dell’istituto un “danno grave e irreparabile”, perché non è detto che siate in grado di restituirglieli, quei soldi, se i giudici alla fine dovessero dare torto a voi anziché a loro. Sono 20 milioni: mica noccioline. E magari volete pure gli interessi? Euro più, euro meno, farebbero altri 16 milioni… Andrea Baldanza, magistrato di Corte dei Conti, in questa storia surreale si è ritrovato due anni fa, quando lo hanno nominato commissario di Federconsorzi. “Il fallimento di Federconsorzi è stato il più grande scandalo della storia nazionale, peggio del crac della banca romana” ebbe a tuonare l’allora ministro all’Agricoltura Giancarlo Galan conferendogli l’incarico. Di certo la scomparsa di quei soldi è uno scandalo nello scandalo; e così pure le protezioni di cui ha finora goduto chi se n’è appropriato, e persino il silenzio della Banca d’Italia che sull’intera vicenda non ha mai detto beh. Un passo indietro. “Federconsorzi è il nome con cui è normalmente nota la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari, istituzione che nel suo secolo di vita passò da istituzione privata ad organo fondamentale della politica agricola statale, per tornare poi ad una struttura privatistica fino ad essere travolta nel 1991 da una crisi irreversibile”. Così Wikipedia. Federconsorzi, anima della politica contadina e democristiana del dopoguerra, oltre a gestire consorzi agricoli, soldi e voti per la Dc, faceva anche altro: si occupava della cosiddetta “gestione ammassi” per conto dello Stato. Come tale, operava con 34 conti correnti (intestati proprio all’”agente contabile Federconsorzi”) presso la Banca nazionale dell’Agricoltura. Uno di quei conti era il numero 40661/K su cui, al 1° luglio 1996, c’era un attivo di 40 miliardi e 103 milioni di lire. Soldi pubblici. Spariti da un giorno all’altro, incamerati dalla Bna. Bna è poi stata comprata nel 1999 da Antonveneta, a sua volta acquisita, nel 2007, dal Monte dei Paschi di Siena. Operazione molto discussa, prezzo (10,3 miliardi) spropositato, mormorii su tangenti rosse di ogni tipo, fino all’inchiesta giudiziaria aperta qualche mese fa in cui sarebbe finito, tra gli indagati, perfino il dalemiano Giuseppe Mussari, all’epoca dell’acquisizione presidente di Mps e oggi presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Di certo Mussari in questa storia di Federconsorzi non fa una gran bella figura. I 20 milioni incamerati da Bna passano infatti prima ad Antonveneta, poi alle casse di Mps. E lì rimangono saldamente. Più volte sollecitato, anche dai giudici, a restituire la somma (con gli interessi) al legittimo proprietario, l’uomo del Monte ha fatto sempre orecchie da mercante. Idem il suo successore, Alessandro Profumo. D’accordo, il Monte Paschi di Siena non se la passa bene. E la sua condizione “è la più grave del panorama nazionale” bancario, come ha calcolato impietoso il Corriere della Sera: ha 1,9 miliardi di Tremonti-bond da restituire, un debito di 4,16 miliardi con lo Stato italiano (quasi tutti sotto forma di nuove obbligazioni), 29 miliardi di finanziamenti da ridare alla Bce, oltre a crediti deteriorati per 17 miliardi… Però una condanna è una condanna.E condannato nel 2009 dalla Corte d’Appello di Roma a restituire i soldi, Mps si è opposto all’esecuzione della sentenza in tutti i modi. Prima dicendo che, toh, essendo cambiato in 15 anni il numero di conto di Federconsorzi, non era più possibile versarci i soldi. Poi sostenendo che l’esecuzione suddetta, ossia il versamento dovuto, potrebbe creare un “danno grave e irreparabile” alle sue casse. Ma da quando per una banca, qualsiasi banca, tirar fuori 20 milioni di euro potrebbe rappresentare un danno “irreparabile”? Possibile che il Monte sia messo così male da non poter mettere mano alla saccoccia per una cifra che è tutto sommato modesta, rispetto ai 3,9 miliardi di euro che lo Stato si appresta ad elargire ai senesi coi soldi della nostra Imu? Il 3 gennaio, in ogni caso, con l’arrivo dell’ufficiale giudiziario in Antonveneta questa storia finirà. O almeno si spera. Resta però qualche simpatico dubbio: perché qualsiasi banca, seguendo l’esempio di Montepaschi, potrebbe impossessarsi delle somme depositate dai correntisti e poi sostenere l’impossibilità di un rimborso perché ciò creerebbe “un danno grave e irreparabile” alle sue finanze. Bankitalia dovrebbe intervenire di corsa per tranquillizzare gli italiani. E invece, che dice? Nulla. Come non ha mai detto nulla in ben quindici anni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante la Banca d’Italia, che avrebbe il dovere di valutare l’operato delle banche, e che non ha mosso un dito rispetto all’abnorme valutazione superiore di ben 2 miliardi di euro effettuata dal MPS in sede di acquisizione di banca Antonveneta, avrebbe il compito di predisporre l’immediata esecuzione del pagamento a favore del convenuto,

si chiede di sapere:

se il Governo, che ha elargito 3,9 miliardi di euro di provvidenze al Monte dei Paschi di Siena per evitare l’insolvenza, non abbia il dovere di intervenire per evitare che questo pesante arbitrio venga perpetrato;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che i banchieri, che la fanno sempre franca, possano agire indisturbati facendo strame dei diritti dei cittadini, dei risparmiatori e della legalità.

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AGCOM- Garzia anticorruzione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08918
Atto n. 4-08918

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che:

l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) è una autorità di regolazione di servizi di pubblica utilità ai sensi della legge n. 481 del 1995 ed è stata istituita con la legge 31 luglio 1997, n. 249;

per l’espletamento delle funzioni attribuitele l’Autorità può avvalersi di 25 unità di personale provenienti da altre amministrazioni in posizione di comando o distacco o fuori ruolo;

premesso altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

la dottoressa Maria Antonia Garzia, magistrato ordinario continuativamente in fuori ruolo dalla magistratura ordinaria dal 1° febbraio 1999, con decreto del Ministro della giustizia del 20 marzo 2008 è stata collocata in servizio, sempre in posizione di fuori ruolo, presso l’Agcom per ricoprire l’incarico di responsabile dell’Ufficio contenzioso del Servizio giuridico fino al 5 agosto 2009;

con la delibera del Consiglio superiore della magistratura (CSM) del 22 luglio 2009 il provvedimento di fuori ruolo del magistrato in questione è stato confermato per il medesimo incarico all’Agcom senza alcuna indicazione sulla durata della proroga concessa;

con decorrenza 1° gennaio 2011, nel corso del servizio prestato in fuori ruolo, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata promossa, presso l’Agcom, alla qualifica di vice direttore del Servizio giuridico con scadenza dell’incarico il 10 gennaio 2013;

con decorrenza 1° febbraio 2012, sempre nel corso del servizio prestato in fuori ruolo presso l’Agcom, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata confermata nell’incarico di responsabile dell’Ufficio contenzioso del Servizio giuridico, con scadenza dell’incarico il 31 dicembre 2012;

con decorrenza 1° febbraio 2012, sempre nel corso del servizio prestato in fuori ruolo presso l’Agcom, la dottoressa Maria Antonia Garzia è stata promossa, previo assenso del CSM, alla funzione di direttore del Servizio risorse umane e formazione, con scadenza dell’incarico il 31 dicembre 2012;

considerato che:

il comma 72 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2012 (cosiddetta legge anticorruzione) prevede che “I magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché gli avvocati e procuratori dello Stato che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno già maturato o che, successivamente a tale data, maturino il periodo massimo di collocamento in posizione di fuori ruolo, di cui al comma 68, si intendono confermati nella posizione di fuori ruolo sino al termine dell’incarico, della legislatura, della consiliatura o del mandato relativo all’ente o soggetto presso cui è svolto l’incarico. Qualora l’incarico non preveda un termine, il collocamento in posizione di fuori ruolo si intende confermato per i dodici mesi successivi all’entrata in vigore della presente legge”;

in relazione al trattamento economico, a parere dell’interrogante anomalo, riconosciuto al personale che opera in regime di comando o distacco o fuori ruolo presso l’Agcom, proveniente da altre amministrazioni, come nel caso della dottoressa Garzia, sono state presentate diverse interrogazioni a risposta scritta ad alcune delle quali non è stata data risposta (atto di sindacato ispettivo 4-05236 del 19 maggio 2011);

avverso il riconoscimento di tali indennità sono stati presentati numerosi ricorsi dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dell’Agcom, che sono stati discussi nella sezione del Tribunale del lavoro di Roma, dove la dottoressa Garzia ha prestato servizio in qualità di magistrato prima della concessione del fuori ruolo. In relazione al conflitto di interessi in cui, a giudizio dell’interrogante, versa tale magistrato è stata presentata la richiamata interrogazione 4-05236 del 19 maggio 2011;

a seguito del nulla osta, a giudizio dell’interrogante anomalo, concesso il 16 febbraio 2012 dal CSM alla dottoressa Garzia per ricoprire l’incarico di responsabile del Servizio risorse umane e formazione presso l’Agcom, incarico che pare all’interrogante aver amplificato enormemente il potenziale conflitto di interessi del magistrato in questione, è stata presentata, in data 2 febbraio 2012, l’interrogazione a risposta scritta 4-06767 che non ha ricevuto ancora alcun riscontro;

risulta all’interrogante che il Consiglio dell’Agcom, invece di comunicare al CSM l’imminente scadenza degli incarichi della dottoressa Garzia per permettere l’avvio della procedura di rientro del magistrato presso la propria Amministrazione, ha deliberato un’ulteriore proroga degli stessi, a parere dell’interrogante in palese violazione della disposizione di legge richiamata;

risulta altresì all’interrogante che la decisione del Consiglio dell’Agcom sarebbe stata assunta sulla base di un parere reso dalla stessa dottoressa Garzia, secondo il quale l’interpretazione giuridicamente corretta, conforme ad un canone ermeneutico sistematico, è quella che riconduce la cessazione dell’incarico extragiudiziario alla scadenza del termine di durata dell’incarico così come fissato dall’Amministrazione di provenienza, a giudizio dell’interrogante contrariamente a quanto previsto dalla legge che stabilisce che il termine per il rientro sia alla scadenza dell’incarico relativo all’ente o soggetto presso cui l’incarico stesso è svolto (comma 72 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2012);

considerato altresì che, a giudizio dell’interrogante:

sarebbe opportuno procedere alla verifica della legittimità degli atti di proroga degli incarichi attribuiti alla dottoressa Garzia, che all’interrogante paiono essere stati adottati in palese violazione della cosiddetta legge anticorruzione, nonché all’accertamento di eventuali responsabilità;

sarebbe opportuno procedere ad una verifica della correttezza dell’operato del magistrato stesso, nonché della regolarità delle procedure adottate per la concessione dei provvedimenti di fuori ruolo;

sarebbe opportuno procedere ad un accertamento dell’eventuale situazione di conflitto di interessi del magistrato stesso,

si chiede di sapere quali iniziative legislative il Governo intenda promuovere al fine di garantire la trasparenza delle procedure di affidamento di incarichi presso le autorità indipendenti a personale proveniente da altre amministrazioni.

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Apertura sale poker cash live

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08917
Atto n. 4-08917

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della salute. -

Premesso che:

scrive Roberto Giovannini per “La Stampa”: «Lo Stato, alla ricerca disperata e continua di soldi da gettare nella fornace del deficit, è sempre più biscazziere. Ma stavolta forse si esagera: tra qualche mese l’Erario forse potrà incassare persino una fetta del danaro che verrà dissipato in circa mille sale di “live poker”, dove si giocherà dal vivo, insieme ad altre persone, a Poker, Texas Holdem, e quant’altro. Non è una notizia di ieri, anche se ieri si è fatto un gran parlare di full, scale e doppie coppie, con la polemica lanciata da Avvenire e l’approvazione di un subemendamento alla legge di stabilità che accelera i tempi perché gli italiani si possano “divertire” giocando i loro soldi a poker. In realtà la decisione fu presa nel luglio 2011 dal governo Berlusconi, in una delle manovre di Giulio Tremonti. Quello che è successo ieri è che la potente lobby del gioco d’azzardo» è riuscita ad ottenere il rinvio di sei mesi dell’entrata in vigore «delle norme del ministro Balduzzi per limitare le ludopatie. Secondo, al contrario ha respinto – con il paradossale aiuto della Ragioneria dello Stato – il rinvio di sei mesi della gara per l’apertura delle sale di “poker live”. Lotto giochi e lotterie per molti sono la “tassa sugli stupidi”, secondo una definizione attribuita al Conte di Cavour o a Luigi Einaudi. Vero è che nel 2011 gli italiani hanno speso la bellezza di 80 miliardi di euro nei giochi. Sono 1.333 euro a testa, bambini compresi: una non piccola somma. Di questi 80 miliardi, quasi 14 sono finiti nelle casse dell’Erario. Ossigeno puro per lo Stato, se si pensa che l’Imu ha reso 24 miliardi. E un bel business anche per chi gestisce giochi e affini, visto che i concessionari si sono messi in tasca 9 miliardi. Tanti soldi, tanto potere, tanta forza (…). “Vergogna”, tuonava un editoriale di Avvenire, dopo aver scoperto che le (timide) misure per limitare gli effetti del gioco d’azzardo patologico volute dai ministri Balduzzi e Riccardi nottetempo erano state rinviate di sei mesi». Un’altra proposta «prevedeva lo slittamento da gennaio a giugno 2013 della presentazione della gara per l’apertura da parte dei concessionari interessati delle sale di poker “live”, che saranno circa un migliaio. Una proposta cassata dalla Ragioneria dello Stato, secondo cui il rinvio di sei mesi non aveva copertura finanziaria, e avrebbe fatto diminuire le entrate fiscali a vantaggio dello Stato legate al gioco del poker». È stata ripristinata «la scadenza per la presentazione dei bandi per il poker live al prossimo gennaio. (…) Protesta il ministro Balduzzi, protesta il suo collega Andrea Riccardi. Replicano a muso duro da Confindustria Sistema Gioco Italia, l’associazione delle imprese del settore, che negano di essere lobbies irresponsabili e affermano di voler accelerare comunque le misure di informazione per la clientela. Saranno cartelli e messaggi sulla probabilità di vincita e sui rischi del gioco. In ogni caso, ci vorranno mesi prima che gli appassionati (o i malati) possano schierarsi intorno ai tavoli verdi a suon di colore e poker d’assi. E c’è un’incognita che potrebbe far saltare il banco. A gennaio verrà aperta la gara per le nuove sale, ma come chiarisce l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli prima servirà il varo di un regolamento. E soprattutto, “è in corso una riflessione – si legge in una nota – sulla opportunità di introdurre questa tipologia di gioco che, per la prima volta, vedrebbe fisicamente interagire i giocatori, creando problematiche per i controlli sulla regolarità del gioco e per la prevenzione di eventuali fenomeni di riciclaggio”»;

considerato che:

l’interrogante ha presentato numerose interrogazioni nonché un atto di indirizzo per sollevare il grave fenomeno legato direttamente e/o indirettamente al gioco d’azzardo patologico. L’offerta di giochi rischia di presentare un incremento di rischi di deriva di tipo problematico o patologico: l’aumento di richieste di aiuto a servizi pubblici o privati da parte di giocatori o loro familiari, lo sviluppo di forme di auto-aiuto, il crescente allarme sociale legato a fatti di cronaca ed al crescente fenomeno dell’usura in parte imputabile al gioco, ne sono una dimostrazione (atti 4-08833, 4-05116, 4-07742, 4-06882, 4-06477, 3-02899, 1-00222, 4-06089);

nel 2011 la spesa degli italiani per il gioco pubblico è stata di 76,6 miliardi di euro con un incremento del 24 per cento sull’anno precedente. L’Erario ha incassato 9,3 miliardi di euro;

considerando la nuova tassazione del 6 per cento prevista sulle vincite oltre 500 euro, e le entrate per l’Erario potrebbero superare, nel 2012, i 13 miliardi di euro;

va sottolineato che, su 76,6 miliardi di euro giocati, le vincite ammontano a 57,5 miliardi, quindi il margine Erario/concessionari è di 19,10 miliardi, il 33,2 per cento delle vincite;

desta preoccupazione il gioco digitale (Skill games, poker on line, casino) che ha goduto di un incremento del 170 per cento rispetto all’anno precedente;

nel corso della conferenza stampa che si è tenuta al Senato il 4 dicembre 2012 è stato presentato il dossier della campagna “Mettiamoci in gioco” e “Azzardopoli 2.0″;

su “AgenParl” dello stesso giorno si legge: «Siamo sicuri che lo Stato, e la collettività, ci guadagnino favorendo la diffusione del gioco d’azzardo? “Mettiamoci in gioco”, campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, risponde con un chiaro “no, non ci guadagnano affatto”. Una posizione ribadita oggi rendendo pubblico al Senato un dossier sui costi sociali e sanitari del gioco d’azzardo. All’interno dell’iniziativa Libera ha presentato il dossier “Azzardopoli 2.0″, sulla presenza delle mafie nel settore. (…) Se è vero che lo Stato potrebbe incassare quest’anno 8 miliardi di euro, grazie alle tasse versate dai concessionari dei giochi, la campagna promossa da Acli, Adusbef, Alea, Anci, Anteas, Arci, Auser, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Gruppo Abele, InterCear, Libera, Uisp stima in una cifra compresa tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro annui i costi sociali e sanitari che il gioco d’azzardo patologico comporta per la collettività. A questi vanno aggiunti 3,8 miliardi di euro di mancato versamento dell’iva, nel caso in cui i 18 miliardi di euro, sul fatturato complessivo, che non tornano ai giocatori in forma di montepremi fossero stati spesi in altri consumi (con iva al 21%). Ma ci sono poi i costi non facilmente stimabili, che riguardano l’aggravarsi di fenomeni sociali rilevanti: le infiltrazioni mafiose nei giochi, la crescita del ricorso all’usura, il peggioramento delle condizioni delle persone più fragili e povere, maggiormente esposte alla seduzione di slot e biglietti della lotteria, i sussidi da versare a chi si rovina giocando, l’incremento delle separazioni e dei divorzi, un aumento impressionante di giocatori tra i minorenni. (…) La campagna stima tra gli 88 e i 94 miliardi di euro il business dell’azzardo, nel nostro paese, per l’anno in corso, terza industria nazionale con il 4% del Pil prodotto. Ma se il giro d’affari cresce, le entrate per lo Stato – in percentuale – scendono incessantemente: si è passati dal 29,4% del 2004 all’8,4% del 2012, sul totale del fatturato. Che significa una cifra più o meno simile di entrate fiscali mentre il fatturato è cresciuto di quasi il 400 per cento (…) Mentre i consumi e i risparmi delle famiglie italiane decrescono, dunque, le spese per i giochi non conoscono crisi: siamo il primo paese al mondo per il Gratta e vinci, abbiamo un numero pro capite di macchine da gioco di ultima generazione – le Vlt – triplo rispetto agli Stati Uniti, deteniamo il 23% del mercato mondiale del gioco on line. La spesa pro capite annua per ogni italiano maggiorenne va, a seconda delle stime, da 1703 a 1890 euro. Le persone che hanno problemi di dipendenza sono tra le 500mila e le 800mila, quelle a rischio sono quasi due milioni. Insomma, l’Italia è tra i primi paesi al mondo per consumi di gioco d’azzardo. (…) Il Dossier di Libera “Azzardopoli 2.0″ segnala cifre allarmanti anche per quanto riguarda il coinvolgimento delle mafie e il gioco illegale. Ammonta a 15 miliardi di euro il fatturato stimato del gioco illegale per il 2012. Ben 49 clan gestiscono giochi di vario genere: dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, dai Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. (…) Con la presentazione dei due dossier la campagna si rivolge prima di tutto alle Istituzioni e ai partiti affinché intervengano in modo molto più incisivo in materia di gioco d’azzardo, ponendo al primo posto la tutela della salute del cittadino. La recente vicenda del decreto Balduzzi sulla sanità ha evidenziato ancora una volta la forza della lobby dell’azzardo, capace di affondare i buoni propositi del ministro. È invece necessario che il tema sia messo al più presto in agenda, fin dall’inizio della prossima legislatura. È evidente che i dati sul fenomeno di cui disponiamo sono largamente insufficienti. La campagna ha voluto raccoglierli per evidenziare tutti i punti problematici, ma è urgente un’azione di indagine per valutare il fenomeno del gioco d’azzardo e i costi sociali e sanitari che comporta. A tal proposito, la campagna rivolge un appello al mondo dell’università e della ricerca per realizzare insieme indagini più estese ed accurate. Infine, tutto questo sarà possibile solo con un forte coinvolgimento dell’opinione pubblica, che non ha affatto chiare tutte le implicazioni e i rischi della diffusione del gioco d’azzardo»,

si chiede di sapere:

quali iniziative legislative, anche urgenti, il Governo intenda assumere al fine di bloccare l’apertura delle sale per l’esercizio del poker sportivo, anche alla luce della nota dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per cui è in corso una riflessione sulla opportunità di introdurre questa tipologia di gioco, che, per la prima volta, vedrebbe fisicamente interagire i giocatori, creando problematiche per i controlli sulla regolarità del gioco e per la prevenzione di eventuali fenomeni di riciclaggio;

quali iniziative intenda assumere al fine di evitare che le famiglie italiane, attratte dal miraggio del facile ed immediato arricchimento in una situazione di massima crisi economica accompagnata da pesante disoccupazione, continuino a precipitare in vere e proprie forme di dipendenza patologica da gioco.

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Alitalia-salvataggio da rifare

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08916
Atto n. 4-08916

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Alitalia è di nuovo sull’orlo del baratro e avrà bisogno di un ulteriore salvataggio nonostante i 3 miliardi di euro ricevuti durante il Governo Berlusconi, visto che la compagnia di bandiera perde 630.000 euro al giorno e ha a disposizione soltanto 300 milioni di euro;

scrive Ettore Livini per “la Repubblica”: «I conti, malgrado il lavoro della cordata dei patrioti, non quadrano ancora: la compagnia perde 630mila euro al giorno, i 735 milioni di rosso accumulati nei quattro anni di gestione privata hanno bruciato quasi tutto il capitale, la liquidità in cassa si è assottigliata a 300 milioni. E i soci – divisi tra di loro e a corto di quattrini – si preparano a giocare il jolly della finanza creativa (lo spinoff con maxi-rivalutazione delle Mille Miglia) per evitare di dover metter mano al portafoglio e ricapitalizzare l’azienda. Il redde rationem comunque è vicino. Il prossimo 12 gennaio scatterà la campanella del “liberi tutti”. Gli azionisti, scaduto il vincolo del lock-up, potranno vendere le loro partecipazioni. E nell’arco di pochissimi mesi si deciderà per l’ennesima volta il futuro dell’aerolinea tricolore, sospesa tra la tentazione di una rinazionalizzazione strisciante (la politica, in allarme, ha già iniziato a muovere le sue pedine) e una cessione a prezzi d’affezione a quella stessa Air France che nel 2008 aveva messo sul piatto 2,4 miliardi per farsi carico della società. Senza lasciare, piccolo particolare, un euro di spesa a carico dei contribuenti tricolori. (…) Come si è arrivati (o per meglio dire tornati) a questo punto? Il piano Fenice redatto da Banca Intesa e dagli imprenditori guidati da Roberto Colaninno prevedeva di arrivare all’utile operativo nel 2011. Ridimensionando il network, ringiovanendo la flotta e spostando l’hub a Roma. In un quadriennio sono stati fatti passi avanti (la flotta Alitalia a gennaio sarà la più giovane d’Europa), la pax sindacale è stata garantita e “la compagnia è viva e nuova”, come dice ottimista il nuovo ad Andrea Ragnetti. Peccato che i numeri – l’unica cosa che conta davvero – non tornino ancora. La chimera dell’utile operativo è stata spostata al 2014 (“nel 2013 lo scenario peggiorerà”, mette le mani avanti l’ad). Da gennaio a settembre – complice il boom del greggio, la crisi economica e la concorrenza di treno e low cost – l’aerolinea tricolore ha perso 173 milioni, 150 in più del 2011. E da allora le cose sembrano essere peggiorate, con la navetta Milano-Roma (ex gallina dalle uova d’oro del gruppo) che viaggia con il 15% di passeggeri in meno rispetto al 2011 e con i piloti, sussurrano in camera caritatis alcuni di loro, costretti a zavorrare la parte anteriore degli aerei per bilanciarli, visto che si vendono solo i posti in coda, quelli meno costosi. (…) I 300 milioni in cassa a fine settembre dovrebbero consentire di lavorare ancora senza troppi patemi almeno per un po’ di tempo anche se da oggi fino (almeno) a marzo Alitalia continuerà a mangiare cassa. Il vero problema è a monte e si chiama ricapitalizzazione. Le perdite accumulate in quattro anni – in tutto 735 milioni – hanno bruciato due terzi del capitale. Degli 1,16 miliardi versati dai soci a inizio 2009 (323 messi da Air France, 827 dai 20 “patrioti”) ne sono rimasti circa 400. Troppo pochi. A norma di codice civile sarebbe necessaria una ricapitalizzazione. Peccato che molti dei soci dell’aerolinea – basti pensare a Gavio, Fonsai e Riva – abbiano» altri problemi «e non vogliano buttare altri soldi in quello che rischia di rimanere ancora per un po’ un pozzo senza fondo. Risultato: l’unica in grado di metter mano al portafoglio è Air France, portandosi via per poche centinaia di milioni di euro il mercato aereo tricolore e la stessa società per cui nel 2008 aveva messo sul piatto senza batter ciglio dieci volte tanto. Il management, per evitare un finale di questo tipo, ha dato fondo ai manuali di finanza creativa cavando il coniglio dal cilindro: la “societarizzazione” delle Mille Miglia. In sostanza lo spin-off di una scatola vuota cui conferire il piano di fidelizzazione (l’ha già fatto Air Canada) rivalutandone il valore. Un’operazione di ingegneria contabile in grado di far emergere a bilancio il valore dell’asset – i più ottimisti parlano di un’iniezione virtuale di liquidtà di 200 milioni – allontanando lo spettro dell’aumento di capitale e cavando le castagne dal fuoco a un azionariato con le tasche vuote. (…) Si tratta, come ovvio, di una soluzione tampone. In grado al limite di posticipare di qualche mese le scelte radicali necessarie per salvare di nuovo Alitalia. La strategia dei soci privati – concentrarsi sul mercato domestico e sul medio raggio, affidand-osi per l’intercontinentale ai partner Air France e Klm – non ha pagato. Sul medio raggio l’aerolinea tricolore non è in grado di competere con Easyjet e Ryanair. E l’avvento dell’alta velocità ha ridimensionato i margini sul mercato interno. Come uscire dall’impasse? La politica e la finanza tricolore hanno già iniziato a mettersi in azione. Il governo Monti (Corrado Passera 4 anni fa è stato il regista del salvataggio made in Italy) ha sondato con discrezione la Cassa depositi e prestiti. Obiettivo: cooptare il Fondo strategico italiano come cavaliere bianco per scongiurare terremoti occupazionali. Una sorta di ritorno tra le braccia dello Stato. Il progetto però non è di facile realizzazione, se non altro perché lo statuto del fondo prevede investimenti solo in aziende in equilibrio finanziario. Identikit in cui non rientra l’aerolinea. Lo stesso Giovanni Gorno Tempini, ad del Fondo, ha ammesso ieri che “Alitalia non ha le caratteristiche per un eventuale investimento”. Air France sta studiando a distanza la situazione. Lazard ha un mandato per studiare la fusione tra Parigi e Alitalia. L’operazione, numeri alla mano, è praticabile visto che il rally dei titoli del vettore transalpino (raddoppiati in sei mesi) rende realistici i valori di un concambio. Ma il matrimonio non è facile. Fonti della banca francese confermano che al momento siamo ancora ai pour parler. Air France sa di avere il coltello dalla parte del manico, ha il tempo dalla sua e non vuole strapagare. Mentre i soci italiani non sono pronti ad accettare offerte che non consentano loro di rientrare del capitale investito. Ipotesi, allo stato, quasi dell’irrealtà. Intanto la sabbia continua a correre nella clessidra. E l’Alitalia» salvata dal Governo Berlusconi, «pochi ne dubitano, sarà una delle prime patate bollenti sul tavolo del nuovo governo»;

verrebbe da chiedersi se questi siano i risultati della strategia industriale che ha comportato in questi 4 anni una gestione fallimentare e che ha preservato e difeso, a parere dell’interrogante contro ogni ragione economica, la compagnia di bandiera, quasi che il patriottico richiamo alla nazionalità intangibile costituisse un valore non negoziabile;

considerato che:

Corrado Passera è indagato dalla Procura di Biella in qualità di ex amministratore delegato e direttore generale di Intesa (si veda “il Fatto Quotidiano” del 30 gennaio 2012). Secondo i pubblici ministeri, il gruppo bancario avrebbe compiuto operazioni finanziarie di investimento in titoli esteri allo scopo di aggirare la legge e pagare meno tasse;

alcuni mesi prima Passera aveva dichiarato che per ridurre l’evasione fiscale “è necessaria anche la sanzione sociale” (Adnkronos del 31 marzo 2012) e “Non deve essere tollerabile (…) che chi può contribuire in maniera adeguata non lo fa, come accade oggi”;

a giudizio dell’interrogante, in un momento in cui il Governo guidato da Mario Monti chiede al Paese sacrifici e, in particolare, decide un ulteriore pesante aumento della pressione fiscale, è a dir poco fastidioso venire a sapere che, durante la gestione di Corrado Passera, banca Intesa evadeva le tasse per una cifra considerevole;

in un precedente atto di sindacato ispettivo (4-06551) l’interrogante sollevava la questione di possibili conflitti di interessi che coinvolgerebbero l’ex amministratore delegato di banca Intesa Sanpaolo e tra questi si evidenziava la questione della nuova Alitalia, nata con un carico di almeno 3-4 miliardi a danno dei contribuenti italiani e lasciando a casa oltre 7.000 lavoratori, mentre ci sarebbe stata un’offerta d’acquisto più vantaggiosa, per tutti, presentata da Air France-Klm. Sostiene Passera in una lettera al “Corriere” che «L’operazione “Nuova Alitalia” è stata del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza». Ma a giudizio dell’interrogante non è stato così;

inoltre, a giudizio dell’interrogante, per far nascere la nuova Alitalia e per proteggere la nuova compagnia, che ha assorbito anche AirOne, creando un monopolio nei cieli italiani e soprattutto a Linate, è stata sospesa per 3 anni, attraverso il decreto-legge n. 134 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 166 del 2008, la possibilità di intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza siano state assunte dal Ministro in indirizzo sulla gestione Alitalia, considerato che la compagnia aerea di bandiera risulta nuovamente sull’orlo del baratro, tanto da perdere 600.000 euro al giorno, nonostante l’iniezione di 3 miliardi di euro pubblici che risale a soli 4 anni fa, e se ritenga che, di conseguenza, i cittadini italiani debbano assistere in futuro ad altri salvataggi da parte del Governo con cadenza quadriennale;

se al Governo risulti quali siano state le scelte strategiche che hanno portato la compagnia, dopo 4 anni dal salvataggio, a bruciare due terzi del capitale, per cui il 12 gennaio 2013, a meno che non si ricorra a complicate soluzioni finanziarie creative, Air France potrà comprare Alitalia a prezzi stracciati, ridotti di 10 volte rispetto all’offerta del 2008;

quali misure intenda adottare per salvare l’azienda ovvero decidere altrimenti sul futuro della compagnia e se siano fondate le ipotesi più accreditate: quella della rinazionalizzazione, oppure la svendita ad Air France, che nel 2008 aveva offerto sul piatto 2,4 miliardi di euro per farsi carico della società;

se ritenga che l’ex amministratore delegato della maggiore banca italiana possa davvero ritenersi al di sopra delle parti e al riparo da conflitti d’interesse.

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Roma-Truffa case convenzionate

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00560
Atto n. 2-00560

Pubblicato il 21 dicembre 2012, nella seduta n. 858

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

il problema degli alloggi nelle grandi città, in maniera particolare a Roma a causa delle dismissioni del patrimonio immobiliare di enti previdenziali che avevano investito in titoli tossici, ha assunto toni drammatici. In un articolo pubblicato il 20 dicembre 2012 su “Roma Today”, intitolato «”Truffa” case convenzionate: gli inquilini occupano l’assessorato all’Urbanistica», viene dato atto di una denuncia per l’ingiustizia continua;

Ylenia Sina scrive infatti: «Hanno pagato per anni affitti a canoni di mercato per appartamenti “sovvenzionati”. Il loro caso è finito più volte su tutti i giornali. È intervenuta anche la magistratura che ha sequestrato le abitazioni. Ma per gli inquilini delle case dei Piani di zona, quelle destinate a famiglie con basso reddito, non è cambiato nulla. “Il comune non ha ancora calcolato i giusti canoni di affitto e ristabilito le corrette convenzioni” denunciano. “Stiamo ancora pagando prezzi di mercato”. Così, questa mattina intorno alle 10 circa un centinaio di persone ha occupato gli uffici dell’assessorato all’Urbanistica all’Eur, in via del Turismo. La richiesta avanzata all’assessore Marco Corsini è chiara: “rivedere al più presto le convenzioni”. E se tutto è partito dalla denuncia di un gruppo di abitanti di un Piano di Zona, l’indignazione si è sparsa per la città. “Sono tanti quelli che ci stanno contattando da ogni parte di Roma, Spinaceto, Vignaccia, Borghesiana, via Rondoni, Ponte Galeria” racconta Angelo Fascetti, di Asia Usb. La “truffa” ha riguardato circa duemila alloggi. Le cooperative che li hanno costruiti hanno ricevuto sovvenzioni regionali con lo scopo di affittarli a canoni ribassati per famiglie in emergenza abitativa. E invece, i prezzi equivalevano a quelli di mercato. (…) Dopo mesi di indagini, alla fine di novembre la Guardia di Finanza ha sequestrato 326 immobili. L’accusa a carico delle cooperative edilizie e di un consorzio che avevano beneficiato dei contributi pubblici per la realizzazione di case in edilizia convenzionata è di truffa aggravata. In poche parole, secondo quanto ricostruito dalla magistratura, le cooperative costruttrici hanno ricevuto finanziamenti pubblici per la realizzazione degli immobili ma li hanno affittati comunque a prezzi di mercato, vanificando così l’effetto calmieratore del contributo pubblico. Circa 6 milioni di euro il danno stimato per lo Stato e le centinaia di inquilini che per mesi hanno pagato comunque gli affitti richiesti. L’indagine era partita dalla denuncia di un gruppo di affittuari che, supportati dal sindacato di base Asia Usb, avevano sporto denuncia alla Procura. In seguito a questo esposto, la Guardia di Finanza aveva perquisito la sede delle cooperative e del consorzio interessato e anche alcuni uffici della Regione Lazio e del Comune di Roma. (…) Per capire l’ammontare del danno a carico degli inquilini è esemplificativo il caso di Spinaceto, estrema periferia sud est della Capitale, dove il consorzio regionale cooperative edilizie Vesta per costruire ha usufruito di quasi quattro milioni di euro (3.981.231,19 euro), pari a ben il 60% del costo totale di costruzione. “Ho sempre pagato più di 800 euro al mese per una casa di poco più di 60 metri quadrati” denuncia un’inquilina che preferisce rimanere anonima. A Ponte Galeria gli alloggi sono destinati agli agenti di polizia, alla Guardia di Finanza e ai carabinieri che si occupano della lotta alla criminalità organizzata. Categorie alle quali per legge lo Stato deve dare un sostegno all’alloggio. “Anche in questo caso non sono state rispettate le determinazioni per la definizione dei canoni di affitto che per legge dovrebbero basarsi su una percentuale massima del 4,5 per cento del prezzo massimo di cessione” denuncia un altro inquilino. E ancora. “Ci sono cooperative che hanno ottenuto addirittura il 100 per cento del contributo come quelle che hanno realizzato gli alloggi alla Pisana” la testimonianza di un altro affittuario»;

a giudizio dell’interpellante bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome: se più di 2.000 alloggi destinati all’emergenza abitativa a canone agevolato vengono in realtà affittati o venduti a prezzi di mercato si tratta di una truffa. Tanto che la Procura di Roma sta verificando questa delicata vicenda e nelle scorse settimane ha addirittura emesso un provvedimento di sequestro cautelativo per 326 alloggi. Una cosa di una gravità assoluta. Comune e Regione Lazio sono completamente assenti e hanno abbandonato intere famiglie al proprio destino;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

gli inquilini, che hanno occupato l’Assessorato per le politiche urbanistiche del Comune di Roma, hanno ragione di protestare in maniera così plateale visto che si sentono truffati dall’amministrazione comunale;

andrebbero riviste le convenzioni in atto fra proprietari ed inquilini e tutelare questi ultimi, procedendo immediatamente alla revisione dei canoni di locazione ingiustamente pagati fino ad ora, considerato che gli amministratori capitolini e regionali invece di fare gli interessi dei cittadini hanno pensato solo a riempire la città e la regione di altro inutile cemento,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza della vicenda e quali iniziative normative intenda assumere al fine di tutelare i cittadini che hanno realmente diritto di usufruire di una locazione a canoni agevolati.

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